il disco buono di FKA twigs

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Arrivai a FKA twigs in ritardo, forse ai tempi del video di Water Me: secondo EP, in giro già tutti ne stavano parlando un bel po’, lei usciva su Young Turks (che per me è l’etichetta degli Holy Fuck, vabbè) e aveva fatto un  videoclip incredibile in cui muoveva la testa in modo sincopato seguendo questi click impercettibili. Il produttore era Arca, uno di cui all’epoca sapevo meno che di FKA twigs. Mi è piaciuta da subito, come a tutti: il motivo fondamentale è che si pone come un genio in un giro nel quale tutti sembrano voler dare l’idea di essere stati dei punk o aver intuito il potenziale musicale del loro scaccolarsi, il che dà alla sua arte quella piacevole sensazione da giro nei bassifondi nella strada per una concezione del mondo più alta e multilivello. In lei tutto quanto sembra alzarsi ad un livello superiore, trascendente. I suoi video e quel poco che ho visto delle sue performance riscattano una ventina d’anni di sfiducia e aperta ostilità che riservo all’arte visiva applicata alla musica pop. Chiosa: voi siete fan dei video musicali? Io tendenzialmente li detesto, e generalmente estendo la cortesia anche ai visual dei concerti. I due maggiori problemi dei videoclip sono che 1 forniscono una chiave interpretativa ai pezzi in contraddizione con le immagini mentali che mi faccio, e 2 per via di alcuni equivoci culturali che stanno andando avanti da una cinquantina d’anni, tendono a mostrare gli artisti in una veste che anche ad un occhio distratto fa venir voglia di massacrarli con una scure. Tipo quelli che fanno le mosse rap con fare minaccioso guardando la telecamera con occhio di sfid(g)a o quelli che si guardano le scarpe con struggimento sulla cima di un palazzo a New York. Come si fa a prestare attenzione a musica e testi? Ecco, FKA twigs se non altro ha fatto in modo che tutta questa merda non la riguardasse. La sua roba viene evidentemente dalla sua testa, o comunque dalla testa di qualcuno che la testa la usa e sta disperatamente cercando di comunicare qualcosa a chi guarda/ascolta. Ha ridato al ballo almeno una parte della sua dignità espressiva ed accademica, senza necessariamente snaturarne il potenziale erotico-pop; ha investito sulle persone giuste, è stata presa sotto l’ala dalle persone giuste e andando avanti è riuscita ad imporsi come una delle più piacevoli incarnazioni del pop della sua epoca, che è sempre meglio che imporsi come una piacevole incarnazione contemporanea di un’incarnazione del pop di vent’anni fa.

Purtroppo fino ad oggi la sua musica non è stata un granché. Le impressioni di gentilissimo e impalpabile pop sperimentale dei primi EP potevano persino sfociare in qualcosa, ma si sono risolte in un disco d’esordio che nei momenti migliori sembrava una declinazione di certi Portishead riproposta in malafede (e nei momenti peggiori faticava a dare di sé una blanda sensazione di esistenza, in questo abbastanza simile se vogliamo alla musica dei compagni di etichetta The XX). È probabile fosse colpa del mio mood le volte che l’ho ascoltato, o più probabilmente di una particolare congiuntura storica che tende a far sembrare chissà cosa la musica senza qualità, a patto che abbia un briciolo di groove sincopati e non rompa il cazzo. Un peccato. Da questo punto di vista, in ogni caso, il nuovo disco di FKA twigs sembra tutta un’altra minestra: la musica scorre bella oliata con molta meno vergogna di starsene dove sta (intendo le playlist di quelli di RA). Non è che elimina del tutto il rischio-Portishead, ma limita al minimo gli svolazzi e si concentra sulla canzone più di quanto FKA twigs abbia mai fatto, in un modo che sembra riuscire a far esistere M3LL155X anche indipendentemente dai video girati in coppa al disco i quali comunque continuano ad esser parecchio fighi. Sospetto che il prossimo disco lungo sarà comunque un coacervo di panzane pretestuose, ma per ora mi godo il momento.

Refused – Freedom

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We want every day and every action to be a manifestation of love, joy, confusion and revolt. This is the last that we have to say about it, WE WILL NOT GIVE INTERVIEWS TO STUPID REPORTERS who still haven’t got anything of what we are all about, we will never play together again and we will never try to glorify or celebrate what was.

Questo stava scritto in una lettera aperta, scritta dai Refused e pubblicata sul sito di Burning Heart, a commento dello split. Una dozzina d’anni dopo sul sito del gruppo appare un’altra lettera, a commento della reunion e dell’annuncio di una loro performance a Coachella:

We never did “The shape of punk to come” justice back when it came out, too tangled up in petty internal bickering to really focus on the job. And suddenly there’s this possibility to do it like it was intended. We wanna do it over, do it right. For the people who’ve kept the music alive through the years, but also for our own sakes.

Matteo dice “I gruppi tornano insieme. L’acqua è bagnata, il cielo è blu, e i gruppi tornano insieme.” Sia io che lui abbiamo accettato l’idea passando una fase di iniziale entusiasmo e il down successivo. Il fenomeno della reunion è passato dall’essere un evento stellare a diventare un’avvilente pratica impiegatizia e poi un passaggio obbligato della normale routine di un gruppo rock, il tutto nel giro di una decina di anni scarsi. Gli ascoltatori possono commentare e piangere miseria ed esaltarsi come bambini ma -come in fondo per ogni altra questione legata alla musica pop- in un arco temporale sufficientemente lungo non frega un cazzo a nessuno. I Refused hanno suonato a Coachella e proseguito con un tour di grande successo, poi sono tornati in naftalina fino all’annuncio della cacciata di Jon Brannstrom che presuppone l’inizio di una seconda reunion, questa volta in pianta stabile e con un disco in arrivo.

Poi il disco è uscito davvero a fine giugno, nome Freedom, etichetta Epitaph. Elektra apre il disco ripetendo decine di volte slogan tipo Nothing has changed o anche The time has come, there’s no escape (immaginavo). Il disco è pensato e realizzato come una soluzione di compromesso tra i vecchi Refused, le “””nuove””” concezioni produttive del metal (cioè far suonare ogni gruppo come se fossero i Protest The Hero) e il bisogno di suonare con qualche tempo dispari per sentirsi innovativi e non allineati. Se fosse uscito identico a nome di un altro è probabile che non sarei arrivato alla traccia 5, e li avrei bollati come un patetico gruppo di mathcore muscolare studiato a tavolino con quindici anni di ritardo sulla tabella di marcia e un incomprensibile bisogno di infilarci qualche passaggio alla Refused. Della maniacale sobrietà vintage-HC che dava quell’equilibrio allucinato a SongsThe Shape ovviamente non c’è traccia, sembra proprio essere scientificamente sostituita dalla ricerca della complessità e del numero ad ogni costo. Un disastro assoluto.

Un mio grosso problema come ascoltatore, credo sia un problema comune a molti, è che mi aspetto che gli artisti abbiano di se stessi un’opinione simile a quella che ho io di loro e che decidano di muoversi in un modo o nell’altro a seconda di quello che io penserei. Sono fermamente convinto che la musica appartenga più agli ascoltatori che agli artisti, e tutto sommato credo sia un modo giusto di viverla, ma mi capita spesso di ascoltare dischi nuovi, vedere concerti, guardare foto promozionali e chiedermi il motivo. In fondo è una cosa molto egoista e non ho il diritto di farlo: i gruppi decidono la musica che vogliono fare e i posti in cui vogliono suonarla, gli ascoltatori decidono se andare a vederli, comprare il CD o continuare imperterriti a scandagliare i buchi tra le dita dei piedi in cerca di residui tossici.

La sovrastruttura politica militante dei Refused era ridicola già negli anni novanta, tutto sommato: a vent’anni leggi quei proclami e quelle teorie nel libretto del CD, durante le interviste il gruppo si sbraccia per sembrare più colto acuto e lungimirante dei propri ascoltatori; tu hai la stessa opinione di quelli che ti vivono attorno, le canzoni sono pazzesche e ti può capitare di andarci sotto. La fama dei Refused è soprattutto postuma, e dovuta solo alla bontà musicale dei pezzi –se quelle canzoni parlassero di figa e motociclette sarebbero piaciute più o meno alle stesse persone. Dennis Lyxzen ha continuato a fare cose, quasi mai rilevanti, quasi sempre con quel piglio da militante anarchico con cui non riesco più a fraternizzare. A trentasette anni posso permettermi l’onestà intellettuale di ammettere che è soprattutto colpa mia; che aspettarmi che gruppi come i Refused non tornino in attività e non incidano altri dischi, e poi arrabbiarmi e sputar sentenze se succede, è una cosa molto egoista. Hanno tutto il diritto di autodeterminarsi, scaricarsi la gente come me dalla coscienza, continuare a fare il loro lavoro ed avere accesso ad ogni soddisfazione emotiva, artistica e monetaria. E abbiamo tutto il diritto di non comprare le loro nuove cose, saltare i loro concerti e alzare il sopracciglio se ci capita di ascoltarli, ma non possiamo continuare a rompere le scatole con questioni morali di bassa lega.

