È UN PAESE L’ITALIA (Sono stato a un concerto di Masini l’altra sera)

MASER

J’hanno spezzato il cuore tutti e due, intendo alle loro donne, intendo Masini e De Andrè. Ma bisogna pur dire che, mentre al secondo tutto è stato perdonato, nel senso che nessuno si è proprio mai scomposto, anzi era tutta poesia, tutta bohème, in quel conformismo inaccettabile che solo i ricchi ribelli di sinistra riescono a toccare, quella roba fatta di indignazione e piagnisteo e che ammette però roba tipo l’antisemitismo o l’evasione fiscale, se perpetrata da loro, insomma in questo interminabile mio periodo fatto di subordinate su subordinate, che i posteri chiameranno DESTRUTTURAZIONE DELLA SINTASSI o REINVENZIONE DELLA LINGUA se sarò ritenuto di sinistra, o più probabilmente inutile delirio di un senza talento se rimarrò sionista come sono, in questa giustapposizione di frasi a caso, quello che sto cercando di dire è che perlomeno IL MASER l’ha detto chiaro, pagandolo con la carriera.

Sono stato al concerto di Masini l’altra sera – intendo dire che ci sono stato davvero, ho pagato per andarci, prendendo i biglietti che costavano meno per prendere in giro me stesso nel senso di “sto facendo la gag”, e l’unica cosa di cui mi pento è questa, perché è stato una figata e se ci tornassi starei in prima fila.

Questo nonostante la PLEBE che frequenta un evento live di questo tipo – una vera plebe, non i ragazzi istruiti del Circolo degli Artisti (r.i.p., ma anche no), non il pubblico generico-yet-piccoloborghese di, non so, dei R.E.M., no, proprio la ggente, il volgo vero, quello che cala dalle periferie e è grassissimo o molto poco vestito o incapace di esprimersi o tutte queste cose insieme, quello che quando fa la botta di vita va a magnà IL PORCHETTONE ai Castelli (più vicini a casa loro di Roma centro), quello che non legge, non si informa, e davvero fa tutte quelle cose che gli schizzinosi film italiani radical chic credono di aver inventato quando mettono un Ennio Fantastichini a fare roba del genere, tipo rallentare, abbassare il finestrino e gridare a una ragazzina di sedici anni: Ammazza che bella cavalla.

Dico “nonostante” la plebe perché io stesso  ero, forse sono, uno di questi istruiti figli di puttana, istruiti nel senso che non c’hanno capito un cazzo, e parlano e riparlano di morale, etica e cazzi e quando si sporcano le mani in realtà stanno facendo robetta da cacasotto tipo ascoltare gli 883.

Pippe, merde, pusillanimi che per anni si sono ascoltati la roba seria tipo non so Kurt Cobain, poi sono usciti da questa narrazione del noi contro di loro e, rompendosi il cazzo di tutto, hanno cominciato prima pian piano, con ironia, a ascoltare un po’ di pop,  e poi, in capo a pochi anni, hanno cominciato a parlar bene e ispirato di questa merda, a fare tesi di laurea su Lady Gaga, rendendo la nettezza di opinioni contrastanti di prima un casino generale in cui tutto vale uguale, tutto può essere preso sul serio perché niente lo è, e tutto è drammaticamente livellato verso il basso, verso le profondità abissali.

In tutto ciò il Maser, cacciato perché portava sfiga, è riemerso dall’oblio vincendo un Sanremo anni fa, e tornando quest’anno al festival con la sua canzone migliore dai tempi della svolta heavy metal di Scimmie, e la sua storia è rimasta pur tuttavia una storia di nicchia vera, perché una storia di plebe, perché la vera nicchia è la massa, la massa ruminante che attraversa la Storia umana tutto calpestando ma mangiando solo erba, quindi mandando giù un sacco di fibre che sta per assimilare poco e cagare molto, e la sua opinione e il suo non-gusto restano perciò dimenticate, irrilevanti, e se qualche volta magari hanno anche rilievo (non so: vince Berlusconi), l’élite degli illuminati che ascoltano Justin Timberlake e Jaga Jazzist li rifiuta con una forza tale da renderli peggio che inesistenti.

Mas, insomma, sale sul palco col gilet, la camicia bianca fuori dai pantaloni, le sue disastrose gambe ciccione dentro pantaloni militari portati su quelle che da lontano intuisco e temo essere Superga. Il palco si illumina di verde, bianco e rosso quando canta quella che fa è un paese l’Italia che ci ha rotto i coglioni, e una gigantesca scritta MASINI VAFFANCULO appare quando canta il suo anthem più anthem. È intonatissimo, è selvaggio, è disastroso negli speech tra un pezzo e l’altro che non sono ironici e superiori come quelli dei cantanti indie, sono cose tipo “Oh ragazzi pensavo che in Alaska ci sono i pinguini coglioni… boh non lo so che cazzo stavo dicendo… la prossima si chiama Ti innamorerai”, sono uno spezzaritmo clamoroso che pure non riesce a spezzare due ore e mezza trionfali in cui c’è pure spazio per il plebeo del pubblico che sale sul palco (come ha fatto? Dovevo pensarci io) chiedendo in sposa la sua plebea, davvero plebea eh, si chiama Sara e viene da un posto tipo CEPRANO ROMANO, lo so perché lo dice al microfono il Maser, il Maser complice che la mette in mezzo clamorosamente e poi la uccide con un pezzone clamoroso che non ricordo più quale ma è una cosa ovviamente disperata e straziante sulla quale, penso, soltanto una indie di merda potrebbe dire NO.

Nelle due ore e mezza che dicevo, che bastano a MM per cantarci tutte le sue canzoni (mancano, credo, solo Le ragazze serie che però a sto punto forse non è sua, e la cover dei Metallica, ma quella è ovvio non la faccia), imparo tante lezioni come mai nella vita prima d’ora: imparo, per esempio, che il pop di cuore e di grana grossa come questo è di gran lunga la mia musica preferita; imparo, con senso di liberazione, che la gente plebea considera plebeo anche me (più precisamente: non mi si incula, ma ovviamente mi considera plebeo, perché per loro null’altro esiste) e questo è buono; imparo, con sollievo, che non sono qui per fare l’esperimento antropologico, sono qui perché mi piace davvero. E grazie all’amico che era con me che non ci ha pensato manco mezzo secondo che stavamo a fa’ finta, e mi ha aiutato a non avere l’atteggiamentino del cazzetto solito, quello che ci si aspetterebbe.

Subito fuori, Roma è tiepida, siamo in pieno centro, a Via della Conciliazione, tra San Pietro e Castel Sant’Angelo, rifletto senza impegno e sono a un passo dal capire tutto – tutto, dico davvero: il senso della musica, lo scopo nella vita, la pienezza che si raggiunge nell’essere padre e forse, solo forse, comincio a capire che in realtà sono felice. Poi qualcuno urla N’A VISTO CHE FIGATA AAA MAIETTA, e mi distraggo e mi accontento, in fondo, del fatto che a breve andrò a dormire con la consapevolezza di aver visto il più bel concerto della mia vita. E so anche che nessuno ci crederà, quando lo racconterò.

Tutti Charlie col culo dei francesi

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Detesto i Nobraino ma senza cognizione di causa, detesto il loro modo di vestire e la loro musica e la musica di tutti i gruppi che fanno musica simile a quella dei Nobraino. Non so dire come si posizionino nella scala di valori dei gruppi a loro affini ma immagino che il successo dei concerti li metta abbastanza in alto. Non che il successo significhi nulla, ma insomma. Il problema è la musica in sé, il fatto che non la tollero, mi infastidisce la sua esistenza. Credo di capirla e credo di capire da dove venga, e mi rendo conto del fatto che una volta magari era la musica più pericolosa e sperimentale che avevamo in questo paese, ma sono passati dei decenni e ci sono stati anche dischi più pericolosi e sperimentali. Sta bene nella sua sterminata nicchia di pubblico, che ci piace identificare con un branco di fuorisede pugliesi

Insomma ieri i Nobraino hanno commentato la storia del canale di Sicilia con una battutona, piuttosto brutta invero. Nel canale di Sicilia, tra sabato e domenica, sono morte 700 persone.

