e non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda.

chuk

Sono state consegnate le Targhe Tenco, un premio alla musica di qualità italiana assegnato dal Club Tenco, il tutto sotto l’egida di un cantautore piuttosto skilled, morto suicida dopo essere stato segato a Sanremo (la versione più accreditata). Erano altri tempi. Oggi i tempi sono che vengono consegnate le targhe e il vincitore come miglior album è un (ex) conduttore televisivo di (ex) nome Mikimix, ora rapper a nome Caparezza -quando ha iniziato nel giro era comunemente considerato un sucker, oggi fa dischi più o meno della stessa qualità ma nel giro dei dischi rap che fan parlare di sé ci fa la figura di un artista di talento, per dire della crescita artistica del genere. Ma a parte Mikimix, sul Fatto Quotidiano scrive un articolo molto critico nei confronti del vincitore della Targa Tenco come miglior canzone, i Virginiana Miller di Lettera di San Paolo agli operai:

Rimangono però forti dubbi sul fatto che Lettera di San Paolo agli operai sia la canzone più bella dell’anno: testo abbastanza scontato, dettato didascalico e metafore trite, abusate e sostanzialmente stagnanti.

(random fact) La parola stagnanti mi fa scoppiare dal ridere ogni volta che la sento/leggo perché la associo alla recensione del primo disco dei Mars Volta uscita su Blow Up e firmata da Zingales. “Sbancano per la cazzata del secolo”. Non so se ve la ricordate, e se non ve la ricordate ignorate pure questo capoverso

Dicevo, Paolo Talanca, che firma il pezzo sul Fatto, è laureato in lettere con tesi su Guccini, Gozzano e Montale, e fa parte della giuria del Premio Tenco. Sorvolando sui conflitti d’interesse, stiamo comunque parlando di professionisti e/o gente che ne sa più di me. Ok? Non è nemmeno la prima volta che si lamenta del pezzo dei Virginiana Miller. Sta di fatto che un accademico, tale Simone Marchesi, professore associato di francese e italiano a Princeton, interviene su Rockit in difesa del pezzo. Simone Marchesi, si legge dalla sua bio di Princeton, ha scritto il libro Traccia fantasma. Testi e contesti per le canzoni dei Virginiana Miller (Erasmo, 2005). Sorvolando sui conflitti d’interesse, la sua difesa dei Virginiana Miller mi prende benissimo:

Non è scontato che didascalico, ad esempio, sia meno che un complimento per il testo della canzone. Se didascalico vuol dire in qualche contesto ‘pedante’, questo resta un significato secondo, uno a cui la deriva semantica dell’italiano lo ha avvicinato, ma che non cancella l’appropriatezza etimologica e testamentaria alla situazione del testo. Nel greco della lettera di Timoteo, Paolo è didaskalos ethnon –propriamente, chi insegna ai Gentili. E questo non è lettera morta nel testo della canzone.

Il resto è tutto meglio. Vengo a sapere la cosa dal facebook di un paio di persone estasiate perché il Fatto è stato cazziato. Leggo l’articolo, e le cose, con l’interesse morboso che ho per queste cazzate e quella sensazione (per quanto riguarda i beef musicali la provo tre o quattro volte a decennio) di avere altri cazzi a cui pensare.

Il Club Tenco, i Virginiana Miller, il Fatto Quotidiano, un giornalista con tesi su Guccini Gozzano e Montale, un accademico di Princeton che tra le pubblicazioni ufficiali mette un’analisi dei testi dei VM, commentatori entusiasti. Un film di Cronenberg senza le mutazioni. Questa percezione adulta della musica popolare è una categoria merceologica ricchissima. Quando ero ragazzo e comunista amavo teorizzare che questo genere di discorsi sulla nobiltà artistica del pop si facevano sull’onda della sublimazione del complesso del padrone bianco: non facevamo parte di minoranze, non avevamo svantaggi cognitivi/razziali/economici evidenti e indossavamo il mitra per difendere la reputazione artistica delle canzoncine che ascoltavamo. La maturità mi ha portato a pensarla diversamente, ma neanche così tanto.

