DISCONE – Aphex Swift – S//T

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David Rees è un fumettista, a quanto pare abbastanza famoso negli Stati Uniti (pubblica su Wired e simili). Da qualche anno ha iniziato un business via posta: tu gli spedisci le tue matite, lui ti fa la punta e te le rispedisce a casa. Pare si rifaccia ad un sistema arcaico di cui ovviamente voglio sapere tutto, e questo è. Ha anche pubblicato un manuale, il che tutto sommato lo definisce come un matto con metodo, cioè il classico personaggio uscito fuori da internet. Durante l’estate ha lavorato a un disco di mashup tra musica di Aphex Twin e tracce vocali di Taylor Swift. Si tratta, grossomodo , del disco più interessante che ho ascoltato quest’anno.

Internet ha sviluppato a dismisura una pratica di musica automatica che ancora non viene trattata alla stregua della  musica diciamo “vera”. La ragione principale è che viviamo ancora all’interno di un sistema di mercato e in questi casi l’unico che guadagna soldi da queste cose (Google) non lo fa direttamente o comunque in maniera tale da essere incentivato ad investirci sopra. La musica automatica è anche una minaccia per il sistema cognitivo nel momento in cui la sua struttura orizzontale e le sue componenti aleatorie negano per principio la premessa alla base dell’arte occidentale, cioè la visione di un genio assoluto regalata al mondo tramite forme espressive pre-codificate. La dimensione soggettiva della percezione diventa il fondamento del successo artistico del fenomeno: una  fetta consistente, di assoluta maggioranza, del totale di quelli che generano il traffico verso un dato contenuto è dato da troll, simpaticoni, curiosi, mezzeseghe e brillanti conversatori. Un’assoluta minoranza è composta da persone toccate nel vivo da una canzone, un video o qualcosa di simile, per produrre il quale non sono necessariamente stati spesi tempo soldi o dedizione intellettuale. Fossero il doppio, e fossero solo loro, questa roba smetterebbe di esistere il giorno successivo alla pubblicazione.

Non so nulla di Taylor Swift, a parte quello che sanno più o meno tutti (sta per uscire l’ultimo disco; pare tra l’altro che qualche giorno fa abbia leakkato per errore un’anteprima di dieci secondi a cazzo e sia andata prima in classifica). Di Aphex Twin ho ascoltato i dischi senza che necessariamente la mia vita sia cambiata mentre lo facevo. Aphex Swift è una serie di mash-up che di primo acchito suonano molto scolastici, non che mi intenda di mash-up, e funzionano da dio. Fossero stati realizzati da Richard D.James  in persona o da David Rees o dal bambino che vive nella casa accanto alla mia, non avrebbe importanza dal punto di vista del risultato o della letteratura generata (in fin dei conti con il bastard-pop abbiamo già dato il collo dieci anni fa e già allora era finita in sfregi) (e/o con due o tre pezzi clamorosi suonati in qualche pista da ballo per il LOL). Un punto di partenza più considerabile è il momento in cui una versione omogeneizzata di certe intuizioni periferiche di Aphex Twin è stata inglobata dentro Kid A e qualcuno aveva iniziato a parlare di futuro del pop. Aphex Swift, quindici anni dopo ed alle stesse orecchie, suona estremamente più radicale benché realizzabilissimo senza sforzi dieci anni prima, magari con una volontà più programmatica e una sensibilità pop molto superiori, e quindi intrinsecamente passatista /Per quanto sotto il passatismo medio della musica passatista. E del resto esiste soprattutto al di fuori dal mercato della musica tradizionale, non vende AFX o Taylor Swift a gente non introdotta, non si gestisce come plusvalore di un originale qualsiasi. Senza contare i legami con le infinite leggende metropolitane di una collaborazione Aphex Twin/Madonna nei tardi anni novanta, mai quagliata e tuttavia in qualche modo riscalata in forme ibride -Chris Cunningham su Frozen, l’asse Bjork/Matmos, Mietta che cita Bjork come influenza capitale nei primi anni di evanescenza vapor-cantautorale, Robert Miles che smette la cassa e inizia a dialogare con il contemporaneo, Dj Hell che nobilita Alan Vega e Billie Ray Martin nello stesso disco, il big beat- lungo una ventina d’anni di una risacca ideologica del pop di cui Aphex Swift può senz’altro essere considerato il punto d’arrivo. Il senso ultimo è comunque quello di una musica fortemente popolare ma dal punto di vista materico, la hit parade della generazione astratta, forse persino il primo vintage consapevole (e non a traino) con cui abbiamo avuto a che fare da anni a questa parte e senza le noiose derive intellettuali con cui ci tocca avere a che fare mentre ascoltiamo robaccia tipo Soused solo perchè è di ottima fattura. Quale che sia la natura di questa musica, ed è probabile l’analisi sia falsata dai miei flaw percettivi, è innegabile che Aphex Swift sia –anche e soprattutto nel suo suonare così allineato smargiasso e di alto profilo- uno dei dischi dell’anno.

DISEGNINI: Polvo – Siberia

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(da fine 2013, per qualche mese, ho avuto una rubrica su Rumore che consisteva in una recensione disegnata. Saltuariamente le recensioni verranno reimpaginate e ripubblicate qui sopra, assieme a alcune cose inedite. ciao.) 

ciao ciao Orbital

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Nella mia mente gli Orbital fanno parte di uno spaziotempo ben delimitato: gli anni novanta, la prima metà in particolare. Un crocevia di stili, contaminazioni, intuizioni e visioni mai altrettanto imprendibile, folgorante, schizzato, in cui il cielo non era più un limite, il futuro mai così vicino, e la tecnologia sembrava davvero il sostituto di Dio (più credibile, anche). Uscivano dischi come The White Room o Dubnobasswithmyheadman o Leftism o Exit Planet Dust, le riviste di videogiochi raccontavano di universi al cui confronto Jeff Minter o Philip Dick diventavano noiosi scoreggioni prevedibili come un gruppo di vecchie comari, il concetto di realtà virtuale una zona franca mentale alimentata da computer graphics che il cervello lo mettevano a dura prova sul serio; film strani tipo The Net o Hackers o Johnny Mnemonic (per non dire roba seria tipo Atto di forza prima o Strange days poi) gettavano ulteriore benzina sul fuoco. Internet, ancora fondamentalmente un oggetto irraccontabile e ai più sconosciuto, prendeva forma nelle teste in fiamme di sceneggiatori, scenografi e produttori esecutivi dalla fantasia inversamente proporzionale alla realtà dei fatti – sfondi monocromi dai colori improbabili (rosa, verde pistacchio) che facevano male agli occhi, velocità di trasmissione dati da far sembrare il telegrafo pura avanguardia, micidiali newsletter solo testo niente foto, eccetera; entrare in contatto con quelle schermate sconfortanti e noiose come la morte faceva comunque sentire come dentro alla Matrice. L’immaginazione sopperiva al reale come, in altri tempi, giocare a indiani e cowboy con cappelli di carta e due legnetti.

Gli Orbital erano parte della colonna sonora di questo caleidoscopico totale così pieno di promesse. I dischi, i pezzi, roba che sonorizzava il futuro, laboratori mentali dove prendevano forma concetti astratti, incorporei, vaghe linee guida destinate a deragliare verso l’ignoto il tempo di schiacciare il tasto ‘play’ sul Discman, attivando all’istante centri neuronali di cui mai avresti sospettato l’esistenza: cibo per quel 90% del cervello che il più delle volte resta inattivo. Tim Leary, Ken Kesey, Bruce Sterling e William Gibson alla console mentale, dottori psichedelici a infiammare dancefloor e cellule cerebrali senza bisogno di droghe (le avevano in dotazione). Hanno cominciato a incasinarmi le sinapsi con Snivilisation, noleggiato* senza passare dal via grazie alla copertina da minfuck istantaneo e una recensione su Rockstar che era pura letteratura cyberpunk. Da lì a ritroso: i primi due altrettanto imprescindibili, droga vera, irripetuta fusione tra techno, acid house, dance, trance e metal come soltanto i KLF prima (che in più avevano hip hop, situazionismo, sampling aggressivo, e molto altro in realtà. Altra storia) e nessun altro poi, nemmeno loro stessi. In Sides ancora molto bello, il video di The Box lacerante (il ricordo ancora di più), un portale spalancato verso quegli anni e quei tempi da una galassia lontana, un alieno intrappolato sulla Terra con troppa nostalgia di casa, micidiale; un pezzo sulla colonna sonora di Mortal Kombat (tra le più insensate di sempre, bomba totale proprio perché totalmente insensata), un altro sulla colonna sonora de Il Santo, migliore del film (non ci voleva molto), un featuring con Kirk Hammett per la colonna sonora di Spawn (agghiacciante, so bad it’s good alla N, come tutto il resto della scaletta in realtà) il resto colpi a vuoto, quel che c’era da dire era già stato detto, ed era tanto. È tanto.