(Non ho nessuna opinione sul barcone affondato. Non ho mai opinioni quando affonda un barcone, che muoiano due persone o settecento o che si rovini la vernice della chiglia e basta. Se dovessi decidere io, cosa che sono grato di non dover fare, preferirei che quelle persone non morissero, che venissero accolte con i crismi del caso sobbarcandoci i costi di questo servizio come collettività, come si compete ad un normale stato di diritto. Al contempo, se dovessi decidere io, seguirei il consiglio di Don Pizzarro e mi muoverei per togliere i punti della patente a tutti coloro che manifestano pubblicamente tendenze omicide nei confronti degli immigrati clandestini. Voglio dire, è ragionevole pensare che chi vuole affondare i barconi sia libero di correre addosso a qualsiasi pedone con la pelle scura. No? Fortunatamente non sono io a prendere le decisioni. Poi magari ti facciamo rifare il test con il nome e cognome e pubblichiamo i risultati: “pensi che i barconi con sopra degli immigrati clandestini dovrebbero essere affondati?” se rispondi sì non ti posso ridare la patente, se rispondi no i risultati sono a disposizione della gente e magari la smetti di fare l’idiota su twitter. OK, non è un’idea facilmente realizzabile, ma credo lo sia di più di molte altre che vengono esternate e discusse tranquillamente da gente che per lavoro deve prendere decisioni su questo argomento. Contrariamente a quello che si può pensare, questa non è un’opinione sulla tragedia in Sicilia. È un’opinione politica generica che a volte ha senso esprimere e più spesso no. Ad esempio, quando sei dal salumiere e uno davanti a te sta dicendo che in fondo esistono anche immigrati rumeni che hanno voglia di lavorare, non ha molto senso parlare di stato di diritto.)

I Nobraino hanno pubblicato questa battuta sotto.

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Capisco che non sia proprio una gag riuscitissima, e capisco anche che i Nobraino facciano cagare a un sacco di gente che ascolta musica. Nondimeno, quella dei Nobraino è una cazzo di battuta. è stata fatta da un gruppo che ha suonato al concerto del primo maggio e che ha cantato pezzi che possono essere cantati in coro da un sacco di garantisti, o come volete chiamare quelli che pensano che chi vuole “affondare i barconi” sia una testa di cazzo. Non l’ha capito nessuno. E poi hanno fatto una battuta, qualcuno non l’ha capita, qualcuno sì e l’ha odiata, e via di questo passo.

Qualcuno dice che ho un umorismo inglese, a volte passo per un cinico, a volte per una testa di cazzo. C’è qualcuno che semplicemente non vuol sentir parlare di certe cose, a volte devo spiegare a qualcuno che sto scherzando. Diverse persone evitano di invitarmi a cena. È abbastanza frustrante vedere persone al tuo tavolo che ridono alle battute di qualcun altro che non fanno ridere e poi guardano imbarazzati in basso quando ne spari una che ti sembrava divertente. Non voglio dire che le mie gag siano migliori delle altre, è abbastanza evidente che no; mi sta solo sul cazzo di passare per uno stronzo perché ho fatto una brutta battuta. Se faccio una battuta sull’olocausto, la gente di solito al tavolo sa che non sono particolarmente favorevole all’olocausto. Sono battute, diosanto.

Il primo effetto sulla battuta dei Nobraino è stato una valanga d’insulti. Il secondo effetto è stato che Roy Paci ha dichiarato pubblicamente che i Nobraino non suoneranno più al concerto del primo maggio. Quello a Taranto, non quello a Roma (non so come funzioni ma credo che il primo maggio di Roma sia il concerto del primo maggio cattocomunista e quello di Taranto sia quello hardcore). Un paio d’anni fa ci fu una querelle simile, qualcuno si mise d’impegno per impedire a Fabri Fibra di suonarci per la misoginia dei testi. Misi un pezzo su Bastonate perché mi piacciono un sacco queste storie senza eroi, cerco di non ripetermi, andate a leggere lì. A volte funziona anche che certa roba la leggi scritta da un gruppo che apprezzi e allora ti prendi il disturbo di capire, decodificare. Mica chissà che sforzo, solo capire che magari non gli è uscita bene. Come se ci ricordassimo quanti ne sono morti la penultima volta che è affondato un barcone. I Nobraino no, fanno schifo, roba da fuorisede col tavernello, via col tiro al piccione.

L’indignazione è una bestia così. Sono sempre gli altri ad essere merde, nessuno può fare un passo falso, tutti pronti ad impallinare. La cosa del politicamente corretto è diventata grottesca. Sabato ero all’Ipercoop; dagli altoparlanti è partita una registrazione che diceva “il 25 aprile e il primo maggio saremo chiusi perché Coop crede nei valori di queste feste”. Mi ero così gasato che stavo per alzare il pugno, poi ho lasciato perdere e ho messo il Dixan nel carrello. Questa cosa dieci anni fa non sarebbe successa: magari avrei preso il fustino e l’avrei tirato contro l’altoparlante e avrei fatto una scenata per impedirgli di usare il primo maggio come veicolo promozionale.

Terzo effetto: mentre scrivo mi segnalano che i Nobraino sembrano essere spariti anche dal bill dello Sherwood Festival, il 12 giugno. Quindi siamo già a due date, in neanche 24 ore, perse da un gruppo che ha fatto una brutta gag. Qualcuno sta dicendo che “gli fanno un favore”, perché a questi concerti i Nobraino sarebbero stati presi a sassate. Contenti voi, davvero. Tutti Charlie. Mi raccomando l’hashtag alla fine.

quarto effetto:

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Immagino che la morale sia qualcosa sul genere “non è necessario voler affondare tutti i barconi per essere una testa di cazzo”. Vediamo quanti altri concerti perdono i Nobraino da qui a sera. Per una battuta del cazzo.

L’anniversario.

frigofest 2015

La prima volta che ho messo piede a XM24 non era ancora XM24: il mercato ortofrutticolo stava ancora al suo posto, merce in esposizione e tutto il resto, prima e dopo casermoni ora rasi al suolo da mo'; potrei sbagliarmi ma già allora sembrava un po’ in disarmo, un luna park senza le giostre a un passo dallo smantellamento. Non ne conservo ricordi particolarmente nitidi: quella era la strada che dovevo fare per andare dal dentista, un tragitto che ricollegavo al dolore fisico a cui mi stavo volontariamente consegnando, che mi aspettava, ineluttabile, ogni passo sempre più vicino. Avevo sette anni e un sacco di carie; non importava quanto e quante volte al giorno andassi giù peso di dentifricio e spazzolino, ne uscivano sempre di nuove, buchi neri di lancinante inanità in punti che mai avrei sospettato sapessero fare tanto male. Ero arrivato alla logica conclusione che masticare fosse un’azione intrinsecamente sbagliata, una colpa da espiare, di cui rendere  conto a un dio malevolo che regolarmente esige il necessario tributo. Doveva essere così, per forza. Mio padre ha avuto problemi ai denti tutta la vita. Suo padre uguale. Sangue cattivo. E però la soluzione era peggio del problema. Di una cosa ero assolutamente certo: piuttosto che un’altra visita dal dentista avrei preferito tenermelo in eterno quel male. Il trapano, uno strumento di tortura che avrei imparato a detestare molto presto – ‘anestesia‘ una parola di cui nemmeno conoscevo l’esistenza; ero troppo piccolo per poterla chiedere e ottenere senza sbarellare, oppure ero finito nelle mani di un sadico bastardo. Comunque, stesso risultato: ogni cellula del mio corpo colonizzata dalla sofferenza, sentire ogni trivellazione, sentirla tutta.

Fino ai dieci il rituale del dolore si è ripetuto invariato, stessa location, stesso svolgimento, cambiavano solo gli intervalli tra una seduta e l’altra. In sala d’attesa leggevo avidamente Lanciostory (lì ho scoperto che esistevano altri fumetti oltre Topolino: il lascito più significativo di quegli interminabili pomeriggi, altrimenti terrificanti su tutta la linea), sperando con tutte le forze di finire catapultato per osmosi da qualche parte lontano da lì; nel cosmo, magari. Non sapevo esistesse un film intitolato Il maratoneta; senza averlo visto, era come lo conoscessi a memoria. Lo stavo vivendo, a rate, in prima persona. Ero io Dustin Hoffman, il dentista Laurence Olivier più bastardo. Mi torturava senza bisogno che rispondessi in maniera sbagliata alla domanda “È sicuro?”. Nessuna domanda, lo faceva e basta.

Non ho più voluto tornare nei paraggi, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio. Il Link era un’altra cosa; geograficamente vicino, mentalmente su un altro universo, a galassie di distanza. Fasi della vita, soprattutto niente più dentisti all’orizzonte. Per arrivarci facevo un’altra strada, passavo di fianco alla stazione, alla ferrovia. Il più delle volte non ricordo come né in quali condizioni fossi riuscito a tornare a casa. Succedeva che, in qualche maniera, mi risvegliassi nel mio letto. Non sempre; non era scontato.
Quando XM24 è diventato XM24 ero altrove, con il corpo e con la testa. Dove, altra storia. Diventa complicato assemblare i ricordi, dare una forma coerente ai ricordi, quando la memoria funziona a corrente alternata. Non ho preso coscienza immediatamente del posto, al contrario; il processo è stato lento. C’era l’antiMTVday e pochissimo altro, almeno a mia memoria; per quanto ne sapevo era un posto vuoto che in occasione di un festival che mai mi sono preso la briga di odiare metteva insieme una specie di contraltare dove suonavano gruppi che mi andavano a genio più di molti altri, poi per 364 giorni tornava in immersione. Non era così, naturalmente, ma i canali di informazione erano pochi se non facevi parte del giro; quindi ai fatti per me il risultato era lo stesso. Il flyer di un concerto potevo avvistarlo anche settimane dopo il concerto, nei posti più impensabili; funzionava tutto molto a caso. Funzionavo a caso.

