CE LO CHIEDE L’EUROPA, che a questo giro diventa una agghiacciante combo Lamb-Subsonica, da leggersi tutta d’un fiato oppure in pillole

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In una ideale top ten dei gruppi-che-hanno-continuato-negli-anni-a-fare-cose-fighissime-ma-che-non-hanno-mai-ottenuto-il-successo-che-meriterebbero (o che-avrebbero-meritato, in caso di gruppi morti e sepolti) i Lamb occuperebbero sicuramente uno dei primi tre gradini del podio, anche se non so dire con esattezza quale perché dovrei pensarci bene (e a dire il vero non sono nemmeno sicuro di riuscire a tirar fuori dieci nomi di gruppi sottovalutati, o forse sí: oltre ai Lamb mi sentirei quasi di dire i Doves, i Broken Social Scene, gli Electric Six, i Test Icicles, gli Audio Bullys, i Junior Senior, gli El Guapo, i Trans Megetti e The Beta Band. Tra l’altro alcuni di questi si sono fermati dopo il primo, clamoroso album ma facciamo finta che tutto ciò valga lo stesso ai fini della classifica).

Dicevo, contestualizziamo un pochino i Lamb: seconda metà degli anni novanta, elettronica  assolutamente figlia di quel tempo, trip hop meets drum n’bass meets techno meets la paranoia, la mente di Andy Barlow, la voce di Lou Rhodes che ti entra dentro e tocca certe corde che non sapevi nemmeno di avere, una manciata di album magnifici che sono invecchiati bene e suonano alla grande ancora adesso che son passati come minimo 15-18 anni (mica come spazzatura concettuale alla Roni Size che la ascolti adesso e ti imbarazzi per averla sentita allora), una piuttosto controversa svolta intimista nel 2001, uno scioglimento nel 2004, tre dischi solisti di Lou Rhodes che per onor di cronaca ammetto di non aver mai ascoltato, una reunion che non ricordo nemmeno quando sia avvenuta di preciso, un altro disco parecchio bello e questo Backspace Unwind uscito ufficialmente qualche settimana fa, ora che siamo nel 2014 ed il disco d’esordio dei Lamb è già maggiorenne e (si spera) vaccinato.

Che dire di Backspace UnwindBackspace Unwind è una meraviglia e al solito non se lo filerá praticamente nessuno. In breve, è quasi un bignami della carriera dei Lamb ma senza quell’innesto del pilota automatico e quei disperati tentativi di ripetere pedissequamente una formula che ha portato bene in passato tipici di chi è alla frutta e sta andando avanti utilizzando la musica solo come mero espediente per riuscire a pagare le bollette e i debiti vari (o il metadone, o il conto del medico, o gli alimenti dell’ex consorte, o gli psicofarmaci, o le puttane, o tutto quanto in un combinato disposto del tutto usuale nella figura della popstar-nemmeno-tanto-star in declino). La capacità compositiva c’è ancora tutta e i Lamb suonano incredibilmente freschi in un ambito in cui altri soggetti riuscirebbero solamente a risultare finti, posticci, disperati o addirittura patetici. Meno drum n’bass, più techno ed ambient, nulla di nuovo ma tanto non si inventa più nulla perché tutto è già stato detto, Andy Barlow e Lou Rhodes al meglio delle proprie possibilità. Quasi un miracolo. La chiudo qui e passo ad altro.

Intervallo: arriva un momento nella vita di un uomo in cui aumenta inesorabilmente il girovita. Si cambia forma e, nonostante tutti gli esercizi in palestra di questo mondo, diminuire il girovita è impresa durissima. Non si scappa perché è legge di natura. Deve essere la birra.

A proposito di fenomeni-tipo seconda metà anni novanta con ingente uso di elettronica assolutamente figlia di quegli anni: è uscito un album nuovo dei Subsonica intitolato Una nave in una foresta. Potrei anche fermarmi definitivamente qui ma vado avanti, perché certe cose è doveroso scriverle – dicevo, oggi che siamo nel 2014 è uscito un disco dei Subsonica che più che un disco è la solita scusa per poter poi fare un tour nei palazzetti dello sport/locali di medio-grandi dimensioni in cui si suona dal vivo, solo che a questo giro mancano decisamente i ritornelli paraculissimi da cantare braccia al vento / ascelle al vento / spinelli al vento (che figata utilizzare il termine “spinelli”, soprattutto nel 2014) / bottiglia di vino introdotta di sgamo nel locale al vento / zaino Invicta con le scritte fatte con l’Uni Posca / i pantaloni a righe / i Birkenstock anche d’inverno/ effetto Giamaica / parlare durante le canzoni che non ti interessano / fumare in barba ai divieti / vietato vietare / il comunismo / i professionisti degli aperitivi, della contestazione e delle tartine / questionare se ti fanno notare che stai disturbando / un paio di schiaffoni / la macchina rigata / nessun problema paga papà che ha un’azienza che scarica i rifiuti tossici chissà dove. Poco male, suoneranno quelle vecchie, tanto la gente a dire il vero è lì per quello, tanto la gente paga e bisogna accontentarla perché il cliente ha sempre ragione.

Conosco rimastoni che hanno visto quindici volte i Subsonica in concerto e continuano inesorabilmente ogni volta ad andare, in nome di un passato che non tornerà, in nome di un futuro che mai arriverà. Secondo me fanno bene, anche perché ho visto due o tre volte dal vivo la band torinese e mi sono sempre divertito tantissimo; i Subsonica sono un gruppo talmente figlio di un’altra epoca (no pc a casa, pc a casa ma con 56k, adsl con connessione ballerina, scoprire la musica davvero) che a scaricarlo oggi provi quasi un senso di tenerezza. Una nave in una foresta non è i primi due o tre dischi dei Subsonica però ci prova e a volte ci riesce pure (come in LazzaroDi Domenica, Specchio,  Ritmo Abarth), riuscendo comunque ben più che dignitosamente a riproporre un suono ed una capacità di scrittura – la sparo lì: elettronica anni novanta assolutamente figlia di meets canzone all’italiana, testi mediamente profondi, ritornelli appiccicosi, voce di Samuel Romano che a volte vorresti scappare via con lui in sella ad uno scooter truccato - che all’epoca in cui hanno iniziato a girare ce l’avevano solo loro (continuo però sempre a pensare che i Casino Royale siano arrivati davvero troppo in anticipo. Se solo fossero stati più scaltri, se solo avessero voluto sputtanarsi, se solo Giuliano Palma)(i Subsonica hanno portato avanti un discorso già iniziato dai Casino Royale, dai, solo che lo hanno fatto in maniera assolutamente personale e sono diventati i Titolari Assoluti di una cosa che è arrivata perfino al Festival di Sanremo) e nessun altro. C’è parecchio pilota automatico, ma ben nascosto ed in definitiva Una nave in una foresta mi piace parecchio. Poi magari i Subsonica tirano avanti solo per pagare le loro ingenti spese o al limite per onorare ogni tot anni il contratto con la loro casa discografica, però chi sono io per giudicarli? A quei livelli sinceramente farei lo stesso.

