NAVIGARELLA speciale pop italiano casuale

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La cosa da cui parto è che Jovanotti è in copertina sul Mucchio Selvaggio di questo mese e in rete sta succedendo un macello, si fa per dire. Il casino segue un irrisolto legato all’idea che la musica generi, o quantomeno rispecchi, un’identità politica forte in chi l’ascolto, o se piuttosto non debba essere finalmente accettata come l’intercambiabilissimo sottofondo di una vita che ci dà soddisfazioni di altra natura. Cioè, in altre parole, se scopiamo regolarmente o siamo infastiditi da una copertina del mucchio con Jovanotti e, nel caso in cui la risposta sia B, quale sia la ragione. Jovanotti ha fatto un disco doppio di trenta tracce che non ho ancora ascoltato ma su cui ho già un’opinione abbastanza strutturata, basata sull’ascolto dei dischi precedenti più la lista ospiti del disco, moltiplicato per trenta tracce probabilmente uguali al primo orribile estratto (Sabato). Al numero puro ho aggiunto un punto e mezzo perché dj Pikkio continua ad endorsarlo senza riserve (la teoria di Pikkio è che la musica di Jovanotti sia costruita per suonare bene in questi loop cosmici infiniti come nel remix che fece per endorsare Walter Veltroni alle politiche del 2008) e il risultato è il solito 5.7 in scala Pitchfork, che è molto meglio di un 4.1 ma comunque non basta a fare un disco che comprerei. Niente da dire invece sull’intervista a Jovanotti in sé presente sul mucchio, che 1 non ho letto perché i le riviste musicali qui in Romagna escono con una settimana di ritardo cronica e 2 è fatta da Damir Ivic e quindi probabilmente interessante e non troppo scomoda (d’altra parte la parola scomodo legata al Mucchio Selvaggio riporta alla mente i fasti di Max Stefani e Massimo del Papa e io francamente vivo abbastanza bene senza). Sicuramente è interessante la foto di copertina, ultrapolitica nel senso jovanottiano del termine: raffigura il viso di Lorenzo Cherubini con un osso al naso tipo aborigeno e una fascia tricolore in testa, probabilmente una cosa messa insieme con quel piglio alla Full Metal Jacket e la volontà di creare scompiglio cognitivo e/o farmi incazzare, nel senso proprio letterale di fare incazzare il redattore FF di Bastonate, che secondo me è la più grande qualità di Jovanotti –la capacità di dire/fare qualcosa che mi fa girare fortissimo il cazzo in dieci secondi, di congelare il mio buon sentimento e far partire l’odio cieco e scriteriato. È una qualità che hanno pochissimi artisti, il più rilevante dei quali è mia madre, a cui comunque voglio molto più bene che a Jova. Verrà anche per me il momento di leggere l’intervista e ascoltare Lorenzo 2015 CC, in qualche modo non vedo l’ora -un po’ perché sono caduto dentro la strategia della tensione evolutiva da diverso tempo e un po’ perché sono sensibile alla cosa del namedropping e intrigato dall’idea di scoprire come Bombino e Sinkane siano riusciti ad integrarsi nella musica di Jova, pur non possedendo dischi originali di Bombino e Sinkane e non essendomi impedito di possederne dal codice penale italiano. E un po’ spero in un disco-sbrocco paura con quindici pezzi stile Tensione Evolutiva. La redazione tornerà sulla cosa quando ne avremo una più pallida idea, nel frattempo continuo a guardare la foto e a incazzarmi. Comunque possiamo scegliere in merito a cosa prendere fuoco. Che so, un sacco di gente ha perso la brocca e scritto articoli scandalizzati perché Striscia la Notizia ha svelato il vincitore di Masterchef prima che venisse trasmesso in TV. Non è bizzarro che succeda, ma le volte che capito davanti a Striscia la Notizia gli inviati del programma sono dietro a rovinare la vita di privati cittadini arraffoni o a svelare i retroscena sospetti di qualche programma, e il fatto che si lasci vivere tranquillamente Striscia a patto che non faccia spoiler sul finale di Masterchef mi fa l’effetto di quel video di Maccio Capatonda. Così. Altre cose successe alla musica italiana recentemente sono che Chiara di Paola&Chiara è andata a fare le selezioni di The Voice of Italy ed è stata riconosciuta da J-Ax, diversamente da Alessandra dei Jalisse che fece il provino e venne trombata prima di rivelare la propria identità. In ogni caso due indizi fanno una prova e secondo me è bene iniziare a riflettere su questo genere musicale del futuro, la popstar anni novanta che ricomincia da capo provando a squattare un talent show, il corsivo su questa riga è casuale. Per certi versi è un genere di musica italiana che può darmi molte più soddisfazioni di quanto me ne abbia date Music Farm (su cui mi documentai un po’ ai tempi in cui scrissi l’articolo sul saluto romano probabilmente fake fatto da Dolcenera a TRL on tour) o qualsiasi altro talent show escluso il grandissimo Operazione Trionfo che vidi quasi per intero, diciamo dalla seconda puntata alla penultima (poi persi interesse perché Miguel Bosè stava iniziando a ripetere gli sbrocchi). Giusto oggi esce un articolo di Virginia Ricci su Noisey sulla stagnazione e sulla televisività del pop contemporaneo, a cui vi rimando per supplire alla parte cultura di questo articolo (quando l’ho letto aveva un altro titolo, spero il sotto sia rimasto uguale). Mettete le due (cinque) cose insieme, aggiungete la crisi del mercato discografico fisico e Valerio Scanu che smacchia il giaguaro con un’imitazione di Anna Oxa al Tale e Quale Show, secondo me non ci manca molto ad un X-Factor con cinque o sei artisti da milioni di copie che provano a ripartire da zero rendendo di fatto irrealizzabile il nostro desiderio di scoprire il nuovo Lorenzo Fragola finchè il nuovo Lorenzo Fragola non sarà qualcuno con più potenziale pop di Sinkane Vasco Brondi e Bombino messi assieme, il che filosoficamente sarebbe considerabile come la fine dell’era dei talent show e l’inizio delle MMA del pop in cui partecipa solo gente cazzuta o che è stata cazzuta in un certo momento della vita. E direi che al pop italiano non è successo nient’altro, un po’ perché al pop italiano non succede mai niente e un po’ perché questo mese esce il disco di Jovanotti e i canali son già tutti occupati.

 

DIME CAN MA NO ITALIAN: Shizune – Le Voyageur Imprudent

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Totem fissi de DIME CAN MA NO ITALIAN, dei Shizune e dei so dischi se pol parlare solo in diaeto el resto i xè seghe da giornaletti musicali coe pagine incoà all’altessa del live report dei Mineral. Totem se diseva, tipicamente veneti podria aggiungere, come le quote latte fora regola, i barchini coi motori trucà a ciosa e gli agricoli che i spara a vista su sagome in movimento ma anche ferme: SCREAMO tuto maiuscolo perchè semo oltre el manierismo, semo quasi all’unicità de stile, ormai inconfondibile, ormai fatto cussì, a ruspate de disillusion e maturità che ne lassa impotenti, a rimpiangere i morti can della scuola e dee occasion sprecà ma sensa paraculaggine, solo grandissime pache e sberle e ruspe de disagio sonà a volumi e velocità mortificanti per ogni recia. Solita impareggiabile dimension linguistica fora scala: italiano, francese, giapponese, un Lost In Translation grindopunk dove Bill Murray el finiria a fare un karaoke al Rivolta con la maietta dei Kondan Armada, Scarlett Johansson non rientreria in te la similitudine perchè qua parlemo de musica scacciafiga e quindi ninte.
Tantissima onestà, tanto cuore e tanti polmoni, Le Voyageur Impudent podì xà ordinarlo in vinile dopo averlo scoltà sul bandcamp dei fioi da Lonigo (tra l’altro semo di fronte a na roba registrà all’Hate Studio de Rosà, masterisà a ‘Frisco e stampà da Dog Knights Productions e Driftwood Records, giro del mondo stando quasi fermi).
per chi non l’è riussì a capire la facenda, la fasso breve: miglior roba dei Shizune fin desso.

