Sleep now in the facepalm

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Non credo moltissimo all’invecchiamento della musica come categoria critica. Cioè, sicuramente alcuna musica è “invecchiata” peggio di altra musica, ma dipende dalla cultura fuori, non dalla musica in sè. Ad esempio i Gang Of Four per quanto mi riguarda sono invecchiati malissimo, ma se non fossero stati presi di peso per confezionare ogni singolo disco rock uscito tra il 2003 e il 2008 probabilmente sarebbero ancora roba freschissima; il fatto di aver dovuto ascoltare Damaged Goods un paio di migliaia di volte più di quelle che mi sarebbe piaciuto, probabilmente oggi proverei ancora un qualche piacere nell’ascoltarli. Non c’è niente che faccia male ai gruppi quanto un’imitazione massiccia e diffusa: lo sanno bene i Rage Against The Machine. Finchè il cosiddetto rap-metal era un affare limitato a loro e a un’altra dozzina di gruppi sparsi in giro per gli anni novanta (Downset, Dog Eat Dog, Biohazard e roba così), sembrava roba freschissima e abbastanza basilare/stronza da potercisi innamorare in tempo zero. Poi è arrivata l’epoca in cui tutto doveva essere ibridato e a 360°, e si poteva senz’altro preferire i RATM a tutti i Limp Bizkit del caso, ma per quanto ancora sarebbe stato possibile ascoltarli senza farsi venire l’orchite e/o ritenerli responsabili di tutta la merda che era venuta dopo? Insomma, quando qualche mese fa (fine marzo, più o meno) è uscita l’indiscrezione secondo cui i Rage Against The Machine fossero chiusi in studio per preparare un disco contro Donald Trump, eravamo così vicini a Povia che non era manco necessario mettersi a fare dei distinguo in onore dei vecchi tempi.

 

In ogni caso, anche volendo separare i RATM dall’ingloriosa fine del nu-metal, ci sono parecchie ragioni oggettive per detestarli dal 2000 in poi (ma anche e soprattutto in generale). Forse bisogna partire dalla dichiarazione rilasciata dal cantante, fine 2000, a commento della sua uscita dalla band. A quei tempi le coltellate stanno già volando, si dice da anni: secondo Zack De La Rocha, il livello dello scontro in seno al gruppo è talmente alto da rendere quasi impossibile prendere qualsiasi tipo di decisione. Le voci di scioglimento, del resto, accompagnano il gruppo fin da prima che uscisse Evil Empire. Dopo l’uscita di Zack De La Rocha iniziano a venir fuori cose: il cantante che si mette di traverso su quasi tutto, dipinto dagli altri come una persona umorale e volubile, generalmente poco affidabile, responsabile di aver mandato all’aria un tour già chiuso assieme ai Beastie Boys e altre cose di contorno. Il gruppo si dichiara da subito intenzionato a proseguire con un nuovo cantante, anche se la ricerca di un sostituto durerà anni. Su De La Rocha, al contempo, hanno già iniziato a circolare da mesi/anni alcune voci che lo danno impegnato nella realizzazione del suo primo album solista, che le indiscrezioni sembrano indicare essere una sorta di opera definitiva del rap politicizzato (con collaborazioni di gente tipo ?uestlove, Dj Shadow e non ricordo manco più chi altri). È una delle tante prove a testimonianza di una vox populi che serpeggia da anni: un gruppo totalmente incapace di esplorare territori diversi da quelli con cui è diventato famoso, un cantante innamorato della musica pop che sta uscendo, la frustrazione che ne consegue. Ad ulteriore sostegno di questa teoria, mentre i RATM fanno uscire a strettissimo giro un disco di cover, il DVD di un concerto e un disco live, a un certo punto sembra quasi ufficiale che il nuovo cantante dei RATM sarà B-Real dei Cypress Hill, amici di vecchia data del gruppo. E già qui siamo in pura zona-LOL, nel senso, la scelta meno rischiosa possibile e la seria intenzione di volersi trasformare in una barzelletta vivente. Negli stessi anni del resto i Cypress Hill stessi si stanno spostando scientemente dal quasi-hardcore dei loro dischi fighi al crossover imbruttito di quella cafonata di Skull&Bones. In realtà non è nemmeno il peggiore degli scenari possibili, come la storia avrà cura di dimostrare: l’indiscrezione di B-Real si dimostra infondata, e i RATM si ritrovano nello studio di Rick Rubin assieme a Chris Cornell. È l’inizio degli Audioslave: rock cafone anni novanta sintetizzato in provetta, totalmente insensato in ottica post-RATM ma molto sensato in ottica post-Soundgarden. I dischi degli Audioslave sono antipatici più che brutti, non so, è difficile spiegarlo. Hanno anche del buono dentro, o Michael Mann non sarebbe riuscito ad utilizzarli per alcune delle scene di cinema più belle mai realizzate, ma è roba talmente ipertrofica da far sembrare i Foo Fighters un monumento alla sobrietà. Il disco di Zack De La Rocha, comunque, non riesce ad uscire prima dell’esordio degli Audioslave, lasciando al gruppo la possibilità di colmare il vuoto lasciato nella fanbase dei RATM, vendere un fantastilione di copie. Ne seguono altri due, realizzati in fretta e furia prima di uno scioglimento a rotta di collo, che dà modo a Cornell di ricominciare finalmente a far cacare da solista (e poi con la reunion dei Soundgarden). Tom Morello non accetta il pensionamento e si ripresenta in versione folksinger con il terrificante progetto Nightwatchman. La reunion dei RATM succede da qualche parte nella seconda metà dei duemila, se non mi sbaglio: concertone a Coachella e via col tour, le litigate finiscono in cantina, la comunicazione ancora a zero. L’unica vera notizia è che Zack De La Rocha ha mollato i dreadlock e gira con una testa di riccioloni davvero fighissimi. Al contempo, a sentire le voci, sta continuando a lavorare al suo disco solista, che per tutta una serie di motivi tarda ad uscire -qualche anno prima si è riuscita ad ascoltare una collaborazione con Dj Shadow, niente di eccezionale, roba da sei e mezzo, forse non abbastanza buona da finire nel disco. Poi, completamente a caso, salta fuori un side-project composto da lui alla voce e uno dei Mars Volta alla musica, tali One Day as a Lion. Un disco che non colpisce particolarmente per il respiro innovativo della musica -una sorta di RATM sintetici ed appena meno scolastici, dischetto carino per due ascolti e poco più, in attesa del tanto sospirato disco solista.  

 

Io francamente faccio fatica a riascoltare i RATM. Ho memoria di loro come di uno snodo cardine del mio sviluppo come ascoltatore -ricordo il momento esatto in cui ascoltai il primo disco e di esserci andato fuori di testa, tanto per dire. E ho passato quasi tutti gli anni novanta con i loro dischi nello stereo, ma non so fino a che punto la cosa mi abbia giovato. Degli altri gruppi che ho ascoltato fino allo sfinimento in quegli anni, posso dire che almeno avessero tre o quattro canzoni diverse in repertorio. E i loro messaggi, perlopiù inesistenti, sono riusciti a rimanere nel corso del tempo, con il paradosso che riesco ancora sentire un briciolo di senso di appartenenza ascoltando Phil Anselmo urlare ma non riesco più a rimettere sul piatto il primo disco dei Rage Against The Machine, figurarsi cose tipo The Battle of Los Angeles. Ho anche il privilegio di ricordare un momento preciso in cui ho deciso di smettere con i RATM. La mia fidanzata li aveva scoperti da me, aveva ascoltato un paio di dischi e deciso che erano molto bravi. Così, quando fecero la reunion a Modena, decidemmo il giorno stesso di metterci in macchina e andare giù: un giretto per la città e poi il concerto, così in modo disimpegnato. Era un sabato: partenza la mattina tardi, colazione in pasticceria come tutti i sabati mattina, relax e bombolone alla crema. Mentre ero lì a mangiare il bombolone e il cappuccino pensavo che tutto sommato chi cazzo se ne fregava di andare a vedere la reunion dei RATM, e quel giorno facemmo altro. Credo sia un po’ il modo in cui il capitalismo è riuscito ad avere la meglio su tutti noi: a un certo punto non hai voglia di sbatterti, inizi a mettere in folle, tasti il terreno e vedi cosa ti conviene. Sicuramente una parte della colpa è di quel genere di idealismo sinistrorso a cazzo di cane (e foraggiato dai padroni, che sarà pure una critica strasentita però dio cristo), ma non assumersi qualche responsabilità individuale sarebbe insensato. E questo in prospettiva mi obbliga a riflettere su un sacco di cose più interessanti della musica trattata qui sopra, ma questo forse allontana il problema oggettivo del gruppo?

