Non è proprio tutta la storia, è solo la parte che voglio raccontare -e nemmeno tutta.

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Qualcuno a un certo punto ha deciso di smettere di raccontare una storia per intero, è stato un sacco di secoli fa. Magari prima la regola era che una storia doveva essere composta di tutti i fatti che la riguardavano, poi solo dei fatti che avrebbero aiutato a comprenderla perfettamente. Qualcuno, una volta, ha deciso che anche i fatti essenziali a comprenderla potevano essere taciuti, e ha iniziato a raccontare qualcosa che si riferisce vagamente a una storia che l’ascoltatore dovrà mettere insieme per conto suo. Dal canto nostro siamo disposti a non offenderci se l’ascoltatore traviserà qualcosa che abbiamo messo tra le righe. Credo che vengano chiamate ellissi. I musicisti pop sono imbrigliati dentro una canzone di tre minuti: possono raccontare storie minuscole o possono raccontare parti minuscole della stessa storia.

Il gruppo si chiama The Get Up Kids. Ha pubblicato un disco che è stato un bel successo indipendente, roba quasi da numeri uno del loro giro, quella musica metà lacrime e metà spigoli che tutti chiamano ancora emocore. Diventano amici di un tizio, si chiama James Dewees, suona la batteria in un gruppo pestone ma suona anche le tastiere per conto suo, iniziano a suonare assieme, provano qualche soluzione un po’ più pop, quadrata, scolastica. Abbozzano le canzoni e pensano che buon dio, funziona. Non so come sia successo, è solo una cosa che mi immagino.

Dicono che le grosse etichette avevano già iniziato a bussare alla porta, ma il gruppo sceglie un’altra soluzione. Molla l’etichetta che aveva pubblicato il primo disco, non accetta le offerte major, decide di stampare per una label neonata e fondamentalmente sconosciuta, tale Vagrant. Il tizio dell’etichetta forse è il primo a sentire qualcosa in quelle canzoni. Dicono che per finanziare le registrazioni il tizio abbia fatto ipotecare la casa ai genitori. Il gruppo si registra senza produttori, tutto in famiglia, prendendosi il tempo che serve, e nell’autunno del ’99 fa uscire un disco che si chiama Something to Write Home About.

Non so se quella canzone sia arrivata all’inizio o alla fine del processo di scrittura, i gruppi come i Get Up Kids non sono abbastanza determinanti da far uscire documentari su queste cose. Credo che l’avessero abbozzata, e il testo era bello, lo erano tutti i testi. Non ho mai avuto un gruppo: come funziona? Suoni un giro di chitarra, gliene attacchi sopra un altro, c’è una tastiera che entra, dici “cazzo sì”: non sai ancora quanto sia diverso da tutto il resto, ma un po’ lo è. Magari qualcuno, il bassista, che ne so io, si ferma un attimo e dice no dai aspetta non mettiamoci a fare le puttane, suoniamo l’emo, facciamo i ritmi storti, dai, guarda che il disco vecchio è andato da dio. Boh. Io mi immagino che sia partito tutto con quella canzone. Che l’abbiano suonata una volta, più o meno come andrà poi a finire nel disco, e abbiano detto che cazzo sì. E che il resto sia venuto tutto a seguire. Le recensioni non rendono giustizia alla musica anni novanta. La scrittura è molto tecnica, Lester Bangs è stato purgato come un peccato di gioventù (tutto sommato lo era) e si tende ad usare un gergo specializzato che significa poco e puzza di snobismo. I sensazionalisti sono anche peggio. Qualcuno è ancora scottato per non aver visto arrivare il grunge, ha paura di vedersi passare sotto il naso i nuovi Nirvana, e per sicurezza lo scrive sempre. I nuovi Nirvana qui, i nuovi Nirvana là. Il punk rock ha già squartato le classifiche da un lustro, qualcuno di quei gruppi continua a vendere dischi in numeri spropositati; per chi arriva e suona il punk non c’è praticamente più niente da vincere, se non la gloria da stronzi di chi è arrivato dopo-ma-bene e magari venti minuti di celebrità nell’attesa di venire scannato dai puristi. Nel 1999 la roba che funziona ha le chitarre basse e le melodie copiate da Cure e gruppi simili. Scarto questo disco di cui ho letto belle cose, lo metto nel lettore CD. A metà del primo pezzo ho gli occhi sbarrati e i peli dritti sugli avambracci. Dico aspetta, premo stop, alzo il volume a palla, la risuono dall’inizio e lo penso. “Eccola”.

Certe cose le cerchi per tutta la vita e non sai cosa siano. “La mia canzone”, quella dove c’è tutto e non manca niente, è un concetto buono per le storie che raccontano in TV o per quelli con venti CD a casaccio dentro l’armadio: concetti semplici, monogamia musicale. Non è quello, è qualcos’altro. Molti maniaci musicali passano una fase Bruce Springsteen, quei periodi della vita in cui compri dieci dischi del Boss e un giubbotto di jeans ed inizi a cantare a squarciagola di scappare via, incontro ad una nuova vita, con l’auto che sfreccia su una strada deserta e i finestrini abbassati. Il pugno alzato al cielo è facoltativo. Ecco, io questa fase non l’ho mai avuta. Possiedo un best of e due dischi originali di Springsteen: uno non l’ascolto mai, l’altro è stato registrato in una cameretta. I sassofoni non mi fanno nessun effetto. L’autoaffermazione non è la mia tazza di tè, vorrei che lo fosse, ma non lo è. La mia vita consiste nel fissare il baratro con una mano sulla ringhiera e l’altra sulla sbarra, pensare “non so” e razionalizzare. Non sono un personaggio romantico o decadente. Le canzoni che parlano di me non sono mai un granché, tocca togliere dei pezzi e lasciare che qualcuno immagini qualcosa che magari non c’è.

Se guardi le foto dei Get Up Kids lo capisci subito. Hanno magliette a righe ma non quelle magliette a righe, giubbotti di jeans ma non quei giubbotti di jeans, camicette ma non quelle camicette. La foto di un gruppo vuole sempre comunicare qualcosa: siamo arrabbiati, siamo tormentati, lottiamo per sopravvivere ogni giorno, abbiamo fatto i soldi, siamo al verde, ci piacciono molto i Led Zeppelin, beviamo un sacco, abbiamo detto addio ai carboidrati. Le foto che non comunicano nulla sono così poche da venire investite di un significato universale e di rottura, come quella dei Minor Threat sugli scalini di casa. Le foto dei Get Up Kids all’epoca di Something comunicano “mettiamo insieme una squadra di basket amatoriale, facciamo il campionato col CSI e se ci impegniamo arriviamo terzultimi”. Holiday è così, non è niente di speciale. Non è il riff più bello della terra, non è un suono di chitarra che non s’era mai sentito, non è il testo più profondo della storia dell’umanità. Holiday è una serie di luoghi comuni alternative messi insieme in un modo corretto e onesto, niente di speciale. Però.

Tra tutti i modi in cui potevano suonarla e registrarla, i Get Up Kids decidono di metterla sul nastro in quel modo lì. Come se fosse l’ultima canzone mai suonata da chiunque. E quando ascolti Holiday ti immagini il gruppo che la suona davanti a te: l’hanno provata un milione di volte ma sorridono come se fosse la prima, urlano come dei pazzi, fanno i cori, non mollano mai un secondo. A un certo punto le chitarre s’abbassano un po’, c’è una specie arpeggio, ma stanno solo per caricare un finale più intenso. E poi, tra tutti i posti dove potevano metterla, la infilano all’inizio del disco. Potevano iniziare con quattro botte di batteria ma la prima cosa che senti è un mare di chitarre che sbragano, che se hai dimenticato il volume alto perdi l’udito, o lo alzi apposta per perderlo. E la voce di Matt Pryor urla sempre più forte fino alla fine del pezzo, e poi ci sono dieci minuti di coda con le chitarre che scendono, e prima che arrivi il silenzio inizia la seconda canzone. E ha quel testo lì, Holiday. È fatta per essere cantata a squarciagola da centinaia di persone col cuore spezzato.

(intervallo)

Something to Write Home About è uno di quei dischi che sono belli dall’inizio alla fine, che non calano mai, che ogni volta c’è una canzone diversa, una riga di testo che ti ammazza e queste cose. Un album registrato e messo sul mercato a testimonianza di alcuni mesi in cui i Get Up Kids avevano scritto, semplicemente, le migliori canzoni al mondo. Action&Action, Valentine, Red Letter Day, Out Of Reach, Ten Minutes, The Company Dime, My Apology, I’m a Loner Dottie, a Rebel, Long Goodnight, Close To Home, I’ll Catch You. Da quando ho il lettore CD non sono mica più tanto bravo a ricordare i titoli delle canzoni, sono sempre “la quattro” o “la sette” o cose così. Probabilmente ricordo a memoria i titoli di tutte le canzoni di cinque dischi dopo il ’98.

I Get Up Kids di dischi ne hanno fatti altri due, ed erano bellissimi entrambi, non quanto Something ma bellissimi. Non sono piaciuti, per un motivo o per l’altro. E poi si sono sciolti, che tutta la bellezza di questo mondo non basta a tenere in piedi una cosa che è finita. Something ha venduto centinaia di migliaia di copie, ma non è mai diventato un vero e proprio classico, uno di quei dischi con cui tutti fanno i conti. Sembrava più una moda del momento, come degli Staind qualunque. È difficile dire se avrebbero potuto fare di meglio se avessero firmato con una corporazione: non lo sapremo mai, ma probabilmente no.

