DISCONE: Miss Red – Murder

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Qualche dettaglio lo trovate in questa intervista su Fact: Kevin Martin viene invitato a suonare in Israele, la data va male, il giorno dopo viene infilato più o meno a caso in una festa dentro un bar, la gente va fuori di melone, a un certo punto una ragazzetta del posto sale in consolle e gli chiede di passarle il microfono. Kevin Martin glielo passa e trova un’anima gemella musicale. Da lì in poi inizia la bizzarra storia di Miss Red, attuale protegé di Martin e freschissima esordiente sulla lunga distanza con il mixtape Murder (lo scaricate qui). Questo per dirla come i giornalisti musicali. Avete presente quando uscì fuori il primo disco di MIA? Immaginatevela così, una versione per nerd scoppiati, The Bug al posto di Diplo, interventi di gente tipo Andy Stott o Evian Christ, tutto a caso meets tutto può succedere.

(Quando uscì tutto il casino su Borders avevo provato a scrivere una mia opinione sulla faccenda, ma ne era venuta fuori una questione etica molto pesante e complessa e la mia opinione sulla faccenda era che canzone e video fossero robaccia. Solo che su quel particolare argomento, e in quei particolari giorni, era davvero troppo difficile far capire che si può contemporaneamente pensare che MIA sia tutto sommato una bella persona e che abbia tutto il diritto di esprimersi e far sapere la propria voce su temi delicati come quello del video E che Borders sia una canzoncina di merda. O addirittura, che questa opinione su MIA possa essere appunto un’opinione, che so, una critica artistica, e non una visione del mondo. Non che sia la prima volta, eh. In ogni caso Murder mi serve anche come esempio al positivo: la roba per cui i primi dischi di MIA (i primi uno, ammettiamolo) mi aveva mandato fuori è la stessa che sta dentro questo mixtape di Miss Red: sensualità cinghiona, insensati atteggiamenti gangsta, Martin come sempre in buonissima, tutti che appizzano, la sensazione di una stella nascente, quella sensazione di possibilità infinite.

Cover migliorative – LOUIE LOUIE

(Estemporanea rubrichetta di cover migliori degli originali, postate a cazzo di cane)


 

“It is unknown exactly how many versions of “Louie Louie” have been recorded, but it is believed to be over 1,500 (according to LouieLouie.net)”. È ragionevole supporre che Louie Louie sia la canzone più rifatta della storia moderna, eccezion fatte le cover su Youtube. La versione più celebre rimane ovviamente quella dei Kingsmen, che già di per sé era una cover, ma quella che preferisco personalmente è la cosa sconvolta che metto qui sotto, registrata dalla joint venture Cato Salsa Experience/The Thing/Joe McPhee, e contenuta in questo disco pauroso uscito nel 2007 su Smalltown Superjazzz.

The perfect dream outlives the man

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Quando muoiono i Bowie la gente è abbastanza brava a trovare le parole, o almeno qualche mio amico le ha trovate ed erano le parole giuste o ti ci potevi relazionare o sapevi di cosa si stesse parlando, o forse erano solo bravi loro. I Sense Field li ho scoperti quando è uscito Building e per qualche anno ho cercato di passarli a un botto di persone, amici e parenti e ragazze e persone che pensavo avrebbero potuto apprezzarli. Credo che a nessuno di quelli a cui li ho passati abbiano fatto l’effetto che hanno fatto a me, così stasera non ho una vera e propria storia da raccontare, o sarebbe comunque una storia poco interessante che non avrebbe così senso leggere. La mia canzone preferita dei Sense Field si chiama Outlive The Man, dura meno di due minuti e una riga di testo dice “the perfect dream outlives the man”. Oggi si è saputo che Jon Bunch, il cantante dei Sense Field, è morto. Aveva 45 anni. Chiedo scusa a tutti quelli che ho asciugato con i Sense Field, mi dispiace se non vi son piaciuti, era una cosa mia.

100 canzoni italiane: LA FABBRICA DI PLASTICA

“Prova ad esser tu quel che non sei.”

