Il postalmarket del mese sulla BARACCA punk che gira

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No niente, è quella stagione lì in cui escono TUTTIDISCHIDITUTTI soprattutto quelli della BARACCA che qua in Veneto si usa non solo in quel modo là, ma anche per come in sinonimo di “fare casino”, il casino con del sentire da di dentro però. Oppure solo il casino da birretta, probabilmente si usa anche nel resto d’Italia, non so.
E’ uscito il nuovo Youth Funeral che è tanto ignorante quanto furibondo, un accumulo di roba dagli EP precedenti impacchettato in sei tracce di screamo americano direttamente dallo stato più ricco di tutta la federazione (che se non lo sapete è il New Hampshire). L’ago della bilancia quando si tratta della corsa alla Presidenza, tra l’altro. Nonostante l’aria satura di snobismo e spocchia e merda da fascia di reddito elevato c’è della consistente botta e grindate. Ve lo ascoltate sul bandcamp ufficiale.
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I Pile sono uno dei miei gruppi preferiti degli ultimi anni, ne avevo già scritto da qualche parte in passato mi pare, sarà perchè sono talmente derivativi che suonano come un’atmosfera da disco degli Slint però col cazzo duro delle chitarre ingrossate, perenne strusciamento da ballata americana sui sedili pieni di goldoni usati sull’autobus di tutto quello che è venuto dopo l’hardcore degli anni ’90. Punk spuntato che lentissimamente logora via tutto, foto che bruciano, tua morosa che ti guarda mentre fai una frittata di soli avanzi non per necessità: ne hai proprio voglia. Come se i Pissed Jeans suonassero sott’acqua. You Are Better Than This è roba che di solito metti su in macchina la Domenica quando il Milan perde quindi l’ho ascoltato parecchio: nettamente il loro disco migliore.
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Il disco della BARACCA che suona meglio di tutti però è quello delle Smudjas, disguised rookie of the year sulla scena, un EP fatto solo di pezzardi, sostanzialmente. Ci sono dentro tutti quei dischi lì, proprio quelli lì, ascoltati e sudati uno per uno, si sentono i kilometri e tutto un discorso di parlare e interagire e conoscere di persona i tuoi gruppi preferiti che io non sarò mai in grado di sostenere. O spiegare. O capire. Sì, è un discone.

il disco più bello di sempre e l’altro disco più bello di sempre

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Io vivo di sentimenti, e quindi, questi, li ho rimasti tutti.
(Arrigo Sacchi)

Ho scoperto i Red House Painters con il secondo omonimo – Bridge lo chiamavano per comodità, perché in copertina c’era la foto di un ponte in mezzo alle frasche – a distinguere dall’altro omonimo, che invece in copertina aveva la foto di un ottovolante arrugginito (da qui, Rollercoaster). L’andazzo lo capivi già da questi gesti: prosaici, elementari, ai confini con l’autismo; quello che porta a fissare una parete bianca per settimane, a non fiatare per anni, forse per sempre, non cinema alla Rain Man. Il pacchetto completo: niente testi, nessuna informazione a parte i titoli dei pezzi, nomi e cognomi evocativi quanto un tampone assorbente e stop, no testi, nel libretto spazi bianchi alternati a foto virate seppia, paesaggi rurali o dettagli senza importanza, globalmente quadretti di rara desolazione e profondissimo abbandono (naturale, mentale), senza alcun elemento umano a spiccare da qualche parte nel niente. L’empatia è scattata all’istante, qualcosa con cui potevo agilmente relazionarmi. Ero in piena fase di rigetto (come dicevano i Gronge), c’ero dentro. Troppo poche primavere sulle spalle, troppo poca esperienza. Salito sulla giostra, finito ustionato un paio di volte, abbastanza da non volerlo ripetere. Superstite autoproclamatosi tale. Nel dubbio mantenere le distanze, in qualsiasi caso, la guardia sempre alzata. I rapporti umani un’eventualità da cui proteggersi, un fastidio da cui tenersi alla larga; incidenti da evitare, circostanze da non cercare né desiderare se non attraverso il filtro del ricordo e del rimpianto verso storie ormai lontane che accidentalmente mi avevano scoperto coinvolto. I dischi armature, scudi innalzati a proteggere dalla cosa vera; un filtro, un tramite. Strumenti per vivere in terza persona, attraverso l’eco di parole e suoni dentro cui sentirsi rispecchiati era fin troppo facile (e comodo, anche), al riparo da situazioni che portano ferite e comportano dolore. In un assetto mentale del genere, Mark Kozelek lo spirito affine più congeniale potessi incrociare sul tracciato; il mio negro fin dal giorno uno.

In alcun modo sarei comunque potuto arrivare preparato al primo contatto: Evil tra i pezzi più terrificanti abbia mai ascoltato, lo è ancora. Da affiancare a We’ve only just begun, a Farmer in the city, alle urla finali in Dead skin mask, a pochissimo altro in realtà. La rappresentazione quanto più possibile grafica dell’orrore puro, come vedere per la prima volta La casa dalle finestre che ridono a sei anni, in piena notte, da solo in qualche casolare pieno di spifferi disperso nella bassa padana più bieca. Esperienze che segnano in tal senso; esperienze in grado di rovinare un’esistenza, di spingerla a imboccare il sentiero sbagliato. Poi la rivelazione (soltanto una delle, ma intanto): a tirare giù il testo di Bubble ho impiegato nemmeno ricordo più quanto. Mesi, parecchi. Il quadro generale era chiaro, non stava lì il problema: volevo il quadro completo. Regolarmente mi incagliavo in certi passaggi, su certe parole al mio orecchio indecifrabili che facevano franare l’impalcatura. Un dolce sbattere la testa in ogni caso: anche con frasi monche, una situazione che in quel momento mi rappresentava al millimetro. A lavoro ultimato, come se avessi decifrato la Stele di Rosetta.