Sono sicuro di non avere pensato agli Orbital un solo secondo negli ultimi dieci anni. Da qualche parte tra il 2003 e il 2004 è uscito un disco carino e si era riaccesa la fiamma, più che altro una botta di nostalgia verso luoghi (della mente e non) da tempo rasi al suolo o sul punto di; soprattutto, era il contesto a essere cambiato, le condizioni a mancare, infatti non è durata. Da allora ho semplicemente smesso di interessarmene.

Imparo oggi che gli Orbital si sono sciolti e non riesco a non sentirmi un poco più vuoto, depauperato, anche retroattivamente, anche se non frequentavo (non frequento) più quei territori da tanto, forse troppo; un’altra parte dell’adolescenza scompare, ricordi sempre più sbiaditi, lontani e difficili da rievocare, certo mai con la stessa intensità. Seguiranno progetti solisti, ma è comunque la fine di qualcosa.

 

 

*che grande invenzione i negozi di noleggio CD: pionieristici, sempre in trincea, in guerra quotidiana con la legalità, nessuna distinzione di genere – trovavi Milva come gli Aerosmith – pura arte di arrangiarsi tutta italo.

CE LO CHIEDE L’EUROPA: Il disco nuovo di Kele, che risponde al nome di Trick e mi è stato passato via Dropbox dal cittadino Alessandro Di Battista

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Anna Magni

Non l’ho mai detto in giro – perché sono sempre restio (anzi, Restivo) a scrivere di cose appartenenti alla mia sfera privata – però diciamolo: nel 1997 ho fatto la visita di leva con Alessandro Di Battista alla Caserma Minghetti di Bologna. Ultimi anni di leva obbligatoria, i cosiddetti “due giorni” nei quali ti controllavano con attenzione il glande e ti mandavano dallo psicologo, due palle così ma alla fine una bella esperienza formativa – però non è questo il punto, il punto è che con Alessandro Di Battista è nata una bella amicizia che dura ancora adesso che siamo nel 2014 e lui è Onorevole (scrivo Onorevole anche se preferisce venir chiamato cittadino, lo faccio perché così si incazza e vien fuori il Dibba migliore) mentre io sono un normale cittadino con normale senso civico e nessuna voglia di indignarmi in quanto il mio portafoglio è a sinistra mentre il mio cuore è a destra. Ci sentiamo spesso e sono contento che abbia raggiunto i traguardi che merita, è una bella persona.

Dicevo, ho conosciuto Di Battista alla visita di leva. Per la precisione l’ho conosciuto mentre eravamo entrambi in coda per fare il test di Rorschach (quel test con le macchie che ti mandavano a fare se al questionario dello psicologo rispondevi che ti piacevano i fiori oppure se dicevi di sentire le voci – insomma, se avevi gusti bizzarri o abitudini strane eri matematicamente sicuro che ti sarebbe toccato il test in cui dovevi dire cosa rappresentavano per te certe macchie all’apparenza informi) ed abbiamo subito iniziato a parlare di musica e affini. Di Battista all’epoca aveva i capelli lunghi e la maglietta dei Deicide, mentre io come tutti avevo i Nofx nel walkman e la maglietta di Undisputed Attitude degli Slayer (il mio portafoglio è a sinistra mentre il mio cuore è a destra, repetita juvant); abbiamo subito legato perché eravamo una coppia di disadattati che hanno terminato la due giorni di visite condividendo una Moretti calda da 66cl. Ah la ribellione, ah il buon vecchio Baffo Moretti con un nuovo amico, ah il fatto che lui è stato riformato ed io no, ah la tauromachia – e poi dal 1997 ad oggi gli anni sono passati veloci, stan correndo via come macchine impazzite ma il Dibba è sempre un amico e qualche giorno fa mi ha passato via Dropbox il promo del disco nuovo di Kele.

“Kele chi?”, direbbe il buon Matteo Renzi – Kele Okereke, (ex) cantante dei Bloc Party (un primo disco uscito nel lontano 2005 molto buono ed assolutamente figlio di quell’annata, un secondo disco un po’ mh, un terzo disco talmente imbarazzante che ogni tanto ci rido ancora, un quarto disco che pare suonato a caso ed invece ci son tante idee e pare il disco di una band che ha deciso di giocarsi il tutto per tutto mandando in vacca ciò che fin lì è stato fatto – parlerei dei Bloc Party in maniera più esaustiva ma non è questo il momento perché sono esausto dopo aver aperto questa parentesi lunghissima). Punto e a capo, ho perso il filo e devo ricominciare da zero.

 

“Kele chi?”, direbbe il buon Matteo Renzi – Kele Okereke, (ex) cantante dei Bloc Party che ha tentato / sta tentando una carriera solista talmente improbabile da risultare azzeccatissima nonché figlia di questi tempi fatti di Inghilterra, talent show, talenti sprecati, non-talenti abusati e carriere effimere che durano – boh – lo spazio di un singolo programmato ossessivamente in radio e poi puf! svanito in quel nulla chiamato dimenticatoio. Kele è un eroe: non ha particolare talento nello scrivere canzoni, ha una voce abbastanza anonima, conosce tre linee vocali e le utilizza per quattro dischi (ha al suo attivo pure una collaborazione con Martin Solveig, la linea vocale di Ready 2 Go era ovviamente uguale a tutte le altre di Kele), vorrebbe essere gli U2 o i Radiohead, è tragicamente legnoso sul palco ed a quanto pare è pure uno stronzo con i compagni di band. Come non volergli tantisimo bene?

 

Il disco che mi ha passato il grande Dibba via Dropbox si chiama Trick ed ha una copertina orrenda (ho addirittura scambiato Kele per Mario Balotelli, sarà per il taglio di capelli oppure per il rosso Liverpool che fa da sfondo). Provo e riprovo ad ascoltarlo ma non riesco a farmi una vera opinione in merito (segno che Trick è inoffensivo come un soprammobile, dove lo metti sta e non lascia traccia alcuna), ed a questo punto copiaincollo a caso frasi/brandelli di una chat avuta con Dibba Smith via Whatsapp alle tre di notte, quando l’Italia che Lavora e Produce sta dormendo in attesa di un’altra giornata di lavoro e produzione mentre noi raccomandati dalla Ka$ta sprechiamo tempo a parlare del disco nuovo di Kele. Ovviamente, il copiaincolla è stato autorizzato dal gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle con regolare votazione online al quale ho partecipato pure io utilizzando la password di Paola Taverna Ottavo Colle. Le opinioni sono quelle di Alessandro Di Battista ed io le sottoscrivo a prescindere, la password l’ho usata illegalmente. Il resto mancia.

“Questo disco fa cagare in modo SABBIOSO, anzi no. È un bel disco solo che scorre via come l’acqua della doccia quando alle tre di notte torni a casa ubriaco fradicio e ti devi docciare per ripigliarti. Finito tutto non ti ricordi più nulla”

“Prendi la traccia numero due, Coasting. Burial potrebbe denunciare Kele per plagio di Archangel, poi parte il cantato, parte la linea vocale alla Bloc Party uguale a tutte le altre e allora Burial mosso a compassione non denuncia nulla. Non si può denunciare chi non ce la fa”

“Disco prevedibile eppure imprevedibile. Ti saresti aspettato una roba maranza cassa dritta e pedalare, invece è arrivata elettronica tipo sedativo – la classica cosa che la ascolti per la prima volta e sai già dove andrà a parare”

“Dubstep, prima che Skrillex snaturasse il termine rendendola una cosa per anabolizzati”

“Ricorda certi episodi più soft degli Hercules and Love Affair, con i quali tra l’altro Kele in passato ha collaborato (sul loro penultimo disco, mi pare… non vado nemmeno a cercare perché non ne vale la pena). Ovviamente la sua linea vocale era uguale alle altre, tutto torna”

“Arrivare alla fine è una faticaccia, anche se non puoi di certo dire che Trick sia un brutto disco. Non è brutto, forse non è un disco. Magari non esiste nemmeno”

“Musica per dormire”

“Musica da tinello, tanto per citare Sandro Pertini

“Una volta ho visto i Klaxons con i Mojomatics di spalla. Un paio di settimane prima avevo visto i Bloc Party con i Biffy Clyro di spalla. Ecco, era il 2007 e c’era gente che andava ai concerti solo perché aveva un blog su cui recensirli. Mai scegliere un gruppo spalla più bravo di te. C’entra un cazzo ma bisognava dirlo”

“Se Voice Of Italy l’ha vinto una suora a questo giro Kele potrebbe anche farcela a diventare uno che conta”

“Ce la fai a fare una recensione del disco di Suor Cristina quando esce?”