Holiday non mi ha mai abbandonato, e io non ho mai abbandonato lei. A un certo punto il CD era pieno di graffi e saltava su Out of Reach, che. Start over is no way to begin. Dio quante storie ho su quel pezzo. E insomma a un certo punto ho messo il disco dentro la sua custodia, ne ho masterizzato un altro, ci ho scritto sopra SOMETHING TO WRITE HOME ABOUT in stampatello e da allora vado in giro con quello in macchina. Magari prima o poi lo ricompro. I Get Up Kids erano già fuori moda prima di sciogliersi, figurarsi dopo. Ogni tanto trovi qualcuno che ne parlava bene in giro, niente di eccezionale.

Poi leggo della reunion, a celebrare il decennale di quel disco, e poi leggo che a fine agosto vengono a Bologna. È il 2009. La Benedetta s’è fatta anche delle date tedesche e dice che a volte belle a volte un po’ meno, il pubblico un po’ non aiutava, le chiedo se iniziano con Holiday e mi risponde di no. Beh, capita. A Bologna ci vado con lei e l’Adele e qualche altro loro amico, ascoltiamo anche il disco in macchina. A Bologna c’è gente che conosco su internet e incontro per la prima volta, tipo Massimo ed Emiliano. Qualcuno del giro Bologna che incontro ai concerti da anni, qualcuno che suona nei gruppi, gente che scrive con me, gente con i pantaloni skinny, scappati di casa con i dreadlock e la puzza addosso, studenti di ingegneria, un bel po’ di gente. È l’ultima data del tour. Arrivo in prima fila, prima di loro suonano i The Briggs, mai sentiti, non disprezzabili, e poi c’è una specie di atmosfera da stadio in mezzo al pubblico. Come se i Get Up Kids non fossero mai passati, come se quel disco fosse la cosa di qualcuno.

E loro salgono sul palco, e iniziano con Holiday. E sento il groppo alla gola e sbarro gli occhi e i peli dritti sugli avambracci e non riesco a parlare, ma quando Matt Pryor inizia a cantare, sotto stanno urlando tutti a squarciagola, e allora inizio anch’io. Ho trent’anni. Quando iniziano il bis fanno, dicono che siamo il miglior pubblico del tour, dicono grazie, e attaccano il giro di Out of Reach. Quando inizia il testo il coro è così forte che Pryor smette e ci ascolta. Long way from home. Che è un po’ l’unica cosa che c’è da dire su tutta questa faccenda.

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Non è proprio tutta la storia, è solo la parte che voglio raccontare -e nemmeno tutta. Something To Write Home About esce nel settembre del 1999, quindici anni fa. I due concerti italiani, Ceccano e Bologna, sono di cinque anni fa esatti. Hanno suonato ancora, concerti incredibili, meno pubblico sotto il palco. Magari qualcuno di voi non ha mai ascoltato Something to Write Home About: nel caso, vi supplico di farlo. Ci sono un modo corretto e un modo scorretto di ascoltare un disco come questo: quello scorretto è di rimediarlo e farlo partire sulle casse del computer; quello corretto è di rimediarlo, metterlo su un disco, aspettare di essere da soli e di poterlo suonare a volume alto, possibilmente non in cuffia. è musica fatta per riempire gli ambienti. Alcuni si annoiano, alcuni ci sentono un gran baccano e basta, alcuni magari penseranno “eccola”.

Corriamo per i Macchianera.

“Quando l’ultima nota dell’ultimo pezzo si dissolve Luca chiude così: “Ciao, noi siamo i Minnie’s. Ci vediamo domani”. Alla fine il senso della cosa sta tutto lì, in quel “ci vediamo domani” come diresti agli amici del campetto. È uno di quei momenti sempre più rari in cui questa cosa torna fuori, nonostante tutto, e ti rendi conto che è sempre stata lì, ha sempre fatto parte di te, e non la puoi cancellare. Ripenso a quel “ci vediamo domani” e qualcosa dentro di me si incrina.

Poi succede una cosa strana; mi allontano per fare due passi, forse per pisciare contro un albero da qualche parte (non ricordo ora), e iniziano ad arrivare senza soluzione di continuità sms e telefonate di congratulazioni da amici che non sentivo più da una vita, persone che un tempo sono state importanti per me, ma anche persone di cui avevo scordato il nome e perso il numero in rubrica al trentesimo collasso di cellulare e/o scheda sim. Il primo lo mando affanculo, al secondo chiedo educatamente di cosa cazzo stia parlando; alla terza telefonata inizia a formarsi in me una vaga idea di quel che è successo: qualcosa di importante (voglio dire importante per me), e io ne ero fuori. A metà della quarta mi si attorciglia la gola e mi è subito chiaro che oltre non riesco a proseguire. Bastonate ha vinto il Macchianera, l’ho imparato così.”

m.c.

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siamo candidati anche quest’anno. è dura chiedere di votarci perchè abbiamo un sacco di amici e gente figa che corre contro, Noisey Polaroid Frigopop PopTopoi, insomma, santiddio. Se non votate noi votate uno di questi quattro. Io vi dico chi voto nelle categorie che mi interessano:

miglior sito I 400 Calci, ciao Nanni

miglior rivelazione The Book Girls, ciao Giulia

miglior community Altervista, ciao Diego, grazie Diego, ti voglio bene Diego. (Altervista ospita Bastonate e lo fa in modo principesco)

miglior sito di news Vice, ciao Chiara Lorenzo Birsa Virginia etc

miglior disegnatore Zerocalcare, ciao Zero ciao Calcare

miglior sito televisivo Serialmente, ciao Andrea

miglior sito cinematografico I 400 Calci, ciao Nanni

miglior sito letterario, la colpevolissima mancanza di Barabba mi rende libero di votare Abbiamo le prove. ciao Violetta

miglior sito food Agrodolce, ciao Chiara

miglior sito politico-d’opinione Leonardo, ciao Beppe

miglior programma radio Radio TSO, ciao Fede

miglior youtuber The Pills, ciao qualcuno di The Pills, non vi conosco, vi voglio bene.

Miglior sito musicale, mi autovoto. sorry.

si vota qui. ciao.

 

Lirbi #1: LA STANZA DEL CAZZO

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Oh, d’ora in poi Bastonate ha anche la sua rubrica di libri, perché non potevamo proprio fare a meno di stare al centro del DIBATTITO. Il piano è: parlo di tutti i libri che ho letto fino a ieri nella vita fingendo di leggerli di volta in volta, così tempo due, tre puntate e amo fatto. Amo come noi abbiamo, non io amo tu ami, perché non c’è niente da amare quando si parla di LIBRI di merda, i LIBRI sono i FABER degli oggetti, e il solo nominarli evoca a dozzine spiriti che parlano in modo emotivo e sfumato, o emotivo e color pastello, del fottuto LIBRO che hanno letto. Un famoso scrittore italiano scriveva l’altro giorno su un famoso blog letterario italiano: quest’estate ho letto tre libri sulla morte. Io vorrei solo dirgli che VORREI MISCHIARE TANQUERAY E VINO E USCIRE URLANDO E SPARARGLI IN CULO. Non lo faccio perché ho famiglia. Questa è per sempre la nostra risposta a chi ama leggere. Hail Satan.

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Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi, pp. 587, € 24,00

Leggo questa nuova edizione di Delitto e castigo sulla base del fatto che ho provato a scaricarlo gratis, solo per scoprire che il protagonista, nelle primissime righe, usciva da uno stambugio. Cosa cazzo è uno stambugio, insomma, in russo ci sarà stata una parola che voleva dire non so, una casa, un maledetto LUOGO qualsiasi, ma – sono pronto a giurarci – non un fottuto stambugio che in russo si dice закутков e non каморка come invece dice  IL FEBOR (cioè Fedor come FABER della letteratura), e questo non significa che io conosca il russo, ma solo che ho la caparbia capacità di perdere tempo al punto da scaricare DeC in russo individuando per approssimazioni successive la parola per la STANZA DEL CAZZO da cui esce il protagonista. E siamo ancora alla quarta riga. Le altre, vediamo, ventiquattromila circa contengono il racconto di un delitto, di un castigo, di un uomo e la sua ombra, del destino che destino non è, un trattato su Roma e sulla Roma e sull’arte d’essere migranti che è a un tempo una domanda: non lo siamo forse tutti? Da leggere e rileggere. (10 al libro – che, naturalmente, non ho letto perché i classici si rileggono, non si leggono mai per la prima volta, e che comunque non ho nemmeno riletto -, 0 al fatto che conosco un bimbo che è stato chiamato Fedòro letto però proprio così e non Fiodòro che poi in effetti se no pareva Fio de na Mignotta, 24 in generale a tutto, ispirandomi al prezzo del libro, che 24 euro per un libro oggigiorno vuol dire che hai i soldi che ti escono dallo stambugio der… – e questa era una critica alla gente che non comprano libri e l’editoria in rovina e così via).