una per Morrissey che mi ha rovinato la vita

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Mi ha comprato con Everyday is like sunday Morrissey, molto prima che con gli Smiths, per la vita. Non ricordo per quale motivo avessi deciso di comprare il forato di Viva Hate, incombente e anodino tra il Julian Cope più rivenduto in assoluto (My Nation Underground, manco a dire) e un vinile Sarah a caso (non ricordo ora, potevano essere i Secret Shine come qualsiasi altro disco con copertina viola), senza conoscere minimamente l’autore, a parte una foto intravista di straforo su un vecchio numero di Deejay Show tra altre foto formato gigante, Afrika Bambaataa, gli INXS (questo il contesto); il prezzo basso, forse. Magari il caldo estivo, una morsa di torpore e umidità senza costrutto che attanaglia ogni cosa sopra l’asfalto per tre mesi all’anno ad andar bene, uno stato della mente che commercianti, studenti e occasionali turisti (per non dire degli autoctoni senza seconde case altrove) conoscono a menadito; probabilmente lo stesso caldo irragionevole che spinse Meursault a uccidere un arabo random. Quel che non potevo sapere: le ripercussioni, dentro di me, sarebbero state altrettanto irrimediabili, di diverse lunghezze più devastanti.

I primi due pezzi mi sono scivolati addosso, strani bozzetti appena accennati, idee allo stadio larvale di qualcosa che è già cominciato da qualche parte, cacofonico l’uno (Alsatian cousin), troppo breve e criptico l’altro (Little man, what now?); disorientamento, vago fastidio, immediatamente dimenticati. Nell’istante in cui la puntina ha attraversato i solchi del terzo in compenso, all’altezza del ritornello, ho capito di essere fottuto. Transfert attivato, indietro non si torna. Trovarmi di lì a qualche giorno in una situazione speculare al millimetro a quella descritta, che mai ero riuscito a rendere a parole, neppure a me stesso, gli stessi sentimenti a bruciare nelle vene come gasolio sopra un cerino acceso, non ha aiutato. Nascosto nel lungomare scarabocchio su una cartolina: “Quanto vorrei non essere qui”. Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare – vieni, vieni, bomba nucleare.
Merda, mi ci identificavo.
E il ritornello, anche: ogni giorno è come domenica, perché ogni giorno è silenzioso e grigio.
C’ero dentro. Fin sopra le scarpe.
Un incontro peggiore, forse soltanto Faust con Mefistofele.
Poi la seconda rivelazione: Late night, Maudlin street. Il punto di non ritorno. Come nell’istante in cui deflagra l’assoluta certezza di avere incontrato uno spirito affine: può andare come può finire a sfregi, l’essenziale è che non lo saprai mai prima di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo, e da quel momento in poi comunque vada sei inerme. In ogni caso. Difese giù, fate di me ciò che volete (non so perché stia usando il plurale ora, rivolto a chi poi; decenni di pessima critica e pessima letteratura la risposta più sensata). Da allora, per molti anni, ogni parola portasse la firma di Morrissey, e intendo letteralmente ogni parola, è stata per me giusta, vera e santa a prescindere. Non esiste suo pezzo dentro il quale non sia morto male innumerevoli volte, ascolto dopo stramaledetto ascolto. Potrei elencare l’intero repertorio, a parte giusto qualche pezzo da Kill Uncle francamente troppo brutto per essere vero; il resto, in blocco, peggio dell’eroina. Voglio dire, letteralmente. Stessa dissipazione, stessa dipendenza, stessa rota. L’incantesimo si è finalmente spezzato con You Are The Quarry: troppi anni dal precedente Maladjusted (che già arrancava), qualcosa nell’ingranaggio si era spezzato, la macchina non era più a regime; oppure nel frattempo ero cambiato io. Si impara, prima o poi.

Non mi ha migliorato la vita Morrissey, anzi, direi piuttosto il contrario; me l’ha rovinata in maniera irrimediabile, irreversibile. Se oggi sono la persona che sono è anche per via delle sue parole, intercettate quando ero totalmente, drammaticamente vulnerabile, del tutto privo di qualsiasi strumento concettuale, scudo o sovrastruttura per saperle contrastare. Mi hanno reso un remissivo, semiautistico bastardo nel pieno degli anni formativi, autorizzandomi ad assecondare i lati più deteriori della mia personalità frantumata, abbracciarli fino all’ultimo senza riserve, nel momento in cui tutto ciò di cui avrei avuto davvero bisogno era roba dritta, ottusa, intollerante, da raddrizzare la schiena al più problematico dei bulletti di periferia, inchiodarlo all’angolo e farlo scappare piangendo. Tipo che so, gli Agnostic Front (scoperti comunque troppo tardi). Ma pure Rollins (altra epifania, sempre troppo tardi; in età prescolare ci voleva), che manco provava ad ammantare di bieco romanticismo intossicante il sentirsi danneggiato; te lo rinfacciava contro, centuplicato, ed era esattamente quel che mi sarebbe servito: scoprirmi danneggiato, e basta. Da lì le necessarie contromisure; mai la resa incondizionata prima ancora di cominciare. E invece Morrissey, con la sua voce querula e riverberata, da ectoplasma che sta per morire di noia, a dirmi cose che già sapevo benissimo; a innescare, ben prima che potessi rendermene conto, l’identificazione peregrina, insensata e letale (lui attore, io cavia; lui qualcuno, io nessuno), certificando come cosa buona e giusta ristagnare nel letame; archiviare ex ante come fallimento certo qualsiasi tentativo di contatto umano (nello specifico, How soon is now? Su di me, più danni dell’AIDS), la certezza matematica di incontrare solo merda sulla strada, e allora perché provare (altra storia, I am a rock di Paul Simon. Altri livelli. Valutazioni massimaliste richiedono esperienza per avere un senso, tanta esperienza; un passaggio che Morrissey, in malafede o meno, radicalmente bypassava. Ma cosa potevo saperne ai tempi). Gli Smiths poi, come passare dalla padella alla brace. Panic il primo contatto; per usare le parole di uno che, a saperlo, verrebbe a cercarmi per uccidermi a sprangate: And I tell you things that you already know, so you can say: ‘I really identify with you, so much!‘. Non stavo a Londra, né a Dublino o Dundee, ugualmente questo era lo stato mentale. Volevo davvero impiccare il dj perché le canzoni che passava non mi dicevano niente a proposito della mia vita. Chi non l’avrebbe voluto? Chi avrebbe scientemente ammesso di essere banale, uno tra i tanti, senza pensieri o problemi unici ed esclusivi (spesso percepiti come irrisolvibili)? E la spirale continuava ad avvitarsi, ogni pezzo un lasciapassare per coltivare e incentivare introversione e autismo, riconosciuto e legittimato come pratica sana, necessaria per elevarsi dalla massa. Motivazionale al contrario: la certezza che languire nell’inespresso e nell’incomunicabilità fosse alla fine cosa buona. Fosse cosa giusta. Fascismo puro, e della peggior specie. Fascismo autoindotto.

