Stregoni

SERMM STREH

*Questo è un diario di appunti sparsi presi nel corso dei primi sei mesi di Stregoni

Da quasi sei mesi sono uno Stregone. Mi alzo la mattina prestissimo, controllo la posta e al posto dei miei tradizionali contatti trovo mail in arrivo da “Suor Rita” o dai referenti di qualche associazione umanitaria.

Che cosa facciamo con Stregoni. Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti girando tutta la Penisola. Abbiamo scelto da subito di non avere una band stabile, gli unici membri fissi siamo io e Marco (Above the Tree). In ogni città in cui suoniamo cambiano i ragazzi, cambia la loro nazionalità e cambia anche radicalmente il sound. Tutti i concerti a loro modo sono unici e irripetibili.
Da quando il progetto è partito abbiamo suonato già con circa 200 persone diverse, tutti Richiedenti Asilo.

L’idea da subito è stata quella di andare a vedere come vivono queste persone una volta arrivati nelle nostre città. Tutti quanti conosciamo bene cosa succede in mare o le difficoltà che ci sono ad attraversare i confini. Ma cosa fanno tutti questi ragazzi a pochi metri da casa nostra?

La risposta è sempre la stessa: vivono in una specie di bolla, in attesa che la commissione esamini la richiesta di asilo, trascinandosi tutto il giorno in cerca di wi-fi. Quello che facciamo è cercare un contatto, creando un terreno di scambio vero attraverso la musica, partendo da quella che ascoltano.

Quello che succede sul palco è indescrivibile: ci sono dei momenti in cui le cose girano a mille, in cui hai la sensazione di essere in mezzo a qualcosa di più Grande con i tuoi fratelli di sempre.
Altre volte invece è durissima, si fatica, il suono zoppica, i ritmi si sfasciano e il palco diventa un posto enorme e desolato. Poi però tutte le volte scatta sempre qualcosa e la musica arriva a travolgere tutto.

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Foto: Cristiana Rubbio

Le difficoltà, la fatica a capirsi e a trovare sintonia non solo sono fondamentali, ma necessarie per questo progetto . Non sei venuto a sentire l’ennesimo cantautore che scrive il pezzo impegnato sui migranti sepolti in mare.
Tutto quello che facciamo con Stregoni, ogni aspetto strutturale e di forma del progetto è il messaggio.
La difficoltà, rappresentata sul palco, assume un significato più profondo: stai vedendo con i tuoi occhi gente diversa con storie diverse che fatica a venirsi incontro. È dura, dev’essere dura, ma quando poi la porta si spalanca, la stregoneria diventa un’esperienza travolgente.

La chiave dell’intero progetto sono i telefoni. I famigerati smartphone, strumentalizzati da quelli che noi chiamiamo gli Ultras dell’ignoranza.
Arrivare dall’Africa o dall’Asia in Europa senza un telefono cellulare è impossibile. Sugli smartphone c’è il Gps, in Africa effettuano addirittura i pagamenti con le ricariche telefoniche, aggirando le banche. Sui telefoni ci sono le fotografie, i video dei villaggi delle città che queste persone hanno attraversato e c’è anche tantissima musica.
Da quella musica, da quegli mp3 noi partiamo ogni volta, invitando i ragazzi sul palco col telefono a mettere una canzone. Io poi ne faccio un loop e da quella porzione di pezzo partiamo con la stregoneria. È un viaggio lungo e faticoso, che culminerà alla fine dell’estate con un tour-documentario nei centri migranti di tutta Europa.

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Foto: Edoardo Conforti

Nell’arco di questi mesi il nostro punto di vista si è arricchito: ho conosciuto gente con storie potentissime alle spalle. Come Muassin (spero si scriva così).
Muassin viene dall’Afghanistan, è arrivato a piedi in Italia dalla Turchia, mettendoci due mesi. È una cosa a cui ancora fatico a credere.
Mi ha fatto vedere sul braccio i segni delle torture che ha subito. A Kabul era attivista di un partito ribelle, ma ha dovuto lasciare il paese per evitare la persecuzione. Nonostante sia arrivato in Italia da poco più di sei mesi conosce già la lingua meglio di tanti altri richiedenti asilo. T-shirt con scritta “Italia”, la faccia e lo sguardo di uno che ce la farà a trovare il suo posto qui da noi. Forza Muassin.

Gilbert invece in Nigeria ha lavorato come saldatore, faceva il pugile e arrotondava portando in giro gente con la sua motocicletta-taxi. Qualcosa è andato storto con uno di Boko Haram e ha dovuto lasciare di corsa il paese. Otto mesi di Libia e poi in Italia: è un po’ che non mi risponde al telefono, chissà dov’è finito, credo che sia arrabbiato con me. Ieri ho anche scoperto che sono tantissimi i gambiani che devono fingersi gay per ottenere il visto. Le storie sono migliaia, e sono tutte lì, sul palco a spassarsela con noi.

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Foto: Gabriele Spadini

Stregoni è una battaglia continua, qualcosa che non riusciremo mai a controllare fino in fondo. La musica alcune volte è scadente, disordinata, caciarona ma è molto più viva e vera di tanta roba che sento in giro. Siamo lontanissimi sia dalle mappe della musica “impegnata” fuorisede e tavernello, sia dalle geografie indie-elettronica. Eppure è questo il suono dell’Europa di oggi: rap r’n’b nigeriano col vocoder, highlife, afrobeat electro con Johnny Mox e Above the Tree sullo sfondo che drogano, sfocano il tutto ed alzano il livello dello scontro ritmico. È una sfida, ma è anche un modo per costringerci ad aprire gli occhi sulla realtà. Stanotte sono tornato a casa spossato ma contento dopo aver sudato tra i niggaz smadonnando con gli afghani, i loro balli di gruppo, le difficoltà che ci sono a dare spazio a culture diverse. Preferisco questa fatica, queste difficoltà al clima di sconfitta che regna un po’ ovunque tra band e concerti.

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La Trappola
L’accoglienza dei richiedenti asilo, così come è organizzata, è una trappola: i tempi sono lunghissimi e per chi è fuggito dalla povertà e non da una guerra, le speranze sono ridotte a zero.
Dobbiamo capirlo in fretta, prima che la frustrazione di questa gente vada a sommarsi alla frustrazione degli italiani, dei disoccupati, degli immigrati arrivati nei primi anni zero che pagano le tasse. In giro ci sono situazioni che con il protrarsi dell’esasperazione possono trasformarsi in una polveriera. “Sono in Italia da due anni, voglio lavorare, sono stanco di stare senza far niente ma devo aspettare quello che dice la commissione“. Da quando siamo partiti con il progetto di Stregoni questa è la frase che ho sentito più spesso. Sono parole che lasciano trapelare tutta la frustrazione, il senso di impotenza e mancanza di futuro che avvolge la vita di queste persone, che non sono messe in condizione di agire per trovare la propria strada.