Avevo scritto una cosa, qualche giorno fa, per i Creed: quelli che ascoltano musica riescono a percepire la differenza tra un gruppo vero e un gruppo finto, anche senza conoscere le biografie. A volte sbagliano ma in generale no. C’è tutta una sottocultura di generi musicali, soprattutto legati al rock, che vendono a un pubblico di persone che non si fanno domande (sono domande stupide, in fin dei conti) e fatturano soldi sufficienti ad asciugarsi le lacrime. Internet ha sconfitto il mercato discografico ma non il capitalismo: nelle riviste generiche e nei rotocalchi il valore artistico delle band è direttamente proporzionale al numero di persone raggiunte dalla loro musica. Non c’entra, ma un po’ mi serve da salvacondotto. Quest’ansia di nobiltà legata alla canzone italiana, ad ogni livello (avere un premio istituzionalizzato alla qualità, avere articoli contro le scelte della giuria, avere articoli in difesa di questa gente) è la stessa merda istituzionale e di destra che si ciucciano gli ascoltatori di metal orchestrale o quelli che vanno a vedersi Ramazzotti e stanno vicino al mixer per sentirsi le parti di Vinnie Colaiuta.

Giorni fa ho ascoltato l’ultimo disco dei Gerda. C’è stato un periodo in cui pensavo che la musica popolare avesse la stessa dignità del resto, ma è un modo scemo di pensare. Non sono uscito di testa per i Metallica perché li vedevo come il corrispettivo contemporaneo di Manzoni: in effetti li vedevo come l’esatto contrario, e tutto il processo intellettuale è arrivato dopo. Diversi testi romantici e tutta la mentalità degli anni novanta sono impostate sull’assunto di base che la musica sia una sola, che si possa ascoltare tutta, che non esistano barriere. Non è vero. Esistono almeno due musiche: la prima esiste sulla base della convinzione che la musica sia una sola, l’altra esiste in reazione a questo approccio. I Gerda urlano, tanto. Metriche fratturate, chitarre affilatissime, parti vocali allucinate, volumi oltre il sostenibile, sfoghi di violenza eccessivi che ti colgono impreparato. Il revival degli anni novanta lo puoi fare riformando il gruppo o riprendendo un atteggiamento che è andato perduto e che ti porta a cercare il limite dell’ascoltabilità. Ho rimesso il disco dei Gerda in auto, dopo aver letto il pezzo sui Virginiana Miller: dà un’impressione come se il mondo vero ti stia entrando in macchina dal finestrino chiuso. Non è roba per tutti, in effetti non è quasi roba per nessuno: arrogante, violentissimo, estremamente emotivo. Una cosa il cui valore è alla portata di tutti, ma a familiarizzare con la quale si arriva ascoltando musica dozzinale e violenta per anni, cercando roba sempre più sbracata e sconvolta e stando lontano da quelli che si sentono geni. Il disco nuovo dei Gerda (il cui titolo non è Lettera di San Paolo agli operai ma Tua sorella) suona così perché, per un minuscolo sottoinsieme di ascoltatori di musica, è necessario.

Si ascolta qui.

LE 33 MIGLIORI COSE DETTE SU INTERNET NEL 2014

paurina

1) A me il tempo si ferma per un centinaio di giorni qui dentro di me (BabelBot)

2) GNEE gnuu gnu gnii gnuu ESEY [gnu] PLIN [oo] PRSHEE ahhHh piripiripiri ah AH ah A-AA A”A A AA–aaaa fuò fuò fuò

3) BISOGNA ESSERE SE STESSI X AVERE CIò CHE SI VUOLE SCRIVI DELLE COSE CHE X CONTO MIO NN ANNO SENSO A QUESTA VITA COME DICE VASCO ROSSI MA BISOGNA DARGLI UN SENSO VIVI AL MEGLIO SULLA LINEA DEL POPOLO MA NN FARTI MAI CALPESTARE COME LA GRANDE JUVENTUS (Rosario da Modica)

4) comprato ieri. L’ho buttato nel dimenticatoio. Microsoft non mi permette con la scusa della privacy del cazzo di creare una mail (alias) del figlio che non ho mai avuto. Ho 48 anni e il windows 8 non mi permette di scaricare le app più comuni per via di quel cazzo di filtro famiglia che non riesco a togliere. NON acquisterò mai più un Nokia, anzi un nokia !!! (Davide D’amore)

5) intanto voglio esporti una mia operazione
cambierò il mio nome MARCO in PALAZZO ARMATO

6) cmq budapest per me sarà un bel film me lo vedo sabato

a me solo il trailer mi ha fatto ridere in simperia

a me ricorda grande hotel excelsior
di castellano e pipolo
e già questo è un bel punto a suo favore
biagi secondo me in questo momento sta sfrecciando sulle statali venete con la sua cabrio e chioma al vento, ascoltando for an angel di paul van dyk e pensando a quanto è un fottuto ribelle
che poi è la scena iniziale del mio film di prossima produzione: adrenaline city

7) Viviamo in un mondo in cui il Bruno Banani delle mutande paga un atleta del regno di TONGA per fargli cambiare nome e chiamarsi BRUNO BANANI

8) if I eat myself would I become twice as big or disappear completely?

