Completamente sold out (secondo la questura)

La scorsa settimana è uscito questo pezzo su XXX in cui YYYYY (un giornalista di  musica italiano che da mesi/anni è impegnato in una crociata contro il cosiddetto indie italiano) spiega perché il sold out dei Thegiornalisti al Forum di Assago è sostanzialmente una truffa. Non voglio entrare nel merito del pezzo: non mi piacciono né YYYYY né i Thegiornalisti, e hanno entrambi questo terribile difetto di non poterli evitare –nel senso, sui social non si può sapere chi ha scritto il pezzo prima di pubblicarlo, giusto?  Ok. E i singoli dei Thegiornalisti li senti pure al supermercato. E poi c’è il discorso dell’hatefuck, leggere qualcosa che sai già che ti starà sulle balle, così, per rinvigorire un po’ il senso di disgusto e sentirsi ancora vivi. Però vi spiego com’è l’esperienza della lettura di un articolo del genere, per me.

Inizia che arriva un tizio, ad esempio su Facebook, e dice una delle seguenti frasi: 

“COMPLETAMENTE D’ACCORDO”

“Articolo del cazzo”

“Beh, e allora?”

“Di solito detesto YYYYY ma in questo caso sono del tutto d’accordo con lui”

Io entro e apro il link, solitamente sul telefonino. Sul sito de XXX la prima cosa che mi compare è l’articolo, probabilmente per titillarmi. Si chiama “Completamente sold out stocazzo: così un gruppetto può riempire uno stadio”. Il che tutto sommato mi sembra un titolo invitante. Poi compare un bannerone a mezza pagina in cui il sito XXX mi chiede di seguirlo su facebook, così da evitare –immagino- di dover aspettare che qualcuno lo condivida la prossima volta. Il banner cambia forma dopo qualche secondo, più o meno nel momento in cui sto cliccando sulla croce nell’angolino –magari è il mio telefono che fa questo trick, ma a volte è così che si diventa fan di una pagina FB di cui non vuoi sapere assolutamente un cazzo. Dopodiché inizi a leggere il pezzo: titolo, occhiello, una foto con messaggio pubblicitario in sovraimpressione. Scrolli in basso e ci sono altre due schermate di pubblicità, al che in genere perdo la pazienza. Per me “perdere la pazienza” vuol dire che devo copiare il link da Facebook su Safari per iphone, o cliccare su “apri su Safari”. Perché lo faccio? Per leggere il sito XXX in modalità Reader, cioè l’opzione di Safari con cui pulisco il sito da tutta la merda e leggo soltanto il testo –eventualmente le immagini. Fa ridere proprio dal punto di vista semantico: devo usare un plugin aggiuntivo che mi permetta di leggere un articolo di giornale come se fosse un articolo di giornale. 

Questa cosa di solito basta, ma non nel caso specifico del sito XXX e del giornalista YYYYY: quando apro la pagina in modalità Reader mi rimangono i grassetti. Il testo in grassetto è una specie di sgarbismo della cultura internet di dieci o quindici anni fa, più o meno quando Grillo ha preso in mano internet e l’ha modificata a sua immagine. I grassetti nel testo a quei tempi venivano messi per aggirare il problema dell’attention span: ad esempio in un articolo sugli Arcade Fire le parole Arcade e Fire erano in grassetto. È una pratica piuttosto comune e non infastidisce –anzi a volte è l’unico modo per far sì che alla fine di un articolo sugli Arcade Fire il lettore abbia come la sensazione di aver letto un articolo sugli Arcade Fire. La cosa però era sfuggita di mano abbastanza presto, e nel giro di un anno l’articolo medio su internet metteva in grassetto anche le parti più sloganistiche. Era un po’ come se i redattori si sentissero obbligati a riassumere l’articolo all’interno dell’articolo (per un certo periodo su Bastonate avevamo iniziato a mettere grassetti su frasi completamente a caso, così per la gag) (era una gag del cazzo). Il problema coi grassetti è che quando te li trovi davanti ti senti preso per un subnormale. È come se il giornalista stesse dietro di te a urlare NO ASPETTA QUELLA FRASE NON LA STAI LEGGENDO ABBASTANZA FORTE, presente? E quindi per un po’ di tempo ho perfino fatto voto di non leggere nessun articolo che contenesse grassetti. Ma non poteva durare a lungo, la polemichetta mi piace troppo. Il buddismo zen, l’esperienza e la capacità di distogliere l’attenzione dalle faccende facete mi rende capace di sopportare senza fare una piega articoli che contengono anche il 10/15% del testo in bold. Per diletto ho contato i grassetti nell’articolo di cui sto parlando: 3728 battute in grassetto su 11149 totali, vale a dire che il 33,43% dell’articolo è in grassetto. In questi casi estremi non riesco a leggere l’articolo così com’è: seleziono tutto il testo, lo copio, mi scrivo una mail, me lo invio senza formattazione e lo leggo come messaggio di posta elettronica. In alternativa mi mando il link, lo apro col computer la prima volta che capito davanti a un computer, lo copio su un editor di testo e cancello la formattazione. E così facendo ho piazzato cinque o sei click al sito XXX, invece che uno solo al sito, e tutto questo per leggermi un articolo che parla di come vengono gonfiati i numeri dell’affluenza in certi posti.

LLEROY – “Dissipatio HC”. Bologna, 2017

Relitti inconsistenti, e ormai reliquie. Da quella notte un mezzo mese è trascorso, e potrei dire altrettanto bene un mezzo secolo. Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità, e poi di nuovo paura. Adesso l’adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione. Con intervalli di proterva ilarità, e di feroce sollievo.
(Guido Morselli)

Il primo contatto dal cellulare di Chiara il 15 agosto 2014, al culmine dell’estate più fredda qui da quando calpesto questa terra; Bologna una succursale di Mordor, aveva da poco smesso di piovere mentre il device rivomitava un pezzo strumentale ancora senza titolo, molto lungo, molto lento. Una roba tra stoner e sludge se il primo fosse alimentato a eroina al posto di THC e il secondo una creatura atemporale, priva di connotazioni geografiche identitarie, non solo prerogativa di alcolisti ributtanti sparsi per la Louisiana. Chitarra-basso-batteria prendevano una piega mai sentita prima dallo stesso gruppo, riconsiderando un elemento fino ad allora sfiorato soltanto di striscio: la lentezza. Prendeva così forma una sassata psichica di quelle dove il dolore ci mette un po’ a trovare la strada, ma quando infine si irradia non concede tregua: colonizza ogni cellula, ogni fibra dell’essere, lasciando sfregi permanenti in zone della mente di cui non sospetteresti l’esistenza. Un’altra bestia, diversa da qualsiasi precedente incarnazione dei Lleroy; il risultato di un accumulo di schiaffi in faccia e calci in pancia da mandare l’anima al tappeto, in quantità e virulenza tali da dilatare oltre ogni possibile unità di misura le cognizioni stesse di tempo e dolore. Non finiva più, e poi sinceramente non volevo che succedesse. Era una versione embrionale del pezzo che chiude Dissipatio HC, allora poco più di un’idea ancora ben lontana dal formarsi. Alle mie orecchie era più che sufficiente, stava già tutta lì l’essenza del disco che sarebbe stato, che ancora non esisteva – per altro tempo esperimenti in sala prove, non un pezzo completo, figurarsi un titolo, una direzione, parole da urlare.
Premonizione? Sesto senso? Qualcosa che ho sentito solo io dentro la testa, che ho continuato a raccontarmi dal primo momento? Non me ne frega un cazzo. Qualunque cosa fosse, non è scomparsa. Nel tempo ha trovato una sua forma, come un pezzo di fango che ora è scultura, le parole giuste, il modo per arrivare a destinazione. E adesso ti seppellisce.