Abbiamo tutti bisogno delle stesse cose: lavoro e futuro. Eppure i dati parlano chiaro: in Europa c’è bisogno di forza lavoro giovane, il calo demografico non minaccia solo l’Italia ma anche paesi come Germania e Olanda. Servirebbe al più presto far partire un new deal europeo, per dare una risposta a tutti questi arrivi. Tanta gente che raggiunge l’Europa significa anche aumento della domanda, nuovi consumi. Occorre mettere in condizione queste persone, arrivate per sfuggire ad una guerra o semplicemente alla ricerca di una vita migliore, di avere la possibilità di vivere meglio.

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Foto: Edoardo Conforti

Dimentichiamoci l’integrazione, che è una parola ambigua. Come dice Žižek “Il mio ideale di convivenza è un grande palazzo in cui gente di ogni razza e religione si ignora, ma lo fa gentilmente, in modo molto tollerante. Poi magari nasceranno delle amicizie, degli amori, ma non può accadere in maniera forzata“.
Prendi il kebabbaro o il pakistano con l’internet point: mica sono diventati imprenditori per spirito di avventura: hanno aperto un’attività che fonda il suo sostentamento sulla presenza di una comunità di riferimento. Non avevano altra scelta. Non sono di certo le birrette che compero io alle due di notte a dare da vivere al pakistano, il paki vive grazie alla sua gente, alla sua comunità. Il paki però a fine mese paga le tasse, l’affitto e un pezzo di pensione dei tuoi genitori.

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Foto: Giulia Pedrotti

Don’t take my kindness for weakness
L’Europa sta commettendo un crimine senza precedenti a non concedere una possibilità concreta a queste persone. E molti europei stanno sbagliando lotta politica.
Prendi le manifestazioni al Brennero, con le cariche di routine, come fosse uno sceneggiato. Dov’erano i richiedenti asilo? Perchè non sono stati coinvolti? E’ vero, quelli che hanno manifestato al Brennero facendo a botte coi celerini sono europei e hanno il diritto di dire la loro sulla chiusura dei confini, ma è evidente come tutta l’operazione sia risultata debole. Che battaglia stai combattendo? Che messaggio stai lanciando?

Accoglierli tutti, creando un sistema sostenibile, con condizioni anche dure, ma condivise. Noi ci arrabbiamo tantissimo perchè molti ragazzi in Italia già da mesi non hanno ancora imparato l’italiano. Non va bene, dobbiamo tutti essere più esigenti. Certo il Ramadan è importante, andare in chiesa è importante, ma è altrettanto vitale imparare la lingua, prendere la patente, formarsi il più possibile.
Per l’autunno abbiamo in mente un progetto che speriamo riuscirà a mettere alcune risorse in circolo.

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Stregoni è una fatica immensa, ma è anche l’esperienza musicale più potente della mia vita. Non è stato facile far partire tutta la macchina: In questi mesi senza i contatti di Seba dei Kuru, l’aiuto del Cinformi a Trento, i video di Joe Barba, Nicola Fontana, Constantin Capota, Vito Guglielmini, Paolo e Gian Luca di Pentagon Booking, I ragazzi del Locos, Sericraft che ci ha stampato le maglie, Chiara di Rockit, Il Betterdays Team, Marco Pecorari e Andrea Pomini di Rumore, Stefano Pifferi di Sentireascoltare, Arci Viterbo che ha subito creduto nel progetto, Intersos, Denis Longhi, Edo Grisogani, La Festa del Ringraziamento a Finale Emilia e il Mu Festival che quest’anno hanno deciso di destinare una parte dei ricavi del Festival al nostro progetto.
Stregoni va avanti anche grazie a queste persone.
Grazie davvero.

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PITCHFORKIANA metà 2016 (7.3 politico a tutti i dischi)

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DAGS! – SNOWED IN/STORMED OUT di loro dicemmo già ai tempi del primo disco, uscito un paio d’anni fa circa, un’epoca storica in cui eravamo ancora tutti felici di essere tristi, almeno dal punto di vista musicale. Dei Dags inizi a goderti i dischi già solo a leggere i titoli delle canzoni, e questo disco loro mi sembra più bello e compatto di quello prima, quindi BELLA PER LORO. 7.3

LEUTE – 9 SONGS stando alle parole di quelli di Legno, quello dei Leute è il primo disco da loro pubblicato “in cui non suoniamo noi o amici strettissimi” (il giro FBYC, insomma). È sicuramente un disco emocore, più o meno di scuola Crash of Rhinos, quindi di scuola Settlefish, quindi di scuola Braid/Cap’n’Jazz. A questa cosa vanno aggiunti svariati momenti di cantato senza cori in cui compare un po’ a buffo un vocione baritonale stile Tindersticks o The National. A raccontarla così sembra una gran minchiata, ma in realtà è davvero molto molto bello. 7.3

BIG CREAM – CREAMY TALES l’altro giorno ho letto un articolo su qualche rivista, forse un femminile o boh, per cui gli Any Other sono il miglior gruppo italiano in attività, ed è davvero fichissimo che escano articoli del genere -magari qualcuno può accorgersi che esistono altri gruppi tipo gli Any Other (bravissimi, eh, sia chiaro).  Ad esempio ci sono i Big Cream, giovincelli che vengono (credo) da Bologna e suonano canzoni rumorose tra Silkworm e Sebadoh. Molto molto aspri, melodie appena appena prendibili, pochi fronzoli, un sacco di fischi e di casino, disco di 80 minuti circa (nel senso che dura 20 minuti e lo si ascolta 4 volte a fila). 7.3

CRTVTR – STREAMO non trovo la conversazione ma sono convinto che sia successa questa cosa: un tizio dei CRTVTR mi aveva mandato un disco via email, io l’ascoltai e gli dissi, sì è carino ma a me queste cose con le chitarrine così sottili non è che mi esaltino particolarmente. E lui mi disse, ok, sì, ma a me la chitarra mi piace così tagliente, e quindi la suono così, io gli dissi va bene, no problema. Mica lo trovi tutti i giorni un tizio che ti viene a cagare il cazzo per come suona la chitarra nel tuo gruppo. Però insomma quando ho ascoltato STREAMO ho pensato che le chitarre sono molto più grosse di come me le ricordavo, e non credo che abbiano ingrossato le chitarre per fare un piacere a me anche perchè se devo essere sincero non sono convinto al 100% che questa conversazione sia stata davvero con un tizio dei CRTVTR. Però il disco è molto bello, sobrio in culo ma bello fluido, un po’ tipo TIOGS ma più dritto. 7.3

BUE – KIND OF BUE Esiste un disco con questo titolo. 7.3

AUTECHRE – ELSEQ 1-5 Pitchfork, che si prende il disturbo di recensire i cinque dischi separatamente, dice che ELSEQ: “is an equivalent of a Netflix series binge”, ecco, vaffanculo. Disco dell’estate definitivo. 7.3