9) ma poi anche questo fanboyismo di ritorno tipo onedirectioners però più adulti e quindi ce lo si può permettere perché sappiamo quello che facciamo, e via a colpi di E COMUNQUE PHIL ANSELMO HA DETTO CHE GLI PIACCIONO I MOCASSINI DI HELLO KITTY CHE GRANDE IN EFFETTI SONO SPLENDIDI

10) tipo hoobastank + xiu xiu + trail of dead + al di meola (Definizione univoca degli Have A Nice Life)

11) lo skrillex dell’ambient (Definizione univoca di Ben Frost)

12) https://vine.co/v/M1JD1HPLHpK

Quella puttana che ti ha creato

è entrato un infermiere mi ha chiesto ma chi è

gli ho detto mio padre su skype

13) grazie a renzi scopriremo di essere in un the sims da 6000 anni

14) l’ambientazione era troppo abstract boh ai tempi mi piacevano più le cose iperrealiste

tipo ieri pensavo che qualcuno dovrebbe scrivere sta tesi di laurea: l’immagine della città e la riflessione sul degrado delle periferie negli albi di cattivik

vi ricordate tipo i dettagli delle strade sporche anni 90 post-burghy

15) porcamadonna ho messo lo zucchero nel pollo

mi sono distratto con Fabio Il Nano

16) Sono storie su: AMORE DELFINI, COMPUTER, RELIGIONE, PESTILENZE, EXTRATERRESTRI, DROGA, TRACCE DI TEMPO PARALLELE, ELISIR DI LUNGA VITA

17) io di zampaglione non mi posso lamentare mi ha offerto un panino da 4 euro

18) sì è vero è na poraccia però mi crea turbamento non so come sbrigliare sta cosa

così:
GRATIS per te il Libro dei fatti in E-Book. Clicca qui per scaricarlo

sto cliccando come un pazzo

19) che bello vedere l’ufficio del re della cina e del bogon perennemente connessi al mio pc (Effetti collaterali di PeerBlock)

20) Seguitemi e diverremo AMICI (@MassimoBoldi)

21) come quest’estate

mi sveglio assonnato la mattina presto per andare a lavoro

mi bruciano gli occhi

prendo il collirio pensando sia collirio mentre in realtà era acido salicilico

me lo metto nell’occhio in grande quantità perchè io non so darmi il collirio e ogni volta ce ne strizzo mezza boccia

A FIRE INSIDE / IN FLAMES

pronto soccorso

mi prendo del coglione da chiunque

22) RISPETTO PER TUTTI PAURA DI NESSUNO (Andrea Cogo su Lottomatica TV, testo di A. Campo)

23) oggi berlusconi ha detto ancora una delle sue frasi polifoniche, invece che cercheremo nuovi giocatori ha detto CERCHEREMO NUOVI ATLETI

HAHAHHA
è proprio un korg polysix

sisi si è sentito proprio un suono flautato sintetico

24) “dimmi i buoni motivi per campare” / “il mio motivo è semplice, Avere un caro cucchiaio nel cuore, Cucchiaio per raccogliere amore”

25) Un consiglio per Balotelli, non ascolti solo Emis Killa ma anche Jovanotti (Marino Bartoletti: dentro la notizia)

26) – guarda anche che grande aldo cazzullo che suona una carota

– ALDO CAZZULLO EVRYWHERE E VABE’ GRAZIE AR CAZZO CE METTE L’ANCIA DI UN CLARINETTO VERO sai quanto costa? tipo 120 euro

– cosa la carota

– l’ancia

– ah 120 euro

– eh tipo forse 123

27) io credo che dentro gli lcd ci sia la segatura

28) MI SONO APPENA MANGIATO UN PEZZO DI TORTA FICCANDOCI TRE CIOCCOLATINI 100% CACAO IN MEZZO E UN CANE SOTTO

29) vorrei organizzare un homeless party coi barboni con solo musica hd mr mitch in un salone ottocentesco

30) BIAGIAVAMO COME VOI BIAGERETE COME ME
queste parole rimasero incise all’entrata del bentegodi

31) stasera ti trovo molto turbo

si sono pronto per morire stanotte

cmq ascolta che ti dico: qui nel sud non ho mai visto uno che vende su annunci con paypal perché è da pavidi
il consiglio è: se sono cifre sopra i cinquecento mettiti in macchina e vattelo a prendere
in ogni caso cerca di ottenere qianti più contatti del venditore
cosi eventualmente lo puoi ARRESTARE
perché in questa società allo sfacelo l’unica forma di tutela è L’ARRESTO

come insegna mosca
arrestare tanto arrestare tutti


Io attualmente sto vendendo un’iPhone 5 e poche ore fa sono stato contattato da una certa “Rebecca Creppy” che era interessata ma che viveva in costa d’Avorio.