Impossibile quantificare il danno sulla lunga distanza. Più facile isolare i chiodi più acuminati nella bara: The World Won’t Listen (oppure Louder Than Bombs, le differenze in scaletta sono infinitesimali) – sempre stati un gruppo da singolo gli Smiths – quasi tutto The Queen Is Dead, in coda il resto, tutto il resto, fino alla più dimenticata delle B-side, alla più urticante delle Peel Sessions (in cui Morrissey spesso ulula peggio di un furetto scuoiato vivo. Autentico masochismo. Ma al cuore non si comanda, giusto?). Nessuna scusa: cercavo un alibi per sottrarmi a questo casino infernale, eccolo servito su un piatto d’argento. A small victory: non ero solo. Senza domanda, inutile ci fosse offerta; gli Smiths tengono banco tuttora.
Mi ci sono voluti anni per uscire dal loop; i segni ancora li porto addosso, fino all’ultimo. Gli errori, una volta commessi, non si possono cancellare, e ciò che è passato non può essere cambiato; va solo accettato. Sa essere la sfida più impegnativa.

Ho visto Morrissey dal vivo tre volte. La prima a Firenze nel 1999, tour di Maladjusted; c’ero dentro, Cristo sulla croce mi avrebbe colpito di meno. Locale pieno solo a metà, lui già sfatto rispetto agli anni belli: chili di troppo, sguardo incattivito, consapevole di stare percorrendo l’arco di discesa, a suo modo eroico. Il gruppo un bulldozer, pezzi tiratissimi, sudore a secchiate; ripescaggi degli Smiths in quantità, per nulla scontati (London). Emozione da prima volta, ero pure stato a Firenze per la prima volta, in gita con la scuola, soltanto pochi giorni prima. Devo avere pianto abbracciando i miei amici e gente a caso, fratellanza con estranei come manco a un concerto dei Manowar. Ero convinto di stare dalla parte giusta della barricata. Un rito di passaggio, da cosa e soprattutto verso cosa non mi è chiaro tuttora. La seconda nel 2004 in uno dei peggiori festival nella storia dell’umanità (suonava dopo i The Rasmus, prima dei Muse, questo per dire il livello); drappelli di fan dei Muse alzavano cori irrispettosi, lui l’ha presa con stile (“Oh, we like Muse too”). Ne stavo uscendo, me la sono voluta comunque raccontare. Poi ha annullato senza motivo due date a Rimini, a meno di ventiquattro ore dall’inizio della prima; nessuna meraviglia, tra le sue bizze forse la più detestabile, ma quella volta ero già lì, avevo comprato il biglietto per entrambe rinunciando a cose tipo Philip Glass gratis a dieci minuti a piedi da casa. Non è piacevole sentirsi fregati, non lo è mai, ma senza una ragione, così a sfregio, è veramente il peggio. Da allora ho detto mai più. Col cazzo.

Questa è la terza. Mi sento più vecchio perché sono più vecchio, alla base una vaga e imprecisata idea di scendere definitivamente a patti con traiettorie di vita imboccate da mo’ e storie già successe, spesso veicolate dalle parole in questione. C’è la storia del cancro, per alcuni un valore aggiunto alla performance, il che dice almeno un paio di cose sulla miseria umana. Lui è lo stesso di sempre: un entertainer atemporale, asessuato (fin dalla semantica: Morrissey, non determina niente, potrebbe determinare chiunque), imprigionato in questo mondo e in questo corpo per qualche strana congiuntura astrale, Ziggy Stardust ma sul serio, senza mascheroni farseschi a ilustrare ai ciechi, l’ambiguità una faccenda ben più sottile, carnale, pregnante (Speedway il manifesto, sempre in repertorio), il sarcasmo la sola arma per contrastare l’entropia (anche stasera ne sparerà a bruciapelo almeno un paio da far impallidire Lenny Bruce).
Apre con The queen is dead e mi rendo conto all’istante che resistere è più che inutile: non ha alcun senso. Quando parte a tradimento (mi ero scordato di quel passaggio) life is very long, when you’re lonely mi esplode in faccia la consapevolezza che tutto è rimasto uguale, esattamente uguale: sanguino ancora dove devo sanguinare, quel che mi metteva in ginocchio quando ero un ragazzino mi mette in ginocchio ora, frasi che erano coltellate nella carne restano coltellate, and so on and so on. Nulla è cambiato.
I pezzi nuovi non mi dicono niente della mia vita, assolutamente niente, ma quelli vecchi sono sale grosso cosparso a piene mani su ferite ancora spalancate: devono dilaniarmi e mi dilaniano, come ieri, oggi e certamente dopodomani. How soon is now? è ancora il pezzo dentro il quale morirei all’istante, nonostante ora sia una persona diversa: più le cose cambiano più restano le stesse. Risveglia ancora i ricordi più brutti della mia vita, che sono sempre lì, mi guardano e aspettano. Altri pezzi nuovi, tempo che deve passare, e passa; video Jacopetti style su Meat is murder per destabilizzare le anime belle, poi i bis. Asleep, come sopra, tagliarsi le vene in verticale non è più un’opzione. L’ultimo pezzo in scaletta è Everyday is like sunday e questa cosa ha un senso profondo per me, a volercelo trovare: un ciclo che si conclude, un altro conto chiuso, e si ricomincia. Fino alla prossima.

un concerto degli Helmet

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In Romagna il verbo rimanere è transitivo, forse perché siamo dei signorotti e dei capitalisti del cazzo, forse perché siamo degli ignoranti, comunque per noi dire ho rimasto due cose da scrivere prima di andare a dormire è normale. C’è anche un significato specifico del verbo che ne prevede l’uso intransitivo. Quando dici che qualcuno c’è rimasto puoi intendere tre cose. Si dice c’è rimasta di una ragazza che è stata messa incinta per errore in giovane età, di una persona che rimane di stucco di fronte a qualcosa che succede e di una persona che è stata segnata per la vita, in negativo, da un singolo momento. Ci sono quelli che ci sono rimasti dopo essersi calati una pasta malfatta o dopo essere stati scaricati da una ragazza di cui erano innamorati persi. Passano il resto della vita a non gettare l’ombra per terra, camminare con la testa bassa o venire sfottuti da gente che non conoscerà mai un briciolo di quella sofferenza effimera. Esiste un termine per designare la categoria sociale di riferimento: rimastone. I rimastoni sono quelli che portano i jeans con la vita alta e le camicie brutte abbottonate fino in cima, quelli che avete fatto ubriacare a una festa tra compagni di liceo per ridere di loro e scattargli una foto. E loro che ingoiavano la vodka alla pesca del discount per sentirsi accettati. Negli anni del liceo, comunque, è tutto perdonabile e modificabile. Dopo, rimanerci è fatale.

