The Long Road to SYRO: gli amici di Aphex pt. 1 – LUKE VIBERT

Disclaimer: quest’articolo fatto per bene, ponderato e limato per mesi in ogni suo angolo andrebbe pagato almeno, e sottolineo almeno, 100 euro. Che poi questo non si realizzi nella realtà di oggi non è affar mio e non cambia la realtà dei fatti: almeno 100 euro e pubblicazione su LIMES nella rubrica LiMaTuRe. Invece ve lo beccate spezzettato su Bastonate sotto forma di sovraccarico (overload overlord) di informazioni, sperando che conquisti ugualmente il vostro cervello invadendolo col mondo musicale creato dai personaggi che vi andrò a descrivere.

Tra pochi giorni uscirà SYRO, approfittiamone per evitare fake leaks e tuffarci nella musica degli amici di Richard D. James, per sfondare il muro dei soliti Selected Ambient Works/Come To Daddy e goderci un po’ di trappole mentali lontani da ogni chiacchiericcio e moda.

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Luke Vibert (aka Wagon Christ, Plug, Amen Andrews, Kerrier District etc.)

LIVIN LA VIDA PIGRA

LIVIN LA VIDA RELAXO

(tl;dr ovvero troppo lungo, non leggo: salta subito alla musica!!!)

Trovo giusto iniziare questa serie di articoli con Luke Vibert: il compagnone groovoso e ironico, sottovalutato da molti perché è quello che ha il profilo meno avant e meno serioso. Di tutti gli amici musici di Aphex, Luke me lo immagino li tranquillo e cazzone, ma sereno risoluto, che se vuole ne sa a pacchi pure più di te. Guardateli qui nel ’99 insieme nella loro Cornovaglia intervistati da John Peel dentro un cazzo di antico luogo okkvlt erbomuschioso che predice casualmente una delle correnti di questi PazZi anni 2k ovvero NATURALISMO.

I due si conobbero nel 1990 in quel di Redruth (luogo tributato più volte da Aphex: Redruth School; Girl/Boy Song (Redruth Mix)) con Luke già in fissa per le produzioni casalinghe di un Aphex lontano qualche chilometro, produzioni che incoraggiarono Vibert ad abbandonare velleità da band e mettersi a smanettare con atari, synth e samplers. Luke di contro insegnò a Richard armonie e melodie più complesse e jazz, almeno stando ad una delle tante interviste pazzesche/rivelatorie fatte a Vibert. Vero o no, non riesco a non pensare a Luke Vibert come a colui che ha sempre spinto per il lato concreto, di classe e ironico di tutta la faccenda dell’elettronica da cameretta anni ’90 inglese (no, non userò l’etichetta IDM!). Lui è quello che non vuole avere troppi synth, plug-in e macchine attorno a distrarlo con le loro troppe possibilità, che smanetta sui preset e non se ne crea mai uno nuovo da zero, che per praticità dettata da pigrizia ora si campiona tutto (synth drum machine etc.) per poi editare e comporre in tranquillità su un laptop scrauso (e con cose semplicissime tipo Reason). Eppure da amante dell’hiphop, e quindi del collage, e quindi della library music (di cui ha curato ben tre volumi chiamati Nuggets per la Lo-Recordings), Luke ha una sapienza funk ritmica unica che ho sempre immaginato come influenza principale per l’Aphex Twin più shuffloso, che potete ritrovare nel ritmo ciondolante di Alberto Balsam, o in quello sghembo3skazzo2 che sta alla base di ogni destrutturazione operata nella famigerata Windowlicker.

La carriera discografica di Luke iniza nel 1993 sulla Rephlex del compare Richard con Weirs, lp bleep’n’acid pregevole, ma canonico, che mi preme citare solo perché fatto insieme all’amico Jeremy Simmonds aka Voafose, uno che riapparirà nel 2006 con un album omonimo che fosse uscito ora e senza le inutili tracce di cazzeggio per nastro sarebbe osannato da tutti quelli che si riempiono la bocca con parole tipo “synth modulari/sequencer analogici/field recordings/la techno”. Così giusto per dire che anche i minori hanno una loro dignità sonora in questa storia di amicizie rave in cornovaglia. Carino il fatto che la coppia Vibert/Simmonds sia riapparsa nel 2008 con un album di scarti dalle sessioni di Weirs di nome Rodulate. Più strano e meno dritto dell’album madre ci troviamo sopra l’unica traccia RAP di Luke Vibert:

Il vero debutto solista di Luke Vibert avviene nel ’93 con Phat Lab Nightmare a nome Wagon Christ, un album ambient fatto su commissione per Rising High (che l’ambient tirava, inizio ’90, Orb, AFX stesso etc.) e in cui i beat -quando ci sono- servono a puntellare un’atmosfera sinistra da film onirico e misterioso non lontana dalle intuizioni horror-ambient/retrò di certa hauntology uk (ghost box e dintorni). Un Vibert da recuperare, l’unica sua testimonianza “avant” mai più replicata. E’ solo nel 1995, con quel gioiello di nome Throbbing Pouch, che inizia la vera esplorazione del groove dell’epopea Wagon Christ -che dura ancora oggi!- in quella maniera che nel ’90 piaceva chiamare downtempo (e infatti lo troveremo anche su Mo Wax), ma Luke ci metteva molto di più: ci metteva la psichedelia, l’electro, l’acidume, lo scherzo, le soluzioni inattese, evitando sia il salottino easyjazz che la paranoia oscura di bristol.

A un Luke in fissa coi beats non poteva non piacere la drum’n’bass e tra 95/96 si vendicò dei technoni (soliti rompicojoni) che gli dicevano (parole sue) “è stupida hardcore! perché perdi tempo con la drum’n’bass?” creando a nome Plug la vera nUovità nuOva: innestare il suo concetto di sinfonia sampledelica sui turboritmi della jungle per spargerli attorno all’ascoltatore in maniera libera. La musica di Plug sfrutta lo spazio sonoro, è perfetta per l’ascolto casalingo, e forse è primissimo esempio di breaks jungle non più al servizio del rave ma del trip mental, con suoni da spy-movie spaziale più che urbani e futuristici: un ascolto che disorienta anche oggi. Dopo quel capolavoro di Drum’n’Bass For Papa il nome Plug sparisce (tornerà solo recentemente in una raccolta di scarti inediti): troppa fissa da parte di tutti (in primis i suoi amici musici) per l’aspetto ritmi pazzi e complicati del disco, una competizione assurda sull’arzigogolo ritmico da cui Vibert si tira fuori in quanto non si ritiene all’altezza o non gli va. Anche qui, lo scazzo e la praticità al potere a favorire chiarezza e risolutezza del linguaggio, niente spazio per la frustrazione monomaniacale di perder tempo a spezzettare all’infinito un breakbeat. Luke Un-Plugga Plug (ehehEhehH) proprio prima che diventi un affare troppo sperimentale, Luke vuole ritmo e classe phunkona. EKKEKKAZZU !!

Dopo l’esperimento fusion cocktail in collaborazione con il musicista pedal steel BJ Cole (che se non altro ci ha permesso di sentire come suona Vibert in jam con Tom Jenkinson aka Squarepusher al basso: suona troppo prevedibile e manierista) negli anni 2000 abbiamo potuto godere di un Luke Vibert padrone del suo nome senza nickname dietro cui nascondersi. Ora più libero di acidonare e spaziare sui generi senza certe restrizioni imposte da Ninja Tune: “bello, ma non è troppo ninja tune” gli dissero varie volte per robe scartate da Wagon Christ con Luke che giustamente si chiedeva cosa cazzo volesse dire. Ci ha pensato prima la Warp che nel 2003 sciolse menti e culi con lo spettacolare singolo I Love Acid e un album, Yoseph, che mostra un Vibert a tutto tondo tra sperimentazioni a base di acidi-303 su funk, disco, electro e house, con tanto di pezzo astratto ambient. Poi è arrivata la Planet Mu (dell’amico Mike Paradinas a cui dedicheremo il prossimo capitolo di questa serie) che dopo il simpatico (e minore) Lover’s Acid ci ha donato forse il lavoro più classico, ma vario, di Luke: Chicago, Detroit, Redruth. Un riassunto di elettronica/rave che passa dalla drum’n’bass all’acid-house in 7 tracce mantenendo un sound immortale. Cioè per mettervela stile 2k14-clubberini dell’oggi inizia con un gioco drumnsteppo che potrebbe colorare un set Uk Bass e giunge ad un acidume techno che avremmo potuto godere nel ’91 così come in un odierno dj set di un PsYcOdeLico tipo Morphosis:

Se vi piace solo l’acidume lo troverete tutto raccolto in The Ace of Clubs, stesso anno (2007) dell’album su Planet Mu. Non contento di ciò il nostro se ne uscì pure con due album disco-funk a nome Kerrier District, su Rephlex. Raccolte che non sfigurano di fronte a certi coevi revival di metà 2000. Vi consiglio il secondo volume perché è DiVerTenTe, contiene Robotuss che anticipa il nome The Tuss usato dal solito Aphex, ma sopratutto si conclude con l’incredibile Ceephax Mix di Sho-U Rite. Ceephax è il fratellino sciroccato di Squarepusher (sempre giro amici afx) e batte tutti con sette minuti di giostra multicolore che vi porta avanti e indietro dentro rave immaginari mai esistiti:

Sempre a Rephlex dobbiamo la saga junglona drittona (quasi una versione basic-rave di Plug) di singoli 12″ Amen Andrews che su album divenne Amen Andrews vs Spac Hand Luke (la personalità qualcosa-step di Luke) roba che ha anticipato l’unione dubstep/hiphop/jungle, cara a Machinedrum e Om Unit, di almeno 5 anni. Nel frattempo Luke si è pure tolto la soddisfazione di una collaborazione da sogno con Jean-Jaques Perrey concretizzatosi nell’album Moog Acid. Perrey è stato una star della library/cocktail music, ma sopratutto uno dei pionieri dell’elettronica pop e del moog, di cui dovreste tutti guardare questo filmato per capire la portata del personaggio e capire così anche parte dello spirito di Vibert:

E’ al Luke Vibert anni duemila che dobbiamo il nome Analord, apparso per la prima volta sull’ep 95/99 per Planet Mu (nel 2000 proprio) utilizzato da Aphex Twin per la sua famigerata serie di 12″. E forse è sempre un’influenza vibertiana quella per cui Richard si spogliò degli editing digitali forsennati di Druqks dedicandosi solo al caro vecchio analogico della serie Analord dando spazio a semplicità e toni belli limpidi come nel fenomenale tributo a Mr Fingers (Larry Heard) che è Analord 02, in particolare ovviamente nella traccia di nome Laricheard. Quel tono gommoso, chiaro e lussoso (che ovviamente Richard rende fumoso e umorale) è proprio la caratteristica del nostro Vibert. Suono Lush che Luke porta avanti tutt’oggi nel 2014 in pezzi di una straordinaria presa a bene come questo (singolo dell’album Ridmik):

 

tl;dr
State in fissa con quell’assurdo breakbeat iniziale di Minipops67 ?
Eccovi qui un bell’ascolto retrospettivo di Luke Vibert per godervi il lato funk della faccenda. D’altronde è proprio Richard a nominare Luke in un’intervista per SYRO riguardo ad un 500gb di musica nuova che gli deve passare, dicendo che si sono sempre influenzati e ispirati a vicenda.

Niggas sul 105 (Death Grips, Niggas on the Moon + Club Dogo, Non siamo più quelli di Mi Fist)

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Il dovere morale di parlar male di questo disco è fortissimo. Esaminate con me tutti i dettagli. Band di avant-rap, termine che potrei aver inventato io al momento ma che è comunque il modo nobile per definire tutta la robaccia che consiste in un cantante hip-hop su una base diversa da quelle tradizionalmente usate nell’hip-hop, una formula utilizzata dagli anni ’90 (chiedo scusa agli storici se ignoro qualche precedente) in vari modi, tutti anche molto diversi tra loro, ma tutti simili a cancelli dorati che sembravano spalancarsi sul cielo del futuro, e si aprivano invece su un brutto vicolo sul retro, tipo quello in cui fece una brutta fine Jaco Pastorius (death to the rickies). Affrontiamolo: quanti buoni dischi hanno messo insieme, in tutto, Rage Against the Machine, Techno Animal, Antipop Consortium, Clouddead, Saul Williams e cazzi? Nessuno, e non c’è ragione di credere che oggi possano far di meglio questi Death Grips, forti di merchandise con brand American Apparel (a me tutte quelle dannate t-shirt, presto), copertine provocatorie – c’è un PENE, non mi va di rivederlo e perciò non lo linko – e di Björk che caga il cazzo su tutti i pezzi di questo album. Che, a proposito, non è un album, ma il disco uno di un doppio che dovrebbe uscire più avanti nel corso dell’anno, e si può ascoltare gratis sul loro sito da mesi, ma io mi sono degnato soltanto pochi giorni fa.

Björk ha questo problema: potrei anche amare la sua musica nell’accezione in cui io possa amare un po’ di anticaja e petrella, techno-house pop in stile primi anni ’90; solo che già dal secondo album rovinò tutto inserendo quel cazzo di pezzo swing che, pur essendo di gran lunga il peggiore della discografia di Björk, Gling Glo demmerda e Dancer in the Dark compresi, è ADORATO dalla gente, che spesso di Björk conosce solo quello, e impazzisce, riempie la pista, CAMMINA SUI CAZZO DI MURI E SUL SOFFITTO quando lo sente iniziare. Björk ebbe anche la sfortuna di avere un suo bel pezzo, Hyperballad, coverizzato da Greg Dulli (cosa che non costituisce più un merito dal primo gennaio 1994, a meno che tu non sia Leonard Cohen e non sia, perciò, migliorabile per definizione), e finì per sporcarsi le mani con tutti i cazzoni d’avanguardia sparati fuori dall’underground mondiale  direttamente sulle pagine di The Wire e Blow Up, costruendo perciò una discografia di spaventosa inutilità, piena di collaborazioni con gente tipo le tribù eschimesi e Chris Corsano (il Vinnie Colaiuta di quelli che frequentano locali tipo il Dal Verme).

Facile presupporre, dunque, che i Death Grips non fossero altro che l’ennesima perdita di tempo della starlette islandese. Invece non è esattamente così, nel senso che il suo intervento non è invasivo e si limita – credo – a dei TÌ TÌ sullo sfondo. “Credo” perché altro non ho sentito: il disco l’ho ascoltato alle 7.30 su un autobus pieno come la merda, di quelli che vanno a Termini e sono pieni di ragazzini che vanno a scuola, tra cui me, impiegati inferociti e venditori cinesi con ENORMI sacchi di merci, tra cui me. Hanno questi sacchi, che poi sono dei giganteschi sacchetti di plastica, davvero molto grandi, come se ci fosse un orso bruno appallottolato a terra, e l’autobus sembra avere dei vuoti tra la gente ammucchiata, e così quelli che aspettano A CENTINAIA alle fermate ritengono di poter salire, e credono, inoltre, noi stronzi già a bordo COLPEVOLI di non farli salire INTENZIONALMENTE, e cominciano a gridare ANNATE N MEZZOOO… ANNATE N MEZZO? N MEZZO CE STA POSTO, SI NUN ANNATE N MEZZO COME FAMO A SALÌ?, ecc., ragione per la quale ogni fermata dura otto minuti, e il viaggio per Termini diventa un incubo tipo Amistad (peggior film di Spielberg di tutti i tempi). In tutto ciò, la gente cerca di salire, la gente cerca di scendere, oltre a quanto detto urla PERMESSOO ma io non me li inculo, ho i Death Grips a palla e neanche li sento, e in sostanza nun me sposto e quel poco di insulti che riesce a superare la musica e ad arrivarmi comunque – sono dei microscopici excerpts di suono, tipo mi arriva un CAZ, uno NZO – la mia mente li attribuisce in automatico alla band, migliorando in modo sostanziale il mio giudizio su di loro.

Settecento parole, insomma, per arrivare a dire che questo disco mi è piaciuto molto. Non lo ascolterò mai più. Ascolterò invece decine di altre volte Non siamo più quelli di Mi fist dei Club Dogo, band-disturbo vero che, a differenza delle sciocche lyrics PROVOCATORIE dei Death Grips (kamikaze, nazi: capirai), ostentano la paresi di Gue Pequeno – un difetto fisico che gli consente di avere un permanente sguardo TU ROSICHI PERCHÉ CIÒ I SOLDI (il concetto di ROSICO attribuito ai detrattori è intimamente connesso con questo genere di artisti, tipo non so, come la rivoluzione con Dylan) – e, quel che è peggio, Arisa nuda, Arisa cioè che in botta di femminilità svelata, è passata nel giro di boh, cinque anni, da un mondo rintracciabile tra confini tipo Elisa Claps e uccisione rituale del maiale (Arisa esprime spesso amore per quel mondo contadino feroce e perverso tipo Stravinskij/Fontamara/Zi Michele) a uno fatto di abbigliamenti segretariali-porci da incubo e una gigantesca scritta DOMINATRIX costantemente gettata addosso a noi poveri lettori di rotocalchi per signore. La debolezza di tutto ciò che siamo – ragazzi brutti con magliette d’assalto – è così svelata dal pop italiano in un modo che è eufemistico definire inquietante. Il tempo passa, il ROSICO (Club Dogo > Zach Hill) avanza, e noi siamo ancora alla fermata del 105. (6 ai Death Grips, ANNATE N MEZZO ai Club Dogo)

Piccole cose.

Mi segnalano cose:

Mi linko alla pagina di Repubblica, leggo il titolo.

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Penso, diocristo, VOLTAFACCIA. Grandioso. Che si fa adesso? Vado nella libreria di iTunes per postare la foto su twitter e commentare “VITTORIA!!!111!”.