“È uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare”

“Buonissima produzione, bei suoni per un genere che ad esser buoni nel 2010 aveva già detto tutto. Tra l’altro, se penso al 2010 mi paiono passati quindici anni”

“Ti sembra di sentire sempre la stessa traccia, a parte i gli interventi di cantanti donne che paiono messi lí più per comunicare sensibilità che altro”

“Davvero, avrei preferito vedere Kele alle prese con roba grassa tipo Swedish House Mafia. O magari un disco di überpop alla Michael Jackson

“A proposito, quando è morto Michael Jackson? Paiono passati vent’anni, ormai ha fatto più dischi da morto che da vivo”

“Come suonerebbe Kele prodotto da Roger Sanchez? ”

Another Chance di Roger Sanchez che creava atmosfera senza vergognarsi di campionare i Toto. Quasi quasi stoppo tutto e me la riascolto”

“Se penso al fatto che Gino Paoli con soli cinque anni di contributi da parlamentare percepisce una pensione da 2199 euro mi viene di botto da rivalutare tutte le linee vocali di Kele. E pure Intimacy, il terzo ridicolo disco dei Bloc Party. Ecco, ho pensato a quel disco e sto ridendo da solo. Per calmarmi dovrò pensare a Gino Paoli che difende a spada tratta la Siae in quanto ne è il presidente”

“Per me stanotte, in questo preciso istante, mi hanno aperto ancora una volta la macchina. Per me sono stati quei presunti-pusher nigeriani che girano in bici tutto il giorno”

“Razzista del cazzo. Lo sai che anche Kele è di origini nigeriane? ”

“Sì, ma non andiamo fuori tema”

“Ti svelo un segreto: sono io quello che arriva su Bastonate scrivendo ‘Coal Chamber Bastonate’ come chiave di ricerca”

“Il problema di Trick è che mancano i ritornelli memorabili. Se concepisci un disco del genere ti servono dei ritornelli da poter cantare sotto la doccia, dai”

“Silver and Gold ti illude di essere un pezzone da botta – tipo house primi anni novanta stirata e dilatata, quasi i KLF in versione subacquea – poi viene immediatamente ucciso dal ritornello. Però non è male davvero, l’unico suo problema è che non rispetta le premesse. Fosse tutto come i primi trenta secondi sarebbe capolavoro”

“Se voglio rimanere più o meno sul genere tanto vale andare sul sicuro ed ascoltare Mexico dei GusGus o Racine Carrèe di Stromae. O addirittura New Eyes dei Clean Bandit

“In definitiva, visto il periodo di vacche magre che ci troviamo nostro malgrado a vivere, quasi quasi io Trick lo promuoverei”

“Boh”

“Forse il brano più convincente del lotto è Stay the Night, che chiude il disco. Convincente perché cerca e trova l’altmosfera e trasmette intimità e calore, non perché chiude il disco – sia chiaro”

“Vado a letto, si è fatto tardi e domani a differenza di te io lavoro. Buonanotte e buone botte”

Mi fermo qui, anche se potrei andare avanti ancora copiaincollando particolari scottanti tipo foto di donne nude, commenti da caserma, battute su Renzi, gossip su Grillo e Casaleggio, ricordi & suggestioni della visita di leva, il Dibba che è sempre un grandissimo, il nuovo degli Electric Six che è una bomba ma non mi pare il caso di andare avanti e stop, ora!

Il disco più bello di sempre.

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Il sistema economico in cui viviamo è basato sul desiderio. I bambini sognano la loro vita in termini di soldi o carriera, e questo è l’imprinting. Sognare di diventare veterinario o calciatore, possedere una porsche e i capelli lunghetti e un vestito elegante. Alcuni inseguono i loro sogni, i più ci vengono a patti e si trovano un lavoro qualunque che permetta loro di vivere decorosamente, metter su famiglia e pagarsi qualche svago. Alcuni svaghi ci salvano la vita. La musica, ad esempio, o gli sport: forse ci sono stati inculcati da un’industria multimilionaria, ma qualunque maschio italiano ha sognato prima o poi di giocare in attacco ai mondiali con la maglia azzurra; qualcuno ha anche fatto un provino per qualche squadra medio-grossa, a un certo punto. Altri hanno smesso di giocare appena hanno scoperto che tutto l’allenamento di questa terra non li avrebbe fatti diventare come Roberto Mancini. Poi ci sono quelli che scelgono la terza via. Giocano a pallone tutti i sabati pomeriggio, organizzandosi in squadre scalcinate che competono in tornei amatoriali, perché vogliono giocare a pallone. Si sbracciano per tenere in piedi un’economia delle briciole, fatta di sponsor che ti usano come sgravio fiscale e ti passano poche decine di euro l’anno con i quali eviti di metter mano alle tasche per pagare l’affitto di un campo in cui dieci anni fa cresceva ancora l’erba. Hanno le caviglie malmesse e la pelata dietro la testa, nessuno a vedere le partite e tutta la cattiveria di questo mondo. Quando scendi in campo e hai la maglietta della tua squadra, o giochi seriamente o vaffanculo.

A un certo punto pensavo che avrei fatto qualcosa di diverso nella mia vita. Mi ero laureato, avevo fatto un paio di contratti a progetto in una biblioteca ed ero tornato nella ditta in cui lavoravo da magazziniere per pagarmi l’università. Sei o sette mesi qui dentro, pensavo, metto insieme un gruzzoletto per starmene qualche mese a lavorare all’estero. Il capo in ditta era tale Sergio, ai tempi trentasettenne: mi convocò una sera nel suo ufficio dopo il lavoro e mi disse che gli serviva una persona, che aveva pensato a me perché conoscevo il magazzino ed ero esperto di computer. Mi disse che non gli andava di insegnare il mestiere a uno che stava per scappar via, e se avessi accettato sarei dovuto rimanere per almeno tre anni.

(nel 2004 venivi impiegato in ditte medio-piccole che ti supplicavano in ginocchio, a te senza competenze specifiche di alcun tipo, di mantenere il posto di lavoro per tre anni) (la fama di esperto di computer me l’ero fatto spegnendo e riaccendendo una macchina che stampava le etichette)

Steve Albini inizia a fare musica nei primissimi anni ottanta. è un fanatico di quelle cose che escono fuori dal punk e si stanno spostando verso qualcos’altro. Inizia a registrare cose in cameretta con una drum machine a nome Big Black: qualche tempo dopo riesce a trovare dei musicisti che suonino la sua roba dal vivo ed inizia una carriera nell’underground. Ha una rubrica sulla fanzine Matter nella quale parla (perlopiù male) di musica indipendente. Conosce Corey Rusk, il padrone di Touch&Go, mentre i Big Black si stanno avviando alla fine della loro esistenza. Fanno uscire Headache e Songs About Fucking. Lo scioglimento darà i natali a un gruppo di nome Rapeman, un’esperienza di un paio d’anni che riesce a fare uscire un buon disco. Dalla seconda metà degli anni ottanta Albini inizia a mettere le sue conoscenze tecniche da ingegnere del suono (che ha dovuto acquisire per registrare i dischi dei Big Black) al servizio di altri gruppi, registrando diversi dischi che diventeranno classici della musica rock. Bob Weston cresce in una cittadina del Massachussets con esperienze da trombettista in bande importanti (nel senso proprio delle bande, quelle che suonano alle parate). Si laurea in ingegneria e inizia a suonare il basso nei Volcano Suns, un gruppo fondato dal batterista dei Mission of Burma dopo lo scioglimento della band. Accetta un’offerta di Steve Albini, si sposta a Chicago e diventa suo assistente ingegnere del suono. Todd Trainer suona la batteria in gruppi tra Chicago e Minneapolis negli anni ottanta, ha un progetto solista chiamato Brick Layer Cake in cui canta e suona la chitarra. Si mettono a suonare assieme e tirano su un gruppo, niente di eccezionale.