Stasera qui c’è un raduno di rimastoni. Sono rimastoni consapevoli, forse persino fieri di se stessi: hanno ascoltato un disco vent’anni fa, ora sfiorano i quaranta e continuano a considerarlo una parte importante della loro vita (o quantomeno della loro cultura). I rimastoni presenti hanno barbe e capelli lunghi, un principio di calvizie sulla cerga (romagnolo) e pantaloni larghi sdruciti dal tempo. Qualcuno che fiuta l’aria e cerca la musica c’è, ma il novanta per cento è composto da questa gente. Hanno ascoltato gli Helmet nel ’96, o nel ’94 o nel ’92, poco importa. Ci sono andati sotto e hanno continuato semplicemente a perdere occasioni di cambiare la loro vita, di diventare gente. Entri nel locale e se non stessero sudando come dei maiali ti farebbe un effetto tipo David Lynch. Quasi tutti maschi, la quantità di ragazze presenti è simile a quella del ’96: forse venticinque in tutto il locale, rughe che scavano visi troppo truccati e vestiti tra casual e gothic. Qualche rimastone è riuscito a limonarci al Dynamo Open Air, hanno affittato una stamberga e fatto un figlio. Stasera lui o lei hanno spostato un milione d’impegni e raccontato frottole per andare a vedersi gli Helmet. Guardano passare le once were ragazze e ci fanno un pensierino. Io faccio tardi perché ho dovuto fare il bagno alla bimba. Mi fa effetto entrare nel locale e rendermi conto nel giro di un minuto che se facessero una classifica della miseria umana basata sull’aspetto fisico, finirei nel gruppo quelli che in qualche modo sembrano essersela cavata. Forse è solo indulgenza mia; quel che è certo è che l’unica persona presente che s’è conservata con un minimo di criterio si chiama Page Hamilton. Magro come un chiodo, balla dentro una t-shirt troppo larga e schianta la chitarra con quegli assoli che sembrano un coro di campane. Il gruppo gli va dietro menando braccia e gambe, piegati sugli strumenti come se domani fosse day-off. Dopo qualche volta che li hai visti il live è prevedibile ma comunque cattivissimo: tutto come ci si aspetta, finale da urlo, Unsung Just Another Victim Meantime. Domani sveglia presto che c’è da andare a pagar bollette in posta, un vernissage nel pomeriggio, un tizio a cui hai promesso di sistemare la grondaia in nero e un calcetto. Due tizi stranieri, magari son marito e moglie, ballano dilaniati dall’alcol davanti a me. Hanno quarant’anni e qualcosa e magari una bella storia da raccontare che non ascolterà nessuno. Rimastoni.

piccoli fans: ROYAL BLOOD

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Penso spesso al fatto che non so quale musica piaccia a chi ha quindici anni in meno di me. Non ho cognizione di causa per quanto riguarda un sacco di generi (che so, il reggaeton); quella di cui so qualcosa, non la capisco. Quando dico che non la capisco sottintendo che il problema sia mio e non della musica, ovviamente: posso continuare a lamentarmi per decenni, cosa che tutto sommato non ho intenzione di fare, ma non la capisco comunque. Si applica a qualsiasi campo dello scibile musicale, in un modo abbastanza orizzontale e democratico: non capisco il rap italiano degli ultimi anni, a parte qualche sporadica eccezione costruita più o meno ad arte per quelli come me; non capisco l’IDM contemporanea a parte certi rimastoni di cui ho semplicemente passato troppo tempo ad ascoltare i dischi; non capisco l’indie-pop tra il catecumenale e l’inesistente dei vari Alt-J, non capisco il power metal anabolizzato dei gruppi alla Protest the Hero, non capisco questo sentore generale secondo il quale nel doom metal e nello sludge stia succedendo qualcosa di interessante, e via di questo passo. O meglio, in fondo credo di capirla, ma credo anche che sia musica di merda senza spina dorsale.

Un meccanismo c’è ma l’hanno messo ben nascosto (cit.)

Voglio dire, il mercato su cui la maggior parte di queste musiche si sviluppa è un mercato sostenuto dalla ricerca. Qual è la molla che ti spinge (ideo/logicamente)ad ascoltare la roba che non passa per la radio e la TV? Chi è che si sveglia un giorno alla ricerca di roba meno impegnativa di quella che passa su Virgin o su Radio2? Ci perdo la testa. I Royal Blood me li sono trovati dentro l’hard disk da qualche parte mentre ragionavo su tutto questo. I Royal Blood sono un duo di Worthing (Inghilterra meridionale), hanno probabilmente 25 anni e suonano IL ROCK. IL ROCK, maiuscolo e senza nessuna aggiunta dopo, è un genere molto preciso e puntuale di musica rock. È quello che viene suonato nelle discoteche rock in serate che si chiamano con nomi tipo “a tutto rock” o “rockarolla”, nelle birrerie riempite a cover band in cui tutti hanno il portafogli con la catena, sulla già citata Virgin Radio o luoghi culturali affini. IL ROCK è uno sconclusionato miscuglio di sottogeneri messo insieme da vent’anni di ricerca della canzone perfetta, una domanda che nessuna persona intelligente ha mai posto ma per la quale un sacco di persone perlopiù idiote hanno una risposta (Smells Like Teen Spirit, Fortunate Son, Blitzkrieg Bop, Stairway to Heaven, Boys Don’t Cry eccetera). Me compreso, ovviamente, ché IL ROCK forse non è il mio genere preferito ma è quello con cui siamo tutti partiti e quindi quantomeno un linguaggio comune. IL ROCK è una musica molto maschia ed egualitaria, nel senso che se guardiamo al consumo finale non c’è moltissima differenza tra Ligabue e i Depeche Mode (se invece guardiamo al valore artistico, all’interno del paradigma critico contemporaneo la differenza tra Ligabue e i Depeche Mode è davvero l’ultimo dei problemi). IL ROCK è quella cosa di cui su base semestrale si intona il funerale e si canta la rinascita, perché in fin dei conti basta il flop di un dinosauro per parlare di morte e un video con due milioni di hit per parlare di risurrezione. IL ROCK si nutre del sangue di milioni di fedeli, radunati perlopiù in arene stracolme, riconoscibili dal fatto che nelle prime file sventola una bandiera dei quattro mori, luoghi in cui la birra scorre copiosa ed annaffiata e per pisciare in un cesso chimico devi fare trentacinque minuti di fila. Come quel numero di Lazarus Ledd che forse si chiamava METALLICA e un artista di nome BELIAL invocava Satana facendo recitare una preghiera collettiva a settantamila persone in uno stadio. Ecco, la principale differenza tra BELIAL e i Royal Blood è che i Royal Blood alle primarie del PD avrebbero votato Matteo Renzi. Suonano basso e batteria come i Lightning Bolt, ma più che Load etichetta somigliano a Load disco dei Metallica, nella fattispecie il primo minuto della prima canzone di Load, quello SBRANG SBRANG anabolizzato, non so se avete presente. Il principale valore narrativo aggiunto è che souonano in due, scuola white stripes/minimalismo rock/essenzialità. Il pezzo tipico che viene scritto sui Royal Blood è “sono due ma sembrano cinque”. Si sottintende che nonostante una formazione che sulla carta è handicappata, il gruppo ha un suono più o meno completo.