Dal 2004 ci sono finito via via sempre più spesso. Continuavo a sbagliare strada, a finire al centro sociale dei vecchi pochi metri prima, ogni volta con sommo sgomento. Confusione mentale come manco Marv. Ci ho messo anni a memorizzare l’ubicazione, a capire che “24” era il civico. Il collettivo Frigotecniche nasce nel 2005, da qualche parte in rete si trova ancora il manifesto di allora; diverse incarnazioni si sono susseguite, il nome è rimasto. Ne ho visti andare, altri arrivare, giorno dopo giorno, anno dopo anno. A un certo punto sono entrato a fare parte dell’ingranaggio. Qualsiasi cosa, dalle pulizie, alla cassa, a preparare da mangiare ai gruppi, a servire birre ignoranti e torcibudella assortiti al bar, la qualunque: ogni compito non richiedesse qualifiche o competenze specifiche c’ero dentro. Non suono in un gruppo e non organizzo roba, non lo facevo per scambio di date o favori o prebende di altro tipo, lo facevo per continuare a farla girare, per portare avanti qualcosa in cui credevo. Ho visto belle cose, altre meno belle, altre sarebbe stato molto meglio non averle viste mai; ho conosciuto persone che sono finite per diventate i fratelli che non ho mai avuto come anche la peggio feccia in circolazione sotto ogni punto di vista (morale, umano). In mezzo una serie di immagini che mi porto dentro comunque vada. Qualcosa scompare come dicevano i Negazione, e qualcosa rimane come dice Francesco: proprietà transitiva.

Sabato si celebra qualcosa che rimane. Dieci anni di Frigotecniche tra baldorie, balotte e battaglie.

Anteprima: BACHI DA PIETRA – HABEMUS BACO

bdp

Fuori piove e io sono nel parcheggio del centro commerciale con una ragazza e le dico una cosa stupida e forse offensiva, poi un’altra, e lei me dice che la cosa che le ho detto è stata stupida e brutta e offensiva e io per fare lo sciolto inizio a spiegare le mie ragioni ma va tutto male e lei mi dice un’altra cosa brutta e allora mi offendo e voglio passare il resto del tempo a litigare e poi insomma, non è che le parole che ho detto le posso tanto tirare indietro, è come con le cicatrici. Presente? Le cicatrici rimangono lì e possono piacerti o non piacerti ma rimangono comunque. A me piacciono. Ho una cicatrice sul sopracciglio sinistro ma non è stata una litigata con una ragazza, sono stato menato dai fascisti o sono caduto dal seggiolone, non ricordo bene, lunga storia. Non so come mi sono cacciato in questa situazione, però. A un certo punto dentro la macchina l’aria non si respira più e allora esco e prendo la mia auto e me ne torno a casa incazzato e deluso e preso male.  Fuori piove che dio la manda, il viaggio verso casa è lungo tre quarti d’ora e io non sopporto me stesso e le cose che ho detto e credo che  domani la sistemeremo e rimarrà una cicatrice minuscola, impercettibile, ma finché non succede non succede. Poi l’acqua scroscia sui vetri e penso a cosa scriverle prima di dormire. Le tempie rilasciano un po’ di tensione. Al resto ci pensa la musica. Nell’autoradio ho il CD dei Bachi da Pietra che in questo momento è l’unico che hanno fatto, si chiama Tornare nella terra e va suonato forte. Qualcuno ha bisogno di spurgare lo scazzo con cose tristi e sussurrate e malinconiche e che non diano fastidio, io mi faccio gli impacchi di rumore assordante. I Bachi da Pietra stanno a metà tra le due cose e comunque non somigliano a molta roba in giro. Succi e Dorella attaccano a suonare e Succi dice che voglio scopare la vita nel sangue e sborrare sulla fine del mio essere di carne. È come quando sono chiuso in cameretta e mugugno da solo ad alta voce. Poi le cose con la ragazza le ho sistemate e i Bachi da Pietra hanno fatto uscire altri dischi. Tutti belli. La canzone più bella è sempre la traccia uno: Primavera del sangue, Casa di legno, Servo, Pietra della Gogna, Haiti. Non so dire se sia una scelta precisa o solo la mia percezione. I dieci anni successivi li passo a fare cicatrici ed asciugarle con altri dischi. Le canzoni di Succi sono dure come tutte le canzoni belle. No, ci sono anche le canzoni belle e morbide. Quelle di Succi però sono dure.

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Bachi Da Pietra
Habemus Baco EP
05 maggio 2015
vinile/digital
Wallace, La Tempesta, Tannen / Audioglobe

in anteprima Tutta la vita

Mirko Spino

mis

Mirko Spino è un personaggio abbastanza mitico del sottobosco italiano. Viaggia sui quaranta e ne ha passati più di quindici a far uscire dischi, con un’etichetta che si chiama Wallace Records. Wallace è un’etichetta indie di quelle che c’erano una volta, con quell’atteggiamento specifico: pubblica dischi di ultranicchia sulla base del puro gradimento. Ci si può trovare indifferentemente cantautorato (più o meno) tradizionale, impro-jazz, noise, metal estremo, rock’n’roll marcio e qualsiasi altra cosa gli passi in testa. La grassa metà dei dischi usciti su Wallace sarebbero potuti uscire quasi solo su Wallace, per capirci. Il testo che segue è il frutto di una chiacchierata che inizia via email e prosegue a pranzo, sfilacciandosi e diventando incongruente. I grassetti sono le domande, il resto è suo.

Come “operatore” ho iniziato nel 96/97 a seguire da vicino i gruppi che mi piacevano, scrivendo qua e la delle recensioni, organizzando qualche concerto e qualche data per Jinx e Six Minute War Madness. Avevo anche messo in piedi una sorta di webzine ante litteram, si chiamava Rumori (che originale, eh?). Mi trovavo bene nel mondo tra virgolette alternativo, avevo la mia dimensione che coniugava il rock meno commerciale e certe posizioni politiche sinistreggianti. Avevo già più di vent’anni e non sedici come di solito accade, ma cazzo, venivo dalla provincia. Con i gruppi sopracitati, ed altri con cui avevo stretto un rapporto, è nata la compilation Tracce, nel 99, che voleva appositamente essere un manifesto di quella scena in quegli anni. Da li poi siamo arrivati al numero 184 di catalogo, in giro in questi giorni.

I dischi più venduti? I fiaschi più grossi?

L’attenzione maggiore per l’etichetta l’ho avuta con i primi dischi: RUNI, A Short Apnea, Madrigali Magri rientrano nelle prime 10 uscite. Dischi come Between 13 & 16 dei Bron y Aur avevano ottime recensioni, interviste, buone vendite, pur essendo musica che oggi verrebbe catalogata come “la solita cosa sperimentale della Wallace Records”

Poi è arrivato il best seller, Sentimento Westernato di Bugo, di cui io ho stampato 2000 copie prima di ritirarmi dall’affare-Bugo. So che altre 1000 almeno sono state stampate in seguito. In quel momento c’è stato l’apice di esposizione dell’etichetta e di un suo artista: parlo di Mtv, Tutto Musica e Spettacolo e perfino Famiglia Cristiana. Un trittico che mi ha portato a riflettere su cosa volevo fare da grande. Avevo ricevuto qualche offerta.

Tipo?

Mi è stato proposto, diciamo, di fare dischi con soldi altrui, occuparmi della gestione artistica e di nient’altro per qualcuno di più grosso. Ma la storia recente di etichette come il Consorzio Produttori Indipendenti era lì che mi consigliava di lasciar perdere, mi era chiaro che non mi interessava fare il produttore, bensì continuare a vivere le situazioni più stimolanti e stare accanto alle persone che le tengono in piedi. Questo, ne sono certo, è possibile solo se vivi l’humus underground.

Dimenticavo i fiaschi più sonori. Posso parlarne solo dal punto di vista commerciale e di esposizione: mi sarei aspettato maggior attenzione per i dischi di Permanent Fatal Error, Hell Demonio o Almandino Quite Deluxe, che sono tutti ottimi dischi e ottime live band. Se devo fare un’analisi spicciola, direi che lo scarso successo dei dischi è dovuto anche alla poca attività dal vivo di questi gruppi, che è il miglior strumento promozionale per le band rock. Comunque leggevo poco tempo fa un’ intervista a un dirigente della EMI, che aveva spinto per la pubblicazione di Entertainment! dei Gang of Four, e che si dispiaceva dello scarso successo avuto dal disco in termini di vendite e recensioni. Però oggi sappiamo bene di che musica stiamo parlando. Quindi… fanculo i fiaschi.

Ho letto qualche anno fa una tua intervista su blow up in cui parlavi di un disco che stava nel tuo sito a tipo 10 euro, e al contempo veniva venduto usato su ebay a qualcosa tipo 40 euro. Ecco, mi chiedo, ti è più successo qualcosa del genere? 

