100 canzoni italiane #11: LUPIN

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Prima che tutto cominciasse qualcuno metteva un disco nell’impianto e le coppie aspettavano pazienti al bordo della pista. Finivano il bicchiere di vino e le patatine fritte e mangiavano la ciambella e si fumavano una sigaretta. La ciambella in Romagna è un dolce a forma di lingua, zucchero uovo e poco altro, si squaglia appena la metti in bocca, una cosa divina. Poi sarebbe arrivata l’orchestra e si sarebbe cominciato a ballare. La pista era un quadrato di grandi dimensioni, spesso fatto di lastre metalliche che suonavano un po’ sotto i passi, a volte assi di legno una accanto all’altra, un bel lavoro quasi sempre. Mentre il disco suonava c’era un ragazzo down che occupava tutta la pista. Ballava come un pazzo, fingendo di avere una ballerina, e andava avanti per mezz’ora buona da solo. C’è sempre stato questo legame non scritto tra ballo e scarsa lucidità mentale: ballano molti matti del paese, ballano i ragazzi con problemi, la gente faceva ballare gli storpi nel medioevo, le donne possedute da Satana ballavano al chiaro di luna, o quel che è. Anche adesso la gente balla solo nei locali pieni e trova giustificazioni per farlo –ubriachezza, politica e cose così. Personalmente mi piace ballare, mi piace che la musica mi scuota il corpo, è una bella sensazione. Non lo faccio per non dare troppo nell’occhio, ma mi dispiace. Non ho mai preso lezioni.

Penso nemmeno mio padre e mia madre, autodidatti del walzer all’epoca dei fatti che andiamo narrando. Il ballo organizzato è tutta un’altra storia: accettato come rituale di accoppiamento a patto di rispettare una serie di regole. Nella Romagna del novecento, per ballare, dovevi prima avere imparato i passi. Il prof di fisica del liceo ci raccontò una storia su Enrico Fermi. Una sera, ai tempi del Progetto Manhattan, qualcuna lo invitò a ballare. Lui non sapeva farlo e declinò: si sedette a un lato della pista e osservò gli altri scienziati ballare con le ragazze, segnò su un taccuino i passi e la sera successiva potè accettare l’invito. Legnoso ma performante, secondo la descrizione del mio prof di fisica (non ho trovato l’aneddoto online ma lui lo raccontava come fosse stato lì). Il ragazzo down invece pareva volare sulla pista: passi cortissimi e perfetti, la mano destra sul cuore, la sinistra ad accompagnare una ballerina che non c’era. Quasi tutti lo compativano e sussurravano poverino, ma in questo paese la maggioranza è stata quasi sempre un problema.

Se ce l’aveva fatta un impostatissimo fisico scacciafiga come Fermi, comunque, figuriamoci mio babbo e mia mamma. Non succedeva spesso, ma di tanto in tanto mi prendevano su e dicevano che si andava a ballare. Succedeva d’estate, quando la Romagna diventava un parco dei divertimenti con feste organizzate in ogni paesino. Per la maggior parte erano feste dell’unità, roba a cui i miei genitori partecipavano senza troppa convinzione, ma negli anni belli anche il Partito Repubblicano organizzava dei party di tutto rispetto. La formula era sempre la stessa: orchestra e stand gastronomico. L’orchestra partiva e suonava i pezzi, la gente in pista roteava come se non ci fosse un domani (e comunque si iniziava sulle nove, il domani non era un vero e proprio problema). Sul palco c’erano un basso, una batteria, una chitarra, la fisarmonica, il clarinetto, spesso una tastiera. C’era una ragazza non più di primo pelo e cantava pezzi tradizionali con un trucco pesantissimo che mi spaventava un po’. Prima di fare partire un pezzo lo annunciavano, ma non tanto il titolo quanto che genere sarebbe stato –valzer, mazurka, polka e tutte quelle cose. Io non ho mai capito le differenze.

Magari per la generazione di mio babbo e mia mamma era facile. La musica che ascoltavano era quella, i pezzi erano perlopiù degli standard e venivano interpretati da quasi tutte le orchestre; per chi era nato negli anni quaranta c’era ancora possibilità di praticare il rito collettivo dell’orchestra, poi è arrivata la modernità. Per la mia generazione, nata alla fine degli anni settanta, c’è stato UN SOLO valzer importante, ed è la sigla di un cartone animato.

Franco Migliacci è un autore teatrale convinto da Modugno a scrivergli il testo di una canzone, che verrà presentata a Sanremo col titolo Nel blu dipinto di blu (poi ribattezzata Volare). Da lì in poi diventa uno dei parolieri italiani più importanti di sempre: Tintarella di luna, Il cuore è uno zingaro, tutta la roba migliore di Morandi, l’elenco è infinito. Nei primissimi anni ottanta inizia a scrivere testi per le sigle dei cartoni animati. Franco Micalizzi invece è un compositore, e scrive colonne sonore: quello che ha fatto lo score di Lo chiamavano Trinità, per capirci. Insieme vengono scritturati per la sigla de Le nuove avventure di Lupin III; Micalizzi ci tira fuori un valzer. C’è anche un’altra sigla composta dai Cavalieri del Re, ma per il cartone animato verrà usata quella di Migliacci e Micalizzi: l’esecuzione è affidata all’orchestra Castellina-Pasi e come titolo viene scelto un laconico Lupin.

Un immaginario fatto di valzer, polke e mazurke, anzitutto, e poi di balere di provincia, dancing rivieraschi, clarinetti in do, ridenti panorami da cartolina anni ’60, casolari bucolici, belle “burdele fresche e campagnole”, galli da rimorchio, imprese erotiche tra i filari delle vigne e vernacolare nostalgia di casa. Il segreto, probabilmente, è che il liscio – per chi lo guarda da fuori – è prima di tutto un immaginario, conservatore e in parte anche falsato, ma poi divenuto realmente carne e sangue di un popolo.” Gennaio 2014: nel numero di Blow Up in edicola, Manuel Gottsching in copertina, c’è un focus di sedici pagine sul liscio romagnolo. È scritto da un tizio di Russi (RA) che avrà più o meno la mia età, si chiama Federico Savini e fa il giornalista per alcune pubblicazioni locali. Da quando è uscito, per quanto mi riguarda, è il miglior approfondimento di cui si sia potuto godere nella stampa musicale italiana. Racconta una storia di intuizioni, successi, sconfitte, continue prevaricazioni, giochi di potere; un racconto ellroyano di personaggi minori le cui azioni sono destinate ad influire nel grande insieme degli eventi. Tutto affogato nelle paludi di una terra, la Romagna, fatta di ex-sudditi del papa in perenne rivolta, indefessi lavoratori di campi fissati con la figa e le feste di paese. Il Partito Comunista inizia a macinare numeri fuori da ogni logica, il Partito Repubblicano con percentuali dieci-venti volte più grandi rispetto al resto d’Italia, un po’ di Fellini qua, un po’ di Tonino Guerra là. Una terra dove tutto viaggia con il suo passo: fino ai primi anni ottanta la Romagna è soprattutto il racconto di se stessa, il vino che si beve e la musica che si suona entro i suoi confini. Ama dipingersi allo stesso modo fuori di qui: la poesia dialettale, Amarcord, le caricature degli imprenditori rampanti con la esse piallata. Se sei cresciuto dentro questa terra hai ciucciato la tetta di quell’immaginario, e ci torni regolarmente. Non è nemmeno tanto possibile nasconderlo quando sei in giro per l’Italia, anche oltre la pronuncia devastante che ti montano addosso in età prescolare: ospitalità, ragazze, guardare ai soldi, fare attenzione a quel che penserà la gente.

Roberto Giraldi era un fisarmonicista. Era nato nel 1920 in una frazioncina del comune di Brisighella (una ventina di Km sopra Faenza: è famosa per le feste medievali e i ristoranti) che si chiamava Castellina, da cui il suo nome d’arte. Prende in mano la fisarmonica da bambino e inizia prestissimo a suonare alle feste di paese. Fonda l’orchestra Castellina-Pasi (Pasi è un clarinetto) a metà degli anni sessanta e arriva al successo planetario. Lupin è soprattutto il suo riff di fisarmonica. Non so niente di teoria musicale ma credo sia uno strumento difficile, estremamente musicale, su cui quelli bravi costruiscono progressioni melodiche inafferrabili così fitte di note che canticchiarle è impossibile. Castellina è uno bravo, ha un tocco nervoso, precisissimo e disarmante. La sigla del cartone animato viene rimane in carica dal 1981 al 1987, per venire rimpiazzata da un’altra canzone, Lupin l’incorreggibile Lupin (neanche bruttissima), probabilmente per dare un vento di modernità. L’originale è comunque imbattibile. Viene accompagnato da immagini di colori caldi e tramonti in spiaggia (Tramonto, di Secondo Casadei, è forse lo strumentale romagnolo più famoso di sempre), come un film di Sergio Leone, o come all’inizio di Trinità. A riguardarlo oggi è una cosa fuori dal tempo che stringe la gola a mani nude. Il testo è un po’ fasullo (“ruba i soldi solo a chi ce ne ha di più per darli a chi non ne ha”, suppongo fosse difficile giustificare un ladro ai tempi), ma la voce di Irene Vioni è liscio istantaneo.

Era comunque inevitabile che la Romagna diventasse anonima come il resto d’Italia. Abbiamo accolto a braccia aperte il vento del berlusconismo, come del resto tutti gli altri: eravamo già pronti a cambiare, ad uniformarci, forse persino a raggiungere in questo una coscienza nazionale posticcia. Volevamo tutti le stesse cose: benessere, automobile, vestiti, feste giganti, mal di testa del giorno successivo, musica dance, epica alla Miami Vice: per un certo periodo nella Romagna del sud ne è arrivata persino un po’, di quella roba, e ha fatto scuola -Baia degli Angeli, Cocoricò etcetera- ma erano sbocchi imprenditoriali. Si basavano sull’importazione, un po’ rivista, di un modello che non era nostro ma funzionava molto di più e molto meglio, e su un’oculata politica di investimenti a pioggia che hanno trasformato le spiagge in una bolgia dantesca improvvisata. Da lì in poi ognuno ha camminato con le proprie gambe sotto la bandiera di una diversificazione (latino, afro, rock, punk etcetera) che era di fatto uniformazione. Oggi vieni in Romagna e a parte pranzo e cena non è che sia tanto diverso da Milano o Roma. Nel cambio ci abbiamo guadagnato molto, ma a riascoltare Lupin viene da chiedersi se non sia più quello che abbiamo perso.