32) oggi a lavoro c’era un cliente che fischiettava tutte le canzoni che piacciono a noi: ha fischiettato IL CICLONE.MP3

33) Marco Caizzi scrive:
pazzesco
ooh oh ragààà
aspè no
boh non mi ricordo più

 

Si ringrazia Collettivo Carmine, HD Boyz e Al Damerini per il data mining.

Avanzi di balera

zb

«Ah, ma tu sei quello del liscio». Non che sia capitato mille volte, intendiamoci, ma nelle mie sempre più rare serate mondane in qualche caso mi è capitato di conoscere gente che in effetti mi ha inquadrato così. Nulla di male, anzi me la son proprio cercata, e anche se non mi piace definirmi “quello che ha sdoganato il liscio romagnolo alle platee indie sulle pagine di Blow Up”, devo di nuovo ammettere che sì, un po’ me la sono cercata. E’ accaduto ormai un anno fa, a gennaio 2014, e all’articolo ho lavorato, tra una cosa e l’altra, fin dalla fine del 2012.

Perché l’ho fatto? Per tante e ragioni, non tutte nobili peraltro, ma una di queste – la più basica – è che lo potevo fare, perché sono romagnolo e perché scrivo in un giornale locale, il che mi ha timidamente aperto le porte di un mondo veramente intrigante e completamente alieno alle spire del mondo indie. Al punto che qualche anno fa pensai io stesso di aprire un blog, intitolato “Guida al mondo reale per indie-blogger”. Avevo anche scritto l’articolo d’apertura, in un forum l’ho pure pubblicato, ma insomma la questione era che, se vivi in provincia e devi parlare a un pubblico mediamente over-50, succede che, beh, come posso dire, la musica cambia. In ogni senso.

Parlo di scuole di tango, band quindicenni dalle note biografiche improbabili e dettagliatissime, jazzofili duretti e purissimi, concerti di cameristica all’ora del tè e roba che nel mondo indie semplicemente non esiste, non viene rilevata dai radar ma costituisce una fetta non indifferente del cosmo musicale tutto. In questo universo sconfinato ci sono espressioni di coloritissima nicchia come il liscio romagnolo e tutto il suo indotto, talmente ben congegnato e così intrinseco alla natura stessa della musica da ballo romagnola da venire percepito come un tutt’uno e dare luogo, forse per la prima volta nella storia, alla cosiddetta “industria del  ballo”, ai “divertimentifici” che in Romagna esistono da più di un secolo. Nacque infatti oltre cent’anni fa, a Bellaria, il Capannone Brighi, ovvero la prima balera (la storia della musica da ballo romagnola comincia in realtà molto prima ma per questo si può ordinare un arretrato di Blow Up, fermo restando che fareste meglio a leggervi i libri di Franco Dell’Amore e i saggi di Paola Sobrero sull’argomento).

Non sto a farla lunga, il punto che qui mi interessa approfondire è il legame inscindibile tra la parte musicale del liscio e quella imprenditoriale, e mi interessa perché se della prima – ormai da decenni – non si registra più alcun guizzo vitale significativo, la seconda sta continuando stancamente a protrarsi, con disperati e goffi tentativi di aggiornamento e un pubblico sempre più vecchio e indifferente ai templi del ballo romagnolo, la cui sorte appare segnata e ineluttabile. Qualche dato sulle chiusure delle balere forse lo trovate cercando su internet gli articoli di Ermanno Pasolini sul Resto del Carlino, che fornisce numeri tutti da verificare (specialmente quando parla di migliaia di orchestre attive fino agli anni ’80, forse si tratta di migliaia di iscritti all’Enpals, che prende dentro anche i pianobaristi e i musicisti tutti, per capirci), ma in ogni caso dà un quadro realistico se non altro delle proporzioni della decadenza.