Ciò non toglie, naturalmente, che il loro nuovo disco sia una ciofeca.

100 canzoni italiane #12: GIOCA JOUER

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Odio questa canzone. C’è sempre stata, e l’ho sempre odiata. Ha attraversato la mia vita con quella melodia a ticchettare in sottofondo come una specie di acufene del cazzo. Posso solo immaginare cosa sia stata un’esistenza in un paese e in un’epoca storica in cui il Gioca Jouer non sia mai esistito, in cui le persone sono libere da quel fardello. Sto pensando da settimane a una canzone pop che odio più di Gioca Jouer, anche a livello internazionale, ma non sono riuscito a trovare nulla che possa davvero insidiarne il primato sui miei nervi.

La genesi del pezzo è raccontata, tra le altre cose, nell’autobiografia di Claudio Cecchetto uscita l’anno scorso. Si chiama In Diretta, sottotitolo Il Gioca Jouer della mia vita. L’ho visto impilato in un autogrill a novembre, non ho resistito e l’ho portato alla cassa. Ho sfogliato qualche pagina in macchina e ho finito per leggerne metà, in un’oretta e mezzo, prima di ripartire dall’area di servizio. In diretta è un libro strano. È scritto in maniera molto ombelicale e si basa su presupposti ideologici agghiaccianti che capisco solo in parte, forse perché non sono molto ferrato nelle autobiografie dei personaggi di successo: la storia di un magnate dello spettacolo e della cultura del divertimento, scritta in prima persona con le faccine e la parola in diretta in grassetto. I racconti sono brevi e poco complicati, scritti abbastanza evidentemente in prima persona ed intervallati da capoversi in corsivo che fissano alcuni punti chiave del discorso, morali della favola, imperativi morali, riflessioni ex-post. È un’opera genuinamente appassionante, si divora in un boccone e va giù fino alla fine.

Quando esce Gioca Jouer, Claudio Cecchetto non è ancora Claudio Cecchetto. Nel senso, è già un personaggio in rapidissima ascesa a cui è stata affidata la conduzione del festival più importante della TV italiana, ma non è ancora diventato tutto il resto. Il pezzo mette insieme una serie impressionante di elementi a cui associo il male puro, nella musica e più in generale: i balli nei villaggi vacanze, le persone che s’incazzano se sbagli i passi dell’hully gully, l’inquietante figura dello speaker da discoteca e le canzoncine con il balletto al campeggio della parrocchia. La teoria di Cecchetto era di trasportare tutto in un contesto pop e dare i comandi a voce. Una cosa alla portata di tutti, pensata e realizzata per fare un video e riempire le piste di imitatori a buon mercato. L’idea di Cecchetto viene accolta con entusiasmo da Giancarlo Meo, che gira la palla a Claudio Simonetti, il quale s’inventa al volo il ritmo e la melodia (“strutturata su un tempo terzinato, quello tipico della tarantella”). Elio Cipri di Fonit Cetra, il babbo di Syria, fiuta il successo e convince Cecchetto a bloccare il singolo per qualche mese allo scopo di farlo diventare la sigla del secondo Sanremo di cui Cecchetto è presentatore. Diventa un successo immediato e sterminato. In uno dei festival più poderosi della storia (la vittoria matta di Alice, canzoni in gara del tenore di Maledetta primavera, Tu cosa fai stasera, Ancora, Sarà perché ti amo e via di queste), il bestseller assoluto sarà una delle canzoni più stupide mai ascoltate nella storia di questo paese.

Le canzoni stupide godono di una discreta letteratura. C’era un bel pezzo sulla storia di The Lion Sleeps Tonight ad esempio, o un libro di Dave Marsh su Louie Louie e relativi articoli a commento. Credo di ricordare un racconto di Peter Buck che dice di aver cercato per anni di scrivere una vera e propria canzone stupida con i REM e di non essere arrivato mai oltre Stand. È senz’altro vero, del resto, che molte delle canzoni più importanti del pop siano pezzi così poco complessi da sembrare fatti apposta per entrare nella testa della gente, rimanerci per trent’anni e venire risputati fuori sotto forma di premesse culturali. Molta letteratura e molto cinema seguono gli stessi criteri. Un’altra teoria che può riguardare Gioca Jouer è quella per cui si deve tirare fuori il massimo risultato da un numero quanto più limitato possibile di opzioni a disposizione –ma forse tirar fuori il minimalismo è un po’ azzardato. Sia quel che sia, non è azzardato definire Gioca Jouer la Louie Louie degli anni ottanta italiani.

Io, personalmente, non sono mai riuscito a superare l’odio feroce. Da ragazzo ho scelto ascolti relativamente snob e mi sono riavvicinato con un briciolo di fatica, da persona adulta, alla musica popolare. Apprezzo un po’ di trash in quanto tale e mi trovo spesso ad apprezzare cose che chiunque trova dozzinali e ridicole; ma Gioca Jouer non ce l’ho mai fatta. Credo di riuscire a intuire il genio dietro la semplicità con cui parole e musica s’incontrano, ma quando sento partire le note la mia mente pensa automaticamente a situazioni tipo Society di Yuzna, Essi Vivono, l’orgia di Eyes Wide Shut, il filmino di American Psycho e il massacro alla fine di The Addiction. Immagino questa situazione in cui notabili ricchissimi si riuniscono per festeggiare la propria supremazia, arrivano le ragazze, parte la musica di sottofondo, si spogliano e cominciano a scoparsi a vicenda mentre si guardano allo specchio e fanno OK con le dita. A un certo punto s’iniziano a intravedere le escrescenze alla base del collo e poi partono gli sbocchi di sangue. Credo sia dovuto alla sgradevolezza generale dei personaggi coinvolti, al concetto televisivo che sta dietro al tutto (la canzone non ha senso senza il videoclip) e a tutto quello che è successo dopo Gioca Jouer.

L’America la costruiamo qui, con Radio Deejay!”. Parole pronunciate da Cecchetto per convincere Gerry Scotti a non trasferirsi negli USA per provare la carriera da pubblicitario. Il personaggio dipinto dalla biografia è un simpatico ragazzotto di provincia, baciato da una serie di eventi fortunati, da un entusiasmo incrollabile e da un’ambizione artistica senza pari, che si spacca in quattro per tutta la vita allo scopo di imporre la propria visione al paese. A un certo punto, mentre sta parlando della sua esperienza al Sanremo del 1980 (il primo condotto da lui), tira fuori la parola “rivoluzione”. La stessa parola verrà usata usata qualche tempo dopo da Albertino, intervistato da Damir Ivic in occasione del ventennale del Deejay Time: “Il panorama radiofonico era già bello statico vent’anni fa, quando siamo arrivati noi – e abbiamo fatto la rivoluzione.” Vale la pena di concedere un briciolo d’indulgenza alle persone orgogliose del proprio operato, e in quest’epoca storica non c’è niente di peggio che l’understatement, ma fino a quanto è possibile rinegoziare il significato delle parole? Berlusconi parlò di rivoluzione liberale almeno in un paio di occasioni, per illustrare un programma politico basato sull’accodarsi ai vincitori cercando invano di superarli in astuzia o almeno beccarsi qualche briciola (aderirono tutti, entusiasti e sorridenti). Non è facile stabilire quale lemma, tra libertà e rivoluzione, ha preso più calci in faccia dagli anni novanta ad oggi.