La letteratura musicale, e credo anche quella sportiva (non la conosco bene), non sono strutturate per  poter celebrare a sufficienza l’aspetto amatoriale. L’industria della musica è sostenuta da un impianto faraonico fatto di royalty, contratti milionari e fanatici esaltati che si presentano allo stadio alle undici del mattino per avere i braccialetti del parterre; Fender vende chitarre a un sacco di persone che coltivano il sogno di calcare quei palchi, ma non sono in tanti a coronarlo. La musica, nella maggior parte dei casi, è costretta a trovare il modo di auto-sostenersi. Ci riesce perché chi la suona ha imparato a ripensarla in piccolo, si organizza per suonare in contesti brutali di fronte a quattro stronzi e riesce a tirarci fuori qualcosa di soddisfacente. Una volta registrar canzoni e farle ascoltare alle persone costava molti più soldi, oggi si riesce a fare con una certa dose di studio e usando internet. Negli anni novanta, quando un gruppo veniva firmato da una grossa etichetta, nelle interviste diceva di averlo fatto per riuscire a fare ascoltare a più persone possibile la propria musica. Ian MacKaye si chiedeva: perchè dovremmo fare ascoltare la musica a più persone possibile? Steve Albini continua a dichiarare che l’epoca in cui viviamo, per i musicisti, è eccezionale.

Sergio giocava a calcio e andava in bicicletta, l’intensificarsi della vita professionale l’aveva costretto a mollare il pallone e concentrarsi sulla bici. In Romagna è una cosa comunissima: prendi una bicicletta da corsa e inizi a salire su per la ciocca. Costa fatica fisica ma pochi soldi. I ciclisti passano la vita a tornire il fisico per affrontare salite devastanti senza avere in effetti il bisogno di affrontarle; alcuni sognano di diventare Marco Pantani, altri lo fanno perchè fa bene alla salute, i più lo fanno per via della bici. D’estate il lavoro della ditta scemava, Sergio sorrideva, diceva “vado via che ho un impegno”, usciva alle cinque del pomeriggio e mezz’ora dopo era lanciato su un dirupo. Un buon ciclista: gambe corte, dicevano che in salita gli stavano dietro in pochissimi. Se eri suo amico e rimanevi indietro, ti sfotteva. Se ti si rompeva l’auto, ti sfotteva. Se perdevi un affare s’incazzava e due ore dopo ti sfotteva. Certi giorni il sarcasmo che usava poteva essere pesante; bilanciava con l’autoironia e un comportamento che nessuno poteva dire scorretto. Se ti staccava in salita diceva che l’altro sabato andavi lento che potevi contare le margherite.

Nel 1993 Steve Albini pubblica un articolo per The Baffler intitolato The Problem with Music. È un conto economico a grandi linee di cosa succede ad un gruppo indie che viene firmato da una major: vendi 250mila copie, hai riempito le tasche dell’etichetta e ti ritrovi comunque in debito. L’articolo diventa un testo sacro della musica indipendente, negli anni di massima esplosione dell’alternative. Nello stesso anno esce il disco più famoso (e uno dei migliori) tra quelli da lui registrati. A questo punto della carriera ha già definito le coordinate morali del suo lavoro: registra in analogico, in presa diretta, non ama i mixaggi aggiuntivi, non si fa accreditare come produttore, rifiuta di essere pagato con percentuali di vendita del disco. L’anno successivo esce il primo disco degli Shellac.

La definizione di “musica indipendente” a cavallo della metà degli anni novanta è un tipo ideale che si definisce da caso a caso sulla base delle soglie di compromesso. I gruppi s’erano tirati in piedi con le loro gambe e avevano trovato un mare di attenzioni in più rispetto a quelle che ricevevano tre anni prima; la maggior parte dei gruppi indipendenti degli anni ottanta era tale per pura e semplice mancanza di alternative, alcuni lo erano per vocazione, altri per via di una mentalità fascista. Qualcuno lo era per ragioni economiche o artistiche. I modelli economici davvero funzionanti legati al rock indipendente non sono poi tanti, e quasi tutti hanno dovuto scegliere dove tracciare la linea della loro moralità. Gli Shellac, più semplicemente, hanno deciso scientemente di non far parte di quel mondo. La loro musica viene registrata in analogico e stampata preferibilmente su vinile; il gruppo la distribuisce tramite i negozi, non si porta il merchandising ai banchetti, non vende musica nelle piattaforme di streaming. Non usano un management o un ufficio stampa, organizzano personalmente tour in contesti a loro confortevoli (macroscopico l’esempio europeo di ATP e Primavera Sound). I tour non sono legati ai dischi, contengono pezzi in scaletta che non sono mai stati registrati. Non sono scelte difficili, se li senti parlare: servono per stare bene. È un gruppo così lontano dai riflettori che in condizioni normali la loro presenza sarebbe sostanzialmente invisibile. I fattori che la rendono evidente e chiassosa sono fondamentalmente due: la presenza del chitarrista e il fatto che i dischi del gruppo siano così buoni. Un effetto collaterale della politica degli Shellac è che il gruppo non fornisce ai membri abbastanza soldi da tirare avanti la baracca. Steve Albini dice che è irragionevole pensare che la gente sia disposta a pagare per vederti sciare.

Sergio diceva che il segreto è trovare piacere nel tuo lavoro. Aveva passato anni a seguire tutta la filiera per filo e per segno, poi la ditta s’era ingrandita e lui aveva iniziato a delegare e fidarsi dei suoi sottoposti senza controllarli. Tenere un clima rilassato e di fiducia all’interno dell’ufficio gli costava emotivamente quanto tenere tutti sotto scacco, tanto valeva farlo diventare un posto piacevole. Diventare grandi è dura, aveva smesso di giocare a calcio, una partitina ogni tanto per gradire, ma quando passava il freddo della stagione spolverava la bici e partiva. Mangiava regolato, beveva poco, fumava poco. Quando uno passa la vita tra scrivanie e autostrade a gestire le cose e usare gentilezza con clienti fornitori dipendenti e consiglio d’amministrazione, lanciarsi a bomba da solo su qualche salita deserta può essere un’ancora di salvezza. Quando uno di lavoro registra dischi agli altri gruppi, ti aspetti che di tanto in tanto abbia voglia di suonare quello che gli va, alle proprie condizioni, di fronte a un pubblico interessato.

Quando dico “il disco più bello di sempre” intendo quello che dico, ma “il disco più bello di sempre” in realtà è più di uno. Le ragioni sono tre: la prima è che mi permette di distinguere tra “il disco più bello di sempre” (In Utero) e “uno dei miei dischi preferiti” (0+2=1); la seconda è che mi permette di non dover scegliere tra In Utero e End Hits; la terza è che le ragioni sono sempre tre. Le cose che vengono rimproverate più spesso ai fan di musica indipendente sono integralismo, oscurantismo e malcelato rosico. Una marea di cazzate. Non conosco nessun fan di indie rock che si sia mai lamentato delle copie vendute dai Fugazi o dagli Shellac, o chi per loro. Alla maggioranza dei fan di rock indipendente non frega assolutamente un cazzo di chi si venda a cosa in cambio di cos’altro; quello che vogliono è musica che suoni vera e diversa dall’altra. Statisticamente, certa musica è rimasta migliore quando ha conservato la sua dose di umiltà.

Certo, non è una rivoluzione. Il punk e l’accacì e il rock indipendente scalcinato sono misure di allineamento e appartenenza alla stessa cultura che ti propina i Jim Morrison e le Avril Lavigne, non definiscono una classe di illuminati che riesce ad estraniarsi dalle cose del mondo. Li dovessi suonare ad un abitante di un villaggio in amazzonia, non saprebbe distinguere le differenze. Per chi ascolta è una questione di coscienza: la musica può esserci inculcata addosso, o può essere scelta da noi. Farla e ascoltarla costa soldi impegno e fatica, bisogna coltivare un giro di amicizie, una rete in cui tutti quanti a un certo punto sono tenuti a fare la loro parte. Non è un atteggiamento molto in voga, ultimamente: la possibilità di star chiusi in camera a scaricare musica e atteggiarsi a conoscitori (di non si sa cosa) ha dato un bel colpo alla musica indipendente.