Secondo me no, anzi tende ad oggettivizzare un po’ il tutto. Intendo, anche stando lontano dalla retorica del “tradimento” a cui non riescono a credere manco più i giornalisti musicali, l’idea che i RATM si ostinino a tornare, nel cazzo di 2016, è semplicemente intollerabile. La credibilità dell’unico membro che ne ha ancora un briciolo si basa solo sul fatto che fino ad oggi nessuno ha ascoltato il suo disco solista (e ok, saltuariamente fa cose fighe tipo il feat. con i Run The Jewels in cui si scopre che persino lui con la vecchiaia è diventato esteticamente figo). Fossimo riusciti ad ascoltarlo, l’avremmo fatto a polpette. Si fosse riunito ai RATM per fare un disco anti-Trump l’avremmo fatto a polpette. Si fosse preso il disturbo di dissare gli ex-compagni per ogni disco di merda a cui hanno messo mano, l’avremmo fatto a polpette. Invece se n’è stato tutto il tempo per i cazzi suoi. Qualche giorno fa s’è temuto il peggio: un misterioso countdown nel sito dei RATM che annunciava l’arrivo di qualche novità. Fortunatamente, è solo l’ennesimo supergruppo chiamato PROPHETS OF RAGE (nel capslock vorrebbe esserci il giudizio morale) e composto dai Rage Against The Machine con Chuck D e B-Real al posto di Zack De La Rocha, che a quanto pare se ne andranno in giro a suonare i loro Grandi Successi. 15 anni dopo la prima voce in tal senso non fa manco più ridere, ma finora almeno non c’è notizia di un nuovo disco da ascoltare.

I Pantera, l’estate del ’96 e altra roba legata

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We were not just some band.
Phil Anselmo

A un certo punto, è maggio o giugno, le persone iniziano a suicidarsi in massa. Dipende dal caldo. È la teoria di una tizia che lavora al negozio di alimentari di mia madre, supportata dall’evidenza empirica di un paio d’anni da pendolare a non so che scuola in Toscana. Dice che quando arriva il caldo i treni tardano sempre perchè qualcuno ci si butta sotto, e poi la gente sta ferma dentro al vagone e inizia a strippare a sua volta. Prima arriva il caldo, più la gente esce di testa. Hai presente quando capita una qualche giornata afosa in aprile? Gli esseri umani della zona temperata non sono biologicamente preparati a sudare in aprile. Questa è più o meno la cosa più interessante che imparo a inizio estate 1996. Il negozio di mia mamma ha bisogno di manodopera e io mi devo intervallare tra gli studi universitari e la cassa del Conad. Gli altri discorsi che si ascoltano alla cassa del Conad sono storie di decadenza paesana, e tutte le estati sono le stesse: si dorme con la finestra aperta fino a che non si sente delle prime case che sono state svaligiate, la settimana prima c’è stato un incidente in centro al paese, un negozio sta chiudendo, un piadinaio sta aprendo dalle parti di Budrio, dicono che il comune non dà i permessi di fare la rotonda, hanno beccato una coppia di ragazzini a scopare in mezzo a un campo, maschio e femmina intendo (che nel 1996 gli omosessuali ancora non esistono). D’estate, nei paesi come il mio, la gente rinasce. Il corpo smette di pesare come un macigno, la sera si esce sempre, i ragazzini smettono di pascolare per le vie deserte di Cesena il sabato sera alla disperata ricerca di un gruppo di ragazzine, si rovesciano sul lungomare di Cesenatico sfruttando i pochi neopatentati disponibili. Al campetto della chiesa inizia il torneo di calcio a 7, molti partecipano, molti stanno sugli spalti a guardare. D’estate sei fuori casa cinque giorni a settimana, gli altri due recuperi il sonno o guardi i film horror su italia uno. Al TG c’è sempre il caldo record, intervallato alla bomba d’acqua. I medici raccomandano di bere molta acqua e per altri quindici anni nessuno mi parlerà di storytelling. La canzone più ballata dell’estate 1996 potrebbe essere Children di Robert Miles.  

È difficile pensare a un disco meno estivo di The Great Southern Trendkill, e forse è per quello che in quell’estate mi si attacca addosso. Nell’estate del ‘96 ho diciotto-quasi-diciannove anni, la patente da poco, riesco a montare l’autoradio in macchina col primo stipendio, tra virgolette, che prendo al negozio. Non ho ancora un lettore CD in casa, e la cassetta me la faccio doppiare da un amico del mio paese in cambio di una bevuta. Tra i diciotto e i diciannove anni  è importante avere musica nello stereo che una ragazza non potrebbe mai ascoltare. Perchè? Non lo so. Sta di fatto che ho l’immagine di me che passo col disco a palla e i finestrini abbassati in giro per le strade del mio paese, o a fare karaoke inventandomi le strofe di Floods in fila al semaforo di Porta Santi, manco fossi dentro a Fusi di testa, col tizio in fila davanti a me, Passat grigio metallizzato, mi guarda dallo specchietto e sorride per compassione.

Parlando da un punto di vista oggettivo, TGSK non è il miglior disco dei Pantera. Non è quello più amato dai fan (Vulgar), non è quello che ha definito la loro svolta (Cowboys), non è quello che ha fatto il record di vendite (Far Beyond Driven), non è quello con i pezzi migliori (Vulgar), né quello che li ha imposti come inevitabili nell’immaginario del metal (sempre Vulgar). Ai tempi dell’uscita di TGSK, anzi, i Pantera sono già diventati una storia vecchia: Far Beyond Driven si guardava bene dall’apportare il minimo cambiamento al consolidato assetto musicale del gruppo. Dal ‘94 in poi sembrano destinati a fare la fine dei soldati giapponesi matti a guardia dell’isolotto, in un mondo che si evolve di settimana in settimana.

La storia dei Pantera, per convenzione, inizia con l’ingaggio di Phil Anselmo alla voce. Ci arriva giovanissimo, subito dopo la cacciata di Terry Glaze, quando ancora i Pantera sono un gruppo glam metal di secondaria importanza con una manciata di dischi in attivo; da fanatico di hardcore punk e Judas Priest, sembra uno dei pochi adatti a quello che il gruppo sta diventando. Niente di imprendibile, sia chiaro: il thrash sta arrivando al suo apice e lo street metal sembra avere i giorni contati, così i fratelli Abbott (chitarra e batteria) provano a concepire un cambiamento di suono che li riesca a tenere a galla. Non è nemmeno un cambiamento traumatico: ci vogliono diversi anni, un disco di transizione, un contratto major e poi Cowboys From Hell che col passato non c’entra quasi niente. E da lì è un crescere continuo, inarrestabile, che arriva all’apice all’uscita di Far Beyond Driven (il primo disco di metal estremo che arriva primo in classifica negli USA). E poi si comincia a scendere. Annotato il nome dei Pantera come essenziale a capire il metal dei primi ‘90, il rock pesante inizia ad orientarsi verso certe forme filo-crossover che si prenderanno tutta la ribalta negli anni successivi: nel 1992 esce il primo RATM, nel 1994 il primo Korn, e da lì tutto il resto. Nel ‘96 il secondo RATM è fresco di stampa, i Sepultura hanno fatto uscire Roots; è uscito Burn My Eyes, è uscito il primo disco dei Deftones. È un po’ un biennio di cambiamenti, di gruppi che esordiscono col botto o s’impongono definitivamente; tutto quello che è successo cinque anni prima sembra venire dal cretaceo. Basti dire dei Metallica di Load, quattro anni e zero dischi di distanza dal Black Album, accusati da chiunque d’essere la quintessenza dello svilimento di un genere. I Pantera vanno un po’ a finire in mezzo tra l’una e l’altra cosa: la loro credibilità pubblica è ormai bassissima, a forza di risse con la stampa di settore e tirate fasciste di Phil Anselmo ai concerti, iniziano a diventare l’incarnazione di un’epoca di chiusura mentale che andrà necessariamente superata.

