Il pezzo introspettivo

I Linkin Park erano un gruppo del cazzo. Le circostanze storiche li hanno inchiodati ad un periodo nel quale il crossover stava cercando una band che simboleggiasse il salto dello squalo, e il loro disco d’esordio arrivò semplicemente al momento più giusto, o al momento più sbagliato. Vendettero troppo e troppo in fretta e furono spremuti dall’etichetta come si conviene alle sensazioni del pop rock con la scadenza scritta davanti a caratteri cubitali. La loro carriera è continuata fino ad oggi, e se me lo chiedete non saprei davvero dire perchè. Hybrid Theory era talmente sputtanato e melodico che quando uscì il primo singolo dell’album successivo s’era tutti pronti a cacargli sopra; non c’era già quasi più gusto a farlo. E in effetti il primo singolo di Meteora, Somewhere I Belong, era davvero una merda improponibile

o no. Mi ritrovai ad ascoltarla in condizioni al limite dell’umano: sei o sette pasaggi uno in fila all’altro, presa bene sull’ultimo break con Bennington che si scortica le corde vocali, e tutto questo impianto fragile nel testo che s’accompagnava ai chitarroni. Era un pezzo introspettivo. “Introspettivo” è proprio l’aggettivo che usai, durante una telefonata con Matteo, non so chi dei due fosse più stupito che l’ultima canzoncina di un gruppo del cazzo come i Linkin Park ci prendesse così bene. “Introspettivo” è una parola improbabile, una po’ da critico musicale: in prospettiva mi sono vergognato talmente tanto di averla usata che ancora oggi se mi capita sotto gli occhi ripenso alla canzone dei Linkin Park.

La buona notizia è che il resto di Meteora non era un granché. La critica ci pisciò sopra senza fare una piega, i Linkin Park si accontentarono di venderlo ai ragazzetti, portarono a casa un altro record di vendita e dissero addio al sogno umido di un’immortalità artistica che a scapito del singolo  introspettivo non avevano il cervello manco per immaginare.

Da lì in poi non ci ho più voluto avere a che fare. Per quanto possibile, almeno: i Linkin Park, come tutti i gruppi del cazzo di straordinario successo commerciale, erano talmente pimpati e pompati che la loro musica s’è trovata a far da colonna sonora nelle situazioni più disparate. Uno non può scegliere il modo in cui entra nella storia, e di solito si consola pensando che la maggior parte degli altri nella storia non ci finisce proprio. Ma i Linkin Park se li prese in carico un visionario. Nel 2006 usò una loro canzone, Numb/Encore, per musicare la scena di apertura del remake di una serie TV che lo aveva reso famoso negli anni ottanta. In maniera probabilmente accidentale si tratta di una delle più belle scene mai viste al cinema, e del film più bello degli anni duemila. Io tendo a sopravvalutare tutto quel che dice Michael Mann, così negli ultimi dieci anni ho ripreso in mano i Linkin Park e di tanto in tanto mi riascolto qualcosa. La mia canzone preferita dei Linkin Park è Somewhere I Belong, il pezzo introspettivo. La seconda che preferisco è Numb/Encore, che è sempre  introspettiva, e riascoltando i Linkin Park te ne accorgi subito che di introspettivi come loro ce n’erano pochi, e che lo erano quasi sempre e almeno avevano il coraggio di esserlo senza enfatizzare troppo. È ragionevole pensare che il suicidio di Chester Bennington non farà un granché per ridimensionarli artisticamente: erano un gruppo del cazzo. Se solo tutti i gruppi del cazzo fossero come loro. 

A proposito di, boh, indie

Qualche settimana fa è uscita un’intervista su Noisey, realizzata da Federico Sardo, in cui veniva svelato urbi et orbi che il progetto Cambogia era una gag. L’intervistato era l’autore della gag stessa, che in realtà lui non chiama “gag” bensì

“progetto (di) estremizzazione della figura del cantante indie”

“esperimento sociale volto a sottolineare la maggiore importanza attribuita all’hype rispetto alla reale proposta musicale”

“un’opera vivente che potesse interagire con il pubblico e le dinamiche legate al mondo della musica”

“uno specchio deformante riflesso sulla nuova guardia cantautorale”

“un vero e proprio esperimento sociale per esplorare le dinamiche del mondo musicale odierno fondato sulla predominanza dell’hype rispetto al contenuto effettivo”

Se non sapete chi sia Cambogia, un brevissimo resumé. A un certo punto è uscito il video di questo tizio, una via di mezzo tra Calcutta e Dario Margeli che fin dal nome tirava la giacchina a Calcutta. Il video è stato condiviso con le solite modalità con cui questa roba viene condivisa: “è una gag”, “è uno sfigato”, “è cariiino”; sulle prime sembrava chiaro che fosse una gag, poi questo ha tirato fuori un disco intero –così qualcuno ha iniziato a chiedersi se non fosse uno che sfotteva ma proprio un wannabe, diciamo, tipo Un Incoerente Come Tanti (ve lo ricordate?). E il disco è stato recensito come se fosse un disco vero, qualunque cosa questo significhi. E poi la gag il progetto di estremizzazione è stato svelato. In un arco di tempo abbastanza lungo queste puttanate situazioniste danno sempre somma zero: chi s’è innamorato del disco s’è innamorato a gratis, chi s’è incazzato s’è incazzato a gratis, chi ha gongolato ha gongolato a gratis. Nessuno ha guadagnato un soldo, nessuno ha perso una lira; nella pagina FB intanto gli autori della gag opera vivente continuano a postare, sfottendo con sagacia quelli che s’incazzano e quelli che io non ne ho mai sentito parlare e quelli che tanto si sapeva che. Hanno sempre ragione loro, essendo appunto queste puttanate sempre a somma zero, e la chiave di tutto è tutta dentro al titolo dell’intervista di Fede (il quale, avendo una testa, tende quasi sempre a pubblicare pezzi che puntano a dare una dimensione in più alle cose). Il verbo “trollare” ha un significato preciso, che ho paura a cercare su wiki ma credo abbia a che fare con l’assenza di cervello, col fare incazzare e col gratis, appunto. In tutto questo, in cosa si misura il “successo” di Cambogia?

A proposito di titoli: negli stessi giorni in cui la gag lo specchio deformante sulla realtà di Cambogia viene svelato, esce un articolo su Rockit, firmato Margherita G. Di Fiore, e intitolato “è giusto provare fastidio se le band che disprezziamo hanno successo?”. L’articolo prende le mosse dal fatto che un botto di gente sta esprimendo pubblicamente il proprio fastidio per l’ultimo singolo dei Thegiornalisti, che si chiama Riccione e ok, è un pezzo davvero molto brutto se avete gusti simili ai miei -non tanto come canzone, cioè la canzone è bruttina, ma è proprio il modo di giocare con l’immaginario a cui i Thegiornalisti ciucciano così avidamente la mammella a indisporre. 

(In senso stretto l’articolo non parla dei Thegiornalisti. Parla di odiare i gruppi che hanno successo e contiene foto dei Thegiornalisti.)

Naturalmente una volta che inizi a leggere scopri abbastanza in fretta che è un articolo a tesi, cioè parte dal presupposto inscalfibile che non sia giusto provare fastidio se le band che disprezziamo hanno successo, e cerca di fornire un contesto a questa sorta di postulato, in una maniera anche abbastanza coraggiosa ed accurata (nel senso che si prende il rischio di suonare antipatico e supponente in molti tratti, ed è ok). E ovviamente dal punto di vista di chi l’ha scritto è un pezzo onesto e in buona fede, forse ha pure le sue buone ragioni, come del resto hanno le loro buone ragioni quelli che fanno le gag gli esperimenti sociali e i progetti di estremizzazione della figura del cantante indie, tipo Savastano o Liberato o chi cazzo altro volete voi.

Margherita nel suo articolo identifica quattro categorie di hater, o persone che si lamentano del successo degli artisti indie che ce la fanno: vecchi nostalgici, musicisti falliti, integralisti/elitari e riccardoni. Io credo di far parte dei primi, i vecchiacci nostalgici, “quelli che dopo gli anni novanta non è stato prodotto nulla di buono, che ai tempi miei il rock era un’altra cosa, che i gruppi indie erano indie e che hanno visto concerti che tu non potrai vedere. E te lo fanno pesare”. Purtroppo non posso farne a meno, nel senso che le mie fisime derivano almeno in parte dalla mia età anagrafica, e se scegliessi di dare un’immagine di me come di un intellettuale pacificato ed ascetico che ha scoperto IL SEGRETO e non è irritato dalla musica, diciamo che sarebbe facile capire che è una posa. E del resto il grande non-detto di questo articolo, e della mentalità che lo genera, è che tutte le categorie di hater dei gruppi di successo sono riconducibili a una sola macrocategoria, i cosiddetti “sfigati” o la cosiddetta “gente che non scopa”. 

Credo sia anche importante reclamare la sfiga e il non scopare come diritto inalienabile della persona, e soprattutto come una delle pietre angolari della scrittura musicale. Ad esempio, io quando leggo il titolo dell’articolo di Rockit mi incazzo come una bestia. Primo per una questione formale: perché l’articolo è a tesi “non è giusto lamentarsi se le band che disprezziamo hanno successo” e nel titolo lo metti in forma di domanda? Secondo: mi fa girare le palle che la parola “successo” sia sinonimo di “performance commerciale”, ed è la stessa cosa che mi fa incazzare nella gag esperimento sociale di Cambogia. Questa forse la devo spiegare.

Quando si parla di “successo” ci si riferisce ad un obiettivo. Ad esempio un esperimento scientifico è definito un successo quando consegue i risultati che si sperava. La stessa cosa riguarda ad esempio la cucina, ad esempio se provo a fare la pasta in casa il “successo” è che la pasta son riuscito a mangiarla e mi è piaciuta. Il contrario di “successo” è “fallimento”, quindi l’esperimento fallisce se non dà i risultati sperati, o se la pasta è venuta un pappone di merda che tocca buttare nel cestino. Semplice, no? Ok. Nell’imprenditoria si parla di successo nel momento in cui qualcuno guadagna dei soldi, ma anche qui c’è un obiettivo alle spalle. Esempio banale: disegno una maglietta, la stampo, la vendo su internet e per qualche imperscrutabile ragione migliaia di persone iniziano a comprarla, facendomi guadagnare un pacco di soldi. Il fatto che siamo abituati a comprare e ascoltare musica proveniente dal cosiddetto mainstream (sì, è un termine che viene dalla mia epoca) ha fatto sì che l’industria musicale avesse la stessa impronta –un disco è un successo se guadagna soldi, un tour è un successo se guadagna soldi, un singolo è un successo se guadagna soldi, eccetera. Non c’è niente di male in questa impostazione, ovviamente, ma la musica è comunque in una certa misura un’arte, e come tale può avere esigenze che non le permettono di stare dentro questo sistema economico. 