Il liscio veniva dalle piazze di paese. Le donne facevan da mangiare, qualcuno portava una fisarmonica, il babbo agguantava la mamma e zoppicava una mazurka alla meno peggio. Nove mesi dopo nasceva il settimo figlio, le piazze erano più piene, qualcuno organizzava una festa vera e propria. Il liscio ha creato la domanda e ha accolto la domanda, fino a diventare un modello imprenditoriale stratificato con nomi di riferimento che facevano girare montagne di soldi. Le cose erano già squallide, ma quando il liscio è andato in pensione era comunque una versione con più lustrini di quel che era quando è nato: gli stessi ritmi, la stessa musica, qualche concessione al cattivo gusto, la gente vestita più informale.

Le feste della Voce Repubblicana a un certo punto smisero di venire organizzate, per ovvi motivi. Le orchestre di liscio continuarono ad esistere a voltaggio sempre più ridotto. I programmi delle feste dell’unità e delle sagre di paese mantennero lo stand gastronomico e sostituirono le orchestre con le cover band e certi cantanti italiani caduti un po’ in disgrazia. Di quello che è rimasto ha scritto lo stesso Federico Savini, e su queste stesse pagine. Qualcuno nel giro indie ha provato a ricreare in vitro la musica delle orchestrine di liscio, il solito vizio di cacare sopra ad una cosa di cui semplicemente non ci sono più gli strumenti cognitivi per darne una versione decente, giusto per il gusto di mungere una vacca e farne un’altra delle nostre. Mia mamma e mio babbo smisero di andare a ballare un po’ prima che finisse tutto: non era passata del tutto la voglia, ma si odiavano cordialmente. Si separarono nel 2000, lo stesso anno si spense Castellina. Le sigle dei cartoni animati anni ottanta diventarono un oggetto di culto della prima retromania su internet, poi arrivarono il cosplay e tutto il resto. Quit The Doner, tornato da Lucca, scriveva:

(…) non credo che Holly e Benji potrà influenzare l’immaginario delle prossime generazioni come ha influenzato la mia, ma al tempo stesso ha rappresentato per le persone della mia età un substrato condiviso e immediatamente riconoscibile, provvisto di una trasversalità tale da essere assimilabile per molti aspetti alle tradizioni propriamente dette.

Questo immaginario è il patrimonio condiviso che ci ha cresciuto, la balia collettiva delle ultime generazioni di italiani, molto più della religione, della politica e degli sceneggiati televisivi nostrani troppo piegati alle esigenze politiche per entrare in risonanza con il mondo reale.

È strano avere la testimonianza registrata di un momento in cui due immaginari così pesanti per la mia esistenza, liscio romagnolo e cartoni giapponesi, siano confluiti in un unico formato e ne abbiano dato una versione ibrida che tutto sommato sulle orecchie di un 37enne di Cesena, nel 2015, ha un effetto devastante. Il primo CD di canzoni dei cartoni animati lo masterizzai nel giugno del 2013, per una serata-djset a Milano. Ascoltai le canzoni nel viaggio d’andata, finii su Lupin all’altezza di Modena. La fisarmonica di Castellina mi sfasciò all’istante: ha il sapore della piadina e delle cantarelle con la saba sotto carnevale, la leggerezza dei passi del ragazzo che ballava sotto gli occhi pietosi delle coppie in attesa dell’orchestra alla festa dei Repubblicani a Sant’Egidio, il nervosismo violento dei discorsi sulla figa al bar Sport di Calisese. Continuavo a riascoltarla e la facevo ripartire dall’inizio. Pensavo ad altre cose. Tengo sempre il CD nei paraggi, sia mai che mi serva di fare una lacrima.

DISCHI STUPIDI: Giorgio Moroder – Déjà Vu

Untitled-1C’è stato un periodo in cui Moroder stava lì e non lo toccava nessuno, perché era evidente quanto fosse stato profetico e determinante per la musica che avremmo ascoltato di lì a poi, ma soprattutto perché di toccarlo non fregava un cazzo a nessuno, una specie di monade del disinteresse, non so spiegarlo bene, il tipico concetto internet funzionante: una cosa che conosciamo superficialmente, che ci migliora la vita e di cui non è necessaria una vera e propria esegesi; tipo il parmigiano. Poi le cose sono cambiate.

La commozione in pompa magna per il ritorno di Giorgio Moroder sulla cresta dell’onda copre un periodo che va dal momento in cui spiegò in cosa consisteva la sua collaborazione con i Daft Punk al momento in cui Giorgio By Moroder ci venne a noia per i troppi ascolti. Fine. I due anni successivi, in cui lo stesso Moroder si ritrova uno stuolo di adepti che lo implorano in ginocchio di tornare a battere cassa, li abbiamo vissuti con quella leggerezza sgarzolina che amiamo riservare ai cantanti rock che di lì a poco moriranno consumati dalla vita di eccessi. Di lui, invece che la morte, sospettavamo l’arrivo di nuovo materiale. Era il nostro ennesimo piegarci all’ineluttabilità dei canovacci del pop: non sarebbe stato il suo testamento artistico, non sarebbe stato un’opera titanica, l’avremmo semplicemente ascoltato. Del resto il disco non ci abbia messo molto a venire annunciato e iniziare a segnare nel calendario i giorni di anticipazioni estemporanee, rivelazioni e quant’altro. Non ci siamo scomposti, e anzi ci siam fatti salire la fotta a duemila, come se in qualche modo il nuovo disco di Moroder fosse annunciato per chiudere il ciclo dei movimenti che tengono il pop in mano. Era soprattutto una questione di parentela, e di misletture. Tutto quel filone epico anni settanta sviluppatosi sull’onda di Random Access Memories ha azzerato il conto dei globuli bianchi nei confronti dei collaboratori del disco. Criticamente RAM fu una mosca bianca: chi lo smerdava ne denunciava soprattutto l’eccessivo calligrafismo, spinto oltre i limiti del molesto fino a quel punto che tanto bastava andare a recuperare i dischi delle fonti e dei collaboratori; chi lo osannava è stato straconvinto per lungo tempo (col senno di poi c’è da cacarsi sotto dal ridere) che in qualche modo la riuscita di Random Access Memories fosse dovuta ad un insospettabile stato di salute delle mummie a cui era stato subaffittato per mezzo secondo a testa (e se la parabola dei Moroder e dei Rodgers tutto sommato è facilmente associabile a bisogni retromaniaci, quanti morti ha fatto il rilancio di Pharrell?). Moroder in ogni caso era un caso a sé, uomo internet definitivo: parte del retaggio culturale, conosciuto da chiunque, mestissimo intercalare di una storiografia pop che l’aveva incastrato nel ruolo di cerniera tra accademia e scorregge trent’anni prima che questo tipo di intellettuali diventassero i nuovi intellettuali di riferimento. Intendiamoci: il grado di penetrazione degli ideali (più che delle idee) di Moroder è così alto che semplicemente non è possibile mancargli di rispetto, proprio dal punto di vista grammaticale; ci si fa la figura di qualcuno che scrive un saggio contro la parola scritta, in qualche modo; dall’altra parte sono il lassismo e il sostegno bonario a portarci a paradossi come i djset-evento milanesi con trentamila persone sotto al palco, praticamente l’unico rituale del rock da stadio che è possibile celebrare nei salotti buoni del 2015 stando lontani dal trash.

E poi insomma, il disco è arrivato davvero. Una prevedibilissima ciofeca, frutto delle idee di un tizio che è stato decine di anni in panciolle a far fruttare il capitale economico/artistico e da cui ci si aspetta sì e no un singolo estivo. Per l’occasione è stata organizzata una parata di star del pop che hanno prontamente RSVPpato, più per non perdere il giro dei dischi giusti che per attaccamento alla causa in sé, ammesso che di causa ce ne sia una. Lo si sente soprattutto nei contributi al minimo sindacale di gente di solito presa meglio come Sia, o nel miscasting che sembra quasi doloso di una Britney che nella cover di Tom’s Diner ci fa una figura stile la cantante dei Jalisse a The Voice; ma anche il tono generale è un po’ quello da discone stile italo-disco anni novanta ma senza alone epico da Festivalbar né tantomeno ritornelli killer. La volontà sembra comunque quella di buttare sul mercato una playlist  ad anello più che un album fisico, una raccolta che ascoltata puntando casualmente l’ipod stupisce soprattutto per la scarsa incidenza, l’assenza di un concetto qualsiasi che giustifichi l’esistenza del disco, gli sbalzi emotivi casuali e quell’effetto da sborrata pop-cibernetica in bocca a chi ascolta, a cui richiama anche la copertina. Questa non-tattilità del disco lo rende quantomeno un non-oggetto curioso, la cui valutazione critica diventa quasi superflua e perlopiù limitabile al conto dei click (quindi un disco nobilitabile dalla sua capacità di invadere militarmente le playlist, uno spot pubblicitario o qualche disgraziata heavy rotation nelle radio trucide). L’unica posta in gioco è quella legata al pensionamento dell’uomo: trovarselo ovunque ne ritarderebbe ulteriormente il pensionamento e potrebbe perfino rimetterlo dentro al giro dei dischi pop importanti a fare da deus ex-machina. Dovesse succedere, immaginatevi cosa pensereste di Déjà Vu se non sapeste essere un disco di Moroder.