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At Action Park è un disco di dieci tracce che sono dieci calci in faccia, trentacinque minuti totali, una sorsata. Architetture scarne in tempi dispari su cui gli strumenti s’aggrovigliano l’uno all’altro e le voci sgraziate di Steve Albini grattano via testi impossibili e bellissimi. (Steve Albini non ha mai ricevuto il giusto credito come autore di testi. La parola che ricorre più spesso è “grottesco”, ma descrive solo una parte della sua poetica). Batterie secche, basso arrogante, nessuno suona una nota di troppo. È un monumento ad una mentalità democratica della musica che vuole portare tutto ai minimi termini per renderlo sostenibile. La bellezza del disco ha reso impossibile ignorarlo.

I dischi i libri i fumetti e le persone ci hanno cambiato la vita. Certi dischi sono semplicemente belli, altri sono solo importanti, alcuni sono belli e importanti, e la vita non te la cambiano comunque. At Action Park è il disco più bello di sempre. Non è arrivato con l’intenzione di rompere degli equilibri: erano solo il gruppo della domenica di alcuni personaggi che stavano incidentalmente definendo un suono, ha rilanciato sulla posta, ha influenzato delle persone.

A un certo punto pensavo che nella vita avrei fatto qualcosa di completamente diverso, poi la vita e le persone e le cose hanno scelto per me. Quando leggi queste cose sui giornali ascolti i racconti di gente che ha ascoltato Back In Black ed è rimasta fulminata. Con At Action Park non succede. A un disco come At Action Park ci arrivi da introdotto, hai già scelto cosa ti piace e quanto sei disposto a pagarlo. Gli Shellac, agli occhi di un fan di metal pesante, avevano un suono che sembrava povero e incompleto. Poi sono semplicemente rimasti lì, ho sempre avuto voglia di ascoltarli. L’incantesimo di quella musica funziona ancora come dieci o quindici anni fa. Tra i massimi privilegi del mio ascoltare musica c’è quello, banalissimo, di averli potuti conoscere e aver avuto l’occasione di invecchiare con loro.

Gli Shellac esistono ancora e fanno sempre le stesse cose. Un mesetto è uscito il loro ultimo disco, un album formidabile intitolato Dude Incredible. Pezzi che suonano da anni ai concerti. Fanno un disco ogni sette anni, più o meno, senza legarci un tour. Steve Albini continua a registrare a tariffe abbordabili, ha costruito uno studio suo a Chicago, continua a lavorarci. Risponde regolarmente alla gente sul suo forum, gioca a poker e ha un blog di cucina. Bob Weston lavora anche in proprio, nel corso degli anni il suo nome è diventato la garanzia di un suono tra i miei preferiti e sta in calce ad alcuni tra i migliori dischi della storia (Rachel’s, June of 44, Get Up Kids, Low…). Todd Trainer sbarca il lunario a Minneapolis. Ai concerti si presentano con tute da lavoro e pantaloni sbragati. Ai concerti si fermano un attimo e rispondono alle domande del pubblico. Come si fa a tenere in piedi un gruppo per vent’anni, senza farlo diventare il proprio impiego? Servono due cose, come nel testo di Il Porno Star. Come ad andare in bicicletta. Sergio aveva ricominciato, appena finito l’inverno; a una salita cattiva gli era venuto il fiatone e non riusciva a farlo passare. Il giorno dopo ha iniziato a fare controlli. Se n’è andato nel novembre del 2011. La chiesa era piena di gente, sembrava il funerale di Pantani, erano venuti da tutta Italia, son dovuto rimanere fuori schiacciato contro il fondo del piazzale. Il corporate rock misura il successo degli artisti contando quanta gente sta sotto al palco.

Lavoro nella stessa ditta, con tutti gli altri ragazzi. Tra di noi non abbiamo mai litigato. At Action Park sta sempre in macchina, lo riascolto sempre, non mi stanca mai. Stando a Wiki è uscito il 24 ottobre del ’94. Vent’anni tondi oggi.

CE LO CHIEDE L’EUROPA, che a questo giro diventa una agghiacciante combo Lamb-Subsonica, da leggersi tutta d’un fiato oppure in pillole

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In una ideale top ten dei gruppi-che-hanno-continuato-negli-anni-a-fare-cose-fighissime-ma-che-non-hanno-mai-ottenuto-il-successo-che-meriterebbero (o che-avrebbero-meritato, in caso di gruppi morti e sepolti) i Lamb occuperebbero sicuramente uno dei primi tre gradini del podio, anche se non so dire con esattezza quale perché dovrei pensarci bene (e a dire il vero non sono nemmeno sicuro di riuscire a tirar fuori dieci nomi di gruppi sottovalutati, o forse sí: oltre ai Lamb mi sentirei quasi di dire i Doves, i Broken Social Scene, gli Electric Six, i Test Icicles, gli Audio Bullys, i Junior Senior, gli El Guapo, i Trans Megetti e The Beta Band. Tra l’altro alcuni di questi si sono fermati dopo il primo, clamoroso album ma facciamo finta che tutto ciò valga lo stesso ai fini della classifica).

Dicevo, contestualizziamo un pochino i Lamb: seconda metà degli anni novanta, elettronica  assolutamente figlia di quel tempo, trip hop meets drum n’bass meets techno meets la paranoia, la mente di Andy Barlow, la voce di Lou Rhodes che ti entra dentro e tocca certe corde che non sapevi nemmeno di avere, una manciata di album magnifici che sono invecchiati bene e suonano alla grande ancora adesso che son passati come minimo 15-18 anni (mica come spazzatura concettuale alla Roni Size che la ascolti adesso e ti imbarazzi per averla sentita allora), una piuttosto controversa svolta intimista nel 2001, uno scioglimento nel 2004, tre dischi solisti di Lou Rhodes che per onor di cronaca ammetto di non aver mai ascoltato, una reunion che non ricordo nemmeno quando sia avvenuta di preciso, un altro disco parecchio bello e questo Backspace Unwind uscito ufficialmente qualche settimana fa, ora che siamo nel 2014 ed il disco d’esordio dei Lamb è già maggiorenne e (si spera) vaccinato.

Che dire di Backspace UnwindBackspace Unwind è una meraviglia e al solito non se lo filerá praticamente nessuno. In breve, è quasi un bignami della carriera dei Lamb ma senza quell’innesto del pilota automatico e quei disperati tentativi di ripetere pedissequamente una formula che ha portato bene in passato tipici di chi è alla frutta e sta andando avanti utilizzando la musica solo come mero espediente per riuscire a pagare le bollette e i debiti vari (o il metadone, o il conto del medico, o gli alimenti dell’ex consorte, o gli psicofarmaci, o le puttane, o tutto quanto in un combinato disposto del tutto usuale nella figura della popstar-nemmeno-tanto-star in declino). La capacità compositiva c’è ancora tutta e i Lamb suonano incredibilmente freschi in un ambito in cui altri soggetti riuscirebbero solamente a risultare finti, posticci, disperati o addirittura patetici. Meno drum n’bass, più techno ed ambient, nulla di nuovo ma tanto non si inventa più nulla perché tutto è già stato detto, Andy Barlow e Lou Rhodes al meglio delle proprie possibilità. Quasi un miracolo. La chiudo qui e passo ad altro.

Intervallo: arriva un momento nella vita di un uomo in cui aumenta inesorabilmente il girovita. Si cambia forma e, nonostante tutti gli esercizi in palestra di questo mondo, diminuire il girovita è impresa durissima. Non si scappa perché è legge di natura. Deve essere la birra.

A proposito di fenomeni-tipo seconda metà anni novanta con ingente uso di elettronica assolutamente figlia di quegli anni: è uscito un album nuovo dei Subsonica intitolato Una nave in una foresta. Potrei anche fermarmi definitivamente qui ma vado avanti, perché certe cose è doveroso scriverle – dicevo, oggi che siamo nel 2014 è uscito un disco dei Subsonica che più che un disco è la solita scusa per poter poi fare un tour nei palazzetti dello sport/locali di medio-grandi dimensioni in cui si suona dal vivo, solo che a questo giro mancano decisamente i ritornelli paraculissimi da cantare braccia al vento / ascelle al vento / spinelli al vento (che figata utilizzare il termine “spinelli”, soprattutto nel 2014) / bottiglia di vino introdotta di sgamo nel locale al vento / zaino Invicta con le scritte fatte con l’Uni Posca / i pantaloni a righe / i Birkenstock anche d’inverno/ effetto Giamaica / parlare durante le canzoni che non ti interessano / fumare in barba ai divieti / vietato vietare / il comunismo / i professionisti degli aperitivi, della contestazione e delle tartine / questionare se ti fanno notare che stai disturbando / un paio di schiaffoni / la macchina rigata / nessun problema paga papà che ha un’azienza che scarica i rifiuti tossici chissà dove. Poco male, suoneranno quelle vecchie, tanto la gente a dire il vero è lì per quello, tanto la gente paga e bisogna accontentarla perché il cliente ha sempre ragione.