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Ci sono tante storie che si vengono a incrociare dentro La fabbrica di plastica e quasi tutte valgono la pena d’esser raccontate. Una è la storia del cantante-ragazzino di successo che cova inaspettate aspirazioni artistiche, una è quella del rockettaro ruspante intrappolato nella morsa del commercio che a un certo punto decide di buttare la carriera al cesso e fare di testa sua. Un’altra è quella della lotta tra mainstream ed alternative, delle sue varie implicazioni, dell’appropriazione culturale, del punto di rottura, delle soluzioni di compromesso. Un’altra è quella che segue le relazioni pericolose tra musica pop e desiderio di autodistruzione. Certo, sono storie all’italiana, quindi sono quasi sempre depotenziate e segnate da un giusto compromesso tra gloria eterna e noia mortale. Del resto il rock non è mai stato affar nostro, ci siamo arrangiati come potevamo, abbiam provato a darne una versione alla pizzaiola che valesse la pena d’esser raccontata da Bolzano in su, e il più delle volte abbiamo cannato alla grande.

La storia pubblica di Grignani inizia nella sezione Nuove Proposte del Sanremo 1995, l’edizione stravinta dai Neri Per Caso e Le ragazze. Grignani, un ragazzo di Milano che all’epoca non ha ancora compiuto 23 anni, arriva a metà classifica, ma la sua canzone inizia a funzionare in giro per le radio e diventa una specie di caso nazionale. Ha la vocina dolce da angioletto, un viso da mandar fuori le ragazze, i capelli lunghi e quel look un po’ clochard-chic che starebbe bene addosso a Layne Staley quanto a una comparsa di 90210. Il singolo successivo, La mia storia tra le dita (con cui si era già presentato a Sanremo Giovani l’anno precedente), funziona anche meglio del primo, e l’album d’esordio del cantante diventa un best-seller che esce anche in versione internazionale e arriva a sfiorare i due milioni di copie. Grignani è un personaggio strano, un tizio un po’ schivo con lo sguardo torvo che parla la lingua dei giovani, si scrive le canzoni e sembra sempre in procinto di fare una mattata. Sarebbe la cosa più vicina a una rockstar concepibile in Italia a metà anni novanta, ma la musica contenuta nel disco (oggettivamente, un cantautorato pop sanremese ultra-convenzionale), unita a quell’immagine grungy, lo fa sembrare un imbucato alla festa degli altri.

 

Ma nei mesi dell’esordio non sappiamo molto di lui. Come scopriremo in seguito, a dispetto del successo di Destinazione Paradiso, Grignani è il primo ad avere riserve sul proprio disco: poco controllo artistico, tante interferenze dei piani alti, il successo improvviso, l’etichetta che lo costringe a presenziare a programmi TV e contesti con cui si sente non entrarci niente. Finito il giro delle trasmissioni, se Nei mesi di blackout che precedono l’arrivo del secondo disco, iniziano a circolare persino voci sulla sua morte. Grignani, al contrario, è vivo e vegeto e sta lavorando a un disco che gli somigli davvero.

dieci canzoni ispirate e sofferte, nei testi e nelle trame strumentali, dove feedback, distorsioni, ritmi accesi e atmosfere anche inquietanti azzardano la difficile contaminazione con un pop italiano quasi solo nelle parole. Un lavoro coraggioso, quindi, che oltre a introdurre suoni senz’altro inconsueti e stimolanti nel putrido panorama della musica autoctona di largo consumo riesce persino, seppur non in tutti gli episodi, a rendersi credibile.

La fabbrica di plastica esce nel 1996. Quelle sopra sono parole di Federico Guglielmi, scritte all’epoca sul Mucchio e ripubblicate ora sul suo blog, assieme ad un’intervista in cui il cantautore si scaglia contro la sua etichetta per quello che lo ha costretto a fare per il disco precedente e dichiara manco troppo implicitamente l’intenzione di far tabula rasa con il passata. Non che sia così necessario far parlare Grignani fuori dalle sue canzoni: La fabbrica di plastica è brutalmente autobiografico, una buona metà dei pezzi parla dei suoi problemi con il successo, la traccia che dà il titolo al disco parla dell’incapacità di essere a proprio agio nel personaggio cucitogli addosso. Musicalmente siamo dalle parti del pop rock che funziona in quegli anni a livello internazionale, un po’ a metà tra britpop modernista/anabolizzato alla The Bends, grunge di terza generazione e quella roba vagamente industrial stile colonna sonora del Corvo. Musica che ha un suo pubblico fatto di folle sterminate ma perlopiù residenti dall’altra parte dell’Atlantico, che non ha alcun corrispondente in Italia.