I motivi per cui faccio like su facebook

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Lavoro nel giardinaggio. Qualche giorno fa ha chiamato in ditta un agente di commercio, uno che sta in questo business da tipo 35 anni, un tizio scolpito nella pietra che tiene in scacco i suoi clienti. Ha cercato il più alto in grado presente in azienda ed era un giorno abbastanza scarico per cui fossi io. Mi ha chiesto, molto allarmato, un riscontro sulla nuova legge che è stata approvata secondo cui la coltivazione domestica di ortaggi sarà illegale a partire dal primo gennaio 2016.

(gli scoppio a ridere in faccia, s’incazza, riattacca il telefono, lo richiamo e gli chiedo delucidazioni)

Un suo cliente ha scaricato la cosa da un sito, mi dice. è un sito affidabile. Cosa fatta, entro il 2016 nessuno può più fare l’orto, mi dice. È una cosa delle multinazionali, mi dice. Ricomincio a ridere, poi mi calmo e gli dico che non è vero, lui s’incazza ancora, mi dice di portargli prove che non è vero perché il suo cliente sta pensando di chiudere, come faccio senza gli ortolani? Ecco. Gli chiedo se ha bisogno di una certificazione scritta dalla mia azienda in cui non ci risulta che questa cosa delle multinazionali sia vera, o che altro. Mi dice “sì, magari”. Così, di lavoro emettiamo documenti casuali. La cosa veniva effettivamente da un sito rispettabile, pagina datata primo aprile 2015.

Internet, boh, è così. I pesci d’aprile hanno rotto il cazzo nel 2001 (internet) e nel 1982 (vita vera), ma si continua a farli. I siti di notizie fasulle hanno rotto il cazzo nel 2007, poi è arrivato Lercio ed è ridiventato tutto figo per dieci minuti, e poi via di disincanto. Le battute hanno rotto il cazzo, far ridere ha rotto il cazzo, non far ridere ha rotto il cazzo, il situazionismo ha rotto il cazzo, la precisione ha rotto il cazzo. Su internet ha rotto il cazzo tutto ma continua a venir prodotto e condiviso perchè il nulla è l’aria che respiriamo e il nostro passatempo preferito. Qualche giorno fa un amico mi ha detto di aver trovato un mio like a tale pagina odiosa e mi ha chiesto spiegazioni in merito; tra ieri e oggi quelli di Informare per resistere (un sito di cui ho cognizione casuale per via del titolo, che è probabilmente il frutto di uno studio di marketing volto a definire il concetto più puro e radicale di internet sbagliata) hanno sbroccato in direzione cattofamilyday e la gente ha iniziato a chiedere di togliere il like o togliere l’amicizia agli amici che mettono su facebook il like a siti tipo Informare per resistere (che appunto mi sono sempre sembrati il frutto di uno studio di marketing volto a definire il concetto più puro e radicale di internet sbagliata). Ho controllato e fortunatamente non ho messo like sulla pagina di Informare per resistere, ma è probabile che in giro troviate il mio like a qualcosa che detesto profondamente. Quindi, in questa sede, sono ad elencare per quale motivo metto like alle pagine facebook.

1- mi piace effettivamente quello a cui clicco like, l’ho cercato e ho cliccato apposta sulla pagina perché voglio aggiornamenti o cose simili. Questa cosa succede in una percentuale ridottissima di casi, circa il 2% delle pagine di cui sono fan. Le riconoscete perché sono cose tipo John Carpenter, i Pantera, la Brigata Bruno Martino (scoperta tipo la settimana scorsa) o il Vecchio Testamento.

2- mi servono per questioni lavorative o altro. la cosa si riduce a qualche nome, tipo l’azienda per cui lavoro e le aziende gemelle.

3- qualcuno che stimo e rispetto e mi piace mi ha chiesto di diventare fan di quella pagina, per motivi suoi (lavoro, sincera passione, pastura, trollaggio nei miei confronti). Il mio like è alla persona che mi ha chiesto di mettere like.

4- qualcuno che non stimo né rispetto mi ha chiesto due volte di mettere il like a quella pagina e ho deciso che rifiutare sarebbe stato scortese.

5- qualcuno che non stimo né rispetto mi ha chiesto di mettere il like a qualcosa E penso che in prospettiva possa rompermi il cazzo se non lo faccio.

6- qualche sito del cazzo aveva un banner enorme di quelli tipo CI BASTA UN LIKE e non sarei riuscito a leggere l’articolo senza cliccare o aspettare trentacinque secondi (questa è una cosa vera soprattutto prima del 2013, quando ho iniziato una campagna di sensibilizzazione i cui argomenti sono “se hai un banner enorme di quelli tipo CI BASTA UN LIKE fai schifo a prescindere dai tuoi contenuti”)

7- l’ho fatto per la gag

8- avrebbe fatto molto piacere alla mia prozia recentemente dipartita

9- boh

10- non sono cazzi vostri

Ecco, diciamo che queste dieci casistiche possono coprire il 100% dei 538 like che ho messo su facebook, che comprendono siti di improbabile informazione complottistica, multinazionali, locali di nicchia in regioni dentro cui non ho mai messo piede, organizzatori di concerti notoriamente stronzi e infami, film di merda, trasmissioni TV che non guardo, cose che non fanno ridere ma vorrebbero, e via di questo passo. Ecco, è probabile che il sito contro cui saremo scagliati domani sia uno dei miei preferiti. Nel caso mi dispiace molto ma non credo che toglierò il like. Di solito lo faccio se un contenuto fastidioso mi compare in pagina, e a volte non basta nemmeno quello. Ho una teoria dell’esistenza online, secondo la quale quelli che rimuovono una persona dagli amici per via di un like sospetto sono gli stessi che ti chiedono di diventare fan di ogni cosa. E un’altra che dice che quelli che fanno un conto economico di massima basata sui like su facebook e sui follower di twitter e gli hit sul tubo e i cuoricini su instagram, presente? Ecco, loro sono anche quelli si tolgono i tarzanelli dal culo a mani nude, li fanno seccare bene sul dito e poi li sgranocchiano mentre scrollano sul telefonino con l’altra mano. Non tutti ma alcuni sì. Ok, forse sono teorie un po’ imprecise.

Dance casuale, rock riccardone, vecchiume critico, Holly Herndon, azionismo, ASMR, pop

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FF L’hai sentito il disco di Trickfinger? Mi sono ascoltato quello e poi quello nuovo di Baldelli che prende voti allucinanti su roba tipo Wire, e me li sono pure io goduti entrambi un botto, ma così a naso se fossero stati dischi di chitarra rock li avrebbero sfottuti a morte o ne avrebbe parlato in termini entusiasti solo stefano isidoro bianchi, sbagliando. Mettici anche questo articolo che parla di quanto è sfigato Guetta a parlare di “old skool” riferendosi a quando gli tocca scrollare i file dalla chiavetta invece che usare i preregistrati, per me siamo al giro completo.

Ikke Frusciante non mi interessa perchè come tutti i musicisti rock che si riciclano nell’elettronicume hanno per natura poco da dire, perché vivono la transizione come un esterno che costruisce l’interno (l’integrità dell’essere rock) e invece, come insegna la techno detroitiana, dev’essere l’esatto contrario, cioè la sovrastruttura organica che esce all’esterno modellandolo, come un’archeologia al negativo; è di per sè un’ammissione di colpa ritardataria quella di questi musicisti, è come farsi l’undercut nel 2016.

Fare parte della milizia è una scelta politica, chi viene dal rock degli ultimi vent’anni ha un modo di pensare la musica e comporre antitetico alla techno che invece è quasi una forma astratta, jazzistica, depurata dall’adrenalina e che corre forte essenzialmente perchè ha l’ambizione di depurare oltre l’istinto pure l’umano. Internal Empire di Robert Hood è uno dei più grandi dischi di sempre ma insegna ancora troppo poco. C’è anche da ammettere però che produttori che si riciclano nei circuiti-chitarra generalmente fanno pure di peggio e senza nessun ritegno.

Baldelli lo rispetto da morire perchè è tutta quell’epica Baia degli Angeli, quella polvere di stelle lì, bellissima italiana nordest patriottico, house da guerra libica al caleidoscopio ma ormai anche lui si ricicla con questi tool per dj, sempre belli per carità, non cambia nulla della sua storia ma non so cosa ci possa scrivere più di tanto The Wire.

Guetta non piace a nessuno ed è pacifico ma fargli le pulci perchè utilizza le penne usb mi pare fin troppo, e non ha niente a che vedere con questa old school di cui si continua a parlare così, in maniera falsamente coscienziosa, da social. Mi pare che si voglia recuperare per la propria parte critica e per la propria cultura (la musica ballabile sta ormai vivendo una fase tipo il rock indipendente negli anni ‘90) quella materialità da concerto che dev’essere sempre un’esperienza, l’ossessione per il rapporto tattile, per me sono prese di posizioni che lasciano il tempo che trovano: è tutta retromania in sofferenza d’aggiornamento (nel senso di quando la barra now loading si blocca), da fase in cui non si sa se esporsi al transumanismo nazi o continuare ad appartenere alle consuetudini naif della critica musicale. La sacralità dei concerti (o dell’esperienza in generale) io la trovo detestabile sempre, figuriamoci per dei dj che a maggior ragione, e quasi per contratto, hanno il diritto di rubare soldi alla gente.