CAR SEAT HEADREST – TEENS OF DENIAL Conosciuta anche come sindrome di Devendra Banhart, un morbo piuttosto comune per cui un cantante scalcagnato viene raccattato sotto un ponte da un’etichetta figa e nel giro di un disco diventa Win Butler. Gli effetti sugli artisti della sindrome di Devendra Banhart sono principalmente tre: 1 fanno il disco dell’anno in corso, 2 non ci mettono molto a sparire dalla circolazione, 3 dopo cinque anni ti riascolti il loro disco dell’anno e provi un vistoso imbarazzo per averlo anche solo preso in considerazione. Non so se Car Seat Headrest sia affetto da sindrome di Devendra Banhart ma il disco mi sta piaciucchiando e questo non può davvero essere un buon segnale. 7.3

WRONG – S/T Copertina con foto bruttissima in bianco e nero, il nome del gruppo in stampatello grandissimo, la tracklist con tutte le canzoni con titoli di una parola-massimo due. Non serve manco di mettere su il disco per capire che musica contiene. Quello che non ci si aspetta, invece, è che una roba così violenta e incazzosa venga fuori da un gruppo composto di ex membri di gruppacci tipo Torche e Kylesa. Comunque siamo dalle parti degli Helmet, quelli dei primi singoli che al confronto già Strap It On sembrava roba sputtanata, mischiati con un po’ di rock’n’roll aggro alla Entombed. Calci nei denti, totalmente pretestuoso e inutile, possibile disco dell’anno. 7.3

100 canzoni italiane: SE TELEFONANDO / MATTO, CALDO, SOLDI, GIROTONDO / UN UOMO DA RISPETTARE

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Da qualche giorno è possibile trovare in libreria il volumone Superonda – Storia segreta della musica italiana. Si tratta di un libro scritto da Valerio Mattioli, che contiene “il racconto di quelle musiche che tra 1964 e 1976 riuscirono a sviluppare linguaggi originali e in grado per una volta di proiettare la musica italiana all’estero, esercitando una sotterranea influenza sul mondo dell’elettronica, del rock alternativo, e delle musiche sperimentali.” Un libro che mi piace immaginare fondamentale per definire quello che lo stesso autore, a un certo punto, ha osato definire spaghetti sound: tutto quel calderone di musiche off provenienti da questo paese che, in varia misura, hanno definito la musica mondiale. Per l’occasione Valerio ci ha mandato la storia di canzone italiana da mettere nella nostra rubrica, e questo è più o meno quanto. Correte in libreria. (FF)

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La mia canzonetta (intesa come “canzone melodica all’italiana”) preferita in assoluto è ovviamente Se telefonando. Dico “ovviamente” perché davvero non capisco quale altra possa essere – e non per me, per CHIUNQUE. È un tale capolavoro di ingegno (la famosa storia della ripetizione di “tre note soltanto”) e ha una costruzione talmente particolare (l’assenza di un vero e proprio ritornello ecc) che pure se non l’avesse cantata Mina sarebbe comunque un piccolo monumento, o almeno credo (la versione di Nek non depone a favore di questa mia tesi, ok).

Naturalmente, Mina a parte, il merito di tutto va all’uomo che il brano l’ha scritto e arrangiato: cioè Ennio Morricone. Siccome però immagino che per gli standard di Bastonate scegliere Se telefonando sarebbe interpretato come un gesto di svogliatezza e prevedibile banalità, di Morricone mi piace citare uno dei suoi brani incredibilmente considerati “minori” (anche se ultimamente vedo parecchie persone che lo citano e condividono in giro, quindi tanto “minore” non lo deve essere più). È del 1969 ed è preso da – prendo quello che ho scritto in Superonda – “un dramma antiborghese con venature erotiche e gialle chiamato Vergogna schifosi. Per il film Morricone concepisce un altro dei suoi studi «matematici», una filastrocca cantata dai Cantori Moderni ed Edda Dell’Orso basata sulla reiterazione insistita di cellule composte da poche note soltanto, minuziosamente conficcate su un tempo incalzante che potrebbe ricordare la vertiginosa bossa di Metti una sera a cena.

Morricone questa “ossessione matematica” ce l’ha sempre avuta, e un sacco di suoi brani sono piccoli studi in tal senso (la stessa Se telefonando ne è un esempio). Il tema di Vergogna schifosi però è davvero uno dei suoi esperimenti più audaci, specie considerando l’anno in cui è stato scritto. Perdonami se ritorno al copiaincolla da Superonda: “il ritmo è un motorik su cui mulinano saliscendi orchestrali, scampanellii orgiastici e un basso tachicardico che pure è l’unico appiglio che impedisce al brano di schizzare in aria, preso com’è da questo vortice a spirale dalle circonferenze variabili e, man mano che passano i minuti, sempre più fuori asse. Il brano si chiama Matto, caldo, soldi, morto girotondo e l’effetto è sul serio un capogiro dapprima divertito e poi irreale, non si sa bene quanto opprimente o dionisiaco. Su questo calco gruppi come gli Stereolab costruiranno, coscientemente o meno, carriere intere”.

Se lo ascolti bene è un brano pesantemente… ma sì, drogato. Appartiene al filone pop (o meglio ancora “lounge”) del Maestro, ma è giusto a un passo dalle sue cose più psichedeliche – non tanto quelle del periodo western, quanto quelle di inizi ’70 dalla collaborazione con Dario Argento in poi (che è anche il suo periodo che preferisco). Anzi a questo punto fammi esagerare e concedimi un’ultima citazione dal libro, così almeno posso menzionare in extremis quell’altro capolavoro assoluto che è il tema di Un uomo da rispettare: dico in Superonda che “sembra riprendere le trionfali atmosfere dello spaghetti western per schiantarle in un sudicio vicolo popolato da tossici che alzano gli occhi al lampione e per la prima volta realizzano tutta la gloria, il dramma, la bellezza necrofila della metropoli in rovina: è come se Miles Davis avesse deciso di rileggere Porgy and Bess nel 1974 di Dark Magus anziché nel 1959 del binomio con Gil Evans”. E guarda, giuro che è così. Alla fine sia Miles che Morricone sono trombettisti, anche se Ennio nei 70 non si metteva al collo il boa rosa schocking.

Ok, mi hai chiesto un brano e alla fine te no ho tirati fuori tre, se vuoi continuo e facciamo un album.

Cat’s Eyes – Treasure House

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Detesto Faris Badwan in ogni singola fase della sua carriera e questo influisce molto sul pregiudizio con cui mi approccio a tutti gli album che pubblica. Non so nemmeno dire perchè li ascolto ma lo faccio sempre, ecco, non me ne perdo mai una. Se vogliamo è anche un po’ paradossale perchè ebbi la sfortuna di conoscere gli Horrors ancora prima che facessero dischi, un concerto terribilmente scrauso durante il loro primo tour italiano a cui sembrava obbligatorio presenziare se si voleva capire dove cazzo stesse andando la musica indie.