 

Joël Dicker, La verità sul caso Harry Quebert, Bompiani, pp. 779 (!), € 14,00

Avete presente quando c’è un capo di abbigliamento che va molto di moda, non so, le scarpe da ginnastica d’oro o le felpe BACI E ABBRACCI, che a un certo punto tutti i coatti daaa capitale sembrano averle, e poi cade la mannaia capitalista a cacciare questi capi da tutti gli armadi per sempre, e a quel punto, solo a quel punto, gli stessi iniziano a furoreggiare tra i rumeni? Ecco, l’idea di leggere un bestseller di – boh – quindici o sedici mesi fa mi fa sentire come se fossi sdraiato in spiaggia con le Nike d’oro, e per fortuna che sto leggendo questo libro su Kindle, il cui unico vantaggio rispetto ai libri di carta è che rendi ignoto agli altri quello che stai leggendo. Scherzate, è un problema. Leggendo praticamente solo in luoghi pubblici, non ho mai potuto far di più che sfogliare il fondamentale Swastika di Stephen Heller, mi sono negato parecchi studi sull’omosessualità, diversi testi sacri e/o di demonologia e qualche bestseller qua e là. Perché dai, che presa a male che fai tanta fatica a leggere pesantate per anni e anni, e poi esci una volta con Saviano e TAC, sei inquadrato dalle folle come UNO DI LORO (“Daniele, quando imparerai che alla gente non fotte il minimo cazzo di te e di quello che leggi? E ora, nella riga che ti rimane, ti prego di dirci il tuo parere su Harry Quebert, davvero, ci teniamo”, disse Legione dentro di me). Harry Quebert fa schifo al cazzo. Davvero. C’è una scena in cui lui si innamora di lei perché la vede ballare a piedi nudi sotto il temporale, sulla spiaggia. Tutti quelli che conosco e che lo hanno letto mi hanno detto un unanime: “è bellissimo”. La gente non vale la metà del risicato stipendio che mette assieme (4 al libro – mi riservo un paio di voti inferiori se mai dovessi aprire un libro di NUOVA LETTERATURA ITALIANA -, 8 alle scarpe d’oro, a ripensarci)

 

Stephen King, Doctor Sleep, Sperling & Kupfer, pp. 516, € 19,90

Oh, alla fine Stephen King è il mio scrittore preferito, perlomeno nel senso che è uno dei pochissimi di cui abbia letto diversi libri, e l’unico tra questi di cui me ne piaccia più di uno. Tipo ho letto parecchi (tre o quattro) libri di: Bret Easton Ellis (abbastanza carini i primi, merda tutto il resto), Wittgenstein (un logico, non conta), Mishima (uno e mezzo era ok), Sebastiano Vassalli (uno bello, un altro penso anche ma ce l’ho senza averlo letto, il resto tutte cacate infernali ma non so perché ho continuato a comprarli e leggerli), penso basta. Insomma, Stephen – che a Roma quasi tutti pronunciano “Stèfen” – è il più grande, e dico di per sé, cioè, mi piacciono anche i libri, che pare sempre che tu debba dire OH LO SO CHE È SOLO INTRATTENIMENTO in realtà mi piace Cointreau, o come si chiama quel cazzone francese dei bambini terribili. No, Stefen è un grande davvero, c’è un saggio su di lui che Oktyabr mi diceva essere bello e che costa poco (Antonio Faeti, La casa sull’albero. Orrore, mistero, paura, infanzie in Stephen King), e dice tutte le cose giuste che ci sono da dire su di lui e che perciò non ripeterò qui; qui ho poco spazio per dire che Doctor Sleep, che ho letto per metà e in inglese, è una storia di vampiri (wtf) che non si svolge all’Overlook Hotel pur essendo in teoria il seguito di Shining. Nel finale, però, pare che la cosa si riprenda e in sostanza sia fico. “Pare” perché, appunto, io non l’ho finito. Se però voi leggete il libro, anche una ventina di pagine e basta, e poi provate a leggere tutte le recensioni uscite in Italia tranne questa, vi accorgerete che nessun recensore lo ha in effetti letto (9 a Stephen King, 6+ a Doctor Sleep, 1 euro per ogni volta che un recensore scrive IL RE DEL BRIVIDO, e divento milionario).

 

Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gasbi*, La Repubblica, pp. boh, € 0,00

*come dice mia madre

Leggo Il grande Gatsby nella fiera edizione della Repubblica, sapete no, quella serie oréndissima in cartonato con sovraccoperta pastello, che uscì in edicola un dieci quindici anni fa e che ancora si vede in giro, sugli autobus, tra le mani dei pochissimi che leggono. Lo in realtà semi-rileggo dopo averlo disprezzato quasi aprioristicamente (diciamo che avevo disprezzato le prime quattro pagine) all’epoca, e nella vecchia traduzione della NANDA che da vent’anni dicevano che era una merda, ma che trovo essere molto migliore delle due nuove che ho provato (Minimum Fax e boh, una gialla, forse BUR). Chi se lo incula il fatto che in questo modo sto praticamente leggendo un libro diverso da quello scritto dal grande Fitzabegoli: a me è piaciuto, ma anzi, lo ho adorato, e su questa storia di amore e morte, ascesa e caduta e lamerica ancora LAMERICA, ho impostato la mia vita del prossimo, decisivo decennio (entro nei venti): così comprai una casetta sulla riva del mare, e per la luce di un faro persi tutto. FOR THE LULZ! (10 al libro, 4 al fatto che ho pressoché pianto quando NO, NON SVELERÒ MAI IL FINALE DI UN LIBRO, NEANCHE DEI CLASSICI, PERCHÉ NON È VERO CHE TUTTI LO HANNO LETTO O CHE COMUNQUE LO CONOSCONO, 4 alla NANDA come concetto legato al FABER in qualche modo, ma ZERO, zero secco, al dibattito sulla nuova traduzione, seguito da una pioggia di traduzioni di merda).

 

Richard Lyman Bushman, Mormonism. A Very Short Introduction, OxfordUniversity Press, pp. 130, £ 7,99 (attorno a 10 euro su Amazon)

Oh, se siete mormoni, le righe che seguono contengono probabilmente orrende eresie. E ora che vi ho avvertito, via con le eresie: non so quanto ne sappiate della vicenda dei mormoni, io relativamente poco finché, avvalendomi delle copie omaggio messe a disposizione dall’esercito americano in un viaggio che feci in Iraq alcuni anni fa, sfogliai il loro libro sacro ricavandone LOAL tonanti, come e più delle bombe che fallirono nel tentativo di esportare la democrazia, e ora eccoci alle prese con gli Isis (=è un’abile e sottile battuta che spero venga colta con una franca risata dagli amanti dell’heavy metal). A questo proposito, era un po’ che mi chiedevo dove fosse finito il salumiere di piazzia Istria, a Roma, convertitosi all’Islam  – uno strazio: cominciò ad assumere un look vagamente hip hop, dopo un paio di mesi era un funk soul brother, poi iniziò a farsi crescere la barba e a indossare tuniche bianche, e dopo un anno era vestito da Imam e aveva costantemente sullo scaffale il pc che sparava preghiere in arabo a tutto volume. E tu entravi lì e gli chiedevi il prosciutto, capito?, e lui ti guardava con disprezzo. Sono certo di averlo riconosciuto in una di quelle immagini di Al Jazeera. Gesù ,se avessi saputo. Me fai un ARABO cor cotto? LULZ). Insomma, i mormoni: sono dei tizi che credono che Gesù, dopo la resurrezione, abbia viaggiato per gli Stati Uniti compiendo tutte delle cose strane, e queste vicende sono raccontante in un libro che un angelo di nome MORONI avrebbe consegnato, sotto forma di tavole d’oro scritte in egiziano, a un tizio di nome Joseph Smith nel 1830. Incredibilmente, qualcuno gli ha creduto, e questi che gli hanno creduto sono oggi milioni, divisi in chiese e sottochiese, e sono quasi diventati presidenti degli Stati Uniti. La cosa che più mi piace è che nelle loro università (che pare spacchino per le discipline manageriali) viene pure insegnata storia mormona, e anche archeologia mormona, tipo con prove a sostegno della storicità del tutto. Se rinasco divento mormone e mi iscrivo, e poi mi iscrivo anche all’Isis per far saltare in aria questo sito blasfemo di merda (10 al libro di Mormon, 7 a questo libretto informativo, 10+, credo, alla mente distorta che può partorire il nome di MORONI per un angelo, sia esse mente d’uomo o mente di Dio).

Una canzone decente di Mark Lanegan

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“In uscita il 25 agosto 2014 via Soil, Vagrant e Heavenly Recordings, No Bells On Sunday è il nuovo EP della Mark Lanegan Band. Il 12” anticipa l’uscita di un nuovo lavoro dal titolo Phantom Radio in uscita nell’autunno del 2014. Ad anticiparlo, il brano e videoclip di Sad Lover.” L’ho copiata pari pari da SentireAscoltare e ASPETTA UN ATTIMO, ricominciamo. Quanti dischi vende Mark Lanegan oggigiorno? Che senso ha ANTICIPARE di due mesi l’uscita di UN DISCO che sì e no verrà scaricato e ascoltato a metà, che tanto le opinioni di chiunque ne possa avere sono già pronte da anni, con UN EP di cinque pezzi? Non conveniva buttare direttamente sul mercato il disco con tre pezzi in più e tanti saluti? Boh. In ogni caso il disco si chiama come la canzone numero 2, e c’è anche il videoclip della canzone numero 3. Nessuna delle due canzoni aggiunge o toglie qualcosa a ciò che Mark Lanegan ha detto in passato (un’espressione molto usata nella critica contemporanea che vuol dire che mentre ascolti i pezzi ti sta sbadigliando via il culo). La traccia che apre il disco, invece, è una delle poche cose serie messe insieme dall’Uomo nell’ultimo decennio. Si chiama Dry Iced e consiste nella solita cantilena blues al minimo sindacale, con l’aggiunta di qualche ammennicolo sintetico e una cassa drittissima dopo un minuto. Non è tanto l’atto quanto la potenza: mostra un futuro possibile. Quello di un uomo sconfitto e preso a calci dalla vita che vaneggia su un beat ossessivo e scarnificato modulando la voce poco o niente. In due parole: ALAN VEGA. Naturalmente nessuna persona con un briciolo di sanità mentale vorrebbe diventare Alan Vega, e il nuovo disco di Mark Lanegan sarà il classico pappone blues sporcato di elettronichina DEL CAZZO, non dico l’elettronichina, dico la musica in generale (Blues Funeral era un disco DEL CAZZO, qualche amico mi ha convinto a riascoltarlo un paio di volte dopo che l’avevo bollato come disco debole e noioso, cioè in prospettiva l’avevo valutato molto meglio di quanto in realtà avrei dovuto) (è proprio roba debole, svuotata di ogni umore, neanche più pilota automatico; springsteenianamente parlando è tipo una macchina parcheggiata in quella piazzola di sosta senza autogrill sull’A1 verso Modena con l’autista che sta pisciando dietro un albero). E se Mark Lanegan deve toglierci pure il gusto dello sbrocco e del LOL gratuito, insomma, tanto vale tenersi il presente in potenza di un pezzo come Dry Iced, che almeno fa risuonare qualche corda.