FF Il paradosso che mi viene in mente è che molti di questi meccanismi cognitivi nel rock (comunemente indicato come retroguardia) sono stati purgati da decenni. Cioè se succedesse che, non so, a un concerto metal salta il trigger della batteria e il batterista si mette a improvvisare la cassa coi piedi, e magari poi il gruppo lo racconta su Kerrang di quella volta che il batterista s’è dovuto inventare le parti sul momento, non è che arriva il powermetallaro tr00 a dire che quello è un gruppo finto e usa gli effetti. Succedeva forse nel 2001, ma solo in certe sacche trascurabili della fanbase. Invece nella dance, non dico sottogeneri, dico proprio come concetto critico di roba da ballare in generale, che è così scolastica nel senso di old skool, a vederla da fuori mi sembra si ponga ancora spesso il problema del retroterra e della preparazione tecnica eccetera, discorsi che se provi a intavolarli un’altra volta nell’indie ti becchi come minimo accuse di stitichezza. Il rock oggi lo puoi fare strutturato o destrutturato quanto ti pare, forse perché sei sempre anacronistico a prescindere e puoi scegliere al limite se essere anacronistico figo tipo boh, i Neptune, o anacronistico sfigo come quelli che rifanno la roba cosmica anni settanta come se non l’avesse mai recuperata nessuno e trovano comunque una critica e un pubblico che gli reggono il gioco. Invece la dance o ancora peggio il rap (avevamo parlato se non sbaglio di quanto mi fa vomitare il disco nuovo di Kendrick Lamar) sono roba considerata tipo contemporanea, e il fatto che siano considerati tali per me vuol dire che lo sono -se non c’è una legittimazione sociale o culturale non c’è il concetto di contemporaneità proprio- e boh, la fanno franca per via di certi canoni di giudizio che nel rock avevano rotto il cazzo intorno al ’76, lo skill, la politicità dei testi, il fatto di venire da una storia, anche il bisogno di suonare importanti. Forse anche prima del ’76 avevano rotto il cazzo. Per cui tutto sommato la techno rimane contemporanea nel momento in cui non ci si prende il disturbo di raccontarla o storicizzarla, ci si limita a farla o a subirla? Ok forse specificamente la techno ha un dovere morale futuristico ma le altre cose magari sì, boh.

Penso anche a cose tipo qiamdp i gruppi harsh, dopo qualche anno di dischi a cazzo, infilano la cassa nel disco nuovo e sembra tutto una rivoluzione e un comunicare col mondo. Sto pensando un po’ di cose che c’entrano per fare un pezzo ma forse ho bisogno di una mano perchè non ho cultura nè legittimità su questo.

 

Ikke Ho pensato che forse questa questione della tecnica high-end serve a legittimare il fatto di spendere soldi per andare ad ascoltare la musica-fatta-coi-bottoni, visto che siamo ancora, almeno culturalmente (la realtà speculativa è molto più avanti), in una fase di mezzo, di lenta accettazione. Va bene, è musica finta ma che almeno ‘sti computer funzionino e che siano MacBook belli costosi! È una legittimazione a metà ma creata a partire da un vago tribalismo capitalista, non so come dire, annulla i canoni del rock inteso come lo si intendeva nei ‘90, e se da una parte lo si scimmiotta (i grandi eventi i dj superstar, lo sdoganamento critico e sessuale) dall’altro lo si avversa sul piano proprio della filosofia economica e della rappresentazione di sè (esempio pratico: gli sfigati del pubblico rock sono molto diversi dagli sfigati del pubblico dance). Boh certo sì, i ragazzini hanno impiantato nei loro metodi di corteggiamento il rock danzereccio ma è stato fatto non senza sanguinare, soffrendo un tracollo generazionale.

Comunque alla fine si parla di musica popolare, non di Milan Knizak che spacca i dischi e poi li suona, o di azionismo viennese. Quindi il senso della distruzione è accettato così, alla buona, all’interno di codici sempre un po’ politici, estetizzanti nel senso di sabato sera, perché la dance è ancora considerata, in un gioco di orgoglio-legittimazione, una sorta di ambientazione scenografica. E quindi appena salta una usb o Traktor c’è subito l’indispettimento (sentimento sempre molto popolaresco), ma è lo stesso se salta la luce o un cavo ad un concerto, è che la gente ha comunque sempre bisogno dell’immagine in cui potersi riconoscere, in cui poter brillare nella luce riflessa dell’autoidentificazione, e così quando si infrange la quinta teatrale lo stesso accade alle vanità e tutti ci rimangono male.

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FF Per quanto riguarda la questione della leggitimazione tribal-capitalista, qualche giorno fa ero fomentato da un discorso che avevamo fatto con qualcuno tipo philipstick e mi sono riletto l’intervista a Holly Herndon su Wire (probabilmente lo stesso numero che parla bene di Baldelli), in cui fondamentalmente lei ranta per ventimila battute intorno a questa post-ideologia subnazionale dell’economia attaccata alla musica e/o dell’atto politico (ancora) e/o del sentire territoriale, che alla fine se vogliamo mi rovina pure il disco nuovo di holly herndon, che è stupido e carino e maranza (a te immagino non faccia un baffo ma a me queste cose ultimate-pop piacciono molto). Cioè Holly si lamenta del fatto che si trova a suonare in un botto di festival i cui bill sono tutti uguali e dovrebbero essere bill più definiti culturalmente, geograficamente. Ovviamente non salta mai fuori che se i festival non fossero tutti uguali col cazzo che qualcuno penserebbe di mettere in cartellone Holly Herndon, o è una cosa che rimane un sacco sullo sfondo o comunque si lega alle tendenze millenariste che ha lei. È un po’ un effetto The Knife, se capisci quello che intendo (anche e soprattutto dal punto di vista della percezione del gesto in sé da parte del pubblico, ti spacchi, non ti spacchi, riempi l’evento e alla peggio ti lamenti il giorno dopo sui social).

Però nell’intervista c’è un bello spunto: lei dice una cosa sull’atto del vendersi, è una cosa legata ad Apple. In pratica ti dice che è accettabile ed eticamente corretto vendersi, di per sè, ma devi dichiarare da dove vengono i soldi. In sostanza questa cosa mette il mondo in mano agli influencer ultima generazione, quelli a cui le fabbriche tipo Algida mandano a casa una cassa di ghiaccioli assortiti, e loro la fotografano su Instagram e l’interscambio non è più certificare la bontà dei ghiaccioli ma la mutua accettazione di status –l’influencer certifica di essere abbastanza influente da finire sul libro paga di Algida, Algida certifica la sua possibilità di venire a romperti il cazzo su twitter e potersi fare un’indiecred a fisarmonica e quindi tanto vale mangiare il cornetto nei festival estivi, che almeno ci guadagni in cambio i Metallica. Ci saranno sicuramente progetti molto organici dietro, ma da un punto di vista più accademico e anni novanta (quindi forse più attinente al nostro ambito) il risultato finale è comunque una brandizzazione così a cazzo, l’espansione del marchio tipo pastura. Non so, quest’estate c’è un festival che si chiama Postepay Summer Fest, è come se facesse le veci del curriculum, cursus honorum e via così. Ha ricevuto soldi da tonno nostromo invece che insignito del prestigioso Godzilla music award. Sempre su Wire tempo addietro c’era un articolo formidabile su quanto fa vomitare la Red Bull Music Academy, sempre incentrato su queste tematiche localiste e tribaliste, ma non in modo stronzo e politico alla Holly Herndon. Ho scritto un po’ in fretta quindi forse ho perso di vista il punto.

Ikke Mi si diceva di questa intervista molto teorica sul Wire, ma ho evitato. Il punto sai cos’è? è che la Herndon viene dal mondo delle gallerie, ha una formazione accademica e ha fatto robe con Negarestani che tipo il passepartout per tutto quel mondo lì, quindi poi dici beh se il pop è nel mondo consumistico e delle architetture mediatiche l’unico materiale d’avanguardia possibile, allora ha tutte le carte in regola e tendi a fidarti. Però io ho da dire due cose:

 

**********

Onestamente, mi sembra più hysterical journo frenzy che altro – per essere IL disco di 2015 è assai 2006! Credo che la cosa più 2015 sia il modo in cui lei presente se stessa e il lavoro suo nelle interviste, che forse sono il vero prodotto.

 

[dai commenti fb al pezzo di Mattioli: concordo specialmente sull’ultima parte, non che sia un disco molto 2006, quello è eccessivo, semmai è un disco molto 2012]

 

e poi

 

Pikkio Ti piace?

Hai sentito il pezzo dei rumori sexy?

Ikke sto sentendo ora

quello è grande

perchè è la parodia degli ASMR

tra l’altro funziona, il relaxo funziona

te sai che io ho sta teoria che in futuro la musica sarà solo razionalista-funzionale

e si ascolterà musica solo perché funzionalmente serva a qualcosa

tipo relaxo, o idoser o audiobook o suoni per attivare sequenze domotiche o per descrivere flussi finanziari o per incentivare le performance del lavoro cognitivo e così via

Però non vorrei sminuirne la resa; lo stesso Pikkio dice che il disco funziona bene perché è il disco di aristocrazia pop HD che mancava in questo momento, ha in parte ragione ma io continuo a sentirci in profondità una certa cantautorabilità che non digerisco del tutto, mi ricorda quasi Solex, per dire.

FF A me il disco sta piacendo sinceramente. mi disturba l’impianto teoretico e il retroterra auto indulgente, cioè forse aveva il suo senso pre-99 (blasto tutto, microscene, anticapitalismo dall’interno, vaffanculo) ma siamo ancora al discorso di prima, dei criteri di giudizio anni settanta-ottanta, questa cosa dell’estetica tra virgolette punk che viene usata per decodificare tutto. Poi per me è una fase di depressione e quindi il gesto politico, la provocazione (peggio ancora in quel senso attivista, di scatenare il pensiero, tipo fluxus ma in fondo c’è anche un legame con gli ASMR anche se forse non coinvolge la percezione) e tutte quelle minchiate lì non mi piacciono più, mi danno il voltastomaco. È quasi come se ci fosse bisogno di tornare al minuscolo, soprattutto al minuscolo cognitivo, l’iper-specializzazione o la micro-scena che non dialoga con il fuori e si sente infastidita quando il fuori arriva comunque con la scusa dei leak su internet, e poi scatta tutto il paradosso del pop universale microscenico. Invece il disco di Holly Herndon in sé mi sta crescendo tantissimo, in giro ha la fama di disco “difficile” ma boh mi sembra una gran maranza con lo spleen più 4 riempitivi finto-avant per mischiare le carte a cazzo (voglio dire, parliamo di un disco il cui singolo è una cosa sessuale sull’agente NSA a cui è assegnato il tuo caso, il che probabilmente fa pensare ad uno scenario strapieno di caizzipop per altri 5 anni). L’altro giorno ero tentato di prendere il vinile per nessun motivo, tipo solo “disco giusto, facciamolo ascoltare alla bimba” (la stessa ragione per cui ho speso 30 euro per comprare Arca l’anno scorso, la mia morosa vuole ammazzarmi perchè ho scordato di togliere il prezzo). Boh, adesso prendo dei pezzi dalle email e provo a smontarli e rimontarli, se ne esce fuori una cosa qualsiasi la pubblico, che dici?