Non mi è più successo in maniera così palese, ma vedo che alcuni dischi Wallace vengono venduti a prezzi molto più alti in giro. Lo trovo coerente se si tratta del negozio che ti dà dei servizi, il più prezioso dei quali è darti la goduria di sfogliare dischi invece che riempire un carrello immaginario sul web.

Mi fa strano quando riempi un carrello di ebay pagando 18 volte tanto (il disco alla fine è stato venduto a 182 euro, con 10 offerte sopra i 150 euro) invece che riempire il carrello del sito di Audioglobe, di un altro distributore/negozio o della Wallace. Comunque no: una così enorme idiozia l’ho vista solo una volta, si trattava del disco di Mats Gustaffson/Paolo Angeli della serie Phonometak. Magari il pubblico dell’improjazz ha imparato ad usare internet.

Mi sembra che rispetto a quando è cominciata la cosa dell’e-commerce, il concetto sia cambiato molto. Non sono un grosso acquirente di dischi online, ma credo sia diventato più o meno come comprare in un negozio di dischi. Vado su un sito tipo Amazon e compro quello che c’è, a prescindere dal fatto che sia la mia priorità o meno, diciamo così. Mi dici qualche numero? tipo, quante copie ha venduto il tuo disco più di successo dello scorso anno? quante ne ha vendute nei negozi/online/ai banchetti?

Se l’anno scorso è terminato il 31 dicembre devo dire che il disco di Giovanni Succi, Lampi per Macachi (uscito a metà dicembre), ha fatto il botto. Nei primi giorni di uscita me ne hanno ordinate una ventina per mailorder. Sembra una bazzecola ma se ci metti quelle che sono andate nei negozi o nei concerti …si può reputare un successo.

Stessa cosa e negli stessi giorni Your Sister dei Gerda è andato bene, con numeri simili, ma quasi esclusivamente in Nord Europa. Anche Uno Bianca di Bologna Violenta è ampiamente sopra la media, ma non so darti numeri precisi perché spesso i dischi vengono venduti direttamente dalla band dal vivo.

Per il resto i dischi che vendo per mailorder o nei negozi si contano in unità. Ogni tanto qualcuno fa ordini corposi con un po’ di materiale del catalogo, anche non recente, sfruttando i buoni prezzi, gli sconti ed il fatto che nel pacco ci metto sempre qualche omaggio (altri dischi che ho in distribuzione, etc). Con i banchetti ho un rapporto strano: mi piace frequentarli ma quando li faccio io (raramente) riempio un’auto – presa in prestito – di scatoloni e li sistemo sul banchetto, studiando e pensando a cosa mettere in facing, eccetera. Poi vado a bere e torno a prenderlo ubriaco a fine serata. Per fortuna c’è qualche amico/a compassionevole che ci dà un occhio.

Se parliamo di numeri così direi che non si parla quasi nemmeno più di fare la patta. no? quante copie hai stampato del vinile di Succi?

300. Tieni conto che i numeri che ti ho dato sono quelli di cui ho il controllo diretto per via del mailorder. Ieri ha scritto Giovanni che sono terminate le 50 delle prime quattro date del tour, quindi nel complesso è un disco che gira bene. Poi c’è la distribuzione. Non credo che questo disco sarà in circolazione ancora per molto. Ribadisco che comunque questo è un disco di successo, con gli altri i numeri sono decisamente più bassi.

Mi incuriosisce la matematica del tutto, nel senso… immagino che il contratto per il disco di Succi sia un contratto pagato in copie del disco, e provando a fare una specie di calcolo su cifre molto vecchie che riguardavano lo stampare in vinile, secondo me ti rimane in cassa un paio di cento euro a dire molto. Questo per un disco di successo, e tu pubblichi roba di gente tipo Il lungo addio che immagino venderanno cinquanta copie del CD. per cui suppongo che alla fine dell’anno si vada in perdita. suppongo male?

Supponi bene, anche se poi raramente oggi mi occupo della produzione totale di un disco, spesso si tratta di coproduzioni, oppure accordi con i gruppi che acquistano copie per i live. Dico “accordi” e non “contratto” perché di contratti non ne ho mai fatti, e questo non mi ha mai comportato problemi di nessun tipo.

Per far tornare la matematica ho sempre attuato uno schema rigido, che prevede che tutto quello che proviene da un disco fortunato (ossia porta a casa il paio di cento euro) finisce nella stampa di un altro, prendendo il rischio che non sia un disco altrettanto fortunato. Visto che hai citato Il Lungo Addio, ci sono alcuni episodi stravaganti che riguardano questo disco: gente magari fuori dal solito giro che però si fa centinaia di km per andare a vedere il live, e poi si compra 5 copie del CD. Anche questo disco, sicuramente insolito per il mio catalogo, ha il suo spazio e mi piace che sia disperso in questo modo. Certo, le copie stampate non sono proprio state bruciate in una settimana.

Davvero non hai mai firmato nessun contratto?

No. Per dire, Bugo a un certo punto è passato su major e ha fatto Dal Lofai al Cisei. Un giorno mi chiama e mi inizia a parlare di cose strane che non capisco bene, “cioè perché io praticamente cioè il disco prima insomma non lo so cioè”, queste cose. Insomma, dopo un quarto d’ora di telefonata sono riuscito a capire non so come che mi chiamava per avere da me una liberatoria per i diritti di Sentimento Westernato. Stavo per scoppiare a ridere, poi ho pensato chissenefrega e gli ho mandato la manleva. L’unico divertimento che mi sono riservato è stato di scriverla con questo tono ampolloso-apocalittico come se gli stessi concedendo una libertà fondamentale per puro buon cuore, ma lui di fatto con quel disco poteva farci quello che preferiva…

Hai preferenze sui formati che stampi?

Come ascoltatore? Assolutamente vinile.

Sta creandosi questo piccolo consenso contrario, secondo cui insomma, il ritorno del vinile non è che sia tutta questa cosa. Io sono abbastanza d’accordo, forse perché sono pigro e mi piace il CD in qualche modo, lo metti in autoradio e non devi curartene.

Io no. Cioè io la musica la ascolto nelle casse del computer o sullo stereo di casa. Se la ascolto nello stereo di casa mi piace ascoltare il vinile: il suono è migliore, non so se è una suggestione o altro ma me ne frego, se mi suona meglio tanto meglio. E poi comunque è un ascolto di maggior valore, non so spiegartelo bene. Se devo metter su un disco, preferisco metterlo in vinile. Un’altra cosa molto bella è quando ospito qualcuno a cena a casa, e e metto un LP sul piatto: i miei amici s’interessano al disco, sfoglia la confezione, lo gira eccetera. Se entrano e sul piatto c’è un CD, di solito non frega niente a nessuno. Non è una cosa scientifica, è una mia preferenza. Però il mercato del vinile è uno strano mercato. Sei mai stato in una fabbrica di dischi in vinile?

Una volta, ma era molto tempo fa.

Io ne ho viste diverse e sono tutte simili. Tutti posti assolutamente non-professionali: c’è un impianto stampa tenuto insieme alla meno peggio, dentro un capannone agricolo o simili, con un tizio che ci lavora dentro e fa più o meno tutto quel che c’è da fare. Insomma, sono pochissimi e ogni tanto qualcuno chiude. Così ti trovi in queste situazioni in cui hai ordinato i dischi e speri ti arrivino il tal giorno, e poi ti ritrovi tutt’a un tratto a dover ricominciare daccapo. Altri minacciano di chiudere, così nella chiacchiera, eh ma qua non ci si tira su una lira… L’avevo proposto a qualche amico del giro, di rilevare qualcuna di queste attività e mettersi a stampare vinili, ma effettivamente se pensi a tirature e prospettive eccetera, è difficile dire che sia un business in cui investire un pugno di euro.

L’altra cosa che sta “salvando la musica” è il download. E lo streaming, ovviamente. Che pagano sui grossi numeri, con royalty questionabili. Tu te ne servi?

Un’etichetta come la mia ha dei numeri sul digitale tipo che inizi a prendere i fogli excel, a fare le operazioni e a dividere i diritti, canzone per canzone e disco per disco, ti sbatti per delle ore, alla fine fai la sommatoria in fondo ed esce esce un totale lordo che è tipo due euro e cinquanta. Quindi diciamo che se esci su Wallace (lo dico espressamente agli artisti) facciamo i conti e i resoconti su tutto ma sul digitale non ti manderò un cazzo. E di fatto non è che abbia molto senso mettermi lì a fare accordi passo per passo, quindi questa roba la delego tutti a Audioglobe, che è il mio distributore dall’inizio e con i quali ho un buonissimo rapporto. Poi magari a un certo punto i numeri del digitale si evolveranno fino al punto che magari lo streaming di una canzone farà il boom e mi permetterà di pagare una pizza al tizio che l’ha incisa. L’accordo informale con gli artisti è che se succede li invito davvero e pago io.

il forum del cazzo

aus

È stato un sacco di tempo fa ma sono quasi convinto di essermi iscritto perché qualcuno sfotteva una mia recensione. Era un periodo molto zen della mia vita, dieci anni fa o anche più: avevo stroncato il primo disco dei Mars Volta e dopo un po’ su quel forum qualcuno usava il pezzo come esempio di gente scarsa che scrive di musica. Così dissi, ok, andiamo a vedere se riusciamo a parlarci.