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Nella libreria il disco degli U2 c’è ancora. L’articolo di Repubblica, intitolato “Apple fa rimuovere album degli U2 da iTunes“, parla del fatto che ora sia POSSIBILE rimuovere il disco degli U2, a patto di sapere che una volta che hai detto NO non puoi più riceverlo gratis.

La notizia in questo particolare pezzo non viene commentata: che prima di ora il disco-spam degli U2 ti compariva in libreria e NON C’ERA POSSIBILITÀ DI ELIMINARLO. La notizia che viene commentata, beh, non è una notizia. APPLE NON HA FATTO RIMUOVERE UN CAZZO DI NIENTE. Ha reso possibile per gli utenti cancellare qualcosa che non vogliono, cioè una cosa che chiunque con un po’ di sale in zucca avrebbe fatto fin dall’inizio. La notizia è che prima di oggi non era possibile farlo.

Non che sia un merito esclusivo di Repubblica: Il Mattino titola “Apple rimuove album dopo le proteste“, per Blitz “Apple rimuove album U2 (Songs of Innocence) da iTunes“. La Stampa per ora non titola, il Corriere va con un titolo più corretto.

Ciao.

(del nuovo disco degli U2 e dell’operazione avevo parlato qui)

(per rimuovere il disco degli U2 dalla propria libreria si visita questo link)

FALCO IN METASTASI – La rubrica pop di bastonate spinge Gianluca Luther Grignani come unica rockstar italiana con un senso since ’94

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FF Siamo onesti, Accento. è abbastanza evidente dal nuovo singolo di Gianluca Grignani e dalle ultime prove riccionesi dell’Uomo che la musica rock sta ritornando una cosa eccitante, che il rap neomelodico di merda ha i giorni contati, che qualcuno ha ancora il coraggio di reclamare il suo trono e che questa cosa, prima o poi, ci coinvolgerà tutti. Non ti pare? L’hai sentito il singolo?

 

(intervallo)

 

AS Rispondo alla domanda con settimane di ritardo perché, si sa, la vita reale incombe, ho tanti impegni, il lavoro ecc… e non ho tempo – in realtà sono in comunità a curarmi da diverse dipendenze da farmaci, tanto per restare in tema-Grignani. Comunque il singolo non l’ho ancora sentito perchè ultimamente esce troppa musica e non riesco più a stare al passo con i tempi, ma sono assolutamente convinto che il disco intero ed il singolo di Grignani siano la cosa più rock ed eccitante mai uscita in Italia da parecchi anni a questa parte perché – copiaincollo a caso dall’articolo pubblicato da Repubblica – avevo finito lo Xanax, e per lo stress ho avuto un calo della vista, ma quando i carabinieri hanno cercato di portarmi con sé mi sono dimenato e uno di loro è caduto. Se non fossi famoso non se ne sarebbe neppure parlato. Ci si accanisce su di me perché sono divertente da gossipare e magari è più facile ritirare la patente a me che sono celebre. Ma va bene così, sono una persona vera. Ecco, Grignani è una persona vera – musicalmente parlando ha finito la benza dal 1998 ma va avanti perché c’ha il mutuo da pagare. D’altronde – copiaincollo sempre a caso dall’articolo di Repubblica, aggiungendo anche parti a caso da un articolo uscito sulla Gazzetta (grande promozione per il disco nuovo di Grignani) (ormai ne parlano ovunque, anche su Cronaca Vera, Vice ed il sacro blog di Beppe Grillo) -per strada si possono incontrare anche cattive persone, e a volte ne sono vittima, ma lo accetto perché mi permette di scrivere di cose vere e serie. Io mordo la vita, e la vita a volte ha un sapore amarissimo. Del resto io preferisco stare al bar davanti a una birra piuttosto che in un’elegante hall di un albergo. Io parlo chiaro, dico anche cose scomode, cose che chi è davanti ai riflettori preferisce nascondere. Voglio vivere tra la gente perché è il posto in cui sto meglio, abbiamo in comune l’approccio alla vita, il modo di pensare. Big respect per Grignani.

 

FF Avrai almeno ascoltato la versione di ROTTA X CASA DI DIO che sta su Max 20, il disco più venduto in Italia del decennio in corso (tipo 3500 copie, è in hit parade da due anni), in cui Grignani cambia impercettibilmente il testo dicendo le faremo sballare per tutta la notte invece che le faremo ballare per tutta la notte e sbroccando sul finale invocando il fantasma perduto di CISCO, il personaggio cardine della storia contemporanea del pop, la monade, il moloch, quelle robe lì. CISCO che è sia il nome del definitivo cinghione pavese di fine anni ottanta sia del grande CISCO dei grandi Modena, intendo i Modena City Ramblers ma riferendomi a coloro che proprio squisitamente li chiamano I MODENA, il pubblico che fa i numeri ai concerti e che sancisce fondamentalmente la differenza tra artisti di successo e falliti. Tipo i TRE ALLEGRI o anche GLI ZEN o IL TEATRO, tutti e tre non a caso sulla stessa etichetta, che per puro caso non è la stessa etichetta dei MODENA e degli 883, che è il nomignolo di un gruppo che si chiama in realtà 8834452321 come il numero sulla targa nel mugshot di Grignani pestato dalla polizia a South Central nel ’95 epoca Falco a Metadone. Non ci trovi dei nessi?

AS Ci trovo dei nessi, eccome se ce li trovo – io trovo dei nessi dappertutto, sono un inguaribile complottista. Il nesso principale comunque lo trovo con il fatto che sono anni che il video di Falco a metà ad Ascoli Festivalbar 1995 è stato rimosso da YouTube su istanza di Mediaset per problemi di copyright. Un video che era favoloso, del tipo videocamera piazzata davanti alla tv che riprende ciò che in quel momento andava in diretta e rippato anni dopo e caricato su YouTube a qualità minimo sindacale, con Grignani in evidente stato di alterazione che non vuole cantare il playback, ha le palle girate, gigioneggia, si infila il microfono in tasca, fa stage diving, rischia di prendere botte dai padri delle sue fans, gli lanciano dell’acqua ed altre cose, forse lo colpiscono, si incazza e se ne va, parte il coro “Scemo, scemo!” e la musica continua ad andare, imperterrita, in playback senza il cantante, fuori sincrono che manco Enrico Ghezzi avvistato ad un concerto dei Wolf Eyes a Bologna accompagnato da Pecorari, Ghezzi accompagna Pecorari o forse il contrario o più probabilmente ho perso il filo del discorso - nessuno la ferma, nessuno ci vuol provare. Un video Patrimonio Unesco che era la cosa più bella di sempre presente su YouTube ed ora che non c’è più mi sento vuoto dentro. Dovrebbero averlo visto tutti almeno una volta nella vita.

FF C’è anche questa dimensione molto umana, di errore, che secondo me richiama all’altro grande standard del rock italiano di oggi, Giuseppe Povia. Tra i pochi ad aver fatto la gavetta vera e a porsi ancora in modo DIY, permettendosi di sbagliare clamorosamente le PR, rischiando il culo ad ogni pezzo in nome della sua visione politica -peraltro non ancora rivelata al mondo, ma comunque veicolata in una serie di sbrocchi di ispirazione saratommasiana, sempre più frequenti e meno efficaci. mettiamo Grignani asso di briscola del nuovo rock italiano, Povia come vicerè, subito dietro direi Tiromancino che accusa il mondo intero di avere copiato la sua musica, Giuliano Sangiorgi che denuncia un cartello delle radio italiane contro i Negramaro e direi almeno Dolcenera che saluta il pubblico (si dice sia un fake, vabbè) e Pau dei Negrita che pesta Andrea Scanzi. Chi altri?