Bisogna partire dalla fine per raccontare Dissipatio HC, per i Lleroy lo scatto in avanti che è l’equivalente della differenza che passa tra Lungs e Atomizer, Land Speed Record e Zen Arcade (o, in un altro senso, tra Rocket To Russia e End Of The Century). Dissipatio, l’ultima occhiata prima di voltarsi e non guardare più indietro; a un amore che è morto, un’amicizia che non si ripara, una scena che ha perso il suo ultimo pezzo, un’era che sta finendo. La conclusione che non ammette repliche, oltre cui proseguire sarebbe solo cieca ostinazione e colpi a vuoto, spari nel buio in un luogo della mente dove la musica e il romanzo da cui viene vampirizzato il titolo si ricongiungono per un lunghissimo, terrificante istante prima di scomparire. Otto minuti che sono la trasposizione in musica della corsa fin dentro le viscere della terra ne Il tunnel di Dürrenmatt: stessa situazione, stesso annullamento, stesso epilogo.
Per affinità elettive cantato da Greg ex-Concrete, in assoluto la cosa migliore successa all’hc in Italia dal 1993 a oggi, dopodomani, da qui a trent’anni (lo spirito continua nei Rotadefero, dove la portata dello scontro viene elevata ai massimi livelli riscontrabili. Letteralmente: giù la chitarra, dentro la sega circolare. Via la batteria, avanti con martelli e lamiere). Che occupino lo stesso spazio all’interno dello stesso brano, più che una questione di stile: una necessità. Non sarebbe potuta andare altrimenti.

Per affinità elettive l’artwork di Thomas Ott, tra legioni il solo che sia riuscito a rendere il correlativo oggettivo di quel che si sente nel disco: nero oltre la pece, il dettaglio che disorienta nascosto dietro l’angolo. Occhi immobili sul panorama già scomparso, davanti e dietro la scatola cranica.
Dettagli come gli archi in 2 di 1 (l’altro pezzo lungo), l’ascensione a spirale di Non ti sento che esplode in un sample dove rivivono i peggiori istinti di Sacchi Giulio in Milano Odia, ma il cubano de Roma qua sta (la voce è di Francesco, mostrificata in serial killer assetto), o il cowbell in Càtonia che del resto è l’anticamera di Dissipatio, la penultima stazione; oltre a infinite altre storie che emergono, ascolto dopo ascolto, come cadaveri dalle acque del fiume in un romanzo di James Lee Burke.

Doveva uscire come doppio, in un primo momento, Dissipatio HC; sorta di Each One Teach One malvagio, o Twin Infinitives con la batteria e i pezzi, o Zen Arcade senza il concept dietro, o (inserire doppio album con un significato, immaginarselo dopo una cura a base di dischi AmRep ascoltati senza soluzione di continuità dal 2000 a oggi). Poi l’idea è stata abbandonata, le tracce ridistribuite – alcune sono andate a finire nello split coi Gerda, altre compariranno da qualche altra parte, forse – ma da qui, per me, è ancora così. Quando tutti i pezzi avranno infine trovato una loro collocazione, se succederà, allora scatterà il mio personale assemblaggio. Ancora non è arrivato il momento, chissà se mai arriverà; ma io a quel doppio monumentale che mai è stato continuo a credere. Sarà quello, il “mio” Dissipatio HC. Per ora un equivalente di Winter Comes Home di David Thomas (che secondo l’autore, autoproclamatosi Authorized View, “non è mai esistito, e quindi mai esisterà”), o una tra le possibili combinazioni di Zaireeka, ma con una pacca e una carogna che David Thomas e Wayne Coyne probabilmente non sapranno mai.

Dall’atto finale di Morselli non ha mutuato solo il titolo. Dissipatio HC è un disco che parla (anche) a chi a Bologna è nato e vive, fatto da chi a Bologna è arrivato e ha deciso di restarci. Gran parte del contesto dentro cui è maturato, ora semplicemente non esiste più. Luoghi che sono scomparsi o stanno scomparendo, al loro posto parcheggi, portoni murati, ovunque intorno strade ripavimentate, muri ridipinti, nuovi palazzi che col cazzo che crollano; geografie che cambiano come in un pessimo trip ma reale, grattacieli che invece di collassare e accartocciarsi stile Inception restano lì, conclusi a metà nel cantiere perenne, incombenti e disabitati. I pochi sopravvissuti, compressi nello scenario che cambia; guardarsi intorno e trovare solo macerie ed estranei. Un deserto mentale da linea piatta. Con la gentrificazione la città si è riempita di stronzi. Nuovi palazzi dappertutto. Prezzi alle stelle. La gente che vive qui adesso non riesco a capire chi sia. Ci sono volte che camminando per strada mi metto letteralmente a piangere perché vedo i fantasmi di tutti quelli con cui vivevo. (Alan Vega)
La differenza è che Dissipatio HC non esce postumo: in questo dato passano galassie. Ora più che mai, qualcosa sopravvive anche se a rischio di estinzione. È semplice: fino a quando esisteranno persone a registrare questa roba, a stamparla, a metterla in circolazione, ad ascoltarla, questo posto, per quanto deformato, assediato, pedonalizzato, tirato a lucido, militarizzato dalla gastrodittatura, svuotato di senso, retrocesso a bieco luna park dell’esistere, nonostante tutto sarà ancora abitato da esseri umani (quali e quanti, altro discorso. Ma intanto).

Ma la mia valle, che risalgo, è deserta, le case non hanno luci. Posso spegnere anche le luci dell’auto, non incontrerò nessuno, nessuno dovrà farsi da parte. Non vedrò un viso, non udrò una voce. E mi sembra ingiusto e cattivo. In città ero spettatore, qui io devo vivere. Dove sono andati. Perché sono andati.
(sempre Morselli)

Katy Perry è una strega?

 

Instagram: @katyperry

Negli anni Cinquanta e Sessanta il Satanasso usava infiltrarsi tra le facce gentili dei girl group rappresentando quella sottile oscurità che si imbrunisce al contatto col pallore, un diavoletto scherzoso che trasformava in tragedia le voluttà della musica adolescenziale e che amava vestirsi da sera e partecipare alle danze. Seguendo una traduzione del ballo come ritualità, che deriva in qualche modo dalle tematiche superstiziose del delta folk, questa pratica maligna (puramente americana, in opposizione all’occultismo fin troppo svelato della cultura europea), senza rispondere ad alcun perché se non quello di trovare casa nei piaceri della plastica, ha continuato a dare mostra di sé nell’attualità del pop post-adolescenziale e del mondo “bubblegum”. Ovviamente rispetto alle silhouette sciancate della figura diabolica di primo Novecento il tutto si è riciclato in un’estetica oltre il confine del visibile, in linea con le raffigurazioni merceologiche del capitalismo cognitivo, trovando terreno fertile in produzioni multimilionarie. Se nel 2007 Britney si rasava a zero e Lady Gaga iniziava a giocare con riferimenti androgini, massonici e Illuminati-friendly, la carriera di Katy Perry ha ugualmente dimostrato affinità con l’altro lato.

Mentre il Washinghton Post si affretta a descrivere la nuova scena americana come un concentrato di alprazolam e tensioni portate al deliquio, la Perry risponde con un vitalismo superomistico così scintillante che viene il dubbio nasconda un motore magico o quantomeno misteriosofico. D’altra parte, come scrive Culianu, la magia nel mondo moderno, prima di una ricaduta nelle costrizioni scientiste, altro non è che «un metodo di controllo dell’individuo e delle masse basato su una profonda conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive». Una meta-scienza incentrata sul potere dell’immaginazione che lavora su quei fondamentali di psicosociologia che così bene sembrano funzionare in coppia con l’attivazione delle pulsioni sessuali: una “strategia di ritorno” che attraverso pupille dilatate e labbra rosse parla un linguaggio archetipico, di quei “sigilli siderali” a cui accennava già Ficino. Irreggimentato nel mondo ipersociale e tecnologico dell’oggi il mago-psicologo di Giordano Bruno torna, sfiorando da una parte il mondo dell’industria culturale, dall’altra le tentazioni del post-umano, come prototipo dei «sistemi impersonali dei mass media, della censura indiretta, della manipolazione globale e dei brain-trusts che esercitano il loro controllo occulto sulle masse occidentali». Ovviamente a noi non interessa nessun complottismo, nessuna chiacchiera rettiliana e neanche quelle pratiche di bassa lega che accorpano l’indagine dei videoclip alle congiure di palazzo, quanto piuttosto una valutazione della forza del simbolo come strumento di controllo del magico. Eppure niente di troppo complesso, in fondo è certamente più interessante da notare un nuovo taglio di capelli come indizio di un’affiliazione iniziatica che sviscerare ogni dettaglio sperando di scovare le ragioni di un successo commerciale; nella ricostruzione ideale di un fittizio clima di caccia alle streghe, è importante dirlo, è bene tifare per le streghe, portatrici di una matrice vitalistica in opposizione al grigiore socio-finanziario a cui il mondo del pop ci ha spesso abituato sciacallando di volta in volta rappresentazioni sessiste o razziali, il tutto ovviamente sospendendo un giudizio di qualità sulle produzioni musicali a cui eventualmente queste pratiche hanno portato.