Claudio Cecchetto era la testa di ponte di un movimento riformista che operava all’interno del mercato radio-televisivo italiano. Un movimento che era stanco delle sviolinate old skool e delle canzoncine leziose del pensiero unico RAI e sognava la libertà, l’America, il divertimento, la cassa a quattro quarti, lo svago e tutto quello che sarebbe rimasto impigliato alla rete. Intorno a metà degli anni ottanta Silvio Berlusconi riesce ad imporre il proprio impero mediatico, del cui lato giovanilista Cecchetto diventa il principale vessillifero. L’Italia under-20, una classe politica senza opinioni politiche concepita da Cecchetto alla fine degli anni settanta, è un luogo della mente in attesa di esplodere geograficamente, in cui le infrastrutture del divertimento stanno diventando satelliti di un unico pulsante centro del divertimento -un posto che stava da qualche parte tra la radio, lo schermo della TV e l’Aquafan di Riccione. Tutto quello che entra nell’orbita di Cecchetto in questo periodo diventa la cosa, per un lasso di tempo che variava indistintamente dai due giorni ai trent’anni. La serie infinita di successi dell’uomo, che copre quasi un ventennio di cambiamenti rocamboleschi in Italia, è la cronistoria di un takeover ostile mosso in seno alla cultura italiana.

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Dentro In diretta si parla raramente di arte, almeno non in senso classico -Cecchetto non è mai stato un Andy Warhol, e soprattutto non ha mai prodotto -nemmeno ci ha provato- dei Velvet Underground. I nomi che riempiono la sua autobiografia sono famosissimi e hanno mosso milioni di persone, ma nessuno di loro ha mai scritto un disco che sia considerato universalmente bello, o importante. Nel libro, invece, si parla molto di dati di vendita e audience. Il sistema in cui Cecchetto lavora è un sistema radio-televisivo, o insomma mediatico. È un apparato che si fonda sulla capacità dei singoli di drenare soldi e consenso da una parte o dall’altra, volontariamente o involontariamente, per un certo periodo di tempo. Pian piano è diventato l’unico modo di definire il successo e il fallimento dal punto di vista artistico: negli anni novanta sarebbe stato ancora possibile spernacchiare un musicista di merda che spaccava milioni di copie, oggi quella dei numeri è l’unica realtà. Buon per Cecchetto e gli altri, per carità. La sua stessa visione è spaccata in due -è lo stesso che racconta di aver dovuto sacrificare l’integrità artistica di Radio Deejay al momento di venderla.

Credo che a un certo punto la nostra nazione volesse essere diversa da quel che poi è diventata. Non ne ho la certezza perché sono nato nel ’77, e mi sono svolto l’adolescenza cullato dalla risacca della fine dei movimenti, senza sentirmi addosso la minaccia di venir menato dai fasci -o chi per loro, insomma. Le storie che sentivo raccontare, in ogni caso, erano storie di autodeterminazione, coraggio, serietà, morti per strada, stragi di stato. Le persone che le raccontano le hanno vissute sulla propria pelle, sono scampate faticosamente ad una fine cruenta e si sono riuscite a beccare un pulpito ben stipendiato da cui parlarne per il resto della vita. Un racconto che non sentiamo mai, invece, è quello di come la strategia della tensione sia diventata strategia della tensione evolutiva. Il 2 agosto del 1980 esplode la bomba alla stazione di Bologna; sei mesi dopo, quasi esatti, Gioca Jouer è la nuova sigla del Festival di Sanremo. Forse a un certo punto avremmo mollato le stronzate dell’appartenenza e saremmo riusciti a reinventarci come popolo, o forse no; in un caso o nell’altro, a un certo punto qualcuno ha intuito che tutto sommato davanti a noi c’era una via più semplice e appetibile: l’abbiamo buttata in caciara, ci siam messi a saccheggiare gli americani e vaffanculo –se a loro era andata così bene, a noi sarebbe bastato aggiungere la salsa di pomodoro della nonna. Da un certo punto di vista, assolutamente marginale, si potrebbe dire che ci siamo picchiati e uccisi in piazza fin quando non siamo riusciti a passare da un pensiero unico a due pensieri uguali.

Gioca Jouer è continuata ad esistere e a venir suonata. Il manifesto coatto e indesiderato di una generazione a cui è stata ricostruita chirurgicamente una nuova innocenza, più finta e sgarzolina, che ogni tanto sente il bisogno di ricantarsela. La più grande intuizione di Cecchetto è stata capire che l’Italia di Roma a mano armata  non vedeva l’ora di diventare l’Italia di Distretto di polizia, e da questo punto di vista era fin troppo logico che la musica di Gioca Jouer l’abbia scritta quello di Profondo Rosso. La lista dei danni perpetrati alla nostra cultura da Claudio Cecchetto è sterminata, e Gioca Jouer è solo la prima coltellata inflitta: Sandy Marton, Sabrina Salerno, Jovanotti, Fiorello, Gerry Scotti, Amadeus, dj Francesco, i Finley, Deejay Television, Fabio Volo, solo per citare i pezzi da novanta. Ho un debole per i primi 883, ma se andiamo sul secondo grado (Daniele Bossari, la Panicucci, Andrea Pezzi, Nikki, Dj Flash, Albertino, lo Zoo di 105, MTV Italia, Paola Maugeri e potrei andare avanti per quaranta pagine) va anche peggio. Decenni di popstar e animatori che non sporcavano in giro e non davano fastidio a nessuno; trentacinque anni dopo non ce li siamo ancora tolti dai coglioni, e francamente ormai sembra troppo tardi. Hanno invaso politica, sport, estetica, cultura, pensiero e quasi tutti vorrebbero essere come loro. Ovunque ti volti sono lì: accendi la radio o la TV o guardi un manifesto per strada o compri la mozzarella al supermercato e tutto risuona di quel tittitiritititti, come un acufene del cazzo, e poi i gerarchi con le escrescenze corporee da chirurgia plastica scopano le modelle minorenni rifatte e intanto fanno la mossa dello spray.

High On Fire – Luminiferous

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Continuo ad essere abituato a un altro tipo di metal, quello degli anni in cui lo ascoltavo -diciamo così. Musicisti vestiti come barboni che violentavano gli strumenti tirandoci fuori suoni mai ascoltati a memoria d’uomo, una continua battaglia a chi concepiva la forma sonora più estrema e radicale, quella più dissociata. Ascoltare il metal con quel briciolo di fierezza snob da adolescenti che si sbracciano da mattina a sera per fare la figura degli incompresi. Le trasmissioni in TV parlavano della musica e della sua capacità di unire, i nostri gruppi preferiti si facevano fotografare con un coltello in mano e un vaffanculo scritto sulla fronte con l’inchiostro simpatico: era roba che aiutava a sopravvivere e credo mi sia rimasta un po’ addosso.

In tutta onestà, però, non so dire se oggi mi piacerebbe ancora averci a che fare. Rimpiangere i bei tempi andati in cui il metal era rabbioso e violento significa rimpiangere la persona che ero, molto più che la musica che ascoltavo. E d’altra parte sarebbe molto più conveniente andare a cercare musica violenta in posti che non siano il metal -noise, techno e via di questo passo. Io semplicemente preferisco la musica accomodante, quella che ho già ascoltato da qualche altra parte, quella di cui in due minuti so dire vita morte e miracoli, padri putativi, inconsapevoli richiami, legami di parentela dichiarati o taciuti o ignorati; suppongo sia una cosa legata alla mia età, alla persona che sono, al lavoro che faccio e alla vita che ho scelto. Per semplificare il mio gruppo metal preferito del 2015 sono gli High on Fire: una storia vecchia di quindici anni che quando è iniziata era già il seguito di un’altra storia, la quale a sua volta era originale come sto cazzo. Gli HOF sono un gruppo il cui principale pregio è di essere sopravvissuto come una blatta alla crisi creativa dentro il metal, una band che s’è presa la briga di delimitare il proprio campo d’azione in tempi non sospetti, giocarsela su una concezione sonora non necessariamente in voga, e poi ricalibrarla fino a creare un suono basilare e violento di quelli che si ha sempre voglia di ascoltare ma che tutto sommato se non escono dischi nuovi, insomma, non è che ne fai una malattia. Matt Pike ha molto questa caratteristica di svanire lontano dai dischi e dai tour, di essere un personaggio impossibile da scacciare dall’immaginario quanto inequivocabilmente periferico e/o buono per due risate la sera che ci esci assieme e magari la promessa di ribeccarsi la settimana successiva sapendo che tutto sommato sticazzi. Come ogni volta, anche per Luminiferous il primo istinto è di metter mano alla tastiera e parlare di barbe e capelli e scintille lungo la spina dorsale, ricordare quando è stata l’ultima volta che è successo, tirare un bilancio sul metal e concludere che siano gruppi come gli High On Fire, sempre meno e sempre meno presentabili, a tenere alta la bandiera di un genere. Ma tutto sommato non serve nemmeno arrivare al secondo ascolto per smettere di farsi il viaggio e rendersi conto che l’unica boccata d’aria fresca che ci è concessa da Luminiferous è di poter ascoltare un disco fatto per piacere a dei trentacinquenni, in un genere musicale in cui tutti, non si sa per quale motivo, s’ostinano a suonare per piacere ai cinquantenni.