L’estate del ‘96 è l’ultima estate da adolescente. L’università non sembra fare per me, odio il negozio di alimentari e sono incastrato dentro ad entrambi. Ho una brutta cotta per una ragazza non interessata a me, non sono interessato ai posti che i miei amici amano frequentare, non ho voglia di cercare vere e proprie alternative alla vita che faccio. È una storia noiosa: ti guardi intorno e non va bene niente e non hai ancora abbastanza testa per capire che il problema sei tu. Non ho idea se la generazione prima della mia e quella dopo abbiano avuto lo stesso conflitto. Per me no, hanno avuto un conflitto più o meno simile ma ogni volta le priorità sono diverse, e sicuramente è diversa la colonna sonora. Poi arrivano il revisionismo, le versioni posticce della stessa cosa, la retorica del rock’n’roll e il reunion tour, e sono tutti modi per cercare di ricomprarsi il tempo perduto

I Pantera sono un gruppo dozzinale, fatto di musicisti sicuramente preparati ma non particolarmente capitali, e la loro musica ha sicuramente vette compositive ma sono vette che forse qualcun altro ha toccato prima e dopo di loro. E i loro testi sono perlopiù coacervi di puttanate generiche. Ma quello che manca loro dal punto di vista artistico viene ampiamente compensato da ciò che ti danno emotivamente: ascoltare i Pantera, da Vulgar in poi, ti dà qualcosa che è difficile mettere a parole. Questa componente di coinvolgimento personale al di là dell’invenzione musicale in se stessa è la caratteristica che ha permesso ai loro dischi di non invecchiare, o di farlo meglio di quelli di alcuni dei loro contemporanei. Per cui, nell’analisi critica dei Pantera, qualcosa sfugge sempre: dieci o vent’anni dopo è possibile prendere le distanze da un certo tipo di estremismo, anche più incompromissorio e politico e musicalmente avventuroso: l’accacì più brutale, i gruppi grind, il rap hardcore, ma non i Pantera. La loro musica, specie se riascoltata non troppo spesso, riesce a comunicare ancora una dimensione di appartenenza. Non è possibile spiegare perchè.

L’estate del ‘97 il mondo ha risolto la maggior parte dei propri conflitti, delle proprie contraddizioni. Cioè sono stato io a farlo: ho iniziato a studiare con un briciolo di metodo e dare un buon numero di esami e lavorare al negozio va bene, non pesa più così tanto. Inizio ad uscire con una ragazza e mi ci fidanzo assieme, e ascolto ancora metal e accacì e rap peso, ma inizio a saperne abbastanza di indierock e postrock e di noise e riesco a coltivare una superficialissima passione per jazz e musica di confine di cui nessuno di quelli che conosco sa nulla. È l’inizio di un’altra età, una specie di seconda adolescenza, non proprio proiettata verso il futuro ma, almeno, non troppo spaventata all’idea che ce ne sia uno.

Già ai tempi di Far Beyond Driven il gruppo sta affrontando più problemi di quanti sarebbe lecito aspettarsi. Il disco vende da dio, certo, ma le performance live dell’epoca Vulgar Display of Power sono un ricordo. Phil Anselmo ha un grosso problema alla schiena; dovrebbe essere operato e stare un anno in convalescenza, ma non è il momento giusto per il gruppo. È così, a detta sua, che inizia la stagione dell’eroina, una dipendenza che pur tenuta nascosta al gruppo, a detta loro, presto inizia a vedersi ai concerti del gruppo. Il rapporto tra Anselmo ed i compagni è comunque tesissimo: la comunicazione è ridotta al minimo e limitata ai pochi momenti pubblici. S’inizia ad intravedere la spaccatura che farà finire i Pantera in soffitta, qualche anno dopo: da una parte i due fratelli Abbott, dall’altra Phil Anselmo, in mezzo Rex Brown, un po’ indeciso da quale parte buttarsi.

Ma è in questo periodo che Anselmo inizia a diventare davvero il personaggio leggendario che sappiamo oggi. Nei primi anni ‘90 è iniziato il sodalizio con Jim Bower, il personaggio chiave della sua crescita artistica, da qui in poi in bilico tra metal estremo e southern rock riveduto e corretto. Nel ‘95 il sodalizio sboccia agli occhi del mondo: esce NOLA dei Down, supergruppo con Bower, Anselmo, Pepper Keenan e Kirk Windstein: un disco bellissimo e nato un po’ per sbaglio, fuori dai riflettori, senza che l’ombra lunga dei Pantera si allunghi sulle composizioni, roba che cammina sulle proprie gambe. Forse è il fatto che esista un’alternativa concreta ai Pantera a favorire l’ulteriore allontanarsi di Anselmo dai Pantera, e forse le droghe peggiorano di molto la situazione. In un caso o nell’altro, nel ‘96 dei Pantera senza Phil Anselmo sono impensabili quanto un Phil Anselmo senza Pantera. E se si vuol far uscire un altro disco, tocca pensare ad una soluzione di compromesso.

Ne ho già parlato in passato: potendo scegliere, mi piacerebbe che tutti i miei musicisti preferiti non trovassero mai la pace interiore, continuassero a soffrire come dei cani e raccontare la loro sofferenza nei dischi. Non è colpa mia, ma statisticamente la sofferenza il disagio e l’abbrutimento generano musica migliore. Mi rendo conto che sia una perversione e un lato malvagio della mia personalità, ma ho un’autentica predilezione per i dischi rock realizzati a un grado minimo di comunicazione, quelli per cui il gruppo rompe i rapporti con l’etichetta, quelli dopo cui il cantante viene ricoverato per esaurimento nervoso, il gruppo si scioglie, il bassista esce sbattendo la porta. In Utero, Vitalogy, Flowers of Romance, i NIN fino a Fragile, eccetera. Quella di The Great Southern Trendkill è una delle realizzazioni più tormentate della storia del rock: Dimebag Darrell, Vinnie Paul e Rex Brown registrano la musica in Texas, mentre Phil Anselmo si rintana nello studio di Trent Reznor a New Orleans per le parti vocali. Ad aiutare Anselmo il più assurdo comprimario pensabile: Seth Putnam degli Anal Cunt, coetaneo del cantante dei Pantera, tossico convinto e uomo-chiave del grindcore statunitense. Il gruppo s’incontra per la prima volta alla vigilia del tour, il cantante è piuttosto avanti nella sua downward spiral. Il risultato delle sessions è il disco più violento e negativo mai inciso dal gruppo.

Il carattere respingente di TGSK è la sua qualità più grande, ed è pienamente esemplificato dai primi dieci secondi di musica: partono tutti assieme fortissimo, Anselmo urla sguaiatissimo, Vinnie Paul batte a tempo di death metal e gli altri due vangano. Poi la canzone corregge il tiro e inizia a ragionare sulla forma di groove metal più compressa mai ascoltata, grossomodo il menu di tutti gli altri pezzi del disco; il testo parla di essere fan dei Pantera all’epoca in cui il disco esce, una cosa piuttosto stupida -non fosse intervallata dai rantoli di Putnam. Il momento più significativo, quello che raccoglie il significato ultimo di TGSK, sono le due parti di Suicide Note. La prima parte, l’unica ballata acustica mai incisa dai Pantera, melodica e sulfurea e perfetta nella voce, interrotta all’improvviso ed uccisa dai feedback a rotta di collo della seconda parte. Dentro TGSK è tutto così, spinto fino al limite massimo di sopportazione, quasi impossibile da ascoltare tutto d’un fiato, illuminato da pochissimi momenti melodici -che figurano comunque in cima al repertorio compositivo dei Pantera. Difficile non riconoscere in TGSK lo strapotere carismatico del cantante, i suoi infiniti flirt con il metal estremo, le ossessioni sudiste dei Down: se la rivoluzione di dischi come Cowboys e Vulgar va accreditata per gran parte a Dimebag Darrell, The Great Southern Trendkill è clamorosamente sbilanciato verso Phil Anselmo. La musica di TGSK è sicuramente dozzinale nella forma e nel contenuto, ma stranamente non nel risultato -non offre quel senso comunitario da catarsi collettiva che offriva Vulgar Display Of Power, per capirci. È un disco molto introverso, dentro cui entrare è sostanzialmente impossibile: è comunemente accettato che si tratti di un disco sulla tossicodipendenza. Ancora oggi, riascoltare TGSK richiede preparazione. Ancora oggi è uno dei dischi più intensi e violenti mai usciti.