La cartolina

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Non so che anno sia ma credo intorno al 2005. Vivo in uno scantonato con cucina e bagno ricavato in un ex garage di casa dei miei, un posto bellissimo senza campo per il cellulare, in cui scrivo a letto e disegno sopra una tavola perennemente apparecchiata e piena di bottiglie vuote di Moretti (le birre buone sono venute dopo, come per tutti). La cassetta della posta è comune a tutti e ogni tanto mi arriva qualche pacco con dentro dischi da recensire. Perlopiù si tratta di dischi metal mandatimi da fantomatiche “agenzie di promozione” che spediscono trenta titoli alla volta, a casaccio, di qualsiasi genere. A volte anche qualche disco indie, perlopiù italiano. Qualcuno è buono qualcuno no. Scrivo pochissime recensioni un po’ perché non ne ho voglia e un po’ perché non ho proprio posti dove farli uscire: il tempo delle webzine sta passando e i blog non sono ancora esplosi; trovare un webmaster che carichi la pagina di una rece sta diventando un casino vero e proprio.

Mia mamma mi avvista un giorno e mi dice che certi miei amici mi hanno mandato una cartolina, aspetta che la vado a prendere. La guerra della posta con mia mamma è una cosa epica, ancora adesso apre le mie lettere per sapere se sono in rosso sul conto o se sto tardando pagamenti o cose così. Mentre saliamo le scale per andare a prenderla mi chiedo, come sempre in questi casi, chi cazzo si degni ancora di mandare cartoline. La lista delle persone che mi hanno spedito cartoline dopo i quindici anni si riduce a

  • Jessica, una ragazza più vecchia di me di un anno (nome falso) che vive nel mio paese e con cui avevo scambiato più di due parole ad un campeggio parrocchiale verso il 1990;
  • Richard (nome vero), un ragazzo slovacco di qualche anno più vecchio di me che era stato aiutato da mio padre nella ricerca di un lavoro da bracciante agricolo in nero;
  • Mattia (nome falso), il mio migliore amico storico nel paese, che poi è andato a lavorare in un’altra regione e poi la vita s’era messa in mezzo e i contatti erano ridotti appunto alla sola cartolina delle vacanze, che ci spedivamo di base perché sapevamo l’indirizzo di casa l’uno dell’altro.

Insomma, non è che sono uno di quelli delle cartoline, ecco. Come tutti quelli con il trip dell’artista ho fatto cartoline anche io a un certo punto della vita. Andavo in vacanza e creavo cartoline con carta da acquerello e certi collage deliranti o drip d’inchiostro e vinavil su cui mia madre pronunciò le parole orgogliose di chi è contento che il figlio abbia deciso di dedicare la propria vita all’espressione, qualcosa come “guarda che se andavi nel negozio te ne davano una a 40 centesimi”.
La cartolina di cui mi parlava, comunque, non era di nessuno dei tre sopra. Veniva da un gruppo, era una foto del gruppo e dietro c’era scritto “Ciao Francesco grazie mille per averci aiutato”, con dei punti esclamativi o qualcosa così. In pratica c’era questo gruppo che si chiamava Three In One Gentleman Suit, emiliano se non erro, di cui avevo scritto una recensione o due. Se n’erano andati in tour in Europa e poi avevano spedito delle cartoline per ringraziare qualcuno di quelli che avevano parlato del disco. La cartolina era firmata anche da Tiziano che credo fosse in giro con loro.

Prendete dieci persone che scrivono recensioni di dischi, a caso, e chiedete loro perché lo fanno: nessuno di loro vi darà una risposta lontanamente convincente. Organizzare concerti lo si fa per un motivo, trovar date ai gruppi, ascoltare la musica, eccetera. Qualcuno sta dentro al giro, qualcuno no. Io non ho mai avuto l’occasione di conoscere i TIOGS, li ho visti suonare qualche volta e sono stati bravi, i loro dischi sono sempre molto belli se vi piace quel genere lì, e questo è quanto. Non credo che loro sappiano davvero chi sono. È una relazione non-complicata, diciamo: consiste in me che compro la loro musica quando mi capita di averla davanti e in loro che una singola volta si sono tirati giù il mio nome/indirizzo, hanno affrancato una cartolina e l’hanno spedita. Forse in questa cosa non c’è tutto ‘sto calore, ma è l’unica cartolina che ho mai ricevuto da un gruppo e in qualche modo malato mi ricorderò sempre dei TIOGS per questa cosa.

L’altro giorno ho ritrovato il digipack di un loro disco del 2005 e l’ho rimesso sul piatto, è ancora molto bello, niente che abbia cambiato il corso degli eventi ma un bellissimo ascolto. La cartolina sarà finita in una pila di carte e avrà preso fuoco a un certo punto della mia vita. Il nuovo disco dei TIOGS è stato annunciato un paio di giorni fa, uscirà per To Lose La Track e Upupa. Il primo pezzo sembra abbastanza una bomba.

una per Karen Carpenter che avrebbe compiuto 65 anni oggi

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We’ve only just begun è ancora il pezzo più spaventoso che conosco. Letteralmente. Ogni volta che parte non riesco a smettere di tremare. Risveglia in me qualcosa di abominevole, mostruoso, che mi terrorizza e attrae in parti uguali; la torsione è irresistibile, il carico insopportabile. Così è stato fin dal primo istante, così sarà sempre. Da bambino avevo paura del buio, non riuscivo a dormire senza una lampadina accesa in camera da letto; niente, in confronto alle reazioni che We’ve only just begun da sempre mi provoca.
Non saprei spiegare perché, probabilmente nemmeno c’è un perché. A ognuno i suoi punti nevralgici, nervi scoperti che basta sfiorare per finire in pezzi, sgretolato. Incarnazioni di orrori ancestrali al cui confronto Kafka diventa un comico da avanspettacolo e la prosa di Lovecraft il manuale di istruzioni per un frullatore che anche l’ultimo dei dementi saprebbe azionare. Mine per il subconscio dall’effetto immediato. In questo caso, la combinazione testo-musica-voce è per me un’arma di distruzione di massa, un attentato al sistema nervoso. Una tortura a cui non riesco a smettere di sottrarmi.

I Carpenters sono una certezza nella mia vita. Una certezza più solida di molte altre. Posso trovarmi ovunque nel mondo, in qualsiasi situazione o stato mentale, una raccolta dei Carpenters la porto sempre dietro; non si sa mai. Ciclicamente avverto il bisogno fisico di melassa che mandi in pappa il cervello, ritornelli da lobotomia frontale, melodie da sala d’attesa, arrangiamenti che seccherebbero all’istante un diabetico, malinconie da domenica pomeriggio, vuoto pneumatico dove basta una crepa perché tutta l’oscurità del cosmo mi piombi sulla schiena, sul torso, tutta in una volta tutta insieme; quando succede, non devo esserne sprovvisto. I Carpenters non riconoscono maestri, né epigoni, né rivali: hanno annichilito tutti, fin dalla prima ripresa, senza possibilità di appello, per sempre. Paul Simon? Un teppista. Brian Wilson? Un barbone. I Beatles di Love me do? Serial killer in libera uscita. Phil Spector? Un punk. I dischi un indecifrabile mistero destinato a rimanere tale. La loro esistenza terrena, stesso discorso. Richard la mente, Karen lo strumento: le sue corde vocali, la spada dell’angelo sterminatore. La morte per consunzione il contrappasso definitivo, il più brutale; forse l’unico possibile. Avrebbe compiuto sessantacinque anni oggi.