In effetti l’idea che la musica debba avere come obiettivo di arrivare a un numero più alto possibile di persone è totalmente arbitraria, spesso imperfetta e in certi casi totalmente assurda. La musica di solito esiste all’interno di un contesto specifico in cui si riescono a creare le condizioni ideali perché possa essere ascoltata. Un esempio stupido sono tutte le cose patrocinate pubblicamente, ad esempio il circuito della musica classica –che si tiene in piedi attraverso una complicata struttura di teatri e auditorium la cui esistenza è possibile perché qualcuno al comune è flippato con le filarmoniche e se ne batte il cazzo se Rachmaninov non fa più il break even. Il tutto mentre gli arpisti scioperano e le testate nazionali li sfottono perché “non sono consapevoli di come funziona il mercato”, gli ingenui. 

Nel passato sono stati sviluppati diversi modelli economici alternativi il cui obiettivo dichiarato era di dare somma zero, senza dover necessariamente passare dal pubblico. Uno di questi è appunto l’indie, un network organico incrementale nato verso i primi anni ottanta, nel quale ci si dà una mano a vicenda per tener su la baracca allo scopo di –boh- vedersi dei concerti. Quando ero giovane si usava parecchio la parola “sbattersi”. Era un periodo di cui effettivamente qualcuno della mia età parla con nostalgia, ma era anche e soprattutto un mondo ingenuo, la cui purezza implicava l’utilizzo di dinamiche e rituali patetici, a cominciare appunto dall’uso della parola “sbattersi”. Ma anche al di là del vocabolario, si poteva finire in croce per qualsiasi minchiata. Tra le cose che ho visto ai concerti (“che tu non potrai vedere”) ci sono:

  • risse scoppiate a dei festival DIY perché due banchetti vendevano lo stesso disco a un euro di differenza;
  • campagne di boicottaggio di un gruppo/locale/festival perché s’è saputo che il cantante o l’organizzatore ha preso a ceffoni la fidanzata;
  • gente che iniziava il concerto dissociandosi dai testi del gruppo che aveva suonato prima, seguita da gente che si dissociava dal gruppo che si dissociava;
  • gruppi presi a insulti e oggetti per aver parlato troppo tra un pezzo e l’altro (tipo 30 secondi);
  • gruppi tagliati fuori dal giro di concerti e festival per aver scritto una frase equivocabile sul sito;
  • risse online perché dei gruppi DIY accettavano di suonare in apertura a dei gruppi grossi, in posti col biglietto d’ingresso troppo alto (tipo 18 euro per gli ATDI nel 2000);
  • gruppi invitati a suonare in un posto, a cui all’ultimo momento viene impedito di suonare da chi li ha invitati perché uno dei membri ha una toppa sul giubbotto *forse* fascista (e in realtà no).

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(parlo di “indie” per i Thegiornalisti. La ragione è che quando la gente prende a scorregge i Modà, casualmente, quelli delle webzine e dei blog non hanno un cazzo da obiettare)

(tra le altre cose nessuno di questi dice mai “insultate Diego Fusaro solo perché lui ha successo”. Ma immagino che sia diverso, lì si parla di cultura, giusto?) 

Nel 2017 è anche difficile spiegare la forma mentis sulla base di cui succedevano cose come queste. Chi se ne frega se l’altro banchetto fa il disco a un euro in più? Lo compro dove costa meno. E se il concerto per me costa troppo non ci vado, e chi cazzo se ne frega dei testi di un altro gruppo o di cosa si mette addosso un musicista? Per certi versi la musica ci ha pure guadagnato: qualunque cosa sia il cosiddetto “indie italiano” oggi, si è abbastanza smarcato da queste psicosi ed incidentalmente sta vivendo uno dei suoi migliori periodi di sempre. Anche i vecchiacci nostalgici sono perlopiù d’accordo su questa cosa: tanti gruppi buoni, tanti concerti buoni, tanti dischi buoni. Ognuno ha la sua lista. Negli ultimi giorni sto ascoltando tantissimo il disco dei Bennett, ed è un disco che stavo aspettando da anni, decenni, non so. Quel tipo di concetto lì, intendo: una forma musicale basilare (noisecore, boh) in cui la differenza è data dal fatto che suonano con più cattiveria di tutti gli altri. In questo per dire i Bennett sono un gruppo di “successo”, nel senso che hanno un’idea musicale, la tirano fuori al meglio delle loro possibilità, si distinguono, suonano necessari e mi inchiodano il culo. ll loro “successo di pubblico” è che se li metti dentro a un festival, assieme ad altri dieci gruppi, a fine serata te li ricordi. 

A quei tempi, tra le altre cose, era consentito parlar malissimo dei gruppi dal punto di vista artistico, anzi era un po’ la base ideologica di tutta la faccenda: certa roba mi piace un casino, certa roba mi fa schifo al cazzo. Parlo di quel che adoro e di quel che detesto, e questo è più o meno quanto. Magari il cantante del gruppo scopre che l’ho insultato, ci facciamo una litigata e poi boh, tutto a posto. 

Una cosa interessante: le logiche autorigeneranti di pulizia etnica anti-hater hanno falciato anche l’indie vero e proprio. Tanto per dire, dei gruppi come i Bennett nessuno parla mai male, e questa cosa mi fa sentire un po’ così –io li adoro, ma vorrei che fosse una cosa un po’ più mia, ecco tutto. Ci sono tante ragioni per cui questa cosa succede –non sono dei mediocri, non si raccolgono amici quando se ne parla male. Ma la principale ragione per cui nessuno ne parla mai male è che i Bennett sono evitabili. Se non te ne frega un cazzo di loro puoi non ascoltarli, e questo significa all’atto pratico cancellarne l’esistenza alle tue orecchie: è ragionevole pensare che non sarai costretto a vederli contro la tua volontà, né che la tua fidanzata ti costringa a sentire il disco a casa, né niente del genere. Se non ascolti i Bennett, non li ascolti. Non è una banalità: tanto per dire, cinque o sei anni fa ho giurato a me stesso che non avrei mai ascoltato una canzone dei Thegiornalisti (era dovuto a una stronzata di cui poi s’è persa memoria). Oggi passo la mia vita circondato da pezzi in cui Paradiso è performer, autore o guest star. Sono costretto a farmene un’opinione, giusto? Mi dispiace che sia negativa, davvero, non ho nessun problema personale con Paradiso, non credo lui ne abbia con me, suppongo faccia la cosa che gli piace, no? è tutto un meccanismo, lo si può condividere o ci si può pisciare sopra. La novità di oggi è che si può fare tutte e due le cose nello stesso momento.  

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Negli ultimi mesi ho letto articoli che debunkavano la “balla” del soldout dei Thegiornalisti a Milano, articoli che gioivano dell’annullamento dei tour di qualche artista fuoriuscito dai talent (scritti spesso da gente che sui talent ha sempre mangiato); ho letto analisi puntuali e dettagliate di fenomeni sostanzialmente inesistenti (tipo che so, “la corsa a rivendere il biglietto dei Radiohead”). Personalmente credo che ci sia un problema di espressione, di terminologia, forse di cultura. Non è solo legato alla parola “indie”, ha a che fare con la cultura dell’ascolto. Siamo disincentivati a porci problemi legati al linguaggio, ad esempio, perché porseli è noioso e rivelatore della nostra frustrazione sessuale. Ed è un modo come un altro di sbracciarsi per entrare a giocare un minutino, in una partita che sai già per certo finirà zero a zero. Tanto per dire, mentre cercavo di dare al pezzo una conclusione qualsiasi, Rockit ha pubblicato un’intervista a Takagi e Ketra intitolata “Non si può piacere a tutti”. E a qualche ora di distanza gli autori del disco di Cambogia hanno annunciato, dalla pagina “ufficiale” di Cambogia Cantante Falzo, che hanno preso in mano il progetto, cambieranno nome e continueranno a suonare. Sembra ci sia stata una specie di rovesciamento interno, non so esattamente cosa, i videomaker sono stati estromessi, gli altri andranno avanti, tutto a posto, ci si becca in giro. 

OFFERTA DI LAVORO – collaboratore freelance per il sito bastonate.com

Massimo mi ha fatto leggere questo annuncio. Sta girando parecchio per i posti, in realtà. In pratica si tratta di un sito, molto famoso, che cerca un collaboratore esterno che sia disposto a (non) farsi assumere a cottimo, 25 euro lordi per un articolo di 10mila battute, editato su WP ed ottimizzato per SEO, e senza manco poterlo firmare -cioè manco ti paga la differenza in “visibilità”, per così dire. Questo stando al bando pubblicato sul sito. Fa un po’ male perchè insomma, sì, ecco, fa male in generale sapere che queste cose vengano chieste, a prescindere da chi le chieda. Ma stando a questa intervista il sito di cui sopra produce al giorno in media “nove articoli, che aggiorniamo o scriviamo ex novo“. Ponendo che questa sia la media aritmetica di 365 giorni l’anno, vuol dire 3285 articoli, che se fossero scritti tutti dallo stesso volonterosissimo collaboratore esterno (90mila battute al giorno) costerebbero al committente un totale di 82125 euro. Sui quali il più che volenteroso collaboratore dovrebbe ovviamente pagare le tasse e tutto quanto (82mila euro non è che te li puoi intascare con una ritenuta d’acconto), ma vista così non è manco una brutta cifra, a parte che il ritmo produttivo è tipo un Ulisse di Joyce ogni due settimane. I due problemi sono che A il sito di cui sopra, per quanto ne so, è un sito che fa solo questa cosa qui, e B stando all’intervista linkata più in alto il sito di cui sopra nel 2016 ha un fatturato che nel 2016 “sfiora i 2 milioni”. Vale a dire che col contratto di cui al bando, il costo di produzione dei contenuti del sito è pari al 4% del fatturato totale.

(immagino che ci sia altra gente impiegata nella società e una struttura commerciale e tutto il resto, mica voglio fare il puro, magari me la prendo un po’ troppo, ma il sito sta dichiarando più o meno di essere intenzionato a spendere per la propria esistenza fisica un venticinquesimo di quel che incassa ) 

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Superata l’obbligatoria fase di rodimento iniziale, comunque, l’annuncio mi ha fatto riflettere. In fondo, boh, non sappiamo per certo com’è stata costruita la piramide di Cheope, no? Magari era nato tutto con un bando per collaborazione esterna, con ritenuta d’acconto e manleva, in un papiro affisso fuori dalle città -il geroglifico non era chiarissimo, non c’erano così tanti lettori, le note in basso magari erano scritte troppo in piccolo e il geroglifico dell’occhio lo si scambiava facilmente per una cassa mortuaria rituale. Lì per lì qualcuno magari s’era sentito, diciamo, non adeguatamente ricompensato, ma voglio dire, non è pazzesco aver preso parte a una cosa così enorme, il cui indiscutibile fascino storico ed artistico si estende per quasi 5000 anni? Ecco: utilizzare le condizioni strutturali della new economy, magari allo scopo di portare a termine una visione di portata inconcepibile. In altre parole, Bastonate cerca nuovi collaboratori a contratto, secondo le condizioni che seguono. 