La musica scarsa

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Una delle prime cose che ho imparato quando ho iniziato a mettermi seriamente sulla musica è che bisogna diffidare delle produzioni bombastiche, di tutti i suonini al loro posto, dell’ingresso delicato di un violino e della seconda voce in un ritornello e di tutte quelle cose lì. È una delle tante cose a cui nella musica arrivi per negazione, senza volerlo, e perdi memoria di come sia successo.

Le teorie musicali che riguardano il pop vengono spesso a costruirsi con un meccanismo simile a quello della common law britannica. Non c’è qualcuno che decida quale sia l’uso corretto o scorretto di un termine, o quale sia il modo corretto di arrangiare un certo tipo di canzone, non c’è nessuno che si prenda la responsabilità di codificare qualcosa a cui tutti debbano sottostare –e meno male, direi. Però quando scriviamo seguiamo delle regole, delle linee di pensiero, dei dogmi che si sono venuti a formare a forza di ripetere le stesse buone idee.

Diciamo che funziona così: qualcuno, a un certo punto, scrive qualcosa di un disco. Tipo “è registrato malissimo ed è quasi inascoltabile, ma in certi punti –nonostante tutto- viene fuori una melodia graziosa”. Un paio di mesi dopo, magari, qualcuno scrive che “le melodie sono talmente buone, è un peccato che il disco non sia stato prodotto da qualcuno di grosso”. L’anno successivo qualcuno inizia ad istituzionalizzare la cosa: “fosse stato prodotto da Phil Spector avremmo avuto in mano uno dei capolavori del pop di ogni tempo”. A un certo punto qualcuno spara un po’ più in alto: “Uno dei massimi capolavori del nostro tempo nonostante non sia prodotto da Phil Spector”. A qualcuno viene l’idea geniale: il disco è bellissimo così com’è, e non per quello che avrebbe potuto essere. BAM. Lo scrive. Da questo momento in poi la bassa fedeltà diventa un genere musicale, e chi ha realizzato quel disco un capostipite. Le teorie iniziano ad affastellarsi fino a creare una serie di assunti che diventano regole: oggi è possibilissimo possedere una discografia di migliaia e migliaia di titoli, anche molto riconosciuti e presenti negli annali della musica popolare, registrati in fretta e senza troppa cura. È possibile, allo stesso modo, sostenere che la roba mal prodotta funziona molto più che l’altra. è possibile, allo stesso modo, sostenere che produrre un disco spendendoci un mare di soldi stia –fondamentalmente- gonfiando i conti. Nel peggiore dei casi arriva un artista pop di successo e fa una cover del tuo pezzo scalcinato con sette produttori in cabina e viene fuori la peggior schifezza mai sentita.

È anche un buon modo per misurare l’influenza della critica musicale nella musica, se uno ci pensa. Il concetto di verità all’interno di un dato prodotto è fissato in molti casi su certe spigolosità strutturali che non hanno necessariamente a che fare con la natura della musica. Dagli anni ottanta in poi, e forse da prima in un’altra forma, la musica sfacciatamente sintetica, finta nel senso più teatrale del termine, è diventata la massima espressione di pop. E la musica suonata e vera è diventata espressione di un certo qual ritorno alla purezza, almeno per un certo gruppo di persone che ha continuato a scrivere finchè l’idea non si è sedimentata. Prima o poi il genere che suoni smette di avere importanza e inizia ad averne la roba che pensi mentre lo suoni, e poi l’aria che hai quando suoni. E via di questo passo. Quindici anni fa la stessa polo a maniche corte la trovavi addosso a gente che suonava metal, dance da battaglia o pop tranquillo. Poi la gente ha ricominciato a suonare e vestirsi più o meno a caso ed è stata incasellataa seconda dei posti che frequentava, che a pensarci è cosa buona e giusta.

Negli anni che ci sono toccati in sorte la professionalità viene praticata molto più di quanto poi la si predichi. A predicarla sono rimaste le riviste più tradizionaliste e i loro corrispettivi online, quelli che cianciano di rinnovamento e di adeguarsi ai tempi e investire sull’online e inseguire democraticamente qualunque retromodernismo abbiamo la sventura di veder cappottare sul mercato, vendendolo come una rivoluzione continua. Artifici linguistici da primi della classe, tutto sacrificato a una storia che s’è raccontata sempre allo stesso modo ed è fatta di contanti, hit su youtube e stronzate assortite. La musica scarsa sfugge a questi meccanismi, perché se sei scarso nessuno ha davvero interesse a portarti dalla sua parte. Esistono numerosi esempi di musica scarsa cooptata dal mercato, ma nessuno è davvero eclatante. La maggior parte delle volte la musica scarsa è solo scarsa, nel senso, ha una ragione di esistere in sé, non è scarsa-ma-con-potenziale. E quasi tutti quelli che la ascoltano non hanno l’orecchio del produttore, non vedono cinque anni avanti (l’emorragia di talent-show, delle mostre del talento, ha industrializzato a cazzo pure questo fenomeno specifico e travisato brutalmente il concetto alla base dell’ascolto povero, con risultati artistici sotto gli occhi di chiunque). Daniel Johnston era un grande artista pop in potenza: ha sempre avuto dischi eccezionali in cantiere, ma la sua massima espressione a conti fatti è il disco prodotto da Sparklehorse. A gente come i Beat Happening avrebbero potuto pompare duecentomila dollari dentro ogni album e non avremmo avuto in cambio roba migliore di quella che sta già nei dischi dei Beat Happening. Fabio Mancini.

Nel momento in cui ascolto un gruppo come In.Versione Clotinsky dal vivo e m’innamoro non so dire, esattamente, quanto questo dipenda dal fatto che amo un certo tipo di musica e quanto dalla musica in sé. Credo di preferire la musica che non ti arriva direttamente, e che questa cosa sia diventata una traccia di base dei miei ascolti, e che l’abitudine mi abbia insegnato a drizzare le orecchie ogni volta che vedo salire sul palco qualcuno che puzza d’inesperienza. E poi sto solo ad aspettare una melodia memorabile, e quando arriva ho abbastanza fantasia e stronzate da saperci costruire sopra tutto il resto. Non sono mai in malafede. Riesco a mettere in fila un processo dialettico abbastanza complesso da poterlo applicare a musica che è l’esatto contrario di quella per cui l’ho inconsciamente concepito (il pop da classifica, per dire, lo ascolto scarnificandolo già dal secondo aspetto di qualunque eventuale trappolina che considero erroneamente volta ad attirar gonzi). Si potrebbe dire che ho così bisogno delle caratteristiche fondamentali della musica pop da considerare nemica qualunque altra cosa. Alla musica violenta, stessa cosa, chiedo solo d’essere violenta. Ad entrambe chiedo di essere oneste. Qualcuna soddisfa e qualcuna no.

Roncalceci è un paesino di merda (cioè un tipico paesino della campagna ravennate) stretto in quella provincia incerta tra Russi e la Ravegnana all’altezza di Coccolia. Negli anni novanta Roncalceci ha passato un modesto periodo di hype popolare nelle zone limitrofe perché c’era un negozio che apriva solo il sabato, or so, e che vendeva campionari casuali di jeans Levi’s e polo Fred Perry a un terzo dei soldi a cui le trovavi nei negozi. Si entrava in dieci alla volta, più o meno, e si aspettava all’esterno per un’ora e mezzo: lo feci una volta con dei miei amici e poi mollai il colpo. Le In.Versione Clotinsky vengono da Roncalceci. È la prima cosa che dicono ai concerti. La loro roba potrebbe ricordare indifferentemente delle Nista Nije Nista non-avant e non-scolarizzate o delle Cocorosie senza Devendra Banhart dietro al culo. Ho già detto di quanto sono stupidi paragoni del genere: fanno pop scrauso e acustico, una ragazza suona la chitarra, l’altra s’alterna tra ukulele batteria ed ammennicoli vari. Suonano canzoni fatte di arpeggi scarnissimi e liriche che dicono solo “nananana”, e poi smettono e dicono che “questo pezzo si chiamava Na Na Na”. Magari funziona solo se sei me, ma se sei me funziona parecchio. A volte t’innamori. A volte chiacchieri durante il concerto.

In.Versione Clotinsky, da Roncalceci, credo non abbiano pubblicato niente, suonano in zona Ravenna. Magari non andranno da nessuna parte, magari faranno un sette pollici di cui dieci anni dopo ci ricorderemo in sedici. Magari no. Per ora sono lì, suonano qualche data, se riesco vado volentieri.