Ricordo molto vagamente un bell’articolo su TGSK, credo fosse di Claudio Sorge su Rumore: iniziava parlando di un concertone, forse quello primo maggio, beccato per sbaglio alla TV. C’era il pippone di qualche pezzo grosso del PDS/Ulivo (forse Veltroni) che pontificava sul palco sulla possibilità di fare del rock un veicolo per diffonda un messaggio positivo, ancorchè politico, tra i giovani. L’epigrafe del giornalista, citazione inesatta : “mi sono ricordato in quel momento di quanto amo i Pantera: violenti, cattivi e totalmente senza messaggio.” Da questo punto di vista, TGSK è il loro miglior disco, il più violento e inascoltabile, quello che li definisce con più precisione. Tristemente, è anche il loro punto di arrivo. Tutto quello che succede dopo ai Pantera è un pro-forma in attesa della fine: l’overdose di Anselmo, il live dell’anno successivo, il gruppo che sorride durante le interviste, l’Ozzfest e tutto il resto. Il cantante rasato ed asciutto che urlava a torso nudo negli anni d’oro del gruppo si trasforma progressivamente in un clichè ambulante, ridotto a trascinarsi alla bell’e meglio in giro per il palco con birra in mano, barbone e capelli lunghi, un mare di effetti su quel poco di voce rimasta e le magliette senza maniche a coprire la pancia. Si sciolgono ufficialmente nel 2003: un anno dopo Dimebag Darrell viene ucciso su un palco, e Vinnie Paul proibirà a Phil Anselmo di presenziare al funerale.

Vent’anni dopo The Great Southern Trendkill, il principale pregio della musica è di unire le persone. I boss del PD fanno i loro comizi con sotto Vasco i Muse e i Coldplay; la musica si scambia via hashtag; ascoltiamo tutto quel che esce, a tutti noi piacciono gli stessi cinque dischi, a sentirci parlare sembra che nessuno di noi si senta più rappresentato da nulla. L’estate del ‘96, invece, è tutta a rotta di collo. Ci sono le vasche sul lungomare, il caldo record, la gente che s’ammazza e poi ci sono le bombe d’acqua, e ci sono i tornei di calcetto e le prime vasche al mare e le sbronze di birra del discount e Children di Robert Miles e un brutto crush per una ragazza non interessata e quella sensazione che niente di quello che sta succedendo mi riguardi. E c’è The Great Southern Trendkill dei Pantera, fresco nei negozi, un urlo raccapricciante nei primi cinque secondi, lo stereo della Peugeot 106 che spara la cassetta a volume altissimo coi finestrini abbassati per le strade della città, io al volante faccio il karaoke come in Fusi di testa, quello in fila al semaforo davanti a me sorride compassionevole dallo specchietto. Uno dei pochi dischi davvero evocativi che ho avuto l’onore di ascoltare in diretta.

Una per i cinquant’anni di Pet Sounds

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Parafrasando una cosa che mi ha detto un tizio sabato scorso, la musica pop è un affare piuttosto svantaggioso per chi la fa. Gli artisti scrivono per ore e limano e si mettono assieme e fanno gli arrangiamenti poi iniziano a togliere, registrano una dozzina di volte, e il risultato spesso è una canzone di tre minuti e mezzo che se va molto bene durerà il tempo di far scivolare dal parabrezza un pezzo d’estate.

Non sono mica tanti i dischi che sono scampati a questa fine, e oggi compie cinquant’anni il più grande di questi. Si tratta di un album nominalmente intestato ad un gruppo chiamato The Beach Boys, in realtà scritto e realizzato in totale autonomia da uno solo di loro, armato di uno studio, una legione di musicisti professionisti ed una visione senza uguali. Il titolo del disco è Pet Sounds, e il tempo che il mondo ha passato ad ascoltarlo riporta clamorosamente in pari lo svantaggio del capoverso qui sopra.

La maggior parte dei dischi usciti negli anni sessanta denunciano la loro età, e per la maggior parte della gente non è un problema perchè i fan di musica anni sessanta in genere sono disposti ad immedesimarsi in un’epoca non loro -non so, immaginare cosa poteva essere uscire per le strade mentre tutte le radio passavano Good Vibrations, o quello che era. Pet Sounds forse è un discorso differente, una cosa un po’ più oscura della media dei Beach Boys, ma anche in qualche modo uno dei primi dischi rock che si ostinavano a sognare il mondo a venire anche se non era un mondo necessariamente più innocente o positivo del mondo del 1966. Non so se sia stato il risultato di uno sforzo cosciente o il caso o il fatto che Brian Wilson fosse un genio, ma ancor oggi tocca misurarsi con dischi nuovi che sono partoriti dalla stessa visione, e ancor oggi è una visione tendenzialmente piuttosto totale, abbacinante, come volete chiamarla? Dischi di cui ad ogni ascolto sei costretto a scoprire nuove sfumature. E per i quali non devi storicizzare niente, che sono uguali oggi a com’erano cinquant’anni fa, che parlano più o meno della stessa cosa e che lo fanno con la stessa efficacia. Suppongo sia la cosa più bella che può capitare al pop.

A un certo punto uscirono le sessions, verso metà/fine anni novanta. Io le ho ascoltate solo un paio d’anni fa e ho scoperto che meraviglia fossero le versioni solo-voce. Questa canzone l’ho già postata una volta qui sopra, ma se devo pensare alla mia canzone preferita e quella che personalmente userei per descrivere Pet Sounds in tre minuti, non riesco a pensare ad altro che alla versione solo-voce di Sloop John B.

Navigarella (rapida veloce e più o meno inodore)

Come sapete, hanno chiuso Dal Verme a Roma, con motivi che vanno dallo stupido al non essere stati spiegati. di solito a questo punto della faccenda salta fuori che i gestori, che hanno gridato all’omicidio della cultura, in realtà operavano senza permessi da 15 anni. in questo caso zero, non esiste, pare non ci sia nessuna ragione concreta per chiuderlo – da cui si suppone che la ragione sia che qualcuno vuole che il Dal Verme stia chiuso, e non ha manco la decenza di farsi vivo per poterci far dire, “ecco, lui è la merda”. Ora, io non sono più abituato all’idea che i posti che frequento e la musica che ascolto siano, in qualsiasi misura, nocivi all’ordine pubblico e apertamente osteggiati dalle forze dell’ordine -soprattutto un posto come Dal Verme, che per certi versi è un po’ un posto per dei vecchi cazzari uguali a me (noise/jazz, birre fighette, vini fighetti eccetera). Ma abbastanza evidentemente, è quello che ancora oggi sta succedendo. Tra le varie iniziative a sostegno, meritoria la raccolta fondi di Onga (Boring Machines) che ha messo in download tutto il catalogo a 49 euro, a devolversi in beneficienza.

Per sapere tutto, compreso cosa fare ora: http://www.dalverme.it

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Manuel Agnelli, nel frattempo, è diventato ufficialmente un giudice della prossima di X-Factor. Davvero una triste fine, intendo X-Factor, anche se il processo di avvicinamento tra i due era in moto da un po’ (e fa un po’ tenerezza leggere certe dichiarazioni passate). Accanto a lui altra gente, operante grossomodo nella stessa fetta di mercato.