Circa un anno fa feci una piccola indagine sulle balere, su come stavano messe in provincia di Ravenna, e insomma non è che stiano messe tanto bene. Tra le varie cose che son saltate fuori ci sono i locali ibridi, magari con le imitazioni dei California Dream Man il venerdì, la “musica per giovani” il sabato (tipicamente cover band di intramontabili anni ’60, ’70 e ’80), il latino la domenica (quest’ultimo è da intendersi o nel senso della cumbia da balera, deriva finale delle contaminazioni in direzione sudamericana penetrate nel corpo del liscio dalla Musica Solare di Raoul Casadei in avanti, oppure nel senso del reggaeton, quindi della “musica che si balla tutti insieme con le coreografie e la gente, anche i giovani, ci si divertono”) e il martedì sera “il liscio” o “le orchestre” o “i balli tradizionali”, tutti sinonimi della stessa roba, quella che un tempo era la musica da ballo romagnola e al principio dei ’70 diventa il liscio (sul perché del nome esistono alcune storie e teorie che non abbiamo lo spazio per approfondire). Poi ho scoperto che le scuole di ballo di provincia hanno attuato una politica mercantile aggressiva con un doppio esito: da una parte organizzano feste private in casoni e locali affittati e si tengono ovviamente gli introiti degli ingressi togliendo fette di mercato alle balere con attività continuativa (questa per lo meno è l’accusa, mica tanto velata, dei gestori dei locali); dall’altra il proliferare di queste scuole (perché dell’intero indotto del liscio sono l’anello che soffre meno) paradossalmente svuota le piste da ballo perché quelli delle scuole sono più bravi di quelli che un tempo si buttavano in pista con scarsa cognizione ma tanta genuina voglia di saltabeccare e oggi invece si vergognano al cospetto dei ballerini istruiti con le loro dame scosciate e saltellanti. E’ un peccato perché la natura iper-popolare di questi balli (il cui successo è da ascriversi al fatto di essere di coppia e quindi prodromi all’accoppiamento) era la sua forza: per ballare il tango bisogna davvero essere bravi e avere fisici da urlo, mentre la mazurka non seduce veramente nessuno ma almeno la possono ballare tutti. Altra cosa da segnalare, scoperta in un dibattito sulla materia che moderai un lustro fa, è che la gente si incazza ancora su questi argomenti, non vi dico i fiammetti tra il gestore delle balere che si infervorava contro il maestro di ballo e uno contro l’altro discettavano di giri di valzer, giri di merengue, 2 valzer 2 polke una mazurka, tre pezzi di “moderno” (che negli anni ’50 erano boogie e swing, oggi credo sia una qualche mistura latinoide) con un tecnicismo e una foia degni davvero di miglior causa. Che poi non lo so mica se ci siano cause migliori, che qua si parla di migliaia di persone che hanno vissuto di musica per decenni, altro che pugnette. Stupendo poi è stato parlare con l’autoproclamatosi “inventore del lunedì delle badanti” – credo fosse il lunedì -, che è un po’ come il giovedì delle commesse in spiaggia o il lunedì delle parrucchiere, cioè si è creato un nuovo “momento di socializzazione”, subito coperto con un’offerta danzereccia ad hoc, come nella migliore tradizione dell’industria del ballo. Sta di fatto che oggi le donne da balera pare siano per lo più straniere e che comunque un popolo che frequenta questi posti c’è ancora. Poi purtroppo le orchestre faticano, perché un pubblico over 65 è un pubblico che consuma poco, non si può pagare l’orchestra allora si passa al trio (un ritorno alle origini, ma direi che l’intento non è propriamente filologico…), un po’ ci si appoggia alle basi midi, si riesce sempre a sfoderare una cantante sui 45 “con due cosce così” e via andare.