Vent’anni che è uscito Grace

La prima volta che ascoltai Grace lo trovai tronfio, pretenzioso e finto, e mi sentii una persona orribile. Jeff Buckley era già morto e si era già iniziato a creare il consenso che sappiamo, quello che portò quel disco ad essere eletto come la miglior cosa uscita nel decennio da qualcuno, eccetera. Grace era insopportabile, una roba efebica e ampollosa di stampo classic-rock. Lui aveva una bella voce, ok, ma insomma. Le volte successive che ascoltai Grace ero spinto dal desiderio di capire e dalla convinzione che la noia che avevo provato fosse una colpa. Iniziai ad entrare dentro al disco, mi piacevano le cover (Lilac Wine e Hallelujah), trovai un paio di cose che mi piacevano per via del fatto che la musica montava in un bel modo.

Gli anni successivi lo ascoltai molto, un po’ perché non costa fatica ascoltarlo e un po’ perché in tema classic-rock ho una discografia scarsissima.  Settai il mio livello di preferenza nella parte centrale del disco, che va da Last Goodbye a Lover You Should’ve Come Over, più Dream Brother una volta ogni tanto, e sulla base di quelle canzoni (mica è poco sei canzoni a disco) riuscii a parlarne bene in pubblico e a passarlo a qualcuno dicendogli “sentilo”.

Poi la vita m’ha portato altrove e ho smesso di sentirlo. Nel frattempo Jeff Buckley è diventato la peggior cosa che possa diventare un tizio morto dopo aver fatto un disco. La madre pubblicò (in coppia con Chris Cornell, a quanto pare) le session per il disco successivo. Lo ascoltai e lo gradii molto, come spesso mi capita per le cose messe insieme un po’ così. Dicevano che era “per evitare sciacallaggi”, e non ci volle molto a capire chi era in realtà lo sciacallo. Oggi Jeff Buckley, sull’onda di un singolo disco realizzato, è titolare di una discografia che conta una ventina di titoli tra dischi dal vivo, rarità, session inedite, cofanetti e best-of. Sull’onda di un solo disco realizzato. Come la peggior parabola del rock che si rinnova sullo stesso canovaccio da quando è nato e torna a raccontare sempre la stessa storia per un pubblico sempre più rincoglionito e stanco e armato di fede a buon mercato.

Dicono che Jeff Buckley illuminasse il pubblico che l’andava a vedere. Se parli con quelli che l’han visto a Cesena dicono che sia stato ultraterreno. Se lo vedessi oggi in qualche locale probabilmente non sarebbe diverso da un qualsiasi Howe Gelb che viene a svernare in Romagna. Bei concertini, per carità.

Suppongo che Jeff Buckley non l’avesse visto, il suo futuro. Era ben cagato in vita, è morto in modo stupido ed è stato spremuto come un’arancia da persone che magari raccontano ancora di farlo in buona fede. Io sono inciampato dentro Grace lo scorso anno. L’ho rimesso nel piatto e l’ho trovato tronfio, pretenzioso e finto, come la prima volta: ho smesso prima della fine. Chissà come l’avrei trovato se avessero smesso di venderlo, se mi avessero dato l’occasione di sentirlo mio. Non lo saprò mai, suppongo.

Una per J Mascis e i Dinosaur Jr (il ventennale di Without A Sound un puro pretesto)


Feel the pain è il primo pezzo dei Dinosaur Jr che ho ascoltato nella vita. Il singolo era uscito mesi prima dell’album e con un video del genere, finito in heavy rotation all’istante praticamente ovunque, sarebbe stato impossibile non notarlo. Credo con buona approssimazione quel video l’abbia visto più o meno chiunque fosse a contatto con un televisore ai tempi. Per il regista Spike Jonze, un uno-due che giustifica una carriera: nel giro di pochi mesi, quello e Sabotage dei Beastie Boys – quest’ultimo con tanto di storia assurda a motivare: doveva essere un film vero e proprio, parodia blaxploitation meta-qualcosa, roba stupidissima nei risultati e intelligentissima nelle intenzioni, si sono smagnetizzati i nastri (o sono finiti i soldi, non ricordo) e ha dovuto fare con quel che c’era, montaggio alla brutto Dio e via. Il risultato è qualcosa di ciclopico comunque sia andata (anzi, forse è pure meglio sia andata così alla fine: bozzetti appena accennati di situazioni paradigmatiche da poliziesco di serie Q, allucinogena sequela di baffi finti, occhiali a specchio, ciambelle e caffè, nomi assurdi – Alasondro Alegré mi si è tatuato nel cervello da allora – nessuna trama, niente pippe). Per Feel the pain la lavorazione è infinitamente meno travagliata e la storia molto più semplice. Una sola idea, stirata oltre il parossismo: J Mascis che gioca a golf nel centro di New York City, in pieno giorno, asfalto strade trafficate eccetera (Mike Johnson, l’unico altro membro superstite – Murph era stato silurato da poco – è il caddy). A ogni tiro la spara nei posti più improbabili, traiettorie spropositate in sfregio a qualsiasi legge della fisica, con conseguenze spesso farsesche; dopo l’ennesimo tiro mirabolante la pallina finisce sul tetto di un grattacielo al tramonto, lì c’è la buca, con tanto di tappeto verde e bandierina. Ultimo tiro decisivo, pena un umiliante bogey o peggio. La butta piano, finisce in bilico; interminabili secondi a ondeggiare sul filo di lana mentre in sottofondo l’assolo è già partito, primo piano di Mascis che fissa la palla come Christopher Walken la pistola nel Cacciatore, se Christopher Walken fosse un bradipo sovrappeso con la fissità di un tavolo autoptico, la palla va in buca, tripudio. L’ultima inquadratura resta tra le cose più stupide, becere (nell’accezione più nobile possibile) e divertenti io abbia mai visto. Dissolvenza in nero.

Erano giorni strani. Cobain morto da poco, sembrava che il mondo intero stesse immobile, col fiato sospeso, ad aspettare la prossima mossa. Nessuna direzione, il buio più totale; l’urgenza (di più: la necessità) che qualcuno indicasse la strada da seguire, quale che fosse. Per il momento c’era Feel the pain con il suo video simpatico.
Where You Been, la cosa più bella mai uscita a nome Dinosaur Jr, era improvvisamente diventato un remoto non-luogo della mente, abissalmente distante, cancellato da una fucilata (come poi tutto il resto in realtà). Non ancora metabolizzato, non lo sarebbe stato mai. Ne ha scritti tanti di capolavori J Mascis: You’re Living All Over Me, Bug, Hand It Over, Farm. Ma Where You Been è speciale. Una volta lasciato entrare in circolo è la fine, non se ne esce indenni. La portata, l’intensità del dolore che procura, che non smette di procurare, il modo in cui fa sentire, di colpo e senza ritorno, completamente inermi, esposti, vulnerabili, sono qualcosa di impossibile da descrivere, da quantificare. Non esistono armi né barriere che possano in alcun modo contrastare l’assalto frontale che è Where You Been in questo senso, a parte l’indifferenza. Si può scegliere di ignorarlo o passarci attraverso restandone intoccati; succede. Ma dal momento in cui senti che quelle canzoni ti stanno parlando, e ci sei dentro, una volta dentro sei fottuto per sempre. All’istante.
Reggere il confronto sarebbe stato impossibile, per chiunque, e J Mascis nemmeno ci prova. Il testo di Feel the pain lo scrive direttamente in studio, prima di iniziare le registrazioni, questo può far capire quale fosse il mood generale. A parte un pezzo: I don’t think so. Il solo ipoteticamente degno di venire incluso nella scaletta di Where You Been, se non altro per depotenziarne (ma soltanto in superficie) l’effetto globale. Le parole sono le stesse, i concetti gli stessi, cambia la musica: confidenziale, apparentemente disimpegnata, a rendere umanamente sostenibili, perfino sopportabili, stati della mente che sono e restano lame nella carne. Complessivamente una stilettata in pieno petto, del tutto a tradimento. Mi piacerebbe credere che lei abbia pianto per me, ma non lo so. Può essere che lei abbia pianto per me? Non credo. Parole che non smettono di colpire dove fa più male, con perizia e sadismo immutati, ogni volta che le fai girare, regolarmente in corrispondenza di un ricordo che lacera al solo manifestarsi. Il resto del disco lascia il tempo esattamente come l’ha trovato e si dimentica all’istante appena finisce l’ultimo pezzo. Almeno a me succede così, da vent’anni.

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Without A Sound esce il 23 agosto 1994. Copertina orrenda, peggio del solito, niente testi as usual. Sulla scorta del video di Feel the pain diventa immediatamente il disco più venduto dei Dinosaur Jr, ma l’andazzo non dura molto; è un fuoco di paglia, una bolla che si sgonfia a velocità vertiginosa, ne sono la prova le camionate di forati che nemmeno un anno dopo invadono gli scaffali dei negozi a quasi un decimo del prezzo di partenza. Mascis se ne frega, ha altro per la testa; il padre è morto, per elaborare il lutto e tornare sulla piazza gli occorreranno tre anni. Dopo un silenzio radio praticamente ininterrotto (nel mezzo solo Martin + Me, sbracato live acustico pubblicato a nome J Mascis in cui oltre al suo repertorio massacra anche pezzi di Greg Sage, Carly Simon, Smiths e Lynyrd Skynyrd), nel 1997 dei Dinosaur Jr al mondo importa meno di nulla (a parte una risicata schiera di irriducibili, sempre decrescente). Non basta il titanico Hand It Over a risollevarne le sorti (Kevin Shields ai controlli, infatti suona come nessun altro disco dei Dinosaur Jr ha suonato mai, c’è anche Bilinda Butcher ai cori; commovente, squarci di luce a tratti accecanti, un capolavoro assoluto destinato a rimanere incompreso), ci vorrà la reunion con Barlow e Murph relitti nel decennio successivo per riaccendere interesse nelle platee. Mezzi per un fine: Beyond puro riscaldamento, Farm deflagra, riapre ferite che si scoprono ancora spalancate. Più che un disco, una tortura cinese, in costante torsione verso la pop song definitiva. con Plans quasi ci riesce. Non ho ancora sentito I Bet On Sky, continuo a temporeggiare: il ricordo del predecessore ancora brucia dentro di me. Non so, forse non lo ascolterò mai, esiste questa possibilità.