In linea di principio sono storie che ci piacciono molto. Intendo, quelle che hanno a che fare con la catarsi, la liberazione, la riconquista del proprio spazio. All’atto pratico però sono storie che ci piacciono solo quando finiscono bene, quando il protagonista sposa una modella o pubblica dischi di successo. C’è quel monologo bellissimo del barbone (Tom Waits) nelLa leggenda del Re Pescatore, presente? “Uno va a lavorare otto ore al giorno sette giorni la settimana e si sente le palle così strizzate in una morsa che comincia a contestare l’essenza stessa della sua esistenza. Poi un giorno prima di staccare il capo lo chiama nel suo ufficio e gli dice, ‘ehi Bob, vieni un momento qua e dammi una leccatina al culo’. Lui pensa, chi se ne frega, sarà quel che sarà, ho proprio voglia di vedere che faccia fa quando gli pianto un paio di forbici nel braccio. Poi pensa a me e dice ‘un momento, ho tutte e due le braccia e le gambe, non devo mendicare per vivere’. E stai pur sicuro che Bob mette giù le forbici e tira fuori la linguetta. Vedi, io sono una specie di semaforo della morale.” Il sogno incredibile di un ragazzo-copertina che voleva smettere canzoncine romantiche per ragazze qualunque si schianta contro la realtà di un insuccesso scottante: La fabbrica di plastica, pur trainato dal nome e dalla faccia di Grignani, vende 150mila copie a malapena, nemmeno un decimo di quel che aveva venduto il disco d’esordio.  

 

All’atto pratico La fabbrica di plastica è una mezza misura, un personaggio in cerca d’autore, una cosa non-collocabile che non sembra piacere a quasi nessuno. Dietro i complotti sulla mafia che governa le programmazioni delle radio c’è anche un briciolo di senso comune: le chitarre non entrano, non hanno senso, non servono a nessuno; e in Italia i soldi veri li fai passando alla radio. Che è un’equazione abbastanza facile da risolvere, niente di complicato. Sopra l’arrangiamento de La fabbrica di plastica, canzone, ci si può cantare la melodia di Destinazione Paradiso senza problemi, il che rende la rivoluzione copernicana di Grignani una questione di alzare il volume e basta. Del resto la seconda metà degli anni novanta è invasa di queste mezze misure, perlopiù accolte da una stampa ultra-favorevole: il discorso secondo cui dietro l’esempio di Marlene ed Afterhours era possibile ripensare il rock indipendente italiano secondo un’ottica cantautorale, o ripensare il cantautorato tradizionale secondo un’estetica indie-rock. Da questo punto di vista, certamente, La fabbrica di plastica ha un valore storico incalcolabile. È il primo vero esempio di uno scricchiolamento del sistema di valori che reggeva il mainstream, il suo primo tentativo di giocare secondo le regole dell’alternative e mutuandone parte del linguaggio. Quello che è più pazzesco è il posto da cui è venuto fuori tutto questo, la mente di un ragazzo-copertina che ogni previsione dava per un bamboccio.