DISCONE: Algiers – S/T (Matador)

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Gli anni che viviamo non sono particolarmente adatti per praticare lo sport del mai ascoltato, specie se rimaniamo nell’ambito delle canzoni (ho avuto anche conversazioni, nel senso di chat, sul fatto che nel 2015 in fondo non abbia più senso produrre e aspettarsi “canzoni”, e il mio trovarlo inconcepibile dà una misura all’anacronismo critico che mi azzoppa). La musica popolare che andiamo a fare e ad ascoltare, più che a suonare inedita, tende ormai a scegliere a quale epoca rifarsi nel suono e nello spirito; per molti versi anche la musica d’avanguardia segue lo stesso percorso, quantomeno dal punto di vista dell’asse critico –la forma mentis e le aspirazioni sono più o meno le stesse degli anni ottanta, da cui l’indulgenza verso generi noiosi tipo shoegaze e ambient, che continua imperterrita a produrre pagine di letteratura. Non so nemmeno dire cosa abbia senso fare oggigiorno per suonare contemporanei: probabilmente il modo più sicuro è assicurarsi che le premesse del suono vengano travisate, o in alternativa fornire un’esegesi plausibile della tua opera in tempo reale, una specie di guerra delle cartelle stampa in realtà aumentata. Saper fare collassare la dimensione sonora e lo spirito dietro la musica è un trucco vecchissimo, in questo contesto, e in molti casi finisce per sembrare una cosa molto stronza. Esistono molti esempi, in ogni caso, di artisti che riescono a decontestualizzare senza sembrare necessariamente delle teste di cazzo. Da questo punto di vista un disco come quello degli Algiers di Atlanta esce sul mercato come una sorta di risarcimento tardivo ai peccati di gente come TV on the Radio. Il loro primo disco è uscito su Matador il primo di giugno e si fonda, per molti versi, sulla stessa non-così-strana convergenza tra black music e postpunk. I TVOTR risolvevano l’equazione buttandola sul riccardone spinto e sull’esecuzione osservante, col risultato che già dal secondo disco lungo la musica era disinnescata e li si ascoltava solo per farsi il viaggio della GRUVA e della negritudine, che te li immagini a suonare con gli occhi socchiusi e la bocca a forma di cuore (anche un po’ razzista, volendo); gli Algiers ne prendono gli aspetti più molesti ed ossessivi e provano a buttarli su un tappeto sonoro casuale che piglia a mani aperte da roba come Einsturzende Neubauten. È una cosa piuttosto simile a quella che fanno Sightings o Neptune rispetto a quella This Heat o Throbbing Gristle; risuona di certi scorci malati che stanno nei dischi del tardivo Mark Stewart o dei Birthday Party, ma con un’impostazione più funk-rovinosa; poi magari entra la voce e porta tutto su binari di supa-cool urbano alla Superfly, ma ormai il danno è fatto e il risultato finale è il disco SKRANNOBLACK dell’anno in corso, una raccolta di canzoni dissociate e ossessive che al confronto il Truceklan era gente a posto. Non lo so, mi sembra un disco eccezionale; magari a breve mi passa l’entusiasmo e torno a fare il cinico.

Algiers – “Blood” from Algiers on Vimeo.

Bastonate pro loco: SUNDAY MORNING

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Andrea Cola l’ho conosciuto in biblioteca, cioè io facevo il servizio civile in biblioteca e lui era amico di amici e per tipo sette minuti c’eravamo messi assieme ad altre cinque o sei persone che tentarono di organizzare un festivalino a Cesena con soldi altrui, una cosa che a quanto ne so non quagliò oltre la seconda riunione. Poi alcuni di loro si misero d’impegno e il festivalino lo fecero davvero e fu davvero bello, segno che in generale le cose funzionano meglio se io non sto in mezzo alle palle. I Sunday Morning mi davano l’idea di un gruppo emocore che faceva pop o di un gruppo pop che faceva emocore, o magari era una percezione drogata mia, comunque un gruppo di Cesena che faceva roba che almeno in parte mi interessava. Andrea suonava la chitarra e cantava e francamente come autore di canzoncine pop era uno dei migliori in città, o poco ci mancava. A un certo punto i Sunday Morning stavano quasi per fare uscire il disco: ci fu una sera in cui suonarono al Loco Squad (quegli anni il Loco Squad faceva una data a settimana e anche più, anche roba molto figa)

Ho perso il filo perché mi è venuta in mente una storia e la devo raccontare (scusate e grazie per la pazienza). Nei primi anni duemila i concerti in Italia li si seguiva tramite un sito che si chiamava Chi Suona Stassa. Era tenuto insieme da un tizio di cui negli anni ’90 leggevi anche cose in giro per le riviste musicali, e nel corso del tempo era diventato un punto di riferimento preziosissimo e ovviamente copiato a man bassa (spesso nel senso letterale di copy-paste) dalle webzine e dai sitarelli sfigati. Passano i Dianogah dall’Italia? Escono le date su Chi Suona Stassa, e due giorni dopo su indiequalcosa.it. A un certo punto il tizio che lo gestiva s’era preso male perché lui si sbatteva e altri no, così aveva iniziato a mettere qualche errorino qui e là: qualche misspelling, qualche data sbagliata, qualche cosina casuale, per riconoscere i tizi che gli copiavano le date e le mettevano nel loro sito.

Questa cosa la so per due motivi. Il primo è che scrivevo per un sito che, appunto, copiava/incollava le date pubblicate da Chi Suona Stassa e ricevette un’email dal tizio. Nell’email c’erano accuse velate, e riferimenti a piccoli errori che venivano seminati apposta per sgamare chi faceva copia-incolla. Oltre ovviamente a una filippica di una ventina di righe sul fatto che lui si sbatteva contattando i locali e le agenzie di booking e che nessuno lo ringraziava per il servizio che faceva e noi vivevamo a traino. Ora non so se il webmaster di quel sito copiasse effettivamente le date da lì o da qualche altro sito, ma il copia-incolla c’era; un po’ meno chiaro era capire a che titolo un tizio che pubblicava date di concerti volesse tenersi l’esclusiva sui suoi contenuti, e che tipo di persona sia disposta a sabotare il proprio sito per sapere chi è che sta copiando le date da lui invece che dalla newsletter di Hellfire.

La seconda ragione per cui so questa cosa (ovviamente) è che uno degli errori messi apposta dal tizio fu la data di un gruppo (forse El Guapo, ma non son sicuro) a Milano Marittima. Tipo, scrisse il 25 ottobre invece che il 25 novembre. E io, coglione come pochi altri, mi presentai con un amico a bere birre a 35 km da casa mia, per vedere un gruppo che avrebbe suonato il mese successivo.

Chi Suona Stassa chiuse nel 2008 per questioni legate all’impoverimento della scena, trasformatasi nella triste barzelletta di se stessa. Lo scrisse proprio nel messaggio d’addio, una bella pagina statica sul sito. Forse la morte delle webzine gli aveva tolto il motivo di lamentarsi dei copypasters, o magari aveva trovato qualcosa di più nobile da fare nel suo tempo libero. Qualcuno provò a mettere insieme servizi più o meno simili, quasi sempre tentativi malriusciti ed aggiornati all’epoca dei google calendar. Oggi bucare la data di un gruppo è quasi impossibile, mi riesce solo con posti tipo il Clandestino di Faenza e robaccia paragonabile. Non so se rimpiango i gloriosi tempi di Chi Suona Stassa, ma quando ci penso la prima parola che mi viene in mente è “babbeo”. Poverino.

Fine dell’inciso, dicevo, una sera i Sunday Morning suonarono al Loco Squad e alla fine del concerto distribuirono un CDR confezionato a mano con due canzoni registrate forse al Suono degli Spazi (un posto a Bagnile che aveva un piccolo studio di registrazione). Le due canzoni le ascoltai parecchio anche se erano molto diverse dai Sunday Morning che conoscevo io, e aspettai il disco per un bel pezzo, e il disco uscì davvero ma tipo due anni dopo che avevo smesso di aspettarlo. Le storie dei tuoi eroi locali sono spesso storie di questo tipo, di uno che se il disco fosse uscito avrebbero spaccato i culi e invece no. E insomma nel frattempo mi ero un po’ raffreddato in merito a Cesena e a quelle storie, avevo smesso di frequentare i posti e la gente e non prestai la dovuta attenzione al disco, il quale comunque era roba indiepop che anche cinque anni prima non mi avrebbe fatto nessun effetto o magari l’avrei apertamente osteggiato per puro pregiudizio. Poi i Sunday Morning iniziarono a sparire un po’: il bassista suonò per qualche tempo la batteria nei bolognesi Tiger Tiger!, da non confondere dai quasi-omonimi umbri Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, e poi se ne andò a Berlino. Gli altri membri continuarono gli altri progetti musicali che avevano o ne iniziarono nuovi: Andrea Cola provò anche una parentesi solista con un disco di cantautorato pop intitolato Blu. Mi sembrava bellissimo, tranquillamente sopra quasi tutte le cose di quel genere che mi capitasse di sentire -ma io che ne so di pop e cantautori. Lo vidi dal vivo a Cesena, suonava da solo sul palco assieme a Glauco Salvo, fu bellissimo.

L’altra sera ero alla festa di paese nel posto dove abito ora e c’era una cover band, rock da macelleria, i musicisti dei cinquantenni in salute con probabile formazione classica. Chiunque si sia sputtanato centinaia di stipendi in dischi e concerti odia totalmente e definitivamente le cover band, ma in quel palco improvvisato li vedevi sorridere e crederci ed essere felici d’esser lì a suonare, e questa cosa nei gruppi fighi che arrivano al locale dopo un tour di tre settimane non la vedi così spesso. Partono con un urlo e suonano una versione di Are You Gonna Go My Way che non mi offende più dell’originale. La gente sotto al palco non capisce, ma ottiene comunque del ROCK in cambio.