I video della Perry si prestano da sempre al simbolo. Dark Horse (2013) ad esempio fa bella mostra dell’occhio di Horus in quasi ogni inquadratura, mentre la diva si impersona di volta in volta in Apep, la deificazione serpentiforme del caos, o in Isis alata, la dea che in ogni società occulta rappresenta la porta per la verità. Di questo brano l’esibizione più clamorosa rimane quella ai Grammy del 2014 dove la Perry rompe gli indugi e si fa introdurre da una voce fuori campo che recita: «She casts spells from crystal balls / Invoking spirits / She put me in a trance», saldando, un attimo dopo, attraverso la messa in scena il rapporto con la stregoneria. Sfere di cristallo, figure longilinee dalle corna piegate a capro, l’evocazione di un cavallo nero che rimanda all’equino apocalittico cavalcato dalla Carestia e di cui si accenna nell’Apocalisse di Giovanni, un vestito che tra le trasparenze sfoggia una templaresca croce rossa e poi la più tristemente nota delle rappresentazioni della strega: il rogo. La Perry in mezzo alle fiamme, aggrappata ad una scopa come fosse un palo da lapdancer, appaiando l’aspetto erotico a quello magico-iconografico.

Pure la recente Chained To The Rhythm – che è di per sé uno di quei grandi midtempo della Perry a cui viene naturale augurargli un bel remix polvere-di-stelle – ha qualcosa da dire in merito all’utilizzo di un linguaggio magico come controllo. Il messaggio è certamente più politico del solito: «Are we crazy? / Living our lives through a lens / Trapped in our white-picket fence / Like ornaments / So comfortable, we live in a bubble, a bubble / So comfortable, we cannot see the trouble, the trouble» canta riferendosi ad un’umanità addomesticata in un innocuo parco giochi (Oblivia/Oblivion), il cui logo è un criceto che corre dentro la tipica ruota. Oltre ad una critica semplicistica della contemporaneità Vigilant Citizen suggerisce una lettura “double think” in cui la chiamata alle armi della Perry ad un’umanità docile ed assonnata nasconde una volontà yes-global di rivoluzione permanente, che, ammettiamolo, fa bene il paio con la pubblicità ritirata della Pepsi in cui Kendall Jenner stigmatizza la rivolta di strada ed affida il marchio come strumento del potere biopolitico: «By creating specific “issues” and emphasizing solutions fixing these issues, the global elite has been hard at work creating a fully integrated world system where social and economic policies transcend national borders to be decided on a global level». La caccia all’indizio lungo il video si spreca, dalle citazioni orwelliane fino ad Essi vivono di Carpenter, dallo zucchero filato a forma di fungo atomico all’indottrinamento via occhialetti 3D come in un richiamo distopico della descrizione del futuro pilotata dalla General Motors alla New York World’s Fair del ’39. Ovviamente l’immagine plastificata di una leziosa rivoluzione del ceto medio americano può anche essere letta al contrario, e forse in ogni direzione, senza dover per forza sorreggere la lettura di Vigilant Citizen, c’è però un momento in cui la stregoneria torna a disturbare la scena che nel caso si risolverebbe come una semplice invettiva alla vanità del sogno americano; il white-picked fence, lo steccato bianco che delimita tipicamente le proprietà private, prende fuoco nell’esibizione ai Grammy Awards, corroborando con fiamme infernali la volontà di distruzione dei simboli stanziali. Predizione di un futuro di dolore? Ai Brit Awards le case prendono addirittura vita, tutoreggiate da due scheletri in odore di negromanzia. Qualcuno ha visto nelle due figure Trump e la May per cui vale l’endorsement alla Clinton, ma come spiegare la scelta di presentare un corpo di ballo formato appunto da case, non certo la struttura più sinuosa o il simbolo più seduttivo da proporre ad un pubblico di adolescenti? Venti nomadici e tribalità dei “nuovi deserti”?

Dark Horse, Grammy Awards 2014

C’è però chi è andato oltre la supposizione e ha accusato direttamente la Perry di fare affari col diavolo: un gruppo di suore ha tacciato la nostra di stregoneria e, senza giri di parole, di aver venduto l’anima al demonio. La vicenda è curiosa: due anni fa Katy ha offerto circa quindici milioni di dollari per comprarsi un intero convento a San Feliz in California, le suore si sono così opposte con ogni mezzo alla transazione sicure che la cantante potesse desecrare il luogo. La questione è finita davanti al giudice, che ha poi dato ragione alla Perry, previa autorizzazione del Vaticano; questo non ha fermato però le suore da utilizzare termini come witchcraft davanti alle autorità. Il convento, tanto per non farsi mancare collegamenti col maligno ed oltre ad essere stato teatro di suicidi, si trova accanto ad una villa in cui nel 1969 seguaci di Charles Manson assassinarono i coniugi Leno e Rosemary LaBianca, ovviamente seguendo il conosciuto e tremendo procedimento d’esecuzione rituale. Sorella Rita, nel corso del processo, ha inoltre incalzato la cantante su un’altra questione a cui ci preme accennare: cioè cosa ci facesse nel 2014 a Salem, località del Massachusetts diventata il celeberrimo simbolo della stregoneria mondiale a partire dalle terribili persecuzioni del 1692. Infatti, nello stesso anno dell’esibizione sabbatica ai Grammy, la Perry pensò bene di partecipare alla Salem Witch Walk, per molti nient’altro che un’attrazione turistica, per altri, come le suore in questione, un indizio in più, in cui le cronache ci raccontano di una Perry in visita al più antico witch store di Salem intenta a compiere “un incantesimo d’amore”. Le fotografie della scampagnata sono poi spuntate sui social, tra statue di draghi, cani vestiti da umani, sfere di cristallo e sedicenti streghe, senza farsi mancare una visita culturale al Witch Museum. In effetti nessuno sa cosa abbia portato alla Perry questa visita né dettagli su eventuali incantesimi, c’è però da dire che le ultime sortite pubbliche ce la mostrano in forma smagliante, finalmente a suo agio nello sfoggiare abiti perfettamente stregoneschi, bilanciando l’haute couture con una rivisitazione dell’abbigliamento da fattucchiera del nuovo millennio: al MET Gala di New York, tenutosi lo scorso primo Maggio, la Perry si è presentata con un Maison Margela disegnato da John Galliano di estremo impatto e dai probabilissimi sottotesti simbolici. Un décortiqué rosso in lana ricamata, stratificato su tulle e nastri di raso in “100% bright red witch”. È però il velo che copre il volto e si fa strascico a colpire di più, presentando due “torrette” di figure di geometriche a mo’ di corna posizionate ai lati della testa e la scritta in nero witness (“testimone”) sugli occhi. Testimone di cosa? Del fuoco? Inoltre la simbologia della sposa richiama senza dubbio uno dei più celebri dipinti di area misteriosofica del Novecento: La vestizione della sposa di Max Ernst, sul quale molto è stato scritto anche in chiave occultista. «Un mantello splendido e convulsivo, fatto dall’infinita ripetizione di piume rosse, senza eguali, di un uccello raro, indossato dai capitribù hawaiani» lo descriveva André Breton, senza fare menzione ad altri riferimenti come la sovrapposizione con la dea Minerva come parte del matrimonio esoterico o la testa di gufo che richiama la pratica del “volo notturno”, principale abilità attribuita storicamente alle streghe.