A riascoltarlo oggi, il disco fa quasi tenerezza. Il tempo è stato poco clemente con questo genere, persino i capolavori (che so, Mellon Collie, roba così) sono relativamente snobbati e rispettati più che altro in ossequio a questi anni. La totale autoreferenzialità delle liriche, unita all’unicità del personaggio-Grignani, lo rende un disco con cui identificarsi è quasi impossibile. E forse è questo, più che il volume e il boicottaggio delle radio, il principale motivo per cui La fabbrica di plastica non ha mai fatto breccia nei cuori del pubblico grosso. Forse è stato Grignani il primo a capirlo: il suo disco successivo, Campi di popcorn, è già una mezza inversione di rotta, testi spostati sulla metafora spinta, canzoni che si trastullano spesso con arrangiamenti acustici; tutt’altro che un brutto disco, sia ben chiaro: anzi, nella sua forma così compromissoria, dal punto di vista artistico è forse il suo miglior disco e sicuramente il modo più accurato di descriverlo. Ma nei suoi solchi è già chiara l’inversione di rotta, l’abiura, il ritorno all’ordine e tornare ad essere quel che non s’è. Al di là degli sporadici ripescaggi della critica che ne sa, del Grignani alt-rock non frega comunque nulla a nessuno: qualche anno dopo compare in quel videoclip circondato da decine di ragazze scosciate, e guarda la telecamera promettendo fermamente di rasarle l’aiuola, nessuno ha un cazzo da ridire. Le storie di alcool droghe e concerti mandati in merda erano già iniziate, e oggi non si contano più; forse era inevitabile che diventasse un meme, uno di quelli che tornano a far notizia per una mattata, un pasticciacciobbrutto o chissà che altro. A differenza dei Povia e delle Del Santo e tutti gli altri fenomeni da baraccone su cui ci piace accanirci, tuttavia, Grignani sembra ancora avere un altro proiettile in canna, una canzoncina più buona di quel che t’aspetti, una cover degna di nota, una scusa plausibile per la sua ultima cazzata. Un giorno forse ci accorgeremo che è stato davvero uno dei più grandi. Speriamo che per lui non sia troppo tardi.

SERMONI#5 – POLIZIA

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SERMONI
ogni mese 5 minuti tra radio, spazzatura di youtube e diario di bordo
di Johnny Mox
In questo episodio:
Bruno Dorella (OvO, Ronin, Bachi da Pietra)
Dario Maggiore (La Crisi, Thunderbeard)
John D. Raudo (Marnero, Donna Bavosa rec.)
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Krs One – Sound of da police
The Clash – Police on my back
MO-DO – Eins, Zwei Polizei
John Holt – Police in Helicopter
Smart Cops – Il Cattivo Tenente
Sepultura – Policia
Junior Murvin/The Clash- Police & Thieves
NWA – Fuck the Police
Black Flag – Police Story
Millions of Dead Cops

DSICHI – David Bowie, “Blackstar”

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Avevo scritto questo parere non richiesto proprio nelle ore in cui Bowie stava morendo, e trovo oggi che la frase internettiana e sgargiula che avevo scelto come incipit, “Ascoltare un disco di Bowie è come quando un orientale ti guarda negli occhi: sai che vuole qualcosa da te, ma non sai di cosa cazzo si tratti di preciso, EHI AMIGO, abbiamo riferimenti e valori del tutto diversi”, suoni oggi orrendamente irrispettosa. Non irrispettosa nel contenuto – che peraltro mi sarebbe servito a introdurre il concetto che Bowie (leggere quanto segue con voce da fattone) cioè no insomma cioè vive tipo hai capito in un mondo tutto diverso ma cioè fico tipo no – ma nel fatto che c’è davvero poco da scherzare, sul rock, sulla vita, e soprattutto su un grande eroe e villain del pop da classifica scomparso prematuramente e così d’improvviso; nel fatto, cioè, che internet nel suo essere un’applicazione generalizzata e conformista della più cinica leggerezza è di per sé offensivo e almeno quando muore qualcuno potremmo risparmiarcelo. Francesco mi diceva l’altro giorno che non sopporta tutto questo hype che c’è a ogni disco di Bowie, roba che ho riscontrato un po’ anche io, cose tipo “Ehi! Il nuovo di Bowie è un CAPOLAVORO ASSOLUTO!”; cose tipo che, contrariamente a quanto succede per gli altri (non scrivere “mostri sacri del rock”, non scrivere “mostri sacri del rock”) mostri sacri del rock, il pregiudizio per Bowie era sempre del tutto positivo. Niente di scontato, eh, pensateci: bastava che si spargesse la voce che Lou Reed stesse preparando un disco che cominciavano a risuonare le pernacchie, e la noia serpeggia in noi ogni volta che qualcuno dice “nilìa” senza manco arrivare a “ng”. Non so se si è capita. Comunque, insomma, eccomi ricaduto nell’ironia che volevo evitare. Eccomi che sto per ricadere nel cinismo: se Bowie non vi stava bene, mò che è morto tenetevi St. Vincent. “Ma no”, potreste rispondermi, materni e dolci come la Madonna: “ci terremo questo Blackstar, che durerà nei secoli e nei millenni, e grazie ad esso nei momenti bui, tipo quelli in cui muore una stella del rock, il nostro cuore sempre sarà colmo di gioia e musica straordinaria”. Il nuovo di Bowie è un CAPOLAVORO ASSOLUTO! (10)