Un festival musicale che non salverà l’Italia

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Tuono Pettinato

BUDAPEST - La domanda è semplice: perché in Italia non si riesce a organizzare un grande raduno come quello ungherese del Sziget? Dall’11 al 18 agosto, sette giorni di grandi eventi musicali in un’isola sul Danubio non a caso denominata “island of freedom”, “isola della libertà”. Colpa dei promoter, lupi solitari? Delle rockstar litigiose e un po’ invidiose? Della politica poco sensibile all’universo giovanile e più in generale alla cultura? O è la burocrazia asfissiante, nonostante la recente legge Bray? Il paradosso è che proprio allo Sziget gli italiani, sia come partecipazione di pubblico che per numero di artisti presenti, fanno proprio una bella figura. Non è finita: uno dei palchi più interessanti è lo Europe Stage, promosso, tra gli altri, da L’Alternativa – Sziget Italia e Puglia Sounds: tutta roba italiana, insomma. Un’oasi, quella all’interno del Puglia Village, che si è distinta per l’accoglienza, l’organizzazione e l’offerta musicale (qui si sono esibiti, oltre a interessanti band straniere, anche gran parte degli italiani). Dopo la grande industria automobilistica anche quella musicale deve trasferirsi all’estero per ottenere i risultati migliori? Altro segno della decadenza italiana? Lo abbiamo chiesto a tre degli artisti italiani che hanno suonato nel festival ungherese: Caparezza, Diodato e The Bloody Beetroots.

Questo in corsivo è il paragrafo introduttivo di un pezzo su Repubblica nel quale si riflette in merito a non so bene cosa, o meglio lo so ma fingo di non: l’assenza di un festival musicale italiano, basato in italia, che abbia respiro mondiale. Il titolo dell’articolo, nientemeno: “SZIGET, IL FESTIVAL CHE POTREBBE SALVARE L’ITALIA“. La prima volta che ho letto un pezzo del genere era su qualche rivista musicale e io avevo probabilmente diciassette anni, ed era un modo come un altro per discutere dell’arretratezza culturale del nostro paese che distrugge sistematicamente i sogni di chi vuole vedere musica dal vivo in quello specifico modo. Pensai che fosse un mondo intero di concetti nuovi e possibilità, mi feci un po’ di idee sull’argomento (quasi tutte noiose o sbagliate) e passai oltre. A ventidue anni scoprii che l’emorragia di pezzi “perché non c’è un Lollapalooza italiano”, con una lista di colpevoli lunga un braccio e nessuna denuncia che parte mai davvero, era un classico di ogni fine estate, tanto per la stampa specializzata quanto –soprattutto- per quella generalista. Oggi ho trentasei anni, ho letto l’ennesimo pezzo su questo argomento e vorrei più o meno raccontare perché sono preso male.

Per prima cosa c’è l’idea di considerare progressista, a qualsiasi titolo, un festival UNGHERESE con un palco PUGLIA SOUNDS in cui si esibisce CAPAREZZA, un’idea che probabilmente sono il solo a considerare balzana e stronza e perdonate tanto i maiuscoli. Comprendo che questa cosa sia un punto personale, ma i pugliesi potrebbero tranquillamente farsi i loro festival in Puglia, con qualche artista pugliese, qualche dj pugliese e magari un ospite internazionale tipo Steve Aoki. Qualcuno potrebbe essere stupito sapendo che queste cose in Puglia succedono già.

Seconda cosa, l’industria automobilistica. Ci torno poi, magari.

Terzo, l’idea che qualcuno possa considerare Diodato un personaggio con la caratura da opinionista. Sia chiaro, non ho niente contro Diodato, gli ho solo sentito cantare un pezzo a Sanremo, una canzona strappalacrime tiratissima e sanremese (anzi ho una singola cosa contro Diodato: gli ho sentito cantare un pezzo a Sanremo, una canzona strappalacrime tiratissima e sanremese, con addosso una maglietta di Daniel Johnston). È solo che non l’ho mai visto a nessun concerto/festival di musica in Italia, manco per sbaglio, manco di traverso; magari era tra il pubblico, ma sul palco no –di base perché fa musica che ai festival di musica di solito non viene presentata, a torto o a ragione, e quindi magari potrebbe essere il cinquecentesimo (in ordine di interesse) da intervistare in un pezzo nel quale si spiega perché nei festival italiani non suonano artisti esplosi a Sanremo o nei talent show o tutta quella roba.

Quarto, il titolo dell’articolo. Quando è successo di preciso che un festival musicale, con o senza Caparezza headliner, abbia SALVATO uno stato sovrano? SALVATO in che senso? Rilanciato la sua economia? Unificato popoli di etnie diverse? Creato un nuovo clima culturale? Fornito cure mediche o aiuti umanitari necessari alla popolazione?  È vero che ultimamente Repubblica sembra essere abbastanza alla mercè del caso per quanto riguarda i titoli: è scappato un “negro” da qualche parte, per dirne una che ho trovato nel momento in cui scrivo. Suppongo che il titolo sia stato scelto perché un titolo più obiettivo rispetto al pezzo, tipo “Sziget, il festival che potrebbe fare la patta in Italia”, non suonava benissimo.


(intervallo)

C’è un discorso interessante che riguarda il modo in cui una notizia diventa una notizia. L’espressione click-bait sta diventando molto ricorrente (click-bait si dice dei contenuti pubblicati al solo scopo di generare traffico, ho visto linkata un’analisi interessante stamattina all’alba in fase di risveglio); in generale è abbastanza evidente che un pezzo come quello linkato su Repubblica sia sintomatico di un certo tipo di fare informazione nell’epoca contemporanea –da cui io, perdendo un’ora a scrivere un pezzo su una questione così futile, non sono peraltro esente. Tra le righe del pezzo ci sono alcune cose interessanti:

-         Chi scrive (Michele Chisena) non sembra essere stato inviato al festival, non sappiamo se per scelta o per budget, o comunque non ha sentito necessario renderne conto dal punto di vista dell’esperienza diretta.

-         Tra gli innumerevoli tagli che si sarebbero potuti dare dare ad un articolo su un festival musicale, si è scelto di non parlare della musica. La questione-musica è deputata ad un altro articolo, linkato nel pezzo, che ha tutta l’aria di un redazionale.

-         Tra gli innumerevoli tagli, si è scelto di porre specificamente una domanda: perché non esiste una risposta italiana allo Sziget? È strano a dirsi così, perché i tre artisti nominati nell’articolo di cui parliamo non hanno problema a suonare in Italia, potenzialmente anche a dei festival, potenzialmente anche tutti in un singolo festival, per giunta gratuito o comunque trasmesso in TV (il concertone del primo maggio, Sanremo, Coca Cola Live, Festivalbar e quel che volete). Il punto è che se la risposta italiana allo Sziget è un festival con Caparezza Beetroots e Diodato, è la risposta ad una domanda che nessuno sano di mente si sognerebbe di porre.

-         Come dicevo sopra, il pezzo si permette un paragone tra festival musicali italiani e industria automobilistica italiana, mettendo nero su bianco che si è trasferita all’estero per ottenere i risultati migliori. Naturalmente è vero. La cosa interessante è che il paragone non serve al pezzo, è una sorta di bonus economico per fare legna di concetti più o meno casuali; considerando il fatto che stiamo parlando di un problema piuttosto importante nella nostra economia, la cosa fa male. L’industria automobilistica italiana si è trasferita all’estero soprattutto perché all’estero i costi di produzione sono più bassi, cioè pagano meno gli operai. È probabile che nessuno si sia posto la domanda, ma un’analogia del genere cosa ci dice dell’industria musicale italiana? Che i grandi festival italiani non potrebbero stare in piedi perché chi ci lavora vuole percepire un salario congruo?

-         Il pezzo indica una mezza dozzina di colpevoli ma non fa un nome che sia uno. Nelle interviste vengono citate cose tipo “lo stato”, “le autorizzazioni”, “la burocrazia”, “i promoter”. È una pratica molto comune, ha padri nobili (quando Pasolini scriveva “io so i nomi” e poi non faceva i nomi io non c’ero, ma credo che il pezzo avesse un suo senso, ok, non parlava di musica) e tanti di quei figli e nipoti da essere diventato un modo come un altro di intossicare l’informazione. Avete mai letto un articolo (in generale, mica solo su Repubblica o sul Corriere) che spieghi per filo e per segno come funziona? A me non pare di averne mai letto uno. Nel momento in cui chiude un locale viene a generarsi una serie di opinioni pubbliche che si basa su informazioni incomplete o del tutto mancanti: il posto non era in sicurezza, dice chi l’ha sgomberato. Avevamo fatto le modifiche e sono arrivati nuovi controlli, dice chi lo gestiva. I vicini si lamentavano, dice chi lo frequentava. Uno legge e prende posizione sulla base di quello che pensa: io preferisco che musica alcool e droghe siano presenti nella mia città, e sono sempre contrario alle chiusure. Qualcun altro preferisce silenzio e sobrietà, ed è sempre a favore.

-         La persona che firma è in buona fede. Non stiamo parlando di qualcuno che scrive di qualcosa con la coscienza di essere fuori contesto e al servizio di chissà quale scopo ideologico. Stiamo parlando di un normale giornalista musicale con (suppongo) una normale formazione da giornalista musicale che cerca di raccontare un grande festival europeo utilizzando un’impostazione che secondo lui ha senso e può interessare il lettore, sollevare quesiti che pensa possano/debbano essere sollevati, cercare di dare una risposta affidandosi a certe voci, eccetera.