AS Beh, io aggiungerei sicuramente Giovanni Lindo Ferretti che è passato da Lotta Continua a Ratzinger rimanendo sempre stalinista dentro ma soprattutto continuando sempre a riscuotere grande credito presso un certo pubblico di quella sinistra dei professionisti delle tartine, degli aperitivi equosolidali, della Pizzica & Taranta, dei film di Sabina Guzzanti e dei libri di Saviano. Poi magari direi pure Piero Pelù, che musicalmente parlando non fa nulla di decente da almeno 14 anni (il suo esordio solista, per intenderci)(quindici anni volendo essere buoni, altrimenti potremmo andare direttamente a Il mio nome è mai più con Jovanotti e Ligabue) e per far parlare di sè deve sbroccare contro Renzi al Concertone del Primo Maggio, divenendo istantaneamente l’intellettuale di riferimento del Fatto Quotidiano (e qui si torna a Scanzi menato da Pau dei Negrita) e di un certo pubblico di quella sinistra dei professionisti delle tartine, degli aperitivi equosolidali, della Pizzica & Taranta, dei film di Sabina Guzzanti e dei libri di Saviano (ometto di citare Beppe Grillo perché non voglio veicolare accessi al suo blog). Vogliamo esagerare? Diciamo Adriano Celentano che nel 2001 endorsa Berlusconi, un anno fa endorsa Grillo, poi Renzi, poi parla di Renzi come pericolo per la democrazia e resta comunque l’intellettuale di riferimento del Fatto Quotidiano (manco Giovanni Lindo Ferretti ha cambiato pelle così tante volte)(bisognerà scrivere un pezzo in cui elenchiamo analogie e differenze tra il compagno Ferretti e il compagno Celentano, prima o poi). Manu Chao che è fermo al 2001 come il suo pubblico. La salma di Vasco Rossi. Io che in vacanza in Istria alzo una pinta di Favorit al cielo in onore di Little Tony dopo che ad una festa di paese è partita una sua canzone. Red Ronnie che sta invecchiando malissimo e pubblica i link sulle scie chimiche – nuova religione in grado di spiegare ogni fenomeno che la scienza non è in grado di spiegare. Mi gira la testa, meglio tornare a Grignani – anzi no: citiamo quella puntata del Roxy Bar del 1996 con ospiti i Supergrass, Pippo Inzaghi e gli Eels, citiamo quella puntata di Help del 1995 in cui Grignani ha regalato il Telegatto appena vinto ad una fan, citiamo Grignani al Festivalbar 1996 che canta L’Allucinazione in evidente stato confusionale (filmato anche questo rimosso da Mediaset per ragioni di copyright, era pazzesco).

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FF Ma anche e soprattutto La Fabbrica di Plastica incensato come massimo esempio di rock italiano anni novanta da riviste come Il Mucchio, assieme ad altri clamorosi esempi di non-allineamento tipo Il Dado di Daniele Silvestri disco del mese non so per chi, tra l’altro Daniele Silvestri con la bocca rifatta punta di diamante del trio Fabi Silvestri Gazzè, personaggi scritti da John Milius, con un singolo fuori che ho sentito sull’autoradio e volevo lanciarmi con l’auto dentro le Valli di Comacchio, L’AMORE NON ESISTE e poi dentro al testo dicono il contrario, poi nei dialoghi sull’esistenza attaccano sempre concetti tipo l’amore e la Basilicata evitando di chiedersi se esistono Dio o se la P2 è stata davvero sgominata, e dobbiamo aggiungere Cristicchi disco del mese su Stylus Magazine nel 2005, quello con la canzone in cui sognava di essere Biagio Antonacci e il salame in copertina, poi aggiungiamo Biagio Antonacci con la canzone in cui racconta di quella volta che soffre per una tipa poi va a farsi le ferie verso Grottaglie e una probabile granny glielo prende in bocca da ubriaco. E poi c’è Paolo Meneguzzi che apre un bar a San Giovanni Rotondo e blasta i giornalisti colpevoli di trollarlo, di essere dei cazzari generici (lo davano come barista ad Ibiza) e di auspicare un suo in realtà lontanissimo abbandono delle scene, poi c’è il vero abbandono delle scene di Umberto Palazzo e anche il ritiro dalle scene di Moltheni che si riunisce il giorno successivo iniziando a suonare con il suo nome di battesimo e avviando un progetto di crowdfunding per girare un video promozionale. A me sembra che abbiamo un bel parco nutrito di cocker agguerriti, giusto? Avevo scritto rocker ma l’autocorrettore me l’ha cambiato, ci sto dentro, è figo.

AS L’autocorrettore invece ha detto giusto: cocker come Joe Cocker, ossia Zucchero che è partito come clone di Joe Cocker ed è arrivato a copiare qualsiasi cosa, probabilmente non ha mai scritto un pezzo di proprio pugno in vita propria e se tanto mi dà tanto ne è pure fiero. Addirittura ultimamente ha svoltato con la musica cubana (per tornare al discorso di certa sinistra ecc… – non voglio ripetermi, ed allora dico solo “Chico Forti Libero” come vuole Red Ronnie anche se non c’entra nulla), ma anche qui ha fatto una cover drogatissima di Guantanamera con un testo cambiato e stop. L’unico momento in cui Zucchero è riuscito ad essere davvero originale è stato nel 2007 quando in un concerto esclusivo in una discoteca di Porto Cervo ha iniziato ad insultare il pubblico e qualche genio ha risposto lanciandogli addosso un limone, ma questo è un altro discorso che non sto ad approfondire in questa sede perché non mi pare il caso. A proposito di insulti al pubblico: Grignani che rovina un concerto ad Omar Pedrini dove lo mettiamo? Omar Pedrini che si presenta fradicio ad un programma di Mtv – fradicio del tipo occhio sbarrato, lingua grossa, figure di merda a raffica – e si giustifica dicendo di aver esagerato con gli aperitivi (non trovo il filmato, ma giuro che l’ho visto sul serio e dunque è vero)? I Timoria in generale, che quando facevo le medie mi piacevano un sacco? Francesco Renga, che ha svoltato facendo roba stracciamutande ed ha fatto bene perché è diventato ricco e famoso? Te lo ricordi Renga nei Timoria, coi capelli lunghi e la camicia di flanella a scacchi? Sto scoperchiando qualcosa di pericoloso – potremmo citare addirittura gli Interno17 che ad inizio 1996 mi sono piaciuti per un attimo con il singolo Hello in heavy rotation su Videomusic.

 

FF Però in quel periodo erano tutti spettinati e tristi, alla fine non se ne salvava uno, Renga ha molto più senso come toyboy di Nina Zilli o al limite come marito e cantante ufficiale di una certa destra che strizza l’occhio a una certa sinistra, più che come eroe maledetto che redime Ambra da anni di boncompagnismo. Omar Pedrini invece è un fiacco, non a caso Grignani lo accusò poi di non fare rock, di base non è mai uscito dagli anni ottanta come del resto Agnelli e quei cioccolatai dei Marlene Kuntz che ci rivendono le outtake di Catartica dopo averle tenute nel cassetto (immagino giustamente) per vent’anni, mettici Giovanni Lindo e ti rendi conto che alla fine anche a quell’epoca a fare il rock diverso erano questi personaggi misti qui, quelli con la botta mai allineati, gli altri erano tutte facce della stessa medaglia ed erano facce tristi con l’occhio vitreo di merda. Che alla fine il rock diverso era il Rock Normale di Nikki e l’indecisione se essere Joe Cocker o Jarvis Cocker ci ha impantanati. Lo stesso Grigno che negli ultimi cinque o sei anni faceva salire sul palco le ex-venticinquenni dedicando loro i classiconi suona come una figura molto più orsonwellesiana di un Godano che ci prova finto-svogliatamente a Sanremo facendo salire sul palco una Patti Smith quantomai inutile, dai.

AS Che poi lo sto ascoltando ora, il nuovo singolo di Grignani – mentre scarico il leak del nuovo Shellac e su Mtv Classic stanno passando il video di One More Time dei Daft Punk ed io mi sono già distratto, tanto il nuovo singolo di Grignani è roba che era già vecchia a fine anni novanta, con la sua rima sacrificio/dentifricio, i chitarroni pesanti all’ammorbidente ed all’inizio certi beats che manco gli Apollo 440 o gli Asian Dub Foundation. Ho già skippato il singolo, è praticamente inascoltabile e non essendomi fatto una vera opinione in materia dopo un solo ascolto (in rete, si sa, bisogna essere in grado di farsi un’opinione riguardo a qualsiasi cosa in due minuti netti e bisogna esprimerla su un social network difendendola con le unghie e con i denti anche se subito dopo ci si rende conto che l’opinione è sbagliata, altrimenti si viene tagliati fuori dai giri che contano) copiaincollo a caso commenti di utenti YouTube, tanto non se ne rende conto nessuno perché la frase sto attualmente scrivendo è davvero troppo lunga e l’eventuale lettore avrà già skippato come ho fatto io con il singolo nuovo di Grignani.

Bel pezzo, ma essendo un amante di quel gioiello che fu “la fabbrica di plastica” nn vi trovo affinità. Grande Grigna!

che brutta fine grignani.

e perché mai?ma sei sordo?questo pezzo è una bomba!!!oltre alla sacrosanta verità!!!

infatti musicalmente non si discute,anche il solo molto battistiano.
è che ha finito gli argomenti da un bel pezzo e questo pezzo ne è la conferma.
la fabbrica non tornerà più.
e te lo dice uno che adora quel disco.

Pastone per me ti sbagli, questa canzone è voluta così, è una rivendicazione nei confronti ai detrattori, di tutti quelli che gli stanno addosso, aspettando sempre la prossima sciagura del Grigna… Il resto del disco vedrai che ti stupirà, io mi fido di Gianluca, non ci delude mai! E poi sto pezzo ha qualcosa di fabbrica di plastica!

Come si dice: “Una perla ai porci”!!!! ultimamente il grigna era troppo romantico, ora è tornato quello “cattivo” come ai tempi della fabbrica di plastica! Grande Grignani!