  • La collaborazione con il sito bastonate.com è a titolo provvigionale ed è quantificata nel 90% dell’incassato netto del collaboratore. Cerco di spiegare come funziona: vi tenete mezza mattina libera, dalle 9 alle 11 circa, e in quel tempo scrivete il pezzo che andrà su Bastonate. Dopo averlo inviato a me, a mo’ di cauzione, vi potrete recare presso un supermercato a scelta nella vostra città (lo staff di bastonate.com, in cambio della provvigione, potrà fornirvi una consulenza per individuare le strutture con il maggior potenziale economico, tramite un algoritmo autogenerato di cui non ci sentiamo liberi in questa sede di specificare le caratteristiche), e inziare attività di coin scouting.
  • L’attività di coin scouting consiste nell’appostarsi appena fuori dalle casse, aiutare la clientela a portare il carrello della spesa in macchina e riportare il carrello nell’apposita rastrelliera, in cambio di un compenso pari alla moneta inserita nel carrello stesso. Ad esempio, se una persona riesce a portare a posto 8 carrelli all’ora, a una media di 0,90 euro a carrello, l’incasso lordo sarà 7,20 euro l’ora -che dalle 11 alle 21, potenzialmente, possono significare 72 euro di incasso giornaliero, cioè (in una settimana lavorativa di 6 giorni) circa 1728 euro al mese. La parte bella? ESENTASSE. Magari buttate un occhio di tanto in tanto, se vedete poliziotti in zona prendetevi un paio d’ore di pausa.
  • Alla fine del turno di coin scouting il collaboratore comunicherà il ricavato giornaliero al suo referente nel sito bastonate.com. A quel punto la redazione potrà programmare l’uscita del pezzo. La struttura organizzativa del sito tratterrà il 10% della cifra incassata al supermercato dal redattore, a titolo di consulenza (sia per l’attività di redazione che per quella di coin scouting). Il 10% è sul fatturato lordo per disincentivare gli sprechi produttivi (EG va bene se di tanto in tanto vi fermate e prendete un caffè, ma non voglio essere io a pagarveli)
  • Si richiede collaborazione continuativa nel tempo, e a tutela della collaborazione stessa il sito bastonate.com potrebbe impegnarsi a minacciare il collaboratore, ogni qualvolta il suo fatturato nell’attività di coin scouting risulti sotto-budget.
  • Il compenso non è legato alla quantità di articoli prodotti, in effetti esiste un meccanismo di incentivi alla non-produzione di cose scritte, in favore di un incremento dell’indotto legato all’attività di coin scouting.
  • Gli articoli pubblicati su bastonate.com non presentano elevatissimi requisiti dal punto di vista editoriale. In effetti, ad essere sinceri, il comitato di redazione ha un certo debole per le supercazzole. La proprietà intellettuale e la responsabilità legale degli articoli rimangono al collaboratore esterno, che per prassi interne alla redazione viene identificato dallo pseudonimo “uomo piramide” unito al numero ordinale di sottoscrizione del contratto.
  • I pagamenti al sito bastonate.com verranno effettuati con rimessa diretta a vista, due volte l’anno, presso un casello autostradale la cui ubicazione è concordata al momento della stipula. 

Se questo vi interessa, potete inviare la candidatura all’indirizzo mail piramidi@bastonate.com. (se la mail vi torna indietro magari provate a insistere)

(nota a margine: sembra che il contratto con il nostro illustratore, uomo piramide 4, si stia risolvendo. è probabile quindi che per un po’ gli articoli di Bastonate siano addobbati con foto del mio gatto) 

Una cosa che non c’entra con Fantozzi

Avevo iniziato a raccogliere mentalmente  le espressioni che uso correntemente e che vengono dai film di Fantozzi, tipo che so, “coglionazzo” o “accento svedese”, “rutto libero” o “crocifisso in sala mensa”, ma in realtà le espressioni sono tantissime -tutte le volte che sbagliamo apposta un congiuntivo, in fondo, stiamo rendendo omaggio. Poi ho pensato ai ganci con la musica, ad esempio Crocefisso in sala mensa degli Encore Fou, e poi mi è venuta in mente una cosa stupida.

Se mi chiedete qual è il pezzo di giornalismo musicale più bello che ho mai letto, quello che mi ha influenzato di più e quello che mi ha fatto capire quanto cazzo può essere bello scrivere di musica, non ho nessun dubbio. È un pezzo a più mani uscito su Rumore vent’anni fa, per l’esattezza -se non erro- era il numero di gennaio del ’98, quello con gli Shellac in copertina. Non era l’intervista agli Shellac. Era un altro articolo, una cosa che forse già a quei tempi avevo imparato si chiamasse divertissement. Dicono sia stato un’idea di Fabio De Luca: prendiamo un mostro sacro, uno di quegli intoccabili della musica colta di cui leggerete benissimo tra due pagine, e lo facciamo a polpette. Uno a testa. Quello che ognuno disprezza di più. A dispetto di un paio di episodi più deboli, e dei pericoli che potrebbero essere insiti in un’idea del genere (gratuità, conti personali da saldare, eccetera) quelle pagine vibrano di una tensione meravigliosa in cui quasi tutte le firme di Rumore, chissà perché, si esprimono al meglio. Nel tritacarne finisce gente tipo Frank Zappa, Ramones, Smiths, Pistols, Brian Eno, Doors, Sonic Youth. A sentire qualche biascicato commento, la redazione viene invasa di lettere di fan infuriati per il trattamento subito dai loro beniamini. I miei due preferiti sono un pezzo cortissimo in cui Luca Frazzi sparla di CCCP e CSI tirando fuori in maniera quasi incidentale la più bella e lucida analisi mai scritta da chicchessia sull’alternative italiano, e soprattutto un monumentale sproloquio (Deconstructing Henry), firmato da Bordone e Vettori, che si fa beffe di Henry Rollins. L’articolo si chiama La corazzata Potiomkin.  

Una cosa su OK Computer

Double Dragon alla Tommaso Gulli (Ravenna8Bit)

Per un sacco di tempo ho pensato che No Surprises si chiamasse Lucky. Ho comprato il mio primo lettore CD un annetto dopo l’uscita di OK Computer; Nicola mi masterizzò il CD e io sbagliai a copiare i titoli delle canzoni sulla copertina. “Bellina la 10, come si chiama? Lucky.” La mia canzone preferita di OK Computer inizialmente era Lucky, e mi piaceva molto anche quella dopo Lucky (cioè Lucky, appunto). Di lì a poco mi abituai a utilizzare il CD come formato standard, e questo fa sì che per la maggior parte degli album usciti tra la fine degli anni ’90 e la prima metà degli anni 2000 le mie canzoni preferite di un dato disco siano “la uno”, “la tre”, “la sette” e via di questo passo.

(non so se avete mai notato che nei dischi rock la sette è spesso una delle canzoni più belle)

Poi ho continuato ad ascoltare OK Computer, che è il mio disco preferito dei Radiohead (secondo posto The King Of Limbs, terzo posto non pervenuto). Da una decina d’anni la mia canzone preferita è Let Down, perché Diego la suonava per ultima, in chiusura ai dj-set anni ’90 che facevamo assieme. Una volta mi raccomandai: “mi raccomando chiudi con la 5 di OK Computer”.

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(l’immagine è di ravenna8bit, il mio account instagram preferito)

true believers: ARTO LINDSAY

When people talk about Arto Lindsay’s body of work, they often project a reductive dichotomy. There is Scary Arto and Sexy Arto. Scary Arto’s music is stormy and serrated and ruthless and almost deranged; evoking perhaps the glare and noise of New York City. Sexy Arto’s music is seductive and warm and textured and ethereal; evoking perhaps the dappled sunlight of Brazil. Both musics seem dreamlike. In the sense that there are many kinds of dreams.
(note biografiche)

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La Romagna è piena di posti incredibili dove ascoltare la musica. Incredibili nel senso letterale di non-credibili, di posti che prima di esistere qualcuno avrebbe fatto fatica perfino a pensarli. L’incontro tra passione per la musica e spirito imprenditoriale genera situazioni pazzesche, o è solo il mio preconcetto e l’amore per la terra, ma non so se altrove ci sono corrispondenti della Rocca di Cesena, dell’Hanabi di Marina, della (fu) Capannina a Diolaguardia o Rio Manzolo. Ma il più incredibile di tutti forse è un casolare di campagna situato in culo ai lupi, come si dice qui, nel primo appennino toscoromagnolo, un po’ fuori Meldola. Il paesino si chiama Ravaldino in Monte e non lo conosce manco chi ci abita, e la prima volta che ci vai ti perdi, e poi più o meno impari dove si trova e comincia la storia. Il posto si chiama Area Sismica, è un circolo, esiste dal ‘91 e continua ancora oggi a fare musica. Il concerto da cui inizia la mia storia con Arto Lindsay però non si era tenuto all’Area Sismica; era una specie di evento speciale, organizzato da quelli dell’Area Sismica al teatro comunale di Meldola, e che se non ricordo male inaugurava la stagione 2004/2005. Mi ci portarono un paio di amici, non ero convintissimo ma i bastardi mi hanno convinto mettendolo nel classico pacchetto concerto/cena/sbronza con cui sbavavo in quegli anni. Si può dire che a quell’epoca non conoscessi Arto Lindsay, o per essere esatti conoscevo a menadito un supereroe del postpunk di nome Arto Lindsay che avevo suonato e cantato in un gruppo chiamato DNA, la cui raccolta definitiva era uscita in quel periodo riportandoli agli onori delle cronache, e che a un certo punto s’era messo a fare questi dischi di world music del cazzo che avevo sentito di sbriscio, concludendo che non mi riguardassero. Il quale del resto è il concetto espresso dal corsivo sopra, forse il miglior modo di riassumere Arto Lindsay e il suo pubblico: a destra quelli per cui è il cantante dei DNA e dei Lounge Lizards dell’unico disco buono, che sopportano per carità cristiana gli Ambitious Lovers e manco considerano la sua carriera solista; a sinistra quelli per cui Arto Lindsay è un fine sperimentatore di linguaggi con un inspiegabile passato da nowaver.  