Sono stato ragazzo in un paesello di provincia, il che vuol dire che la sera si andava al bar. Nel mio paesello, credo l’unico caso in Romagna, non c’era il bar dei comunisti. Di solito ci sono il bar dei comunisti e quello della chiesa o dei repubblicani. Da noi c’erano quello della chiesa e il bar sport. Io andavo a quello della chiesa, con qualche puntata sull’altro (fortunatamente sport e chiesa non si escludono a vicenda, da noi l’unica cosa è che il campo da calcio era dietro alla chiesa e se bestemmiavi in campo venivi espulso). Al bar si parlava di pallone, ciclismo, motomondiale (anche prima che si chiamasse così) e formula uno. I più indie/underground negli anni novanta ebbero un sussulto per l’NBA, e c’era qualche eccezione per eventi sportivi più importanti tipo le olimpiadi invernali/estive e altri sport quando vincevamo (pallavolo, Luna Rossa eccetera). Tutta roba di cui non mi fregava un cazzo. Poi si parlava di figa e si spettegolava su gente del posto. Per la prima stagione del Grande Fratello eravamo inchiodati allo schermo, sembrava di vivere dentro quella casa. Al bar si stava bene, ma parlare di dischi non si poteva. I forum di musica erano come il bar, ma si parlava di musica. Poi alcuni bar nel mio paese hanno chiuso o cambiato gestione; non credo sia stato perché la gente s’è chiusa a postare sui forum, ma a un certo punto è successo comunque che la serranda s’è alzata e dietro al bancone c’era una ragazza orientale, e i pensionati locali han dovuto accannare.

Internet funziona più o meno allo stesso modo, nel senso che i posti chiudono o se va bene cambiano gestione. Il forum del mucchio sta chiudendo. Il forum è quello del Mucchio Selvaggio, ci scrivo senza interruzioni da quando mi sono iscritto; lo spazio sta chiudendo, succede. Massimo Del Papa scrive un epitaffio del forum sul suo blog. Ne copio un pezzo:

Ora, dovendosi escludere che gli attuali padroni si vendano qualche immobile per salvare un derelitto forum di derelitti, io gioisco anche per fatto personale. Quel forum, infatti, era nient’altro che una camera di compensazione dei veleni di chi sulla rivista scriveva oppure aspirava a farlo: non c’è bisogno che io ricordi gli insulti, le diffamazioni, le bassezze ricevute negli anni, più vili perché mai sono intervenuto per difendermi. Si sono divertiti perfino con la morte di mio padre. Hanno inventato di sana pianta. Hanno insinuato, mentito, invidiato. E quando il bel gioco è finito, quando gli altarini si sono scoperti e si è capito dove correvano i denari e dove invece non si fermavano mai, neppure per pisciare, qualcuno è arrivato a scrivermi: non lo so perché ti odiavo ma per restare ammessi nel forum era necessario, era una carta d’invito, del resto qualcosa avrai pure fatto, no?, anche se adesso non saprei dire cosa.

Massimo Del Papa è un giornalista, non eccezionale, non scarso. Il classico giornalista di medio valore su cui immagino si possa contare per una serie di argomenti, a cavallo tra musica e politica. Leggendo il suo blog, o i suoi pezzi per il Mucchio Selvaggio, mi sono fatto l’idea che sia ossessionato dall’essere scomodo (un’ossessione piuttosto comune tra i giornalisti; dopo l’esplosione del M5S è di gran moda), ma probabilmente è un’idea sbagliata. Sul forum i lettori della rivista commentavano certi suoi articoli, qualcuno a favore, i più contro con parole anche molto pesanti e inviti ad epurarlo dallo staff, che credo non siano mai stati raccolti dallo staff stesso.

Umberto Palazzo invece scrive su Facebook:

Una delle cose che mi fa più felice è quando muore uno di quei forum musicali che erano in realtà solo covi della cattiveria più vile.

Umberto Palazzo è un musicista, non eccezionale, non scarso. Suonava nei primi Massimo Volume e poi ha messo in piedi il Santo Niente. I dischi del Santo Niente sono roba carina se ti piace quel genere musicale, diciamo sul sei e mezzo. Nei commenti al suo post si fa riferimento a brutture dette da qualcuno, non so bene chi, che scendono molto nel personale.

La scorsa settimana, nella mia bacheca Facebook, è saltato fuori un commento che parafrasato suona tipo “siamo tutti d’accordo almeno che Stocazzo Dischi sia peggio del cancro?”. Suppongo che anche quello che l’ha scritto non sia d’accordo su questa cosa (nel senso, anche il più astioso detrattore di Stocazzo Dischi preferirebbe avere la discografia completa in bella vista sullo scaffale del soggiorno piuttosto che un tumore all’intestino), ma nel contesto di un rullo di commenti su Facebook non stona poi tanto. A volte dire che un disco ti fa schifo non basta, perché magari l’avevi detto di un disco uscito il giorno prima che non ti fa schifo quanto questo eccetera. Si tratta di una violenza che la maggior parte della gente su internet pratica regolarmente un centinaio di volte al giorno, è più o meno la stessa violenza a cui si assiste quando si chiacchiera al bar. Uccidere tutti i fascisti, impedire per vie legali l’utilizzo dei pantaloncini sopra il ginocchio, togliere il suffragio a quelli che parlano di scie chimiche, ACAB, coprire di pece Gramellini, il giorno che morirà Berlusca (o chi per lui) scenderemo in piazza a festeggiare, al rogo tutti i politici, impiegati statali merda, banche bastarde, tagliamo il cazzo ai preti pedofili, strali contro Telecom Fastweb ATM e simili, comune di ***** ridicolo, Chiara Ferragni, Fabio Volo. A volte mi  piace pensare di far esplodere le auto di quelli che occupano le corsie d’emergenza per saltare la fila, o di pestare con una chiave inglese le persone che litigano in coda al supermercato in pausa pranzo. Non credo che lo farei davvero, ma è comunque una forma di violenza dichiarata che in qualche misura pratico. Altre volte penso che certi musicisti, la cui unica colpa è di aver registrato le loro canzoni, stiano agendo premeditatamente allo scopo di infastidire la mia persona. Altre volte è un artificio letterario, non credo sia disonestà, è trasporto. Non è stata internet a inventare la calunnia: è nata nei bar e nelle piazze e poi ha trovato una connessione. Non puoi rispondere “sii ragionevole per favore” a uno che vuol spazzare via i campi ROM con le ruspe, devi trovare una via di mezzo, o pagare la birra e andartene.

(suona strano dirlo proprio oggi)

Non so se avete mai provato a farvi un periodo di digiuno da internet. Io ci ho provato alcune volte. È una pratica un po’ trasversale legata a certi meccanismi cognitivi: una settimana controllando solo la posta o neanche quella, per controllare quanto sta messa male la tua dipendenza. Non ci provo da anni: in effetti anche solo l’idea di passare dodici ore di veglia senza una connessione mi sembra semplicemente inarrivabile. Non so dire se sia tossicodipendenza (provo la stessa sensazione di claustrofobia quando l’automobile è in officina), ma sicuramente ci sono modi più sani di affrontare la cosa. Il principale motivo per cui i forum sono sempre sembrati un surrogato della razza umana, una cosa di serie B, è l’alone di sfiga che li ammantava: prendi un argomento qualsiasi, possibilmente futile (non so, i Rolling Stones) e ti scanni con un calabrese arrivando fino alle minacce di morte. La gente osserva e ride o pompa benzina sul fuoco. È semplicemente uno sport che ti interessa o non ti interessa, come del resto il calcio. Io la prima volta che capitai su un forum (metal.it) ci misi poco a capire che era roba per me. Passai i primi due giorni con il computer acceso a cliccare refresh e aspettare che qualcuno rispondesse a un mio messaggio per attaccargli la pezza. Dopo trecento post a litigare su qualcosa tipo gli ACDC, una persona gentilmente mi disse “spegni il computer un attimo”. (oggi è un mio amico).

Il concetto di hater è relativamente recente. Esiste in nuce da quando esistono le message board, o da quando esiste l’odio. La ricerca della scioltezza e della coolness ad ogni costo ha preso un sentimento e l’ha trasformato in un tratto somatico. Chi odia qualcosa è un odiatore. Poi si è semplicemente proseguiti su questa strada, a creare questo mostro contemporaneo di coolness autoindotta secondo cui è necessario essere sempre superiori a tutti e non cagare i vermetti: il mancato gradimento scambiato per odio e quindi per una caratteristica innata dell’individuo. La prima reazione a chi ci critica è guardare a cosa fanno e fargli una botta di conti in tasca. La seconda reazione è sfotterli con gli amici o spiattellare numeri. Raramente andiamo incontro alla triste coscienza che (almeno per qualcuno) ciò che facciamo non vale un cazzo.