Avevo sentito che i Sunday Morning si erano rimessi insieme e facevano qualcosa, qua e là. L’anno scorso Cola ha registrato il disco a Io&La Tigre (un botto di tigri in questo capoverso), il giorno della befana ho visto i Sunday Morning dal vivo e quando un gruppo sta su un palco e suona forte non ha molta importanza se suona indiepop o che altro. Si dice che suonare forte serva soprattutto a coprire le pecche. Non saprei dirlo. Adesso è uscito il disco nuovo dei Sunday Morning, che suona molto powerpop-spleen-estivo coi pezzi e io non ho più problemi con nessun genere musicale. Il disco si chiama Instant Lovers. La formazione è un po’ diversa, ma dicono che ogni tanto Francesco scenda ancora da Berlino per una cena o un concerto, sale sul palco, suona un pezzo. E se questo non è un lieto fine allora boh.

Addio vecchia tromba

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Le migliori dichiarazioni mai fatte dai negri sulla loro anima sono state modulate al sax tenore”, è una bella citazione di Ornette Coleman. Credo che, nel dire questa frase, Coleman stesse spiegando perché avesse inciso Ornette on Tenor (che, peraltro, è un album raramente citato ma è immane), ed è una di quelle volte che uno sta dicendo qualcosa di molto circostanziato e però, non volendo, dice in realtà una verità assoluta. Nei suoi dischi più famosi, credo in quasi tutti i suoi dischi in effetti, lo strumento di Ornette è invece il sax contralto e ne deduco che non stesse dichiarando cose sulla propria anima  – però, e lo dico io che non so nulla, le cose che stava dicendo ci somigliavano parecchio. Questi album famosi parlano tutti di futuro, di cose da venire – era musica pazzamente all’avanguardia e consapevole di esserlo. Forse quello che Ornette non sapeva, nel momento in cui li pubblicava, era che lo sarebbero rimasti e probabilmente lo rimarranno. Ornette Coleman è morto oggi, era molto anziano, l’ultimo suo album che io abbia ascoltato è Sound Grammar, di una decina di anni fa. Ornette ci suona il sax contralto, il violino, la tromba. È musica d’avanguardia che, è retorico dirlo ma è anche vero, nessun ventenne o trentenne è più stato capace di fare. Ornette Coleman è morto oggi, era molto anziano, ha spinto al massimo fino alla fine, è cinquant’anni avanti al suo tempo, e questo per sempre.

Il festival ha il nome di una birra ma non è come credi

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Francesca Sara Cauli

I Moon Duo stanno ancora suonando ma io sono qui dalle sette e sono stanco e ho bevuto un po’ troppo nelle prime ore, così mi avvio verso l’auto che è parcheggiata appena fuori sul lungomare. Mi fanno male i piedi dentro le superga e dovrò buttare pantaloni e camicia nei panni da lavare, sento addosso un terribile puzzo di essere umano e l’odore rappreso del sudore che s’è asciugato tre o quattro volte sul corpo e sui vestiti. Appena uscito dal parcheggio due autostoppisti hipster al massimo ventenni alzano il pollice. Hanno un vinile in mano ed è abbastanza evidente che stavano nello stesso posto in cui ero io. Carico quasi sempre con gli autostoppisti se posso farlo, nel felice ricordo di un me diciassettenne che a conti fatti non è mai esistito -voglio dire, avrò fatto l’autostop cinque volte in vita mia. E ovviamente la prima cosa che mi viene in mente è The Hitcher (originale e remake). Ci mettiamo a chiacchierare: sono due youtuber polacchi di diciannove anni. Vivono a Cracovia e hanno deciso di farsi un regalo per la maturità appena conseguita: il Beaches Brew. In autostop. Da Cracovia.

C’è una complicata storia di costi e benefici dentro, dicono che i canali youtube nel loro paese sono pochi e non ce n’è quasi nessuno che faccia indie music e così loro fanno i video e vengono embeddati da un botto di gente. Quando carichi un autostoppista ti becchi la versione lunga del racconto solo nei casi più sfortunati. Mi chiedono chi sono andato a vedere di preciso, una domanda a cui non so dare risposta (forse le Babes in Toyland, di cui comprai un disco in sconto verso il 2000? Non so); racconto che per me è facile e che di base vado in questi posti per mangiare bere e beccare amici. La domanda ovvia per loro sarebbe che cazzo ci vado a fare, così in fotta, quando c’è un festival e perché non dovrei preferire serate più dimesse, o che so, il bagno al mare accanto all’Hana-Bi. D’altra parte questi hanno fatto 1200 chilometri in autostop per intervistare i Twerps, non devo convincerli di nulla. Li lascio vicino alla stazione, mi ringraziano e vanno via.

Ma in fondo è una bella domanda. L’automatismo su cui sono settato mi impone di uscire di casa solo in presenza di qualcosa di molto importante, di culturalmente imperdibile, tipo il concerto di Johnny Mox. Per quanto riguarda il Beaches Brew di quest’anno, non posso dire di essere fan dei gruppi che ci hanno suonato. Alcuni dei gruppi che mi piacciono, tipo HEBV, non erano adatti alla situazione come altri che non ascolterei mai. Altri artisti che mi piacciono, tipo Godblesscomputers o Stromboli, non ho avuto modo di vederli. Ho fatto due giorni di festival e quello che ricordo sono soprattutto cene e bicchieri di birra.

Francesca Sara Cauli

Francesca Sara Cauli

Ai festival di musica non succede quasi mai. Ti prendi il programma e ti fai strozzare dai tempi serrati e dal panino al volo e la birra di merda e quando butta male provi a rischiare un cocktail e poi boh laggiù in fondo c’è il banchetto del merch e due cessi chimici. Dicono che a vedere i Metallica la zona fosse delimitata da una fila di container e ci fossero dentro più persone di quelle che avrebbero dovuto e le file per panini e birre fossero interminabili. Poi c’è il sole cocente e quando va bene uno spruzzino che butta acqua a getto di vapore e gli umani da festival a torso nudo che ti rompono il cazzo se hai la polo stirata e l’ambulanza che soccorre quelli col colpo di calore. Al Beaches Brew non succede.

Il Beaches Brew prende il nome da una birra e viceversa. Molti festival si chiamano come una birra, tipo l’Heineken Jammin’ Festival o l’Estrella Damm Primavera Sound o qualunque altra marca sponsorizzi il Primavera. La differenza qui è che la birra viene prodotta apposta per il festival e non proprio da una corporazione. Beaches Brew è un’etichetta prodotta da Cajun, un birrificio artigianale che sta dalle parti di Marradi. È una sorta di pale ale molto tranquilla, di quelle che ne bevi dieci e il giorno dopo stai quasi bene; non la miglior birra dell’universo, ma dieci tacche sopra qualsiasi altra birra io abbia bevuto a un festival di musica. La fanno a 5 euro come la Becks ai concerti grossi. Quest’anno è finita verso la mattina dell’ultimo giorno di festival. Ai festival la gente beve.

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Francesca Sara Cauli

Le persone che vengono a questo festival hanno più anni sulle spalle di quanti ce ne si aspetterebbe. 30/35enni, gente in camicia, persone a cui i tatuaggi stanno cadendo, certi inquietanti vicini di casa con cui litigo a volte per come parcheggiano l’auto, eccetera.  Hanno fatto festival stranieri di grido e seguito gruppi improbabili in tour europei, ma è stato tanti anni fa. Ora li incontri e ti perdi in chiacchiere su quanto sia bello stare qui e magari perdi l’inizio dei Twerps perché state mangiando un panino. Amici che vengono da lontano e vedi una volta l’anno, che magari hanno preso una tenda e si fanno le giornate in spiaggia; abitudinari del posto storditi dall’afflusso di persone, qualche piacevole sorpresa dal tuo passato e più di un pensiero a chi non c’è ma dovrebbe esserci, magari per pisciare Strand of Oaks e farsi una chiacchierata in riva al mare alle dieci di sera che c’è la luna arancione ed è gigantesca. Togli le scarpette e arrotoli i pantaloni, c’è pure un palco grosso in mezzo alla spiaggia. Sotto il palco s’accalcano a migliaia. La musica che si suona al Beaches Brew è genericamente “indie”: a volte pop, un sacco di kraut-wave-punk dritto, psichedelia come se piovesse, qualche chitarra acustica, un briciolo di gruva. I gruppi, perlopiù, piombano qui tra un Primavera e l’altro, attratti dalla fama del posto e dalla prospettiva di un paio di giorni in spiaggia, più che dal cachet. Ne parlava il tizio degli A Hawk And A Hacksaw, diceva che era il miglior posto al mondo dove suonare. L’anno scorso curò la migliore edizione del Transmissions (il festival avant del Bronson, si tiene a Ravenna verso marzo) e venne in spiaggia con i Neutral Milk Hotel, una cosa leggendaria. A un certo punto quest’anno spunta fuori che il dj sarà Elijah Wood; tempo di farlo arrivare a Marina e la bacheca Facebook si riempie di foto di miei amici assieme a lui. La musica è spesso molto buona e quasi mai sgradevole. In questi contesti è una scusa, in fondo. Spero il prossimo anno ce ne sia ancora di più, ancora più varia, ancora più sparsa in giro per la spiaggia. E più che altro spero di esserci io, spero ci sia qualcuno con cui perder tempo, mani da stringere, birre da vuotare, scarpette da togliere, buone chiacchiere, l’acqua sui piedi a una cert’ora. Possono pure mandare in loop un disco degli Eagles e rimane il più bel festival a cui sia stato.