(il fatto di essere in due e sembrare un gruppo completo è interessante fino al terzo gruppo che si presenta in formazione a due. Cinque per i fanatici del minimalismo, toh. Poi capisci che tutto sommato i gruppi di due elementi con un disco su un’etichetta di cui qualcuno ricorda il nome suonano tutti completi in qualche misura. Gruppi con un senso musicale preciso e un valore artistico variabile.)

I Royal Blood si inseriscono grossomodo su questa linea di pensiero: il loro senso musicale è sicuramente compiuto, il loro valore artistico è inesistente o, uhm, non colto da me. Alle mie orecchie suonano come il gruppo perfetto per chi si massacra il corpo di tatuaggi maori senza avere la minima idea di cosa significhi quel che ci si è tatuati. Non è un male assoluto, e non è un bene massacrarsi di tatuaggi maori sapendo cosa ci si è effettivamente tatuati (a pensarci l’unica risposta sensata che si può dare a uno che passa venti minuti a spiegarti cosa significa il suo tatuaggio è “ikr”); viene comunque da chiedersi quanto abbia senso perdere venticinque minuti dietro a musica che nella migliore delle ipotesi tra cinque anni avrà prodotto una hit minore stile Lonely Boy, e nella più ragionevole delle ipotesi nemmeno quella. Volendo essere ragionevole mi conviene liquidare il tutto sussurrando tra me e me che non la capisco e che è un bene che sia così. se avete diciott’anni, magari, scrivetemi una mail e spiegatemeli. Se ne avete trentacinque rimettete sul piatto gli Orthrelm e vaffanculo.

LIRBI edizione speciale – BCUHMESSE 2014

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La crisi del libro, la morte dei lettori, l’e-book e la fine della parola stampata. Il crollo delle vendite, il quarto anno di crisi nera, il meno venti percento dei lettori e l’Italia ultimissima nella speciale classifica. Lanciano l’allarme un po’ tutti, un po’ tutti si agitano allarmati, il sindacato mondiale dei lettori, l’associazione degli scrittori, i puliscipenne e l’associazione italiana editori. Associarsi è la parola chiave, associarsi per trovare una forma nuova, associarsi come socializzare, scoprire i social come nuovi caratteri mobili, esplorare letture condivise e sociali e miniaturizzare lo spazio della pagina entro pochi frames. Rimettere al centro del libro il lettore, puntare sulla qualità, dis-connettersi e re-imparare la voluttà del polpastrello sulla carta. E l’educazione, ricordiamo l’importanza dell’educazione, la scuola non è più il luogo dove il professore ti insegna ad amare un autore, ma quello del selfie – e occorre rifondare la piccola editoria, dar più soldi alle gilde degli stampatori, reintrodurre il torchio, fare guerra totale ad Amazon, restaurare il libraio di fiducia come guida spirituale (maestro, complice) che ti consiglia sui libri

(non c’è un cazzo da consigliare sui libri, i libri da leggere effettivamente saranno pur tanti, ma pur sempre quantificabili in un numero finito affrontabile in una vita di lettore anche piuttosto breve – non so, dai 15 ai 40 ci sono 25 anni, ti fai 500 libri senza troppo sforzo, soprattutto considerando il fatto che quasi ogni libro arrivato a pagina 60 – 100, 140 per quelli più lunghi o lunghissimi – puoi dire di averlo letto, e quelli per cui c’è bisogno di arrivare alla fine, non so Stephen King, non so, Ellroy se piace il genere – a me no – alla fine si leggono facilmente; bè, ritengo non ci sia bisogno di nessun viscido libraio che ti sorprenda alle spalle mentre tu stai guardando tranquillamente gli scaffali ARCHEOLOGIA o RANOCCHIE, mettendoti in mano un Tenera è la notte qualsiasi  – sempre che ti metta in mano Tenera è la notte e non qualche sua scoperta recente, quello scrittore boemo o peggio irlandese (di lingua irlandese) o peggio italiano che ha le stesse chance di entrare nel Canone occidentale di quante ne abbia io di farmi eleggere al parlamento europeo; sempre che ti metta in mano Tenera è la notte, dicevo, perché altrimenti, oltre che inutile, il libraio sarebbe deleterio)

sono tornato dalla Buchmesse carico di sogni, idee e prospettive: nessuno dei quali relativo all’editoria, si tratta di roba che avevo già. La Buchmesse di Francoforte i sogni te li toglie, la Buchmesse è un enorme spazio popolato da donne o uomini, tedeschi oppure vestiti con abiti di foggia spagnola (quel design tondeggiante amato dagli operatori del MERCATO DELLA CULTURA) oppure non europei, tutti lì per lo stesso motivo, dire/ascoltare cazzate come quelle elencate all’inizio, e compravendere diritti di traduzione di libri inutili in furiose trattative di mezzora l’una. In preda a una trance isterica, ho preso parte ad alcune di esse, mentendo su particolari irrilevanti pur di farla breve (“You are not Roman are you?” “No, no”), esprimendo una forte simpatia per filippini, argentini e rumeni (non che sia vero il contrario, ma insomma), venendo maltrattato da un indiano e conversando in inglese alla velocità della luce, il mio inglese che si disfaceva nel corso dei minuti, così che le conversazioni iniziavano con me che dicevo I’M PLEASED TO MEET YOU (“meet you” pronunciato MICCIA come gli inglesi veri) e terminavano con un diverso me emettente suoni tipo SBOTTH SBOFF, del tutto incapace di rispondere a domande di puerile facilità tipo “Allora ci mandi tu una email o vuoi che ti scriviamo noi?”. A un inglese, un agente letterario, un vecchio lupo di mare che sembrava leggere nella tua cazzo di mente prevedendo con esattezza il tuo sciocco business plan, ho cercato anche di fare la battuta, volevo dire, oh scusi per il fatto che sto dimenticando l’inglese mentre parliamo, ma mi è uscito solo SOOO SBOTTH, e lui ha guardato il pavimento, e poi lo ho guardato anch’io, e non ho capito in fin dei conti chi debba scrivere a chi, dopo.

Avevo letto, nei commenti al mio albergo, che Francoforte era una città di merda piena di tossici pericolosi, e non ci avevo creduto. Francoforte è in realtà una città di merda piena di tossici pericolosi e altra feccia non tossica. Giovedì sera pioveva, a me si è rotto l’ombrello mentre uscivo dalla Fiera, e mentre ero lì che traccheggiavo sono stato assalito da tre tizi che si fingevano poliziotti, e preso dal panico sono fuggito su uno stradone gigante chiamato mi pare EUROPASTRASSE, voltandomi patetico per vedere se mi seguissero e totalmente incapace di fare altro che andare alla deriva nel buio, sotto la pioggia e cieco (avete presente, se portate gli occhiali, cosa significa l’acqua sulle lenti?). Sempre che non fossero davvero poliziotti.