DISCONE: Jesu – Sun Kil Moon

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Questi giorni c’è stato casino su quella vignetta di Charlie Hebdo e si è tornati punto e a capo con quel famoso discorso sulla satira. Avete presente il famoso discorso sulla satira? Consiste, in sostanza, nel dare la priopria opinione su cosa debba essere la satira. Ci sono quelli per cui la satira non dovrebbe essere offensiva, per esempio, e quelli per cui la satira che non offende non è satira, e quelli per cui la satira deve prendersela contro il potere e gli altri che pensano che la satira non debba portar voti a una parte o all’altra, e poi ci sono quelli che decidono caso per caso. Si tratta di una situazione un po’ paradossale, perché tutti sanno che aprire bocca su questo argomento è noioso in culo ma nessuno riesce davvero a starsene zitto: queste polemiche nascono come poco interessanti e in qualche modo si ingigantiscono, basta che qualche amico nostro su FB dica una cazzata epica e poi si comincia a litigare. È come quando i vecchi si urlavano contro al bar, ma è anche letteratura, e a volte è difficile conciliare le due cose -soprattutto se oggi si parla di foto di bambini morti e domani degli incassi di Checco Zalone. In un orizzonte temporale abbastanza esteso, saperla lunga non conta un cazzo di niente.

Negli ultimi anni ho sviluppato una specie di istinto dinamico dello spirito del tempo intorno alle notizie che mi interessano (o che non riesco ad evitare). Leggo qualche articolo, le opinioni di persone a cui sono legato -timeline di Twitter, amici Facebook- e mi faccio un’idea di massima su cosa pensi la gente. Che so, le capre pensano questo, gli intellettuali pensano questo, i miei amici pensano questo. La divisione per classi dei commentatori alle notizie è quasi sempre tra capre, intellettuali e amici miei. Gli amici miei sono persone che in genere la pensano come me, o che hanno opinioni con cui si può dialogare. Gli intellettuali sono persone distanti da me che hanno opinioni complesse con cui posso entrare in sintonia o meno. Le capre sono persone con cui non sento alcuna affinità e che mi sembra parlino delle cose in maniera troppo semplicistica. Questo impianto cognitivo di massima ha vantaggi e svantaggi: il principale vantaggio è che è il modo più efficiente per risparmiare tempo in merito ad ogni questione, e per ogni argomento riesco a capire cosa ne pensano le varie classi intellettuali.  I due principali svantaggi sono che il sistema funziona con un margine di errore altissimo e che essendo incentrato sulla mia percezione e sulla mia opinione tende a farmi sentire un dio in miniatura. Il fatto è che per la maggior parte delle questioni non posso semplicemente permettermi di prendere le distanze da me stesso e questionare il mio impianto ideologico dalle fondamenta; mi affido agli stereotipi e ai pregiudizi, ci passo le ore dell’aperitivo e passo oltre. Credo di essere una persona mediamente fortunata: ho una brutta dipendenza da internet, ma riesco ancora a scinderla dal reale, a capire che -a ben guardare- non è il mondo vero. Qualcun altro non è così fortunato.  

Il disco lungo di Sun Kil Moon uscito nel 2015 (titolo Universal Themes) è stato liquidato in maniera molto frettolosa. Benji era stato uno dei dischi più amati dell’anno precedente, una sorta di insperata risurrezione della carne. A ridosso dell’uscita sul mercato del suo successore, le riviste online iniziano a pubblicare recensioni entusiaste. Poi Mark Kozelek diventa suo malgrado il protagonista di una brutta storia -l’ennesima- di insulti. Nella fattispecie, durante un concerto prende a male parole una giornalista del Guardian, Laura Snapes, perché gli ha chiesto un’intervista di persona invece che via mail. Le dichiarazioni vengono riportate dalla stampa e danno il via ad un periodo di consapevole ostracismo nei confronti dell’artista: a cominciare da un brutto infortunio di Pitchfork, che pubblica per errore una prima recensione estremamente positiva e la sostituisce a breve con un pezzo più tiepido scritto da un altro giornalista (Laura Snapes scrive anche per Pitchfork); altre riviste, tipo Quietus, non si occupano nemmeno del disco. Tutta la vicenda è raccontata per sommi capi da Guia Cortassa in un articolo per Prismo che si cura tra le altre cose di citarmi come esempio di grettezza implicitamente maschilista nel giornalismo musicale italiano (son soddisfazioni). Alla fine della storia, mentre Benji svettava in cima alla maggior parte delle classifiche di fine 2014, di Universal Themes non c’è praticamente traccia.