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Il sextape degli Yacht. I due tizi del gruppo il 9 maggio rilasciano un commento sul loro Facebook in cui si lamentano che qualcuno abbia violato la loro privacy come coppia condividendo in pubblico un loro sextape. Pochissimo tempo dopo su Jezebel salta fuori che in realtà è una mossa promozionale e iniziano giustamente a volare le banane sul gruppo. Le implicazioni della cosa sono piuttosto complicate, più che altro per la grandezza della figura di merda, la faccia tosta e le possibili implicazioni future. E oltretutto riguardano anche tutta la storia dei sextape passati, su cui si è speso inchiostro pesante che ha messo in croce qualcuno (speriamo con buoni motivi). è ancora pendente un verdetto pubblico finale sulla vicenda Larkin Grimm/Michael Gira, peraltro.

E basta. niente immagini che non ho più tempo.

Il nuovo disco dei Deftones fa schifo ma

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Il nuovo disco dei Deftones è una palla al cazzo, principalmente perchè non ha i pezzi. Va detto che i Deftones post-Around The Fur (cioè da quando Moreno ha preso più o meno il comando della baracca) hanno sempre avuto il problema dei pezzi, ma nella prima fase si trattava di un problema del tutto marginale: c’erano dei singoloni con gli accordi e le linee vocali che sembravano scritti da Gesù e poi  c’erano quelle canzoncine medio-basse in cui Chino Moreno si cimenta in quel cantato teatrale alla Renato Zero e il gruppo che gli vanga dietro nel vano tentativo di tenere in piedi la musica. Questo problema esplose la prima volta che riuscimmo ad ascoltare il plurianticipato progetto Team Sleep: da lì in poi si è capito che ok tutto ma forse bisognava togliere un briciolo di potere al cantante. Suppongo che sia stato troppo tardi: passata la soglia psicologica dei quattro album, la canzone-riempitivo dei Deftones ha smesso di essere il perverso valà che vai bene per arrivare a dieci pezzi del disco, ed è diventata la portata principale dei dischi, e poi -negli ultimi due album- l’unica roba disponibile. Se mi ascoltassi Gore senza conoscere i Deftones penso che li troverei imbarazzanti: è una palla al cazzo e non c’è un pezzo, manco uno, che abbia la minima ragione di farsi ricordare. Non è il solo gruppo vecchio vent’anni a cui è successo, ma per loro c’è ancora una notevole fetta di appassionati disposta a spendere soldi nei loro dischi in quanto belli, o in quanto importanti oggi, e non in quanto dischi dei Deftones.

E nonostante questo non si riesce a non fare il tifo per i Deftones. Non so nemmeno dire perchè, ma anche nel momento di massima tristezza ed imbarazzo la musica dei Deftones continua ad avere una sua perversa ragione di esistere. Voglio dire, ok, capisco qual è il problema, e se fossi io a legiferare non si permetterebbe ai gruppi come loro di pubblicare musica a meno di non avere dei pezzi decenti, o comunque li si obbligherebbe ad avere almeno la buona di creanza di andare a fare shopping in giro e registrare pezzi scritti da altri. Ma va anche detto che in tutta questa fiera del non-necessaria, anche oggi circola un sacca di musica pesantemente ispirata a quella dei Deftones. Penso a Deafheaven e tutti quei gruppi trascendentalpostblackmetal che hanno mutuato la malinconia sinfonica e sfasciona del gruppo di Sacramento e l’hanno applicata ad un contesto così ridicolo che, al confronto, anche il disco peggiore dei Deftones (cioè Gore, siamo almeno onesti su questa cosa) sembra quasi il trionfo dell’innocenza e della buona fede applicata alla musica metal. E finché i gruppi di cui sopra godranno della street cred di cui godono, piuttosto continuo a fare il tifo per Stephen Carpenter, che almeno ci mena di suo e ci ha messo la faccia dal giorno uno. Non voglio dire che Gore non sia una palla al cazzo e che valga tutti i 15/20 euro che comunque (fiuu) non spendereste nel CD, ma ci sono modi molto peggiori di buttare gli stessi soldi pur sentendosi più allegri e soddisfatti.

Due pesi e due misure

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Ci sono diversi indizi a sostegno della tesi secondo cui i Radiohead siano un branco di simpaticissimi cazzari che fanno il disco e poi iniziano a ridersela pensando, ehi, hahaha, a ‘sto giro magari lo mettiamo su bittorent oppure boh lo annunciamo per giovedì e lo iniziamo a vendere mercoledì, LULZ. Ok, allora ieri è successo che i Radiohead hanno azzerato tutti i contenuti del loro sito e delle loro pagine social. Cosa ci dice questa mossa? Secondo i numerosi pareri a commento di cui ho letto ieri sera, soprattutto due cose:

  • sono i soliti geni
  • c’è un disco in arrivo.

Spero che almeno la seconda sia vera, lo dico per i fan. Magari il disco arriverà fra tre anni e nel frattempo nessuno avrà la più pallida idea di cosa stia combinando Jonny Greenwood, ma tutto sommato chi se ne frega di cosa sta combinando Jonny, giusto? L’importante è che Thom Yorke metta il muso fuori di casa di quando in quando. E vabbè. Quello che mi chiedo è: in cosa consiste il genio nel cancellare tutti i propri contenuti online?

Moltissimi anni fa, a metà del marzo di quest’anno, successe che Blu si mise fisicamente a cancellare la propria roba dai muri di Bologna. Lì era uscita fuori una giustificazione, e vabbè. In quel caso le persone ebbero da lamentarsi, qualcuno in modo un po’ comico, qualcuno in maniera assolutamente legittima. L’idea era che l’arte di Blu, una volta prodotta, era diventata di nostra proprietà e c’era un certo grado di arroganza, o di non-considerazione, nel momento in cui l’artista si era deciso a cancellarla. Poi potevano iniziare ad accavallarsi concetti di “proprietà” e “considerazione” ma quella era comunque la portata principale. Ecco, questa cosa non sta succedendo con i Radiohead, e anche qui i motivi sono due:

  • viene dato per scontato che i contenuti di un sito, di una pagina facebook o twitter, non abbiano alcun valore o rilevanza di lungo periodo, ed eliminarli può generare hype immediato senza, di fatto, avere nessun tipo di effetti collaterali o backlash;
  • il pubblico dei Radiohead è composto quasi al cento per cento da gente che non è disposta a trattare sul postulato secondo cui ogni stronzata messa in piedi dai Radiohead abbia un impatto fondamentale ed irrinunciabile sulla cultura contemporanea.

In qualche modo questo ha reso quasi impossibile anche solo pensare di poter fare un discorso sui Radiohead. Ha annullato ogni interesse legato alla loro musica, una cosa che mi dispiace mondo (perché ai tempi di King Of Limbs il gruppo riuscì perfino a trovare miracolosamente una quadra al proprio concetto, che mancava da Kid A in avanti -è un’opinione personale, ovvio), e ha reso il tutto una parossistica buffonata per cultori della comunicazione ad ogni costo. Per cui, come dicevo, speriamo che almeno arrivi un disco e che si possa parlare di quello, magari a ragion veduta. Altro che geni.