Di I am a rock ho scoperto prima la cover dell’originale: tra i regali migliori abbia mai ricevuto da uno sconosciuto. Prima di mettersi a coverizzare la qualunque, Kozelek era davvero bravo. Allo stesso livello me ne vengono in mente pochi altri: Mike Ness, Evan Dando. Anche qui, aveva capito lo spirito (quale che fosse) restituendolo migliorato; bella Art Garfunkel ma questa volta non c’è partita, non c’è storia proprio. La magia si sarebbe ripetuta con Shock me dei Kiss, qualche pezzo degli AC/DC su Rock’n’roll Singer e What’s Next to the Moon, poi mai più. Altri numeri a seguire: la stasi liquida di Helicopter, quando ancora l’eroina scorre nelle vene, gli ultimi istanti di beatitudine prima dell’atterraggio; una rilettura di New Jersey migliore dell’originale; Uncle Joe, per cui chi sa non ha alcun bisogno di parole per ricordare, e chi non sa con un po’ di fortuna non saprà mai; l’urlo sul finale di Blindfold che è Kurt Cobain meglio di Kurt Cobain, Star spangled banner la prima pisciata fuori dal vaso, indesiderata e non richiesta, presagio che sarebbe sfuggito pure a Cassandra. Su tutto un senso di oppressione soffocante, spesso letteralmente insostenibile; un’incudine sul torace 24/7, la tragedia che dorme ai piedi del letto, il respiro affannoso che tiene svegli (come dicevano i Bloodlet). Lo sapevano bene le pareti della mia stanza quanto ho amato questo disco.

 

Si respira un’aria diversa in Ocean Beach, diametralmente opposta. È il disco della presa a bene, della decompressione, come togliersi dalle spalle un fardello di diecimila chili, in quel momento la certezza assoluta di non indossarlo mai più. È ancora così per me. Ocean Beach è sempre il disco a cui ritorno ogni volta che decido di stare bene indipendentemente dalle circostanze, ogni volta che voglio sole su di me anche quando il sole non c’è, quando il sole non esiste se non dentro la mia testa. Bisogna meritarselo Ocean Beach, non funziona in quanto tale. Richiede un cambio alla base (cambio di velocità, cambio di stile, cambio di scena, nessun rimpianto, come diceva Ian), ne potenzia gli effetti. Il primo, immediato: la sensazione di tornare a respirare a pieni polmoni per quella che ogni volta sembra la prima volta. Il rilascio è immenso, il sollievo incalcolabile. È taumaturgico, sciamanico, come Gil Scott-Heron quando ripete be no rain con la fermezza di un samurai, arrivando a farlo credere davvero. Un miracolo.

Ocean Beach è la sonorizzazione di un temporaneo stato di grazia come i dischi precedenti dei Red House Painters sono stati la sonorizzazione di alcuni tra i più molesti mostri nel cervello una mente umana potesse partorire. Solo chi è o è stato profondamente infelice sa riconoscere, isolare e comprendere entrambe le facce della medaglia. Qui è quando Mark ha deciso, ha scelto, di voler stare bene. Un dono da accettare grati. I momenti tetri sono pochi, rari e lontani uno dall’altro; anche in quei momenti la tristezza non diventa mai disperazione, non un solo istante riemerge il nero che avviluppa i dischi precedenti come una cappa vischiosa da cui uscire resta impossibile. Nessun pezzo uno strumento di tortura, come più volte è stato in passato, una tenaglia che serra la gola quando la vita collassa. Shadows, Drop, più sul contemplativo, altra aria. A rimanere marchiati nella memoria i momenti allegri, allegri sul serio. Gli scambi di battute che aprono Over my head, ai più incomprensibili, in un clima confidenziale, rilassato, così diverso dalla risata sconsolata che apriva Evil, preludio alla pece senza ritorno. San Geronimo, autentico luogo dell’anima. Mai stato a San Geronimo. Nemmeno so se esista una San Geronimo. Ma nella mia testa ci sono tornato decine di volte. Nella mia testa è il mio posto preferito. Associo quel luogo che non ho mai visitato a tutti i posti in cui sono stato (meglio se in aperta campagna, meglio se in primavera o estate, comunque in giornate lunghe e piene di sole), da bambino o non più bambino, a quel momento della giornata dove a una certa ora prima del tramonto mi avveniva di sentirmi contento (come diceva Mersault).

Ocean Beach è il motivo per cui disprezzo quel che Mark Kozelek è diventato. La china che inesorabilmente continua a discendere. Le polemiche montate con band inesistenti, qualsiasi scoreggia stampata per fare cassa, cose del genere. Derive che mai avrei sospettato un giorno sarebbero diventate la sconfortante quotidianità di un uomo un tempo immenso che ha saputo essere Neil Diamond meglio di Neil Diamond, Scott Walker prima di Scott Walker (e senza sterili menate ombelicali), qualcosa di speciale sul serio per chiunque per qualche motivo a un certo punto si sia trovato senza nafta nell’autostrada della vita. Ocean Beach usciva oggi, vent’anni fa.

LO SBATTI DELLA SITUA #01

In questa nuova rubry la mia mission sarà produrre per il market della muzik bastonate delle rece a grappolo su dischi che mi piacciono e di cui non vedo bomber che ne parlan poi troppo, o magari ne parlan’a caso sbagliando tutto, gli stronzi (nel senso di bomber). La spiegazione del nome controverso di questa rubrica (nome che odio e che mi viene voglia di ammazzarmi ogni volta che lo leggo) la rimando al disclaimer che ho posto a fine rubrica. Difatto per farvi un favore agli occhi questa mia rubrica da oggi in poi sarà abbreviata in L.S.D.SiT che fa molto mix tra la famigerata droga LSD, quello secco dei fumetti secchi toscano li, il sith che è in te, e la roba LGBTqUeeAr, e quindi è turbophuturo zigoviaggiare.