Difficile dire perché. Sicuramente Universal Themes non è Benji: mentre il primo era un disco tutto sommato dimesso e ultra-classico (perlopiù voce e chitarra acustica) incentrato su un devastatissimo concept narrativo legato alla famiglia di Kozelek e al ritorno ai luoghi dell’infanzia, Universal Themes è il delirante racconto di cose successe al chitarrista nell’ultimo anno –cose totalmente a caso, vita di tutti i giorni di un musicista di fama medio-media. Quello che fa la differenza è la musica: uno dei pochissimi dischi folk-rock di questi anni che non somigliano a nulla, estremamente percussivo, fondato su canzoni di dieci minuti che cambiano radicalmente mood tre o quattro volte nel corso del brano. Uno dei dischi più istintivi, e al contempo complessi, che abbia ascoltato di recente. Probabilmente Benji soddisfaceva bisogni di normalità che UT sembra snobbare del tutto. O forse è perché Mark Kozelek è un misogino del cazzo. Tranne che non credo lo sia veramente, o non so dirlo con certezza, anche se con tutta probabilità è uno stronzo. Ma i musicisti buoni sono quasi tutti degli stronzi, giusto? Kerry King, Noel Gallagher, Stockhausen, Johnny Cash… Non è che sia piacevole, ma suppongo che sia necessario farsene una ragione, o almeno farsi una regola di base (che è diverso dal decidere da caso a caso, a seconda di chi pensa cosa, come sta succedendo di questi tempi). Dicevo, trovo un po’ spiacevole dover prendere posizione in questa cosa come se fosse importante al fine della musica che ascolto. Sia quel che sia, le polemiche nei confronti di Kozelek sono una goccia nel mare di guai in cui il musicista s’è cacciato e una delle tante polemiche che ha messo in piedi in prima persona da Benji in poi.

La strada per un possibile disco in collaborazione tra Jesu e Sun Kil Moon era aperta da anni: due dei musicisti più prolifici degli anni duemila, Kozelek che pubblica i dischi di Broadrick su Caldo Verde (magari vendendoli dentro a bizzarri bundle assieme ai live di Sun Kil Moon epoca pre-Benji). Le collaborazioni tra canzone folk macilenta e rock chitarroso di confine non sono più cosa così rara, basti pensare al disco di Sunn (o))) e Scott Walker il cui annuncio ha fatto girare la testa a così tanta gente un annetto fa (il disco finito non era buono quanto voleva essere ma nemmeno brutto quanto poteva essere), ma anche solo le collaborazioni Will Oldham/Tortoise o quei dischi pesi di Phil Elvrum. Jesu/Sun Kil Moon arriva un po’ all’improvviso, messo in streaming sul sito di SKM, e ha tutta l’aria di una cosa realizzata nei ritagli di tempo. Mark Kozelek continua sulla falsariga di Universal Themes, pipponi infiniti e quasi-rap sulle cose che gli succedono; Justin Broadrick copre tutto di melodie grasse e tironi di chitarre come nei dischi meno significativi della sigla Jesu.