A questo punto, per chiudere il cerchio, non ci resta che sperare che Katy spunti pure nei report sugli spirit cooking, i rituali thelemici di Marina Abramović a base di sangue mestruale, latte materno, urina e sperma a cui, secondo i dossier di Wikileaks, hanno partecipato alcuni esponenti della campagna elettorale della Clinton, della quale la Perry in qualche modo ha fatto parte attivamente. Al contrario dei soliti bacchettoni che hanno visto come un indicibile oltraggio queste pratiche, a noi pare invece un’ottima strategia commerciale e politica, e che ci porti ancora tormentoni estivi strutturati sul nostro bisogno di superstizione.

Quiz

La frase sopra si riferisce ai gruppi che vanno adesso, TheGiornalisti Calcutta e quella roba lì. Chi ha detto la frase scritta sopra? Alcuni indizi: quello che l’ha detto

-di tanto in tanto licenzia un membro del suo gruppo

-pubblica su Universal

-ha partecipato a Sanremo

-ha suonato all’MTV Day

-ha fatto il giudice a X-Factor 

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No, non è Morgan. La risposta è qui. Avete indovinato? BRAVI! 

 

PS: lo so, non fa ridere, ma nella mia filter bubble sono in tantissimi a lanciare il cinque alto perché qualcuno ha avuto IL CORAGGIO di dire che i thegiornalisti non sono indie. Capirai.

“Stasera sono felice di essere vecchio” (un concerto degli Oxbow, nel 2017)

Chiara Viola Donati

Un mese fa al Gucci Hub di Milano c’è stato uno spin-off del Club To Club. Era una serata gratuita con open bar in cui ci si registrava all’evento e ci si beccava concerti di Gaika, Amnesia Scanner, Arca e gente così così. Il giorno dopo ho letto un articolo su Soundwall, firmato da Mirko Carera si lamentava del numero di presenzialisti e gonzi del fashion milanese che invadevano l’area fumatori e l’open bar dell’evento, berciando contro i musicisti, come se questa cosa -ad una serata open bar sponsorizzata da Gucci con i musicisti più hip sulla piazza- fosse in qualche modo evitabile. Sul momento mi è sembrato un atteggiamento da stronzi, nel senso, a me sarebbe piaciuto essere a quel concerto, era pure gratis, che cazzo hai da lamentarti. No? A posteriori ci ho un po’ ripensato. Non voglio dire di essere d’accordo, ma tutto sommato capisco che negli ultimi anni il modo di ascoltare la musica sia cambiato molto più di quanto sia cambiata la musica, e che questo per qualcuno come lui -e me- rappresenti in una certa misura un problema.

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A un certo punto nella propria vita di ascoltatori inizia una fase diciamo così adulta, in cui la musica smette di essere un’ossessione e diventa un’abitudine. A un certo punto si smette di investire tutta quell’emotività addosso a un concerto: non passi due settimane a ripassare la discografia dell’artista che vuoi vedere, non pensi a che vestito indossare, non fai un vero e proprio piano logistico per riuscire a mangiare comodo e arrivare in prima fila. Funziona più o meno come con l’eroina; l’anno prima avevi visto dieci concerti, l’anno dopo sei passato a due/tre a settimana -e se hai fortuna alla fine dell’anno ne hai visti sei o sette di davvero indimenticabili. L’idea di musica si espande al punto di metter giù un calendario di cose “assolutamente imperdibili”, grossomodo 30 date lungo l’anno (quasi tutte perdibilissime). È un modo di vivere come un altro: ci sono quelli che il mercoledì non escono per via di X-Factor e ci sono quelli che il mercoledì non sono disponibili perché al Circolo Endas di Ponte Sul Gommino c’è la rassegna dei cantautori acustici. La principale differenza tra il 2017 e il ’97, in questa cosa, è che nel ’97 era uno stile di vita inadatto alla vecchiaia: potevi frequentare i locali per tre o quattro anni, e poi toccava capire che cosa fare della propria vita. Succede come a quelli con la dipendenza da X-Factor, nel senso, a volte ti capita di perdere una puntata e capisci che tutto sommato si può vivere senza. E poi di solito si passava ad una fase adulta nella quale se eri fortunato tornavi a vedere una decina di concerti all’anno, perché la musica è ancora una passione ma c’è da incastrarla col lavoro la famiglia e il calcetto (il calcetto non puoi smetterlo perchè serve a trovare lavoro). Oppure decidi di continuare ad libitum ma per farlo dovevi renderla un lavoro, organizzi serate, gestisci un club, impari a fare il fonico, i più sfigati diventano giornalisti.

È una scelta che i trentenni del ’97 erano costretti a fare, diciamo così: farne la propria vita o smettere. I più scelgono la seconda, e se rimangono in giro per il circuito può capitare che finiscano per sovrastimare l’importanza culturale della merda che gli veniva propinata nella post-adolescenza, ad addobbarla di significati che universalizzare veniva quasi automatico. Un paio di settimane fa ero a una cena e parlavo con questo mio amico, vive nella mia città, fa questi dischi avant clamorosi. E boh, ci siamo messi lì a parlare di musica e dischi e concerti, lui mi parlava con un gran entusiasmo di quella volta che è scappato di casa per vedere i Bauhaus, o di quando i CCCP con Fatur Annarella e tutto l’ambaradan passarono da Ravenna e fecero cagar sotto tutti quanti dalla paura. Una bella chiacchierata. “È che ti vedi queste cose e poi i gruppi che vedi dopo non reggono il confronto”. Io naturalmente ho il mio corrispettivo di quella cosa lì, con dei gruppi degli anni novanta che mi è capitato di vedere ai tempi, e poi mai più. Non ne parlo con tantissimo piacere perchè so che anche se nel mio cuore è la stessa cosa, li rivedessi oggi starebbero sul sei e mezzo a dir tanto. 

Nel 2017 invece si può essere quarantenni e passare la vita a guardare sei concerti a settimana, e non farci manco la figura dello scemo del villaggio. Io ho dovuto smettere, e spesso mi dispiace, ma a guardare le cose da fuori capisco che non ha molto senso. Che so, apri twitter e ti becchi gli status di questi coetanei che si sparano un concerto a sera, sempre esaltati, sempre in fotta. Non discuto che lo siano davvero, ma mi sembra una stortura, non riesco a credere a quest’idea della musica che continua a stupire, ad esaltare ad libitum. Ma d’altra parte parlare di musica è una cosa da vecchi, o almeno credo. Voglio dire, non è che ci siano tutti ‘sti diciassettenni che scrivono di musica, no? Non conosco personalmente Mirko Carera, ma il suo resoconto sulla serata del C2C milanese è la tipica cosa che potrebbe scrivere uno della mia età, uno che si è visto i concerti quando li vedevo io. (Ho chiesto conferma, è così). L’idea base di andare a un concerto in cui, a prescindere dalla situazione, ci siano quasi solo persone interessate alla musica. Poi Arca rimane uno duro, cioè, la sua musica è dura, e questa cosa sfugge almeno in parte ai discorsi sul mecenatismo e sul fashion, rompe almeno un paio di cliché. E per uno che s’affaccia al mondo della musica oggi, immagino possa essere normale che Amnesia Scanner accettino i soldi di chiunque li paghi per fare la cosa che fanno. No? L’idea che ci siano problemi viene da un discorso che aveva rotto il cazzo nel ’97, forse anche nell’87. Noi da questa roba siamo segnati da ogni caso, abbiamo deciso tutti quanti di non accettare nessun compromesso, per nessuna ragione al mondo (questo finché non arriva qualcuno col libretto degli assegni).
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Leggendo quel che scrivo mi rendo conto di avere un’idea molto monetaria della musica. La ragione è che quando la musica era la mia massima passione, aveva un valore monetario molto puntuale. Un disco costava tot, un concerto costava tot –a seconda di dove andavi e di che gruppo era. Ho pisciato dei gruppi da isola deserta perchè li facevano allo Slego a 5 o 10mila lire più di quanto -secondo me- era giusto che costassero. Oggi i concerti costano cifre folli, oppure sono gratis. Io quando un concerto costa troppo non mi presento, e quando è gratis mi chiedo sempre da dove vengano i soldi. Semplificando: se il cachet del gruppo lo paga il bar mi sta bene, tutto il resto mi crea dei problemi etici. Sono consapevole che queste cose esistono solo nella mia testa, che ci siano altre chiavi di lettura, che oggi la musica è raccontata meglio da qualcuno che non sa bene quanto costi di preciso un compact disc in un negozio; mi giustifico con una scusa un po’ patetica, se passi di qui ti becchi le mie psicosi.