Indie vs Mainstream vs spaccarsi di birra

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Nel giro-birra ci entri più o meno come entri nel giro-musica. È una cosa carbonara che parte dal basso, dal passaparola. Apre un locale della tua città che ha birre che non hai mai sentito nominare e segue tassonomie abbastanza puntuali di cui non sai nulla. Oppure è un tuo amico a portare a casa qualche bottiglia di pregio e a spacciarla a qualche amico. La prima volta che bevi una birra buona puoi anche non ricordare che birra è ma ricordi quella sensazione che tutto sia finito al posto giusto, lì dove deve stare. E da lì in poi sei spacciato: inizi a capire cosa ti interessa, quanto te ne serve eccetera. Perdi totalmente l’interesse per i posti che non vendono birra craft, dai appuntamento a tutti i tuoi amici nell’unico posto dove è possibile vederti dopo il tramonto, e tutte queste cose. Se ti prendi bene con la cosa, non ci vuole molto tempo a diventare una specie di caso umano: per prima cosa costa un mare di soldi, poi contiene in sé tutti gli spiacevoli effetti collaterali propri dell’alcolismo. Comunque la si voglia vedere, il fanatismo per la birra è la copia del fanatismo musicale, contiene tutte le psicosi e gli spiacevoli risultati finali (diventare un ciccione barbuto e vestito male), e possiede tutti i meccanismi di auto-giustificazione caratteristici delle peggiori droghe, quelle che la società non si prende manco il disturbo di stigmatizzare. Anche il posto in cui beviamo birra abitualmente è la copia esatta del nostro locale da concerti preferito: entrambi li frequentiamo da anni, incontrandoci sempre le stesse persone, perlopiù coetanei di cui abbiamo testimoniato a malincuore il fastidiosissimo invecchiamento precoce (fastidiosissimo perché riflette il nostro) e la resa incondizionata ad un cliché che ci ha imposto di diventare la caricatura di quelli che dieci o quindici anni fa chiamavo vecchi sfigati. Così diventa abbastanza tipico sgattaiolare al pub appena possibile e trangugiare tre o quattro pinte, a sei euro l’una, infilandoti in piccole recensioni orali di quel che stai bevendo, giudizi sul grado di acidità, sul residuo fisso, sul fatto che tale birrificio passa per imperial pils questa birra che –evidentemente- in realtà è una pale ale; o a presentarti tra i primi al concerto di qualche trascurabilissima psych-band olandese con una chiara idea di quale preferisci tra i due dischi che ha pubblicato per chissà che minuscola etichetta indipendente.

Una cosa è certa: quando inizi ad assaggiare birra fatta con criterio, così come quando scopri i gruppi indierock tosti, inizi a sviluppare un senso di fastidiosa repulsione nei confronti delle cose più generiche e dozzinali, quelle consumate da tutti. Per cui è difficile riuscire ad esistere in maniera confortevole, molto vicini ai quarant’anni, in un locale dove suona gente con quindici anni in meno di te e un banchetto che serve solo birra scadente. Sono tutt’altro che uno sperimentatore, e la mia cultura in questo campo rasenta lo zero: dopo anni e anni, mi sento come quegli stronzi che passano a macintosh e iniziano ad avere la puzza sotto il naso. Ma ora come ora non posso farci niente: detesto le birre corporate, quelle cose tipo la Moretti (di cui, prima dei trent’anni, ho bevuto migliaia di bottiglie). Non è un discorso ideologico, è che ormai al mio palato hanno tutte lo stesso sapore schifoso e triste, stanno alla birra come i Foo Fighters alla musica e piuttosto preferisco la sobrietà a giradischi spento. Alcune declinazioni contemporanee dell’ultra-capitalismo birraio mi balzano agli occhi come uno dei massimi scempi alla modernità: il massimo grado di fastidio lo provo quando incrocio le campagne social della Ceres. Una volta avevo anche scritto una cosa su questo, su un altro sito:

Detesto la Ceres. La ragione è che hanno qualcuno di detestabile che gli fa i social, non so dire chi cosa o come, dev’essere questo team di CREATIVI del cazzo che fanno LANCI e CAMPAGNE e altre cose di cui non so assolutamente nulla. Tutti voi avete un amico che di mestiere fa tipo il MEDIA GURU o l’INFLUENCER, no? Ecco, il vostro amico influencer e media guru RILANCIA i CONTENUTI delle pagine social di Ceres e le commenta scrivendo “bravi.” o anche “bravissimi.”, sempre col punto alla fine. Ecco, in quei momenti il vostro amico media guru influencer vuol dirvi “io so come si comunica, e sto facendovi un esempio di altre persone che sanno farlo”, ma quello che fa all’atto pratico è aprire uno squarcio sul futuro e mostrarvi un mondo in cui tutto è social, tutto è divertente, tutto è una versione arguta e ridanciana di quello che tre ore prima vi faceva girare le palle. Ecco, questo genere di impostazione geniale e simpatica ad ogni costo punta (credo) sull’idea di farti sapere cosa succede se si prende un normale addetto ai social media, lo si riempie di Ceres da colazione in poi e gli si dà libero accesso al computer. Capirai. Anche io sono più simpatico da ubriaco, ma questa gente sta vendendo comunque alcolici, cioè in realtà sta vendendo mal di testa, incidenti automobilistici, cirrosi epatiche, alito cattivo e brutte analisi del sangue. E cosa ci sta dando in cambio? Due risate e una birra dolciastra da sedicimila gradi. Li odio.

Voglio dire, se la stessa cosa la facessero Ferrero o Nestlé mi starebbe meno sulle palle, o comunque non me la farei girare così tanto in testa.

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C’è un botto di gente che si scaglia contro il sistema dell’indie, della musica rock indipendente. Lo fa perché la musica indipendente è piena di contraddizioni dal giorno uno, e quasi tutti quelli che salgono sul carrozzone hanno un obiettivo da conseguire e una lista di possibili vacche da mungere. Per me è sempre stato paradossale perché io, da ascoltatore che non ha mai suonato uno strumento, non mi sono mai dovuto prendere la briga di dover accettare un compromesso. Al di là di quel che sono le cronache dell’epoca, di cui comunque sospetto abbastanza, credo che l’indie rock sia nato su un certo tipo di premessa, che era quella di fare una musica che tornasse ad essere libera e matta e personale, in un mondo nel quale la musica era non-libera, estremamente sana di mente ed impersonale. È chiaro che i concetti hanno delle sfumature, ma credo fosse una buona ossatura. Comunque c’è un motivo per cui i dischi dei gruppi ex-indipendenti ora su major tendono a fare schifo, e spesso il motivo non ha a che fare con le cosiddette pressioni dell’etichetta. È più una questione di autocensura. Hai la possibilità di farti promuovere il disco e suonare di fronte a tremila persone: che fai, ti presenti ubriaco e vedi cosa succede? Stocazzo. Vai a letto presto, ingaggi un ingegnere del suono cazzuto, inizi a usare un mare di preset eccetera. Questa cosa coincide con il fornire un prodotto migliore al proprio pubblico? Dipende. Se il tuo pubblico è composto da tremila persone che non ti sono venute a trovare con la lanterna, è sicuramente un miglior prodotto. Se il tuo pubblico sono trenta sfigati con cui riesci sì e no a pagare la benza per arrivare nel posto dove devono suonare, probabilmente preferirebbero vedere una cosa diversa da quella che hanno visto la sera prima.

Ecco, per me chiunque non capisca questa cosa è un turista o uno che non ha mai messo piede nel mondo reale. Voglio dire, abbiamo tutti quanti un lavoro, no? Quelli fortunati hanno un lavoro, e sono costretti a fare cose che di loro sponte non farebbero mai, vendere prodotti di merda a poco prezzo, fornire disservizi a un cliente perché costa meno metterci una pezza in un secondo tempo, tenere lezioni di storia sulla base di un programma invece che sulla base di ciò che secondo te è giusto che i tuoi studenti debbano imparare, caricare extra-interessi sul conto bancario di qualcuno che non ha la capacità di leggere le scritte in piccolo. Magari qualcuno di voi non deve fare mai questo tipo di scelte morali, e sappiate che vi invidio. Ok, diciamo che quello del musicista è un lavoro: ognuno decide per sé, fa quello che ritiene più giusto, traccia la linea dove vuole. Io però questa roba la consumo nel mio tempo libero e a mie spese, e quindi diciamo che ne penso quel che voglio. Comprendo profondamente il desiderio e ciò che ti spinge a fare: voglio dire, anch’io se fossi il vagabondo mi scoperei Lilli. Ma punto di vista statistico, stando alla mia esperienza di vita, è ragionevole pensare che il tuo incasso aumenterà in maniera inversamente proporzionale alla qualità personale della tua musica. Ed è logico che ci siano un mare di eccezioni, ma la regola è questa. Così, quando un musicista taccia i talebani dell’indie di chiusura mentale, in genere fa loro un torto. Quasi nessuno di noi è davvero interessato a dove vadano a finire i nostri soldi, ma la qualità dei dischi ci interessa e come, e ci sono indicatori che ci dicono come andranno a finire le cose.