Mark Kozelek è un personaggio strano, e con ogni probabilità sta diventando una specie di troll musicale -e la prima regola con i troll è quella di non dargli da mangiare. La sua percezione della realtà attorno a sé sembra essersi distorta progressivamente intorno a un concetto internettiano autocentrico, tipo il mio, ma senza la coscienza di essere al baretto sotto casa. Con il risultato che Mark Kozelek la mattina si alza, esce a prendere un caffè, incontra un paio di amici, ascolta mezz’ora di radio, mangia delle bistecche buonissime e la sera ha pronto un pezzo nuovo che prima o poi va a finire in qualche disco. è ragionevole pensare che questo genere di pipponi ombelicali suonino odiosi e indigeribili a molta gente, e che anche quelli che ci trovano un bizzarro fascino e un briciolo di senso non lo faranno per il resto della loro vita. Dentro ai testi di J/SKM ci sono la recensione di Pitchfork, il concerto al Siren Festival, le lettere dei fan e svariata altra roba simile, impacchettata in canzoni con titoli tipo America’s Most Wanted John Dillinger and Mark Kozelek. Il sottotesto generale è un canovaccio abbastanza classico: l’artista incompreso, qualche epifania, qualche calcio nei denti, i veri fan, l’età che avanza. Ma tutta questa roba è portata a funzionare su un livello lirico inedito, sicuramente respingente (è davvero molto difficile starlo ad ascoltare per ottanta minuti a fila) ma anche rivelatorio e perfino illuminante -sotto certi aspetti. Il tutto vangato dalle chitarre e dai tastieroni saturi di un Broadrick al minimo sindacale (e forse per questo estremamente efficace).

La poetica del caso umano non è mai stata così affascinante, parlando di percezione collettiva. La critica snob non ha alcun problema a fare la telecronaca dei talent-show con la piena coscienza del fatto che siano concorsi che generano situazioni disperate, buchi di bilancio, contratti di merda e dischi quasi sempre orribili. I documentari sugli artisti tra virgolette sfortunati stanno diventando una miniera d’oro cinematografica, le sbroccate delle popstar sono ormai un genere letterario a sè. Alcuni artisti sono affascinati dal lato oscuro e ci si tuffano mani e piedi, altri vengono spinti sull’orlo dal pubblico che li insulta e ne scrutina a getto continuo ogni cazzata. Justin Broadrick e Mark Kozelek non potrebbero essere due artisti più diversi: il primo è introverso, prolifico, costante e baciato da una street cred infinita, il secondo è sbracato, prolifico, qualitativamente discontinuo ed emarginato da ogni discorso. Fa quasi paura assistere all’incontro tra i due, parlare il linguaggio che hanno scelto entrambi di parlare.

Mi chiedo spesso cosa sarebbe oggi dell’indie rock se nei primi anni duemila, invece di buttarsi sul revival spinto, gli artisti avessero continuato a spingere un po’ più in là i limiti dell’inascoltato; non so dire se Jesu/SKM sia una vera e propria risposta a questa domanda, ma ad ascoltarlo così d’improvviso fa la figura di un disco venuto da un’altra dimensione, una cosa musicale venuta da una linea di pensiero parallela. è una caratteristica che non si trova così spesso nella musica, men che meno nella musica fatta con le chitarre. Ci pensavo ascoltando l’ultimo Liturgy, anche quello per certi versi un disco molto stupido e anche offensivo, e nondimeno affascinante. Forse il futuro della musica indipendente è nelle mani dei casi umani, di chi non riesce a pensar dritto. O forse dobbiamo iniziare a pensare in un altro modo, lasciare stare le storie e iniziare a guardare ai dischi che, come diceva Jim Morrison, ci raccontano qualcosa della nostra vita. Fino ad allora, se Universal Themes ha incontrato relativa indifferenza, è ragionevole sospettare che J/SKM sia destinato a generare aperto fastidio, prese per il culo, ostracismo manifesto e pernacchie. Per il disco della madonna che è venuto fuori, è un peccato. O forse una colpa, dipende da quanto vi sta sul cazzo il cantante.

DSICHI – Calcutta, “Mainstream”

MAINSTREAM 02*Disclaimer: DSICHI è uguale a LIRBI nel senso che è una rubrica che parla di dischi come lirbi parlava di libri però c’è un errore di battitura nel titolo perché per me è divertente. La rubrica avrà cadenza settimanale nel senso che ne faccio un paio, poi una tra quattro mesi e poi mai più. Il problema è che i lirbi toccava leggerli o perlomeno far finta   – e poi, quelli si pagano!