(Alla fine del concerto ero saltato da una parte all’altra: nel giro di un paio di mesi avevo recuperato tutti i dischi ed ero andato in heavy rotation. Curiosamente, poco prima di quel concerto Arto Lindsay aveva pubblicato il suo ultimo disco di studio, e non ne avrebbe pubblicati più)

Va da sé che entrambe le interpretazioni fanno un torto enorme al musicista. E del resto non è l’unico musicista di cui conosciamo un lato sexy e un lato scary -intendendo come sexy gli agganci col mondo avant e scary la roba cruenta. Ma la maggior parte degli artisti che vivono (di) questa dicotomia hanno un lato dominante a cui il suo pubblico si lega: ad esempio John Zorn è un musicista di estrazione classica (sexy) che di tanto in tanto ama farsi un giro nei bassifondi e vaneggiare sui limiti teorici dell’ascoltabile, mentre Stephen O’Malley dà più l’idea di un metallaro infoiato (scary) a cui di tanto in tanto viene lo schizzo di metter su un progetto ambient. Questo si può ripercuotere nell’impostazione delle loro opere, ad esempio il retrogusto artsy dei Naked City li rende molto più adatti ai fan di Zorn di quanto lo siano ai puristi del grind. Al contrario, per Arto Lindsay si ha l’impressione che ci siano due artisti con lo stesso nome che vanno in giro a farsi i dispetti a vicenda. È praticamente impossibile amare Sexy Arto e Scary Arto allo stesso modo: abbracciando un pezzo della sua discografia si tende a disconoscere parzialmente l’altro, o quantomeno a sopportarlo con quel sorrisetto stirato da non-capisco-ma-mi-adeguo, e questo fa sì che raccontare la sua storia da un punto di vista equilibrato sia sostanzialmente impossibile. Non tanto per la storia in sé quanto perchè gli strumenti cognitivi in nostro possesso non sono in grado di collocarlo in blocco dentro uno stereotipo, per quanto indicativo e aleatorio. Com’è potuto succedere che uno dei chitarristi più assurdi, allucinati ed incapaci della storia del rock sia diventato un marchio di eleganza e stile della musica bianca? O ancora meglio: com’è potuto succedere tutto questo senza che Arto Lindsay si sia mai preso il disturbo di imparare a suonare la sua chitarra?

È una storia un po’ bizzarra, e a dispetto della sua lunghezza (40 anni and counting) non contiene particolari appigli narrativi. Per convenzione utilizziamo il punto d’inizio più frequentato, una raccolta uscita nel 1978.

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All’inizio di quell’anno Brian Eno, uno dei produttori artistici più ascoltati e cool del momento, si trova a New York per registrare il suo primo disco assieme ai Talking Heads. Una sera, uscito dallo studio, gli capita di metter piede all’interno di una galleria d’arte in cui sta svolgendosi un festival di band indipendenti. Il cartellone mette in scena una dozzina di nomi in totale, divisi in più giornate: gruppi che pur suonando diversissimi l’uno dall’altro sembrano avere un sacco di caratteristiche comuni: musicisti ventenni o poco più, palesi pretese artsy, perizia musicale spesso dubbia. Tutti i gruppi sono sbilenchi e rumorosissimi, e tutti i gruppi vengono dai dintorni. Hanno nomi come Theoretical Girls, Gynecologists, Teenage Jesus and the Jerks, Contortions: Brian Eno esce di melone per la musica e si mette in testa di fare uscire un’antologia collettiva. L’etichetta (Antilles, divisione di Island) accetta ed Eno si chiude in studio con alcuni gruppi. Dopo una serie di discussioni e scremature, la lista delle band presenti nella scaletta del disco è stata ridotta a quattro nomi: Contortions, Teenage Jesus & The Jerks, Mars e DNA. Il disco si chiama No New York.

Da diverso tempo No New York è un disco obbligatorio, ma per una lunga fase il movimento a cui si prefiggeva di dare lustro (la no wave) non ha goduto di trattazioni particolarmente estese. Poi sono arrivati i duemila, le ristampe, l’internet e il culto, e cose come la retrospettiva di Mattioli su Blow Up 125/126/127 (anno 2008), da cui peraltro sto pescando a piene mani. Lo stesso No New York è un disco piuttosto controverso e disconosciuto sia dai gruppi inclusi (che lamentano la mano pesante di Eno nelle session di registrazione) che da quelli esclusi (che lamentano, beh, di non esserci). Più che la vetrina della no wave, No New York ne diventa la lapide. A dispetto di tutto, in ogni caso, No New York è uno dei culti del rock per antonomasia, e la classe intellettuale su cui punta i riflettori ha pochissimi eguali nella storia della musica occidentale. Da quel disco, e in generale dalla no wave, si inizia a parlare di gente come James Chance, Lydia Lunch, Rhys Chatham, Glenn Branca. E ovviamente di un nerd allampanato di nome Arto Lindsay, che canta (per così dire) e suona la chitarra (per così dire) nei DNA.

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Arto è nato a Richmond 25 anni prima, ma la sua famiglia si è trasferita in Brasile tre anni dopo, dove Lindsay rimarrà fino all’adolescenza. Arriva a New York assieme ad alcuni amici che hanno studiato arte in un college in Florida, intorno al ‘77. La città è sul lastrico, sventrata dalla crisi economica che ha falciato il mercato immobiliare, svuotato un sacco di appartamenti, alzato il numero di poveri in strada e il clima di tensione sociale. Intere zone di Manhattan sono precipitate nel degrado assoluto, le attività commerciali hanno tolto le tende, i loft del Lower East Side sono diventati una terra di conquista per una manica di sfaccendati che squattano i loft e li convertono in appartamenti/studio. Lindsay e compagni fiutano l’aria e si buttano quasi subito nella scena musicale: archiviata la prima stagione del CBGB’s, il punk sta cedendo il passo a forme di sperimentazione più radicali ed eccitanti. Gli amici di Lindsay formano un gruppo di nome Mars, di cui Lindsay sarà roadie; non ha un gruppo suo, e del resto non sa suonare uno strumento. Ma dopo un concerto dei Mars il gestore del Max’s Kansas City s’inchiacchiera con Lindsay e gli propone di far suonare lui e il suo gruppo il mese successivo: Arto accetta ed è costretto a formare un gruppo. Prende a bordo un performance artist di nome Robin Crutchfield e una ragazza giapponese di nome Ikue Mori. Neanche gli altri due sanno suonare (Ikue Mori non sa nemmeno parlare in inglese), ma si chiudono in uno stanzone e mettono insieme qualcosa. Si tratta di un pugno di quasi-canzoni, semimprovvisazioni dai ritmi frammentati, suonate a mille all’ora senza cura per il particolare: la band viene chiamata DNA e diventa quasi subito uno dei piatti principali della scena off del Lower East Side.

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Arto Lindsay è uno dei pochi musicisti di cui è sempre piacevole leggere un’intervista. Ha un atteggiamento piuttosto inusuale nei confronti della musica, né troppo serioso né troppo scanzonato. I decenni di militanza gli hanno dato più esperienza sul campo di quanta la maggior parte dei laureati al conservatorio potranno sperare di avere mai, ma è completamente digiuno delle più fondamentali nozioni musicali. Questo si ripercuote sovente in un atteggiamento molto serioso ed analitico nei confronti di certe minuscole cazzate, bilanciato da una gran nonchalance per questioni che altri considerano fondamentali. Quasi nulla nel mondo musicale di Arto Lindsay è scontato, quasi nulla è fatto per convenzione, quasi tutto ha una ragione biografica. Ripercorrendo all’indietro la sua carriera non è possibile trovare un punto d’inizio, un’epifania, un momento  in cui l’uomo inizia a ragionare in questi termini: per certi versi, anzi, i primi esperimenti musicali con i DNA si basano sullo stesso principio di scoperta costante che vent’anni dopo lo vedranno indottrinare decine di turnisti formatisi nei più prestigiosi conservatori al mondo. Nella sua visione gli stessi DNA sono un tentativo di ricontestualizzare la musica che lo aveva fatto uscire di melone da giovane (tropicalisti e cose simili) all’interno di un formato art-punk: testi in portoghese, tracce di batteria sono scopiazzate da dischi di alcuni eroi dell’infanzia del chitarrista. E in effetti a riascoltare il sopracitato DNA on DNA a distanza di qualche decennio dallo svolgersi dei fatti è abbastanza evidente che, dietro tutte le urla e le vangate, qualcuno in quella stanza sapesse cosa stava facendo, o che comunque ci fosse in ballo molto più che la classica espressione di rabbia e disagio con cui riempire le pagine delle punkzine. Lo stesso Lindsay negli ultimi anni del gruppo ha già evoluto il suo stile in una direzione ben precisa, ed estremamente sobria; le schitarrate sorde della sua Danelectro, per quanto scolorite nella melodia, hanno iniziato ad assumere un carattere ritmico che con un po’ di fantasia può essere utilizzata per mescolare le carte in ogni gruppo. Qualcuno a dire il vero ci aveva già pensato.

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“Non ho mai imparato a suonare. Lavoro coi campionamenti dall’84, e tuttora l’unica cosa che so fare con un computer è scrivere una mail. (…) Ho dovuto compensare a queste cose diventando bravo in altri campi, ad esempio imparando come si lavora con la gente e come convincere qualcun altro a fare quello che io da solo non saprei fare.”

La dichiarazione viene da un Q&A tenuto da Lindsay alla Red Bull Music Academy. Credo fosse lo stesso Brian Eno, più o meno negli anni in cui pubblicava No New York, a dire che il futuro della musica sarebbe stato in mano ai non-musicisti. Oggi sembra un’ovvietà: nella nostra epoca la tecnica, intesa come capacità di leggere e scrivere musica e/o allenamento fisico a suonare uno strumento, è comunemente intesa come un enorme limite al godimento, e persino alla capacità di interpretare, la musica. In effetti il passare degli anni ci ha costretto a fare i conti con l’evolversi dello stesso concetto in più generazioni. Un esempio banale: i primi esperimenti col giradischi, che poi si sono evoluti nell’hip hop, nascevano da un’idea musicale fatta in casa, che la maggior parte dei musicisti da strumento (conservatoristi o rockettari, poco conta) non riusciva manco ad intuire potesse richiedere qualsiasi tipo di abilità. Ma 20 fa, forse pure 30, nell’hip hop era già evidente una spaccatura tra i puristi del djing (inteso come abilità performativa generata da anni di pratica ossessiva) e gente che iniziava a comporre usando altre tecnologie. La stessa cosa è successa con generi tipo certe forme di rock dozzinale e/o con la musica fatta al computer (chi ascolta elettronica, tanto per dire, sa distinguere tra roba buona e roba di merda, e questa distinzione ha una base culturale abbastanza definibile). In questo senso dobbiamo arrenderci all’idea che tutta l’ideologia del non-musicista sarà destinata a naufragare in altre forme di, uhm, musicismo. Non è un problema la cosa in sè, ma il racconto di queste musiche (che quando escono sono, per loro natura, le più eccitanti su piazza) verrà necessariamente inchiodato, dal punto di vista storico, ai pochi mesi/anni in cui l’idea musicale su cui si basano non è ancora strutturata e di pubblico dominio. Così, ad esempio, quando oggi un musicista avant rock infila un cacciavite tra le corde della sua chitarra sappiamo che sta copiando qualcuno. O che ne so, un Greg Hetson che in American Hardcore dice “non ho mai imparato a suonare come Eddie Van Halen” non suona molto diverso dallo zio con la coda di cavallo che a un pranzo di matrimonio ti inchioda in una discussione sui Roxy Music.