(e ci siamo trovati in mezzo un incubo popolato da modelli-musicisti convinti di essere vampiri e circondati da un paio di dozzine di groupie che giravano l’Italia allo scopo di assecondarli in questa fantasia, in sostanza un preair del primo Twilight diretto da Tim Burton)

(triste a dirsi, era effettivamente il posto dove cazzo stava andando la musica indie)

Insomma, detesto Faris Badwan, questo suo non accontentarsi di essere quella cosa adolescenziale lì che già rompeva già abbastanza il cazzo, no, ha bisogno di sentirsi un artista completo e strada facendo di cambiare genere ogni volta che mette mano a un disco degli Horrors o del side project Cat’s Eyes, manifestare ad ogni occasione la pretenziosità del visionario senza del visionario avere, ehm, la visione. Accanirsi su questi personaggi può essere una cosa piuttosto facile e stronza, è come ridere dietro al belloccio di paese che sta tentando la carriera di attore in film di merda. Ma d’altra parte è così pieno di critici compiacenti che si esaltano genuinamente con Horrors e Cat’s Eyes (“non giudicateli dall’aspetto fisico, anche loro hanno ascoltato i Cure“) che viene quasi naturale calcare un po’ la mano. Gentilissimo Badwan a fare discacci come questo che mi permettono di non cambiare idea.

Un pensierino su Rino Gaetano a 35 anni dalla morte


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Rino Gaetano l’ho conosciuto a dodici anni circa perché era obbligatorio avere Gianna nelle cassette miste da festa. Le mettevi e tutti dicevano EVVIVA LA FIGA invece che evviva la vita. Ho scoperto che non era una caratteristica dei miei amici: ancora oggi capita di andare in qualche locale trucido in cui il dj abbassa il volume della canzone per far urlare EVVIVA LA FIGA alle persone in pista. Si sganasciano tutti ogni volta. Poi ho letto un botto di roba su di lui e alla fine ho anche comprato dei dischi, ma non è un granché. Forse in vita era sottovalutato ma sicuramente in morte è sopravvalutato, non ho mai sentito nessuno che dicesse apertamente “mi fa cagare”. Ci sarà pure qualcun altro a cui Rino Gaetano fa cagare, no? Importantissimo romanticissimo e tutto ma mi fa cagare. Oh, e se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e mi chiedesse di scegliere tra Gianna e qualsiasi altra canzone di Rino Gaetano, credo che sceglierei Gianna. E se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e mi chiedesse di scegliere tra la vita e la figa, credo che sceglierei la vita.

Sleep now in the facepalm

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Non credo moltissimo all’invecchiamento della musica come categoria critica. Cioè, sicuramente alcuna musica è “invecchiata” peggio di altra musica, ma dipende dalla cultura fuori, non dalla musica in sè. Ad esempio i Gang Of Four per quanto mi riguarda sono invecchiati malissimo, ma se non fossero stati presi di peso per confezionare ogni singolo disco rock uscito tra il 2003 e il 2008 probabilmente sarebbero ancora roba freschissima; il fatto di aver dovuto ascoltare Damaged Goods un paio di migliaia di volte più di quelle che mi sarebbe piaciuto, probabilmente oggi proverei ancora un qualche piacere nell’ascoltarli. Non c’è niente che faccia male ai gruppi quanto un’imitazione massiccia e diffusa: lo sanno bene i Rage Against The Machine. Finchè il cosiddetto rap-metal era un affare limitato a loro e a un’altra dozzina di gruppi sparsi in giro per gli anni novanta (Downset, Dog Eat Dog, Biohazard e roba così), sembrava roba freschissima e abbastanza basilare/stronza da potercisi innamorare in tempo zero. Poi è arrivata l’epoca in cui tutto doveva essere ibridato e a 360°, e si poteva senz’altro preferire i RATM a tutti i Limp Bizkit del caso, ma per quanto ancora sarebbe stato possibile ascoltarli senza farsi venire l’orchite e/o ritenerli responsabili di tutta la merda che era venuta dopo? Insomma, quando qualche mese fa (fine marzo, più o meno) è uscita l’indiscrezione secondo cui i Rage Against The Machine fossero chiusi in studio per preparare un disco contro Donald Trump, eravamo così vicini a Povia che non era manco necessario mettersi a fare dei distinguo in onore dei vecchi tempi.

 

In ogni caso, anche volendo separare i RATM dall’ingloriosa fine del nu-metal, ci sono parecchie ragioni oggettive per detestarli dal 2000 in poi (ma anche e soprattutto in generale). Forse bisogna partire dalla dichiarazione rilasciata dal cantante, fine 2000, a commento della sua uscita dalla band. A quei tempi le coltellate stanno già volando, si dice da anni: secondo Zack De La Rocha, il livello dello scontro in seno al gruppo è talmente alto da rendere quasi impossibile prendere qualsiasi tipo di decisione. Le voci di scioglimento, del resto, accompagnano il gruppo fin da prima che uscisse Evil Empire. Dopo l’uscita di Zack De La Rocha iniziano a venir fuori cose: il cantante che si mette di traverso su quasi tutto, dipinto dagli altri come una persona umorale e volubile, generalmente poco affidabile, responsabile di aver mandato all’aria un tour già chiuso assieme ai Beastie Boys e altre cose di contorno. Il gruppo si dichiara da subito intenzionato a proseguire con un nuovo cantante, anche se la ricerca di un sostituto durerà anni. Su De La Rocha, al contempo, hanno già iniziato a circolare da mesi/anni alcune voci che lo danno impegnato nella realizzazione del suo primo album solista, che le indiscrezioni sembrano indicare essere una sorta di opera definitiva del rap politicizzato (con collaborazioni di gente tipo ?uestlove, Dj Shadow e non ricordo manco più chi altri). È una delle tante prove a testimonianza di una vox populi che serpeggia da anni: un gruppo totalmente incapace di esplorare territori diversi da quelli con cui è diventato famoso, un cantante innamorato della musica pop che sta uscendo, la frustrazione che ne consegue. Ad ulteriore sostegno di questa teoria, mentre i RATM fanno uscire a strettissimo giro un disco di cover, il DVD di un concerto e un disco live, a un certo punto sembra quasi ufficiale che il nuovo cantante dei RATM sarà B-Real dei Cypress Hill, amici di vecchia data del gruppo. E già qui siamo in pura zona-LOL, nel senso, la scelta meno rischiosa possibile e la seria intenzione di volersi trasformare in una barzelletta vivente. Negli stessi anni del resto i Cypress Hill stessi si stanno spostando scientemente dal quasi-hardcore dei loro dischi fighi al crossover imbruttito di quella cafonata di Skull&Bones. In realtà non è nemmeno il peggiore degli scenari possibili, come la storia avrà cura di dimostrare: l’indiscrezione di B-Real si dimostra infondata, e i RATM si ritrovano nello studio di Rick Rubin assieme a Chris Cornell. È l’inizio degli Audioslave: rock cafone anni novanta sintetizzato in provetta, totalmente insensato in ottica post-RATM ma molto sensato in ottica post-Soundgarden. I dischi degli Audioslave sono antipatici più che brutti, non so, è difficile spiegarlo. Hanno anche del buono dentro, o Michael Mann non sarebbe riuscito ad utilizzarli per alcune delle scene di cinema più belle mai realizzate, ma è roba talmente ipertrofica da far sembrare i Foo Fighters un monumento alla sobrietà. Il disco di Zack De La Rocha, comunque, non riesce ad uscire prima dell’esordio degli Audioslave, lasciando al gruppo la possibilità di colmare il vuoto lasciato nella fanbase dei RATM, vendere un fantastilione di copie. Ne seguono altri due, realizzati in fretta e furia prima di uno scioglimento a rotta di collo, che dà modo a Cornell di ricominciare finalmente a far cacare da solista (e poi con la reunion dei Soundgarden). Tom Morello non accetta il pensionamento e si ripresenta in versione folksinger con il terrificante progetto Nightwatchman. La reunion dei RATM succede da qualche parte nella seconda metà dei duemila, se non mi sbaglio: concertone a Coachella e via col tour, le litigate finiscono in cantina, la comunicazione ancora a zero. L’unica vera notizia è che Zack De La Rocha ha mollato i dreadlock e gira con una testa di riccioloni davvero fighissimi. Al contempo, a sentire le voci, sta continuando a lavorare al suo disco solista, che per tutta una serie di motivi tarda ad uscire -qualche anno prima si è riuscita ad ascoltare una collaborazione con Dj Shadow, niente di eccezionale, roba da sei e mezzo, forse non abbastanza buona da finire nel disco. Poi, completamente a caso, salta fuori un side-project composto da lui alla voce e uno dei Mars Volta alla musica, tali One Day as a Lion. Un disco che non colpisce particolarmente per il respiro innovativo della musica -una sorta di RATM sintetici ed appena meno scolastici, dischetto carino per due ascolti e poco più, in attesa del tanto sospirato disco solista.  