ZERO SBATTI SOPRA AL COLLE

ZERO SBATTI SOPRA AL COLLE

Per questo primo numero di LSDSiT ho deciso di selezionare tre release italiane che mi hanno sfaciolato nel genere copertine in bianco e nero e di stile eleKttronica, oggi quindi tratteremo di suoni e armonie di disegno che si spandono nell’aere attorno a noi e di ritmi camionabili che fanno reboare il nostro corpo, o di tutte e due le cose insieme.

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Panoram – Background Story

Iniziamo con il nuovissimo disco di Panoram, Background Story, uscito proprio in questi giorni sulla sua nuova etichetta Wandering Eye e interamente ascoltabile qui. Panoram (giovane esponente elettronico di Trastevere+Città del Vaticano) era già stato autore di uno dei DISCHIDIO2k14 grazie ai bozzetti chilloni di Everyone is a Door che tappezzarono le pareti della nostra stanza di molteplici porte sonore su cui posare uno sguardo fugace. Stavolta in questo nuovo LP la porta sonora è una sola e le composizioni si svolgono in maniera più dilatata. Ogni paesaggio sonoro viene così approfondito e percorso con calma, come ci fa capire la puntura mentale dell’intro: due minuti e 21 di melodia spacey synth filtrata tipo chitarra wah funkadelica sciolta nell’oppio. Ci si adagia così subito in quell’atmosfera da tardo meriggio primaverile moody “nu poco chiove n’atu ppoco stracqua” e che dalla successiva drogatissima There Was a Hole in Here (come se una band astratta suonasse un umido trip-hop, quasi una via parallela alle ballade di casa Brainfeeder) ti porta in un bellissimo posto, li, fuori, nel giardino deep della nostra mente (sarà questa la background story del disco? boh chissà). La seguente Black Milk Shower sembra quasi una canzone, con campione vocale che mano a mano si intona artificialmente facendosi spazio in un rallentato/alienato breakbeat alternativamente denso o sospeso. Un qualcosa che, per concludere il giochino scemo dei paragoni, somiglia a ciò che avrebbero potuto essere gli Air sul secondo disco (forse il mio loro preferito), ma che gli riuscì a metà. Il resto del disco, che viaggia sempre su una realtà parallela da sviaggio oltre l’horizon radar, lo lascio scoprire a voi! Tanto lo streaming sta li, sedetevi comodi e a farvi perdere in maniera corretta ci penserà Background Story, che se non l’avete ancora capito il secondo DISCODIO di fila da parte di Panoram.

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Lynch Kingsley – Make Your Love

Vi siete rilassati coi panorami? Bene, ora beccatevi i turboblasti footwork-junglati di Lynch Kingsley (giovine sbassoa specialist da Roma) e del suo nuovo ep Make Your Love. Dalla jungle pesca gli strati vorticosi e il coinvolgimento melodico, dalla footwork triplette di kick e bassi a non finire e choppettate di voce. Operazione non dissimile a quella approntata con successo da Machinedrum e Om Unit (e infatti troviamo proprio quest’ultimo a remixare la frenetica title-track donandogli spazi ritmici più dilatati), ma Kingsley dirige il tutto in maniera più frenetica e febbrile, quasi recuperando lo spirito da Rephlex Party. Da seguire attentamente perché da qui si prevedono begli sviluppi di phuturi verdei!!!

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Eks – EksM

Se come me siete fissati con i RIDDIMS dell’asfalto skrokkio (chessò il primo flylo, madlib, kxnlwdge) sparatevi a cannone lo streaming di questa prossima uscita (in cassettina o digitale su bandcamp) della Korper/Leib, giovine etichetta napoletana che si ok fece uscire come prima cosa uno split con il mio gruppo (i rainbow bblindarls), ma non è per questo che vi sto spingendo sto disco. Vi spingo Eks e il suo disco/cassetta/streaming perché stiamo su bastonate e questa raccolta di SGRAKKIO NAPOLI TRIP BEATS recupera lo SKRANNO dei nastri sfilacciati e dei cavi sfrigolanti del noize che tanto ci/vi piace, nel contesto perfetto dei pisello riddims. In un pezzo come Kat.a. 201 sembra di sentire i Wolf Eyes jammare con un beatmaker dubbone, TRIP MENTAL!! Non sempre però tendente al noize, Eks crea i suoi beats da suoni e rumori in maniera tipo fumo free jazzo, sviluppo denso asfalto che si scioglie, skrikkiolii dei palazzi, motorini, caciara, stordimenti vari. Praticamente la Stones Throw a Napoli, quindi più incasinata e più rumorosa. Spero che con sta roba Eks inizi a farsi notare anche al di fuori dei pikkiomaniaci come me e con esso tutto il ritmo rais napulitano che continua ingiustamente ad essere iper underground pur essendo di qualità tikiliziosa!

 

 

 

**DISCLAIMER SBATTI SITUA**

Ho usato le due parole “italiane” che odio di più al momento SBATTI e SITUA, così finalmente mi libererò del loro fastidio dentino/fonico riversandolo su voi lettori di Bastonate. In più ste due parole rappresentano benissimo il fatto quanto io mi SBATTI per raccontarvi la SITUA, rappresenta pure benissimo il concetto assurdo dello SBATTIMENTO DEI GRUPPI (che non mi è mai interessato misurare, anzi, meno ne so meglio è) e sostituisce il concetto di SCENA (che in italia equivaleva a fare cacca beetroots o arte finta con la scusa che però prima “oh ma quello suonava punk hardcore eh!”) con il concetto molto più schifoso e fastidioso di SITUA. Che poi SBATTI lo odio solo perché qui al SUDDE sta mefistofelicamente sostituendo il bellissimo lungo e scazzato SCOCCIATURA/SCOCCIARE con un inedito nervosismo tronco che mi mette un ansia allucinante e sta parola viene usata sempre da Simne (il matemago veneto con cui condivido la situa nel project “rnbw sbatti”) per darmi fastidio e quindi insomma riconosco che è un problema mio che sono dilatato e pigro e mi piace troncare le parole con un più brioso UE’ invece che col TTI e che al nord SBATTI può legittimamente essere usata nella normalità e non causa fastidio, MA SITUA? SITUA MADONNA MIA CHE PAROLA DI MERDA PORCOILCLERO!!!! MA NON VI VERGOGNATE ANCHE SOLO A LEGGERLA?