è propio un bell pezzo e musicalmente è divino cosa che in italia non cè più nessuno che fa questo sound grande gian sei il n 1

Commento di un mio amico speaker…. Doc:
“Bellissima e vera. All’ inizio mi ricorda una canzone dell’ album” La fabbrica di plastica”,” Il mio peggior nemico”, il sound è di quel disco, il testo un pò del” Il re del niente.”Si può dire il ritorno del Grigna vecchio stile, Almeno per questa canzone…
Grazie speaker,….non ho dubbi sul tuo pensiero ;)….Immenso il nostro Grigna.

L’unica cosa che posso dire è che la gente in rete ha dei grossi problemi con la punteggiatura e con l’italiano. Ci vorrebbe una sorta di test d’ingresso prima di accedere ad Internet per la prima volta, ma probabilmente è troppo tardi – e comunque in questo singolo ci sento tutto fuorché La Fabbrica di Plastica. Mancano quella sofferenza, quel disagio, quello scimmiottamento consapevole di The Bends dei Radiohead. Manca il fatto che appena uscito lo comprai alla Coop e lo ascoltai per un’estate intera, manca il fatto che all’epoca leggevo anche Tutto Musica & Spettacolo e nello stesso numero in cui parlavano del disagio di Grignani che era appena stato in Giamaica ed aveva tagliato i capelli dopo aver tentato di fare i dread parlavano pure dell’overdose di Phil Anselmo, delle Spice Girls e per giunta cercavano di montare una rivalità tra Soon e Prozac + sulla falsariga di quella Blur-Oasis, i furbacchioni.

A proposito di Prozac +, notevole il chitarrista Gianmaria Accusani che, all’apice della loro carriera, bestemmia in diretta tv durante la loro esibizione all’Mtv Day 1998. “Vorei salutare quello della security che ha scambiato il palco per un ring, diocà” – detto con pesante accento veneto/giuliano, tra l’altro. La bestemmia è stata rimossa dal filmato presente su YouTube ma io la ricordo con grande affetto.

 

E niente.

foto-7

Tutto vero. Ho scritto dieci righe piene di nomi di gente che volevo ringraziare, da far leggere a Diego Altervista. Ho anche preteso che Diego, nel caso in cui, salisse sul palco con una coppola perché gliel’avevo vista in testa l’anno scorso. Immagino che il tizio sopra abbia ragione.

Intorno alle nove e mezzo di stamattina ho preso la bici e ho fatto un giro per Ravenna con la bambina. Io sono uno di quelli che se la credono, nel senso, un mesetto fa ho inforcato una bicicletta  ed era più o meno la prima volta da quando mi ruppi il braccio in bici, luglio 2004; ci ho messo circa tre giorni a diventare un topo da pista ciclabile, uno di quelli che attraversano a tradimento ogni volta che vedono delle strisce e fanno gesti alle auto (generosamente ricambiati). Tra due o tre settimane inizierò a riflettere sull’argomento, fare bilanci su quanto inquinano i vostri mezzi e aprirò una bike-zine per chiuderla nel giro di una settimana. Che cazzo scrivi sull’andare in bici? Si chiamerà Pedala e vaffanculo. Dicevo, sono in giro con la bici per il centro di Ravenna e subito dietro piazza del popolo c’è un musicista di strada. Lo vedi spesso quando giri per Ravenna, è un ragazzo magro coi capelli corti e canta in italiano con una voce abbastanza dolce e anonima. Ha una custodia per chitarra aperta dentro cui stanno le monete che raccoglie e un ritaglio del Carlino di non so quando con un articolo intitolato Il musicista di strada che ha fatto innamorare De Gregori. Mentre passo sta cantando una versione un po’ alla Guccini del Testamento di Tito. Rifletto un attimo e penso che passando l’ho sentito cantare Il testamento di Tito almeno altre quattro volte, che forse ogni volta che l’ho incrociato lui stava cantando una qualche strofa del Testamento di Tito. Rallento, non mi fermo, passo oltre.

Matteo dice spesso che a scrivere certi pezzi si sente come il critico di Cigarette Burns, quello che ha assistito all’unica proiezione ufficiale di La Fin Absolue Du Monde e da allora sta chiuso in una casa a scrivere la recensione del film. Norman entra in casa e lui batte a macchina in una stanza piena di fogli impilati uno sull’altro. Voglio dire, se ci leggete è abbastanza evidente che abbiamo degli irrisolti. Mi consolo pensando che magari in giro c’è qualcuno che ha passato gli ultimi venticinque anni a suonare un’unica versione extended del Testamento di Tito staccando solo per mangiare e dormire.

Abbiamo vinto un altro Macchianera. Diego è salito sul palco e ha letto dieci righe.

E niente.

Grazie.

IO E LA TIGRE

tigre

I primi di marzo del 2014 un amico mi chiede se sono disposto a scrivere un pezzo per un magazine femminile online, roba per ragazzine. Vorrebbero realizzare una cosa per la festa della donna, blogger ospiti eccetera, c’è qualche soldo. Gli dico “beh sì certo” (sono una puttana) e inizio a pensare a cosa cazzo potrei scrivere io per una rivista tipo Cioè. Lui mi dice “ok, ti do conferma se puoi partire”. Una volta Peter Steele fece un servizio fotografico col cazzo fuori. Lascio fuori stupri omicidi ed Entombed, inizio a pensare a una cosa tipo “il grindgore spiegato alle ragazzine”, mi sento gesù cristo per un secondo, abbandono e decido di mettere insieme una lista delle dieci batteriste donna che preferisco. Dopo quattro ore il mio amico mi chiama per dirmi che la cosa non si farà, ma io ho già il pezzo sostanzialmente pronto. Il fatto che tutti nel 2014 stiano facendo liste mi impedisce di fare una lista delle mie batteriste preferite e metterla su Bastonate, quindi il pezzo non vedrà mai la luce.

Le mie batteriste preferite? Al primo posto, sorpresone, Katherina Bornefeld. Poi ci sono Yoshimi, Amy Farina, Meg White e tutta questa gente qui. Non sono un fan dei o degli White Stripes, è che mi piace il modo in cui suona dritta e composta ed essenziale. Dicevo, tra le dieci batteriste ne infilo anche una di qua vicino a dove vivo. Si chiama Barbara e suonava in un gruppo punk-pop chiamato Lemeleagre, quella roba teenage-esistenzialista in italiano da cui in linea di principio sto lontano un chilometro e mezzo. Anche nel loro caso starei stato felice di stare lontano, ma quando suonavano dal vivo lei menava come uno di quelli che fanno i ferri ai cavalli.

(“menare come un maniscalco” fa un po’ troppo Ondarock, “menare come un fabbro” lo uso troppo spesso)

(suonava molto forte)

Non la conosco ma è tra i miei contatti Facebook, ha lo stesso cognome di mia mamma ma dubito che sia mia parente. Ho sentito che Lemeleagre non suonano più, le chiedo se suona con qualcun altro, sai, sto facendo un pezzo. Mentre glielo chiedo non so ancora che il pezzo è già morto e sepolto. Lei mi dice che sì, suona ancora, s’è ritrovata con una ragazza che suonava nelLemeleagre o nelle Lemeleagre o nei Lemeleagre, ma non mi può dire molto perché per ora non stanno ancora facendo concerti o cose, in realtà non hanno nemmeno un nome.

Qualche tempo dopo Barbara è LA TIGRE, cioè la batterista di un gruppo chitarra/batteria che si chiama IO E LA TIGRE. IO è la tizia che suona la chitarra, anche lei ex-Lemeleagre. Non la conosco. Hanno registrato cinque pezzi con Andrea Cola, un tizio di Cesena di cui non s’è quasi mai sentito parlare e che se i giornalisti musicali avessero un briciolo di competenza musicale avrebbero annoverato da anni tra i migliori autori pop italiani in attività

(non sto rosicando, è una cosa vera che sto dicendo, andatevelo a cercare)

 

e basta, ho perso il filo. Il disco è in streaming su Rockit, cinque pezzi facili facili, probabilmente scritti per suonare come una versione scarna di cose quasi-rock femminili tipo Maria Antonietta o Carmen Consoli. Ogni tanto entrano dei violini, poi la chitarra s’ingrossa e li caccia via e la cassa fa BAM BAM BAM BAM e suona come quando batte un cuore e quando cantano il ritornello la voce che non infila tutte le note alla perfezione. In quei momenti lì uno come me s’innamora e pensa “sleater kinney”. Viene spontaneo.

Barbara suona con una maschera da tigre, hanno fatto anche un video. Ogni tanto mi scrive e mi invita a vederle a qualche concerto a cui, quasi sicuramente, non andrò. La vita, delle volte. Il disco è in streaming su Rockit, e in questi giorni non sto ascoltando altro. Grossomodo.