Nel forum del mucchio c’era questa gradevole tradizione della salama da sugo. In pratica un tizio di nome Valerio aveva organizzato un raduno, cioè un incontro dal vivo tra forumisti, e li portava a mangiare in questo posto nel ferrarese. Partecipai a quella che poteva essere la terza edizione, con le ovvie riserve del caso: un raduno di persone che parlano male dei Ministri in un posto che serve cibi e bevande. Non si parlò dei Ministri e si capiva subito che erano persone belle. D’estate ci vedemmo in Romagna e andò ancora meglio, e continuò ad andare bene ogni anno da allora. Ti insultavi educatamente con qualcuno e dal vivo ci bevevi assieme. Le persone innaffiano l’odio da prima che esistesse internet, e in generale è sempre andata abbastanza bene. Crei un personaggio e lo sacrifichi sull’altare del vaffanculo. Qualcuno di loro è diventato un amico di quelli che hai voglia di prendere l’auto e fare trecento chilometri per vedersi e non fare niente di specifico. Qualcuno è stato maltrattato, è vero: succede su internet. Di solito, se ti presenti e ne discuti, ti fai dei nuovi amici. Se rispondi per le rime ne esci devastato, perché internet è fatta così.  O in alternativa puoi sbattertene i coglioni e fare il fegato grosso e immaginarti persone con la tua bambolina vudù a casa, per poi stappare una bottiglia alla chiusura di un posto.

I forum di musica sono stati come qualsiasi altro posto dove sceglievi di andare. La sfiga ha smesso di essere una scusa intorno al 2007: oggi viene chiusa in appositi blister e venduta al supermercato, con il beneplacito di ogni istituzione culturale sul mercato -riviste di tendenza, organi di stampa ai limiti dell’istituzionale, vecchi scorreggioni che si lamentano al bar, musicisti che s’incazzano per come vengono trattati e scrivono mail, aziende che mandano prodotti da testare e tutto il resto. Dal forum del Mucchio sono nati gruppi, fidanzamenti, bambini, etichette discografiche, locali per concerti e un mare di altre cose. Abbiamo avuto anche un morto, a un certo punto, più o meno come nella vita vera ma con più musica e più astio. A volte quelle discussioni sceme mi hanno salvato l’anima alla fine di alcune giornate merdosissime. Altre volte non ho neanche pensato di aprire la pagina per vedere cosa stesse succedendo. Lo chiamavamo “il forum del cazzo”, anche se non ricordo perché. Era una comunità quasi totalmente disgiunta dalla rivista, ha subito qualche assestamento quando la rivista ha passato il terremoto, è sopravvissuto sull’onda dello sticazzi e oggi boh, stiamo cercando di capire come fare a rimanere in contatto.

Oggi chiude anche Friendfeed, che in Italia aveva questo strano seguito. Lo chiamavano il social network dell’odio. L’ho frequentato poco; ci ho conosciuto il Many. Quest’estate l’abbiam chiamato a leggere dal vivo un libro che un tizio di nome Renato ha messo assieme chiamando certi amici suoi appassionati di musica, tra cui un sacco di forumisti del Mucchio. Sotto al palco a Fusignano ho sgamato qualche sconosciuto coi lacrimoni. Magari erano hater di un altro forum.

JOVANOTTI – LORENZO 2015 CC

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Ho scaricato alcuni dischi ultimamente, tipo Snob di Paolo Conte e una lunghissima, irrisolta raccolta – The Complete qualcosa – di Charlie Parker, solo per ritrovarmi, stasera, ad ascoltare 2015 CC, ossia il nuovo disco di Jovanotti cioè Lorenzo cioè o IL LORER che, vestito da moto e con Brondi in culo – cioè come autore – viene a mietere un consenso così unanime da far sembrare una distopia ballardiana gli anni in cui la recensione a un suo album (Lorenzo 1994? Potrei sbagliare) apparsa su Rumore fece scoppiare i mejo RIOT in seno alla COMUNITÀ degli ascoltatori di musica alternativa.

Perché insomma, che gli vuoi dire a Lorenzo oggi? Un cazzo, è un grande della musica fatto, finito e conclamato, un autore importante e maturo con infedeltà coniugali e gravi lutti superati, che al secondo pezzo in scaletta (Sabato, temo sia anche il singolo) l’ha già perso completamente, il polso della situazione, intendo, lasciandosi andare alla più becera italodisco che possiate immaginare, un sound boro che permea l’intero album, che nei suoi momenti migliori può ricordare alla lontana qualcosa di Battiato (ma se Battiato fosse stupido e senza talento e comunque in ritardo di trent’anni sul suo stesso sound) e nei suoi peggiori è esattamente ciò che è, musica per coatti incolti e immeritevoli di qualsiasi cosa ad eccezione delle loro vite di merda.

Se non credessi al potere del marketing, direi che Jovanotti è il prodotto sbagliato di una società sbagliata, che non solo confonde la noia con l’arte e lo sdegno di noi pochi col ROSICO, ma anche l’essere approssimativi per simpatia e la zeppola per buon cuore. E non crediate che la mia sia la solita presa di posizione stronzazionista (lo stronzazionismo è la filosofia politica che seguiamo noi di Bastonate) quando dico che l’unico Lorenzo che abbia senso per me (oltre ovviamente a Lamas) è quello che si chiamava JOVANOTTI e faceva pezzi tipo VASCO.

Perché, vedete, quel Jovanotti lì aveva perlomeno il buongusto di fare stronzate senza dissimularle da altro; quel Jovanotti lì stava pesantemente sul cazzo ai radical chic ricchi e snobboni, tipo mia zia che lo chiamava IOVANOTTI e ne parlava come parlava della merda calpestata per strada. Ma in quella dolce epoca, ventotto anni fa tipo [a proposito: mi è appena tornato in mente che in quarta o quinta elementare andai in camposcuola, e l’animazione prevedeva tipo una discoteca per bimbi nelle cantine dell’albergo. Io ero un timido e stavo lì per i cazzi miei, quando una MAESTRA mi obbligò a buttarmi in pista, e io MI SCATENAI SU VASCO. Non ho mai più ballato in vita mia], in quei dolci anni, dicevo, i sacchetti per la merda dei cani non si usavano ancora, e capitava di pestarla più facilmente di oggi, e più di oggi esisteva una divisione chiara tra ciò che (piccolo suono simile a “eh”) e cio che (piccolo suono con intonazione diversa, tra “eh” e “oh”).

Perché il problema, secondo me, non è tanto che esistano sfere diverse di cultura, o meglio che la cultura sia Mozart e non il pop (certo che è così: ma anche vaffanculo Mozart, insomma, no?), ma che da quando sono cadute le barriere non dico tra classica e leggera, ma anche solo tra Pop Group e Lady Gaga – Farab ha scritto fiumi di parole su questo tema, ma lo possiamo constatare tutti su noi stessi – è come al solito quello sano che ha imparato a zoppicare, e se il JOVA è oggi considerato BUONA MUSICA, ne consegue che l’asticella di cosa sia BUONO e cosa MERDA DI CANE si abbassa di molto, fino a sparire, perché molto peggio di 2015 CC credo sia difficile trovarlo.

A meno che non si esplorino, non so, i territori delle destre, cioè della musica apprezzata da gente tipo Casa Pound o me (Johnny Cash, Masin*, i cori della Curva Nord laziale), per poter sfogare il proprio bisogno di ODIOQUALCOSA contro il pochissimo rimasto a non essere né sociale, né resistente. Jovanotti, se non si è capito, mi fa cagare a tappeto. Voto: 2015 calci in culo.