Conosco rimastoni che hanno visto quindici volte i Subsonica in concerto e continuano inesorabilmente ogni volta ad andare, in nome di un passato che non tornerà, in nome di un futuro che mai arriverà. Secondo me fanno bene, anche perché ho visto due o tre volte dal vivo la band torinese e mi sono sempre divertito tantissimo; i Subsonica sono un gruppo talmente figlio di un’altra epoca (no pc a casa, pc a casa ma con 56k, adsl con connessione ballerina, scoprire la musica davvero) che a scaricarlo oggi provi quasi un senso di tenerezza. Una nave in una foresta non è i primi due o tre dischi dei Subsonica però ci prova e a volte ci riesce pure (come in LazzaroDi Domenica, Specchio,  Ritmo Abarth), riuscendo comunque ben più che dignitosamente a riproporre un suono ed una capacità di scrittura – la sparo lì: elettronica anni novanta assolutamente figlia di meets canzone all’italiana, testi mediamente profondi, ritornelli appiccicosi, voce di Samuel Romano che a volte vorresti scappare via con lui in sella ad uno scooter truccato - che all’epoca in cui hanno iniziato a girare ce l’avevano solo loro (continuo però sempre a pensare che i Casino Royale siano arrivati davvero troppo in anticipo. Se solo fossero stati più scaltri, se solo avessero voluto sputtanarsi, se solo Giuliano Palma)(i Subsonica hanno portato avanti un discorso già iniziato dai Casino Royale, dai, solo che lo hanno fatto in maniera assolutamente personale e sono diventati i Titolari Assoluti di una cosa che è arrivata perfino al Festival di Sanremo) e nessun altro. C’è parecchio pilota automatico, ma ben nascosto ed in definitiva Una nave in una foresta mi piace parecchio. Poi magari i Subsonica tirano avanti solo per pagare le loro ingenti spese o al limite per onorare ogni tot anni il contratto con la loro casa discografica, però chi sono io per giudicarli? A quei livelli sinceramente farei lo stesso.

una per Morrissey che mi ha rovinato la vita

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Mi ha comprato con Everyday is like sunday Morrissey, molto prima che con gli Smiths, per la vita. Non ricordo per quale motivo avessi deciso di comprare il forato di Viva Hate, incombente e anodino tra il Julian Cope più rivenduto in assoluto (My Nation Underground, manco a dire) e un vinile Sarah a caso (non ricordo ora, potevano essere i Secret Shine come qualsiasi altro disco con copertina viola), senza conoscere minimamente l’autore, a parte una foto intravista di straforo su un vecchio numero di Deejay Show tra altre foto formato gigante, Afrika Bambaataa, gli INXS (questo il contesto); il prezzo basso, forse. Magari il caldo estivo, una morsa di torpore e umidità senza costrutto che attanaglia ogni cosa sopra l’asfalto per tre mesi all’anno ad andar bene, uno stato della mente che commercianti, studenti e occasionali turisti (per non dire degli autoctoni senza seconde case altrove) conoscono a menadito; probabilmente lo stesso caldo irragionevole che spinse Meursault a uccidere un arabo random. Quel che non potevo sapere: le ripercussioni, dentro di me, sarebbero state altrettanto irrimediabili, di diverse lunghezze più devastanti.

I primi due pezzi mi sono scivolati addosso, strani bozzetti appena accennati, idee allo stadio larvale di qualcosa che è già cominciato da qualche parte, cacofonico l’uno (Alsatian cousin), troppo breve e criptico l’altro (Little man, what now?); disorientamento, vago fastidio, immediatamente dimenticati. Nell’istante in cui la puntina ha attraversato i solchi del terzo in compenso, all’altezza del ritornello, ho capito di essere fottuto. Transfert attivato, indietro non si torna. Trovarmi di lì a qualche giorno in una situazione speculare al millimetro a quella descritta, che mai ero riuscito a rendere a parole, neppure a me stesso, gli stessi sentimenti a bruciare nelle vene come gasolio sopra un cerino acceso, non ha aiutato. Nascosto nel lungomare scarabocchio su una cartolina: “Quanto vorrei non essere qui”. Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare – vieni, vieni, bomba nucleare.
Merda, mi ci identificavo.
E il ritornello, anche: ogni giorno è come domenica, perché ogni giorno è silenzioso e grigio.
C’ero dentro. Fin sopra le scarpe.
Un incontro peggiore, forse soltanto Faust con Mefistofele.
Poi la seconda rivelazione: Late night, Maudlin street. Il punto di non ritorno. Come nell’istante in cui deflagra l’assoluta certezza di avere incontrato uno spirito affine: può andare come può finire a sfregi, l’essenziale è che non lo saprai mai prima di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo, e da quel momento in poi comunque vada sei inerme. In ogni caso. Difese giù, fate di me ciò che volete (non so perché stia usando il plurale ora, rivolto a chi poi; decenni di pessima critica e pessima letteratura la risposta più sensata). Da allora, per molti anni, ogni parola portasse la firma di Morrissey, e intendo letteralmente ogni parola, è stata per me giusta, vera e santa a prescindere. Non esiste suo pezzo dentro il quale non sia morto male innumerevoli volte, ascolto dopo stramaledetto ascolto. Potrei elencare l’intero repertorio, a parte giusto qualche pezzo da Kill Uncle francamente troppo brutto per essere vero; il resto, in blocco, peggio dell’eroina. Voglio dire, letteralmente. Stessa dissipazione, stessa dipendenza, stessa rota. L’incantesimo si è finalmente spezzato con You Are The Quarry: troppi anni dal precedente Maladjusted (che già arrancava), qualcosa nell’ingranaggio si era spezzato, la macchina non era più a regime; oppure nel frattempo ero cambiato io. Si impara, prima o poi.

Non mi ha migliorato la vita Morrissey, anzi, direi piuttosto il contrario; me l’ha rovinata in maniera irrimediabile, irreversibile. Se oggi sono la persona che sono è anche per via delle sue parole, intercettate quando ero totalmente, drammaticamente vulnerabile, del tutto privo di qualsiasi strumento concettuale, scudo o sovrastruttura per saperle contrastare. Mi hanno reso un remissivo, semiautistico bastardo nel pieno degli anni formativi, autorizzandomi ad assecondare i lati più deteriori della mia personalità frantumata, abbracciarli fino all’ultimo senza riserve, nel momento in cui tutto ciò di cui avrei avuto davvero bisogno era roba dritta, ottusa, intollerante, da raddrizzare la schiena al più problematico dei bulletti di periferia, inchiodarlo all’angolo e farlo scappare piangendo. Tipo che so, gli Agnostic Front (scoperti comunque troppo tardi). Ma pure Rollins (altra epifania, sempre troppo tardi; in età prescolare ci voleva), che manco provava ad ammantare di bieco romanticismo intossicante il sentirsi danneggiato; te lo rinfacciava contro, centuplicato, ed era esattamente quel che mi sarebbe servito: scoprirmi danneggiato, e basta. Da lì le necessarie contromisure; mai la resa incondizionata prima ancora di cominciare. E invece Morrissey, con la sua voce querula e riverberata, da ectoplasma che sta per morire di noia, a dirmi cose che già sapevo benissimo; a innescare, ben prima che potessi rendermene conto, l’identificazione peregrina, insensata e letale (lui attore, io cavia; lui qualcuno, io nessuno), certificando come cosa buona e giusta ristagnare nel letame; archiviare ex ante come fallimento certo qualsiasi tentativo di contatto umano (nello specifico, How soon is now? Su di me, più danni dell’AIDS), la certezza matematica di incontrare solo merda sulla strada, e allora perché provare (altra storia, I am a rock di Paul Simon. Altri livelli. Valutazioni massimaliste richiedono esperienza per avere un senso, tanta esperienza; un passaggio che Morrissey, in malafede o meno, radicalmente bypassava. Ma cosa potevo saperne ai tempi). Gli Smiths poi, come passare dalla padella alla brace. Panic il primo contatto; per usare le parole di uno che, a saperlo, verrebbe a cercarmi per uccidermi a sprangate: And I tell you things that you already know, so you can say: ‘I really identify with you, so much!‘. Non stavo a Londra, né a Dublino o Dundee, ugualmente questo era lo stato mentale. Volevo davvero impiccare il dj perché le canzoni che passava non mi dicevano niente a proposito della mia vita. Chi non l’avrebbe voluto? Chi avrebbe scientemente ammesso di essere banale, uno tra i tanti, senza pensieri o problemi unici ed esclusivi (spesso percepiti come irrisolvibili)? E la spirale continuava ad avvitarsi, ogni pezzo un lasciapassare per coltivare e incentivare introversione e autismo, riconosciuto e legittimato come pratica sana, necessaria per elevarsi dalla massa. Motivazionale al contrario: la certezza che languire nell’inespresso e nell’incomunicabilità fosse alla fine cosa buona. Fosse cosa giusta. Fascismo puro, e della peggior specie. Fascismo autoindotto.