Così insomma, due sere fa sono andato a vedere uno dei gruppi della mia vita. Si chiamano Oxbow, non sto a spiegarvi un granché su chi sono e su cosa fanno. Era un concerto con un biglietto d’ingresso (15 euro, c’erano anche i Sumac, direi onesto), era un martedì sera, era in provincia. Le persone che si sono presentate a vederlo sono le stesse persone che si presentano sempre a vedere questo tipo di concerti: hanno la mia età, il mio aspetto fisico (OK, molti si tengono più in forma di me), i miei vestiti e un lavoro uguale al mio. A volte è fastidioso e a volte no. Stasera sto pensando che gli Oxbow avrebbero potuto fare lo stesso concerto nello stesso luogo e con lo stesso pubblico, nel 1997. Che poi anche gli Oxbow sono gli stessi di allora, e non lo so per certo ma do per scontato che a un certo punto abbiano mollato l’uccello e si siano trovati un lavoro. Di tanto in tanto prendono qualche settimana di ferie, caricano il furgone e mettono assieme un tour.

Questa cosa, nella musica pop, è nuova. Vent’anni fa, o anche dieci, ci sarebbero potuti essere concerti di gruppi con trent’anni di storia, ma l’età media del pubblico sarebbe stata 10/15 anni più bassa, magari con qualche reduce in sala. Oggi questi gruppi suonano per il loro pubblico di allora. La presenza di tutti questi quarantenni ai concerti basta e avanza a tranciare la speranza dei giornalisti che si auspicano un tanto-sospirato-cambio-generazionale nell’indierock: la stessa idea di ricambio generazionale si basa implicitamente su un’idea di musica vecchia come il cucco, su un’idea di concerto vecchia come il cucco, su dei valori etici vecchi come il cucco. Qualcuno l’ha intuito: i locali programmano roba per quarantenni, le riviste mettono ancora i gruppi degli anni ottanta in copertina, le etichette ammazzano il mercato di ristampe in vinile pesante.

Ho vissuto tre o quattro cicli musicali e so per certo che la storia non li ricorda come li ricordo io. Cerco di supplire cercando di raccontare le cose per come le vivo, e questo credo sia il motivo per cui qua dentro non abbiamo ancora chiuso. Di questi tempi si fa un gran parlare di “morte dell’indie rock”, ieri è uscito un bel post di Enzo Baruffaldi che raccoglie tanti editoriali che girano attorno all’argomento. L’argomento è anche più vasto del cortiletto indie, riguarda la musica in generale, l’idea di mercato musicale, forse anche l’idea di musica. Ma quando sarà ora di guardarci indietro e raccontare questi anni, credo che qualcuno invece di continuare a sfottere dovrà prendere atto che nessuna generazione di 35/40enni, prima della nostra, ha mantenuto l’entusiasmo che serve per conservare intatto un sistema di valori legato alla musica, e continuare a far girare un’economia musicale, per quanto piccola, senza parassitare l’immaginario di nessuno e senza menarla manco troppo ai giovani. E se non fate parte della mia generazione, vi assicuro che uscire di casa la sera, a 39 anni, per vedere un concerto, è una fatica boia. La maggior parte delle volte è anche frustrante: sacrifichi tempo ed energie che non hai e in cambio ti becchi un concerto che hai già visto in tutte le salse. A volte quello che vedi vale quel che hai speso in termini di soldi ed energie. E molto raramente vedi un concerto che giustifica tutte le serate a vuoto e le ore di sonno che perdi.

Ci penso la sera del due maggio. Gli Oxbow hanno iniziato il concerto da un quarto d’ora e io sono in prima fila. Alla mia sinistra c’è la Chiara Viola Donati, che scatta la foto che vedete in alto. Alla mia destra c’è Christopher, che a un certo punto mi si avvicina e mi dice una cosa sottovoce.

Stasera sono felice di essere vecchio”.

Sorrido. Sono d’accordo.

Anteprima: SAN LEO – DOM

 

Corrieri cosmici di nuovo sulla traccia. Chitarra e batteria tutto quel che serve per restare in quota oltre i confini del subconscio; l’astronave Delta 9 è partita già da un po’, in questo caso, l’astronave sa essere mentale. Ogni riferimento conosciuto, saltato nel momento in cui parte la prima nota, il rituale si innesca, le porte della percezione scardinate e via si va. È dal vivo che la faccenda prende strade imprevedibili, ogni volta diverse, percorsi che finiscono sempre in territori inesplorati. La parte più interessante del viaggio: non la destinazione, il viaggio stesso. In questo senso, San Leo è un moltiplicatore di mondi, DOM la base di partenza; soltanto uno degli infiniti scenari possibili, il secondo resoconto biennale (parafrasando i Throbbing Gristle). I titoli dei pezzi, ancora una volta torrenziali flussi di coscienza come in un clash Lovecraft/Joyce ma preso bene, sono un’ipotesi, la cornice di un quadro che non smette di uscire dalla tela, vaghe coordinate, il resto – come diceva Neffa – è nella mente. Nessun bisogno di assumere sostanze psicotrope perché salga la botta, per cominciare a sentire i colori, vedere i suoni eccetera: sono gli effetti di questa cosa nel preciso istante in cui entra in circolo, espansione del cervello attivata di default come Johnny Mnemonic sull’orlo del collasso neurale ma senza dolore, solo stati alterati da far scappare via piangendo Ken Russell quanto Tim Leary: il film è la cosa vera, o viceversa, comunque una versione superpesa della realtà, migliore della realtà. Il cranio esplode come un cocomero preso a martellate, come nello sketch stigmatizzato da Bill Hicks ma serio, di colpo è di nuovo 1997 ma dopodomani, motori dell’Enterprise lanciati a massima potenza e scatta il florilegio di nomi di gruppi stoner che serve zero tirare in ballo quando potete agilmente sentire com’è schiacciando il tasto play.

Il vinile di DOM esce l’11 maggio. Come prima, produce Luca Ciffo, masterizza Rico. Cambia la lista di etichette che co-producono. Eccole:
Bleuaudio
E’ un brutto posto dove vivere

Brigadisco
DreaminGorilla Records
Vollmer Industries
Tafuzzy Records
Upwind Production
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LAST YEAR I WAS TWENTY-ONE (struggimento relativo al settantesimo compleanno di Iggy Pop)