(le foto sono di Francesca Sara Cauli)

#occupay, Jovanotti, giornalisti, lavori non pagati, supercazzole

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Il mio rapporto con i soldi è complicato, non ho molto rispetto per i soldi, compresi i miei, li gestisco in maniera totalmente umorale e priva di senno, non credo che averne di più mi renderebbe più felice o cose simili, non ci sono particolarmente attaccato, mi piace spenderli, mi piacerebbe spenderne di più ma non necessariamente fare quello che sarebbe da fare per avere più soldi da spendere (mia mamma è abbastanza incazzata per questa cosa). Non ho alcun rispetto per la gente con i soldi, nel senso, non li rispetto in quanto persone con i soldi o che hanno fatto qualcosa che ha reso loro molti soldi; la mancanza di rispetto si estende alla mancanza di dis-rispetto, ovviamente, nel senso che non odio le persone che hanno soldi, o comunque non li odio per questo motivo o perché usano i soldi o che altro. Il motivo per cui preferisco Seth Putnam a Bono è che gli Anal Cunt mi piacciono molto più degli U2. Capita sempre più spesso che questo atteggiamento sia considerato profondamente oscurantista, snob, pretenzioso o indice di qualche malcelata volontà di fare il punk col culo degli Altro. Non è fastidiosa l’obiezione in sé quanto il meccanismo mentale che sta alla base. La mentalità secondo cui il conto in banca di un artista sia un modo efficace di misurare il suo valore artistico va di moda, ma è sbagliata (“sbagliato” non significa “un’opinione interessante” o “non condivido le tue idee ma morirei perché tu possa continuare a esprimerle”, significa “sbagliato”. Sarebbe come dire che l’area di un triangolo è sempre maggiore dell’area di un rombo: il fatto che alcuni triangoli siano più grandi di alcuni rombi e alcuni artisti eccezionali vendano un sacco di dischi non rende sensato il parere). Allo stesso modo, grossomodo, non si dovrebbe giudicare il lavoro di una persona sulla base del suo pacchetto clienti. Saper ottenere grossi pagamenti da aziende prestigiose è uno skill specifico che alcune persone hanno e altre no, è un discorso complicato di entrature, capacità espositiva, conoscenza di un linguaggio e cose simili. È uno skill che non possiedo e vorrei possedere, sia chiaro: è una cosa in cui si può migliorare o ottenere una sorta di muscle memory o imparare qualche buon accorgimento da manuale per il successo, ma la capacità di vendere/vendersi/farsi pagare mi sembra più che altro una caratteristica innata di certi individui e non c’è niente di male nell’usarla fino in fondo.

Jova ha detto una cosa all’università di Firenze e qualcuno l’ha presa molto male. Il pezzo parte da qui, nel senso che la causa scatenante è quella, ma la cosa detta da Jovanotti in sé non è commentabile. “non commentabile” non significa “odiosa” o “triste” o “preferisco non prendere una parte”, vuol dire che proprio non è possibile commentarla. Jovanotti ha detto cose banali e ovvie su cui non ci si può dividere tra chi pensa che siano giuste o sbagliate (che diciamo è quello che succede se chiami Jovanotti a parlare all’università). Non è possibile, nel 2015, aprire un dibattito sul concetto di retribuzione, se ne esistano di altri tipi oltre a quella monetaria, né niente del genere. Non è possibile andare contro quello che dice, non è possibile sostenerlo.

(comunque se non avete mai lavorato da volontari a una festa di paese e non concepite che qualcuno possa farlo, diciamo che Jovanotti è l’ultimo dei vostri problemi)3

I giorni scorsi è successo tutto il casino di ISBN e c’è stato modo di riflettere sulle cose, si fa per dire. Il coro contro Jovanotti si leva a corpo ancora caldo sullo stesso problema, quello del nuovo lavoro intellettuale, o del nuovo giornalismo, o del nuovo social media monitoring, o del nuovo cool hunting o qualsiasi cosa “nuova” che rispetti i canoni di base dei nuovi lavori di adesso: pagato poco/niente e senza garanzie perché concepito come “piacevole”. Sullo stesso argomento alcune rivelazioni piuttosto agghiaccianti su come stiano andando le cose in Expo, tra ragazzi additati come “generazione non abituata al lavoro” perché non accettano condizioni di lavoro ridicole, persone che vengono licenziate perché hanno partecipato a qualche manifestazione, “pornografia della devastazione” e scandali a contorno. È un periodo che, culturalmente parlando, non ho mai vissuto prima. Vi spiego come funzionava quando ero adolescente.

Quando ero adolescente uscivano leggi che ci riguardavano, le discutevamo tra di noi e se qualcosa non ci andava bene facevamo un casino. Eravamo adolescenti, e per questioni anagrafiche proprie della razza umana non capivamo assolutamente un cazzo, quindi forse non abbiamo proprio infilato alla perfezione tutte le battaglie in cui ci siamo ficcati. Era comunque un atteggiamento che condividevamo, come specie: sceglievamo da che parte stare e cosa pensare e ce la giocavamo tra di noi –destra contro sinistra, attivisti contro fancazzisti, mettersi nei guai con gli sbirri vs stare tranquilli (io: 2,2,2). Si votava e si decideva cosa fare, si scendeva in piazza e tutto il resto. Mio fratello aveva dieci anni in più di me e partecipava a lotte più violente, mio padre e mia madre a lotte più violente ancora, e via così. La nostra specie tende all’impoltronimento e questa cosa ci ha portato al mondo di oggi. Nel mondo di oggi si tende ad accettare il cambiamento con patetiche scuse legate a terribili teorie dell’evoluzione, sostenute tra l’altro da pensatori contemporanei come Jovanotti (che quando le esponeva a cuor leggero veniva messo in croce molto meno di ora; il motivo è che siamo un popolo ridicolo e ci svegliamo solo quando abbiamo il sospetto che ci stiano infilando la mano in tasca). La cosa riguarda abbastanza da vicino le persone che scrivono: una volta era un lavoro, adesso è una specie di passatempo a volte retribuito. La teoria di cui sopra è che si debba accettare il cambiamento e muoversi all’interno di esso per trarne, individualmente, il massimo profitto, e puntare a sopravvivere qualunque cosa succeda domani, come fanno ibagarozzi e gli imprenditori di successo. Questa mentalità è la ragione economica alla base della rivoluzione del self-branding (la concezione del come capitale puro è un po’ la base del pensiero contemporaneo, assieme alla prima strofa di Last Friday Night quando Katy Perry dice oh, well), una delle più grosse piaghe dell’oggi.

Anche le discussioni in materia vengono affrontate partendo da questa mentalità: pubblicare un parere su questa cosa di cui si sta parlando, che pur non sapendo bene cosa sia possiamo riassumere tramite l’hashtag #occupay, funziona solo se rispetta certi codici base della poetica odierna. Dev’essere entertaining, riferirsi a una bibliografia quanto più corta possibile, proiettare un’immagine ragionevolmente figa di chi scrive e contenere una terminologia comprensibile da tutti ma in quel modo sghicio da farti pensare di essere uno dei pochi con tutti i riferimenti necessari a comprendermi, e dev’essere sempre e solo concepito come l’ultima parola sulla faccenda. Ci sguazzo, sia chiaro.

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Ok, allora, la questione del lavoro gratis. Ho un amico che produce birre eccezionali, roba che sta nella top ten delle birre che ho bevuto in vita. Le produce e le smazza agli amici, a un prezzo che serve sì e no a coprire i costi. Gli amici le comprano perché sono birre buone. Di tanto in tanto qualcuno gli dice che “dovresti farlo come lavoro, aprire un birrificio”. La maggior parte della gente lo dice nel modo bonario e scherzoso che è sinonimo di “la tua birra è eccezionale”, e tutti la prendono come la cosa che è. Molta gente, specie online, ha la tendenza a pensare che se qualcuno ha una passione o un talento di qualsiasi tipo dovrebbe spremerci quanti più soldi possibile e renderlo la propria vita; alcuni di quelli che lo pensano sono buzzurri, altri sono persone eccezionali. Prendiamo il mio hobby preferito, scrivere: come devi fare per far sì che diventi “il tuo lavoro”? Hai i coglioni per farlo? è una cosa su cui ho speso un sacco del tempo che mi serve.

Mi piace scrivere. Non è che mi piaccia in sé, mi piace la sensazione che provo quando ho finito di scrivere qualcosa e ho ottenuto un risultato qualsiasi. È un tipo di gioia molto effimero e probabilmente racconta di certe insicurezze e di certi atteggiamenti adolescenziali che non ho mai superato. Ma in qualsiasi caso sto molto meglio quando scrivo e ottengo risultati di come sto quando non scrivo, o quando scrivo e non esce niente di buono (al momento mi sento dentro la fase 3, grazie per la domanda). Ho considerato l’idea di scrivere facendomi pagare, diventare un autore di successo e comprare un ranch in Montana, ma non credo di avere quel tipo di capacità. I saltuari esperimenti di fiction a cui mi dedico portano risultati tra l’agghiacciante e il patetico, roba che non vorrei mai fare leggere a nessuno

(petizione perché Dario Franceschini rimetta a posto la fiaschetta di sangiovese e ci faccia la grazia di lasciare i nostri manoscritti di merda in fondo al cassetto dove li abbiamo imboscati)

e quindi continuo a scrivere -perlopiù- deliranti papiri di nonfiction mascherata da critica artistica, o di critica artistica mascherata da nonfiction, o qualunque altra roba sia quello che faccio. Ci sono possibilità di strutturare quello che faccio e tirarci su qualcosa che umoristicamente potrebbe essere definito uno stipendio, ma non ho voglia di fare quel che va fatto per farlo. Dovrei chiedere a più persone, stringere altri rapporti, strutturare il mio tempo, fare tutto quel che è necessario per insediarmi in posizioni occupate da altre persone (magari con la scusa di ritenerli più scarsi di me), passare parte del mio tempo ad acquisire capacità professionali necessarie che non possiedo, e via di questo passo. Non ho voglia di farlo, e quindi resta il cosiddetto piano B: scrivere per l’anima del cazzo, accettare le occasionali proposte di chi vuole un mio pezzo, collaborare con qualche rivista e tirarci su un quantitativo di soldi che basta a malapena a coprire la rottura di coglioni di dichiararlo nei redditi il maggio successivo. Le persone che fanno questa cosa/al mio livello/in questo paese/con i miei risultati sono centinaia, forse migliaia. Hanno collaborazioni con grandi gruppi editoriali e piccole pubblicazioni freepress, aprono siti e blog e surrogati, gestiscono questa o quella cosa per conto di questo o quello. Alcuni insistono sull’essere pagati, altri lo fanno per il gusto di farlo. L’altro giorno stavo al giardino di fronte a casa e ho scoperto che quello che sta nella porta di fianco alla mia scrive su un sito metal.