Impossibile quantificare il danno sulla lunga distanza. Più facile isolare i chiodi più acuminati nella bara: The World Won’t Listen (oppure Louder Than Bombs, le differenze in scaletta sono infinitesimali) – sempre stati un gruppo da singolo gli Smiths – quasi tutto The Queen Is Dead, in coda il resto, tutto il resto, fino alla più dimenticata delle B-side, alla più urticante delle Peel Sessions (in cui Morrissey spesso ulula peggio di un furetto scuoiato vivo. Autentico masochismo. Ma al cuore non si comanda, giusto?). Nessuna scusa: cercavo un alibi per sottrarmi a questo casino infernale, eccolo servito su un piatto d’argento. A small victory: non ero solo. Senza domanda, inutile ci fosse offerta; gli Smiths tengono banco tuttora.
Mi ci sono voluti anni per uscire dal loop; i segni ancora li porto addosso, fino all’ultimo. Gli errori, una volta commessi, non si possono cancellare, e ciò che è passato non può essere cambiato; va solo accettato. Sa essere la sfida più impegnativa.

Ho visto Morrissey dal vivo tre volte. La prima a Firenze nel 1999, tour di Maladjusted; c’ero dentro, Cristo sulla croce mi avrebbe colpito di meno. Locale pieno solo a metà, lui già sfatto rispetto agli anni belli: chili di troppo, sguardo incattivito, consapevole di stare percorrendo l’arco di discesa, a suo modo eroico. Il gruppo un bulldozer, pezzi tiratissimi, sudore a secchiate; ripescaggi degli Smiths in quantità, per nulla scontati (London). Emozione da prima volta, ero pure stato a Firenze per la prima volta, in gita con la scuola, soltanto pochi giorni prima. Devo avere pianto abbracciando i miei amici e gente a caso, fratellanza con estranei come manco a un concerto dei Manowar. Ero convinto di stare dalla parte giusta della barricata. Un rito di passaggio, da cosa e soprattutto verso cosa non mi è chiaro tuttora. La seconda nel 2004 in uno dei peggiori festival nella storia dell’umanità (suonava dopo i The Rasmus, prima dei Muse, questo per dire il livello); drappelli di fan dei Muse alzavano cori irrispettosi, lui l’ha presa con stile (“Oh, we like Muse too”). Ne stavo uscendo, me la sono voluta comunque raccontare. Poi ha annullato senza motivo due date a Rimini, a meno di ventiquattro ore dall’inizio della prima; nessuna meraviglia, tra le sue bizze forse la più detestabile, ma quella volta ero già lì, avevo comprato il biglietto per entrambe rinunciando a cose tipo Philip Glass gratis a dieci minuti a piedi da casa. Non è piacevole sentirsi fregati, non lo è mai, ma senza una ragione, così a sfregio, è veramente il peggio. Da allora ho detto mai più. Col cazzo.

Questa è la terza. Mi sento più vecchio perché sono più vecchio, alla base una vaga e imprecisata idea di scendere definitivamente a patti con traiettorie di vita imboccate da mo’ e storie già successe, spesso veicolate dalle parole in questione. C’è la storia del cancro, per alcuni un valore aggiunto alla performance, il che dice almeno un paio di cose sulla miseria umana. Lui è lo stesso di sempre: un entertainer atemporale, asessuato (fin dalla semantica: Morrissey, non determina niente, potrebbe determinare chiunque), imprigionato in questo mondo e in questo corpo per qualche strana congiuntura astrale, Ziggy Stardust ma sul serio, senza mascheroni farseschi a ilustrare ai ciechi, l’ambiguità una faccenda ben più sottile, carnale, pregnante (Speedway il manifesto, sempre in repertorio), il sarcasmo la sola arma per contrastare l’entropia (anche stasera ne sparerà a bruciapelo almeno un paio da far impallidire Lenny Bruce).
Apre con The queen is dead e mi rendo conto all’istante che resistere è più che inutile: non ha alcun senso. Quando parte a tradimento (mi ero scordato di quel passaggio) life is very long, when you’re lonely mi esplode in faccia la consapevolezza che tutto è rimasto uguale, esattamente uguale: sanguino ancora dove devo sanguinare, quel che mi metteva in ginocchio quando ero un ragazzino mi mette in ginocchio ora, frasi che erano coltellate nella carne restano coltellate, and so on and so on. Nulla è cambiato.
I pezzi nuovi non mi dicono niente della mia vita, assolutamente niente, ma quelli vecchi sono sale grosso cosparso a piene mani su ferite ancora spalancate: devono dilaniarmi e mi dilaniano, come ieri, oggi e certamente dopodomani. How soon is now? è ancora il pezzo dentro il quale morirei all’istante, nonostante ora sia una persona diversa: più le cose cambiano più restano le stesse. Risveglia ancora i ricordi più brutti della mia vita, che sono sempre lì, mi guardano e aspettano. Altri pezzi nuovi, tempo che deve passare, e passa; video Jacopetti style su Meat is murder per destabilizzare le anime belle, poi i bis. Asleep, come sopra, tagliarsi le vene in verticale non è più un’opzione. L’ultimo pezzo in scaletta è Everyday is like sunday e questa cosa ha un senso profondo per me, a volercelo trovare: un ciclo che si conclude, un altro conto chiuso, e si ricomincia. Fino alla prossima.

un concerto degli Helmet

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In Romagna il verbo rimanere è transitivo, forse perché siamo dei signorotti e dei capitalisti del cazzo, forse perché siamo degli ignoranti, comunque per noi dire ho rimasto due cose da scrivere prima di andare a dormire è normale. C’è anche un significato specifico del verbo che ne prevede l’uso intransitivo. Quando dici che qualcuno c’è rimasto puoi intendere tre cose. Si dice c’è rimasta di una ragazza che è stata messa incinta per errore in giovane età, di una persona che rimane di stucco di fronte a qualcosa che succede e di una persona che è stata segnata per la vita, in negativo, da un singolo momento. Ci sono quelli che ci sono rimasti dopo essersi calati una pasta malfatta o dopo essere stati scaricati da una ragazza di cui erano innamorati persi. Passano il resto della vita a non gettare l’ombra per terra, camminare con la testa bassa o venire sfottuti da gente che non conoscerà mai un briciolo di quella sofferenza effimera. Esiste un termine per designare la categoria sociale di riferimento: rimastone. I rimastoni sono quelli che portano i jeans con la vita alta e le camicie brutte abbottonate fino in cima, quelli che avete fatto ubriacare a una festa tra compagni di liceo per ridere di loro e scattargli una foto. E loro che ingoiavano la vodka alla pesca del discount per sentirsi accettati. Negli anni del liceo, comunque, è tutto perdonabile e modificabile. Dopo, rimanerci è fatale.