LIRBI #3 – LE VITE DELGI ALTRI (BIOGRAFIE E COSE DEL GENERE)

Lirbi 3

KEGGERE è VIVERE vite di altri, diventare ALTRO DA SÉ e, indossando una maschera di parole, RINACSERE. Questo è il punto in cui di norma scrivo “VAFFANCULO” e non che io voglia deludere nessuno, ma è tanto il disagio che non ho voglia nemmeno di incazzarmi. Il disagio, intendo, che provo ogni volta che mi capita di leggere interviste a scrittori in cui si chiede loro, Ma eri tu il protagonista, e quelli rispondono fascinosi, C’è sempre qualcosa dello Scrittore nei suoi personaggi, e alla banalità, al grigiore di questa risposta mai nessun cane che replichi OH GRAZIE AL CAZZO ELLIS, E ADESSO DICCI SE DAVVERO HAI UCCISO TUTTE QUELLE PERSONE OPPURE NO. Bè, comunque: il mio genere preferito è la BIOGRAFIA, anche la AUTOBIOGRAFIA a volte, ma naturalmente mi riferisco a biografie e autobiografie di persone famose, altrimenti mi piacerebbe pure roba tipo Solženicyn, Taiye Selasi, Bukowski e il Mein Kampf.  Mi piacciono pure abbastanza i libri che parlano di opere scritte da altri – quelli che ti fanno chiedere “ma perché diavolo sto leggendo un libro sull’Iliade e non l’Iliade?” – perché, bè, perché sono più facili da leggere delle opere originali, tipo quel libro di Vassalli su Dino Campana che poi vai a leggere Campana e ha parole tipo otticuspide ed è esoterico e ostico. Ma di poesia la rubrica si occuperà in una edizione futura: LIRBI è oggi dedicata ai LIBRI SU ALTRE PERSONE o SULLE OPERE DI ALTRE PERSONE. Sempre famose, che se no muoio.

Ray Monk, Wittgenstein. The Duty of Genius, Vintage Books, pp. 616, £ 12.99

Il bello di Wittgenstein è che nessuno ha mai capito nulla di quello che scriveva, eppure tutti lo adorano, e sono convinti nel loro profondo di possederne una chiave di lettura piccola, magari secondaria, ma che certo li avvicina in qualche modo allo stoca* di Vienna. Fa eccezione mia moglie Oktyabr, che lo detesta, mentre non faccio eccezione io, che ritengo le sue Note sul Ramo d’oro di Frazer il particolare, piccolo testo che permette una autentica comprensione… Oh, fanculo, NON CAPISCO UN CAZZO DI WITTGENSTEIN VA BENE?, è solo molto bello ritenere che ciascun bambino sorridente trasformatosi col tempo in uno scontroso depresso celi in sé un fottuto GENIO che un mentore potrà svelare e donare al mondo. Insomma, non ho ancora del tutto abbandonato la speranza di incontrare il mio Bertrand Russell (pessimo Russell, tra l’altro. Il più noioso filosofo di tutti i tempi, almeno tra quelli di cui si sia conservato il nome. Un suo libro, nella squallida edizione paperback della TEA, appariva in un video dei dARI). Nel frattempo, data l’impenetrabilità di Witt, mi accontento di leggere le sue biografie, la più bella delle quali – insieme a La lite di Cambridge (D. Edmonds, J. Eidinow, introvabile in edizione italiana da Garzanti.  Esiste però in inglese, a titolo Wittgenstein’s Poker) che parla però più che altro del suo scazzo con quel coglione di Popper – è questa Wittgenstein. The Duty of Genius che è dettagliata, davvero molto dettagliata, e riporta robe tipo la fase in cui Ludwig progettava aquiloni (esiste un libro piuttosto complesso solo su questo: Wittgenstein Flies a Kite, di Susan Sterrett) e la filastrocca che i compagni di scuola di Wittgenstein gli cantavano per prenderlo per il culo. Succedeva alle superiori, eh, non all’asilo, e tra gli studenti della scuola c’era anche Adolf Hitler. (Voto 9, è divertente, giuro, non ci crede nessuno ma è un libro davvero fico. Peccato che l’edizione italiana – Wittgenstein. Il dovere del genio – sia introvabile. Voto 8 a quel fregno disegnato da Witt che è sia una papera che un coniglio e che serve a spiegare un astruso concetto filosofico. Voto 4 al padre di Wittgenstein, che aveva otto figli di cui sette geniali, e che li ha costretti a studiare tipo economia industriale facendone suicidare diversi, e l’unico che riteneva coione lo ha lasciato fare and HE FUCKING CHANGED WESTERN THOUGHT FOR GOOD)

* stoca (o stoka) sta per ‘sto cazzo e nello slang romano del passato (raramente oggi) indica con sardonico disprezzo uno che, a suo dire, ha sempre ragione, conosce ogni cosa, e tutto ciò che fa lo fa a perfezione.

Peter Hook, Unknown Pleasures. Inside Joy Division, Simon & Schuster, £ 9.99 (paperback) – 16.00 (hardback). Edizione italiana Joy Division. Tutta la storia, Tsunami € 19,50

A proposito di Wittgenstein, c’è un libro famoso, Sesso e carattere, pubblicato a Vienna nel 1903 da Otto Weininger, un ventenne ciccione (non è vero), omofobo, misogino e antisemita (per quanto, curiosamente, omosessuale e ebreo), che poco dopo la pubblicazione si suicidò nella casa dove era morto Beethoven. Il libro, ben recensito – oltre che da questo blog – dalla rivista di Karl Kraus (v. recensione successiva), conteneva argomentazioni pacate tipo “maledetti ebrei/donne troie”, ed ebbe una vasta influenza sul pensiero dei compagni di scuola Adolf Hitler e Ludwig Wittgenstein, ossessionati com’erano dall’antisemitismo il primo (c’è una sua frase in cui ricorda che Weininger fosse l’unico buon ebreo mai esistito) e dall’imperativo distortamente kantiano “o sei un genio o muori” il secondo. Che cosa tutto ciò avesse a che fare con Peter Hook e i Joy Division mi era vagamente chiaro quando ho iniziato a scrivere, ma ora l’ho dimenticato. Di certo c’è che i Joy Division furono la più grande band europea (record non ancora migliorato), subirono – erano ancora dei teenager all’epoca – l’influenza del visual design nazista, e il loro cantante fu un genio che di certo non faceva compromessi, morte compresa. Il libro del suo bassista Peter Hook (in romano Pider Ucche, un altro che ci sapeva abbastanza fare) un po’ sfata il mito della rockstar, però esprime con tenerezza il concetto che Ian Curtis era anche, solo un ragazzino. (7 al libro, ma stando lontani se possibile dall’edizione italiana, più costosa e scialbamente titolata Joy Division. Tutta la storia – potevano fa’ “tutta la verità” a sto punto -, come se esistessero fan dei Joy Division incapaci di comprendere il titolo originale, e come se il libro avesse così qualche chance di essere acquistato da persone diverse da quei fan).

Jonathan Franzen, Il progetto Kraus, Einaudi, pp. 235, € 19,50 [ed. or. The Kraus Project, Farrar, Straus & Giroux, pp. 336, $ 27,00]

Oooh, Franzen scopre Kraus e lo regala a noi stronzi, impacchettandolo con le sue minchiate, cioè i suoi commenti al testo originale trasudanti ESPERIENZE PERSONALI e autoreferenzialità. Madonna quanto mi danno al cazzo gli intellettuali che a un certo punto scoprono un autore del passato (di norma celeberrimo, come Karl Kraus), se ne innamorano/si identificano con lui, e cominciano a rompere i coglioni al mondo intero BALOCCANDOSI, CINCHISCHIANDO  e altri verbi fastidiosi con le pagine e le parole di questo autore, che io immagino tutte stropicciate e unte e scarabocchiate a matita se non addirittura con il LAPIS (dà più fastidio il nome) e poi commentate e annotate su scrivanie in penombra. Vabbè, insomma, a Jonathan Franzen è piaciuta la lettura di Karl Kraus, ehi benvenuto Jonathan, siamo quattrocento milioni e uno con te, e ci offre le sue preziose idee in merito con l’aria di uno che ha ritrovato i rotoli di Qumran e li decifra per le masse. Karl Kraus, se lo volete sapere, è pubblicato da Adelphi a prezzi variabili tra i 9 e 15 euro a seconda dell’opera. Di buono questo libro (almeno nell’edizione americana) ha il testo in tedesco (ma bisogna conoscere un po’ la lingua e quindi essere davvero molto interessati a Karl Kraus, senza peraltro essersi mai procurati prima il testo tedesco, quindi è una bontà inutile per i più) e il progetto grafico che riprende quello originale di Die Fackel, la rivista autoprodotta di Kraus che EHI WOAH OGGI SAREBBE UN BLOGGER!!!!11! (non è vero) e che comunque è meglio nella edizione originale americana – Einaudi la riproduce un po’ in giallino, non so perché, forse non c’è un perché, e solo frontalmente. Nel risvolto di copertina dell’edizione americana c’è  poi una fotina di Franzen ventenne messa di fianco a quella del giovane Kraus, come a dire, ecco un ragazzo fottutamente geniale, principe in fieri della letteratura laureata, che oggi, completamente compenetrato con il suo Maestro, ne restituisce l’opera arricchendola con la sua esperienza nordamericana, facendola risplendere, e illuminandoci con quello splendore. MALEDICAT ILLUM COELI ET TERRA, ET OMNIA SANCTA IN EIS MANENTIA. (Karl Kraus è un classico, perciò 10, se non dai 10 ai classici fai la fine di quel coglione che dette 8 a Forever Changes dei Love e che Julian Cope sfanculò nel più bel pezzo mai apparso su internet. Non sapete di cosa parlo, eh? Bè, se siete fortunati tra 150 anni Franzen – voto 4 – mi scopre e mi fa l’edizione esegetica).

Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, Edizione annotata da Alessandro Baricco, Einaudi, pp. 113, €9,00. Con considerazioni su Salinger, Il giovane Holden, e la biografia di Salinger pubblicata da ISBN edizioni.

Oh ragazzi, state attenti, se volete leggere il – peraltro notissimo – articoletto di Benjamin su Nikolaj Leskov, incluso – per esempio – anche nella raccolta Angelus Novus, è questa l’edizione da scegliere. La riconoscete, è l’unica opera di Benjamin pubblicata in Italia a non avere una copertina filosoficamente sobria, bensì un pupazzo pianista fuori luogo, oh ma EHI!, il pianoforte, se lo guardate bene, è un libro. E già qui il corpo del lettore inizia a decomporsi. Poi però il libro lo leggi anche, e scopri che Baricco – parte di una élite di centodiciannove milioni di persone che hanno letto Walter Benjamin in generale e questo scritto in particolare, di cui Bar, fastidiosamente, fa feticcio – ci ha fatto la grazia di curarne un’edizione annotata, ma annotata in senso GIOVANE/ORIGINALONE, tipo che una delle note – giuro – consiste nella frase “Digliela tutta, Walter!”. Il livello è questo. Baricco chi?, Baricco cosa?, Baricco lo stile architettonico?, ma come, dai, Alessandro Baricco, quello che suonava la pianola negli Air. Il giovane Holden ha fatto danni a una profondità difficile da immaginare. (voto 0 a ogni cosa, compreso Il giovane Holden non tanto di per sé – dalla mia posizione privilegiata di essere nessuno lo ritengo un buon 6, addirittura 6,5 se consideriamo solo gli americani del ventesimo secolo. C’è da dire, però, che come tutti gli italiani che hanno letto la famigerata traduzione “classica”, probabilmente non l’ho davvero letto – non di per sé, dicevo, ma per tutto ciò che ha significato, cioè la creazione di una genìa di ragazzi – a volte, peggio, ragazze - bianchi tutti intenti a scrivere del loro buco del culo. Questa è dovuta al mio amico MR, r.i.p., ok mi riprendo. Dicevamo?, ah sì, Salinger, Salinger demmerda, aborro questi personaggi dal grande ego, questi maschi che non sanno fare un cazzo di niente da sé e però vanno con le ragazzine fottendosene, auto-giustificandosi col proprio genio, un genio auto-proclamato, che poi qualcuno ci casca sempre. Lo condannerei all’oblio, e noto con piacere che la casa editrice ISBN è d’accordo con me: ha comprato i diritti di traduzione della biografia, mettendola poi in vendita a 49 euro – quarantanove – che è il modo più subdolo e perfido di tenere la gente lontana, il modo più perfido per dire, in sostanza: a Salinger, ma vaffanculo)

BASTONATE SU KINDLE

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Non ho mai avuto a che fare con i nerd informatici, a parte il tizio che mi installò il primo computer a casa nel 2000 (ai tempi era riuscito con successo a violare il sito di qualche emittente televisiva nazionale mettendo foto porno e auguri alla sua fidanzata al posto del menu) (strano accoppiamento) (ora a quanto ne so lavora nell’industria missilistica) (occhio). La cosa è bizzarra perchè nel posto dove lavoro sono riconosciuto, a qualche livello, come una persona con competenze informatiche, una reputazione dovuta al fatto che quando qualcosa non funziona provo a spegnere e riaccendere il computer prima di chiedermi quale sia il problema (nel 75% dei casi funziona). Rimane il fatto che a parte questo non so assolutamente nulla di computer, mi piace fare click sui tasti rossi e azzurri e questo è più o meno quanto.

Sta di fatto che ho un amico nerd informatico di nome Carlo, vive a Fano e non giudicatelo per questo; ha suonato il punk e incide dischi fighi a nome Dj Minaccia. Carlo legge abbastanza regolarmente Bastonate ma leggerlo su web gli dà al cazzo. è uscito, pertanto, con uno script che gli permette di importare il feed di Bastonate su Kindle e leggerlo agevolmente. Ho una vaghissima idea di cosa stia parlando, ma sono estremamente onorato che una persona competente decida di perdere tempo per poter leggere meglio Bastonate. E quindi, insomma, cliccate fortissimo il link qui sotto se volete importare Bastonate su Kindle o semplicemente fare amicizia con Carlo Minucci.

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VIVA LO SPAM ROCK

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Nel momento in cui scrivo non è ancora chiaro come saranno esattamente legati il nuovo iPhone e il nuovo album degli U2: qualcuno diceva che sarebbe stato precaricato nel telefonino tipo Magna Charta di Jay-Z, ma pare di no, “sarà una cosa nuova/innovativa che sfiderà il nostro modo di intendere la musica e la telefonia e le campagne di questo genere”, grossomodo. Fino a ieri sapevamo, fondamentalmente, che iPhone6 e il nuovo disco degli U2 sarebbero stati legati in qualche maniera, ed è stupefacente quanto già così il concetto faccia schifo. Diventa una specie di contest di concetti schifosi, a dire il vero. La prima cosa che è successa è stata che la gente sui network, riguardo all’eventualità di essere forzata a possedere un disco recente degli U2 contro la propria volontà, ha usato termini tipo “tortura”.

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Sento necessario dare il mio parere sugli U2. Gli U2 mi fanno VOMITARE, in grassetto corsivo maiuscolo. Di tutti i miei nemici è il più pericoloso è il primo della lista. Non li odio per la loro musica, cioè, sono assolutamente convinto che abbiano fatto dischi bellissimi di un genere di musica che a me non interessa, e questo è più o meno quanto. Non li odio nemmeno per quello che rappresentano, per il fatto che hanno passato la carriera a pestare delle bucce di banana e neanche per quanto è fastidiosa la figura pubblica di Bono Vox, e mentre dico che “non odio gli U2 per la figura pubblica di Bono Vox” sento l’autocontrollo che mi scivola lentamente via, ma è la verità. Odio gli U2 de merda per QUEL SUONO. Quel modo squillante sgarzolino ed equosolidale in cui le chitarre e la voce s’incrociano le une con l’altra e fanno PIRIPIRIPIRIPIRIPIRI tutti assieme e la dimensione di merda in cui vivono, il ROCK puro, il rock democristiano e sociale e di tutti che passa in radio ad ogni ora del giorno e della notte perché vuoi mettere la poesia racchiusa in One. Ci sono altri gruppi che mi stanno sulle palle per lo stesso motivo, tipo i Cure. Per la maggior parte di questi maschero l’opinione, autogiustificando la mia insincerità col fatto che l’odio di questi gruppi sia soprattutto una questione di gusti, e quindi spesso racconto che in realtà non disdegno del tutto dischi come Three Imaginary Boys o War, ma la verità è che l’idea di passare mezz’ora in silenzio ascoltando dischi come Three Imaginary Boys o War è il modo in cui dipingo a me stesso il concetto di “malessere”, la sofferenza della mente che diventa fiacchezza del corpo, la sensazione di non avere vie d’uscita, l’aria che diventa pesante intorno a te, capire che ogni scelta che hai fatto nella tua vita è sbagliata, voler fuggire all’estero ma non paesi anglosassoni. Ecco, quel genere lì di “malessere”, per capirci. Ma il malessere che provo nei confronti dei Cure non è paragonabile con quello che provo per gli U2. La loro musica che passa casualmente in radio o nei posti o nelle playlist delle persone che non capiscono un cazzo di musica, perché l’unica cosa che posso dire di uno che mette gli U2 in una qualsiasi playlist è che non capisce un cazzo di musica, e so che probabilmente è falso e che i dischi degli U2 contengono tante gemme nascoste ma il fetore di quella chitarrina squillante di merda, e torno al punto, mi ottunde la mente, mi distrugge il karma e mi fa riconsiderare ogni cosa brutta io abbia mai detto di qualsiasi gruppo con le chitarre copiate a man bassa dai Korn. Davvero, non c’è nessun altro motivo per cui odio gli U2, non sono andato particolarmente in profondità nella loro discografia, non penso che si siano persi a un certo punto o che siano diventati delle macchiette eccetera, mi stanno semplicemente sul cazzo, fanno musica SBAGLIATA e possono prosperare solo in un mercato musicale SBAGLIATO, quello dei concertoni con centomila persone che pagano duecento euro a testa e il palco con I VISUAL e i carri armati che spuntano da dietro a puntualizzare la loro visione politica che non discuto ma è veicolata da quelle CHITARRINE DEL CAZZO. Ecco. So benissimo di non vestire i panni del critico in questa sede, di essere una persona antipatica che sputa su un gruppo che ha significato tanto per molti e che probabilmente ho speso soldi in cose peggiori, tipo Shootyz Groove, ma NON CE LA FACCIO. Sto perdendo il filo ed è tutta colpa di quei gorgheggi di merda.