SULTANI DELLO SWING – appunti sul rock riccardone

IMG_0109 (1)Quello che segue è uno scambio di email, introduttivo ad un’analisi in fieri su quello che possiamo definire “rock tecnico” o “rock riccardone”, un sottogenere abbastanza identificabile ed ascrivibile ad un’idea di “perfezione” e “pulizia”, di stampo classicheggiante, legati al rock. Le tre persone che scambiano le email sono FF, cioè io che scrivo ora, DR, di nome Daniele e qui conosciuto come Ashared Apil-Ekur, e un terzo membro esterno ma non troppo che di iniziali fa ML, nome completo Michele. Il nostro viaggio è confuso e propedeutico, ma serve da ponte per eventuali evoluzioni future.

FF Vorrei fingere che ci sia un pretesto, uno spunto, ma possiamo andare direttamente al sodo: qualcuno faccia la prima domanda.

DR Che succede se Malmsteen ha ragione e tutti noi torto? E la musica fosse, perciò, degna di essere ascoltata solo quando si tratta di chitarrismo ipertecnico ispirato, non so, a Pergolesie Salieri?

ML Succede che ci addentriamo nel magico e mistico mondo della musica vista non come “esperienza” (cosa tipica di noi che ascoltiamo gruppi che suonano di merda, con la scusa dell’immaginario e dell’epica indierock) ma come esatta sequenza di note, emessa attraverso BEI SUONI, cosa che ci spinge necessariamente ben oltre la chitarra. Certo, la punta dell’iceberg è rappresentata dal “chitarrismo”, ma sotto c’è tutto un enorme mondo fatto di tecnica e bel suono. Per intenderci: tutto quel macrocosmo composto da gente che si compra un live di Claudio Baglioni perché magari ci suona Frank Gambale ed è registrato coi controcoglioni. Ma attenzione: se volessimo davvero approfondire questo discorso, percorreremmo una strada al termine della quale Malmsteen ci apparirebbe come l’embrione di un mostro ben più  temibile. Per capire l’entità di questa bestia, vorrei ricordarvi che il chitarrista svedese, qualche lustro fa, si concesse ad un blind test (Metal Shock, Metal Hammer o Flash, non ricordo) nel quale lo sottoponevano all’ascolto di vari chitarristi; nessuno uscì vivo, tra i “virtuosi” dell’epoca (nello specifico, Vai, Satriani e Petrucci), ma vorrei riportarvi il giudizio su un pezzo dei Nirvana (il brano era Milk It): “Dio Mio…..spegni subito! . Penso che sia la cosa peggiore che abbia mai sentito in tutta la mia vita. E’ catastrofico”

Ecco, Yngwie, a confronto della Bestia, è paragonabile ad un adolescente alle prime armi.

Questo il link all’intervista… è M E R A V I G L I O S A, potresti usarla per farne un intro.

FF Come sai abbiamo già trattato ai tempi l’intervista, concludendo che Yngwie è in realtà l’unico musicista ad averne mai capito di musica. e questo, anche se l’intervista è un probabile fake, è un fatto. Ma vorrei concentrarmi per un attimo sulla prima dimensione. Il cultore dell’ascolto pulito e dell’esecuzione corretta che si addentra in territori di pop becero e offensivo per soddisfare le sue necessità primordiali, quasi tutte legate al name-dropping. Coloro che cacciano centinaia di euro per andare a vedere Ramazzotti per gustarsi gli A SOLO (credo sia molto più corretto in questo caso parlare di A SOLO più che di ASSOLI) del grande Paul Warren o la sezione ritmica capitanata dal grande Vinnie Colaiuta, recentemente dietro le pelli anche per il grande Tiziano Ferro. Occorrerebbe forse capire quali sono, prima di iniziare, gli insospettabili. ovviamente il caso più mastodontico è quello del grande Vasco Rossi che impiega il grande Solieri e non so chi altri nella sua backing band, ma sospetto che i vari Pino Daniele o Giorgia siano acts con un elevatissimo pericolo di perizia tecnica. giusto?

DR Io non credo che abbiate ragione, né voi, né me fino ad adesso (fino a tra poco), né tutti gli altri: teorizzo che le persone di questo tipo, che non ci siamo ancora azzardati a chiamare Riccardoni, non amino in effetti la musica. E questo non perché la “vera musica” (altro concetto che potrebbe essere approfondito in libri su libri) siano quelle cacate indie, né tantomeno le stronzate di avanguardia becera che ci siamo tutti ascoltati per anni; no, perché quelli che – secondo logica – avrebbero la potenzialità di essere i Riccardoni Alfa, cioè GLI ORCHESTRALI, gli studenti di conservatorio o gente del genere, in effetti apprezzano musica bella. Cioè, anche loro – e a ragione – sono capaci di dirti che i Radiohead fanno schifo e non sanno suonare, ma lo fanno dal punto di vista di chi quando dice “musica bella” pensa a Brahms, e non al GRANDE Jeff Porcaro. Bisognerà poi chiarire, un giorno, perché avere un nome da italoamericano – o semplicemente esserlo, tipo il grande Popa Chubby – porti quasi in automatico a essere un riccardone.

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100 canzoni italiane #6: ENERGIA

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2001

Ho sedici anni. Accompagno i miei genitori alla fiera del tartufo ad Alba. Non credo che quei due buontemponi siano mai stati dei grandi fan del tartufo – ci piace, ma niente di serio – e forse siamo qui solo per occupare una domenica. La fiera è sotto una tensostruttura nel (credo) centro città. Nel senso, penso sia il centro città perché camminiamo sul ciottolato. Entrando, l’odore di tartufo è atroce. Non avevo dubbi che sarebbe stato così, qualche quintale di tartufo non può che produrre un allucinante odore di tartufo.