Questo ha gli stessi anni di mio padre!, dissi agli amici, nell’ilarità generale, a Torino, un’estate, quattordici o quindici anni fa. Mio padre era sui 55, io sui 24, ed era la prima volta che vedevo Iggy dal vivo, dal vivo con gli Stooges, band da cui ero stato ossessionato fin da ragazzino in quel modo strano (credo, strano) in cui mi ossessiono io alle cose, mi prendo l’impegno di essere ossessionato da qualcosa e ne parlo e ne straparlo finché non credo io stesso a quel che dico e finisce che l’ossessione diventa vera, e non so più neanch’io cos’ho inventato, cosa sia reale, o che differenza ci sia tra le due cose. Così, dopo aver letto su qualche rivista, sarà stato il ’94 e le riviste c’erano ancora, che Kurt Cobain era fan degli Stooges (lo diceva Iggy stesso, ricordo che era un’intervista a Iggy), decisi a tavolino che sarei stato ossessionato dagli Stooges e così fu, precisamente da quando, qualche tempo dopo, ero da Rinascita proprio con mio padre (un mio padre irrealmente sui 45) che mi chiese, vuoi un disco? e io dissi sì, gli Stooges, ma non seppi cosa scegliere tra l’omonimo e Fun House, i due che c’erano, e mio padre, buonissimo, me li prese tutti e due. Li ho ancora da qualche parte, uno dei due ha l’adesivo giallo col punto esclamativo che era uno dei modi per esprimere il prezzo speciale (15.000?) venticinque anni fa. Insomma, tanto ho detto, tanto ho fatto, che ho finito davvero per adorare gli Stooges non ascoltandoli neanche troppo, ma questo è perché io pur essendo in genere considerato un appassionato di musica la musica non l’ho mai ascoltata davvero tanto, ad adorarli al punto che mesi fa, da adulto, ho insultato un mio amico che si è comprato Fun House in vinile dandogli del modaiolo bastardo, al punto che mi trovo oggi a esprimere, in occasione del compleanno di Iggy, davvero un concetto banale come che non dimenticherò mai la prima volta che ho visto gli Stooges – rifletto ora sul fatto che probabilmente non vedrò mai più gli Stooges e probabilmente mio padre non mi regalerà più dischi, e c’è stata un’ultima volta nella mia vita che entrambe queste cose sono successe e come è ovvio non lo sapevo e mi ritrovo oggi così, vecchio e stanco e grasso, con l’età che avevano Iggy e mio padre quando avevano la mia età oggi, a non desiderare niente di più al mondo che ricordarmi esattamente l’ultimo pezzo che ho sentito suonare dagli Stooges dal vivo nella mia vita – un pezzo qualunque, un momento, una nota di quel concerto, che chissà quando si è tenuto e dove, poi – o il modo in cui mio padre era vestito quando mi regalò The Stooges (l’album) e Fun House – la sua faccia, i suoi colori, in uno dei tanti giorni che per me erano normali, tornavamo a casa, la stessa casa, lui leggeva carte di lavoro e io ascoltavo gli Stooges in tanti giorni tutti uguali, tutti banali, che non ho registrato per questo e che per riaverne uno darei tutto l’oro del mondo, tutti i dischi – ridarei la prima volta che ho ascoltato gli Stooges dal vivo, che invece mi ricordo bene, Iggy entrò a torso nudo, disse siamo i cazzo di Stooges!, scoppiò il caos, e io pensai che aveva gli stessi anni di mio padre. 

T’APPARTENGO (100 canzoni italiane)


Detesto la parola edonismo, o per essere esatti detesto l’accezione che ha preso la parola edonismo dopo essere stata utilizzata per descrivere la stagione degli yuppie. E considerato il fatto che il significato della parola edonismo mi è stato spiegato nei primi anni novanta, si può dire che non ho mai avuto la possibilità di vivere in un mondo in cui la ricerca del piacere come fine ultimo dell’esistenza fosse un ideale puro, per nulla sporcato dalle implicazioni politiche e dai corsi di rettorica frequentati da quelli che poi andavano a scrivere su Filmcritica. Vabbè. Comunque quando qualcuno parla di edonismo reaganiano in genere fa riferimento ad una visione a blocchi dello spirito del tempo secondo cui gli anni ottanta li abbiamo passati a pippare coca sul culo di una modella e gli anni novanta li abbiamo passati ad odiare noi stessi per tutte le botte di coca che avevamo dato fino ad allora. Oltre a questo, il termine edonismo riferito al modello di vita yuppie sembra implicare indirettamente che nei primissimi anni novanta nella società occidentale predominasse il desiderio cosciente di rompersi il cazzo e porre fine alla propria vita. In questo senso, il clamoroso successo di Non è la Rai in quell’epoca (quattro stagioni dal ’91 al ’95) non sarebbe spiegabile.

In una di quelle riviste che mio fratello comprava di tanto in tanto (forse era King, ma potrei sbagliarmi) mi capitò di leggere un articolo sulla piega che stavano prendendo le teenager italiane. Era una cosa scritta in forma di fiction e divisa in miniracconti, uno per ogni stereotipo, con accanto la foto della musa ispiratrice di quel particolare gimmick -l’anoressica wannabe-modella, la comunista fricchettona figlia di papà, la ragazza di Non è la Rai che sculettava pimpante davanti al bidello. Di fianco a quest’ultima campeggiava la foto del viso sbarazzino di Ambra, il che sembra datare l’articolo dalle parti del ’94. Era un reportage dal Paese Reale dieci anni prima che il concetto di Paese Reale fosse plasmato: quali sono i modelli più ridicoli a cui si ispirano oggi le nuove adolescenti? Un articolo di merda, ma va bene per fissare un punto: a un certo punto l’ideologia alla base di Non è la Rai ha fatto il giro ed ha iniziato ad essere appannaggio di quelli che i giovani la droga la rivolta e l’anoressia. Il livoroso finto-paternalismo di quell’articolo era l’espressione di un sentimento reale, che però la società civile di solito riserva alle forme espressive più radicali della controcultura giovanile (squatter anarchici, rave culture, street art etc etc). Non era una cosa circoscritta a qualche articolo per riviste maschili: lo stesso inquisitorio non-biasimo occupava programmi di approfondimento, editoriali dei quotidiani buoni, tavole rotonde, omelie e saggistica. Com’era potuto accadere che la stessa sprezzante noblesse oblige da salotto buono dovesse abbassarsi a smontare un prodotto televisivo major, evidentemente stupido e di clamoroso successo? Provo a raccontarla per come l’ho vissuta io.

Comincio dal passato recente e vado indietro. A metà anni 2000 il Bronson di Ravenna aveva iniziato a mettere in calendario una festa anni ’90. Il Bronson è un locale di estrazione indie, un posto da concerti; quasi tutte le selezioni erano concentrate sui movimenti altrock degli anni novanta, britpop, crossover, d&b, gangsta e via dicendo. La migliore in consolle a queste feste è una dj che si fa chiamare Trinity: ha iniziato da subito a martellare sul repertorio italo, e c’è voluto poco a capire che la sua roba funzionava molto più del resto. Alla fine del suo set metteva sempre T’appartengo di Ambra e le prime volte che la suonava il locale ha seriamente rischiato di venire giù. Ecco, la festa anni ‘90 del Bronson è stata la prima volta che ho ascoltato T’appartengo traendone un piacere reale ed immediato. La canzone è contenuta in un album con lo stesso titolo uscito alla fine del ’94 e rimane la testimonianza discografica di maggior rilievo uscita fuori da Non è la Rai. Quando passava quotidianamente per radio pensavo che fosse la peggior canzone mai incisa. A formare l’opinione hanno contribuito in maniera determinante alcuni fattori non strettamente dipendenti dalla qualità della canzone, ad esempio la mossa del cuore performance in playback nel corso del programma e l’odio per il programma stesso.

Il programma è iniziato nel tardo ’91. Gianni Boncompagni a quell’epoca viene da anni di militanza in Rai, gli ultimi dei quali passati a riconcepire il formato di Domenica In per una nuova generazione di telespettatori –intrattenimento a randa, giochetti low budget, un sacco di ragazze in studio. È già l’ossatura su cui andrà a concepire il programma che sta pensando per Fininvest, in onda dal settembre del ‘91. Il programma si chiama Non è la Rai, dichiarando in maniera piuttosto smargiassa la sua natura di auto-scopiazzatura (è a tutti gli effetti Domenica In con un altro logo sullo schermo), con Enrica Bonaccorti a condurre l’ombra di Boncompagni ben più che intuibile e una legione di ragazze carine a far da pubblico. Ad alcune di loro è affidata la conduzione di alcuni momenti del programma, e l’idea si evolverà nelle edizioni successive fino alla sparizione dei conduttori professionisti dalla trasmissione nella stagione 3. È in questa fase che Non è la Rai diventa a tutti gli effetti Non è la Rai, una cosa che occupa militarmente due ore di palinsesto nei pomeriggi feriali di Italia 1, condotto da una ragazza di 16 anni che viene imbeccata dal regista tramite un auricolare. Persino il nome del programma sembra cambiare significato: non è più un riferimento autobiografico del regista e ideatore quanto una dichiarazione d’intenti in merito al contenuto: qui dentro c’è roba che nella TV nazionale non potreste mai vedere. E alla fine è diventato IL programma di Boncompagni, il suo testamento spirituale, quello a cui pensi se ti dicono il suo nome.