Pikkio Music Awards 2k14 (parte 3)

L’intro è nella prima parte e i premi minori nella seconda leggetevele se volete capire il 2k14 in musica!!!

E ora ecco i  Pikkio Music Awards presentano i DISCHI DIO DELL’ANNO 2k14 IN ORDINE ALFABETICO ANON !!! perché la classifica è un’illusione del diavolo (i titoli sono cliccabili in quanto full streaming ascoltabili!).

Aphex Twin – Syro

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E’ ovviamente l’unico vero disco DIO.

 

Actress – Ghettoville

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Actress (al secolo Darren Cunningham) venne a Roma l’estate 2k14 per suonare ad un festival, ma poi non si presentò. La colpa fu mia perché lo bloccai sulla metro b per intervistarlo su Ghettoville in quanto DISCO DIO, va bene?
“Ghettoville nasce da un sogno speciale che feci, in questo sogno dopo aver fumato un botto avevo l’illusione di far parte di una certa Voodoo Posse. Ecco il disco parla di Balotelli se fosse povero a Bergamo. No anzi è come se mi rappassi me stesso attorno a me.”
A Darren ma che cazzo stai a di? Nun c’ho capito un cazzo e hai pisciato un live solo per dirmi kuesto? 6 1 grande!!! Tornando a noi Ghettoville è DISCO DIO perché il suo sgrakkio, i suoi rallentati sciolti groove fatti di polvere di mp3, trasportano in menti altrui di gente che popola lo sprawl urbano. La musica e l’ambiente di Ghettoville è quello dello speaker dello smartphone o delle cuffione rotte di sto sfattone mentre si va a prendere uno skrokkio di fango al distributore della metro dietro casa, mentre balla con la sua posse, mentre fa il romantico con la ragazza del ponte, mentre ragiona su se stesso, per poi tornare in mezzo alle enormi catapecchie di foratini e acciaio degli gnomi spacciatori. Così facendo ti fai un viaggio cyberpsychunk 20k0 particolarissimo che mostra cosa c’è sotto l’HD dei grandi agglomerati urbani: un gran casotto di scarti prodotti dal risukkio dell’instikkio; tanto pure loro (gli scarti) finiranno li nel crystal universe 049b. I HAD A SPECIAL DREAM VOODOO POSSE CHRONIC ILLUSION.

D’Angelo and The Vanguard – Black Messiah

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A fine 2k14 è arrivato, risukkiato a stekka nel mese di dicembre, sto disco MAESTOSO così: BAM!, tipo una minkia in faccia!!! D’angelo, eroe del “nu-soul” fine ’90, sbroccò dopo aver creato il riassunto delle canzoni e musica black tramite astrazione del groove in quel MONOLITE di Voodoo. D’altronde chi tocca i monoliti sbrocca sempre, figuriamoci chi li crea! Per nostra fortuna non so come (un mix di incredibile forza di volontà e gente preziosa tipo ?uestlove dei Roots) D’Angelo si è ripreso e incoronandosi giustamente come Black Messiah ci ha donato la sua visione più aperta, meno astratta, ma non meno sorprendente, de LA STORIA (pisello) RIDDIM. Ci stan sempre Sly Stone/Miles Davis/James Brown/Prince/P-Funk e mille altri, ma c’è sopratutto D’Angelo stesso e la sua voglia di riappropiarsi, a sto giro, anche del rock. Ma sopratutto c’è tanta voglia de suonà de cristo, con suoni de cristo re (il suo produttore è uno dei pochi da cui posso sorbirmi i pipponi sull’analogico visto come usa bassi a mitraglia scaturiti da non si sa quale ragionamento malato di D’Angelo e che paiono triplette footwork ma so fatti col classico metodo del nastro dei pacchi regalo), con gente de cristo re, e con pezzi de cristo re. Tutto ciò rende Black Messiah il mio disco TOTAL preferito degli ultimi 10 anni credo. Il che lo fa anche mio disco rock preferito degli ultimi 10 anni. Con buona pace dei vari ripoff total rock che ci sono in giro tipo gli …………………….. (riempite voi i puntini con qualche band di quelle tipo Arcade Fire etc.) Ogni battuta su Nino D’Angelo (e quell’altro comico cretino) verrà punita con violenza inaudita quando meno ve l’aspettate.

Fhloston Paradigm – The Phoenix

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IL disco DIO PHUTURO dell’anno e miglior disco Hyperdub mai fatto (insieme a quelli di Kode9, Burial e DVA). Questo è l’ASTROBLACK 2k14 pari merito con Afrikan Sciences di cui dicevo nel precedente PMA. Sviaggi di arpeggi cyber acidoni, ritmi techno che si scontrano con spazi bass/step come se le macchine volessero liberarsi in jam funk/jazz, tappetoni di pad tra Blade Runner e Ghost In The Shell. Ci sono persino pezzi soul/lirici di future dive pop da spazioporto. Il tutto fluisce perfettamente grazie alla colla del groove (dietro il nome Fhloston Paradigm c’è un king dei beat come King Britt) e al concept dichiaratamente sci-fi: ogni brano nasce come sonorizzazione immaginaria di film di fantascienza amati da King Britt, con vari portali a introdurci in differenti scene. Ecco immaginatevi la tradizione afrofuturista applicata come colonna sonora dei film sci-fi della vostra vita! Vero e proprio NEGROPHUTURO.

Flying Lotus – You’re Dead

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Dopo l’asfalto lo sciolto di Los Angeles, lo spazio tondo di Cosmogramma, e la meditazione interiore di When the Quiet Comes la nostra Lotulla Volante non poteva non esprimersi in un vero instikkio-concept. Ricordiamo come l’anno scorso i Boards Of Canada abbiano tentato l’instikkio tramite antichi rituali egizi. Giusto quindi che Flying Lotus recuperi tradizioni dei propri antichi antenati egizi! Per l’occasione il nostro ha comprato un turbocompressore dell’anima e ci ha buttato dentro tutta la sua esistenza (dall’amata free spjazz fusion agli amati videogiochi, dall’astroblack al dillatude, dallo sgrakkio rap al warpismo) per instikkiarla in una piccola puntina sonora. Quando noi andiamo a ripodurre You’re Dead questa puntina sonora ci esplode in faccia per circa 38 minuti di suoni TURBOBLASTATI in faccia, perennemente ROTEANTI, di esecuzioni live perfettamente morte dentro un’organizzazione da slittamento digitale che esplode con la vitalità di una TURBOBLASTATA in faccia che poi si va a richiudere proprio li dietro la vostra nuca, in una piccola puntina sonora. Quando andiamo a riprodurre You’re Dead questa puntina sonora ci esplode in faccia per circa 38 minuti di suoni TURBOBLASTATI in faccia, perennemente ROTEANTI, di esecuzioni ilvz perfettamente morte dentro un’organizzazione da skrikkiamento digitale che esplode con la vitalità di una TURBOBLASTATA in faccia che poi si va a instikkiare proprio li dietro la vostra nuca, in una piccola puntina sonora. Quando andiamo a riprodurre You’re Dead questa puntina sonora ci esplode in faccia per circa 38 minuti di suoni TURBOBLASTATI in lfacc, perennemente ROTEANTI, di esecuzioni kazz perfettamente morte dentro un’organizzazione da skroitamento zenitale che esplode con la vitalità di una TURBOBLASTATA in faccia che poi si va a riinstikkiare proprio li dietro la vostra nuca, in una puntina sonora.