Arto Lindsay che dice “non ho mai imparato a suonare” è una cosa diversa. Quel che sta dicendo è che a dispetto delle tante occasioni d’imparare e del senso comune associata a questa idea e dell’influenza delle persone attorno a lui, non è in grado di suonare il proprio strumento. Guardarlo suonare è più o meno come guardare mia figlia quando tenta di suonare il flauto dolce, o poco diverso. Il fatto che la suoni comunque, da quarant’anni, gli ha permesso di strutturare uno stile personale fatto di strappi controllati, che Lindsay ha imparato ad utilizzare con abbastanza parsimonia da dargli un’aria ricercata, ma non abbastanza da produrre imitatori. E in questo ha un profilo abbastanza anomalo, forse perfino fastidioso -se il pop fosse una città, Arto Lindsay sarebbe il matto della piazza o il professore di educazione fisica ipocondriaco che recita poesie al bar dei comunisti.

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È un po’ lo spirito con cui nasce il suo secondo gruppo. Mentre è ancora in giro con i DNA viene coinvolto in una specie di gag: un ensemble freejazz di musicisti in giacca e cravatta che fanno i fighi sul palco e contestualmente massacrano le orecchie di chi sta sotto. Il ruolo specifico di Lindsay è proprio rompere il cazzo agli altri membri del gruppo, intervenendo di quando in quando con le sue schitarrate assordanti: iniziano a suonare a nome Lounge Lizards e già ai primi concerti il pubblico ci va talmente sotto da trasformarli in un gruppo vero e proprio, con un contratto e tutto. Prima che chiunque possa chiedersi che cazzo stia succedendo i Lounge Lizards sono in studio con Teo Macero, che per capirci è il produttore di Kind of Blue, ma Lindsay sta già togliendo le tende, infastidito dal comportamento di John Lurie (che ha preso in mano le redini del progetto e sta per trasformarlo in una specie di solo act allargato). Assieme a lui uscirà il batterista Anton Fier, e i due daranno vita ai Golden Palominos. Che nel giro di un disco diventano per Fier quello che i Lounge Lizards erano per Lurie, e Arto toglie il disturbo.

È un periodo particolare per l’avant rock newyorkese. Il quieto scioglimento dei DNA, contemporaneo a questi eventi, è l’ennesimo funerale della no wave; il suo spirito resiste parzialmente in certe incarnazioni della mutant disco (cit) di gente come Liquid Liquid, e nel minimalismo noise rock dei progetti più organici di gente come Chatham e Branca, che comunque sono già un microuniverso a sé stante. Lindsay sta pensando di farsi il suo progetto solista, così da non farsi fregare il gruppo da sotto la sedia com’è successo per Lounge Lizards e Golden Palominos. La sua idea è di unire un po’ tutto quel che gira in città, minimalismo noise e mutant disco, aumentando il tasso di Brasile e magari iniziando a suonare e cantare come una persona normale. Fantastica persino di prendere qualche lezione di chitarra, un’idea che finirà nel cestino abbastanza presto. Ma i primi esperimenti con la voce iniziano a dare qualche risultato interessante. È ancora un guazzabuglio di idee, il cui potenziale esploderà all’incontro con il tastierista Peter Scherer. Scherer viene da un pianeta diverso da quello di Arto Lindsay: si è formato in Europa e ha fatto tutta la trafila del musicista classico; s’è trasferito a New York per studiare elettronica ed è finito nel giro di Ligeti e Nile Rodgers. L’alchimia tra i due è tale da convincere Lindsay a smettere le fantasie soliste e fondare l’ennesimo gruppo, che si rivelerà il più longevo della sua carriera.

Gli Ambitious Lovers Nella laconica definizione di intenti del cantante, “Al Green e samba”. L’idea alla base è quella di una specie di alternanza -anche piuttosto brutale- tra momenti di noise newyorkese e fughe di groove latino che al momento sono la cosa più quieta prodotta dal cantante, che per la prima volta può essere definito tale. Sexy Arto: un timbro eccitato e un po’ teatrale che blandisce l’ascoltatore, magari per prenderlo a mazzate il minuto successivo. Gli Ambitious Lovers hanno in mente un progetto poderoso: sette album, ognuno dedicato a un peccato capitale. Non andranno mai oltre al terzo, spompati dallo scarso successo commerciale e da questioni di mismanagement. La loro reputazione tra gli addetti ai lavori, però, si allarga a tal punto da far sì che alla corte di Lindsay e Scherer inizino a presentarsi turnisti e produttori artistici, alcuni per offrire aiuto e altri per chiederlo. E a un certo punto arriva Caetano Veloso.

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La relazione tra Lindsay e il Brasile è complicata. Nel 2004, l’anno in cui smette di incidere dischi a proprio nome, si ritrasferisce in Brasile; a un certo punto si sposta a Rio e comincia a farsi coinvolgere nella scena musicale locale. Prima di allora le sue frequentazioni sono da ascoltatore, e sebbene samba e derivati siano una costante di tutta la sua carriera -faceva sentire i suoi dischi preferiti ad Ikue Mori perchè copiasse le parti di batteria- per il chitarrista la musica si divide in quella di cui ha cognizione e quella a cui ha lavorato. Pur essendo un suo eroe giovanile, il lavoro di Lindsay su Caetano Veloso -che si è presentato alla porta degli Ambitious Lovers per produrre Estrangeiro– non ha niente del calligrafismo del musicista-barra-produttore che ha occasione di lavorare con un suo mito. Anzi, la mano di Lindsay e Scherer è piuttosto pesante, per certi versi non così diversa da quello che Arto faceva con i Lounge Lizards: porta se stesso e la sua idea di musica in una situazione per la quale teoricamente non sembra essere all’altezza, e a un certo punto si scopre che tutto funziona a meraviglia. Estrangeiro è un disco sensazionale: esce nell’89 e apre a Lindsay le porte del Brasile. Sciolta la partnership con Scherer comincia a lavorare da solo in veste di, boh, eminenza grigia. Un po’ produttore artistico, facilitatore, consulente, faccendiere, traduttore. Riesce a processare la musica di chiunque in un’idea personale, riesce a mettere la gente giusta al corrente di quell’idea, e alla fine ci tira fuori qualcosa di buono. È un punto di riferimento sia per gli occidentali in cerca di un boost tropicalista che per i mammasantissima brasiliani alla ricerca della grande occasione negli USA. È una fase fruttuosa: ad ogni nuovo lavoro guadagna contatti e street cred in entrambi i continenti.

Ma un ruolo da produttore in senso stretto non è fatto per lui: non sarà mai un Rick Rubin, in fondo, non ha quel tipo di senso del tempo. Forse è persino la sua incapacità a renderlo più adatto a un ruolo in primo piano. Avete presente John Lydon? Qualcosa di simile. Musicalmente quasi nulla in comune, ma entrambi hanno iniziato come ragazzacci, qualcuno ha cercato di inchiodarli a quell’immagine. E a un certo punto hanno pensato più in grande, e nessuno dei due ha mai imparato a suonare. Entrambi sono ideologi della musica, entrambi non hanno problemi a circondarsi di turnisti. Ma l’esposizione mediatica di Lydon nei primi giorni dei Pistols, e il ruolo generazionale che gli è piombato addosso, hanno reso praticamente impossibile al cantante inglese di diventare se stesso: per quanto si fosse curato di allontanarlo, Johnny Rotten è sempre comparso sullo sfondo della sua opera, e niente di ciò a cui Lydon ha lavorato dopo Flowers of Romance ha la radice quadrata dell’impatto culturale che ebbe a metà anni novanta l’annuncio della reunion del suo primo gruppo. Arto Lindsay in questo parte avvantaggiato rispetto a Lydon: il suo passato da terrorista sonoro è conosciuto ma non così ingombrante, ed essersi posizionato nella prima periferia del pop l’ha reso spendibile lungo tutta la carriera. Entrambi, in ogni caso, hanno esordito nello stesso periodo e seguiranno la loro parabola con risultati alterni, per lo stesso numero di anni. Fino ad andare incontro al loro destino, entrambi, nel ‘96. Per John Lydon è il momento della resa, della reunion del gruppo e del tornare ad essere quello che molti non hanno mai smesso di pensare di lui. Per Arto Lindsay è il momento in cui diventa Arto Lindsay.  

Sexy Arto è un fan della decontestualizzazione, come del resto Scary Arto, ma ha il vezzo intellettuale di sparire dentro la propria musica, un po’ come se stesse solo canticchiando sopra al rumore di tutte le cose. Il Sexy Arto degli Ambitious Lovers era un po’ limitato, non era arrivato a giocarsela come un carattere dominante, un po’ per via di Scherer e un po’ per via di Scary Arto. A vent’anni dall’inizio delle sue avventure discografiche, però, succede una cosa bizzarra: un’etichetta giapponese aggancia Ryuichi Sakamoto, il quale a sua volta aggancia Lindsay, per realizzare un disco di bossa nova da far circolare oltreoceano. Lindsay è solleticato dall’idea, e probabilmente in questa fase non ha nulla da perdere. Forse non ha le capacità per realizzare un classico disco di bossa nova in autonomia, ma la gente intorno a lui è motivata e lui ha la testa che scoppia di idee. La principale è quella di riagganciarsi all’idea originaria di “bossa nova”, e di quello che fu nella cultura brasiliana (una specie di samba meticcia sporcata di jazz e di altra musica occidentale), cancellarne quasi tutti gli aspetti musicali ed applicarla al pop dei suoi anni. Si immagina un disco molto rilassato, completamente privo delle asperità con cui ha sempre amato sporcare la musica. Si autoimpone di lasciare la chitarra dentro l’armadio e limitarsi a cantare le parti vocali, assieme al solito gruppo di turnisti che tesseranno le musiche. Per soddisfare le tentazioni rumoristiche e blandire l’ego di Scary Arto, lavora contemporaneamente a del materiale che andrà a comporre un secondo disco, fatto di chitarre durissime e brutali frammentazioni.