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“Noi”, questa categoria di centinaia/migliaia di dilettanti armati di tastiera ed email, siamo il nostro pubblico di riferimento. Scriviamo roba ombelicale pensando che ombelicale sia un velato insulto alla roba che scriviamo, elenchiamo mentalmente le testate con cui abbiamo collaborato e via di questo passo. La nostra esistenza è uno dei principali ostacoli allo sviluppo di un network di autori/editori/etcetera che sia economicamente sostenibile. Ho scritto gratis per riviste cartacee, riviste online e fanzine, ho mandato disegni gratis a riviste cartacee online e fanzine, ho fatto cose gratis controvoglia (interviste a gruppi del cazzo, recensioni di gruppi del cazzo eccetera); ho mandato disegni per illustrare dischi, poster, volantini, magliette, sportine, tovaglie; scritto stralci di testo per cartelle stampa e redazionali e servizi per qualche quotidiano locale di merda e ho progettato rudimentali siti internet, pagine myspace, profili twitter e tutto il resto; ho scritto gratis articoli di costume di taglio merdoso/avvilente su fenomeni di “tendenza” e merda anche peggiore, per magazine online appartenenti a multinazionali ignobili o gruppi editoriali iper-criticati, magari perché me lo chiedeva qualche amico che poi non s’è fatto più sentire; ho suonato dischi gratis prima e dopo concerti, a feste organizzate; ho aiutato a organizzare concerti, ho spammato cose fatte da amici miei, ho partecipato a programmi radio, scritto roba per programmi radio, servito come barista/uomo di fatica/autista/cassiere/cameriere, uomo al banchetto, ufficio informazioni e guardalinee. Ho inviato dischi a giornalisti amici-nemici-sconosciuti, collaborato con etichette, lavorato per gruppi. La maggior parte di queste cose le ho fatte senza beccare un soldo, a volte rimettendoci denaro e ovviamente tempo. Non ho un modus operandi o un codice morale a cui mi attengo, e se ce l’ho è soggetto a continue revisioni. A volte è perché mi piace farlo, o perché non ho voglia di dire di no, o perché sei mio amico, o nella previsione di ottenere soldi in futuro per altre cose, o per ottenere l’ormai mitica visibilità o anche per noia o per impedire che tu lo chieda a qualcun altro che mi sta sul cazzo. Questo sito è la mia isola felice: ci scrivo solo quello che mi va e che mi viene, se non mi viene niente non aggiorno.

Non so se chi combatte di giorno in giorno per un pezzo di pane ha una buona opinione di me, o se ne ha una cattiva. Non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi personalmente con me, in ogni caso. Li ho sentiti lamentarsi di quelli come me, di quelli che fanno lo stesso lavoro dei pro, un po’ peggiore ma senza farsi pagare; ma non di me. Se fossi uno di loro sarei incazzato come una biscia, ma la coscienza di classe dei professionisti del settore, ammesso ce ne sia una, non si estende all’additarmi come crumiro e testa di minchia, ma a pensarci lo sono.

(per dire, è stato aperto il sito Occupay, “per un’editoria trasparente”, ma nel sito non c’è scritto chi l’ha aperto e chi partecipa –suppongo sia una mancanza temporanea ma insomma)

I professionisti hanno comunque la loro parte di colpe, ad esempio quella di non essere poi –mediamente- così più in gamba di noi scalzacani, nonostante nella vita non facciano altro che questo. La più grande loro colpa, però, credo sia di essersi adeguati acriticamente ad un sistema culturale che si sgretola e muore ogni volta che una pubblicazione chiude, e di ricominciare ogni volta il gioco dello schierarsi tra quelli che la cultura va sostenuta e quelli che bisogna adeguarsi al mercato.

Anche qui, non è un male in sé. È che a ogni nuovo dibattito su questi concetti si allontana la speranza di averne uno diverso, più organico e continuo e importante, in cui si cerca di rendersi conto a che punto siamo, chi siamo, chi ci pubblica, chi ci paga e chi non ci paga. Una bella discussione a mille teste da cui vengano fuori non dico una carta dei diritti o una dichiarazione di intenti, ma almeno una delle linee guida, o anche solo un linguaggio comune, a cui io possa reagire associandomi o dissociandomi, e venire giudicato per questo. Ecco, questo dibattito qui non sta avendo luogo. Al suo posto c’è uno strano blob di esperienze, suggerimenti, detti-non-detti, cose che lo sanno tutti, riferimenti generici a gentaglia dell’ambiente, editori che non pagano, redazioni che sfruttano i collaboratori, spifferi di vento, amicizie, persone a cui non vanno pestati i calli e tutto il resto, più occasionali sputtanamenti in massa di un singolo manigoldo o di un terribile musicista pop che -a forza di andare avanti a piantar chiodi- finiscono per renderceli quasi simpatici.

viva gli youtuber.

foia

Cose che succedono nel mondo vero e ci confondono. La prima è che qualcuno ha preso Master of Puppets e l’ha remixata sostituendo il rullante originale con quello che sta su St.Anger. Brevissima spiegazione:

St.Anger esce tipo cinque anni dopo Reload, che già di per sé era un disco di scarti delle session precedenti, e quindi siamo tipo a otto anni dopo l’ultimo disco di studio vero e proprio. Vorrebbe essere una sorta di ritorno al thrash dei Metallica, copertina di Pushead e tutto, ma non sortisce –per così dire- l’effetto desiderato. Più o meno sei ore dopo l’uscita qualcuno apre un topic intitolato “il fondo del barile fa SDENG” sul forum di Metallus. È l’inizio, per quanto mi riguarda, della leggenda di St. Anger. Ad ascoltare oggi le voci dei protagonisti, dopo una decina d’anni di tiramolla ed accuse reciproche, siamo arrivati a questa sorta di verità condivisa secondo cui Lars Ulrich, un pomeriggio qualunque, inizia a suonare la batteria settando il rullante a cazzo, in un modo che appunto fa suonare il rullante come il fondo di un bidone della vernice. Bob Rock registra i demo indossando una maglietta coi punti interrogativi tipo Riddler, e scopre che Ulrich o i Metallica in generale sono così presi bene dal suono che ci registrano il disco intero. Finito il tour di St.Anger qualcuno nel gruppo inizia a ravvedersi in merito alla faccenda; partono accuse a Bob Rock che le respinge con una certa energia, tipo “ma come state”, e la faccenda si chiude in questa sorta d’infamia equa e solidale che si mangia il disco ma non la carriera del gruppo (del resto nel 2015 si celebra il ventennale della seconda parte della carriera dei Metallica, passato interamente a fare mosse artistiche sbagliate o comunque opinabili: Load/Reload, il disco con l’orchestra, la battaglia contro Napster, l’uscita di Jason Newsted, il fondo del barile fa SDENG, l’arrivo di Rob Trujillo, LULU e tutto il resto) (qualcuno è disposto a retrodatare l’inizio del declino dei Metallica al Black Album, e qualcuno sostiene senza problemi da 25 anni che il Black Album non sia propriamente parlando un disco “metal”, vabbè).

 

Insomma, qualcuno ha preso Master of Puppets e l’ha remixata sostituendo il rullante originale con quello che sta su St.Anger.

 

 

Il risultato peraltro è fichissimo. Capisco il purismo e il poster a casa e IL TRADIMENTO e L’ORIGINALE ma è comunque fichissimo.

 

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E dato che siam qua ad alzare il livello, una ignota youtuber il cui username è tunonna1984 ha fatto uscire una cover acustica di Pagliaccio di ghiaccio e si candida come autrice del pezzo più politico dell’anno in corso. Due righe anche su questo:

 

Il primo disco solista di Metal Carter esce dieci anni fa, quasi tondi. (auguri) Metal Carter è un componente dei Truceboys, che a questa altezza si sono già fusi assieme agli In The Panchine a formare il Truceklan; il suo primo disco solista è una scarica sul corpo moribondo del rap italiano di quegli anni. Finita l’epoca dei precursori da un lustro circa, il rap sta consolidando le premesse che lo renderanno il mostro mediatico odierno (Mr.Simpatia esce nel 2004, Tradimento due anni dopo). Metal Carter e i suoi soci sono già la negazione assoluta di un concetto che ancora non è chiaro in testa a nessuno: sboccato violento tossico infame e completamente a cazzo, rap che i bambini di quinta elementare lo fanno meglio ma tutto talmente estremo e nella faccia da distruggere le categorie. A parte il Colle è forse l’unica definizione possibile di hardcore in questo paese. Pagliaccio di ghiaccio diventa l’inno definitivo di quella stagione e rimane un monito da far girare sullo stereo ogni tanto, giusto per mettere qualche cosa in prospettiva. (da qui usciranno anche tanti lolrapper, inevitabile effetto collaterale di una stagione esaltante, ma stiamo parlando comunque di un altro livello)

 

L’anonima youtuber di cui sopra la trasforma in una cover osservante per chitarra e voce, per nulla diversa da quelle che si registrano con l’acustica in cameretta a fare una cover di Carmen Consoli. L’atto politico è nella semplicità dell’arrangiamento e nel fatto che funziona come se fosse stata concepita per suonare così. E nel fatto che in qualche modo la denuncia per quello che è, una normalissima canzone folk virata hip hop a cazzo o (più ragionevolmente) un’esplosione musicale così potente da rendere del tutto irrilevante la confezione. Massimo rispetto.