Golden Retriever – Seer

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Synth modulare, clarinetto basso e lezioni di giovani montagne in just intonation. Ma pure pianoforti monofischi tagliaincollini. Ma anche cani fluffosi che guardano in estasi la valle che devono controllare spandersi attorno a loro, quei cani son dorati. Quel doro dei cani è materia sopraffina con cui il duo americano Golden Retriver ha creato il capolavoro di pura e cristallina eufonia che mancava alla recente generazione VIAGGIO/SVIAGGIO americana, di quelli che “er modulare/er drone”. Pare che infatti in Seer i Golden Retriever siano riusciti, attraverso particolari accorgimenti scientifici al limite dell’esoterico/alchemico, a sintetizzare in musica proprio il doro dei cani dorati. In realtà Seer è semplicemente un disco di psichedelia NaTuRaLiStA e minimalismo americano, per farci scrutare oltre al risukkio ed espandare la nostra mente verso nuovi universi.

Luke Abbott – Wysing Forest

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“Avete mai sentito il suono di una foresta che vive?” Me lo ripeteva sempre Guinnevere, la mia maestra dell’elementari. Noi bimbi tendevamo le orecchie verso la magica foresta che si affacciava fuori la finestra della nostra classe e rispondevamo convinti “si maestra lo stiamo sentendo proprio ora!” e lei “no quelli sono gli uccelli! la sentite la foresta che vive?” e noi ci rimanevamo male perché ‘sto phaNtoMaTico suono proprio non lo sentivamo. Finalmente a 32 anni posso ascoltare questo suono e se volete potrete ascoltarlo anche voi! E’ il suono della musica di questo DISCO DIO che Luke Abbot (druido inglese) ha creato in un ritiro nella Wysing Forest portandosi appresso il suo armamentario di sintetizzatori modulari allacciandoli al suo cervello e alle radici degli alberi per poi cavarne ritmi, melodie e magike armonie. Se il compare (e boss) James Holden aveva creato l’anno scorso (in The Inheritors) il suono dei rituali magici del moderno druido matemago, qui potrete ascoltare il risultato di uno di questi rituali: il rituale della foresta che parla, che lentamente si muove, balla persino, e che fa ovviamente sviaggiare. Wysing Forest ricrea vita di foresta anche in luoghi privi di significative foreste. Ricordo quel momento magico d’una notte di mezza estate, sull’ardeatina: Amphis (reprise) veniva riprodotta dallo scatolo dei suoni avvolgendomi mentre scivolavo nel caldo stagno blu, li in profondità la musica di Luke Abbot era in armonia con i riverberi di luce subacquea dei coleotteri notturni. Lentamente riemersi a galla a pancia in su e mi si rivelarono le stelle sopra di me mentre Wysing Forest sfumava via sentendomi parte del TUTTO. NATURALISMO.

Nastro – Terzo Mondo

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I Nastro sono una delle mie band italiane preferite di sempre, proprio ever and evah 3000. Prima forse avevo dei motivi personali essendo band formata da due artisti, geni della vita, che conosco di persona (Manuel Cascone e Francesco Petricca) e che tanto, a loro insaputa, hanno contribuito alla mia pikkiomania. Ora però con questo disco i Nastro mi si sono instikkiati nella mente come tra i pochissimi ad affrontare e riportare la realtà odierna in musica, in maniera non codificata, estremamente personale, eppure saldamente ancorata a degli archetipi ben riconoscibili (di base tribalità ossessiva ritmica). O vi giuro che per me i Nastro battono i Black Dice sull’argomento asfalto traffic riddim, forse sarà perché hanno fatto il disco più SGRAKKIO SECCO SGRAKKIO TRAKEA che esista. Registrato con un telefonino, pentole e dark energy (e pifferi ed effetti etc.) il Terzo Mondo creato dai Nastro è un trip skrotomaniaco nell’esteso confusionario agglomerato umano/urbano di oggi. Un Terzo Mondo nato nel caos tra Roma (e i suoi trenini arruginiti ancora esistenti) e Latina (e le sue inedite campagne con immigrati che zappano il gombo) che in realtà pur non c’entrando nulla con techno/il clubbing/er cazzo uk è più vicino a Ghettoville di Actress che ad altro, condividendo entrambi un’amore per l’attuale strada che stiamo vivendo. Se in Actress però si sogna in maniera esistenziale nell’odierno sprawl, coi Nastro ci si vive per davvero senza schermi, senza scazzi, anzi partecipando e divertendocisi pure. Cellulari che rimbalzano da una parte all’altra informazioni di un tram affollato, persone che rimbalzano dentro a un camioncino scassato, il min amp portatile di un suonatore rompicojoni, pezzi di cassette di frutta, persone che si urtano perché hanno gli occhi sullo schermo, un motorino, echi di qualche musica truzza, etc. Tutto un globale incastro d’umanità sintetizzato alla perfezione in incastri ritmici, come moderno voodoo concreto delle vite 2k1x underground di tutto il mondo. E poi viene tutto risukkiato nel cesso.

Panoram – Everyone is a Door

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Grazie agli esperimenti del coso che rotea particelle in svizzera si è scoperto che tutti quanti gli esseri umani sono una porta e ogni porta è un mondo. Panoram si è dunque munito della sua famigerata panoramica de gristo (che in musica si traduce in caldi tappeti melodici/sonori di synth super espressivi, e in accorti geometrici funk astrali) per documentare le viste più curiose e poetiche di alcune di queste porte. Il risultato è meraviglioso, dei bozzetti visionari che non superano mai i 3 minuti e mezzo, come un vero e proprio moderno disco di library music (no retromanie, no nostalgie) atto a trasformare le pareti della vostra stanza (o del vostro cortile, o del vostro kuore) in diversi scenari in cui perdersi. Il paragone più vicino potrebbe essere un eventuale raccolta degli skit dei Boards Of Canada, ma Everyone is a Door ha modalità e suoni diversi, c’è un personalità particolare nella trama sonora che risulta sempre lucida scintillante a volte skrokkiante, mai sfocata memoria. Il trucco è che Panoram dosa alla perfezione gli elementi nello spazio sonoro, ma questa perfezione è piena di particolari sfasature spaziali atte a mostrare cosa potrebbe esserci al di la di una certa vista, allargando l’ascolto verso ipotetiche altre porte sonore, in un risukkio continuo verso diverse dimensioni. Praticamente un compatto DISCO DIO per tutti i giorni, ma che può generare altri DISCHI DIO a seconda del vostro grado di attenzione. Un risultato più unico che raro!!! (erano anni che volevo usare quest’espressione)

Theo Parrish – American Intelligence

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Per questo disco la leggenda della Detroit House Theo Parrish ha deciso di chiamare tutta l’intelligence americana e dargli la seguente missione, nome in codice: Tutto Groove. No non è vero, in realtà Theo ha deciso di rappresentare l’intelligenza americana tramite un solo imperativo: Tutto Groove. No è na cazzata. Missione di sta intelligence di due ore (su 2cd) è usare house e techno come strumenti per riassumer tutta la cultura groovosa americana (facciamo che il groove è questo). La stessa black music narrata pure nel disco di D’Angelo, solo che Theo non ci fa le canzoni ma ci si arrovella mente, anima e zervello. I più rompicazzo direbbero “ce se fa le pippe co sti ridmy theo! sto disco nun parte maiii!” io invece che sono piccolo e indifeso dico “no no vi ripeto qui vedi proprio la sfida, a volte sofferta, a volte giocosa, a volte meditativa, dell’uomo nel conquistare il groove del popolo senza imporgli dittature fasulle!!”. Potrei scrivere quindi che Theo costruisce jam con drum machine, sampler, synth in maniera cruda e diretta come certa house di origine chicagoana, ma con uno spirito proprio della techno di Detroit di spingere in avanti ritmi o andare verso giustapposizioni rischiose. Per capirci non è lo spirito techno de ste mongoplettiche ritmiche pestone con due droni preset demmerda che mo i darke der nu-millennium hanno scoperto la techno, non è nemmeno il “futurismo” a buffo (per cui io ho un debole), e nonostante le fisse di Theo per l’analogico/l’old skool non è nemmeno la house retromaniaca “er vinile ahò!” (per quello basta vederlo dietro ai piatti dare anima e corpo per sette ore facendoti godere come non mai). Volendo in certe robe di American Intelligence ci si può vedere persino un’interpretazione particolare della footwork (ovviamente rallentata a battito umano) come spazio caciara ritmica nuovo, da cui titolo del miglior pezzo del 2k14, ma non del disco, facciamo che quello invece è il brodo de polpa di cazzo fica e cervello che corrisponde al nome di Be In Yo Self. tl;dr American Intelligence è DISCO DIO di convogliare e unire recuperando lo spirito progresskrotista della storia del groove.