Una per Robin Williams, un anno dopo

Da bambino guardavo Mork & Mindy a casa dei nonni. O meglio, la sigla di Mork & Mindy: mi piaceva la canzone e il fatto che il personaggio fosse fatto di plastilina (che si muovesse, poi, un prodigio). Quel che veniva dopo, attori in carne e ossa e risate preregistrate, una noia mortale (peraltro del tutto incomprensibile ai miei occhi di bimbo). Così spegnevo il televisore e passavo alla fase due: allagare la stanza da bagno, cooptato e pienamente incoraggiato dal nonno. Erano dimostrazioni scientifiche, diceva. Delle teorie di Archimede, diceva. Per me Archimede era un personaggio dei fumetti di Topolino e quel che mi importava alla fine era allagare il bagno con Nano, nano, la tua mano apri piano ancora a rimbombarmi nel cervello. Avevo quattro anni.

De L’attimo fuggente mi ha annichilito il finale, come probabilmente per chiunque altro su questo pianeta. Arrivarci in compenso una conquista, un traguardo da meritare: lunghissimi, interminabili minuti a lottare con il sonno, con il buio, per non finire inghiottito dalla poltrona di un cinema di cui ho perso anche il ricordo. Discorsi e dinamiche di cui mi arrivava a esser larghi il 5%. Non riuscivo a entrare nel flusso, a dare un senso alla farsa indecifrabile che si stava dipanando e sembrava non finire mai. Non capivo il motivo di tanto affannarsi, di tanto penare. Un circo urlante, una festa, ma non era divertente, al contrario. Era uno strazio. Gli ultimi cinque minuti però in qualche modo mi sono arrivati; sarà stata la musica, l’enfasi montante, inesorabile, fino a raggiungere picchi wagneriani sul finale, in parallelo a quel che succedeva sullo schermo, azioni che finalmente capivo davvero. Tutto quanto messo insieme mi ha attorcigliato le budella, la gola, un nodo che all’improvviso mi era diventato impossibile sciogliere. La prima volta in cui ricordo di avere pianto guardando un film. Non per paura; era come liberarsi di un fardello. Avevo sei anni, mi ci aveva portato mio padre.

Robin Williams assomigliava a mio padre. Almeno fino a Will Hunting compreso (anche dopo, ma meno) la somiglianza ai miei occhi era impressionante. Prenderne coscienza mi faceva un effetto strano (il legame a ogni film sempre più saldo): come una riproduzione virtuale di situazioni familiari nelle sembianze di un altro, solo leggermente diverse. Il suo volto, certe espressioni più di altre mi squartavano; su tutte, lo sguardo quando il personaggio che interpreta viene ferito volontariamente, di volta in volta da un personaggio diverso, stessa meccanica. La reazione, istantanea, come il dolore si irradia dopo una coltellata inferta a tradimento: infinito stupore, assoluto sgomento, vedere il proprio cuore calpestato con gli anfibi, totalmente vulnerabile, totalmente inerme. Un libro aperto. Delle volte il personaggio che lo feriva volontariamente nella cosa vera ero io. Transfert impegnativi: rivivere attraverso lo schermo una replica moltiplicata alla N di stati mentali pure troppo ricorrenti. Chiodi nella carne cruda. In tutti i casi porte che sarebbe stato meglio non aprire. Eppure, mai smesso di farlo. Fino a qualche anno fa, quando il livello delle produzioni in cui Robin Williams finiva coinvolto, ormai da tempo in picchiata verticale, ha smesso di scendere per assestarsi sul nero stabile; le scelte (artistiche, imprenditoriali), proiezioni di una mente deragliata già da mo’. Roba talmente contorta o amara o respingente o imbarazzante o solamente triste da rendere impossibile proseguire il viaggio. Non ero il solo: la diaspora era cominciata da un pezzo, nessuna inversione di tendenza, e non accennava a fermarsi. Del resto, difficile anche solo immaginare chi potesse essere lo spettatore di un film con Robin Williams in quegli anni, chi scegliesse volontariamente di pagare il prezzo del biglietto o anche solo occupare novanta minuti del proprio tempo con quella roba. A parte, forse, Robin Williams.

Ricordo bene quando ho imparato che era successo, l’istante. Persone che da allora non ho più rivisto, device che per me sono ancora fantascienza; sospesi nell’Interzona che è più o meno ogni luogo dove ci si trovi pochi giorni prima di ferragosto, da qualche parte, non troppo tardi. Qualcuno la butta piano: è morto Robbie Williams. Penso immediatamente all’agghiacciante video di Come undone diretto da Jonas Akerlund, sorta di upgrade di Requiem for a dream film virato deboscio, visto una sola volta in piena notte e mai più dimenticato; un ricordo lontano, comunque a fuoco, ma è un attimo. Qualcun altro aggiusta il tiro, cellulare alla mano: il morto è Robin Williams. I dettagli nei giorni successivi, questioni di secondaria importanza, la meccanica conta poco: prima respirava, ora non respira più, questo è quanto.

Mai pensato a gerarchie di alcun tipo per i miei film preferiti; comunque La leggenda del re pescatore occuperebbe un posto molto in alto. Pochi altri hanno lasciato in me un segno altrettanto profondo, ancora meno hanno determinato il mio percorso umano in maniera altrettanto radicale, definitiva, inderogabile, rendendomi la persona che sono quando sento la terra ben salda sotto i piedi (quando non, altro discorso). Ancora oggi non esiste altro film che mi faccia sentire come mi fa sentire La leggenda del re pescatore, niente che nemmeno gli si avvicini. È come se avesse colto esattamente il punto. Ogni altra parola per tentare di razionalizzare l’orrore del mondo diventa superflua al confronto; giri a vuoto, come topi ballerini condannati a ripetere la stessa danza in eterno. Se mai si può imparare qualcosa da un film, lì è dove in assoluto l’ho imparato meglio. Non avevo mai visto La leggenda del re pescatore al cinema; VHS, televisione, DVD, la qualunque, mai abbastanza spesso, mai troppo volentieri. Ma al cinema ancora no. Ci sono riuscito l’anno scorso nel momento più opportuno, uno di quei giorni memorabili (secondo Flaiano non più di quattro o cinque nella vita, il resto volume) in cui tutto è dove dovrebbe essere, tutto va come dovrebbe andare; per un attimo il tracciato acquista un senso, a un tratto so bene dove sto, vedo chiaro dove sto andando. Non succede spesso. Lì è successo. Robin Williams era morto da un mese. Per me, il suo ultimo regalo.