Quello che si presentava alla Fiera la mattina successiva, con indosso una giacca bagnata (“Have you been attacked and chased in the rain all along Europastrasse?” “No, no”), era ancora un altro me, spogliato dei più elementari requisiti di umanità dopo l’ultima notte, un me attaccato, un me fuggito, un me arrivato a piedi attraverso la città più marrone d’Europa. Giusto il tempo di mentire ai gentili ragazzi che effettuavano un sondaggio per lo staff (“Hai trovato utile il fatto che col biglietto della fiera i mezzi pubblici fossero gratis?” “Yef” – mi viene sempre la zeppola quando sono in imbarazzo) e di provare il mio tedesco al bar (“Einen Kaffee bitte” “[Qualcosa in tedesco]” “SBOOOOTHH”) ed ero di nuovo nel gorgo degli appuntamenti. Ho fatto battute (in parte capite), sorriso genericamente, disposto con liberalità di un potere decisionale non mio, prima di ritenermi soddisfatto e buttarmi catatonico su una panchina, aspettando che il tempo passasse, gettando parte dei cataloghi e dei biglietti da visita ricevuti.

La Buchmesse è, prevedibilmente, una perfetta sintesi del mondo, a sua volta perfettamente riflesso nella sua editoria. Gli inglesi e gli accademici del mondo civilizzato sono allo stesso tempo rigidi e, in qualche modo, divertiti – una CAMBRIDGE che ti spara IL CAZZO DI SCUDO COI LEONI, ancestrale e antichissimo, in formato gigante, è la stessa che poi propone la storia culturale delle bacchette cinesi – il che è lieve, cazzone, benché – immagino – scientificamente irreprensibile, proprio come è la senescente élite culturale occidentale. Gli americani sono in genere affabili e multiformi, i tedeschi miti e assassini, i giapponesi hanno dei tagli di capelli da paura ma sembrano irrilevanti, e la Francia se ne sta lì, in un padiglione appartato, a farsi con eleganza i cazzi suoi. Ho scoperto che gli indiani, come i ciccioni, sembrano buoni e dolci ma sono in realtà dei pezzi di merda (un indiano mi ha trattato male e da questo traggo una generalizzazione che trasmetterò ai miei figli), che i filippini sono dei grandi e sanno pronunciare la F se vogliono, che esiste un’editoria persino in Nigeria e che gli arabi pubblicano libri tutti uguali sulla vita degli sceicchi (gli arabi hanno l’aria di pagare i redattori 50 euro all’ora, e perciò dichiaro che IL GOLFO È UN’OPZIONE – questo prima di trasferirmi nel Golfo e scoprire che le case editrici hanno uno staff di stranieri pagati in ciotole di grano e costretti a spostare i caratteri di stampa – ancora in piombo – con le ciglia). Gli italiani sembrano star lì e aspettare contributi di stato. Quello che accomuna tutti è una generica frenesia, che non mi sembra avere altri contenuti oltre al tentare di dare l’impressione che, a fronte di questo COSÌ NON VA MA NESSUNO SA DOVE ANDARE che sembra dominare tutti, in qualche modo si sta procedendo per la strada giusta.
Le riflessioni di cui sopra, fatte con la faccia seria, sono messe lì giusto perché detesto quei pezzi autoreferenziali dei blog in un cui un nessuno qualunque racconta le sue insignificanti esperienze personali. Avevo il volo di ritorno alle sei di mattina, a 140 chilometri dalla città, e l’opzione più ragionevole mi era sembrata andar lì verso l’ora di cena e passare la notte buttato da una parte. L’esistenza  in aeroporto di un albergo con camere libere segnava l’evento di gran lunga più positivo della mia vita recente, redimendo all’istante i miei peccati e riempiendomi di idee e prospettive per un mercato editoriale in crescita (ho dimenticato tutto dormendo). Ho l’impressione che ci ritroveremo tutti a Francoforte tra un anno, e poi due e cinque, finché qualcuno non avrà LA BUONA IDEA, davanti alla quale sbalordiremo, prima di accodarci. C’era l’Oktoberfest in Germania, e sono entrato al gate riposato e bello tra file di tirolesi che dormivano sulle panche. Mi hanno suonato le scarpe al controllo, ma vicino a me in aereo c’erano due monaci induisti, con vecchi libri di preghiere rilegati, io stavo andando a casa, e niente, in fin dei conti, stava andando male.

CE LO CHIEDE L’EUROPA: Pop-Hoolista, il nuovo album di Fedez con ha una copertina che non ci si crede ma almeno suona contemporaneo nonostante tutto.

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Anna MAgni

La sparo subito, prima che sia troppo tardi: Pop-Hoolista, il nuovo di Fedez, è un disco talmente sbagliato da risultare giusto – per un sacco di ragioni che forse elencheró o forse no. A livello di testi a modo suo è un disco politico e contiene calembour freschi e divertenti, però dietro a quelli ci sta una sfilza di luoghi comuni che ti fa quasi pensare che Fedez sia il nuovo italiano medio (mediamente informato grazie alla rete, mediamente sagace grazie alla rete, mediamente intelligente ed istruito, che guarda la crisi del Sistema-Paese dallo schermo di uno smartphone e pensa che forse un giorno grazie ad Internet risorgeremo) e la sua musica in fondo sia ciò che ci meritiamo davvero. Una copertina che più brutta non si può (copiaincollo a caso da Wikipedia: “Anche la copertina dell’album, in cui è raffigurato un poliziotto in sella ad un cavallo con un cono gelato spiaccicato in testa mentre con un bastone fa segno a Fedez, sdraiato a terra mentre vomita un arcobaleno, di rialzarsi, è un forte segno di protesta nei confronti del governo italiano” – personalmente io per protestare avrei scelto una copertina diversa, ma chi sono io per giudicare le copertine altrui?), belle melodie che anche dopo sei ascolti non riescono proprio ad entrarmi in testa perché non mi lasciano nulla -  però a questo punto forse dovrei sforzarmi di contestualizzarlo togliendomi 10, 15 o addirittura 20 anni di età (facciamo media, facciamo 15): se fossi un minorenne in cerca d’autore o un neopatentato Fedez mi sembrerebbe il massimo esempio di ribellione in campo socio-politico-musicale e sarebbe il mio idolo, ne sono sicuro (e comunque durante l’adolescenza ho ascoltato ed apprezzato cose ben più leccate, lo giuro); lo vedrei davvero come un Rappresentante dell’Italia Migliore, però in adolescenza sei contro al sistema ma crescendo diventi sempre più un Essere Prossimo a Giuliano Ferrara, ed allora finisci per giudicare il disco di Fedez solo per musica, copertina e testi al netto dei roboanti proclami contenuti nei comunicati stampa promozionali vari ed eventuali. Mi sono perso, è giunta l’ora di andare a capo.