L’impatto di Non è la Rai sulla società italiana di quegli anni, in barba a Kurt Cobain e Tangentopoli, è fortissimo. Per certi versi guardarlo nel ‘92 è come guardare un incidente stradale. La roba di Cecchetto al confronto sembra haute couture per linguisti. Mi capita spesso di guardarlo: il mio migliore amico ne è ossessionato e lo guardiamo insieme. Non c’è nessun trasporto reale, non ci sono storie interessanti o montepremi stellari. Fondamentalmente ci sono solo delle ragazzine a cui è permesso di fare le ragazzine in TV: urlano, ballano, qualcuna canta in playback. C’è questo gioco che si prende un sacco di minutaggio: vengono sorteggiate tre ragazze, si mettono sotto a una doccia. Un tizio chiama da casa, sceglie quale delle tre deve tirare la catena davanti a lei. Da sopra arriva una secchiata d’acqua, o una pioggia di caramelle o petali di rosa o quel che era: se escono i petali vinci un gingillo, se esce acqua ti sei guardato la tua preferita prendere una secchiata. Il gruppo di ragazze è diviso abbastanza nettamente tra una cerchia di notabili (a partire da Ambra Angiolini) e un novero di gregarie che fanno numero. Fuori dallo schermo Iniziano a spargersi leggende metropolitane secondo cui un’orda di ragazze più o meno maggiorenni, accompagnate da madri più infoiate di loro, si presentano ai cancelli per il casting, pronte ad elargir servizi a chiunque abbia il potere di decidere la loro presenza in trasmissione. È roba tramandata per via orale che si spinge fin dove può spingersi l’immaginazione delle persone semplici: le mie preferite sono quella tipa che venne accettata nel cast e mandò a monte il matrimonio programmato per il weekend successivo; ho sentito raccontare la storia di un gruppo di senatrici, le ragazze più in vista, che vessavano brutalmente le altre. Immagino fossero tutte cazzate, ma la gente non smetteva comunque di raccontarle. I miei amici parlavano con cognizione di causa di una ipotetica top ten delle ragazze più fighe (ricordo solo che Miriana Trevisan era al primo posto). Non riuscivo a pensare a loro in quei termini, credo fosse per via di quel settaggio acqua-e-sapone imposto dall’alto che solleticava certe fantasie e le rendeva lontane dal mio ideale dark dell’epoca. Qualche volta ho anche provato a spiegarlo ai miei amici, beccandomi in risposta qualche insulto, “finocchio” e “chiesarolo” perlopiù. Ma a starci appena più attenti l’accusa era quella di non marciare al ritmo del resto del mondo, di spezzare la bolgia (cfr).

Le cose sono finite fuori scala nel giro di pochissimo. Non è la Rai ci ha messo poco a diventare una vetrina da cui spacciare una visione pop che per certi strati della popolazione probabilmente era davvero la roba più figa su piazza, e anche chi s’era già guardato tutto Cronenberg non aveva abbastanza anticorpi. Rispetto alla media delle produzioni musicali che facevano capolino in trasmissione T’appartengo di Ambra (e la successiva L’ascensore) erano probabilmente i lati più rispettabili, ma al di là dei passaggi in radio nella stagione calda (e del sorriso ubriaco di chi la riascolta alle serate-nostalgia) il singolo in sè ha impattato pochino. Ma l’insuccesso sostanziale della Ambra cantante è praticamente l’unica soddisfazione di chi voleva cancellare ogni traccia del programma dal nostro immaginario, un gruppo di pressione bipartisan che lavorava (verosimilmente) per togliere Non è la Rai dal palinsesto e infilarci due ore di qualsiasi altra cosa (verosimilmente letture di Burroughs o tributi a De Andrè). In prospettiva l’insuccesso della Ambra-popstar (la quale comunque un quarto di secolo dopo ha ancora un’agenda bella fitta) è anche un punto di partenza verosimile di due movimenti speculari dei noughties: il primo è tutto il movimento di riscoperta del trash anni ‘90 come linguaggio comune ad una generazione di intellettuali attivi dai 2000 in poi (e quindi un certo culto sotterraneo attorno a T’appartengo); il secondo è un sottogenere del giornalismo d’inchiesta all’epoca del clickbait, gli articoli intitolati “che fine hanno fatto le ragazze di Non è la Rai?”. Polvere eri e polvere ritornerai, l’onda lunga del rigurgito cattolico/sessuofobo che animava le più feroci critiche al programma, quasi tutte pescate dalla bibbia e mascherate da dibattiti sulla decadenza del contemporaneo. La stessa merda che oggi vola sugli youtuber e sugli influencer, o sul ministro del lavoro quando dice che per trovare lavoro gli agganci e il calcetto contano più del CV europeo, perchè salvare quel briciolo di decenza formale è il motivo per cui ci siamo iscritti ai terroristi dell’internet.

(un paio di settimane fa una persona mi ha mandato il CV europeo per chiedermi di scrivere su Bastonate)

Rispetto alle polemichette da cortile su youtuber e affini, però, Non è la Rai è da almeno vent’anni una questione iconografica. Una cosa che nel bene o nel male serve a raccontare i nostri tempi, e questo genere di letteratura conta anche e soprattutto come il bisogno feroce di affrontare un irrisolto, di ricombattere una battaglia che abbiamo straperso -e la nostalgia ci dà perdenti anche a questo giro, guardate solo l’attuale livello di reputazione di un Drive In che ha fatto lo stesso giro dieci anni prima.

La colonna sonora non aiuta; quello che all’epoca diventò l’inno degli hater del programma non vale manco un decimo di T’appartengo. Lo scrisse Vasco Rossi e lo pubblicò nel ‘93, dentro a Gli spari sopra. La canzone si chiama Delusa e quando ci ripenso mi rendo conto che già ai tempi esistevano canzoni molto peggiori di T’appartengo. Delusa è un rockettone sopra le righe e si fregia di uno dei testi più ignobili della storia del pop, in cui con una mano si dà corpo alle leggende metropolitane (“però quel Boncompagni lì secondo me…”) mentre con l’altra ci si cura di fornire un fine riferimento letterario all’ideologia secondo cui girare in minigonna ti rende corresponsabile di tutte le molestie sessuali che potresti subire (oppure “ehi tu delusa attenta che chi troppo abusa rischia un po’ di più e se c’è il lupo rischi tu” vuol dire un’altra cosa e io non l’ho mai capito). A quel punto le fila degli scandalizzati s’erano ingrossate al punto che veniva quasi naturale fare il tifo per Ambra e Boncompagni, e stiamo parlando di gente che faceva gli spot a Forza Italia in diretta TV. Ma francamente già ai tempi avevo sviluppato questo istinto per cui se da una parte c’è Vasco io mi butto dall’altra. Forse è quello che mi fa prendere bene quando la canzone di Ambra passa nello stereo. O magari ha a che fare con l’edonismo.

Quando il gestore di un bar assume due ragazze carine, qui in giro si dice di lui che “ha il senso degli affari”. Quando ti fermi a prendere un cappuccino al bar prima di entrare in ufficio, intorno alle 8 del mattino, c’è sempre qualcuno che ci prova con la barista. Lei ha uno sguardo negli occhi stile “anche oggi ti mando affanculo domani”, chiude la bocca, sorride, versa la schiuma nella tazza. La morte di Gianni Boncompagni ha rinvigorito un dibattito tra innocentisti e colpevolisti che va avanti da 25 anni e passa: i primi usano parole di circostanza, i secondi sono infoiati e ci tengono a puntualizzare che GB sia tra i principali responsabili dell’impoverimento di contenuti della TV italiana. Ecco, credo che almeno post-mortem lo si possa assolvere da questa accusa: non è stato lui a creare l’ossessione degli italiani per la figa. Forse ha avuto un ruolo chiave in tutto il processo di demistificazione della bomba sexy all’italiana, quel calvario mediatico che che da Sophia Loren ha portato ad Alessia Merz, ma 1 le Lory Del Santo e le Tinì Cansino non sono state inventate da Boncompagni, e le stesse leggende metropolitane cantate da Vasco Rossi accompagnano da decenni le selezioni di Miss Italia. Se il problema di questo paese è stato il berlusconismo, la colpa di Boncompagni è di aver surfato su quel mare di merda meglio di chiunque altro -anche se la mia impressione è che la sua più grande colpa sia di avere avuto la faccia come il culo, di svuotare scientemente il contenitore e avere pure la faccia di vantarsene in giro. A conti fatti la sua interpretazione del berlusconismo aveva un sapore quasi verista: ti sedevi e lo guardavi per quel che era e diocristo non c’era proprio un cazzo da vedere. 