Arto Lindsay @ Hana-Bi, 03/08/2015

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La maggior parte della gente che vedi a un concerto come quelli a cui vado io sembra seguire un programma di espiazione dei peccati. Io almeno a volte me li immagino così, presi bene a prescindere su un canovaccio che molto spesso se n’è andato a puttane una dozzina di anni fa, come un blando convivere tra sessodipendenza e paura di tirar giù i pantaloni in pubblico. Chi c’è stasera? Gli ex CCCP senza Ferretti che fanno un reading con Max Collini. FIGATA, andiamo. Domani quello che ha fatto due pezzi per la colonna sonora del film di Jarmusch, il giorno successivo qualche oscuro gruppo garage su etichette di seconda forza ma con la fama di band devastante dal vivo. Non te ne accorgi così bene come al concerto di Arto Lindsay, l’appuntamento che aspettavo con più fotta in tutta l’estate. Le persone sono cotte da un caldo improbabile, consumano bicchieri di birra con l’aria di chi non avrà un’altra occasione di bere qualcosa di liquido e si accalcano davanti al palco come se stesse per salire qualcuno tipo Robbie Williams. Hanno  stempiature uguali e contrarie a quella del cantante che sta per salire, un personaggio di prima forza di cui hanno letto il nome e con ogni probabilità ascoltato qualche disco, magari i due pezzi smerdati dei DNA che stavano dentro a No New York. Li vedi fremere esaltati con il cocktail che si sta svuotando e la paura di doverne ordinare un altro perdendo la posizione strategica, mentre altra gente arriva da dietro e inizia a fare il tappo col caldo e la situazione diventa d’un tratto sgradevolissima. Accanto a me tre tizi si prendono bene quando Chris, il padrone del posto che stasera fa anche da dj, suona il pezzo della Handsome Family che sta nella sigla di True Detective s01. Mentre la canzone va avanti iniziano a parlare di quanto faccia schifo la seconda stagione e per un momento sono tentato di intervenire nella discussione con il tono acceso e il cazzo girato, ma tutto sommato mi sono rotto il cazzo di tentare di spiegarlo pure ai miei contatti Facebook. Arto Lindsay arriva poco dopo, con in mano la sua chitarra, sempre la stessa -una Danelectro a dodici corde che produce suoni atoni e fastidiosissimi. La differenza rispetto ad ogni altro concerto di Arto Lindsay che ho visto è che stasera non c’è nessuno a fargli le musiche e le canzoni consistono in testi un po’ sussurrati e un po’ urlati con sotto le vangate di una chitarra affilatissima suonata da un musicista che in una carriera lunga quarant’anni non si è mai preso la briga di imparare un accordo. Le canzoni di Arto Lindsay sono fatte per un contesto diverso, quello dei vari O Corpo Sutil per capirci: suggestioni tropicaliste, sussurri, elettronica delicata. Le canzoni di Arto Lindsay, stasera, diventano abbozzi di rumore bianco montati su tessiture improbabili che di tanto in tanto sembrano incredibly strange music o la finestra su qualche pop rock del futuro. La gente, per la maggior parte, non gradisce e si toglie dal cazzo. Portano addosso le cicatrici di troppa roba interessante vista per spirito di completezza, smettono la dedizione da qualche parte nella seconda parte del concerto, si avvicina al bar per fare due chiacchiere o imbocca direttamente la via d’uscita. Lui conclude il live come l’ha iniziato, violenta le sue incredibili canzoni una dopo l’altra, ne riconosco una a malapena. Ripone la chitarra, saluta, parte la musica rassicurante di qualche disco dalla consolle, tutti passano oltre. La gente s’attarda nel piazzale, si stordisce con qualche altra chiacchiera e l’ultima birra, Arto Lindsay passeggia solo e smarrito come un umarell verso la riva del mare. Un killer.

CONTRO LA DROGA

l'ha fatta qualche genio su FB ma non ricordo chi

l’ha fatta qualche genio su FB ma non ricordo chi

Qualche mese fa ero a fare colazione nel solito bar. Era un lunedì mattina e la barista stava facendo vedere a qualche cliente i lividi al braccio sinistro. Raccontava di questo avventore che il sabato sera aveva bevuto troppo e quand’era ora di chiudere non voleva andarsene; la scena me la figuro io pescando da un repertorio di situazioni con cui ho avuto a che fare, manco servono i suoi particolari. Gli altri avventori che si mettono d’impegno e lo cacciano via e poi le bariste chiudono e lui si ripresenta e inizia a molestarle in modo tranquillo e a chiedere un’altra cosa da bere e poi qualcuno dice vattene e lui no dai aspetta e poi qualcuna di loro gli mette le mani addosso e lui si ribella dà uno spintone o tira un braccio e lascia lividi. Poverino, dice lei, è una buona persona ma quando beve.

Il bar è ancora aperto, naturalmente. La barista non ci lavora più da un mesetto e non so se le cose siano collegate ma credo più di no. Non credo che poliziotti e carabinieri abbiano avuto a che fare con la cosa, s’è risolto tutto con due pacche sulle spalle e una doccia tiepida. Mica i bar stanno aperti per denunciare chi consuma, dài. Le persone passano, si fermano al bancone, ascoltano la storia e regalano il loro giudizio, quasi sempre comprensivo, meno spesso accusatorio o intollerante. Qualcuno ci tira fuori una morale, si sente integro, a me di bere mi capita anche ma una scenata così io, presente? Ok. A colazione son tutti belle persone. La statura morale dei censori svanisce poco dopo  aver pagato il cappuccino. Whatever works.

Una volta un tizio che conoscevo è morto in un incidente in moto. Una storia un po’ triste e un po’ banale come ce ne sono a bizzeffe, manco in discoteca, manco c’entrano le ragazze. La gente se ne va spesso alla chetichella in questi modi imbarazzanti: tre o quattro birre intanto che giochi a biliardino, finisci di vedere un film nella TV del bar, magari quegli horror che passavano su Italia Uno in seconda o terza serata. I bar sono circoli Arci Aics Endas o quel che è, sopravvivono alla meno peggio nei paesi coi nomi buffi che stanno nella campagna cesenate, vengono gestiti da ragazzi che lo fanno come secondo lavoro. Questo tizio ha preso la via del ritorno con uno scooter truccato di quelli che qua ce l’hanno tutti: solo quattro chilometri, poche curve, una l’ha vista troppo tardi, autopsia funerali e tutto il resto. Nel tuo giro di amici ce n’è spesso uno che si diletta con la poesia, magari non lo sa nessuno e poi leggi la poesia nel cartello da morto al bar e al funerale son tutti sconvolti. Il tizio che gestiva il bar era in lacrime, qualcuno lo guardava di traverso come se fosse stato lui a ucciderlo. Nessuno l’ha mai affrontato direttamente, non sono arrivate ordinanze per chiudere il circolo. Anche Italia Uno, a quanto ne so, non è stata chiusa.

Appartengo a una generazione per la quale drogarsi, tutto sommato, è sempre stato figo. Decidete voi cosa significhi la parola “drogarsi”. Io sono stato relativamente bravo con le cose illegali ma non posso dire di esserlo stato con la birra Moretti.

(Avete mai notato quanto è indisponente la parola alcool? Sembra proprio esattamente una sostanza che dà dipendenza e ti porta a pestare moglie e figli. Birra Moretti invece sembra una cosa consapevole, pura old skool, una roba che viene da campagne sperdute ove i vecchietti non guardano i lavori in corso da dietro la recinzione e si fanno crescere questi meravigliosi baffi a manubrio)

Non mi hanno mai dovuto cacciare fuori da un posto a pedate, non ho messo in piedi delle risse, non ho lasciato lividi addosso a una barista e credo sia successo molto raramente che io abbia rovinato un sabato sera ai miei amici. Dei miei amici ho imparato a conoscere il carattere, sapere con chi è bene uscire una sera che sai si berrà e da chi stare alla larga. Il cinquanta per cento delle persone che ho frequentato il sabato non ha mai avuto comportamenti molesti sotto l’effetto di alcool e droghe; l’altro cinquanta per cento è composto perlopiù da gente che è stata molesta una sera o due in tutta la vita. Una minima parte tende a bere spesso e comportarsi male in modo sistematico. Di solito finiscono emarginati nei circolini di quartiere, panciuti e storditi, a remare le bariste ad orario chiusura; gli altri finiscono ad elargire giudizi e pacche sulle spalle a ora colazione. Noi fortunatamente faccia parte dei secondi: abbiamo smesso di girare i locali e ci vediamo a cena a casa di amici, ognuno porta una bottiglia di vino su cui, grazie a dio, può spendere più di dieci euro. Ubriachi entro le nove di sera, grigliata e verdure a fare un po’ di fondo, segno della croce sulla via di casa.

I locali che frequento sono fatti di persone come me, ultratrentenni. Il numero di risse dovute a qualche testa di cazzo che si ubriaca e non sa autogestirsi è irrisorio: ricordo la cosa essere legata soprattutto al mio passato, scorribande in riviera dentro utilitarie stracariche di ragazzetti con il fumo imboscato dentro i calzini, due tizi che si davano appuntamento fuori, venti persone che un po’ li fomentavano e un po’ erano pronte a intervenire. Ogni tanto ho dovuto assistere un amico che aveva preso qualcosa e stava male, ho portato al pronto soccorso qualche coma etilico e tutto il resto, pregare di risentirsi tranquilli la domenica pomeriggio con un mal di testa nucleare e tutto il peggio alle spalle.