 

Io francamente faccio fatica a riascoltare i RATM. Ho memoria di loro come di uno snodo cardine del mio sviluppo come ascoltatore -ricordo il momento esatto in cui ascoltai il primo disco e di esserci andato fuori di testa, tanto per dire. E ho passato quasi tutti gli anni novanta con i loro dischi nello stereo, ma non so fino a che punto la cosa mi abbia giovato. Degli altri gruppi che ho ascoltato fino allo sfinimento in quegli anni, posso dire che almeno avessero tre o quattro canzoni diverse in repertorio. E i loro messaggi, perlopiù inesistenti, sono riusciti a rimanere nel corso del tempo, con il paradosso che riesco ancora sentire un briciolo di senso di appartenenza ascoltando Phil Anselmo urlare ma non riesco più a rimettere sul piatto il primo disco dei Rage Against The Machine, figurarsi cose tipo The Battle of Los Angeles. Ho anche il privilegio di ricordare un momento preciso in cui ho deciso di smettere con i RATM. La mia fidanzata li aveva scoperti da me, aveva ascoltato un paio di dischi e deciso che erano molto bravi. Così, quando fecero la reunion a Modena, decidemmo il giorno stesso di metterci in macchina e andare giù: un giretto per la città e poi il concerto, così in modo disimpegnato. Era un sabato: partenza la mattina tardi, colazione in pasticceria come tutti i sabati mattina, relax e bombolone alla crema. Mentre ero lì a mangiare il bombolone e il cappuccino pensavo che tutto sommato chi cazzo se ne fregava di andare a vedere la reunion dei RATM, e quel giorno facemmo altro. Credo sia un po’ il modo in cui il capitalismo è riuscito ad avere la meglio su tutti noi: a un certo punto non hai voglia di sbatterti, inizi a mettere in folle, tasti il terreno e vedi cosa ti conviene. Sicuramente una parte della colpa è di quel genere di idealismo sinistrorso a cazzo di cane (e foraggiato dai padroni, che sarà pure una critica strasentita però dio cristo), ma non assumersi qualche responsabilità individuale sarebbe insensato. E questo in prospettiva mi obbliga a riflettere su un sacco di cose più interessanti della musica trattata qui sopra, ma questo forse allontana il problema oggettivo del gruppo?

Secondo me no, anzi tende ad oggettivizzare un po’ il tutto. Intendo, anche stando lontano dalla retorica del “tradimento” a cui non riescono a credere manco più i giornalisti musicali, l’idea che i RATM si ostinino a tornare, nel cazzo di 2016, è semplicemente intollerabile. La credibilità dell’unico membro che ne ha ancora un briciolo si basa solo sul fatto che fino ad oggi nessuno ha ascoltato il suo disco solista (e ok, saltuariamente fa cose fighe tipo il feat. con i Run The Jewels in cui si scopre che persino lui con la vecchiaia è diventato esteticamente figo). Fossimo riusciti ad ascoltarlo, l’avremmo fatto a polpette. Si fosse riunito ai RATM per fare un disco anti-Trump l’avremmo fatto a polpette. Si fosse preso il disturbo di dissare gli ex-compagni per ogni disco di merda a cui hanno messo mano, l’avremmo fatto a polpette. Invece se n’è stato tutto il tempo per i cazzi suoi. Qualche giorno fa s’è temuto il peggio: un misterioso countdown nel sito dei RATM che annunciava l’arrivo di qualche novità. Fortunatamente, è solo l’ennesimo supergruppo chiamato PROPHETS OF RAGE (nel capslock vorrebbe esserci il giudizio morale) e composto dai Rage Against The Machine con Chuck D e B-Real al posto di Zack De La Rocha, che a quanto pare se ne andranno in giro a suonare i loro Grandi Successi. 15 anni dopo la prima voce in tal senso non fa manco più ridere, ma finora almeno non c’è notizia di un nuovo disco da ascoltare.

I Pantera, l’estate del ’96 e altra roba legata

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We were not just some band.
Phil Anselmo

A un certo punto, è maggio o giugno, le persone iniziano a suicidarsi in massa. Dipende dal caldo. È la teoria di una tizia che lavora al negozio di alimentari di mia madre, supportata dall’evidenza empirica di un paio d’anni da pendolare a non so che scuola in Toscana. Dice che quando arriva il caldo i treni tardano sempre perchè qualcuno ci si butta sotto, e poi la gente sta ferma dentro al vagone e inizia a strippare a sua volta. Prima arriva il caldo, più la gente esce di testa. Hai presente quando capita una qualche giornata afosa in aprile? Gli esseri umani della zona temperata non sono biologicamente preparati a sudare in aprile. Questa è più o meno la cosa più interessante che imparo a inizio estate 1996. Il negozio di mia mamma ha bisogno di manodopera e io mi devo intervallare tra gli studi universitari e la cassa del Conad. Gli altri discorsi che si ascoltano alla cassa del Conad sono storie di decadenza paesana, e tutte le estati sono le stesse: si dorme con la finestra aperta fino a che non si sente delle prime case che sono state svaligiate, la settimana prima c’è stato un incidente in centro al paese, un negozio sta chiudendo, un piadinaio sta aprendo dalle parti di Budrio, dicono che il comune non dà i permessi di fare la rotonda, hanno beccato una coppia di ragazzini a scopare in mezzo a un campo, maschio e femmina intendo (che nel 1996 gli omosessuali ancora non esistono). D’estate, nei paesi come il mio, la gente rinasce. Il corpo smette di pesare come un macigno, la sera si esce sempre, i ragazzini smettono di pascolare per le vie deserte di Cesena il sabato sera alla disperata ricerca di un gruppo di ragazzine, si rovesciano sul lungomare di Cesenatico sfruttando i pochi neopatentati disponibili. Al campetto della chiesa inizia il torneo di calcio a 7, molti partecipano, molti stanno sugli spalti a guardare. D’estate sei fuori casa cinque giorni a settimana, gli altri due recuperi il sonno o guardi i film horror su italia uno. Al TG c’è sempre il caldo record, intervallato alla bomba d’acqua. I medici raccomandano di bere molta acqua e per altri quindici anni nessuno mi parlerà di storytelling. La canzone più ballata dell’estate 1996 potrebbe essere Children di Robert Miles.  