Andando ad Alba, abbiamo ascoltato Ferro Battuto. Non ci è piaciuto granché, ma credo che in famiglia dare una possibilità a Battiato sia una questione di amore. Battiato alla fine è una questione d’amore. A esser sinceri, non il Battiato pre-L’Era Del Cinghiale Bianco. Almeno, non ancora. Piuttosto, è il Battiato di tre anni prima, quello di Gommalacca. Quello sì che ci piace.

1998

Ho tredici anni. I miei genitori mi accompagnano alle partite di basket in paesini inquietanti nella provincia di Torino. Roba tipo Rivalta, Collegno, Venaria. Una volta siamo arrivati fino ad Aosta. Papà ha una Volkswagen Passat con il caricatore dei CD nel bagagliaio. La fortuna è che quel c’è dentro si ascolta, a meno si soste tattiche all’Autogrill. L’obiettivo dichiarato è evitare Atom Heart Mother che l’allenatore – che viene in macchina con noi – ama particolarmente.

Il disco 1 del caricatore è e rimarrà per anni Gommalacca. Ci piace da impazzire, e credo che in famiglia sia una buona cosa. Almeno non si litiga. Gommalacca chiude con Shakleton (sic), e Shakleton chiude con un inno disumano che parte a tre minuti e tredici e chiude a otto e trentaquattro. Uno a tredici anni non vede la portata di quell’incrocio di synth e tamburi e loop pinopischetoliani, ma in cinque minuti c’è l’intero perimetro di una vita vissuta pericolosamente. La cassa spazia e il nostro rientra, cantando in tedesco. L’assurda idea che un disco di Battiato possa davvero finire così. Battiato, quello di Cuccurucucù. Uau.

Ovviamente a tredici anni Shakleton viene skippata violentemente, che a ripensarci è una bestemmia. Il massimo della cassa dritta a tredici anni è Blue – Da Ba Dee, ascoltata a casa di Simona, in via Barbaroux. I genitori di lei sono spesso via, e da buoni campanilisti sabaudi ci facciamo riconoscere nel vicinato sparando gli Eiffel 65 a volumi atroci, come sottofondo di serate in cui quelli davvero furbi finiscono a limonare e restano a dormire da lei, mentre gli altri, nell’ordine, sfogliano i numeri di Ken Il Guerriero (edizione Granata Press, mica la nostra sfigata ristampa Star Comics), tentano forme di terrorismo impacciato nella casa finto-antico di lei (fette i bresaola in testa a busti finto-marmo, tramezzini sotto i tappeti, insomma, niente di serio), tengono traccia di quelli che scompaiono a far porcherie in camera di Erika (sorella di Simona), e verso mezzanottemmezza tornano a casa con la coda tra le gambe e “ci vediamo lunedì a scuola divertitevi ciao”. Simona ora fa il medico. Erika lavora in uno studio legale. Io vivo in un’altra città. Battiato continua a fare Battiato, nel bene (molto) e nel male (Fleurs 1, Fleurs 3, poi anche Fleurs 2).

2014

Ho ventinove anni. Battiato annuncia il Joe Patti Experimental Group. Il pensiero è uno solo: “Cristo santo, se fa una cosa sintetica e folle, deve fare Energia”. Pensiero poi sviscerato con i soliti noti in uno scambio di mail dai toni urlanti, tipo “deve fare Energiaaaa”. “Se fa Energia è la volta che torno al ClubTOClub”, “se fa Energia vendo mia madre”, “se fa Energia mi faccio prete”, “Energia-phuturo-verdeo-sviaggioa”, “se fa Energia corro nudo per Verona”, cose così. Trovo un video caricato su Youtube pochi giorni dopo il primo concerto, e quello al posto di Energia fa proprio la chiusura di Shakleton. A ripensarci, tredici anni e troppi ascolti dopo, è giusto così.

2001 (di nuovo)

Ho ancora sedici anni. Sono nella sezione C e Gabriele Gatto nella A. Nella mia testa, Gabriele è quello che ne sa a pacchi di musica. Quando dico “Battiato” risponde prestandomi un masterizzato con dentro Fetus e Pollution. Il massimo del mal di testa battiatesco – fino a Fetus e Pollution – è stata la seconda parte di Come un cammello in una grondaia (masterizzato da amici di famiglia). Farsi voler bene al liceo è una fatica, anche se è indubbiamente una buona cosa. Ma Fetus e Pollution li sto trovando troppo faticosi, anche se dentro ci sono due pezzi che insomma, che meraviglia. Una inizia con delle voci di bambini che parlottano, poi si apre in qualcosa di strano e cosmico, come se si aprissero tante porte tutte insieme. Un’altra parla di corpi di pietra che arrivano, e poi partono dei cori. Che meraviglia pure lei. Il resto sta lì, mi fissa, ma non ci capiamo. Chissà perché poi. Gabriele oggi non so che fa. Ma era una bella persona. E quello è il momento in cui il primo Battiato si mette lì, e aspetta.

2005

Ho vent’anni. Per la serie live della Erstwhile (etichetta-che-al-tempo-ignoro) esce Schnee_Live di Burkhard Stangl e Christof Kurzmann (artisti-che-al-tempo-ignoro). Lo voglio perché ha preso dieci (DIECI) su Blow Up. Sono giovane, son cose che si fanno da giovani. Quello che troverò dentro saranno trentatré minuti immensi, registrati dal vivo a Berlino, con il duo che si prende qualche libertà di troppo e deraglia una versione di Sometimes It Snows In April di Prince per cuori grandi. Per una volta, mi è andata bene.