Non lo so per certo ma sono convinto che Kurt Cobain si scaccolasse

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Non lo so per certo ma sono convinto che Kurt Cobain si scaccolasse. L’ho intuito da alcune foto che ho visto di recente, e a questo punto devo spiegare una cosa sulle foto ai musicisti. Internet ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo, ok? Negli anni novanta i musicisti di un certo livello venivano intervistati da riviste vendutissime che potevano permettersi di fare servizi fotografici, ed erano tutti più o meno belli o interessanti e comunque fotografati da persone che sapevano il fatto loro e avevano uno stile o volevano comunicare qualcosa. Poi c’erano gli scalzacani che venivano fotografati da un loro amico e facevano la cartella stampa e le foto erano così normali che sembrava un concetto estetico rivoluzionario. Dalla fotocamera digitale in poi le foto le fanno tutti, quindi la normalità è diventata una categoria estetica molto più difficile da inchiodare ad un concetto artistico. Sono tutti ragionamenti che ho iniziato a fare molto dopo la morte di Kurt Cobain, che avviene nei miei sedici anni, in un periodo in cui ascolto musica rock a casaccio per sentirmi un po’ più duro di quello che sono. Poi la faccia di Kurt Cobain va a finire in quelle magliette e in quelle felpe nere lì, col viso spalmato su tutto il torso di chi la porta e l’espressione triste coi capelli che piovono e gli occhi neri truccati e ragazze che scrivevano nel diario le frasi di KURT, solo il nome, che erano più o meno le frasi di JIM, solo il nome (spesso erano le stesse frasi e non erano di nessuno dei due, ovviamente). Mi sembrava una cosa ridicola e non so davvero dire come sia successo che mi sia rimesso ad ascoltare In Utero a un certo punto della vita e che sia riuscito a trovarlo così meraviglioso. Poi, dicevo, è arrivata internet e la fotografia è cambiata. La fotografia su internet è più nervosa, asimmetrica, fatta a cazzo e priva di senso artistico, o quando ne ha uno è un senso artistico che non mi arriva o non mi interessa. A un certo punto le foto di Kurt Cobain iniziavano ad essere foto di lui che parlava in video con qualcuno ed era sempre fatto o aveva dormito poco o non ne aveva voglia e guardavo quegli occhi e con quei simil-pigiami di merda che si metteva e insomma, sono convinto che Kurt Cobain si scaccolasse. Magari erano riusciti a convincerlo a non farlo in pubblico. A volte probabilmente cacava e non si faceva il bidè per pura pigrizia o usava il tappo della penna per togliersi il cerume dalle orecchie o magari toglieva la lana dell’ombelico e la buttava nel water e poi tentava di colpirla con il getto di piscio. Una volta ho letto una statistica secondo cui quando hanno iniziato a mettere i disegnini delle mosche nei pisciatoi degli autogrill hanno diminuito il numero di schizzi fuori dal vaso di una quantità esorbitante, e questa è davvero l’arte più importante della nostra epoca.  Ecco, diciamo che a guardare le foto di Kurt Cobain non ci vedo tanto un tizio schiacciato dal successo che non riusciva a far passare il suo messaggio e ha deciso di farla finita; mi piace pensare a lui come a uno che appena giornalisti e cameramen uscivano dalla stanza iniziava tirava un sospiro di sollievo e ficcava il dito indice su per la narice, grabbava la caccola secca usando con grandissima skill la pressione del polpastrello sull’incavo interno. Poi la tirava fuori e la guardava e mentalmente ne recensiva le tonalità di verde e giallo, l’occasionale venatura di sangue se s’accaniva troppo. A volte la mangiava, ma solo quando la figlia non c’era, che magari aveva paura di attaccarle il vizio.

 

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Daniele sta facendo uno speciale per commemorare Kurt Cobain nell’anniversario della morte (che è oggi, a quanto pare) e mi ha chiesto di scrivergli un pezzo da leggere. Questo è quello che è uscito fuori. Aggiorneremo i link quando sarà tutto online, per ora andate sul generico; mi ha detto anche che secondo lui alla fine dell’Unplugged a un certo punto si scaccola davvero. Dopo magari ci guardo.

100 canzoni italiane #7: VOGLIO UNA PELLE SPLENDIDA

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Il 1997 fu un anno memorabile. Io compivo vent’anni e il rock in italiano stava abbastanza bene, come sempre del resto. Vasco Rossi era già diventato da tempo Vasco, quello dei tour negli stadi strapieni, preferibilmente contro la guerra in Jugoslavia o cose così. Ligabue aveva fatto il botto a inizio novanta e si era già svolto una fase di crisi e la consacrazione di Buon Compleanno Elvis. Nello stesso anno esce L’Albero di Jovanotti, il disco della mutazione definitiva da ex-buffone a colto notabile del pop italiano per eccellenza. I Litfiba pubblicano Mondi Sommersi, che chiude la tetralogia degli elementi ed è un po’ il loro ultimo disco. Questa è più o meno la roba che muove le grosse folle di giovani, negli stadi e nei palazzetti o dove capita. I club si riempiono per gruppi che si chiamano Negrita o Timoria, e poi c’è un periodo-cuscinetto in cui una nuova scena esistente da anni inizia ad imporsi al pubblico. È fatta di gruppi che si chiamano CSI, Marlene Kuntz, Afterhours, Ustmamò e via di questo passo: hanno fatto dischi per tutto il decennio, qualcuno di loro già negli anni ottanta, e poi d’un tratto sono in copertina sulle riviste e prendono soldi per fare il lavoro. O qualcosa del genere. Nel 1997 nascono anche MTV Italia e il Meeting delle Etichette Indipendenti, nella forma che conosciamo oggi. È una strana confluenza di caso, impegno e sfinimento. I gruppi che suonano in cantina suonano ancora come i Litfiba ma qualcuno sente di aver bisogno di qualcos’altro. Nel 1997, tra le altre cose, esce Hai paura del buio?; non il primo disco degli Afterhours e nemmeno il loro primo disco in italiano, ma il disco più adatto al momento più propizio. Nasceva il MEI, allo scopo di creare una rete ed ingrandire i numeri della musica indipendente italiana, per farla arrivare a più gente possibile. MTV Italia era un nuovo brand musicale e cercava un manifesto giovanile italiano o qualcosa del genere. Le avvisaglie erano presenti da anni ma è successo tutto in un lasso di tempo relativamente breve.

La questione su quale sia il tuo posto e quanto devi accontentarti di starci è vecchia e noiosa quanto il rock indipendente. Non è nata qui, come del resto non è nato qui il rock né tantomeno il rock indipendente; noi ci siamo presi le posizioni già standardizzate e abbiamo cercato di capire quanto fosse il caso di farle nostre. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno risolto da anni il conflitto tra alternativa e mainstream, trovando un modo di inglobare la prima nel secondo in un modo che i consumatori della prima riuscivano a percepire come sostenibile, e invece il cazzo, ma ormai è andata e viviamo in quel mondo lì. Noi (plurale generico) combattiamo con una percezione di arretratezza culturale che sospetto innata, congenita. Lecchiamo il culo agli americani, consumiamo i loro prodotti artistici e ne produciamo di nuovi che somiglino ai loro in quanto più avanti. Li promuoviamo in quanto giusti e migliori dei nostri; in alcuni casi li consumiamo in virtù del loro essere di nicchia o d’avanguardia, di parlare specificamente a noi in quanto ascoltatori esigenti; in altri casi pensiamo possano essere destinati ad un pubblico enorme, ma cieco e disinteressato, e spingiamo perché i nostri artisti preferiti e quel pubblico s’incontrino per un matrimonio che ci sembra scritto in cielo. In qualche modo il successo di questi artisti ci sembra una vittoria personale. Non so perchè succeda, è una di quelle mille sovrastrutture dell’arte che ci fanno sentire critici più preparati. Mia madre continua a raccontare la storia di quando vide Riccardo Cocciante a non so che festa dell’Unità e lui “era ancora sconosciuto”. È lo stesso processo mentale per cui ci sentiamo tenuti a dire che indossavamo le Converse All-Star anche prima che tornassero di moda, questa mentalità minoritaria e tribale che ci spinge (tra le altre cose) ad avere più familiarità con persone che indossano anfibi e scarpette giuste rispetto a quella che abbiamo con le persone che indossano Hogan. Fondamentalmente è una forma di fascismo di ritorno.

Nel 1996 la coalizione di centrosinistra vinse le elezioni, il che con un po’ di scienza politica creativa ci permise di dire che il Partito Comunista (scioltosi cinque anni prima) era andato per la prima volta al governo. Berlusconi dettava già legge ed aveva cambiato le regole del gioco. il governo lo facevano i notabili, gli uomini di punta. La musica s’era lamentata per decenni di come andavano le cose e all’improvviso c’era qualcuno con cui dialogare. In un Rumore del ’97 c’è una doppia intervista a Jovanotti (epoca de L’albero) e Modena City Ramblers. Il pezzo si chiama Ulivo al governo. Ai temi ho sentito sventrare il mio immaginario: non è tanto Jovanotti, uno che comunque erano anni che andava a caccia di consenso dentro al giro di gente che ascolta musica in maniera ossessiva, è il contorno più generale. Leggere i Modena City Ramblers dichiarare cose tipo (cito a memoria, potrei sbagliare) “Visco alle Finanze è una persona che mi dà fiducia” ti alzava da terra. Poi s’è scoperto che della sinistra al governo nessuno sapeva cosa farsene, e che la sinistra è una cosa e che il governo è un’altra cosa, e tutta una serie di concetti legati a questo. Imparavamo man mano che s’andava avanti com’era stare al governo, e poi qualcosa non ha funzionato e s’è capito che la colpa era tutta dei comunisti (non riesco a spiegarmela ancora oggi ma vabbè). D’Alema era già il grande paciere da un pezzo, Veltroni scalpitava da dietro con le sue menate.