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Tuono Pettinato

Andrea Pomini, un paio di settimane fa, aveva posto un problema legato alla storia che viene raccontata in due foto sulLa Stampa, una accanto all’altra. È un pezzo eccezionale, leggetelo. L’articolo di Repubblica (e molti pezzi sullo stesso taglio) pone molti più problemi di quanti sembrerebbe porre a un primo sguardo. C’è un complesso di arretratezza e sottosviluppo, basato su indicatori stupidi o sbagliati, che ci pone a considerare l’Italia il posto in cui la cultura se ne va a morire male. Nessuno fa niente perché questa cosa è fondamentalmente falsa. Personalmente, parlando di prestigio internazionale, vedo molti più buoni artisti italiani che non spagnoli o ungheresi (volendo tirar fuori stati in cui esistono grandi festival musicali).

Un’altra cosa è il modello culturale a cui ci riferiamo. Siamo usciti da un’estate in cui era possibile recarsi a un buon festival musicale ogni settimana: Ypsigrock, Radar, Siren, Umbria Rock, Lucca, Beaches Brew e dio solo sa quanti altri, senza contare le decine di festival fatti con (buoni) artisti italiani e le cose tradizionali e tutto il resto. Molti weekend toccava scegliere se andare a un festival piuttosto che a un altro. D’inverno i vari Dissonanze/C2C/Angelica/Netmage e simili. La principale differenza tra questi festival e un grosso festival internazionale, o un Heineken Jammin’ Festival, è che a quelli che ho elencato sopra ci si va per stare bene. Un bel posto fuori dalle metropoli, campeggi medio-piccoli, alberghi puliti, possibilità di mangiare spaghetti alle vongole spostandoti di trenta metri e spendendo il giusto. In più di un senso, da quando sono nato questo è di gran lunga il momento più florido ed eccitante per la musica dal vivo in Italia. Sapete qual è il modo di far crescere culturalmente una nazione? Di farla crescere davvero? Andare a questi festival. Fare in modo che l’anno successivo abbiano due gruppi più grossi in cartellone. Farli funzionare al punto che qualcun altro vorrà organizzarne di nuovi, farli rientrare col biglietto e il bar e magari, sì, qualche migliaio di euro allungato dal settore pubblico.

L’articolo, e la nostra cultura in generale, non prendono in considerazione queste realtà per svariati motivi. Il principale è la loro scarsa rilevanza dal punto di vista, diciamo, televisivo: luci sparate a bestia su un pubblico accalcato che urla ubriaco il testo di Albachiara in faccia alle telecamere. Da quel punto di vista, quello che serve per SALVARE L’ITALIA è un festival mastodontico, che porti ottantamila persone all’area parcheggio della Fiera di Rho a sentire gruppi tipo QOTSA e magari, incidentalmente, Mount Kimbie o Deadmau5. Pubblicità di birre cattive ad ogni angolo, gente collassata nel cemento con la maglietta dei PJ innaffiata di birra, cessi chimici e bandiere sarde a strafottere. A un certo punto magari uscirà anche qualche articolo sul fatto che questi eventi, Mount Kimbie o meno, non segnano nessun progresso culturale ma una diversa forma di asservimento, un’idea di musica fondamentalmente sbagliata, una brutta forma di elefantiasi e l’ennesima celebrazione del fanatismo musicale come esperienza totalizzante, militare e (nelle sue punte più estreme) vagamente fascista.

E poi certo, esistono buoni festival musicali in Europa, un pelo più a misura d’uomo, nonostante ospitino cinquantamila persone. Una cosa che non viene detta nell’articolo: gli italiani che avrebbero interesse ad andarci ci vanno già. Comprano il biglietto online, prenotano un volo online (che costa meno di quanto costi fare trecento chilometri in autostrada qui da noi), si presentano ai cancelli in orario e iniziano a riempire Instagram. Come è giusto che sia, tra le altre cose: la notizia è passata un po’ sotto silenzio, ma qualche anno fa i paesi europei hanno abbattuto le frontiere ed iniziato ad adottare una moneta unica.

Una per Nebo, GQ e quella storia lì

C’è che insomma era un po’ che non leggevo Nebo -o meglio Proeliator- e non sapevo avesse iniziato questa subcollaborazione con sta zona underground di GQ (una roba che si propone di essere le forbici con le punte arrotondate per il figlio di Vice e Cronaca Vera) e riscoprirlo al centro di un palese caso di “sciacquamento di palle editoriale” mi fa sentire come quando non senti un amico dalle medie e poi lo ritrovi al telegiornale dopo aver ammazzato qualcuno o essersi ammazzato con i canoni bizzarri del trend giornalistico del momento.
Ho iniziato a leggere Nebo lurkando i meandri del 63, che è stata e credo sia ancora la miglior maniera per studiare, capire e coltivare e acquisire cultura su internet. E’ un posto dove nell’internet del ’99 e degli anni 2000 ci hanno postato talenti veri, blogger senza sapere di esserlo, mille storie messe giù con una scrittura che se raccolti, ancora ad oggi, avrebbero fatto fare dei soldi veri a chi frequentava.
Nebo è uno di spessore uscito da lì, dal 63, ma che lì ci è arrivato con lo spolvero del rapper del nord-est da Mestre a Monfalcone, coi Genoma insieme a Nasdaq (DJ col manico vero) e quel pezzo lì sopra vale quanto una premonizione di mille dissing ed è roba di dieci anni fa.
Ritrovarmi ad ascoltare questo pezzo, i video di una Barbie Xanax invecchiata come una trentenne di Bristol che parla di un sindacato di categoria per la gente che scrive su internet in caso di licenziamento, la redazione di GQ che gestisce in modo a dir poco amatoriale la vicenda, non so, sento il rumore del livello che si abbassa, mi sento fisicamente più stupido, vedo scene in cui GQ ha l’ottima idea di prendere una penna come Nebo, di volere lo stile di Nebo, le parole di Nebo, l’incoerenza artefatta di Nebo, il pacchetto completo, con la mente veloce a scrivere figure di un certo tipo partendo da fatti di un certo tipo e poi qualcuno che gli campiona su “You want the truth? YOU CAN’T HANDLE THE TRUTH” infine l’inquadratura si allarga su una stanza grande quanto l’internet dove nessuno di quelli che ci lavorano sa più cosa vuole, nessuno sa più leggere oltre le prime quattro righe. Nemmeno GQ.

Nebo è stato cacciato per aver scritto a modo suo sul pestaggio domestico di Christy Mack, poi una videoblogger che campa di hater ci ha fatto un video di lamentela cercando di assomigliare a Selvaggia Lucarelli pur non riuscendoci da almeno dieci anni, GQ non ha voluto dire/sapere.
La morale è che se sei una testata importante, con un bacino importante, ed assumi un blogger ex rapper, assicurati che quel rapper sia quello che cerchi, o di pagarlo abbastanza per farlo diventare meno di quello che cerchi. O che sia Emis Killa, come ha fatto Sky.

Una volta ho visto i Van Pelt dal vivo. Robin Williams era morto da poco.

 

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La musica chiede quasi sempre di scegliere. Per evitare di farlo alcuni ascoltano la radio, e credo sia per quello che la musica alla radio sembra sempre finta e vuota. Alla radio i REM non sembrano mai veramente i REM, c’è sempre un edit diverso o cinque BPM in più o uno speaker simpaticissimo che inizia a parlare mentre ancora l’ultima nota di piano di Nightswimming non se n’è andata via in silenzio. Ascoltare Nightswimming prevede qualche secondo di silenzio alla fine, e non c’è nessuno che poi parla al microfono con una voce esaltata per tirarmi su di morale, che se avesse voluto farlo davvero se la sarebbe dovuta tenere in tasca, Nightswimming. E insomma si sceglie, centinaia di volte al giorno. Pensi che una canzone sia tutto ciò che vuoi per il viaggio, cantarla a squarciagola lanciato su una strada deserta. Scarichi il disco e lo masterizzi o ti fermi al negozio per comprarlo nuovo e metti su la canzone e a metà del primo ritornello la canzone in realtà non è più quello che vuoi e rimetti su quell’altro disco, quello che suona più piano, quello che non è il tuo preferito ma ce l’hai sempre vicino al sedile. E poi scegli di cambiare ancora o di non ascoltare la traccia numero quattro perchè, beh, non sono cazzi vostri. La letteratura si concentra molto di più sull’aspetto unificatore della musica, la sua capacità di creare delle reti, di quanto faccia sul carattere divisivo e personale. Il motivo fondamentale è che le tendenze unificatrici vendono birra. Con ogni disco e con ogni gruppo ognuno ha la sua storia, ed è una storia poco interessante perché sono gruppi e dischi.

La mia storia coi Van Pelt inizia per negazione. È il 1997 e leggo una recensione dei Royal Trux su Rumore: Claudio Sorge, che all’epoca è il direttore e firma il pezzo, scrive grossomodo che “i Royal Trux non sono più di moda. Me ne sono accorto in redazione, molto più opportuno scannarsi sull’ultimo dei Van Pelt…” Cito a memoria. Sorge è impegnato da tempo in una microbattaglia contro una certa aurea mediocritas, il post rock, le soluzioni minimaliste e in punta di dita riconducibili in qualche modo al punk. Odia i Tortoise e il post-rock; dei Van Pelt non dice niente di male, strettamente parlando, ma la musica divide almeno quanto unisce e questo gruppo che non ho mai sentito sembra stare decisamente dall’altra parte. Non è un periodo in cui posso andare a controllare cosa è vero e cosa è falso, mi fido di quello che sta scritto nelle recensioni. I Van Pelt stanno forse nello stesso numero, la recensione è boxata come quella dei Royal Trux, non la ricordo nemmeno più. La copertina è dipinta e virata sul verde.