UOCHI TOKI – IL LIMITE VALICABILE (anteprima)

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Il nuovo disco degli Uochi Toki consta di due dischi, il primo si chiama UN DISCO RAP ed è appunto un disco rap, il secondo si chiama LA FINE DELL’ERA DELLA COMUNICAZIONE e segue il primo. La copertina è del Dr.Pira e il resto credo sia più o meno da scoprire. Esce il 10 marzo per La Tempesta. La traccia che mettiamo in anteprima si chiama Uranum Age Crew, sta dentro UN DISCO RAP e -piuttosto evidentemente- c’è ZonaMC come ospite.

another dead hero

Titolo Dipinto_005

Non sono una persona servile, men che meno con gente che non conosco, che mai ho visto in carne e ossa. Ma esiste un motivo, uno solo, per cui ai Tool sarò grato finché respiro. Il motivo è Ænima. Non per il contenuto (il cervello me l’ha crepato comunque), non per le copertine finte (come sopra, il bello è che l’effetto è sempre lo stesso, come una barzelletta che non smette di fare ridere fino alle lacrime la prima come la cinquecentesima volta che viene raccontata. La mia preferita I Smell Urine, ma è come chiedere a un bambino davanti alla vetrina di una pasticceria quale dolce preferisca), non per i video strani e certo non per l’immagine pubblica che il gruppo proiettava ai tempi, quanto di più indisponente, respingente e genuinamente sgradevole (non in senso Lenny Bruce o GG Allin; sgradevole e basta) fosse umanamente possibile immaginare. La ragione sta tutta nel ritratto – o meglio il particolare di un ritratto, ma questo l’ho scoperto molti anni più tardi – sul retro del libretto, e corrispettiva didascalia a contestualizzare:

BILL HICKS
ANOTHER DEAD HERO

Non sapevo chi fosse Bill Hicks. Al massimo ero arrivato a Dante Hicks: Clerks l’avevo visto da poco. Per anni ho tormentato, sciorinando parola per parola battute o interi dialoghi, amici che non avevano la minima idea di cosa stessi dicendo. Alcuni hanno recepito. Ancora oggi un ricordo esplode all’improvviso, una frase a caso – tipo: Mille volte meglio un fottuto. Un bellissimo, dove non c’è un cazzo – basta a farmi stare bene per giorni. Ma Bill Hicks, ai tempi, ancora no. Relentless il primo contatto, VHS copia di una copia, niente sottotitoli, rimediata chissà dove, chissà come. Non ho capito tutto subito, quel che mi è arrivato è comunque bastato a cambiarmi la vita per sempre. Nel tempo tutto il resto. Mai smesso di ascoltarlo, mai ascoltato abbastanza. Il repertorio potrei mandarlo a memoria. È anche grazie a lui se adesso sono vivo.
Tante volte ho provato a prendere le distanze, a farmela passare. Non era possibile dicesse SEMPRE E SOLO cose giuste. Inutile, non c’era verso. Non c’è verso.
L’ultimo regalo in ordine di acquisizione; era il 2011 quando l’ho visto. Ricordo il periodo, ricordo che ho pianto.

Bill Hicks muore il 26 febbraio 1994. Ænima esce a settembre 1996, non ricordo il giorno preciso. Oggi tutto sommato un buon compromesso.

 

TRE MESI E TORNO (la guida di Bastonate ad un’emigrazione consapevole, episodio #0)

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cromosomi XX : Cosa?! Slovenia??

cromosomi XY : No, amore..Slovacchia! Mi mandano in Slovacchia

XX: Ah! La Cecoslovacchia!

XY: No, amore..cioè Sì, una volta. Poi si son divise, adesso è Slovacchia. Slovacchia!

XX: Eh! Ma dove sta?

XY: Sta in Europa dell’Est! C’hai presente la Polonia, l’Ungheria, la Rep. Ceca appunto. Da quelle  parti lì

XX: Boh, E quand’è che partiresti?

XY: Quando parti, amore, quando parti. Non quando partiresti. Comunque..ehm…lunedì. Parto lunedì.

XX: Lunedì? Lunedì questo!??! Ma.. ma..ma me lo dici così?!? Ma non dovevamo andare al mare a Sabaudia sto weekend?

XY: Amore mio, ma certo che ci andiamo! Passeremo un weekend spettacolare solo io e te, promesso!

XX: Mh! va beh, ma dove vai di preciso?

XY: A Mochovce!

XX: mocozze?

XY: No..Mochovce! ci sta una centrale lì, tocca andare per forza.

XX: Sì, ma quando torni??

XY: Tre mesi, amore. Tre mesi e torno.

 

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tre anni dopo
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In assoluto fra tutti, prima di tutti, più di tutti, e con siderale distacco sugli altri, il vantaggio principale dell’essere un immigrato di merda (da qui in poi IDM) è quello di sentirsi in diritto di potersi lamentare di tutto.

Di tutto. In fondo tu, IDM, sei stato costretto a partire da una nazione corrotta e indebitata, che proprio non punta sui giovani, che stronca l’iniziativa, inasprisce le tasse e nel farlo favorisce l’evasione fiscale, e che t’ha pure aumentato di un euro e mezzo il parcheggio sotto casa. “Basta! Questo è troppo! Me ne vado!”, è quello che l’IDM dice a voce alta per un centinaio di volte, prima di farlo per davvero nel 21% dei casi. Nell’ 80% di questo 21, si va a fare i camerieri o i pittori-attori-cantanti new-post-hardcore  nel sottobosco di Londra o Berlino. Il 10%  va a dar via il culo a Parigi. L’ 8% va in America perché *se una cosa la devi fare, tanto vale farla bene, no?*. Il 2% è a testa giù in Australia a spiegare che i canguri non sono poi così comuni da incontrare  per strada e che  lavorare in una farm è una figata.

Cinquanta coraggiosi IDM, quindi fuori da un qualsiasi dato percentuale, vivono a Nitra, in Slovacchia, vicino alla centrale nucleare di Mochovce, Kalná nad Hronom. Ora, se non hai capito la storia delle percentuali, non rileggerla. Proviamo a vedere se la capisci così:

 

 

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Bene. Noi 50 stiamo fuori percentuale. Nel caso specifico della Slovacchia che ho attorno a me, si è particolarmente avvantaggiati sulla questione “lamentele”. La lingua, per esempio. “Sì” si dice Ano. Lo giuro su dio. (Ok..lo sapevo, tiè: https://translate.google.it/#sk/it/ano). E perciò si sente dappertutto un gran chiacchierare di Ano. E quanto è più urlato, tanta più gioia c’è in giro. Che poi, colloquialmente, gli slovacchi tolgono la “a” davanti all’ano, e quindi  esce un secco NO. In definitiva, si dice no. Perciò quando chiami uno slovacco e risponde no, in realtà sta dicendo . Ma se poi ci parli e sei tu a dire no, loro capiscono che sei straniero, e quindi che in realtà avresti voluto dire no. Il vero no. Ma se invece pensano che sei uno straniero che si adatta al loro ossimoro linguistico, allora capiscono Sì. E se invece che parlare in slovacco si parla in inglese, allora è tutto il contrario di quello di prima.  Mi sa che a sto giro non si capisce niente nemmeno se rifaccio un grafico a torta verde rosso e blu.