Dopo TZN, Latina ha un altro figlio pop. Non sapevo niente di questo Calcutta finché l’evidenza del reale, cioè il mainstream stesso (che per sua natura arriva troppo tardi: eccomi, d’un tratto, dalla parte dei più, quelli che le cose le sanno solo a un certo punto), non me lo ha sbattuto in faccia. Arrivo perciò a conoscere questo cantautore indipendente e dal sound stortignaccolo proprio quando il consenso a suo favore è unanime – il che un tempo mi avrebbe disturbato (ho avuto 20 anni anch’io), ma oggi non più, e quindi mi commuovo o addirittura piango come un coione ascoltando Frosinone mentre porto il cane. Il disco è sincero e commovente, è pop che funziona perché è di quel tipo che ti mette il magone e ti fa sentire acuto rimpianto per cose di cui, nel mondo in cui non conoscevi ancora questa musica, non ti sarebbe importato nulla. Lo stesso succedeva per esempio con cose come il primo Brondi (che struggimento la provincia ferrarese nel 2002), gli Offlaga Disco Pax o persino il Celentano anni ’60 – non succede invece, per esempio, con il grande pop da classifica tipo lo stesso TZN, che adoro, ma che è spettacolo e commozione fatta e finita in sé – attenti, non citatemi, questa frase che ho appena scritto è insensata – o con il rock alternativo che invece si prende molto sul serio e perciò neutralizza la sua stessa emotività. Tornando a Calcutta, dicevo tutto ok per me, nulla osta se non il fatto che questo tipo di cantautorato minore – dico minore nel senso dell’estetica e delle intenzioni, non è un giudizio -, che ha momenti poetici a volte davvero significativi, tipo la lettura perfetta della pariolinità adolescente data dai Cani nella loro celebre hit o quei pezzi di Truppi in cui lui riesce a scrollarsi di dosso il fatto che in realtà di musica ne sa e perciò arriva dritto e sincero, il problema, dicevo, sta in chi prende canzoni come queste e le rende parte emersa e simbolo di uno splendido mondo culturale italiano sotterraneo, peraltro inesistente; di chi vende a sé stesso e poi a Repubblica e ai suoi lettori l’idea che in Italia ci siano questi cantautori, questi scrittori o registi sempre comunque un po’ neorealisti e pasoliniani che capiscono qualcosa del Paese, che stanno un passo avanti, e i consumatori culturali stiano in guardia, siano avvisati, comprino biglietti per l’Auditorium; in chi, in sostanza, dà a questa musica responsabilità che non ha e spinge perciò gli stessi Cani a fare un secondo disco in cui sono frenati dal loro stesso voler fare i Cani. Poi, ciò detto, tutto bene se dei ragazzi di talento grazie a tutto questo si costruiscono una carriera, sono tutti simpatici e voglio loro del gran bene  – però la musica è degli ascoltatori, e queste considerazioni relativizzanti e ovvie alla fine a me non interessano come forse a voi non interessa tutto quello che c’è scritto prima. (7) comunque.

È morto David Bowie

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La crisi finanziaria, il fondamentalismo, il cambiamento climatico  – ma per chi ha vissuto i suoi anni migliori misurando il tempo sulle date di uscita dei dischi, c’è qualcos’altro che rende quest’epoca ancora più cupa: è la consunzione del rock, ragazzi, è tutto vero, la stiamo vivendo, e non sono più gli angeli caduti che bruciano in una fiammata e non sono, quindi, gli eroi classici: i ragazzi sono invecchiati, e si ammalano e muoiono, è quell’improvviso e brutale accadimento della realtà, che alcuni chiamano morte, che si avvicina pian piano a te – di solito inizia dai nonni  -, e poi diventa in qualche modo familiare, ma fa male in modo ancora sorprendente quando invade il mondo dei sogni. Cosa cazzo suggerisci di essere immortale a fare, se poi muori lo stesso, e lo fai senza lustrini o uscite di scena teatrali, ma con le rughe in faccia, e i capelli bianchi come quei fottuti, asettici ospedali? Quindi fanculo Bowie, era tutto falso, parlavi di morire a venticinque anni, e invece eccoti lì, con Lou Reed, con Lemmy, con tutti gli altri ad aspettare tutti gli altri.

Venerdì scorso David Bowie aveva compiuto 69 anni, ieri è morto. Ha cambiato il rock per sempre, e questo almeno cinque volte. Venerdì scorso ha anche pubblicato il suo ultimo disco, si chiama Blackstar, è il più bello che abbia mai fatto.