Uscirà prima quest’ultimo: si intitola Aggregates 1-26 ed è accreditato ad un fantomatico Arto Lindsay Trio. Gli altri due membri, oltre al chitarrista, sono Dougie Browne e Melvin Gibbs. Gibbs, bassista, è il più importante incontro musicale della carriera di Arto Lindsay. Ha un passato nei Defunkt e un presente da turnista che lo vede impegnato, tra le altre cose, nella miglior formazione di sempre della Rollins Band (quella di Come In And Burn). È già da tempo nell’orbita di Lindsay, ha lavorato con gli Ambitious Lovers e nei dischi prodotti da Arto, ma da qui in poi diverrà l’anima musicale della sua carriera solista. A cominciare dall’altro disco, quello di bossa nova per il mercato giapponese, che esce a stretto giro. Il nome in copertina per la prima volta è semplicemente Arto Lindsay, ed il titolo O Corpo Sutil / The Subtle Body. È l’esordio solista di Sexy Arto, e forse gli è uscito un po’ meglio di quanto si aspettasse.  

A riascoltarlo oggi, O Corpo Sutil, lo capisci subito che è un game changer. Dentro al disco esplode tutto quel che fino ad allora per Arto Lindsay era stato chiuso in una stanza di ipotesi, congetture e promesse mancate: chitarre morbide, percussioni latine, voci suadenti, elettronichina del cazzo, qualche cover in portoghese, tutto perfettamente amalgamato e  tutto di profilo bassissimo. Ma a stupire più che la musica è l’interprete: l’Arto Lindsay di O Corpo Sutil è talmente in parte da cancellare in via quasi definitiva il ricordo di qualunque altra sua incarnazione. A posteriori non stupisce né che abbia deciso di fare di O Corpo Sutil il primo disco a proprio nome, né tantomeno che in questa incarnazione Lindsay si metta a produrre dischi con una velocità che nessuno gli conosce. Sembra quasi posseduto: linee vocali appena accennate, o cover di vecchi standard brasiliani; Gibbs e gli altri ad arrangiare, qualche strizzata d’occhio alle ultime tendenze del pop (certa elettronica inglese, certi atteggiamenti da world music ad ogni costo), mai uno svacco, controllo totale dei propri mezzi. È così che un esperimento casuale di bossa nova diventa una striscia vincente lunga sei dischi, dal ‘96 al 2004. E poi, dopo Salt, semplicemente smette di pubblicare.

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La sera in cui lo vedo è al suo apice. Con lui ci sono Melvin Gibbs e Micah Gaugh (un musicista straordinario anche lui, un po’ un turnista e un po’ un arnese del giro avant rock, fa un paio di comparse anche con gli Storm&Stress): Gibbs è un armadio di due metri a sinistra del palco, l’altro swagga dall’altro lato con addosso gli occhiali da sole e una marsina. Gaugh piazza le basi, suona la tastiera con la sinistra e il sax con la destra. Gibbs spacca la gruva col basso. Arto imbraccia la chitarra, finge di suonarla mentre canta, di tanto in tanto schiaccia il pedale e fa partire un fischio. Non è tanto la musica, è che tutto quanto sembra teso coscientemente allo scopo di stare bene, e la sensazione s’irradia in giro per il teatro. A un certo punto ci chiede “are you beautiful?”. Non ho una risposta pronta sul momento. È solito chiederlo, scoprirò in seguito.

Da allora l’ho visto una dozzina di volte. Sembra avere un buon rapporto con l’Italia, qui è stato possibile vederlo con ogni tipo di formazione, compresa una puntata con orchestra di 50 elementi dietro di lui, una cosa che se non sbaglio fu organizzata da Angelica, nove o dieci anni fa (fu clamoroso). Sul mio calendario è segnato in rosso: ci si assicura di essere al concerto di Sexy Arto, tutto il resto può anche saltare. È un po’ un casino perchè il suo sito non è mai stato aggiornato. Sopporto anche le occasionali puntate di Scary Arto, invero ringalluzzito negli ultimi anni (se ne sta in giro a improvvisare con Paal Nilssen-Love alla batteria, dalla collaborazione tra i due è venuto fuori anche un disco). Anzi, durante l’assenza discografica di Sexy Arto, Scary Arto ha dato alle stampe il suo capolavoro. E anche qui penso sia successo un po’ per caso.

L’etichetta italiana Ponderosa s’è imbarcata nella selezione di una specie di best of di Arto Lindsay, intitolato Encyclopedia of Arto, anno 2014. Un opera non proprio sensatissima: pesca solo dai dischi solisti, tralasciando 20 anni di musica, e anche di quei dischi fornisce un ritratto falsato (cose come Mundo Civilizado hanno un equilibrio interno che va ben oltre la qualità dei brani ospitati). Poi qualcuno ha un’idea: prendiamo gli stessi brani e facciamo un secondo disco, inciso live, e suonato dal solo Arto Lindsay, chitarra e voce. Così succede che il volume 2 dell’Encyclopedia diventi una sorta di Scary Arto plays Sexy Arto. Incredibilmente, il disco sta in piedi: una delle più assurde e disturbate raccolte di canzoni folk mai sentite, roba che ricorda indifferentemente qualche bluesman scalcinato o uno youtuber particolarmente disturbato di mente. Lo vedremo anche dal vivo, più volte, ad eseguire i brani da solo nei tour successivi, col pubblico di fedelissimi girato di fianco a chiacchierare col vicino. Un killer.

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I miei dischi preferiti sono quasi tutti realizzati da gente con gravi psicosi e terribili drammi in corso. Le mie storie di musica preferite parlano di gente che a un certo punto ha trovato la quadra. Forse non sono un granché da raccontare, ma mi mettono in pace con l’idea che alla fine di tutto la musica possa davvero salvarci. In rarissimi casi qualcuno riesce a trovare la quadra e continuare a fare dischi bellissimi, e in quel caso -paradossalmente- non c’è molto di interessante da raccontare, è un po’ tutto alla luce del sole. Dopo quarant’anni di musica sali sul palco, guardi la tua chitarra e non hai la più pallida idea di come funziona. Sorridi un po’, qualcuno è venuto a vederti, forse a qualcuno di loro hai cambiato la vita, nel banchetto c’è un bel disco nuovo che è uscito da poco, il brutto è rimasto fuori dalla porta del locale. Il tizio alla tua destra fa partire la base, chiudi gli occhi, inizi a sussurrare qualcosa al microfono.

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Cuidado Madame è il primo disco di Arto Lindsay da 13 anni a questa parte. È uscito il 21 aprile, è meraviglioso, la recensione non ho voglia di scriverla.

(bandcamp)

The New Year – Snow

 

Ho letto un’intervista a Bubba Kadane in cui parla del disco nuovo e del fatto che alcuni dei pezzi sono vecchi di sette o otto anni e sono stati registrati in posti diversi, e questa cosa cozza abbastanza forte con l’idea che mi ero fatto in testa -la quale comunque era abbastanza assurda, avevo questo film dei New Year che si fanno una grigliata a casa di Chris Brokaw o cose così, e a un certo punto Matt Kadane inizia a strimpellare un giro di chitarra, hai presente che nel garage di Chris Brokaw è sempre tutto montato con la backline i microfoni e tutto, no? Ecco. Poi gli altri che son lì con le loro mogli e i bambini dicono, porco$%o, spetta che questo giro qui è buono, spetta che prendo il basso e vediamo se. E qualcun altro s’incazza perchè ci sono i bambini e non si può bestemmiare e poi prende l’altra chitarra e le bacchette e quel che è, nel frattempo qualcuno guarda alle salsicce e i bambini scrivono i testi lì sul momento e parlano tutti della neve, e due ore dopo le salsicce sono fredde e la moglie di Bubba è incazzatissima ma il disco è pronto e l’hanno proprio registrato lì sul momento, inizia col riff di chitarra che Matt Kadane aveva iniziato a strimpellare, The Party’s Over l’hanno dovuta registrare due volte ma il resto è tutto in presa diretta. Beh, mi dispiace di aver letto l’intervista, comunque il disco suona in quel modo lì ed è una figata. 

Completamente sold out (secondo la questura)

La scorsa settimana è uscito questo pezzo su XXX in cui YYYYY (un giornalista di  musica italiano che da mesi/anni è impegnato in una crociata contro il cosiddetto indie italiano) spiega perché il sold out dei Thegiornalisti al Forum di Assago è sostanzialmente una truffa. Non voglio entrare nel merito del pezzo: non mi piacciono né YYYYY né i Thegiornalisti, e hanno entrambi questo terribile difetto di non poterli evitare –nel senso, sui social non si può sapere chi ha scritto il pezzo prima di pubblicarlo, giusto?  Ok. E i singoli dei Thegiornalisti li senti pure al supermercato. E poi c’è il discorso dell’hatefuck, leggere qualcosa che sai già che ti starà sulle balle, così, per rinvigorire un po’ il senso di disgusto e sentirsi ancora vivi. Però vi spiego com’è l’esperienza della lettura di un articolo del genere, per me.

Inizia che arriva un tizio, ad esempio su Facebook, e dice una delle seguenti frasi: 

“COMPLETAMENTE D’ACCORDO”

“Articolo del cazzo”

“Beh, e allora?”

“Di solito detesto YYYYY ma in questo caso sono del tutto d’accordo con lui”

Io entro e apro il link, solitamente sul telefonino. Sul sito de XXX la prima cosa che mi compare è l’articolo, probabilmente per titillarmi. Si chiama “Completamente sold out stocazzo: così un gruppetto può riempire uno stadio”. Il che tutto sommato mi sembra un titolo invitante. Poi compare un bannerone a mezza pagina in cui il sito XXX mi chiede di seguirlo su facebook, così da evitare –immagino- di dover aspettare che qualcuno lo condivida la prossima volta. Il banner cambia forma dopo qualche secondo, più o meno nel momento in cui sto cliccando sulla croce nell’angolino –magari è il mio telefono che fa questo trick, ma a volte è così che si diventa fan di una pagina FB di cui non vuoi sapere assolutamente un cazzo. Dopodiché inizi a leggere il pezzo: titolo, occhiello, una foto con messaggio pubblicitario in sovraimpressione. Scrolli in basso e ci sono altre due schermate di pubblicità, al che in genere perdo la pazienza. Per me “perdere la pazienza” vuol dire che devo copiare il link da Facebook su Safari per iphone, o cliccare su “apri su Safari”. Perché lo faccio? Per leggere il sito XXX in modalità Reader, cioè l’opzione di Safari con cui pulisco il sito da tutta la merda e leggo soltanto il testo –eventualmente le immagini. Fa ridere proprio dal punto di vista semantico: devo usare un plugin aggiuntivo che mi permetta di leggere un articolo di giornale come se fosse un articolo di giornale. 