Ad ogni modo, IDM + Europa dell’Est = scopare. Lo sanno tutti. Poi lascia perdere che non è vero. Certo, ovvio, qualcuno lo fa. E certo di nuovo, che c’entra, è ovvio che se paghi scopi, ma se paghi scopi dappertutto. Tendenzialmente la donna slovacca è bellissima, non subisce il fascino latino (almeno così m’ha detto Alenka l’altra sera, quando l’ho guardata languido ed impettito accennando una forma di cuore con le dita). Bada all’aspetto fisico fino all’inverosimile, tatua il contorno occhi, indossa unghie finte a forma di Balotelli, ascolta solo musica disco-pop non più vecchia di 13 giorni o Bon Jovi (che è slovacco, e qui è più famoso di papa Francesco), di solito è mamma a 22 anni e 4 mesi, e sa che è illegale aver traccia di peli al di sotto delle ciglia. L’uomo slovacco invece gioca ad hockey e si veste solo se la camicia è a quadri. Ha la barba dell’anno scorso, mangia salsicce che si chiamano klobasa,  va in giro con la Skoda del ‘92, lavora in Repubblica Ceca e della musica non gliene frega un cazzo. In fondo è un hipster inconsapevole. La sua igiene personale è direttamente proporzionale alla distanza che c’è nella sua casa fra la latrina e il bagno, che qui sono in stanze separate e non per forza adiacenti. A volte in casa c’è il bidet. A volte non lo trovi né in bagno né al cesso, ma in un’altra stanza ancora. La casa tipo slovacca è quindi di 60 metri quadri e 12 stanze. Io, per esempio, vivo in una casa che ha il cesso d’oro, questo qua:

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Il bagno è dopo la cucina, e mi lamento perché non ho il bidet. In questa casa  prima ci viveva Versace. Versace è un omosessuale eccentrico che ha partecipato al Grande Fratello slovacco e s’è fatto cacciare perché ha mandato a cacare una duchessa della Bratislava bene. Ora è diventato una sorta di opinionista tv e pronuncia particolarmente male la R. Non ce l’ha moscia, nemmeno milanese. Ce l’ha tipo soffiata. Un po’ come il ti-acca inglese, ma mentre dici la erre. Lascia stare, è difficilissimo. La prima volta che sono entrato in casa, m’ha quasi sputato mentre mi diceva “Ciao TH(r)agazzo Buona seTH(r)a” . L’aveva preparata per tutto il pomeriggio quella frasina. Ed in fin dei conti  gli è uscita anche meglio di come l’avrebbe detta il mio coinquilino sardo, quello che condivide da 3 anni con me il cesso dorato. Tutto il resto della casa è intarsiato di ghirlande e porcellane con  immagini sacre e poster di Andy Warhol, che poi è slovacco pure lui (ok, non proprio lui, ma i suoi genitori sì. Vale lo stesso). In Slovacchia non esiste il concetto di lenzuola e piumone. Esiste semmai il Lenzuolpiumone, un inscindibile connubio che dura la vita, perciò si dorme con coraggio. Ma alla fine manco tanto, in fondo il riscaldamento è gentilmente offerto dal governo slovacco in cambio di due spicci, e funziona a manetta da ottobre ad ottobre, se vuoi. In Slovacchia l’estate dura un giorno e l’inverno è freddo’n’culo. Chi scia è contento. Io mi lamento perché non c’è il mare. Anzi c’è, ma è il nome di un ristorantino di pesce aperto da un calabrese, il cui  nonno ha fatto fortuna lasciando credere ai sovietici che in Italia si stava male perché il pesce migliore ce l’aveva lui. E quindi tutti contenti fino ai giorni nostri. Il Mare chiude il lunedì, il giovedì, e ogni domenica in cui la Reggina gioca in Serie A. Oh, a proposito: del calcio agli slovacchi non gliene frega niente. L’unica vittoria della nazionale da quando il pallone rimbalza è stata contro l’Italia ai mondiali del 2010, ma gli slovacchi questo non lo sanno. Io una volta ho provato a vedere una partita del Nitra: giocava nella Corgon League (che poi è la Serie A, la Corgon è una birra di 12 gradi). Il biglietto costava tre euro e in omaggio ti davano anche un taccuino e una penna con lo stemma del Nitra. Sugli spalti c’eravamo io, il sardo, il custode e la ragazza dell’unico brasiliano in campo, che è stato sostituito ad inizio ripresa . Il Nitra ha perso 2 a 1 contro il Banska Bystrica ma non glien’è fregato un cazzo manco ai giocatori: dopo la partita entrambe le squadre sono andate a vedere la partita di hockey big match della giornata. Io son tornato a casa con la penna.

 

Un buon IDM deve lamentarsi in modo credibile, altrimenti non c’è gusto. E io ci ho pensato. Ho pensato tanto a cosa potesse essere l’archè di bellezza e unicità che mi fa scegliere di stare qui. Per tanto tempo ho pensato fosse l’arancione del semaforo che s’accende anche prima del verde. E quindi tu metti già la prima quando è rosso e sei pronto a partire l’attimo dopo. FIGATA. Ma poi ho scoperto che c’è quasi dappertutto in Europa, quindi non vale. E allora ho pensato che fosse la birra. E ho fatto bene! Qua la birra è veramente buona, sbrillucciocosa, e tanta. La prima sera slovacca, la primissima, siamo andati in un pub: eravamo io, il sardo, e altri tre IDM. Abbiamo ordinato 5 birre. Ho pagato io per fare il brillante, ho tirato fuori 5 euro e la cameriera mi ha dato il resto. 4,75 euro per cinque birre. Effettivamente, su questo, anche il più genuino tra gli IDM avrebbe difficoltà a lamentarsi. Ma la Vera Bellezza in Slovacchia è che non esiste la pubblicità su youtube . Non esiste. Hanno scelto di non metterla o forse non ci hanno mai pensato. Tu ti metti lì, ti ascolti l’intera discografia dei Rolling Stones su youtube compresa di live e rare e nessuno ti consiglia i nuovi Pavesini o la Panda Rally 4×4. Gioia pura.

 

HAVAH/HIS ELECTRO BLUE VOICE, Maple Death e la musica di qui in giro.

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Non sapevo che US Girls (una musicista di nome Meghan Remy che pubblica dischi di surf-pop sbilenco e stracotto, con parti vocali alla Kathleen Hanna) fosse una fotografa eccezionale, o magari questo particolare scatto le è venuto per culo, ma credo di no. Comunque la copertina del disco di cui parlo oggi è sua. La musica che ci sta dentro, invece, viene da qualche decina di gruppi di pregio.

Jonathan Clancy cantava nei Settlefish anche quando erano un gruppo crossover e facevano split CD con i Tenuta (di cui non ricordo niente a parte il titolo, ma il CD devo averlo ancora da qualche parte). Poi ha fondato una band che all’inizio sembrava voler essere “tipo Arcade Fire”, chiamato A Classic Education, che poi s’è evoluto in una delle cose pop più belle che siano mai uscite fuori da questo paese. In parallelo ha iniziato a suonare da solista e s’è chiamato His Clancyness, e con questo nome è riconosciuto tra i grossi del cantautorato della nostra epoca (ok, non tra i grossi grossi, tra i grossi di cui si parla tra la gente con cui parlo io, diciamo; è un concetto fumose). Ora ha messo insieme un’etichetta di nome Maple Death e la prima uscita è uno split tra due gruppi che si chiamano HAVAH e His Electro Blue Voice. HAVAH è un progetto solista allargato di tale Michele Camorani, un forlivese che ha iniziato a suonare che era ancora quindicenne credo, un sacco d’anni fa, e ha messo insieme gruppi che si chiamano Roid e poi La Quiete e Raein, è passato per gruppi come Smart Cops, The Diamond Sea e Contrasto, ha suonato con Chris Leo e un sacco d’altra gente. La sua attuale occupazione, oltre ai gruppi ancora attivi, è uno studio di serigrafia che stampa magliette CD e altro per quasi tutti i gruppi che conosco. His Electro Blue Voice è un gruppo di Como dei cui membri non so assolutamente nulla, e che senza che io l’abbia mai visto dal vivo s’è fatto pubblicare un (bellissimo) disco lungo da Sub Pop. Insomma, anche mettendosi d’impegno è difficile mettere insieme tanta roba figa di queste parti in un solo disco. Immagino non sia questo l’obiettivo, ma

I pezzi di HAVAH sono un altro scattino in avanti rispetto a Durante un assedio: le parti vocali filastrocche biascicate con meno enfasi possibile, ricordano indifferentemente certo industrial/neofolk e i Fuckemos, su chitarre shoegaze distortissime e sempre più stratificate. Cinque canzoni. La sensazione è che in qualche modo HAVAH stia andando incontro ad un destino scritto; un giorno una singola canzone di Michele Camorani diventerà la colonna sonora di qualcosa d’importante e universale.