Stasera qui c’è un raduno di rimastoni. Sono rimastoni consapevoli, forse persino fieri di se stessi: hanno ascoltato un disco vent’anni fa, ora sfiorano i quaranta e continuano a considerarlo una parte importante della loro vita (o quantomeno della loro cultura). I rimastoni presenti hanno barbe e capelli lunghi, un principio di calvizie sulla cerga (romagnolo) e pantaloni larghi sdruciti dal tempo. Qualcuno che fiuta l’aria e cerca la musica c’è, ma il novanta per cento è composto da questa gente. Hanno ascoltato gli Helmet nel ’96, o nel ’94 o nel ’92, poco importa. Ci sono andati sotto e hanno continuato semplicemente a perdere occasioni di cambiare la loro vita, di diventare gente. Entri nel locale e se non stessero sudando come dei maiali ti farebbe un effetto tipo David Lynch. Quasi tutti maschi, la quantità di ragazze presenti è simile a quella del ’96: forse venticinque in tutto il locale, rughe che scavano visi troppo truccati e vestiti tra casual e gothic. Qualche rimastone è riuscito a limonarci al Dynamo Open Air, hanno affittato una stamberga e fatto un figlio. Stasera lui o lei hanno spostato un milione d’impegni e raccontato frottole per andare a vedersi gli Helmet. Guardano passare le once were ragazze e ci fanno un pensierino. Io faccio tardi perché ho dovuto fare il bagno alla bimba. Mi fa effetto entrare nel locale e rendermi conto nel giro di un minuto che se facessero una classifica della miseria umana basata sull’aspetto fisico, finirei nel gruppo quelli che in qualche modo sembrano essersela cavata. Forse è solo indulgenza mia; quel che è certo è che l’unica persona presente che s’è conservata con un minimo di criterio si chiama Page Hamilton. Magro come un chiodo, balla dentro una t-shirt troppo larga e schianta la chitarra con quegli assoli che sembrano un coro di campane. Il gruppo gli va dietro menando braccia e gambe, piegati sugli strumenti come se domani fosse day-off. Dopo qualche volta che li hai visti il live è prevedibile ma comunque cattivissimo: tutto come ci si aspetta, finale da urlo, Unsung Just Another Victim Meantime. Domani sveglia presto che c’è da andare a pagar bollette in posta, un vernissage nel pomeriggio, un tizio a cui hai promesso di sistemare la grondaia in nero e un calcetto. Due tizi stranieri, magari son marito e moglie, ballano dilaniati dall’alcol davanti a me. Hanno quarant’anni e qualcosa e magari una bella storia da raccontare che non ascolterà nessuno. Rimastoni.

piccoli fans: ROYAL BLOOD

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Penso spesso al fatto che non so quale musica piaccia a chi ha quindici anni in meno di me. Non ho cognizione di causa per quanto riguarda un sacco di generi (che so, il reggaeton); quella di cui so qualcosa, non la capisco. Quando dico che non la capisco sottintendo che il problema sia mio e non della musica, ovviamente: posso continuare a lamentarmi per decenni, cosa che tutto sommato non ho intenzione di fare, ma non la capisco comunque. Si applica a qualsiasi campo dello scibile musicale, in un modo abbastanza orizzontale e democratico: non capisco il rap italiano degli ultimi anni, a parte qualche sporadica eccezione costruita più o meno ad arte per quelli come me; non capisco l’IDM contemporanea a parte certi rimastoni di cui ho semplicemente passato troppo tempo ad ascoltare i dischi; non capisco l’indie-pop tra il catecumenale e l’inesistente dei vari Alt-J, non capisco il power metal anabolizzato dei gruppi alla Protest the Hero, non capisco questo sentore generale secondo il quale nel doom metal e nello sludge stia succedendo qualcosa di interessante, e via di questo passo. O meglio, in fondo credo di capirla, ma credo anche che sia musica di merda senza spina dorsale.

Un meccanismo c’è ma l’hanno messo ben nascosto (cit.)

Voglio dire, il mercato su cui la maggior parte di queste musiche si sviluppa è un mercato sostenuto dalla ricerca. Qual è la molla che ti spinge (ideo/logicamente)ad ascoltare la roba che non passa per la radio e la TV? Chi è che si sveglia un giorno alla ricerca di roba meno impegnativa di quella che passa su Virgin o su Radio2? Ci perdo la testa. I Royal Blood me li sono trovati dentro l’hard disk da qualche parte mentre ragionavo su tutto questo. I Royal Blood sono un duo di Worthing (Inghilterra meridionale), hanno probabilmente 25 anni e suonano IL ROCK. IL ROCK, maiuscolo e senza nessuna aggiunta dopo, è un genere molto preciso e puntuale di musica rock. È quello che viene suonato nelle discoteche rock in serate che si chiamano con nomi tipo “a tutto rock” o “rockarolla”, nelle birrerie riempite a cover band in cui tutti hanno il portafogli con la catena, sulla già citata Virgin Radio o luoghi culturali affini. IL ROCK è uno sconclusionato miscuglio di sottogeneri messo insieme da vent’anni di ricerca della canzone perfetta, una domanda che nessuna persona intelligente ha mai posto ma per la quale un sacco di persone perlopiù idiote hanno una risposta (Smells Like Teen Spirit, Fortunate Son, Blitzkrieg Bop, Stairway to Heaven, Boys Don’t Cry eccetera). Me compreso, ovviamente, ché IL ROCK forse non è il mio genere preferito ma è quello con cui siamo tutti partiti e quindi quantomeno un linguaggio comune. IL ROCK è una musica molto maschia ed egualitaria, nel senso che se guardiamo al consumo finale non c’è moltissima differenza tra Ligabue e i Depeche Mode (se invece guardiamo al valore artistico, all’interno del paradigma critico contemporaneo la differenza tra Ligabue e i Depeche Mode è davvero l’ultimo dei problemi). IL ROCK è quella cosa di cui su base semestrale si intona il funerale e si canta la rinascita, perché in fin dei conti basta il flop di un dinosauro per parlare di morte e un video con due milioni di hit per parlare di risurrezione. IL ROCK si nutre del sangue di milioni di fedeli, radunati perlopiù in arene stracolme, riconoscibili dal fatto che nelle prime file sventola una bandiera dei quattro mori, luoghi in cui la birra scorre copiosa ed annaffiata e per pisciare in un cesso chimico devi fare trentacinque minuti di fila. Come quel numero di Lazarus Ledd che forse si chiamava METALLICA e un artista di nome BELIAL invocava Satana facendo recitare una preghiera collettiva a settantamila persone in uno stadio. Ecco, la principale differenza tra BELIAL e i Royal Blood è che i Royal Blood alle primarie del PD avrebbero votato Matteo Renzi. Suonano basso e batteria come i Lightning Bolt, ma più che Load etichetta somigliano a Load disco dei Metallica, nella fattispecie il primo minuto della prima canzone di Load, quello SBRANG SBRANG anabolizzato, non so se avete presente. Il principale valore narrativo aggiunto è che souonano in due, scuola white stripes/minimalismo rock/essenzialità. Il pezzo tipico che viene scritto sui Royal Blood è “sono due ma sembrano cinque”. Si sottintende che nonostante una formazione che sulla carta è handicappata, il gruppo ha un suono più o meno completo.

(il fatto di essere in due e sembrare un gruppo completo è interessante fino al terzo gruppo che si presenta in formazione a due. Cinque per i fanatici del minimalismo, toh. Poi capisci che tutto sommato i gruppi di due elementi con un disco su un’etichetta di cui qualcuno ricorda il nome suonano tutti completi in qualche misura. Gruppi con un senso musicale preciso e un valore artistico variabile.)

I Royal Blood si inseriscono grossomodo su questa linea di pensiero: il loro senso musicale è sicuramente compiuto, il loro valore artistico è inesistente o, uhm, non colto da me. Alle mie orecchie suonano come il gruppo perfetto per chi si massacra il corpo di tatuaggi maori senza avere la minima idea di cosa significhi quel che ci si è tatuati. Non è un male assoluto, e non è un bene massacrarsi di tatuaggi maori sapendo cosa ci si è effettivamente tatuati (a pensarci l’unica risposta sensata che si può dare a uno che passa venti minuti a spiegarti cosa significa il suo tatuaggio è “ikr”); viene comunque da chiedersi quanto abbia senso perdere venticinque minuti dietro a musica che nella migliore delle ipotesi tra cinque anni avrà prodotto una hit minore stile Lonely Boy, e nella più ragionevole delle ipotesi nemmeno quella. Volendo essere ragionevole mi conviene liquidare il tutto sussurrando tra me e me che non la capisco e che è un bene che sia così. se avete diciott’anni, magari, scrivetemi una mail e spiegatemeli. Se ne avete trentacinque rimettete sul piatto gli Orthrelm e vaffanculo.