È difficile pensare a un disco meno estivo di The Great Southern Trendkill, e forse è per quello che in quell’estate mi si attacca addosso. Nell’estate del ‘96 ho diciotto-quasi-diciannove anni, la patente da poco, riesco a montare l’autoradio in macchina col primo stipendio, tra virgolette, che prendo al negozio. Non ho ancora un lettore CD in casa, e la cassetta me la faccio doppiare da un amico del mio paese in cambio di una bevuta. Tra i diciotto e i diciannove anni  è importante avere musica nello stereo che una ragazza non potrebbe mai ascoltare. Perchè? Non lo so. Sta di fatto che ho l’immagine di me che passo col disco a palla e i finestrini abbassati in giro per le strade del mio paese, o a fare karaoke inventandomi le strofe di Floods in fila al semaforo di Porta Santi, manco fossi dentro a Fusi di testa, col tizio in fila davanti a me, Passat grigio metallizzato, mi guarda dallo specchietto e sorride per compassione.

Parlando da un punto di vista oggettivo, TGSK non è il miglior disco dei Pantera. Non è quello più amato dai fan (Vulgar), non è quello che ha definito la loro svolta (Cowboys), non è quello che ha fatto il record di vendite (Far Beyond Driven), non è quello con i pezzi migliori (Vulgar), né quello che li ha imposti come inevitabili nell’immaginario del metal (sempre Vulgar). Ai tempi dell’uscita di TGSK, anzi, i Pantera sono già diventati una storia vecchia: Far Beyond Driven si guardava bene dall’apportare il minimo cambiamento al consolidato assetto musicale del gruppo. Dal ‘94 in poi sembrano destinati a fare la fine dei soldati giapponesi matti a guardia dell’isolotto, in un mondo che si evolve di settimana in settimana.

La storia dei Pantera, per convenzione, inizia con l’ingaggio di Phil Anselmo alla voce. Ci arriva giovanissimo, subito dopo la cacciata di Terry Glaze, quando ancora i Pantera sono un gruppo glam metal di secondaria importanza con una manciata di dischi in attivo; da fanatico di hardcore punk e Judas Priest, sembra uno dei pochi adatti a quello che il gruppo sta diventando. Niente di imprendibile, sia chiaro: il thrash sta arrivando al suo apice e lo street metal sembra avere i giorni contati, così i fratelli Abbott (chitarra e batteria) provano a concepire un cambiamento di suono che li riesca a tenere a galla. Non è nemmeno un cambiamento traumatico: ci vogliono diversi anni, un disco di transizione, un contratto major e poi Cowboys From Hell che col passato non c’entra quasi niente. E da lì è un crescere continuo, inarrestabile, che arriva all’apice all’uscita di Far Beyond Driven (il primo disco di metal estremo che arriva primo in classifica negli USA). E poi si comincia a scendere. Annotato il nome dei Pantera come essenziale a capire il metal dei primi ‘90, il rock pesante inizia ad orientarsi verso certe forme filo-crossover che si prenderanno tutta la ribalta negli anni successivi: nel 1992 esce il primo RATM, nel 1994 il primo Korn, e da lì tutto il resto. Nel ‘96 il secondo RATM è fresco di stampa, i Sepultura hanno fatto uscire Roots; è uscito Burn My Eyes, è uscito il primo disco dei Deftones. È un po’ un biennio di cambiamenti, di gruppi che esordiscono col botto o s’impongono definitivamente; tutto quello che è successo cinque anni prima sembra venire dal cretaceo. Basti dire dei Metallica di Load, quattro anni e zero dischi di distanza dal Black Album, accusati da chiunque d’essere la quintessenza dello svilimento di un genere. I Pantera vanno un po’ a finire in mezzo tra l’una e l’altra cosa: la loro credibilità pubblica è ormai bassissima, a forza di risse con la stampa di settore e tirate fasciste di Phil Anselmo ai concerti, iniziano a diventare l’incarnazione di un’epoca di chiusura mentale che andrà necessariamente superata.

L’estate del ‘96 è l’ultima estate da adolescente. L’università non sembra fare per me, odio il negozio di alimentari e sono incastrato dentro ad entrambi. Ho una brutta cotta per una ragazza non interessata a me, non sono interessato ai posti che i miei amici amano frequentare, non ho voglia di cercare vere e proprie alternative alla vita che faccio. È una storia noiosa: ti guardi intorno e non va bene niente e non hai ancora abbastanza testa per capire che il problema sei tu. Non ho idea se la generazione prima della mia e quella dopo abbiano avuto lo stesso conflitto. Per me no, hanno avuto un conflitto più o meno simile ma ogni volta le priorità sono diverse, e sicuramente è diversa la colonna sonora. Poi arrivano il revisionismo, le versioni posticce della stessa cosa, la retorica del rock’n’roll e il reunion tour, e sono tutti modi per cercare di ricomprarsi il tempo perduto

I Pantera sono un gruppo dozzinale, fatto di musicisti sicuramente preparati ma non particolarmente capitali, e la loro musica ha sicuramente vette compositive ma sono vette che forse qualcun altro ha toccato prima e dopo di loro. E i loro testi sono perlopiù coacervi di puttanate generiche. Ma quello che manca loro dal punto di vista artistico viene ampiamente compensato da ciò che ti danno emotivamente: ascoltare i Pantera, da Vulgar in poi, ti dà qualcosa che è difficile mettere a parole. Questa componente di coinvolgimento personale al di là dell’invenzione musicale in se stessa è la caratteristica che ha permesso ai loro dischi di non invecchiare, o di farlo meglio di quelli di alcuni dei loro contemporanei. Per cui, nell’analisi critica dei Pantera, qualcosa sfugge sempre: dieci o vent’anni dopo è possibile prendere le distanze da un certo tipo di estremismo, anche più incompromissorio e politico e musicalmente avventuroso: l’accacì più brutale, i gruppi grind, il rap hardcore, ma non i Pantera. La loro musica, specie se riascoltata non troppo spesso, riesce a comunicare ancora una dimensione di appartenenza. Non è possibile spiegare perchè.