La metà di His Electro Blue Voice è un MATTONE rumorosissimo di diciannove minuti, base Neu! e altezze Sightings disposte a buttarsi ai limiti del rumore bianco. Detto brevemente, due gruppi eccezionali.

Tutto il disco lo trovate qui. Ho letto cinque minuti fa un pezzo che parlando di Sanremo dice “Posso garantirvi che se mi fate sentire cento pezzi inediti riesco a dirvi quali sono italiani e quali no già dal timbro della chitarra elettrica e dal modo con cui è suonata con un margine di errore pressoché nullo.” Non c’è niente di peggio degli articoli che parlano della musica italiana da esportazione, ma a volte mi scappa: scommetto sedici euro che Havah e HEBV, oltre a qualsiasi altro gruppo citato in questa pagina, sarebbero dentro il margine d’errore di cui sopra, e che se ci mettiamo tutte le cose fighe che ho ascoltato negli ultimi tempi (che di caso in caso riempiono i posti da ballare, vengono trattate nelle riviste prestigiose come casistiche a sé, escono su etichette leader di settore, mettono in piedi dibattiti interessantissimi o in generale sono comunque roba di prima classe), è un margine d’errore tutt’altro che nullo. È un margine d’errore dentro cui può capitare che uno si metta in testa di fondare un’etichetta, telefonare a qualche amico e mettere assieme un paio d’uscite di valore assoluto -la cassetta di Stromboli, cioè Nico dei Buzz Aldrin, la trovate in streaming su Quietus ed è ugualmente figa. È un margine d’errore dentro cui stanno musiche d’ogni tipo, elettronica da ballo per arene grosse o avant rock trattato dalle pubblicazioni più quotate al mondo. Quindi insomma, la musica qua in giro sta benissimo, molto meglio che in passato, molto meglio che in un sacco di altri posti eccetera. Se poi non compriamo i dischi buoni, diciamo che la colpa non è né della nostra razza né di chi li pubblica.

100 canzoni italiane #4: VITA SPERICOLATA

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La sera della finale del Festival, vicino a casa mia suonava Toni Cutrone. Sono rimasto in casa a guardare il Festival, non nutrivo speranze sul fatto che la musica che avrei sentito sarebbe stata più interessante, non ero particolarmente ben preso per commentarlo su twitter (l’ho fatto comunque con gioia); volevo vedere il Festival. Mi piace Sanremo, mi piace la canzone italiana. Non è sempre stato così, ma per la maggior parte della mia vita sono cresciuto col festival e l’ho amato, sono stato dentro alla cosa, giudico le canzoni, compro la compilation, mi faccio la classifica eccetera. Molte sono canzoni brutte o patetiche, molte rappresentano (forse) qualcosa che mi fa schifo, ma suppongo che certe cose che amo io facciano schifo ad altri. Mi dispiace un botto non essere andato a vedere Toni Cutrone, ma non c’è mai stato davvero dubbio.

La vittoria de Il Volo non è andata giù a un botto di persone. Sono persone che vivono attivamente la musica, la respirano in ogni momento della loro vita in questo stream continuo senza pause. Guardano il festival con gli occhi disillusi di chi non ride alle battute dei Pintus e dei Siani perchè conoscono e praticano George Carlin (a controprova, s’incazzano se Siani sfotte i bambini ciccioni); vantano opinioni lapidarie ed elaboratissime in merito ad ogni canzone, sanno comprendere i rimandi dei testi, le parentele degli arrangiamenti, le radici di ogni artista. Probabilmente l’ultimo disco che hanno comprato l’han pagato in sesterzi, ma hanno un’esperienza ed una passione molto superiori alla mia. Alcuni di loro sono troppo post per saper dire cosa ci fanno di preciso davanti allo schermo; altri sono assolutamente persuasi del fatto che le due edizioni Fazio abbiano contribuito in modo attivo alla musica italiana. Altri stanno davanti allo schermo per godere di uno spettacolo trash, non sono disposti a partecipare attivamente all’emotività del singolo pezzo (al limite son disposti a recuperarla quindici o vent’anni dopo), misurano tutto in gradi di peggio e all’una del sabato commentano ve lo meritate Il Volo con l’amaro in bocca. Sono sempre gli altri, a meritarsi Il Volo.

Queste persone, magari non voi ma i vostri fratelli sì, sono straconvinte che esistano due Italie. Una è quella caciarona e invertebrata con cui entrano in contatto saltuariamente, il cosiddetto paese reale, che si rivolta saltuariamente e scende alle urne e vota gentaglia tipo Renga o Il Volo o Matteo Salvini: milioni di persone a cui personalmente toglierei il suffragio domani pomeriggio. Li riconosciamo ad occhio nudo in giro per le strade, sono tatuati come dei maori, hanno la barba incolta e un taglio di capelli da calciatore, guidano SUV bianchi di sottomarca a metano, tentano di scopare possibili modelle anoressiche con un accento romagnolo terrificante, odiano froci negri e ciccioni e se leggono un libro è di Fabio Volo. L’altra Italia è quella di chi resiste e di chi produce cultura attivamente e si mette in gioco in prima persona. Vivono e lavorano per cambiare questo paese, percepiscono come segno di arretratezza il fatto che in Italia non ci siano Netflix e il Primavera Sound, lavorano attivamente per far sì che questa situazione cambi (o almeno avere un accredito per il Primavera spagnolo) e boh, stasera sono qui perché ci sono opinioni da spacciare. Ecco, il festival di Sanremo è utile a dimostrare che questa seconda Italia, in realtà non esiste. È un pezzo di carne attaccato al collo della prima Italia, e la prima Italia è l’unica che c’è; è un sottoinsieme di allineati straconvinti di non esserlo, liberi pensatori che leggono gli stessi libri e guardano le stesse serie TV. Non fanno paura a nessuno perchè non sono organizzati, si riconoscono a vicenda ma si malsopportano e fanno a cazzotti per un tozzo di pane. E quando sono fuori nel mondo sono comunque mediamente gentili, quindi non danno alcun fastidio. Anche io e voi ne facciamo parte, eh.