Questa cosa di solito basta, ma non nel caso specifico del sito XXX e del giornalista YYYYY: quando apro la pagina in modalità Reader mi rimangono i grassetti. Il testo in grassetto è una specie di sgarbismo della cultura internet di dieci o quindici anni fa, più o meno quando Grillo ha preso in mano internet e l’ha modificata a sua immagine. I grassetti nel testo a quei tempi venivano messi per aggirare il problema dell’attention span: ad esempio in un articolo sugli Arcade Fire le parole Arcade e Fire erano in grassetto. È una pratica piuttosto comune e non infastidisce –anzi a volte è l’unico modo per far sì che alla fine di un articolo sugli Arcade Fire il lettore abbia come la sensazione di aver letto un articolo sugli Arcade Fire. La cosa però era sfuggita di mano abbastanza presto, e nel giro di un anno l’articolo medio su internet metteva in grassetto anche le parti più sloganistiche. Era un po’ come se i redattori si sentissero obbligati a riassumere l’articolo all’interno dell’articolo (per un certo periodo su Bastonate avevamo iniziato a mettere grassetti su frasi completamente a caso, così per la gag) (era una gag del cazzo). Il problema coi grassetti è che quando te li trovi davanti ti senti preso per un subnormale. È come se il giornalista stesse dietro di te a urlare NO ASPETTA QUELLA FRASE NON LA STAI LEGGENDO ABBASTANZA FORTE, presente? E quindi per un po’ di tempo ho perfino fatto voto di non leggere nessun articolo che contenesse grassetti. Ma non poteva durare a lungo, la polemichetta mi piace troppo. Il buddismo zen, l’esperienza e la capacità di distogliere l’attenzione dalle faccende facete mi rende capace di sopportare senza fare una piega articoli che contengono anche il 10/15% del testo in bold. Per diletto ho contato i grassetti nell’articolo di cui sto parlando: 3728 battute in grassetto su 11149 totali, vale a dire che il 33,43% dell’articolo è in grassetto. In questi casi estremi non riesco a leggere l’articolo così com’è: seleziono tutto il testo, lo copio, mi scrivo una mail, me lo invio senza formattazione e lo leggo come messaggio di posta elettronica. In alternativa mi mando il link, lo apro col computer la prima volta che capito davanti a un computer, lo copio su un editor di testo e cancello la formattazione. E così facendo ho piazzato cinque o sei click al sito XXX, invece che uno solo al sito, e tutto questo per leggermi un articolo che parla di come vengono gonfiati i numeri dell’affluenza in certi posti.

LLEROY – “Dissipatio HC”. Bologna, 2017

Relitti inconsistenti, e ormai reliquie. Da quella notte un mezzo mese è trascorso, e potrei dire altrettanto bene un mezzo secolo. Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità, e poi di nuovo paura. Adesso l’adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione. Con intervalli di proterva ilarità, e di feroce sollievo.
(Guido Morselli)

Il primo contatto dal cellulare di Chiara il 15 agosto 2014, al culmine dell’estate più fredda qui da quando calpesto questa terra; Bologna una succursale di Mordor, aveva da poco smesso di piovere mentre il device rivomitava un pezzo strumentale ancora senza titolo, molto lungo, molto lento. Una roba tra stoner e sludge se il primo fosse alimentato a eroina al posto di THC e il secondo una creatura atemporale, priva di connotazioni geografiche identitarie, non solo prerogativa di alcolisti ributtanti sparsi per la Louisiana. Chitarra-basso-batteria prendevano una piega mai sentita prima dallo stesso gruppo, riconsiderando un elemento fino ad allora sfiorato soltanto di striscio: la lentezza. Prendeva così forma una sassata psichica di quelle dove il dolore ci mette un po’ a trovare la strada, ma quando infine si irradia non concede tregua: colonizza ogni cellula, ogni fibra dell’essere, lasciando sfregi permanenti in zone della mente di cui non sospetteresti l’esistenza. Un’altra bestia, diversa da qualsiasi precedente incarnazione dei Lleroy; il risultato di un accumulo di schiaffi in faccia e calci in pancia da mandare l’anima al tappeto, in quantità e virulenza tali da dilatare oltre ogni possibile unità di misura le cognizioni stesse di tempo e dolore. Non finiva più, e poi sinceramente non volevo che succedesse. Era una versione embrionale del pezzo che chiude Dissipatio HC, allora poco più di un’idea ancora ben lontana dal formarsi. Alle mie orecchie era più che sufficiente, stava già tutta lì l’essenza del disco che sarebbe stato, che ancora non esisteva – per altro tempo esperimenti in sala prove, non un pezzo completo, figurarsi un titolo, una direzione, parole da urlare.
Premonizione? Sesto senso? Qualcosa che ho sentito solo io dentro la testa, che ho continuato a raccontarmi dal primo momento? Non me ne frega un cazzo. Qualunque cosa fosse, non è scomparsa. Nel tempo ha trovato una sua forma, come un pezzo di fango che ora è scultura, le parole giuste, il modo per arrivare a destinazione. E adesso ti seppellisce.

Bisogna partire dalla fine per raccontare Dissipatio HC, per i Lleroy lo scatto in avanti che è l’equivalente della differenza che passa tra Lungs e Atomizer, Land Speed Record e Zen Arcade (o, in un altro senso, tra Rocket To Russia e End Of The Century). Dissipatio, l’ultima occhiata prima di voltarsi e non guardare più indietro; a un amore che è morto, un’amicizia che non si ripara, una scena che ha perso il suo ultimo pezzo, un’era che sta finendo. La conclusione che non ammette repliche, oltre cui proseguire sarebbe solo cieca ostinazione e colpi a vuoto, spari nel buio in un luogo della mente dove la musica e il romanzo da cui viene vampirizzato il titolo si ricongiungono per un lunghissimo, terrificante istante prima di scomparire. Otto minuti che sono la trasposizione in musica della corsa fin dentro le viscere della terra ne Il tunnel di Dürrenmatt: stessa situazione, stesso annullamento, stesso epilogo.
Per affinità elettive cantato da Greg ex-Concrete, in assoluto la cosa migliore successa all’hc in Italia dal 1993 a oggi, dopodomani, da qui a trent’anni (lo spirito continua nei Rotadefero, dove la portata dello scontro viene elevata ai massimi livelli riscontrabili. Letteralmente: giù la chitarra, dentro la sega circolare. Via la batteria, avanti con martelli e lamiere). Che occupino lo stesso spazio all’interno dello stesso brano, più che una questione di stile: una necessità. Non sarebbe potuta andare altrimenti.

Per affinità elettive l’artwork di Thomas Ott, tra legioni il solo che sia riuscito a rendere il correlativo oggettivo di quel che si sente nel disco: nero oltre la pece, il dettaglio che disorienta nascosto dietro l’angolo. Occhi immobili sul panorama già scomparso, davanti e dietro la scatola cranica.
Dettagli come gli archi in 2 di 1 (l’altro pezzo lungo), l’ascensione a spirale di Non ti sento che esplode in un sample dove rivivono i peggiori istinti di Sacchi Giulio in Milano Odia, ma il cubano de Roma qua sta (la voce è di Francesco, mostrificata in serial killer assetto), o il cowbell in Càtonia che del resto è l’anticamera di Dissipatio, la penultima stazione; oltre a infinite altre storie che emergono, ascolto dopo ascolto, come cadaveri dalle acque del fiume in un romanzo di James Lee Burke.

Doveva uscire come doppio, in un primo momento, Dissipatio HC; sorta di Each One Teach One malvagio, o Twin Infinitives con la batteria e i pezzi, o Zen Arcade senza il concept dietro, o (inserire doppio album con un significato, immaginarselo dopo una cura a base di dischi AmRep ascoltati senza soluzione di continuità dal 2000 a oggi). Poi l’idea è stata abbandonata, le tracce ridistribuite – alcune sono andate a finire nello split coi Gerda, altre compariranno da qualche altra parte, forse – ma da qui, per me, è ancora così. Quando tutti i pezzi avranno infine trovato una loro collocazione, se succederà, allora scatterà il mio personale assemblaggio. Ancora non è arrivato il momento, chissà se mai arriverà; ma io a quel doppio monumentale che mai è stato continuo a credere. Sarà quello, il “mio” Dissipatio HC. Per ora un equivalente di Winter Comes Home di David Thomas (che secondo l’autore, autoproclamatosi Authorized View, “non è mai esistito, e quindi mai esisterà”), o una tra le possibili combinazioni di Zaireeka, ma con una pacca e una carogna che David Thomas e Wayne Coyne probabilmente non sapranno mai.

Dall’atto finale di Morselli non ha mutuato solo il titolo. Dissipatio HC è un disco che parla (anche) a chi a Bologna è nato e vive, fatto da chi a Bologna è arrivato e ha deciso di restarci. Gran parte del contesto dentro cui è maturato, ora semplicemente non esiste più. Luoghi che sono scomparsi o stanno scomparendo, al loro posto parcheggi, portoni murati, ovunque intorno strade ripavimentate, muri ridipinti, nuovi palazzi che col cazzo che crollano; geografie che cambiano come in un pessimo trip ma reale, grattacieli che invece di collassare e accartocciarsi stile Inception restano lì, conclusi a metà nel cantiere perenne, incombenti e disabitati. I pochi sopravvissuti, compressi nello scenario che cambia; guardarsi intorno e trovare solo macerie ed estranei. Un deserto mentale da linea piatta. Con la gentrificazione la città si è riempita di stronzi. Nuovi palazzi dappertutto. Prezzi alle stelle. La gente che vive qui adesso non riesco a capire chi sia. Ci sono volte che camminando per strada mi metto letteralmente a piangere perché vedo i fantasmi di tutti quelli con cui vivevo. (Alan Vega)
La differenza è che Dissipatio HC non esce postumo: in questo dato passano galassie. Ora più che mai, qualcosa sopravvive anche se a rischio di estinzione. È semplice: fino a quando esisteranno persone a registrare questa roba, a stamparla, a metterla in circolazione, ad ascoltarla, questo posto, per quanto deformato, assediato, pedonalizzato, tirato a lucido, militarizzato dalla gastrodittatura, svuotato di senso, retrocesso a bieco luna park dell’esistere, nonostante tutto sarà ancora abitato da esseri umani (quali e quanti, altro discorso. Ma intanto).

Ma la mia valle, che risalgo, è deserta, le case non hanno luci. Posso spegnere anche le luci dell’auto, non incontrerò nessuno, nessuno dovrà farsi da parte. Non vedrò un viso, non udrò una voce. E mi sembra ingiusto e cattivo. In città ero spettatore, qui io devo vivere. Dove sono andati. Perché sono andati.
(sempre Morselli)

Katy Perry è una strega?