L’estate del ‘97 il mondo ha risolto la maggior parte dei propri conflitti, delle proprie contraddizioni. Cioè sono stato io a farlo: ho iniziato a studiare con un briciolo di metodo e dare un buon numero di esami e lavorare al negozio va bene, non pesa più così tanto. Inizio ad uscire con una ragazza e mi ci fidanzo assieme, e ascolto ancora metal e accacì e rap peso, ma inizio a saperne abbastanza di indierock e postrock e di noise e riesco a coltivare una superficialissima passione per jazz e musica di confine di cui nessuno di quelli che conosco sa nulla. È l’inizio di un’altra età, una specie di seconda adolescenza, non proprio proiettata verso il futuro ma, almeno, non troppo spaventata all’idea che ce ne sia uno.

Già ai tempi di Far Beyond Driven il gruppo sta affrontando più problemi di quanti sarebbe lecito aspettarsi. Il disco vende da dio, certo, ma le performance live dell’epoca Vulgar Display of Power sono un ricordo. Phil Anselmo ha un grosso problema alla schiena; dovrebbe essere operato e stare un anno in convalescenza, ma non è il momento giusto per il gruppo. È così, a detta sua, che inizia la stagione dell’eroina, una dipendenza che pur tenuta nascosta al gruppo, a detta loro, presto inizia a vedersi ai concerti del gruppo. Il rapporto tra Anselmo ed i compagni è comunque tesissimo: la comunicazione è ridotta al minimo e limitata ai pochi momenti pubblici. S’inizia ad intravedere la spaccatura che farà finire i Pantera in soffitta, qualche anno dopo: da una parte i due fratelli Abbott, dall’altra Phil Anselmo, in mezzo Rex Brown, un po’ indeciso da quale parte buttarsi.

Ma è in questo periodo che Anselmo inizia a diventare davvero il personaggio leggendario che sappiamo oggi. Nei primi anni ‘90 è iniziato il sodalizio con Jim Bower, il personaggio chiave della sua crescita artistica, da qui in poi in bilico tra metal estremo e southern rock riveduto e corretto. Nel ‘95 il sodalizio sboccia agli occhi del mondo: esce NOLA dei Down, supergruppo con Bower, Anselmo, Pepper Keenan e Kirk Windstein: un disco bellissimo e nato un po’ per sbaglio, fuori dai riflettori, senza che l’ombra lunga dei Pantera si allunghi sulle composizioni, roba che cammina sulle proprie gambe. Forse è il fatto che esista un’alternativa concreta ai Pantera a favorire l’ulteriore allontanarsi di Anselmo dai Pantera, e forse le droghe peggiorano di molto la situazione. In un caso o nell’altro, nel ‘96 dei Pantera senza Phil Anselmo sono impensabili quanto un Phil Anselmo senza Pantera. E se si vuol far uscire un altro disco, tocca pensare ad una soluzione di compromesso.

Ne ho già parlato in passato: potendo scegliere, mi piacerebbe che tutti i miei musicisti preferiti non trovassero mai la pace interiore, continuassero a soffrire come dei cani e raccontare la loro sofferenza nei dischi. Non è colpa mia, ma statisticamente la sofferenza il disagio e l’abbrutimento generano musica migliore. Mi rendo conto che sia una perversione e un lato malvagio della mia personalità, ma ho un’autentica predilezione per i dischi rock realizzati a un grado minimo di comunicazione, quelli per cui il gruppo rompe i rapporti con l’etichetta, quelli dopo cui il cantante viene ricoverato per esaurimento nervoso, il gruppo si scioglie, il bassista esce sbattendo la porta. In Utero, Vitalogy, Flowers of Romance, i NIN fino a Fragile, eccetera. Quella di The Great Southern Trendkill è una delle realizzazioni più tormentate della storia del rock: Dimebag Darrell, Vinnie Paul e Rex Brown registrano la musica in Texas, mentre Phil Anselmo si rintana nello studio di Trent Reznor a New Orleans per le parti vocali. Ad aiutare Anselmo il più assurdo comprimario pensabile: Seth Putnam degli Anal Cunt, coetaneo del cantante dei Pantera, tossico convinto e uomo-chiave del grindcore statunitense. Il gruppo s’incontra per la prima volta alla vigilia del tour, il cantante è piuttosto avanti nella sua downward spiral. Il risultato delle sessions è il disco più violento e negativo mai inciso dal gruppo.

Il carattere respingente di TGSK è la sua qualità più grande, ed è pienamente esemplificato dai primi dieci secondi di musica: partono tutti assieme fortissimo, Anselmo urla sguaiatissimo, Vinnie Paul batte a tempo di death metal e gli altri due vangano. Poi la canzone corregge il tiro e inizia a ragionare sulla forma di groove metal più compressa mai ascoltata, grossomodo il menu di tutti gli altri pezzi del disco; il testo parla di essere fan dei Pantera all’epoca in cui il disco esce, una cosa piuttosto stupida -non fosse intervallata dai rantoli di Putnam. Il momento più significativo, quello che raccoglie il significato ultimo di TGSK, sono le due parti di Suicide Note. La prima parte, l’unica ballata acustica mai incisa dai Pantera, melodica e sulfurea e perfetta nella voce, interrotta all’improvviso ed uccisa dai feedback a rotta di collo della seconda parte. Dentro TGSK è tutto così, spinto fino al limite massimo di sopportazione, quasi impossibile da ascoltare tutto d’un fiato, illuminato da pochissimi momenti melodici -che figurano comunque in cima al repertorio compositivo dei Pantera. Difficile non riconoscere in TGSK lo strapotere carismatico del cantante, i suoi infiniti flirt con il metal estremo, le ossessioni sudiste dei Down: se la rivoluzione di dischi come Cowboys e Vulgar va accreditata per gran parte a Dimebag Darrell, The Great Southern Trendkill è clamorosamente sbilanciato verso Phil Anselmo. La musica di TGSK è sicuramente dozzinale nella forma e nel contenuto, ma stranamente non nel risultato -non offre quel senso comunitario da catarsi collettiva che offriva Vulgar Display Of Power, per capirci. È un disco molto introverso, dentro cui entrare è sostanzialmente impossibile: è comunemente accettato che si tratti di un disco sulla tossicodipendenza. Ancora oggi, riascoltare TGSK richiede preparazione. Ancora oggi è uno dei dischi più intensi e violenti mai usciti.

Ricordo molto vagamente un bell’articolo su TGSK, credo fosse di Claudio Sorge su Rumore: iniziava parlando di un concertone, forse quello primo maggio, beccato per sbaglio alla TV. C’era il pippone di qualche pezzo grosso del PDS/Ulivo (forse Veltroni) che pontificava sul palco sulla possibilità di fare del rock un veicolo per diffonda un messaggio positivo, ancorchè politico, tra i giovani. L’epigrafe del giornalista, citazione inesatta : “mi sono ricordato in quel momento di quanto amo i Pantera: violenti, cattivi e totalmente senza messaggio.” Da questo punto di vista, TGSK è il loro miglior disco, il più violento e inascoltabile, quello che li definisce con più precisione. Tristemente, è anche il loro punto di arrivo. Tutto quello che succede dopo ai Pantera è un pro-forma in attesa della fine: l’overdose di Anselmo, il live dell’anno successivo, il gruppo che sorride durante le interviste, l’Ozzfest e tutto il resto. Il cantante rasato ed asciutto che urlava a torso nudo negli anni d’oro del gruppo si trasforma progressivamente in un clichè ambulante, ridotto a trascinarsi alla bell’e meglio in giro per il palco con birra in mano, barbone e capelli lunghi, un mare di effetti su quel poco di voce rimasta e le magliette senza maniche a coprire la pancia. Si sciolgono ufficialmente nel 2003: un anno dopo Dimebag Darrell viene ucciso su un palco, e Vinnie Paul proibirà a Phil Anselmo di presenziare al funerale.