Per comprare Schnee_Live scrivo a Giuseppe Ielasi, che al tempo aveva una distribuzione di dischi, e lo ritiro in una galleria meravigliosa in via Tadino. Io adoro via Tadino, che è nel quartiere dei negozi di fumetti, del negozi di videogiochi, dello Yamato Store. Arrivo, e sullo stereo sta andando Son Mémorisé di Luc Ferrari. Voci di bambini che lamentano “mammaaa, non è colpa mia”. Credo sia quella roba di cui scrivono ogni tanto, sempre su Blow Up. Il Field Recordings. Le robe di cui scrive Daniela Cascella, quelle che i miei negozianti di dischi bollano con laconici “lascia perdere, non fare cazzate, che poi mica te le riprendiamo indietro quelle robe eh…”.

A vedere come è finita, di cazzate ne ho fatte a profusione. Fare cazzate a profusione – soprattutto fare cazzate a profusione – è e rimarrà per sempre una buona cosa. La cosa che più mi rimane impressa di quella visita è che Schnee_Live (con le sue chitarre, i suoi rumori, la sua delicatezza) è un disco ben strano, ma non strano come “l’idea di registrare voci di bambini e metterle lì, senza che succeda nulla di più”. Oggi, quando penso ai dischi strani, penso sempre al piccolo me che ascolta voci di bambini che dicono cose, all’inizio di Son Mémorisé, in via Tadino.

2006

Ho ventun anni. Passo regolarmente alla FNAC di Milano, perché è un gran posto per cercare dischi in città. Forse è il migliore (pessimi negozi, a Milano). Il commesso è Andrea, il ritratto dell’entusiasmo. Ha aperto da pochi mesi un reparto (leggi: ha allestito un mini-box un po’ nascosto) di Krautrock, e mi spinge i dischi. Per 17 euro e 90 porto via Musik Von Harmonia, per iniziare evitando le mezze misure.

Un martedì mi mette in mano i primi quattro dischi di Battiato. “Fidati”. Io, per i sedici euro scarsi che sto per spendere, mi fido. Ma quei dischi non li amerò fino in fondo. Meglio la sperimentazione fitta fitta di Dino e di Watussi, al posto di un tizio siciliano che ascoltavo cinque anni prima, e che flirta con quella roba là. Dio santo se ci si sbaglia, a ventun anni.

2013

Ho ventotto anni. James Holden fa uscire il disco che aspetto da sette anni, e lo presenta – tra le altre cose – con un lungo speciale su BBC Radio6, in cui snocciola i pezzi, i loro riferimenti (espliciti e impliciti), e le idee di musica ballabile e di musica da ballo. Alla fine, parte la solita fusione certosina tra Amadou Sangara e Peace for Earth di Four Tet, e se esiste l’estasi eccola qua. Poi Peace For Earth rallenta, e ci siamo, gli “oh” “oh” “oh” entrano in un loop preso male e a pitch bassissimo, e poi il VCS3 sgracchiante, e poi “ho avuto molte donne in vita mia”. E uno nel cuore suo capisce da dove arriva Blackpool Late Eighties. E da dove arrivano molte altre cose. E che ci crediate o no, tutto è compiuto.

1972

Non esisto ancora. Franco Battiato si presenta negli studi RAI di “Tutto è Pop” a presentare Energia, in quello che (almeno a me) sembra un playback orrendo. La cosa che rende il tutto epocale è che, pur essendo un playback orrendo, sul palco c’è anche Roberto Cacciapaglia. Roba che se ero a Tutto è Pop mi davo fuoco. Battiato intanto è quello che “la musica elettronica è poco popolare in Italia”, è il “coraggioso iniziatore di questo genere che richiede una ricerca accurata”, e che “si avvale di collaborazioni con compositori internazionali come Karlheinz Stockhausen”, e a cui par giusto chiedere “come si arriva a fare una simile scelta?”. Già. Come fare? Che fare?

Il pubblico è mascherato con un sagomato di cartone con stampato sopra faccione occhialuto del divo Franco – quello del celebre scatto dei divani Busnelli, con lo sguardo spiritato dietro gli occhiali a grana grossa e la passata di cemento in faccia – mentre il nostro imbraccia la chitarra acustica in più comoda tuta da lavoro, e appare piccolo e impacciato come se stesse per affrontare il mondo. Sotto si aprono lentamente voci di bambini, poi il sintetizzatore, la drummachine, la gioia. È qui che si scorge il senso di tutto-quanto-insieme, la delicatezza, la meraviglia del pop, i suoni trovati, “capire tutti i sogni che la vita dà”, i sintetizzatori che iniziano a rincorrersi, la musica cosmica (quella vera), la consapevolezza che voltandosi oggi o ancora domani lui sarà lì dove è sempre stato. E che cambieranno gli occhiali e i capelli e i vestiti, ma lui sarà lì. 1972. Il pubblico degli studi della Rai guarda preoccupato il nostro, che snocciola pezzi. I punti sono uniti. All’inizio di tutto quanto, tutto è già compiuto.

PAOLO CONTE – SNOB

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“Mi fa schifo al cazzo /E al contempo mi piace
Che miracol è mai questo?”

(William Shakespeare, Le prostituresse)

 

Marcette e fischietti hanno rotto il cazzo. Ma no mò: da mò. Da quando, forse, il pensiero repubblicano classico, dove Repubblica è il giornale  e loden e sciarpe rosse si indossano anche in estate, non ha trasmesso alla feccia nota come CONSUMATORI CULTURALI l’idea che tutto ciò, insieme alla parola Africa letta Àffrica faccia arte, resistenza, questione morale.

Parliamoci chiaro: Fenoglio lo hanno fatto fuori i fascisti (tutte le malattie sono fasciste) e Berlinguer era un boro arrogante, bravo a parole – se piacciono gli shithole speeches -, che la fìa alla fine, come fanno sempre questi, l’ha imbucata alla stragrande.

Cioè questo disco, che è uscito in realtà mesi fa e che sorprendentemente, per essere di Conte, è pieno di roba tipo le Langhe, l’Argentina, e marcette sghembe, e musichine rétro (un recupero deliziosamente Gozzaniano, direi se di cognome facessi un paese del nord), è puro e semplice degrado morale, abbandono delle periferie, manipolazione delle coscienze e massacro dei Melii da parte di gente convinta a torto di essere superiore.