(probabilmente siete meglio di come vi dipingo, ma se vi chiedessi di mandarmi una vostra foto con in mano un disco originale di Malika Ayane vi prenderei in castagna)

Non è tanto la dittatura dei numeri a squalificare le opinioni degli esperti. Non è la vittoria del Volo o la carriera del Volo da qui in poi o i numeri pazzeschi degli spettatori in questa edizione. Piuttosto, è il fatto che se ci limitiamo al concorso questa edizione è di qualità assolutamente paragonabile a quella del 2014 e (spoiler) del 2016. Non so dire se la vittoria del Volo (il peggior gruppo salito sul palco quest’anno, su questo sono senz’altro d’accordo) sia più utile o dannosa alla Causa della MUSICA, in senso assoluto, di quanto avrebbe potuto esserlo quella di Moreno. La vittoria del Volo mette al sicuro la musica da Sanremo: potete continuare a fare dischi bellissimi e non cagare il festival. Sicuramente è bello pensare alla faccia di chi s’aspettava che il nuovo rap italiano, il fenomeno giovanile italiano di maggior rilievo del decennio in corso, sarebbe andato a Sanremo nel 2015 a fare bruttissimo. Ecco, è bello pensare che questi teorici del cambiamento a cazzo di cane se ne siano tornati a letto con le pive nel sacco. E al contempo è bello pensare che il rap italiano eviterà in blocco, com’è giusto, il momento di autoanalisi e continuerà a concentrarsi sul fare quanti più clic possibile su youtube o sul fare qualcosa di quanto più grande possibile nei contesti ad esso riservati. Questa settimana ho ascoltato cinque bei nuovi dischi italiani e immagino che saranno tutti molto meglio del disco di Annalisa, che contiene la miglior canzone del Festival. Ho visto il concerto di un gruppo che suonava molto più forte di Masini Grignani e NECK, i quali comunque al Festival sono stati più eroici e cazzuti di tutti gli altri e mi hanno segnato dentro e mi hanno spaccato il culo; il mondo non è una realtà televisiva aumentata e non mira particolarmente ad esserlo. Credo che sia un bene.

Vasco Rossi era già stato a Sanremo in un contesto tra il comico e il surreale, con Vado al massimo, l’anno precedente. Poi ci ritornò all’epoca di Bollicine: non so niente della biografia di Vasco Rossi, ma credo che ai tempi ci fosse un briciolo di elettricità nell’aria. Vita spericolata doveva avere un altro testo, una cosa su una ragazza. Poi Vasco Rossi ebbe l’idea di quel testo e la portò a Sanremo. Vita Spericolata è puro Festival: ha un arpeggio malinconico, un’interpretazione sofferta e un ritornello assassino. Per molti è la cosa più rivoluzionaria passata su quel palco nell’ultimo trentennio, io queste cose non ce le riesco a vedere. Gli occhi, invece, quegli occhi erano un film dell’orrore. Credo che ai tempi disturbassero anche più di quanto lo facciano oggi, che lo spettacolo fosse molto più confezionato di oggi e quel ragazzo sconvolto e stazzonato negli abiti rompesse le uova nel paniere molto più di quanto abbiano mai fatto gli altri.

Il concetto di generazione mi sfugge. È diverso a seconda del campo di studio, nella musica indica all’incirca una tendenza quinquennale secondo la quale bisogna essere tristi o felici o elettrici o acustici o digitali, niente di troppo complesso. Vasco Rossi non è mai stato la mia cosa, proprio lo detesto a dire il vero: detesto quel genere di musica lì, quel misto di rock e canzone italiana straconvinto di parlare ai giovani. Nelle parole di mio padre Vasco Rossi ha rovinato un’intera generazione, e credo non sia vero ma come faccio ad esserne sicuro, magari ai tempi potevi farti rovinare la vita da una canzone, o magari semplicemente la musica rovina le vite e lui l’ha fatto con più vite perchè era più popolare. Boh. Mio padre diceva che sarei dovuto diventare ingegnere, che avrei potuto guardare tutti i miei amici dall’alto al basso, e credo che scoprire che non avrei fatto studi d’ingegneria l’abbia ucciso in qualche modo. A guardare indietro sembra che io abbia vissuto la mia vita facendo apposta cose che l’avrebbero fatto incazzare, ma su Vasco Rossi abbiamo la stessa opinione. Per motivi diversi, ok. In Emilia è arrivata prima l’eroina o Vasco Rossi? Difficile a dirsi. Negli anni ottanta le persone morivano di overdose nei cessi pubblici, nelle periferie tutte le famiglie erano toccate dal problema. Vasco Rossi cantava delle canzoni, qualcuno ci sentiva un disagio, qualcuno ci sentiva un idiota, qualcuno ascoltava altro. Poi andò a Sanremo e cantò quella canzone con il male dentro gli occhi e poca coscienza di sè.

Il palco di Sanremo, come spesso si legge, è difficilissimo. Nonostante io appartenga a una categoria di snob decerebrati ho accettato da un pezzo che sia un palco difficile perché è democratico. Quelli che ascoltano la tua canzone sono carpentieri, postini, madri di famiglia che comprano la deluxe edition della Nannini a natale, giornalisti musicali, accademici di prestigio, perdigiorno col cappello a rovescio e anche tutti gli altri. Tutti meritano la musica esattamente quanto la meriti tu, pochi di loro hanno interesse a spulciare Soulseek la settimana successiva. Il loro giudizio è determinato dai quattro minuti che hai a disposizione. Non ha importanza quale sia la tua storia, se i dischi che hai venduto si misurino in unità o milioni, né se sei una bella o una brutta persona. Quello che conta a Sanremo è la canzone che hai portato, la tua capacità di cantarla e il modo in cui stai su quel palco. L’ultima sera vai a finire in una graduatoria che dice quanto hai contato per le persone che erano a casa; non hai modo di costruire consenso, nemmeno i giovanotti dei talent (le canzoni che non piacciono non vanno avanti, puro e semplice). Disprezzo i rocker alternativi che sono andati a Sanremo senza alcun rispetto per la manifestazione, i vari Afterhours che ci andavano a dimostrare politicamente l’esistenza di una minoranza che a Sanremo c’è andata solo a svilire se stessa. I Bluvertigo, i Marlene Kuntz che mandano un comunicato stampa per spiegare che nel loro sistema cognitivo è una cosa punk. I Subsonica ebbero il coraggio di affrontare il palco con la loro canzone migliore. I Perturbazione ci han provato per anni ed erano contenti come delle pasque. Il Volo è più o meno la stessa cosa, ma al contrario: carichi come delle bestie, voci potenti, rock tamarrissimo, epica oltre il livello di guardia. A me fanno vomitare, ma la platea del teatro ha reagito istantaneamente e s’è spellata le mani.

Il resto è contorno, gradevole o sgradevole a seconda dei casi. Disprezzo i comici scrausi di quest’anno, disprezzo le guerre dello share, disprezzavo il tentativo di Fazio di inculcare cultura ad un popolo che segue solo il cambiamento delle ere geologiche, disprezzo le lamentele di chi vorrebbe un festival più internazionale che somigliasse alle decine di video che guardiamo sul tubo, sognando ancora l’America come i migranti e Claudio Cecchetto. Sono cose che funzionano e non funzionano, servono a dare l’idea di un evento che non sia solo canoro. Tiziano Ferro è salito sul palco e ha detto che la musica deve raccontare delle storie.

In ordine di bellezza, il mio Festival 2015: Marco Masini, Annalisa, Grignani, Raf, Nina Zilli, NECK, Nesli, Malika Ayane, Bianca Atzei. Gli altri stanno più in basso. La serata delle cover è stata tra le miglioridel passato recente: Grignani mi ha strappato il cuore dal petto, NECK ha fatto una cosa mostruosa, Masini commovente, Annalisa perfetta, Malika Ayane grandiosa.

Vasco Rossi arrivò bassissimo in classifica, poi iniziò a vendere un sacco. Certe cose funzionano bene in Italia e male a Sanremo. La sua canzone e quel testo bruttissimo diventarono uno strano manifesto che toccava al cuore giovani ribelli e vecchi cantautori bacucchi; le è bastato lasciare il Festival e arrivare nei posti per cui in fondo era stata pensata, gli stadi pieni di fanatici adoranti che la cantano a squarciagola mezzi dilaniati dal Tavernello introdotto abusivamente. Disprezzo queste persone ma una volta Vasco lo vidi pure io. Rimini, tour deGli Spari Sopra, molto pittoresco. Il giorno dopo suonava Ligabue, qualche mio amico si fece la doppietta.