Vent’anni dopo The Great Southern Trendkill, il principale pregio della musica è di unire le persone. I boss del PD fanno i loro comizi con sotto Vasco i Muse e i Coldplay; la musica si scambia via hashtag; ascoltiamo tutto quel che esce, a tutti noi piacciono gli stessi cinque dischi, a sentirci parlare sembra che nessuno di noi si senta più rappresentato da nulla. L’estate del ‘96, invece, è tutta a rotta di collo. Ci sono le vasche sul lungomare, il caldo record, la gente che s’ammazza e poi ci sono le bombe d’acqua, e ci sono i tornei di calcetto e le prime vasche al mare e le sbronze di birra del discount e Children di Robert Miles e un brutto crush per una ragazza non interessata e quella sensazione che niente di quello che sta succedendo mi riguardi. E c’è The Great Southern Trendkill dei Pantera, fresco nei negozi, un urlo raccapricciante nei primi cinque secondi, lo stereo della Peugeot 106 che spara la cassetta a volume altissimo coi finestrini abbassati per le strade della città, io al volante faccio il karaoke come in Fusi di testa, quello in fila al semaforo davanti a me sorride compassionevole dallo specchietto. Uno dei pochi dischi davvero evocativi che ho avuto l’onore di ascoltare in diretta.

Una per i cinquant’anni di Pet Sounds

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Parafrasando una cosa che mi ha detto un tizio sabato scorso, la musica pop è un affare piuttosto svantaggioso per chi la fa. Gli artisti scrivono per ore e limano e si mettono assieme e fanno gli arrangiamenti poi iniziano a togliere, registrano una dozzina di volte, e il risultato spesso è una canzone di tre minuti e mezzo che se va molto bene durerà il tempo di far scivolare dal parabrezza un pezzo d’estate.

Non sono mica tanti i dischi che sono scampati a questa fine, e oggi compie cinquant’anni il più grande di questi. Si tratta di un album nominalmente intestato ad un gruppo chiamato The Beach Boys, in realtà scritto e realizzato in totale autonomia da uno solo di loro, armato di uno studio, una legione di musicisti professionisti ed una visione senza uguali. Il titolo del disco è Pet Sounds, e il tempo che il mondo ha passato ad ascoltarlo riporta clamorosamente in pari lo svantaggio del capoverso qui sopra.

La maggior parte dei dischi usciti negli anni sessanta denunciano la loro età, e per la maggior parte della gente non è un problema perchè i fan di musica anni sessanta in genere sono disposti ad immedesimarsi in un’epoca non loro -non so, immaginare cosa poteva essere uscire per le strade mentre tutte le radio passavano Good Vibrations, o quello che era. Pet Sounds forse è un discorso differente, una cosa un po’ più oscura della media dei Beach Boys, ma anche in qualche modo uno dei primi dischi rock che si ostinavano a sognare il mondo a venire anche se non era un mondo necessariamente più innocente o positivo del mondo del 1966. Non so se sia stato il risultato di uno sforzo cosciente o il caso o il fatto che Brian Wilson fosse un genio, ma ancor oggi tocca misurarsi con dischi nuovi che sono partoriti dalla stessa visione, e ancor oggi è una visione tendenzialmente piuttosto totale, abbacinante, come volete chiamarla? Dischi di cui ad ogni ascolto sei costretto a scoprire nuove sfumature. E per i quali non devi storicizzare niente, che sono uguali oggi a com’erano cinquant’anni fa, che parlano più o meno della stessa cosa e che lo fanno con la stessa efficacia. Suppongo sia la cosa più bella che può capitare al pop.

A un certo punto uscirono le sessions, verso metà/fine anni novanta. Io le ho ascoltate solo un paio d’anni fa e ho scoperto che meraviglia fossero le versioni solo-voce. Questa canzone l’ho già postata una volta qui sopra, ma se devo pensare alla mia canzone preferita e quella che personalmente userei per descrivere Pet Sounds in tre minuti, non riesco a pensare ad altro che alla versione solo-voce di Sloop John B.

Navigarella (rapida veloce e più o meno inodore)

Come sapete, hanno chiuso Dal Verme a Roma, con motivi che vanno dallo stupido al non essere stati spiegati. di solito a questo punto della faccenda salta fuori che i gestori, che hanno gridato all’omicidio della cultura, in realtà operavano senza permessi da 15 anni. in questo caso zero, non esiste, pare non ci sia nessuna ragione concreta per chiuderlo – da cui si suppone che la ragione sia che qualcuno vuole che il Dal Verme stia chiuso, e non ha manco la decenza di farsi vivo per poterci far dire, “ecco, lui è la merda”. Ora, io non sono più abituato all’idea che i posti che frequento e la musica che ascolto siano, in qualsiasi misura, nocivi all’ordine pubblico e apertamente osteggiati dalle forze dell’ordine -soprattutto un posto come Dal Verme, che per certi versi è un po’ un posto per dei vecchi cazzari uguali a me (noise/jazz, birre fighette, vini fighetti eccetera). Ma abbastanza evidentemente, è quello che ancora oggi sta succedendo. Tra le varie iniziative a sostegno, meritoria la raccolta fondi di Onga (Boring Machines) che ha messo in download tutto il catalogo a 49 euro, a devolversi in beneficienza.

Per sapere tutto, compreso cosa fare ora: http://www.dalverme.it

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Manuel Agnelli, nel frattempo, è diventato ufficialmente un giudice della prossima di X-Factor. Davvero una triste fine, intendo X-Factor, anche se il processo di avvicinamento tra i due era in moto da un po’ (e fa un po’ tenerezza leggere certe dichiarazioni passate). Accanto a lui altra gente, operante grossomodo nella stessa fetta di mercato.

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Il sextape degli Yacht. I due tizi del gruppo il 9 maggio rilasciano un commento sul loro Facebook in cui si lamentano che qualcuno abbia violato la loro privacy come coppia condividendo in pubblico un loro sextape. Pochissimo tempo dopo su Jezebel salta fuori che in realtà è una mossa promozionale e iniziano giustamente a volare le banane sul gruppo. Le implicazioni della cosa sono piuttosto complicate, più che altro per la grandezza della figura di merda, la faccia tosta e le possibili implicazioni future. E oltretutto riguardano anche tutta la storia dei sextape passati, su cui si è speso inchiostro pesante che ha messo in croce qualcuno (speriamo con buoni motivi). è ancora pendente un verdetto pubblico finale sulla vicenda Larkin Grimm/Michael Gira, peraltro.

E basta. niente immagini che non ho più tempo.