Il fatto è che oggi noi, noi esseri umani dico, siamo stremati e esausti dai soliti consigli per gli acquisti spacciati per altro: sappiamo che il fascismo è stato sconfitto ma i fascismi no (se no che ti lotti, se no che ci vai a fare all’Auditorium); siamo ben consapevoli di far cagare, soprattutto se italiani – è il tema fisso della rubrica di Gramellini da Fazio, e di essere perfettamente descritti da aggettivi come cialtrone. Ma io qui, in queste poche righe volgari, sostengo con forza che faremo pure cagare ma non così tanto, non come Paolo Conte.

Da comprare in più copie possibile, per toglierlo dalla circolazione. Voto: meno di zero.

Filosofia di un film in cui si spara ai computer e agli hacker ciccioni

SPOILER il pezzo sotto contiene SPOILER quindi in realtà la prima cosa che dovreste fare, soprattutto umanamente, è prendere l’auto, recarvi in uno di quei cinema brutti e tristi in periferia che di solito snobbate, e guardare Blackhat. Dopodiché potete tornare qui e leggere il pezzo con l’erezione ancora in corso.

jm

 

Blackhat è, più di Interstellar, un film sull’origine e il flusso delle vite, ma trae riflessioni profondamente diverse dal film di Nolan: Mann non vede il Tempo nella sua circolarità, come un’istantanea del Tutto a noi invisibile perchè incapaci di percepirla in tutte le sue dimensioni, bensì ci pone di fronte ad un’espansione senza limiti.

Blackhat inizia.

Non parte in media res (come Miami Vice, che è un frammento vivo di Presente) ma continua a muoversi ben oltre la sua conclusione, come la pulsante Los Angeles nel non-epilogo di To Live and Die in L.A.. Non a caso il film apre il suo sguardo dallo spazio e poi con un dolly impossibile entra rapidamente in un terminale, in una scena apparentemente vista mille volte (le scie energetiche tra i circuiti), ma con una portata che è diversa: al termine del percorso si fissa su una singola luce, in un nucleo che sembra morto. Un’informazione nel buio. Il Big bang. Da qui parte la struttura, il codice che a cascata genera informazioni, decide vita e morte delle persone e una volta avviato non può essere fermato. Magari muta o espelle ciò che è superfluo, magari viene ereditato da altri, ma può solo andare avanti. L’incrocio di flussi, di linee, di dati, di persone e di sguardi che Mann ha generato è incredibilmente rispettoso della tematica cyber e in questo Blackhat è un’opera radicale quanto quelle di Mamoru Oshii, meno focalizzata sulla filosofia dell’evoluzione sensoriale, ma che cerca di (far) percepire il cambiamento con l’istinto. Lo dice Lien Chen nel fondamentale dialogo del ristorante: “Non fare piani, quello che ti è richiesto è di sentire il Presente” e da qui in poi due percezioni diverse collidono e poi si fondono, come il marionettista e il maggiore di Ghost in the shell: il self-made calcolatore non è più sufficiente perchè la rapidità delle connessioni non può essere controllata da nessuno. Hathaway deve imparare ad adattarsi in fretta, come diceva Neil McCauley, perchè non è solo una questione di immediata sopravvivenza, ma vuol dire anche non accettare di essere travolti passivamente da un ingestibile flusso di dati e informazioni di cui non conosciamo l’origine, di cui non controlliamo le conseguenze. Deve imparare a sentire. E infatti, durante l’altra sequenza portante di Blackhat, il sapere e la freddezza che lo hanno tenuto in gioco fino a quel punto, per un attimo si rivelano inadeguati ed è l’amore che lo salva: Hathaway segue Lien fuori dall’auto ed è vivo.

16 marzo 2013

jm

In una classifica dei pezzi che più mi squartano, Being in love starebbe non tra i primi cinque; starebbe tra i primi tre. Ho scoperto Jason Molina con The Lioness, incontro fortunato. Al momento giusto, con le parole giuste, un attimo prima dell’avvitamento senza ritorno, quando ancora qualche reazione umana strettamente connessa all’azione (quale che fosse l’azione) la conservava. Da Ghost Tropic a scendere invece ben altra faccenda: the end of all illusion come diceva Lou, bandiera bianca ai demoni (dovevano essere demoni ben impegnativi), nero senza spiragli e senza ritorno; lui via via sempre più risucchiato dal gorgo, fino a quando il gorgo se l’è portato come succede a tutti prima o poi. La differenza sta nel lasso di tempo trascorso a calcare questa terra; Jason ha deciso che per lui anche basta molto presto (o molto tardi, dipende dai punti di vista), la biologia ha fatto il resto, con un piccolo aiuto da più o meno qualsiasi bevanda alcolica (e non una volta sola). Da anni non riascoltavo The Lioness, il rilascio emotivo era diventato troppo complicato da gestire; forse è ancora così. Tra poco lo scopro.

una per i dieci anni di To Lose La Track

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Non so più quante volte ho letto di qualcuno a cui la musica ha salvato la vita. Avete presente? Musicisti tatuati che fanno le faccette sulle riviste con la carta patinata e una grafica un po’ così, di fianco l’intervista e uno risponde alla domanda con qualcosa tipo  “Se non fosse per il punk rock sarei morto o in galera”. Quelle cose alla Rolling Stone, presente?