L’unica volta che ho visto i Pan Sonic

(RIP Mika Vainio)

Ho visto i Pan Sonic una volta sola, nell’ottobre del 2004. La storia è così: i Pan Sonic suonano al TPO di Bologna, avevo saputo della serata il giorno stesso, mi ero organizzato con Nicola e avevo addosso una gran fotta. Il concerto inizia alle 10 e io per i concerti sono sempre stato mediamente in apprensione. Partiamo sulle otto e mezzo, dico, se c’è poco casino per strada al limite facciamo un bicchiere di vino lì fuori dal TPO. Quando il TPO era nella sede vecchia, un paio di km fuori da Porta Stocazzo, c’era un’enoteca bellissima/scrausa sull’incrocio, o almeno è così che mi ricordo le cose. Arriviamo sulle 9.30, e per evitare di romperci troppo il cazzo dentro al TPO andiamo davvero a bere un bicchiere di vino nell’enoteca ancora deserta. Mezz’ora dopo ci presentiamo alla cassa e ci vuol poco a capire che siamo i primi paganti della serata. Entriamo comunque, “magari queste serate iniziano un po’ più tardi”. Alle 11 il posto è ancora deserto e noi abbiamo fatto tutto quel che c’è da fare quando aspetti un concerto -birra, banchetto dei dischi, un’occhiata ai flyer. Dopo un’altra mezz’ora siamo a parlare seduti sul lato destro del palco, assieme ad un altro paio di amici che abbiamo incontrato. Si avvicina un tizio esattamente a metà tra il fricchettone e il punkabbestia, cioè un normale bolognese intorno ai 25, attacca un po’ bottone, ci dice che è dell’organizzazione e che dobbiamo andare a bere o il concerto non inizia. Lo guardo un po’ stralunato. Lui mi pianta gli occhi addosso e poi mi spiega come funziona la politica economica del Teatro Polivalente Occupato di Bologna: il cachet dei Pan Sonic è tot mila euro, e finchè non siamo riusciti a tirarli su tra ingressi e bar il gruppo non comincia. Gli chiedo se sta scherzando e lui mi guarda come se avessi detto che Pasolini stava con gli sbirri. Nel suo surrealismo la situazione ha un lato divertente: è un’ora e mezzo che siamo in questo posto a romperci il cazzo nella speranza che prima ci sia un concerto dei Pan Sonic, e d’un tratto arriva un tizio a dirti che il concerto dei Pan Sonic potrebbe non esserci mai. Sul momento sono tentato di vedere il suo bluff: che succede se non vado a bere? Stiamo qui a cagarci il cazzo fino a ora di colazione? D’altra parte è l’ottobre del 2004, ho 27 anni, sono single, non guido e l’idea di disobbedire a qualcuno che ti intima di bere un’altra birra è sconosciuta al mio paradigma ideologico. Così vado al bar e mi sparo un’altra consumazione o due. A un certo punto il TPO raggiunge il break even, sarà circa l’una e mezza di notte, e a quel punto i Pan Sonic possono suonare. 

Non è una gran storia, ok. Il concerto poi però fu una cosa epica: quelli che c’erano ne han parlato per anni come della massima cosa musicale mai successa. Qualche mese dopo dal TPO ci passò la reunion degli Slint: puzzava di cazzata ma c’erano i Radian di spalla, così mi organizzai per andare. Però mi dissi “col cazzo che stavolta mi fregano, loro e le loro attese infinite” e salii a Bologna con la massima comodità. Quando riuscii ad entrare i Radian stavano finendo l’ultimo pezzo.

Storia corta

 

Tre o quattro anni fa mi si ruppe l’autoradio e me ne andai al megastore per comprarne una nuova. Ero quasi eccitato all’idea, perché pensai che sarebbe stata una buona occasione, spendere due lire in più e comprare un modello dotato anche di presa USB, così da poterci magari attaccare l’iPhone e potermi sbizzarrire con la musica nuova in tempo reale, magari limitando un pochetto il numero di CD impilati dentro la macchina. Lo dissi al commesso di Marco Polo, che mi guardò con lo sguardo bonario che questo genere di commessi riserva ai tecnoritardati come me, e mi spiegò che dai tempi dell’ultima autoradio il mercato si era evoluto un po’. In sostanza tutte le autoradio avevano una presa USB adattabile all’iPhone, ma non tutte –anzi, piuttosto poche- avevano il lettore CD. Così mi obbligò a scegliere, lì per lì, se versare un extra e comprarmi un’autoradio col CD incluso o se buttarmi nella piscina della rivoluzione digitale e darmi un modello solo-USB. Sul momento pensai che fosse un buon investimento non rinunciare ad ascoltare tutti i CD che avevo accumulato lungo una vita di ascolti/acquisti compulsivi, spesi i 30/40 euro di differenza e portai a casa un’autoradio che mi ha servito con onore fino a qualche giorno fa.
Quando scegliete un compagno di vita credo sia importante avere accanto una persona che non vi assecondi in tutte le vostre psicosi del cazzo. Ad esempio la mia morosa ha un rapporto molto sciolto e rilassato con la musica: le interessa, le piace ma non ne è ossessionata. Tanto per dire, non ascolta musica in mp3. Le capita di farlo saltuariamente solo perché vive con me, e ogni tanto la costringo ad ascoltare uno dei miei dischi dal computer, ma in generale non traffica con iTunes, non usa l’iPhone per ascoltare la musica, non ha mai avuto un iPod né nulla del genere. Non è un discorso ideologico o qualcosa del genere, è che la sua vita non è necessariamente costruita intorno alla ricerca compulsiva di qualunque disco venga fatto uscire; è a posto con i CD che possiede, saltuariamente ne aggiunge uno alla collezione, e questo è più o meno quanto.
Qualche settimana fa abbiamo cambiato macchina. Il nuovo modello aveva l’autoradio montato dalla casa, una specie di modello pimpato che fa anche da computer di bordo. Abbiamo ringraziato e pagato e portato il mezzo a casa, e poi ci siamo resi conto che non c’era il lettore CD. Io di mio non ho problemi, ma la mia morosa è un po’ in difficoltà. Tutti i dischi che ascoltiamo con nostra figlia, per dire, sono effettivamente dei dischi, dei CD. Non è che sia proprio una sofferenza major, o quantomeno non è un motivo sufficiente a scegliere un’automobile piuttosto che un’altra, ma per la prima volta la mia fidanzata si trova nella spiacevole situazione di dover ripensare dall’inizio la propria collezione di dischi: se vuole ascoltarli in macchina, deve prendersi il disturbo di buttarli dentro una chiavetta USB. Le ho promesso che lo farò io, e probabilmente un giorno lo farò davvero –servono tempo e voglia.
L’altro giorno è dovuta andare da qualche parte in macchina, dice, ho il telefono scarico, lo lascio a casa a caricarlo. Ma no!, le rispondo, siamo negli anni 10, la presa USB della macchina carica anche il telefono. Non ci aveva pensato, che insomma, succede. Prende il cavo e attacca il telefono in macchina. È il suo primo viaggio da sola con l’auto nuova. Torna a casa, le chiedo com’è andata, come si trova a guidarla, presente no?. Mi dice che la macchina va molto bene, ma che stava ascoltando la radio e poi il telefono è resuscitato e -completamente a caso- è partito questo disco degli U2, boh.
Lì sul momento eravate lì a dire che tutto quello sdegno era esagerato, ma a tre anni di distanza Songs Of Innocence è ancora lì, indisturbato, a fare danni nei telefoni e nelle auto di chiunque non si sia preso la briga di eliminarlo.