(poi arriva l’età della ragione e le persone diventano consapevoli. Ieri ero a vedere un concerto a una dozzina di chilometri da casa, ho bevuto un litro di birra per pura cordialità: birretta con tizio, birretta con caio, Mirko! Che fai qua? Birretta. Fortuna che nessuno aveva portato la ganja)

Dopo che il ragazzino è morto al Cocoricò mi sono trovato in conversazioni real life sulla questione. Non ho ben chiaro quale sia la questione, a dir la verità. Il principale problema sembra essere che i ragazzini di oggi si permettano cose che noi non ci permettevamo, e si cerca di capire di chi sia la colpa. Di solito la colpa viene data a genitori troppo permissivi, a posti in cui non vige alcun controllo all’ingresso, a un legame troppo stretto tra club culture e droghe, alla sfiga e ad altre cose su cui francamente non credo sia sensato pensare di poter intervenire. Il questore ha chiuso il Cocoricò per quattro mesi e la gente sta prendendo posizioni a favore o contro la decisione: il terreno legale non è il mio campo, suppongo che dipenda da come vengono presentati i casi e in fin dei conti me ne sbatto le palle se il Cocoricò è aperto o chiuso. Sicuramente questa cosa segnerà un drastico calo dei consumi di MDMA nella riviera romagnola, sì sì.

Personalmente non credo che i sedicenni di oggi vogliano uscire di testa meno dei sedicenni di vent’anni fa, né che abbiano più occasioni di farlo. In un caso o nell’altro, se hai lasciato correre per vent’anni o più (diciamo quaranta, dai) ora puoi stringere il nodo quanto ti pare. Forse, in una prospettiva decennale, giri di vite come quelli che portano ad esultare per la chiusura del Cocco riusciranno a convincere che una specifica droga illegale non sia poi così piacevole da prendere, ma sappiamo con abbastanza certezza che per allora saranno disponibili tre o quattro nuove (piacevolissime) droghe illegali, che nessuno avrà interesse a continuare col giro di vite una volta passata la bufera, e che le droghe legali continueranno ad essere permesse nei posti (anzi, benvenuti e grazie per i campioncini) e a fare morti sulla strada verso casa. Perchè? Perchè vogliamo drogarci, è piacevole, è culturalmente figo, sostenuto da tutti e osteggiato solo da personaggi che fanno venir voglia di sballare per contrappasso. Questa cosa riguarda i sedicenni del 2015 come quelli del 1986, i trentacinquenni e i cinquantenni di oggi, nonni padri figli nipoti e via andare. Ci sono due soluzioni a questa cosa: la prima è tornare al proibizionismo, e non succederà perchè non lo vuole nessuno. La seconda è iniziare a pensare a questa cosa come a un’esigenza e un’occasione, dare la possibilità alle persone di accedere a quante più droghe legali e controllate possibile, con le avvertenze scritte nella confezione e le responsabilità legali divise tra consumatori e produttori. E non succederà nemmeno questo perchè pare brutto pensare che la gente vuol drogarsi. Non dico voi, ma provate a chiedere a quelli in macchina con voi.

Bassa diva (e il titolo è l’unica cosa irrispettosa di questo report sullo straordinario concerto di) Björk a Roma

Bjork te l'ha alzata in faccia

Crisi finanziaria, conflitti nei Balcani e Islam radicale, va bene – ma le dinamiche dell’essere fan musicali, ecco un tema che meriterebbe fiumi d’inchiostro e accanimento intellettuale. Perché siamo tutti sempre pronti a comprare (ok) dischi e a sbranarci su chi va bene e chi va male, ma se fino a un certo punto nella storia – io tendo a dare la colpa a Justin Timberlake e al suo primo, irresistibile LP, ma probabilmente la palla di neve era già diventata valanga* – era abbastanza chiaro quali dischi ascoltassimo noi, e quali tutti gli altri, in questa società decadente è tutto diventato un indistinguibile pastone, e il pop da classifica va bene esattamente quanto i gruppi alternativi (che, generalizzando con esattezza, fanno tutti schifo). In poche parole, gli anti-valori diventati oggi valori (fare soldi, possedere tecnologia, essere creativi eppure ricchi, fare soldi, avere un’occupazione con nome in inglese) hanno contagiato anche la musica e artisti come, non so, Rihanna o Tiziano Ferro sono considerati dei vincenti totali, apprezzabili e apprezzati da ogni punto di vista, quando nel 1996 i punk si sarebbero messi le loro magliette strappate danzando al suono della rivolta (cioè un concerto dei Punkreas) (tutto sommato, meglio oggi). In questo contesto, direi mutevole e in continua trasformazione se questo pezzo lo stessi scrivendo per l’azienda in cui lavoro, i veri outsider sono pochi, selezionati artisti, la cui coolness passata è svanita, quella attuale tutta da dimostrare, e che mantengono un’originalità positiva, che ti permette di andarli ad ascoltare e dire: oh, una roba diversa.

Per anni ho pensato Björk portasse sfiga. Credo che il concerto di ieri, a cui ho alla fine assistito, forse spezzando l’incantesimo, sia il terzo da lei tenuto a Roma negli ultimi – mah – 15 anni. La prima volta era al Teatro dell’opera, credo. Andai come uno stronzo a fare la fila fuori da Orbis (su Orbis, unico luogo deputato alla vendita di biglietti di qualsiasi cosa a Roma fino ai primi anni 2000, prima o poi un lungo reportage d’odio), da ore prima dell’inizi della messa in vendita, ma i biglietti finirono poche persone davanti a me. Nel 2008 avevo il biglietto ma non andai a causa di un imprevisto (di cui non ricordo assolutamente le circostanze), ma l’amico che andò al posto mio mi disse che non era stato niente di che.  Tensioni di ogni tipo e su ogni fronte hanno infine accompagnato quest’ultimo concerto di ieri, e mentre alla fine stavo andando sono arrivato a tanto così da un clamoroso incidente in motorino – il Pepe Benelli ha preso vita su Viale Parioli alzandosi sulla ruota posteriore e sbandando da tutte le parti, ma l’ho domato, come quei cowboy magri e gay del film con Jared Leto premio Oscar. Ma sono qui, sono salvo. Björk  non porta sfiga. Avrete il vostro reportage.

Non so bene come il primo e il secondo paragrafo di questo pezzo c’entrino con quello conclusivo, cioè questo, in cui in qualche modo dovrò far quadrare i conti tra i due e riportarli alla circostanza che ieri sera ho visto Björk dal vivo, ed è stata grandiosa. Ho solo giustapposto un abbozzo di riflessione vagamene seria e una cronachetta autoindulgente da blog – in questo mi ha influenzato il tenutario di Bastonate, Francesco –, e ora vado avanti per forza, con questa arietta da cazzo da ragazzo divertente (ma dove ragazzo? Ma dove divertente?), questa ironia protettiva di cui scrivevamo tempo fa e che rende l’Internet, a sua volta, un unico super-testo assolutamente identico in ogni punto (uso “super” non nel senso di “sopra” come fareste voi filosofi, ma nel senso di “grosso”). Björk, se scrivesse su Internet, non scriverebbe in questo modo, ma in un modo non esattamente afferrabile, non proprio mainstream, eppure apprezzato da tanti, come per le dive della lirica. Björk rimane a oggi, non so se l’unica, ma forse la più grande artista della musica che quando esistevano i negozi di dischi si chiamava pop o rock o entrambi. Non fa compromessi, se ne fotte di essere compiacente (setlist basata sull’ultimo, splendido disco, suonato quasi per intero), quando ha finito – molto presto – dice “grazie” e se ne va, senza degnare di uno sguardo i costumi buffi e björkiani di parte del pubblico, lasciando la terra che trema. Trionfo della consistenza nel mondo che si sgretola.

*Oh mai riuscito da bambino – e sì che ci ho provato mille volte – a fare quella cosa che si vedeva in un sacco di cartoni, cioè prendi una pallina di neve, la fai rotolare per il pendio e quella diventa una palla gigante e assassina (ora che ci penso, questo sarebbe un soggetto perfetto per un video di Bjork, solo che la palla di neve avrebbe la faccia di Bjork e ci sarebbero ragni e scarafaggi a buffo). Ho fatto un figlio apposta per riprovare, tra tre-quattro anni vi so dire.