Voglio una pelle splendida è la ballata pop più tranquilla dentro Hai paura del buio?. Il testo non so esattamente cosa significhi ma credo sia una cosa politica e parli della necessità di non sentire dolore. Ascoltai il disco con l’estasi delle recensioni dentro le orecchie e la trovai una canzone delicatissima ed eccezionale. C’era qualcosa di simile anche in Germi, ma non c’era comunque paragone. Formulai pensieri su quanto sarebbe stato bello un disco così spudoratamente pop degli Afterhours, su quanto avrebbe spaccato una canzone così a Sanremo, eccetera.

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Se gli Afterhours non fossero diventati gli Afterhours, e lo sono diventati con questo disco, avrei di HPDB un ricordo splendido. Un disco importante che arrivava in un momento nevralgico a sancire qualcosa che andava sancito. Poi gli Afterhours sono diventati gli Afterhours. Non l’hanno fatto da soli: lo stesso anno di Hai paura del buio? un disco di area affine (Tabula Rasa Elettrificata dei CSI) arriva primo nella classifica di vendite italiana. Per una settimana soltanto, ma è un momento importantissimo per quello che un libro di Alberto Campo chiama Nuovo Rock Italiano. Il MEI, come detto, nasce nello stesso anno. Poi i CSI smettono di esistere e gli Afterhours diventano in qualche modo il principale motore di questa scena. Agnelli mette insieme un festival itinerante di successo chiamato Tora! Tora!, a benedire il tutto. I Subsonica finiscono a Sanremo nel 2000 e danno la stura a tutto il movimento.

Il mondo da allora è cambiato un pochetto. Internet arriva in forze a fine anni novanta e tira una crepa sul muro. La gente ascolta sempre più musica e ne paga sempre meno, i gruppi continuano ad esistere in questo assetto. Il nuovo rock italiano è ancora lì e ci fa ancora la figura del nuovo. Manuel Agnelli si è affezionato al suo ruolo di portavoce di una non meglio identificata Musica Alternativa Italiana, uno di quei concetti inesistenti che contano su un pubblico di riferimento gigantesco. Sono andati a Sanremo per illuminare un’Italia musicale sconosciuta al grande pubblico, hanno messo in piedi un festival celebrativo e l’hanno lanciato con un articolo delirante. Hanno mantenuto la loro fama di buon gruppo fino a oggi, producendo dischi sempre più brutti ma mai davvero discussi (a parte forse Padania, paradossalmente una delle opere più emblematiche del decennio). Sono usciti allo scoperto altri gruppi più o meno simili agli Afterhours, nel suono e nella posizione mediatica. Non frequento molto i saloni della musica e i dibattiti sull’innovazione. Leggo interviste alle persone, continuano a parlare di SIAE e di sgravi fiscali. Sangiorgi del MEI non perde occasione di pontificare su quote radio e TV riservate agli artisti emergenti italiani. La gente dibatte perché ama mettersi dietro a un microfono o a una scrivania. Ci sono modi concreti di far evolvere la musica, ad esempio tagliare la testa ai gruppi vecchi di trent’anni che già agli inizi non erano poi così innovativi, proibir loro di esibirsi o di organizzare eventi o che altro. Non lo facciamo perché l’evoluzione della musica non è poi tutta questa priorità, e perché la loro musica ci piace più di molte altre musiche. Alla fine di tutti i discorsi HPDB oggi suona come uno dei dischi più normativi e noiosi della storia della musica, uno di quegli assi pigliatutto che sfoggiano eclettismo e visione da ogni solco, roba assolutamente tipica di una mentalità anni novanta di merda che si è estinta ovunque tranne che in questo giro di ascoltatori e critici. È un disco che sta lì buono buono ad accontentare tutti: c’è il pezzo un po’ noise, c’è il pezzo un po’ punk, c’è il pezzo cantautorale e la ballatona e poi si ricomincia il giro. L’anno scorso ne è uscita una versione celebrativa, con un disco bonus in cui i pezzi vengono risuonati con un guest diverso ognuno. Voglio una pelle splendida è con Samuel dei Subsonica. Alla fine del disco c’è anche Male di Miele cantata da Piero Pelù, a chiudere idealmente il cerchio.

E così, insomma. Se canzoni come Voglio una pelle splendida guadagnassero il palco di Sanremo, farebbero un figurone. Un mare di cazzate: se gli Afterhours del ’97 l’avessero presentata a Sanremo, sarebbero stati accolti a risate e scorregge e cacciati a calci (un destino tutto sommato simile a quello riservato alla loro canzone che al Festival ci andò, poi). Una sorte che magari, ai Litfiba di Goccia a goccia, sarebbe stata evitata. Voglio una pelle splendida è una canzoncina da cinque e mezzo/sei che se fosse stata stipata, così com’è, in qualche disco di Ramazzotti o del Blasco o chi per loro, sarebbe stata una cosa minore che non interessa a nessuno, e d’altra parte una canzone assolutamente meritevole di finire in dischi di questi artisti. E se Agnelli fosse finito a scrivere i pezzi a questa gente, l’avrebbero preso in molti come un riconoscimento.  Le canzoni vivono in queste bizzarre economie culturali: è sempre tutto un po’ più piccolo o più grande di quello che scopriremo qualche anno dopo.

 

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disegni:
Ratigher,
Bimbo Fango
pennarello su pelle splendida
2015

In sacrilega lode di Nitri

Michele Nitri conosce a memoria i settecento mantra della Scuola del Vuoto Sotterraneo. Li sciorina come il rosario blasfemo e sudato che sono, tavola per tavola, vignetta su vignetta, frammentando le linee già inchiostrate. Settecento estensioni di nero codice e blasfema sintassi visuale. Se ne nutre e ve li sputa in gola e lì restano a gonfiarvi il gargarozzo.

Germinato nottetempo, in quel di Walpurga, dall’incontro tra la belladonna e la radice di mandragora, Michele ha ingollato per anni un quantitativo di fumetti e narrativa degenere tale da preoccupare ogni bravo psichiatra in grado di sottolinearne le qualità deleterie, caratteristiche così devianti da scatenare disordini sociali e comportamentali nel lettore più pacifico o nel semplice passante. Da quell’antro oscuro del nostro conscio, fuori dalle logiche bieche e instupidite dalle necessità relazionali, Nitri si è mosso per mettere a soqquadro il panorama; troppo lindo e ordinato quest’ultimo, intimista e pastellato dalle legioni di paesaggisti in fregola primaverile e con un conto di troppo da pagare.

Ha aspettato, Michele, facendo le sue cose, perseguendo la sua passione senza che questo significasse mettersi nelle mani di sudati e vergognosi e meschini e tumescenti esemplari di “addetti ai lavori” (NOI), impresari con l’anima facile e il culo abusato dalla vita. Ha atteso, affilando l’intenzione.

Poi è scattato, la lama massiccia che cade veloce per il suo stesso peso, tranciando arti e cervella, sbudellando deserti del reale e presunzioni ideologiche. Ha colpito senza aspettare il cadavere nel fiume, ma riempiendoci il mare, mugulando mantra blasfemi a dèi troppi antichi per essere ignorati. Ha messo in piedi Hollow Press.

L’operazione esoterica ha preso poi il nome in codice U.W.D.F.G. (da ora in poi UWDFG) e si è risolta in questo e nel secondo volume ad oggi disponibile. Una sequela di storie improbabili, improponibili, bellissime nella loro ostinata essenzialità, ritmica e narrativa. Cinque fra i più anomali illustratori del circondario alle prese con una forma marcescente di de-genere, impollinata nei cunicoli del sottosuolo come un interminabile partita di D&D per menti stonate, alienanti, genuinamente bizzarre. Nel secondo volume le storie continuano e non è auspicabile farne il resoconto, il riassuntino per il fogliaccio di stampa. Piuttosto: è fra le cose migliori che potessero capitare al fumetto: una versione contemporanea, fracassona, sincera e sentita del “pulp” che fu, nell’ottica che vede i generi copulare intensivamente in orge a più dimensioni, annidandosi dentro a libri e fumetti che raccolgono qualche milione di mondi, modi, tempi, evoluzioni: vi basti.

Un plauso sincero e riverente a un’operazione che continua, va crescendo e fa tornare il buonumore a tutti gli appestati.

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E perdio, buon U.W.D.F.G a tutti!

ps. entusiasmo addizionale va alla pubblicazione (sempre ad opera della Hollow Press di Nitri) di Industrial Revolution di Shintaro Kago, sottospecie di mutazione in salsa Cronenberg dell’immaginario fumettistico orientale, portato a colpi di destrutturazione contro corpi, personaggi, motivi, generi, vignette, ritmo, scansione delle pagine e via dicendo. In pochi in Italia (viene in mente 001 Comics) possono fregiarsi di aver portato questo Grandissimo fra noi. Non contento ha aggiunto una sorta di antologia di Tetsunori Tawaraya (già tra i cinque protagonisti del progetto), chiamandola Tetsupendium Tawarapedia.. Fa’ la cosa giusta, lettore!

kago

pps. da Hollow Press puoi persino acquistare tavole originali e spettacolare miscellanea. Affrettati, lettore!