 

Eppure, il miracolo: in un mondo musicale che – almeno a livello italomainstream – pare inesorabilmente rimasto congelato al 1998/99, con tanto di eventi dell’anno costituiti da un disco collettivo di Fabi-Silvestri-Gazzè (tra l’altro parecchio bello anche se, e sottolineo anche se) e dal nuovo album dei Subsonica (non ancora ascoltato, ma ad occhio e croce un disco dei Subsonica col pilota automatico ed una copertina che davvero non ci si crede), Pop-Hoolista di Fedez riesce nell’impresa di suonare contemporaneo come non mai. Musica e testi sono quello che sono, peró si sente che Fedez è uno sincero e ci crede, ed è da apprezzare lo sforzo che fa. Ce la mette tutta, è onesto, ci mette tutto se stesso e si sente. Il featuring di Malika Ayane è clamoroso, quelli di Elisa e J-Ax no ma non importa. I suoni sono davvero punk come annunciato da Fedez nelle varie interviste, ma punk come potrebbe intenderlo Billy Nutter l’amico di Jane stilista per caso (citazione colta) – basta solo regolarsi sui termini e non aspettarsi cose che non esistono – e dunque non c’è nessun problema, perché tanto dal settimo ascolto in poi mi ritrovo mio malgrado a canticchiare Generazione Bho (scritto proprio così, “Bho”) mentre sono sotto la doccia o mentre faccio la barba.

E, a proposito di interviste e notizie fresche fresche che probabilmente cambieranno il corso della storia o magari no: Fedez che scriverà l’inno del Movimento 5 Stelle per la manifestazione al Circo Massimo prossima ventura (sia nel senso di ventura che nel senso di Simona Ventura ex giudice di X Factor, e magari pure Ace Ventura che con Fedez ha in comune la predisposizione ad una certa mimica facciale). Mi viene subito in mente la terrificante copertina di Circo Massimo 2001 di Antonello Venditti (worst copertina ever) ma non c’entra niente ed allora posso solo dire che non ho nulla contro i pentastellati e con le scelte (anzi non-scelte, per dirla alla Fedez) di campo in quanto ho votato Movimento 5 Stelle alle Europee del ’99 e capisco benissimo cosa vuol dire combattere il sistema dal suo interno, anche a costo di rischiare di sputtanarsi per sempre. Apprezzo a prescindere chi ci mette la faccia e di espone per una causa, ma mi sono perso, è giunta l’ora di andare a capo, fare la doccia oppure fare la barba.

MEGAPIEGA

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“TOR-TEL-LINIII E BOC-CHI-NI, TOR-TEL-LINI E BOC-CHI-NIII”
Pierobon ne aveva appena parato un altro da distanza ravvicinata a EMILIO BENITO DOCENTE del Rimini e intanto Meggiorini aveva da poco iniziato a travestirsi da giocatore di calcio e metteva lì un gol fantasma per il Cittadella e poi quello della condanna a metà secondo tempo. E via ancora il coro sui tortellini e sui bocchini, io mica capivo dove fosse l’offesa per i romagnoli in quel coro lì, che alla fine son due cose belle e tu non litighi con la morosa impugnandoti la patta dei jeans e gridando “Downton Abbey e piscio da seduto” ma il senso è che quel Rimini lì era più forte di quel Cittadella là, perchè c’aveva Ricchiuti e da scemi avevano perso Vantaggiato. Però s’è goduto e si è andati tutti al Pepenero a festeggiare.
Perchè è così: la riviera è fatta un sacco dalla GENTE e DAI POSTI. E insieme si uniscono e fanno una polis greca avanti di duemilacinquecento anni con sei mesi di attitudine ultraestiva di figa, settore alberghiero di cemento condonato, aperitizi e bamba. L’Italia che ispira e che va in vacanza, praticamente.
Hemingway aveva Key West, il punk italiano ha l’Emilia Romagna e se i Distanti ci mancano un sacco la botta di culo è che la loro influenza è lì nelle robe nuove che escono. Non è questione di eredità, è proprio un solco di tradizione tracciato e c’è solo da seguirlo: è uscito il disco nuovo dei Riviera e si chiama Riviera, c’è ancora la tromba che tira su la pacca e il magone da vecchie foto di scuola.

Capolavoro da testa bassa e abbracciarsi forte, punk di sussistenza e autarchia sentimentale coi testi TUTTIVERI TUTTOMALE TUTTOBENE a la Giorgio che arrivano sempre lì dove devono arrivare, all’organo della malinconia derivativa con cui abbiamo imparato a galleggiare col sorriso e la sabbia in mezzo al culo, a tenerci lì dove dobbiamo essere e cioè ad ascoltare un disco che è talmente punk romagnolo che per capirne tutti i riferimenti e i risvolti bisogna avere poco più o poco meno di trentanni almeno. Quasi come per andare al Pepenero.

Facciamo che siamo tutti belli e bravi abbastanza da fare il pre-order da fallodischi, dai che “Risata” è il pezzo della vita.

Una cosa bellissima che non conoscevo fino a ieri sera

Insomma ieri sera trovo sul twitter di Pop Topoi questo video di God Only Knows, cantata da un sacco di gente figa in una cornice estetica barocchissima e forse un po’ caciarona (che ci sta, sia chiaro). Alla fine del pezzo mi sento così anestetizzato dalla spuma che mi sento di stemperare ascoltando la cover di God Only Knows fatta da Daniel Johnston. (migliorativa, o quasi)

Poi mi metto a cercare le altre canzoni che stanno nello stesso disco (un tributo integrale a Pet Sounds che si chiama Do It Again uscito su Houston Party). Non ci sono tante tracce sul tubo e manca la mia preferita dopo Daniel Johnston, Wouldn’t It Be Nice rifatta da Will Oldham e qualcun altro a nome Oldham Brothers. Non ricordo più a che punto, mi esce fuori questo video a destra. Sono le sole parti vocali di Sloop John B, stanno dentro il box quadruplo delle Pet Sounds Sessions uscito nel 1997. Non so davvero dire, al momento, se ho mai ascoltato una cosa più bella.

appunti casuali sul nuovo disco di Thom Yorke

TY

non è proprio un pezzo sul nuovo disco di Thom Yorke, è più una serie di cose che mi serviranno in futuro e che mi giravano in testa mentre ascoltavo il nuovo disco di Thom Yorke.

LA CRITICA ARTISTICA

Il nuovo disco di Thom Yorke fa cagare in modo rabbioso, ma questa è solo una parte del problema. Come quasi tutta la produzione di Thom Yorke nell’ultimo quindicennio, è un maldestro tentativo di esistere nello stesso universo di “musica interessante” da lui considerato, e per quanto mi riguarda esce con le ossa rotte sia nella sua definizione di “musica interessante” (dubstep depotenziato da aperitivo) sia nei risultati, che richiamano molto certe cose di Flying Lotus (non è vero ma sembra che tutto ultimamente ricordi Flying Lotus). Probabilmente Thom Yorke e i Radiohead una volta erano grandi scrittori di canzoni, ma è stato un sacco di tempo fa. Altrettanto probabilmente, quando il gruppo s’è cagato il cazzo di fare britpop, Yorke era quello che spingeva per suonare più contemporaneo e gli altri tiravano in direzione più easy-lounge-jazz-stocazzo – dal punto di vista intellettuale è ugualmente squallido ma un po’ più onesto, da cui il fatto che preferisco King of Limbs a qualsiasi altra brodaglia uscita dopo OK Computer. Difficile dire se Yorke abbia finito i pezzi da mane a sera o se sia così fissato col suo viaggio da grande artista da tenerli deliberatamente fuori dal disco; sta di fatto che su Tomorrow’s Modern Boxes c’è meno ciccia di quanta ce n’era nel già scarichissimo The Eraser e questa cosa lo rende un disco pop così privo di punto da rendere irrilevante la scarsa qualità della musica che c’è dentro.