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E comunque non ho davvero perso il filo. E in realtà non è così brutto, è molto peggio. L’occupazione militare dei telefonini, scopriamo, non si limita agli iPhone 6, nel qual caso peraltro sarebbe una squalifica dell’oggetto (almeno l’operazione JayZ-Samsung dava l’idea di avere un senso nel millennio in corso, ecco). Dal sito degli U2: Simply go to the Music app on your iOS device, or to your iTunes music library on your Mac or PC, and find ‘Songs of Innocence’ under the artist or album tab. The new album is in iCloud, just tap the track listing to start listening or tap the cloud icon to download. Io per ora sembro essere salvo, ma forse è solo perchè non ho aggiornato il sistema operativo. Obiezione tipica, che vale come possibile critica a un discorso sugli U2 di cui Perché dovrei incazzarmi per il fatto che possiedo una cosa in più? Basta non cagarla. Su queste cose di solito rispondo parlando del digitale terrestre, di quanto la sua esistenza ha fondamentalmente arrecato ingenti danni alla mia esistenza pur non possedendo io un televisore, ma sarebbe il grido di un vecchio che si lamenta di altri vecchi e un possibile gancio per fare arrivare gente del 5 Stelle sul mio sito. Non è questo il punto. Il punto è che l’esistenza di un disco degli U2 nel mio cellulare mi obbliga a farmi un’opinione sulla faccenda, giusta o sbagliata che sia. Come posso boicottare qualcosa che possiedo per diritto innato? Come posso contribuire al fallimento di una campagna pubblicitaria degli U2 se il solo fatto di possedere iTunes mi ha reso parte del suo successo? E perché dovrei voler boicottare la campagna? Perché dovrei pormi questioni legate al diritto di controllare ciò che possiedo nel mio telefonino? Questioni solo apparentemente stupide, credo.

Il layer successivo di concetti del cazzo in merito contempla tutti i discorsi legati alla mia opinione sulla campagna di qualcun altro, che non di rado segue un criterio induttivo di, uhm, universalizzazione della mia idea sulla faccenda (il fatto che io consideri gli U2 vecchiume non vuol dire che lo siano). Nel senso, quello che critico non è il disco degli U2 e non è nemmeno lo sgradevole effetto di possedere un disco degli U2 legalmente senza averlo mai voluto. La mia critica diventa una critica al marketing dei due colossi coinvolti, considera parole tipo target, possibili boomerang commerciali e via dicendo. Mi imposto su questa traccia per almeno due minuti prima di rendermi conto di quanto sono ridicolo: non è il mio lavoro, non voglio che sia il mio lavoro, non ho nessuna qualifica che dia autorevolezza al mio parere. Odio gli U2 per via di quei suoni sgarzolini di merda, non ho mai aspettato con religioso silenzio il keynote di Apple; non potrebbe fregarmene di meno di quanto questa mossa farà calare o crescere i fatturati di questa gente. E a conti fatti l’esistenza di un nuovo disco degli U2 finirà per permeare la mia vita in modi molto più sgradevoli di come farebbe stando nella mia playlist di iTunes. Alla radio, per dire, mentre faccio la spesa al supermercato e partono quei PIRIPIRIPIRIPIRIPIRI a zanzara suonati dall’impianto, e qualsiasi altra situazione di ascolto coatto su cui non ho alcun controllo. Gli U2 non basta non ascoltarli.

E alla fine sempre di spam-rock si tratta, come i gruppetti che si segnano il tuo indirizzo email e ti mandano il link a soundcloud senza avere idea di che musica ascolti, e tu annoiato li butti nel secchio delle cose che non ascolterai mai. Si tratta di musica buttata addosso a un miliardo di persone nella speranza che cinquecento milioni la ascoltino e cinquanta milioni la trovino gradevole, facciano girare la macchina, diventino uno snodo culturale inevitabile. La statura di entrambi così enorme da renderli uno standard istituzionale, una cosa su cui ha più senso discutere di diritti piuttosto che di prodotti. Il punto è che se al posto di un disco di merda ci fosse stato un Unforgettable Fire, non sarebbe cambiato niente. Nemmeno se al posto degli U2 ci fossero stati i gruppi accanto a cui andranno a finire nell’iPod senza che io voglia (Tussle e Volcano Suns). E nemmeno se al posto di un dispositivo Apple il disco fosse stato messo in streaming su google o Facebook: si tratta comunque di pensiero unico, di nessuna possibilità di organizzare il dissenso, e del fatto che la questione di cui parliamo sia così poco importante che non varrà la pena mettersi di traverso. Non vale mai la pena. Vai avanti trent’anni a non porti il problema e ti trovi in un mondo in cui il gruppo più famoso sono gli U2.

Bella merda.

IL METAL SBAGLIATO – l’ultimo singolo dei Mastodon

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There are those who were born to be winners. And then, there are these guys.

Fosse riferita a un altro gruppo, la frase avrebbe un senso. Magari i Mastodon non sono nati per vincere in senso assoluto (comporterebbe una predeterminazione di qualche tipo alla base di cui sono del tutto all’oscuro, tutto è possibile in ogni caso); che stiano bene come un topo nel formaggio dove stanno in compenso è un fatto. Ancora in piedi dopo manco un milligrammo di trash, carriera in costante ascesa, dischi dal successo via via inversamente proporzionale al valore, mai un cedimento (in termini di popolarità, gente ai concerti, vinili e magliette venduti; la qualità è un altro campo da gioco, altri discorsi). Storicizzati più per perseveranza e dati incontestabili che per merito, dopo quindici anni e una serie di rivoluzioni copernicane intorno al nulla (di cui Francesco parla qui) continuano a portare avanti la loro cosetta pseudo-metal post-qualcosa che per qualche incomprensibile ragione continua a eccitare i ragazzini, andando a pescare in fasce d’età e interessi sempre più vaste e diversificate. Di fatto avendo acquisito una credibilità a 360 gradi che mette d’accordo il metallaro alla vecchia con vaghe ambizioni conservatoriali (più o meno inespresse), il relitto coi rasta e la felpa degli Amebix quanto il boscaiolo con la barba. Sanno suonare e la produzione non fa schifo: questo è tutto quel che si può dire sui loro dischi.

Adult Swim è un canale via cavo di Atlanta, occasionalmente pubblica dischi. Singles Program 2014 l’ultima emanazione (in ordine di tempo): nessun supporto fisico solo mp3, sedici pezzi in sedici settimane. Atlanta (il pezzo) è il quattordicesimo. Suonano i Mastodon, canta Gibby Haynes in uno dei rari featuring della sua carriera; appena apre bocca, nell’esatto istante in cui parte il pezzo, il déjà vu è violentissimo e tristissimo allo stesso tempo, in parti uguali. Ministry, Jesus built my Hotrod, 1992. Solo che i Mastodon non sono i Ministry – non quelli di Al Jourgensen e Paul Barker quantomeno. Sui Ministry del solo Jourgensen si potrebbe discutere: sarebbe una bella gara, quanto a musica superflua, anodina, irrilevante, pleonastica. Altra storia.

Ascoltare in sequenza Jesus built my Hotrod e Atlanta fa un effetto strano. Triste, per chi c’era; imbarazzante, come di fronte a qualcosa di inappropriato, per chiunque non sia rimasto del tutto indifferente di fronte al fatto compiuto; comunque sottilmente patetico. Un monito. Te lo sbatte in faccia il passare degli anni, il tempo che scorre con tutte le sue devastanti ripercussioni. Riporta prepotentemente alla mente il deperimento dei tessuti, la consunzione, la nostalgia di anni che non torneranno più; la morte, che prima o poi arriva per tutti. Quel che sta in mezzo sono spari nel buio per chi non si rassegna al ciclo della vita, alla biologia che alla fine dei giochi è la sola cosa vera. Colpi a vuoto, come i vecchi liftati che vanno in palestra a sessant’anni, o le signore che si abbassano l’età e vanno con ragazzi più giovani. Atlanta è questo: Gibby Haynes il vecchio liftato (metaforicamente: di persona dimostra esattamente gli anni che ha), i Mastodon i ragazzi più giovani. Giusto i confini della cosa sono più sfumati, perché i giovani sembrano crederci sul serio, mentre Haynes è in pilota automatico già innestato probabilmente dal 2003. Se non altro, un pregio Atlanta ce l’ha: serve a ricordare che è esistito un gruppo chiamato Butthole Surfers, un gruppo chiamato Ministry, e un disco, Psalm 69, tutto questo in anni in cui aveva senso esistesse.