Una per i trentacinque anni di “Closer”

 

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Del Corvo ho letto prima il fumetto, il film l’ho visto dopo. Niente TV, poche stazioni radio, in proporzione una bella dose di informazioni inutili con cui sono stato riempito negli anni formativi viene dai fumetti. Mi piacevano i fumetti, senza distinzione. Da Dylan Dog a Tank Girl più tutto quel che stava in mezzo e oltre. La mia mente era una spugna, assorbiva tutto. Il problema era riuscire a metterci le mani una volta esaurita la paghetta, che era misera e finiva sempre troppo presto in proporzione al bisogno. A volte ho rubato, a elaborare il senso di colpa mi aiutava Kevin: se ti serve tanto una cosa e tu non hai i soldi, la puoi anche prendere in prestito. Ripensavo a quelle parole e mi passava. Il Corvo l’ho comprato. Due numeri a tremila lire – il terzo.tremila e cinque, quei bastardi – in mezzo un numero zero a duemila e stop: una spesa affrontabile. Mai nemmeno considerato l’edizione limitata, mai collezionato roba; nessuna fascinazione per l’oggetto in quanto tale, contava il contenuto, e mille lire in più o in meno per me erano soltanto mille lire in più o in meno. Mezzi per un fine, tanto per restare in argomento. È stato bello finché è durato e per molto altro tempo ancora Il Corvo. Troppo breve (ma non è sempre così per tutto?), quando è finito ci ho messo un po’ a elaborare la perdita. Avrei voluto continuasse. Quasi ogni capitolo portava il titolo di un pezzo dei Joy Division; così li ho scoperti, senza averne ascoltata una sola nota. Pochi anni più tardi, Closer mi è esploso in faccia.

È stato il primo, non sono andato in ordine cronologico. Copie bootleg orrende giravano in vinile a prezzi sostenibili, tanto bastava; una bella copertina e un vago ricordo le spinte finali per entrare nel tunnel. Mai sentito altro prima di Atrocity exhibition, il primo pezzo. Da lì il resto, combustibile per un fuoco che non ha smesso di ardere da allora. Avevo fotocopiato i testi tradotti a scuola. Senza sarebbe stata solo bella musica, strana e vagamente respingente, vagamente ostile. Altra cosa con le parole sotto gli occhi nero su bianco, condizione necessaria per dare un mio senso a quei lamenti. Entrarci, come una mano dentro un guanto nuovo, dell’esatta misura. Raramente è stato più facile, più chiaro; una verità ovvia.

Se ci arrivi presto è come se ci arrivi tardi: burocrazia, atto dovuto, comprare un vestito senza averlo provato e farselo andare bene; disfarsene senza rimpianti quando smette di fare il suo. Ma se ci arrivi al momento giusto è una rivelazione in grado di svoltare un’esistenza, di determinarla. Abitarlo per mesi o anni o una vita la logica conseguenza. Non viverla benissimo comunque, come per ogni altro classico personale, sempre in trincea: chiunque ne oltrepassi la linea di confine un invasore, la certezza che il disco parli a te soltanto, parole che nessun altro al mondo potrà comprendere mai, non allo stesso grado di intensità (semplicemente inaccettabile formulare il pensiero). Trip del genere. Rain Man al quadrato. Incidentalmente potrei dire lo stesso per una marea di altri dischi, per altri motivi, tutti validi secondo il mio sistema di valori. E come altrimenti.

Quando qualcosa è parte di te la porti dietro sempre, non importa il contesto. Continua a farmi strano vedere più di una persona in un locale dimenarsi sulle note di un loro pezzo – di solito Love will tear us apart (chissà perché sempre quella poi) – incastrato a viva forza tra una prescindibile merdata e la successiva. Lo stesso imbarazzo di seconda mano che mi assaliva per Smells like teen spirit sparata a tutta birra alle feste del liceo, decontestualizzata con violenza e brutalità paragonabili a uno stupro di gruppo moltiplicato all’infinito. Un riempipista. Quando il fastidio ha oltrepassato il livello di guardia ha coinciso con quando ho smesso di farne una questione. I dischi esistono per essere ascoltati.

Per anni non ho visto una foto di Ian Curtis. Per anni ho pensato fosse nero, nel senso di africano. Il suono della voce unito a nessun supporto visivo a confermare o smentire mi aveva portato a tracciare l’obbligatoria conclusione, a esserne convinto. Lo immaginavo bluesman deragliato, lo stato mentale che mi arrivava era quello: stare male, molto male, dentro qualche baracca gelida in nessun posto in particolare. Il resto sfumature.

Poi è arrivato il momento in cui un dettaglio del quadro generale è entrato a gamba tesa nel vissuto personale penetrando dall’esterno, mi ha invaso. All’improvviso e per sempre è diventata una questione privata; uno slittamento di piani ha dato un preciso significato, un peso specifico, una consistenza a tutti i giorni e anni precedenti vissuti nell’attesa del momento ora raggiunto, il momento del crollo. La colonna sonora più appropriata girava già dentro di me, da anni.

Closer è uscito trentacinque anni fa. Francesco me l’ha ricordato. Mai celebrato l’anniversario, sempre ignorato mese e giorno. Contrappasso definitivo, ironia suprema: dopo decenni a tenermi compagnia, miliardi di ore spese a scandagliarne ogni piega alla ricerca di nuovi elementi che rafforzassero un legame comunque fin dal giorno uno profondo più dell’oceano, del tutto ininfluente la mole di film, libri, contributi di ogni provenienza e natura sull’argomento (scansati di default o entrati da un orecchio e usciti dall’altro), a sopravvivere più a lungo nella memoria e nelle budella niente e nessuno dei suddetti, in molti sensi la nemesi assoluta. Una cover.

Le cover sono croce senza delizia il più delle volte. Con i Joy Division poi la possibilità di fallire miseramente diventa invariabile certezza – oltre che spietato indicatore del grado di assoluta incoscienza e straordinaria presunzione degli autori dello scempio – senza passare dal via, matematico. A parte un paio passabili (Nine Inch Nails, Dead souls; Codeine, Atmosphere) riconosco una sola eccezione: Transmission rifatta dai Nomeansno, in qualsiasi forma, esibizione e contesto. Mai smesso di ascoltarla, mai ascoltata troppo. La preferisco all’originale. Non saprei spiegare perché, ancora oggi per me non esiste nient’altro che anche solo le si avvicini. Un detonatore. Appena parte il giro di basso le lacrime rotolano giù (come dicevano i Tears For Fears), è incontrollabile. Mi ricordano che sono ancora vivo, non importa per quanto, non finché i fratelli Wright si sgolano ripetendo ossessivamente dance dance dance dance dance to the radio come fosse la sola cosa sensata da urlare con quanto fiato un corpo possa contenere, fino al collasso; di colpo ogni casualità acquista un senso mentre le torsioni di Ian mi rimbalzano nel cervello come un flash maligno, innescando cortocircuiti seri.

LA PESANTATA DEL VENERDI': Quanto senso ha affidarsi ai dati di vendita?

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Qualche tempo fa sono usciti i dati FIMI e SIAE sui dischi più venduti e sui concerti più frequentati nel primo semestre, con relativi articoli in merito. Virginia Ricci su Noisey ha scritto un pezzo intitolato “perché la musica in Italia è messa così male”, a commento della cosa. L’ho linkato su Facebook ed è venuta fuori una specie di dibattito sull’articolo, sullo stato della musica in Italia, sullo stato della cultura in Italia, e cose simili.

Assieme ad altre cose, provo a imbarcarmi in una serie di PESANTATE (che probabilmente non usciranno solo il venerdì) su questo argomento. I pezzi che vado a pubblicare non parleranno necessariamente dell’articolo (di cui condivido alcune idee e non ne condivido altre) da cui sono partiti i flame, ma sicuramente ne prendono le mosse. Metto una cronologia che potrebbe essere utile recuperare, per dare una visione della faccenda, poi aggiungo alcune considerazioni. Il primo articolo parlerà dei dati SIAE e FIMI, sulla loro attinenza e chissà che altro.

I dati FIMI sui dischi più venduti del primo semestre 2015

I dati SIAE sui concerti più visti del primo semestre 2015

L’articolo di Virginia

La discussione sul mio profilo

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Quanto senso ha continuare ad affidarsi ai dati di vendita?

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Secondo i dati FIMI, il mercato musicale nel primo semestre del 2015 è in super-crescita. Non ci credete? Qui il comunicato. 22% di aumento del fatturato della musica. Che cazzo avete da lamentarvi? Oltretutto il mercato CD, del cui crollo verticale si stanno lamentando tutti, aumenta del 21% in un anno (molto meno, in effetti, del 37% di aumento dello streaming e del 72% di aumento del fatturato dei vinili). L’allegato mette la situazione nero su bianco.