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Con la birra è più o meno lo stesso. Quando mi sono iniziato a interessare della cosa era già da tempo in moto quel processo di ascesa del microbrewing, che oggi (anche qui) ha raggiunto uno zoccolo duro di fanatici abbastanza vasto da tenere in piedi un sistema oliato fatto di piccole aziende, locali specializzati, festival a tema e spregiudicati eventi estemporanei. In certe aree colpite da fenomeni di gentrificazione tipo il Pigneto la birra craft è diventata tipo il carburante dell’ascesa sociale, in aree geografiche tipo il Pigneto a Roma. Ma è sempre più frequente, anche in locali generici, riuscire ad ordinare una birra chiedendo, che so, uno stile invece che un colore o una pezzatura.  Nelle fasi finali della catena, negli occhi di quelli si sparano le due/tre birre al pub, è soprattutto una questione di gusto: una buona birra a 6 euro è meglio di una birra di merda a 4. Appena sopra, è una questione di scoperta: chi gestisce e lavora nei posti è quasi sempre un tizio che si sta pagando il vizio. Frequentano fiere, cercano birre, importano fusti rari, sostengono i microbirrifici locali, si ospitano a vicenda. Nessuno dei personaggi coinvolti vuol sentir parlare di “birra artigianale”: se fa schifo, non importa quanto sei indie. Questa gente ha fatto per la birra la stessa cosa che l’indie ha fatto per la musica: ha preso una cosa che c’era già, si è ritagliata un proprio spazio fisico nel territorio e ha creato una rete di persone dentro cui è possibile sostenersi e fare affari.

Insomma, qualche giorno fa è uscita notizia che Birra del Borgo è stata comprata da AB InBev. Anheuser-Busch InBev  è la più grande multinazionale al mondo per quanto riguarda la birra –Corona, Beck’s, Budweiser, Hoegaarden, Leffe, Lowenbrau e un mare di altre. Birra del borgo è un birrificio italiano, situato in provincia di Rieti, piuttosto conosciuto. È il tipico buon birrificio italiano: le birre non sono mai il massimo della qualità planetaria ma stanno ben oltre la sufficienza e non ho mai provato la sensazione di aver buttato i soldi. Non è il primo genere di acquisizione di un microbirrificio di alta gamma da parte di una grossa company, ma a quanto ne so è la prima volta che succede in Italia. Ok, il proprietario ha venduto ma continua –secondo questo articolo– a gestire il birrificio. Dall’altra parte, l’obiettivo è di quadruplicare i volumi di produzione entro i prossimi cinque anni: significa entrare in canali dove non si era e mettersi a fare la guerra in un altro mercato. Manuele Colonna (Ma Che Siete Venuti a Fa, Roma) fa i complimenti a Leonardo Di Vincenzo per l’affare e –in maniera estremamente tranquilla e pacata- lancia il boicottaggio di Birra del Borgo da parte di un cartello di locali. Una questione di scegliere il campo da gioco: secondo le sue parole, lasciando entrare le grosse corporazioni si smette di investire sulla cultura. Devo averlo sentito da qualche altra parte, e sono parole che mi piace sempre ascoltare. Colpa mia magari.

Doves cry // Fermate tutto, è morto Prince

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Even at the center of the fire 
There is cold

Ho visto Prince anni fa a Londra, in una di qualcosa come trentuno date di fila (tutte sold out in un paio di giorni), il prezzo del biglietto era il titolo del suo – allora – ultimo disco, che era un numero, e una copia del suo ultimo disco veniva regalata a tutti i presenti coppie comprese, come a dire, diamo per scontato che non lo abbiate già comprato, e come a dire, in ogni casa c’è bisogno di tante copie di questo disco quanti sono i suoi abitanti. Ecco perché io ne ho due copie. Ad ogni buon conto, il palco era circondato dal pubblico, a un certo punto alcune inservienti genere Apollonia si fecero largo tra la folla trasportando una grossa scatola d’argento su ruote (neanche troppo grossa), e la scatola, si scoprì non appena fu trasportata sul palco e aperta, conteneva Prince. Prince suonò una valanga di pezzi di quelli vecchi e classici e fichi per chi li trova fichi, 1999, Purple Rain, Darling Nikki, Kiss, Nothing Compares 2 U, cose così. Tempo mezz’ora e aveva finito. Apollonia non c’era. Darling Nikki è il mio pezzo preferito di sempre tra quelli che non fanno piangere (tra quelli che fanno piangere, invece, è Nothing Compares 2 U). Il mio disco preferito è Gold. A Londra, in anni diversi, comprai Emancipation a tre sterline da Fopp, Purple Rain in vinile (è la prima stampa e si sente come attutito), e l’album nero che era per me negli anni ’90 un Sacro Graal. Ero l’unico negli anni ’90 ad ascoltare e amare Prince in maniera esplicita, schietta e franca, per quanto ammetto di essermi vergognato con il commesso di Rinascita quando comprai il CD singolo di The Most Beautiful Girl in the World. Lui ascoltava credo gli Smiths. Dico il commesso. Incredibile pensare che una volta le due cose potessero essere vissute come contrastanti tra loro. Prince è sempre stato incomparabilmente superiore a Michael Jackson, a Madonna, a Jimi Hendrix, a tutti gli artisti bianchi, neri, ex-neri o meticci a cui in qualche modo è stato accostato. Da ragazzino sognavo di essere magro come Prince sulla copertina di Lovesexy e oggi ringrazio di non esserlo mai stato. Non viene un brivido anche a voi quando, in quella canzone, Prince canta che morirà, se lei non ci sarà lì, stasera? Prince non c’è stasera, i ladri sono entrati nel tempio. La notte dopo il concerto di Londra valutai se usare il rossetto di Vale per scrivermi sulla pancia Insatiable, come Prince, in una foto che avevo visto da ragazzino, ma lasciai perdere l’ipotesi e oggi me ne pento perché – non so perché, ma avrebbe avuto un senso.

Invece Prince è morto stasera, e non c’è niente che possiamo fare.

Come un concerto di Vasco ma un po’ meno (Calcutta @ Bronson, Ravenna, 16 aprile 2016)

Foto: Chiara Donati

Forse qualche volta ho urlato anche io prima che il gruppo arrivasse, magari al primo concerto dei Litfiba –non lo ricordo ma ecco, potrei averlo fatto. L’urlo quando si spengono le luci e poi l’urlo sull’urlo quando iniziano a salire sul palco il batterista e il bassista e sgolarsi quando il cantante arriva al centro del palco. Credo che in una certa fase sia quasi obbligatorio, è una cosa legata al seguire la corrente e non voler essere diversi dagli altri –essere uguali a tutti gli altri, da adolescenti, è una cosa molto importante. Probabilmente la prima volta che ho volato ho anche fatto l’applauso. Davvero, non ricordo.

Poi sono cresciuto e non è detto che sia andato tutto per il meglio, però diciamo che quando mi trovo in mezzo a ventimila persone che urlano per l’arrivo di un tizio su un palco –che sia Grillo o Vasco Rossi- a me viene in mente la crocefissione e i farisei che girano tra il pubblico a vendere i gelati dentro al Giostyle e sobillare la folla perché salvi Barabba al posto di Gesù. Verso i 23 ho deciso che questa cosa dello stadio è l’esatto contrario di quello che mi piace: se ci pensate il rito orgiastico collettivo, con la gente presa benissimo che urla a squarciagola, è una diretta conseguenza del concerto di merda, del parcheggio a sei chilometri di distanza e della fila per andare a pisciare nei cessi chimici e tutte quelle cose. È la stessa cosa che succede alle elezioni: vieni trattato di merda per cinque anni e a un certo punto ti infilano dentro una cabina elettorale con una matita e ti dicono “ok, esprimiti”, e questo è il motivo per cui la roba alla Berlusconi/Grillo/Vasco/Jova/Salvini funziona così tanto nella politica contemporanea. E naturalmente, se dovessero decidere quelli che seguo su twitter, limiterebbero il diritto di voto a quelli che erano a vedere i National in Piazza Castello –per dire quanto cazzo ne capisce di politica la gente che seguo su twitter.