LA MUSICA NON ALLINEATA

La musica che ascoltiamo definisce il nostro allineamento. Non c’è nessun evidente scarto culturale tra chi ascolta i Radiohead e Nicky Minaj, a qualsiasi livello (i livelli sono due, peraltro: la musica che ti arriva addosso e la musica su cui spendi soldi e tempo). Sostituendo a Radiohead e Nicky Minaj qualsiasi altro artista, a qualsiasi livello di considerazione critica e fatturato, il discorso non cambia. La visibilità all’interno di canoni culturali predefiniti e non-negoziabili definisce qualunque artista mi venga in mente in questo momento. Il processo di riscoperta di musica oscura a cura di etichette più o meno fighe, tanto quanto le awesome mixtapes del caso, ci mette di fronte all’esigenza di avere qualcuno che ci guidi e ci ispiri e si carichi il peso della revisione, togliendoci la briga di scoprire o riscoprire; ma è un circolo vizioso. L’opera di divulgazione della musica di artisti sconosciuti è di per sé stessa un’opera di inclusione all’interno di un sistema culturale esistente, magari anche in un punto specifico dello spettro cognitivo. Non è perché ascoltiamo tutte le musiche al mondo, è perché usiamo gli stessi strumenti per decodificarle. Quando ero ancora adolescente la critica aveva già iniziato da tempo ad adeguarsi all’opinione di maggioranza secondo cui la musica da ballo o quella fatta al computer (o altre definizioni, tutte ugualmente improprie) avrebbero mandato in pensione le chitarre e avrebbero mostrato il futuro. Vent’anni dopo l’unico traguardo che questa musica ha raggiunto è la nobiltà artistica/considerazione popolare che serve a farla finire a sonorizzare la pubblicità del budino, e qualche mentecatto che considera un progresso culturale la possibilità di avere pubblicità del budino con Kode9 al posto di Cristina d’Avena.

QUELLI CHE SCRIVONO

Ho letto un sacco di pezzi su Syro ma nessuno che mi abbia davvero aperto il cervello. La musica elettronica viene ancora valutata seguendo schemi di pensiero vecchi di quarant’anni e passa. Il grado di innovazione marginale, la dimensione divina dell’artista, il genio, la perizia tecnica, la capacità di innovarsi. Per prassi queste musiche vengono definite nuove, anche se sono nuove più o meno quanto le vecchie con cui si scontrano a viso aperto nelle stesse collezioni di dischi. Ribellarsi a questi sistemi di pensiero è quasi impossibile: il modo più sicuro è quello di pensare la musica liberandola dalla dimensione di prodotto, ma per la sua natura la musica che non è prodotto non entra nel discorso critico (non c’è nessuna ragione specifica a parte il fatto che non frega un cazzo a nessuno). In mancanza di meglio, le menti più illuminate (sedicenti) della nostra generazione continuano a discutere di concetti tipo marketing ed economia applicata. In casi paradossali tipo l’ultimo disco degli U2 c’è persino una spaccatura molto violenta all’interno della critica, tra chi giudica il disco come espressione artistica giudicando le canzoni (una dimensione che sospetto l’ultimo disco degli U2 non abbia, peraltro) e chi lo considera dal punto di vista dell’innovazione strutturale. In un caso o nell’altro la natura giornalistica della critica tende ad evitare lo scontro ideologico: la manovra in sé va giudicata sulla base dei risultati che otterrà, o potrebbe ottenere, smussata di ogni riferimento ideologico perché è un disco su iTunes e che vuoi che sia. Chi ci azzecca è un bravo analista, chi non ci azzecca ha occasione di riprovarci la settimana successiva in occasione del nuovo disco di Thom Yorke. Tra le persone che conosco ce ne sono DUE che potrebbero darmi un parere su queste faccende dal punto di vista del marketing, e nessuna delle due scrive abitualmente di musica.

LE PARENTESI QUADRE

[dal punto di vista del marketing, considerare l’operazione Apple/U2 è semplicemente fuori dal mio asse cognitivo. Cento milioni di dollari per un disco che, fosse finito nei negozi, al gruppo ne avrebbe fruttati due a andar bene. Ha senso questa cosa? È possibile pensarla? Nella prima settimana di vendite Apple ha venduto dieci milioni di iPhone, comprati da anonimi dementi che hanno gentilmente pagato ad Apple venti-venticinque dollari a testa per il disco degli U2. è anche incredibile pensare a quanti soldi c'erano a disposizione e a quanto poco arrogante sia la cosa per cui li hanno spesi. Voglio dire, al posto degli U2 avrebbero potuto prendere MILLE GRUPPI DECENTI e dare CENTOMILA DOLLARI A GRUPPO per mettere un disco in download, e con gli stessi soldi tutti quelli con un account iTunes avrebbero avuto UN DISCO FIGO E GRATUITO AL GIORNO per TRE ANNI, tutti pagati da sfigati con soldi in eccesso che fanno la fila per avere un iPhone la prima settimana. Ok, non c'entra]

I SOLDI

Thom Yorke  ha messo un disco nuovo su bittorrent e l’ha promosso dicendo “provo a fare una cosa nuova”. Colpevolisti e innocentisti si sono più o meno divisi sul grado di innovazione reale. Il grado di innovazione formale è bassissimo e non voglio parlarne perché non mi frega un cazzo a chi appartengono i file, sono FILE santiddio. D’altra parte Thom Yorke non ha mai fatto uscire il suo disco in esclusiva su BitTorrent, quindi per lui è una cosa nuova di sicuro. La cosa buona del disco di Thom Yorke, al di là di dove venga venduto, è che costa sei dollari. Sei dollari per un disco in mp3 sono un prezzo abbastanza onesto, molto più basso di quanto costerebbe lo stesso disco su iTunes e molto più alto di quello che la maggior parte della gente pensa che un disco debba costare. È un disco di Thom Yorke e venderà in quanto di Thom Yorke. Quello che paghi, nel comprarlo, è di sostenerlo come artista in prima persona. Nessuno grida troppo allo scandalo; chi non ha sei dollari a disposizione (li avranno usati tutti per l’iPhone6, non ho dati alla mano ma immagino che quelli che non dormono per comprare un telefonino di ultima generazione siano più o meno gli stessi che non dormono per tutto il periodo che va dall’annuncio all’uscita di un disco di Thom Yorke) può scegliere serenamente di pescarlo da qualche network illegale. Sei dollari bastano e avanzano a dare la distanza tra una campagna di successo e l’irritante accesso di spocchia di un montato.

EPILOGO

Non c’è, sono appunti a cazzo. Il nuovo disco di Thom Yorke fa cagare in modo rabbioso, ma questa è solo una parte del problema.