 

Instagram: @katyperry

Negli anni Cinquanta e Sessanta il Satanasso usava infiltrarsi tra le facce gentili dei girl group rappresentando quella sottile oscurità che si imbrunisce al contatto col pallore, un diavoletto scherzoso che trasformava in tragedia le voluttà della musica adolescenziale e che amava vestirsi da sera e partecipare alle danze. Seguendo una traduzione del ballo come ritualità, che deriva in qualche modo dalle tematiche superstiziose del delta folk, questa pratica maligna (puramente americana, in opposizione all’occultismo fin troppo svelato della cultura europea), senza rispondere ad alcun perché se non quello di trovare casa nei piaceri della plastica, ha continuato a dare mostra di sé nell’attualità del pop post-adolescenziale e del mondo “bubblegum”. Ovviamente rispetto alle silhouette sciancate della figura diabolica di primo Novecento il tutto si è riciclato in un’estetica oltre il confine del visibile, in linea con le raffigurazioni merceologiche del capitalismo cognitivo, trovando terreno fertile in produzioni multimilionarie. Se nel 2007 Britney si rasava a zero e Lady Gaga iniziava a giocare con riferimenti androgini, massonici e Illuminati-friendly, la carriera di Katy Perry ha ugualmente dimostrato affinità con l’altro lato.

Mentre il Washinghton Post si affretta a descrivere la nuova scena americana come un concentrato di alprazolam e tensioni portate al deliquio, la Perry risponde con un vitalismo superomistico così scintillante che viene il dubbio nasconda un motore magico o quantomeno misteriosofico. D’altra parte, come scrive Culianu, la magia nel mondo moderno, prima di una ricaduta nelle costrizioni scientiste, altro non è che «un metodo di controllo dell’individuo e delle masse basato su una profonda conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive». Una meta-scienza incentrata sul potere dell’immaginazione che lavora su quei fondamentali di psicosociologia che così bene sembrano funzionare in coppia con l’attivazione delle pulsioni sessuali: una “strategia di ritorno” che attraverso pupille dilatate e labbra rosse parla un linguaggio archetipico, di quei “sigilli siderali” a cui accennava già Ficino. Irreggimentato nel mondo ipersociale e tecnologico dell’oggi il mago-psicologo di Giordano Bruno torna, sfiorando da una parte il mondo dell’industria culturale, dall’altra le tentazioni del post-umano, come prototipo dei «sistemi impersonali dei mass media, della censura indiretta, della manipolazione globale e dei brain-trusts che esercitano il loro controllo occulto sulle masse occidentali». Ovviamente a noi non interessa nessun complottismo, nessuna chiacchiera rettiliana e neanche quelle pratiche di bassa lega che accorpano l’indagine dei videoclip alle congiure di palazzo, quanto piuttosto una valutazione della forza del simbolo come strumento di controllo del magico. Eppure niente di troppo complesso, in fondo è certamente più interessante da notare un nuovo taglio di capelli come indizio di un’affiliazione iniziatica che sviscerare ogni dettaglio sperando di scovare le ragioni di un successo commerciale; nella ricostruzione ideale di un fittizio clima di caccia alle streghe, è importante dirlo, è bene tifare per le streghe, portatrici di una matrice vitalistica in opposizione al grigiore socio-finanziario a cui il mondo del pop ci ha spesso abituato sciacallando di volta in volta rappresentazioni sessiste o razziali, il tutto ovviamente sospendendo un giudizio di qualità sulle produzioni musicali a cui eventualmente queste pratiche hanno portato.

I video della Perry si prestano da sempre al simbolo. Dark Horse (2013) ad esempio fa bella mostra dell’occhio di Horus in quasi ogni inquadratura, mentre la diva si impersona di volta in volta in Apep, la deificazione serpentiforme del caos, o in Isis alata, la dea che in ogni società occulta rappresenta la porta per la verità. Di questo brano l’esibizione più clamorosa rimane quella ai Grammy del 2014 dove la Perry rompe gli indugi e si fa introdurre da una voce fuori campo che recita: «She casts spells from crystal balls / Invoking spirits / She put me in a trance», saldando, un attimo dopo, attraverso la messa in scena il rapporto con la stregoneria. Sfere di cristallo, figure longilinee dalle corna piegate a capro, l’evocazione di un cavallo nero che rimanda all’equino apocalittico cavalcato dalla Carestia e di cui si accenna nell’Apocalisse di Giovanni, un vestito che tra le trasparenze sfoggia una templaresca croce rossa e poi la più tristemente nota delle rappresentazioni della strega: il rogo. La Perry in mezzo alle fiamme, aggrappata ad una scopa come fosse un palo da lapdancer, appaiando l’aspetto erotico a quello magico-iconografico.

Pure la recente Chained To The Rhythm – che è di per sé uno di quei grandi midtempo della Perry a cui viene naturale augurargli un bel remix polvere-di-stelle – ha qualcosa da dire in merito all’utilizzo di un linguaggio magico come controllo. Il messaggio è certamente più politico del solito: «Are we crazy? / Living our lives through a lens / Trapped in our white-picket fence / Like ornaments / So comfortable, we live in a bubble, a bubble / So comfortable, we cannot see the trouble, the trouble» canta riferendosi ad un’umanità addomesticata in un innocuo parco giochi (Oblivia/Oblivion), il cui logo è un criceto che corre dentro la tipica ruota. Oltre ad una critica semplicistica della contemporaneità Vigilant Citizen suggerisce una lettura “double think” in cui la chiamata alle armi della Perry ad un’umanità docile ed assonnata nasconde una volontà yes-global di rivoluzione permanente, che, ammettiamolo, fa bene il paio con la pubblicità ritirata della Pepsi in cui Kendall Jenner stigmatizza la rivolta di strada ed affida il marchio come strumento del potere biopolitico: «By creating specific “issues” and emphasizing solutions fixing these issues, the global elite has been hard at work creating a fully integrated world system where social and economic policies transcend national borders to be decided on a global level». La caccia all’indizio lungo il video si spreca, dalle citazioni orwelliane fino ad Essi vivono di Carpenter, dallo zucchero filato a forma di fungo atomico all’indottrinamento via occhialetti 3D come in un richiamo distopico della descrizione del futuro pilotata dalla General Motors alla New York World’s Fair del ’39. Ovviamente l’immagine plastificata di una leziosa rivoluzione del ceto medio americano può anche essere letta al contrario, e forse in ogni direzione, senza dover per forza sorreggere la lettura di Vigilant Citizen, c’è però un momento in cui la stregoneria torna a disturbare la scena che nel caso si risolverebbe come una semplice invettiva alla vanità del sogno americano; il white-picked fence, lo steccato bianco che delimita tipicamente le proprietà private, prende fuoco nell’esibizione ai Grammy Awards, corroborando con fiamme infernali la volontà di distruzione dei simboli stanziali. Predizione di un futuro di dolore? Ai Brit Awards le case prendono addirittura vita, tutoreggiate da due scheletri in odore di negromanzia. Qualcuno ha visto nelle due figure Trump e la May per cui vale l’endorsement alla Clinton, ma come spiegare la scelta di presentare un corpo di ballo formato appunto da case, non certo la struttura più sinuosa o il simbolo più seduttivo da proporre ad un pubblico di adolescenti? Venti nomadici e tribalità dei “nuovi deserti”?

Dark Horse, Grammy Awards 2014

C’è però chi è andato oltre la supposizione e ha accusato direttamente la Perry di fare affari col diavolo: un gruppo di suore ha tacciato la nostra di stregoneria e, senza giri di parole, di aver venduto l’anima al demonio. La vicenda è curiosa: due anni fa Katy ha offerto circa quindici milioni di dollari per comprarsi un intero convento a San Feliz in California, le suore si sono così opposte con ogni mezzo alla transazione sicure che la cantante potesse desecrare il luogo. La questione è finita davanti al giudice, che ha poi dato ragione alla Perry, previa autorizzazione del Vaticano; questo non ha fermato però le suore da utilizzare termini come witchcraft davanti alle autorità. Il convento, tanto per non farsi mancare collegamenti col maligno ed oltre ad essere stato teatro di suicidi, si trova accanto ad una villa in cui nel 1969 seguaci di Charles Manson assassinarono i coniugi Leno e Rosemary LaBianca, ovviamente seguendo il conosciuto e tremendo procedimento d’esecuzione rituale. Sorella Rita, nel corso del processo, ha inoltre incalzato la cantante su un’altra questione a cui ci preme accennare: cioè cosa ci facesse nel 2014 a Salem, località del Massachusetts diventata il celeberrimo simbolo della stregoneria mondiale a partire dalle terribili persecuzioni del 1692. Infatti, nello stesso anno dell’esibizione sabbatica ai Grammy, la Perry pensò bene di partecipare alla Salem Witch Walk, per molti nient’altro che un’attrazione turistica, per altri, come le suore in questione, un indizio in più, in cui le cronache ci raccontano di una Perry in visita al più antico witch store di Salem intenta a compiere “un incantesimo d’amore”. Le fotografie della scampagnata sono poi spuntate sui social, tra statue di draghi, cani vestiti da umani, sfere di cristallo e sedicenti streghe, senza farsi mancare una visita culturale al Witch Museum. In effetti nessuno sa cosa abbia portato alla Perry questa visita né dettagli su eventuali incantesimi, c’è però da dire che le ultime sortite pubbliche ce la mostrano in forma smagliante, finalmente a suo agio nello sfoggiare abiti perfettamente stregoneschi, bilanciando l’haute couture con una rivisitazione dell’abbigliamento da fattucchiera del nuovo millennio: al MET Gala di New York, tenutosi lo scorso primo Maggio, la Perry si è presentata con un Maison Margela disegnato da John Galliano di estremo impatto e dai probabilissimi sottotesti simbolici. Un décortiqué rosso in lana ricamata, stratificato su tulle e nastri di raso in “100% bright red witch”. È però il velo che copre il volto e si fa strascico a colpire di più, presentando due “torrette” di figure di geometriche a mo’ di corna posizionate ai lati della testa e la scritta in nero witness (“testimone”) sugli occhi. Testimone di cosa? Del fuoco? Inoltre la simbologia della sposa richiama senza dubbio uno dei più celebri dipinti di area misteriosofica del Novecento: La vestizione della sposa di Max Ernst, sul quale molto è stato scritto anche in chiave occultista. «Un mantello splendido e convulsivo, fatto dall’infinita ripetizione di piume rosse, senza eguali, di un uccello raro, indossato dai capitribù hawaiani» lo descriveva André Breton, senza fare menzione ad altri riferimenti come la sovrapposizione con la dea Minerva come parte del matrimonio esoterico o la testa di gufo che richiama la pratica del “volo notturno”, principale abilità attribuita storicamente alle streghe.

A questo punto, per chiudere il cerchio, non ci resta che sperare che Katy spunti pure nei report sugli spirit cooking, i rituali thelemici di Marina Abramović a base di sangue mestruale, latte materno, urina e sperma a cui, secondo i dossier di Wikileaks, hanno partecipato alcuni esponenti della campagna elettorale della Clinton, della quale la Perry in qualche modo ha fatto parte attivamente. Al contrario dei soliti bacchettoni che hanno visto come un indicibile oltraggio queste pratiche, a noi pare invece un’ottima strategia commerciale e politica, e che ci porti ancora tormentoni estivi strutturati sul nostro bisogno di superstizione.