Che dati sono questi? Nel rapporto annuale del 2014, uscito il 30 gennaio di quest’anno, sta scritto che si tratta di vendite al sell-in. Se non sbaglio si tratta quindi del numero di dischi che vengono venduti ai negozi, moltiplicato per il prezzo di vendita consigliato. (se sto sbagliando qualcuno mi scriva un’email o un commento e mi corregga, grazie). Tipo, se una catena leader in grande distribuzione esce con una promo di sconto 30% su tutti i CD, magari per pulire il reparto, ho incassato un botto di soldi in meno e i dati FIMI non lo riportano (considerano invece i resi). Come dire, i dati FIMI sono proiezioni probabilmente attendibili di quanto venga effettivamente venduto nella rete di negozi censiti da FIMI, ma non dati reali di fatturato. Giusto? Non so. Che cosa raccolgono i dati FIMI? Federico Pucci, nei commenti sul mio FB, parla di “6mila punti vendita, compreso retail musicale, negozi multimediali e di elettronica, pari all’85% della distribuzione.” L’85% mica è poco, giusto?

Tornando alla tabella dei dati di vendita, scopriamo che in questi negozi si fatturano 2.392.000 euro di vinile. Due milioni di euro, ok? Diviso per un prezzo consigliato di 20 euro che costa un vinile nuovo in un negozio (sì, ciao) fa CENTODICIANNOVEMILA vinili venduti in un semestre in Italia. Se li calcoli a 25 euro di media scendi a novantacinquemila dischi. Divisi tra quanti titoli usciti? Tipo i Gerda sono conteggiati? Sembra di sì, nel senso, vengono raccolti anche i dati di vendita dei negozi. Dividiamo quel fatturato lì per il totale dei dischi in vinile usciti in Italia (qualche centinaio? migliaia, forse) e abbiamo un primo dato piuttosto eloquente, tra le 50 e le 100 copie vendute ad artista nel mercato tradizionale. Giusto? OK.

Smetto un secondo di parlare dell’aggregato. Avete mai fatto un conto di quanti dischi avete comprato dove ogni anno? Io mai, ma posso provare a fare ipotesi. Il posto dove preferisco comprarli è il negozio di dischi, ma ultimamente sta diventando difficile: sono sempre meno, trattano sempre più vinile (preferisco i CD) (sono meglio) (giuro) e fanno sempre meno parte dei miei giri. Posso ipotizzare che nel 2015 io abbia comprato due terzi dei dischi che ho comprato in totale tra concerti dei gruppi e  banchetti delle distro, accordi privati con padroni di etichetta eccetera. Uso rarissimamente servizi di streaming e ancora più raramente siti di download a pagamento. Probabilmente il mio comportamento non è così allineato con la media delle persone che comprano musica in questo paese, ma credo si possa dire senza tema di smentite che sto nel 3% di italiani che spendono più parte del proprio reddito in dischi e concerti.

Un’altra cosa che falsa i conteggi su di me sono gli streaming. È giusto considerarli, naturalmente, ma è giusto considerarli in una classifica che conta le copie vendute? Questo è un problema che supera molto i confini nazionali. Il conteggio delle copie vendute si fonda su una premessa ideologica di base su cui nessuno ha il coraggio di dire niente: compri la tua copia, esci dal negozio e vai a finire nel conto. Poco importa se quel disco rimane dentro lo stereo di casa per vent’anni o se fa tre giri e poi sparisce dalla tua vita: ne hai comunque comprato una copia. Lo streaming è uno strumento di misura molto preciso e affidabile, ma di cosa? Alcuni dei miei dischi preferiti non li ho ascoltati poi molte volte. Il primo disco dei Suicide ad esempio, o che so, Reek of Putrefaction dei Carcass. Ok? Ok. Recentemente ho ripescato il secondo disco dei Black Heart Procession, e quando dico “ripescato” intendo dire che l’ho rimesso su due volte, perché la musica dei Black Heart Procession è molto bella e fascinosa e avvolgente ma dopo due passaggi ne hai comunque abbastanza. E sono assolutamente convinto che il terzo Black Heart Procession sia molto più bello e importante per la mia vita di cose tipo The College Dropout (e non a caso possiedo tipo 4 dischi originali dei BHP e nessuno di Kanye West), ma se misurassimo il numero di ascolti Kanye West vincerebbe. Lo streaming è una cosa molto bella e importante per il mercato che ha rosicchiato quote alla pirateria, creato un database universale di gemme infinite e messo le persone in condizione di ascoltare tutto in qualunque momento, ma affidandosi alle statistiche dello streaming sembra necessario si arriva a conclusioni molto precise e assolutamente false, tipo che le persone come me tutto sommato preferiscono ascoltare musica allegra e sgarzolina e detestano i folkettari americani coi tatuaggi brutti e il morbo della morte addosso.

Tornando a dati aggregati, è difficile conteggiare quanto le vendite di un gruppo siano accuratamente conteggiate dai dati FIMI. Suppongo ad esempio che Laura Pausini o che so, Gue Pequeno siano conteggiati a dovere: poco banchetto, dischi venduti nei negozi, streaming/download e tutto il resto. Molto meno sembrano esserlo i gruppi indie. Quanti dischi vendono i Cani rispetto ai negozi?  Lo chiedo a qualcuno, magari. Capra mi dice che, approssimativamente, i Gazebo Penguins vendono al banchetto il 65% dei dischi che vendono in totale. Emiliano di 42 Records (i Cani, Colapesce, BSBE, Mamavegas etc) lo scorso anno mi disse che per certi artisti i dischi al banchetto arrivavano al 70% del totale; quest’anno, con l’esplosione dello streaming, la vendita di dischi fisici ai banchetti sta tra l’80% e l’85% del totale. Le copie ai banchetti non sono conteggiate da FIMI. È una stortura che va a sommarsi a quelle della classifica in sé, ed è davvero piuttosto grossa se vogliamo considerare lo stato della musica nel paese in generale e non per quanto riguarda un genere musicale preciso.

Per quanto riguarda la situazione concerti, SIAE sembra grossomodo un buon modo di misurare, nel senso che vengono contati i biglietti. D’altra parte sono dati estremamente parziali, relativi a un solo trimestre e senza concerti estivi (le date di ACDC, Vasco Rossi, Jovanotti e Tiziano Ferro basteranno da sole a far finire Fedez in bassa classifica). E come vengono conteggiati, ad esempio, i concerti/festival gratuiti, magari sponsorizzati da un grosso brand? Non è dato saperlo. Quanto incidono i prezzi dei biglietti? Quanto incide la scelta di fare un tour nei teatri piuttosto che un concerto in situazioni più popolari? È più figo fare tre date da diecimila paganti o quindici date da duemila?

Passo il tempo a leggere articoli di musica, è uno dei miei passatempi. Se avete la mia stessa passione, avrete notato l’incremento vertiginoso di pezzi legati all’analisi critica dei successi e dei fallimenti dei singoli artisti: il successo di alcune date, il numero di visualizzazioni sul tubo, il record di streaming in una settimana eccetera. Vengono snocciolati dei dati e vengono elencate le ragioni del successo di un artista rispetto all’altro. Questa situazione, in un mercato che cambia pelle così di frequente, richiede un continuo aggiornamento degli strumenti di misura, che combinati alla generale riluttanza di chi scrive di musica a passare i pomeriggi spulciando le fonti (riluttanza sacrosanta, sia chiaro: scriviamo tutti gratis o per compensi ridicoli) tende a creare una marea di case study inutili a descrivere il quadro generale. Per certi versi c’è da impazzire: siamo a contatto con TUTTA la musica del mondo, in ogni momento, possiamo ascoltare trecento dischi nuovi al giorno, uscire di testa con qualunque minchiata proveniente dal Congo o da Singapore, e scegliamo di ascoltare quello che ascoltano tutti, di parlare delle stesse cose, analizzare ex-post successi che non avremmo potuto prevedere ex-ante. Anche io, sia chiaro. Ci sono ragioni, io ho le mie, qualcun altro ha le sue. Suppongo che ci sarà un altro articolo su queste cose.

Di per sè non è un male. Il punto è che molte analisi di questa situazione parono da una tesi che si sviluppa a partire da dei dati che abbastanza evidentemente non fotografano una realtà o ne fotografano una tra le tante.  Suona un po’ come sostenere che in Italia il pane ha sempre lo stesso sapore senza mai prendersi il disturbo di cambiare fornaio. Forse avrebbe più senso ricostruire daccapo i criteri di valutazione su un sistema dinamico che tenga conto di un milione di fattori che in questo momento non vengono considerati, depotenziando l’importanza dei dati di vendita. Ma probabilmente i dati di crescita (così incoraggianti) del mercato musicale italiano non giustificano la sbatta, quindi tanto vale incrociare le braccia e ricominciare a parlare dei dischi per quello che c’è dentro, a prescindere da quanto cazzo vendono.