Nella mia città c’è una strana tradizione emocore/indierock e credo sia tutto da far risalire a un tizio che organizzava concerti in uno squat a un certo punto; Blonde Redhead, Karate, Mineral, i primi Get Up Kids, Cap’n’Jazz, Braid eccetera. Basta una decina di persone a fare una scena, se sei in una città come la mia: uno ascolta un disco e lo fa girare, prova a far suonare il gruppo, tutta quella roba. Ai Van Pelt ci arrivo così, tramite amici che sono stati contagiati da qualcuno di quelli che hanno smesso con Fat Wreck e hanno iniziato a suonare, secondo la felice definizione del mio amico Nicola, “tipo Texas is the Reason”. Se metti su il disco capisci subito perchè a uno come Claudio Sorge fa schifo.

Sultans of Sentiment, dio. Che titolo stupido.

Chris Leo è bellissimo di quella bellezza femminea e gentile, viso dolce scolpito un po’ Fassbender un po’ Keanu Reeves. In un’altra vita sarebbe stato l’attore di punta in qualche teen-drama, magari una delle voci della sua generazione, quelli di cui gli altri invidiano l’esistenza; o magari un Jamie Walters qualunque, belloccio con la chitarra in un telefilm in voga. Non conosco la sua storia, so solo che suo fratello si chiama Ted. Suppongo che un giorno si sia trovato in mano una chitarra, e che da allora abbia iniziato a suonare e a fare scelte. Forse erano le scelte sbagliate, forse no. Dicono che ai tempi del primo disco qualche grossa etichetta s’era fatta avanti e aveva offerto al gruppo un contratto di quelli con un sacco di zeri. Loro invece firmano per un’etichetta minuscola col nome buffo, fondata da uno che stava in un gruppo accacì violentissimo. Gern Blandsten. L’etichetta, dico.

Dicono che i soldi non siano tutto. La grande domanda della settimana scorsa: com’è possibile che un attore bravo e di successo cada in depressione? Altra grande domanda: il suicidio è o non è una forma estrema di egoismo e narcisismo? Non so se ci sia una risposta, sarebbe stato sicuramente bello se non ci fossero state nemmeno le domande. Un’altra domanda: è possibile realizzare un disco come Sultans of Sentiment quando si è in pace con se stessi? Probabilmente sì, ma più probabilmente no. Nella testa di Chris Leo non ci sono mai stato. Spesso, a vederlo, dentro la testa di Chris Leo non c’è nemmeno Chris Leo. Sia quel che sia i Van Pelt si sciolgono l’anno stesso di pubblicazione del loro capolavoro, il cantante fonda un gruppo chiamato The Lapse e prosegue a suonare in giro. Il primo disco dei The Lapse è bellissimo. Non quanto quel disco dei Van Pelt, ma mica tanto più brutto.

Mi pare assurdo tocchi proprio a noi di sentirci non adatti inadeguati, noi che abbiam l’unica colpa di esser stati più curiosi, di non esserci mai accontentati di certi modelli di certe etichette di un linguaggio dal vocabolario ridotto, dello stesso filo conduttore tra cattiva qualità e successo commerciale, come per certe canzoni e per certi cantanti fermi da anni a un vecchio ritornello, il loro idioma io non lo comprendo, sono un sordomuto con questa passione per il canto.
(Caso)

Quando vedi dei ventitreenni urlare come dei pazzi sotto il palco dei Fine Before You Came non stai lì a chiederti quanti di loro avevano sentito Cultivation of Ease appena uscito, è una domanda vuota e stronza, è vuoto e stronzo anche stare un po’ dietro con le mani in tasca a godersi un’aranciata mentre davanti s’abbracciano gridano e saltano dal palco. Il motivo per cui queste cose sono tornate a far gente è lo stesso per cui, a scadenza regolare, assistiamo al ritorno in auge del rock’n’roll: la gente ha bisogno di concetti facili e di musica suonata forte. Trovarsi in mezzo a duecento persone che urlano ho tirato pugni da ogni parte solo per uscire da un sacchetto di carta può essere estremamente patetico o estremamente trascinante; nel secondo caso vuol dire che senti di trovarti in mezzo a tuoi simili. Ci sono meccanismi di identificazione e lubrificanti sociali, non così diversi da quelli che governano il rock da stadio, un po’ più mirati e un po’ meno universali; cambiano i rituali di affiliazione e il numero di persone sotto al palco. Se sono troppo poche basta stringere i muri del posto e scendere dal palco. Sultani del sentimento. Poi ci sono quelli che spendono centinaia di euro per andarsi a vedere la reunion degli Stones, sulla base del fatto che probabilmente la prossima volta qualcuno di loro salirà sul palco con un respiratore. Le storie che puoi raccontare sugli Stones le ha già raccontate qualcun altro meglio di te, tipo Godard, e comunque non erano interessanti già allora.

This show represents a triumph of normal people over businessmen, social manoeuvres and celebrities and politicians. This show is a triumph and a recognition of how fundamentally right normal people are.
(Steve Albini)

La canzone che apre Sultans si chiama Nanzen Kills a Cat e si ispira a un racconto Zen. Il mio amico Maurice per un certo periodo ha cercato di introdurmi al buddismo Zen, nello specifico la versione soap-opera dello stesso: io passavo il tempo a pensare e gli illustravo i miei progressi, lui mi percuoteva con un bastone. Chris Leo enuncia slogan fricchettoni con la voce aspra e un tappetino di chitarre sotto. La gente è supposta consumare birra e vino per mandare in pari il gestore del locale. Crucify our father Edison, sacrifice to the new mysticism, smash the bulbs that lengthen the day: chi può cantarle sentendosi in buona fede? Molte delle cose che ascoltiamo o leggiamo le diamo per buone, perchè decodificare costa tempo ed energia che non abbiamo. Qualcuno se ne approfitta, qualcun altro non si pone il problema. A volte mi piace pensare che un gruppo come i Van Pelt non accetti un contratto multimilionario perchè sceglie di cambiare la vita di una persona invece che rallegrare blandamente la vita di mille persone. Quel disco di parole aspre e incomprensibili e melodie sbilenche ha cambiato la vita di un sacco di persone. Forse anche a me, sicuramente più di quel disco orribile dei Royal Trux.

E poi quattro tizi imbracciano gli strumenti sotto la tettoia dell’Hana-Bi, verso le dieci e mezzo del 14 agosto. Robin Williams è morto da qualche giorno, e mentre siamo lì (ora più, ora meno) un attacco di cuore stronca Jay Adams. I presenti davanti alla tettoia si dividono in parti uguali tra presenzialisti dell’indie, sultani del sentimento, curiosi generici e gonzi semiubriachi in botta per il party di ferragosto. Il nome del gruppo che suona è The Van Pelt: sta scritto su un poster bellissimo di Baronciani attaccato sotto la consolle. Il cantante aveva anche suonato al Bronson, che è l’Hana-Bi d’inverno, qualche anno fa. Il nome del gruppo era Vague Angels e stava su un poster molto più piccolo. La data l’aveva messa insieme il mio amico Diego, avevamo iniziato a mettere dischi al Bronson da qualche mese. Chris Leo non ha mai smesso di suonare, tour poco o per niente seguiti, messi insieme con una rete di contatti orizzontale. Dicono che ami l’Italia, sicuramente parla italiano meglio di quanto io parli inglese. A quanto ne so il tour europeo i Van Pelt l’hanno messo insieme per suonare a un ATP, che viene cancellato all’ultimo; due giorni prima ha fatto un secret show a Ferrara. C’è anche un video su Repubblica, quello che parla nel video scrive pure su questo sito. Tutto in famiglia. Chi c’era mi racconta che è stato “commovente”; io stasera sono venuto col minimo sindacale di fotta. Quando un gruppo si riforma mi figuro sempre Matteo Cortesi scrivere “tristo karaoke per introdotti” e schiacciare il tasto pubblica. Matteo ha sempre ragione, e ogni volta che un gruppo si riforma tocca cercare di capire se sia saggio o meno non curarsene. Poi quelle melodie iniziano ad intrecciarsi e la nostalgia ti stringe alla gola con una mano e ti sussurra “quando inizia a far male puoi andartene”.

Durante la prima parte del concerto chiacchiero un po’ con qualche amico, poi diventa inevitabile girare in mezzo alla platea e fare scorta di sguardi e sorrisi. Basta andare un pochino avanti sul palco: niente scene isteriche, applausi che scrosciano ogni tanto. Sul palco i quattro sorridono sereni, crescono piano d’intensità alla fine dei pezzi, Chris urla e perde un po’ la voce. Uno mi indica il tizio davanti a me: ha sessant’anni, è lo zio di un suo amico, se li porta ai concerti da quando andavano alle medie. Fa su e giù con la testa. Un altro è davanti con il sorrisone, ha scritto un pezzo sui Van Pelt ispirato a Foster Wallace che sta su Non ti divertire troppo. Diego è subito dietro. Un paio di mesi fa mi ha spiegato che il disco nuovo dei Van Pelt è una specie di reboot del primo disco dei The Lapse. Alla fine del concerto sembra ubriaco di star bene. Il commento finale è suo: “tutte quelle che potevano fare le hanno fatte”. I Van Pelt se ne sono già andati a vender dischi. Qualcuno in consolle mette un disco dei Blur.