Anche ad ascoltare musica diciamo indie mi sono trovato in situazioni paradossali da stadio. Una volta ho visto i Sonic Youth a Bologna: la gente si spella le mani quando parte Teen Age Riot, mentre quando Moore e Ranaldo improvvisavano con le chitarre ai limiti dell’inascoltabile se ne stavano fermi in vistoso imbarazzo e senza manco applaudire cortesemente alla fine dei due minuti di feedback che seguivano. La più clamorosa fu la volta che vidi gli Explosions In The Sky, sempre a Bologna. L’Estragon era pieno sì e no per metà, ma la gente aveva una tale fotta che si sentivano I CORI tipo Seven Nation Army allo stadio, presente?, ecco, la gente faceva I CORI sulle melodie dei pezzi dal disco figo, e partiva un boato ogni volta che la canzone cambiava ritmo. Con i gruppi stronzi che piacciono a me, quelli che riempiono i locali di gente con la puzza sotto al naso, non succede mai. Tipo Shellac o The Ex (ogni tanto si vedono video dei The Ex con i fiati e qualche fricchettone che sale sul palco a ballare ma penso non sia la stessa cosa e comunque a me non è mai successo) o Melvins, ecco, i Melvins hanno così tanti dischi che ognuno ha dieci pezzi del cuore diversi da quelli degli altri e quando fanno Boris la gente la riconosce a malapena. Però credo che autolimitarsi quando si va a vedere un concerto sia importante a prescindere: ci sono sere in cui anche io voglio SPACCARMI AMMERDA e sentirmi come alle medie, ma cerco di non farla pagare alla ragazza di fianco a me. Io per dire ho il difetto di voler parlare con i miei amici e scambiare opinioni in tempo reale, urlo qualcosa nell’orecchio a Diego durante il singolone e magari lui preferirebbe stare a sentire la musica. È il mio punto debole.

Insomma, Calcutta è uno di quelli che la gente urla. Verso agosto si può dire che Calcutta non esistesse nemmeno, se non come un concetto lontanissimo appartenente ad una certa romanità, e quindi potenzialmente pericolosissimo

-la romanità, diciamocelo, è una delle principali piaghe dell’indiepop, nel senso che di tanto in tanto salta fuori un artista che viene sostenuto per questioni di campanilismo tipo che so, BSBE o Angelini o I Cani o i Thegiornalisti (i Thegiornalisti non li ho mai ascoltati per via di quel diss che misero in piedi, mi dicono che nel frattempo sono diventati il più importante gruppo italiano in attività); non voglio dire che siano brutti gruppi, ma c’è quella componente di romanità per cui tutti danno per scontato che io possa comprendere la loro poetica e non è così-

secondo cui arrivava qualcuno e continuava a raccontarti estasiato quanto fossero eccezionali i suoi concerti, come se fosse il Daniel Johnston italiano con lo scrauso al posto della malattia mentale (“suona a merda”, “si sdraia per terra”, “son tutti in fotta”). Oggi ti capita di andare a vederlo il sabato in una cittadina di provincia e trovi mille persone che fanno il coro per chiamarlo sul palco. Per cui mi piacerebbe essere uno di quelli che lo conoscevano anche da prima e riferirmi a lui come al mio amico Edoardo, ma non è così. Ho ascoltato un paio di robe sul tubo quando me l’ha raccontato un mio amico, qualche mese prima che uscisse Mainstream, e ho pensato che fosse fichissimo, ma questo è più o meno quanto. L’overdose di Calcutta me la sono fatta quando se la son fatta tutti gli altri.

Il concerto è una roba da stadio, però in un club. Il sold-out viene annunciato il giorno prima; la gente è nervosa prima dell’uscita poi si spengono le luci e si sente l’urlo e arrivano prima i musicisti e poi lui, e le urla sono progressive. Per due o tre pezzi è un concerto eccezionale: lui è timido e inizia (se non ricordo male) con Milano, e la gente è già in botta persa. Non si capisce quasi nulla di quel che dice tra un pezzo e l’altro. E poi attacca canzoni tipo Frosinone e tutti cantano in coro, urlano ogni parola del testo, ma sul serio, mica così per approssimazione. E in quel momento ti ci ritrovi, ti prendi bene, ti senti uno di loro. Quando dice che mangia la pizza ed è il solo sveglio in tutta la città ti ci ritrovi, in qualche modo. Calcutta e il suo gruppo sono scrausi di quello scrauso ostentato e ben suonato, con l’impianto perfetto e i volumi perfetti e nessuna sbavatura rispetto a un canovaccio tenuto asciutto a viva forza. Inizio a sentirmi come se fossi in mezzo a qualcosa di importante, come quando mi segnavo il testo di November Rain in prima liceo e cercavo di tradurlo armato soltanto del poco di inglese che conoscevo. È bello sapere che la musica può ancora avere un effetto sulle persone.

La magia si interrompe un pochetto quando Calcutta suona le cose più intime o meno conosciute. Mi guardo intorno e inizio ad andare leggermente in panico: è metà aprile e il Bronson si sta seriamente scaldando e le persone iniziano a fare un po’ di viavai da una parte all’altra (i sold-out del Bronson sono sold-out onesti: ho visto concerti in posti dove ti toccava stare in piedi nel posto che avevi conquistato a fatica a inizio concerto, con l’onda della gente che rischiava di farti cadere; qui si ha lo spazio per respirare e andare al bagno o uscire a fumare una sigaretta, e comunque al concerto di Calcutta non c’è il pogo). E poi butto l’occhio a guardare le facce di quelli che cantano. E come sempre sono gente che ha più o meno la mia età, ha le pance e le stempiature e il trucco raffinato e i tatuaggi artsy fartsy e i vestiti costosi, i maschi portano barboni uguali al mio e tutta quella roba lì. Fino a quel momento non me ne sono accorto, e questa è una magia della musica o un incanto di classe Cenerentola, poi suona la campana e tutti quanti tornano trentacinquenni. E i trentacinquenni sono un popolo un po’ duro da affrontare ai concerti: bevono meno e non comprano la maglietta, e una volta finito il concerto hanno già un piede nella porta con la sigaretta in mano che la mattina dopo c’è da alzarsi a tagliar l’erba in giardino. E ad un tratto, mentre l’incantesimo dell’eterna gioventù si spezza, Calcutta diventa più che altro un buon compromesso per chi vuol farsi un concerto di Vasco senza doversi ciucciare tutti i turn-off del concerto di Vasco (il traffico, le code all’ingresso, i cessi chimici, le piadine finte, la birra di merda, il sole a picco, i vicini con la maglietta di Vasco, i sei chilometri dallo stadio alla macchina, tornare a casa a un orario schifoso, la puzza di cane bagnato che riesci a sentire solo quando hai varcato la soglia di casa e sei troppo stanco per fare una doccia). Ho visto Le Luci della Centrale Elettrica quando era popolare come Calcutta è popolare ora, e non era per niente così. Era tutto più oscuro e depresso e forse era una cosa più diciamo indiecult ipertrofica. Questa potrebbe essere indifferentemente una delle poche scuse per uscire o l’anticamera del nuovo Baglioni, e spero genuinamente per Edoardo che sia la seconda. O forse la gente preferisce disegnare svastiche in centro a Bologna piuttosto che bere dalle pozzanghere. In un caso o nell’altro Calcutta sembra già in un vicolo cieco, nel senso di aggregatore culturale casuale il cui successo lo costringe a limitare al minimo gli sbrocchi e concentrarsi sul disco uscito. Per cui alla fine di un concerto che già di suo è corto, torna sul palco e suona due pezzi che aveva già suonato (Frosinone e Cosa mi manchi a fare), riarrangiati per sola chitarra acustica. Ed è un po’ il momento più bello del concerto, quello in cui si mette più a nudo e fa venir fuori il suo concetto per come l’avevo iniziato a conoscere. Ma è comunque sempre un compromesso, e la gente ha già un piede sull’uscio che domattina c’è da rasare il prato e da postare su FB le ragioni per non andare a votare.

(la foto è di Chiara Donati)