(che palle)

Ok, l’altra sera pensavo che in fondo è vero. Ero andato a vedere Johnny Mox, a mezzanotte lui era lì in piedi sulla batteria, nessun altro sul palco, e ci insegnava a fare il beatbox con quella faccia pulita da impiegato statale che ha. Ho pensato proprio distintamente “cazzo guardalo, la musica gli ha salvato la vita”. E che in fondo in quel momento la musica stesse salvando la vita anche a me, lì sotto al palco con un telefonino in mano a far la foto con l’angolatura giusta, 37 anni sulla groppa e un bicchiere di whisky torbato che il giorno dopo mi avrebbe dato l’emicrania. Ecco, quello che non trovi mai scritto su quelle riviste è che nel salvarti la vita la musica ne uccide altre centinaia, vite più felici e sciolte e meglio vestite e con meno pancia e meno mal di testa la domenica mattina. Qualcuno di quei punk rocker tatuati non avrebbe avuto alcun problema a fare l’assicuratore o il bancario e magari si sarebbe arrampicato sulla scala sociale e avrebbe fatto la carriera importante e ora starebbe trattando l’acquisto di qualche pezzo d’arte.

Quando mi guardo intorno ai concerti, ultimamente, vedo sempre questi visi e queste barbe e queste felpe, come se tutti avessimo avuto la stessa storia alle spalle. Eravamo più o meno gli stessi di quindici o venti anni fa, qualcuno s’è conservato e qualcun altro s’è ingobbito. Di gente tatuata e in forma da poter sbattere in copertina ce n’è un paio, e in genere ci fanno la figura degli sfigati. Questi anni sono preziosi per la musica perché ci danno una visione di quello che è il prezzo. Lo puoi leggere sul viso di quelli che stanno lì ad aspettare il gruppo che suona per ultimo: hanno scambiato la serata con la moglie, rimediato una babysitter, fatto il conto di dover dormire due ore meno di quanto si fa di solito, alzarsi con il mal di testa e doverlo rimpiangere. La dimensione da pensionati della musica, di qualsiasi musica, è una splendida realtà che ci ammanta nel suo ineluttabile splendore. Una volta ero ad un festival indie rock, più di dieci anni fa. Incontrai certe persone con cui scrivevo assieme, in una webza che parlava di indie/emo/etc e si chiamava Movimenta. L’aveva fondata un tizio di Milano di nome Daniele, la gestiva assieme a tale Diego. Diego mi presentò il suo amico Luca Benni, jeans da metallaro, scarponi nei piedi, capelli corti scurissimi. Scriveva per Movimenta ma cantava anche in un gruppo power metal. Avevamo venticinque anni o qualcosa di più; ci guardavamo i gruppi fino a notte tarda e bevevamo le birre e dormivamo in delle tendine fuori dal posto con gli amici degli amici. Diego mi disse che Luca Benni stava per metter su un’etichetta. Ogni tanto qualcuno si svegliava e tirava fuori questa cosa dell’etichetta, ma Luca Benni lo guardavi e pensavi “questo è il classico sfigato che parla e tanti saluti”. O almeno io lo pensavo, perché esteticamente mi sembrava la persona più simile a me in quel posto. Poi l’etichetta la mise in piedi davvero. L’aveva chiamata To Lose La Track e aveva fatto un disco dei Dummo e uno split tra FBYC e As A Commodore. Me li aveva anche mandati per posta.

Molti rapporti in questa cosa minuscola qui sono basati su una specie di informale cortesia. Tipo, se io scrivo e tu hai un’etichetta, mi mandi i dischi per “sapere cosa ne penso”. Sia io che te sappiamo che me li mandi per avere una recensione, ma in qualche modo suona meglio. Tu sai che io sono inaffidabile lento e privo d’interesse, io so che tu lo sai, magari ti offro una birretta se ti becco in giro e andiamo pari col conto dei soldi. Ora fortunatamente ci spediamo degli mp3 e non c’è più il problema di sentirsi in debito. Luca Benni invece ti manda i dischi perché vuole sapere cosa ne pensi. È una cosa fisica che vedi manifestarsi quando vai a un concerto e lui è a un banchetto. Luca Benni è un tizio che vorrebbe produrre i dischi dei suoi amici e regalarli alle persone che secondo lui dovrebbero ascoltarli, e purtroppo è costretto a venderli per poter tenere in piedi un briciolo di economia e poter fare altri dischi l’anno prossimo.

Però boh, mi sembrava tutto uno scherzo. I primi anni fece uscire un po’ di roba, tra cui il disco del gruppo di Diego. E poi sono passati altri anni e Luca Benni ha fatto uscire un disastro di dischi. Li ho ascoltati tutti, una settantina abbondante di titoli: alcuni mi sono scivolati via di dosso come l’acqua fresca, ma alcuni mi hanno cambiato la vita. Magari me l’hanno proprio salvata, e chissà quante vite hanno ucciso nel farlo, quanti rimpianti inespressi, quanti altri progetti rimasti in cantina, quante belle persone non sarò mai. Passo le serate a scrivere recensioni da pubblicare in riviste che se va bene finiranno al macero (se va male neanche lì). Leggo le recensioni degli altri, ascolto i dischi, m’incazzo se leggo un articolo impreciso. E Luca Benni aveva tutte le possibilità di questo mondo, poteva far felice chiunque, amministrare un’azienda o sposare una brava ragazza o scrivere il grande romanzo americano. E invece ha fatto dei dischi. Che altro potevamo fare? Noi siamo questa cosa qui.

Luca Benni si scrive sempre con il nome e il cognome. Regola fissa. Non so perché.

I compleanni ci servono soprattutto a raccontarcela e dirci che in fondo ne valeva la pena. To Lose La Track in questi giorni compie dieci anni e ha organizzato una manciata di concerti in giro per festeggiare. Luca Benni invece oggi compie quarant’anni; il suo ultimo pacco mi è arrivato lunedì, conteneva una compilation per il decennale di To Lose La Track. Dentro ci sono tanti pezzi bellissimi che magari a voi non piaceranno, ma a me fa piacere di averli ascoltati quando uscivano e poter collegare a molti di quei pezzi una cosa che ho fatto o una persona che ho conosciuto o un posto in cui ero. Dovessi pescarne uno che racconta tutta la storia, sceglierei quello che c’entra di meno in assoluto.

Buon compleanno.