Vi garantisco che, a dispetto di un presente un po’ sciapo, questa “scena” ha vissuto fasti autentici nel passato e anche la musica non era affatto male, per lo meno fino agli anni ’60, quando una nostalgia un po’ finta e cartolinesca ha preso il posto dell’originaria baldanza. Se ascoltate “Un bes in bicicleta” di Secondo Casadei, nell’originale versione anni ’30, sentirete il vinile che gracchia, sentirete lo sprizzo fascista in sottofondo, sentirete lo scoppiettio della pacca sulla chiappa e della bici che finisce nel fosso, ma capirete anche, facilmente, che quella roba era up-to-date, raccontava bene quei tempi (ed era pure, nella fattispecie, un one-step, musica americana insomma). Dopo si è giocato sulla nostalgia, i romagnoli (e non solo loro, chiedete in Veneto e Lombardia) hanno continuato ad apprezzare e a chiedere una musica che rimestava nel suo passato senza peraltro che i suoi protagonisti l’abbiamo mai curato, questo passato, dal punto di vista culturale e filologico. Poi Raoul s’è inventato la Musica Solare dalle assonanze mediterranee, Castellina ha spinto a manetta sul sudamericano, Nicolucci ha tentato con successo (ma senza eredi dal seguito paragonabile) di tornare alla tradizione più verace e alla lunga il liscio è diventato una roba musicalmente indistinta che oggi, tra l’altro, sembra discograficamente dominata dagli emiliani tipo Bagutti (e, per dire, anche un distributore di dischi come settenote è gestito a Toscanella, quindi in Emilia, da Roberto Scaglioni).

Il punto è che, tuttora e nonostante tutto, questo è un mercato interessante sotto il profilo di meccanismi che continuano ad annaspare vitalità, se mi passate l’ossimoro. E poi c’è tutto il mercato delle edizioni, che ha coinvolto miriadi di autori, presunti autori, prestatori di firma, scippatori di melodie e via andare. Quelle robe che una volta che le hai un minimo penetrate, e con loro ti sei addentrato nel cuore vero del popolo che tra un po’ non c’è più, una volta che c’hai sbattuto il naso e sprofondato le meningi, ma come fai ad accontentarti delle insipide, pulciose e autoreferenziali dinamiche del mondo indie?

Questa l’è stôria, burdèl, êtar che ciàcar.

 

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PS: tutta la questione dei nuovi alfieri della riscoperta del liscio, dai Mr Zombie all’Orchestrina di Molti Agevole, dai Sacri Cuori Social Club al Vangelo Secondo Casadei, è altra faccenda, praticamente non imparentabile all’indotto del liscio-mondo, e non è quindi materia che in questa sede andasse presa in esame.

La cena di natale

cdn

C’è tutta una serie di romanzi che lavora su un doppio piano, quello della narrazione e quello della sua mistificazione. Fu André Gide a coniare il termine che racchiude questo tipo di scrittura, parlando di mise en abyme (che prese in prestito dall’araldica, dove al centro di uno stemma figurava il medesimo in miniatura).
Letteralmente sta per “ficcato nell’abisso”.
Me ne vengono in mente tanti: La vera vita di Sebastian Knight di Nabokov; Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino; Icaro Involato di Queneau; Amleto di Shakespeare; Don Chisciotte di Cervantes; Le mille e una notte… ma insomma, per tanti versi pure l’Orlando Furioso e la Divina Commedia.
La pittura ha fatto largo uso di mise en abyme, che in alcuni casi si può chiamare effetto Droste – dalla pubblicità del cacao Droste, sulla cui scatola era presente un’infermiera che teneva su un vassoio una scatola identica a quella reclamizzata – o pittura ricorsiva. Della stessa risma è lo stemma di Agilulfo, il cavaliere inesistente di Calvino, che presenta due tendaggi aperti su di uno stemma recante a sua volta due tendaggi aperti su un altro stemma più piccolo, e così via.
Mi viene in mente il quadro di Velazquez Las meninas o il ritratto dei Coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck.
Ma non capisco perché dovrei mettermi a parlarne quando l’ha già fatto Borges.

“Codesto giuoco di strane ambiguità culmina nella seconda parte; i protagonisti hanno letto la prima, i protagonisti del Don Chisciotte sono, allo stesso tempo, lettori del Don Chisciotte. Qui è inevitabile il ricordo di Shakespeare, il quale include nello scenario di Amleto un altro scenario, dove si rappresenta una tragedia, che è pressappoco la stessa di Amleto; la corrispondenza imperfetta dell’opera principale e della secondaria diminuisce l’efficacia dell’inclusione. […] Qualcosa di simile ha operato il caso nelleMille e una notte. […] È nota la storia che dà origine alla serie: il desolato giuramento del re, che ogni sera si sposa con una vergine che fa decapitare all’alba, e l’ingegnosa trovata di Shahrazad, che lo distrae con racconti, finché sui due hanno girato mille e una notti ed ella gli mostra il figlio nato da lui.

La necessità di finire le mille e una parti obbligò i copisti a interpolazioni d’ogni tipo. Nessuna ci turba quanto quella della notte DCII, magica fra tutte. In quella notte il re ode dalla bocca della regina la propria storia. Ode il principio della storia, che comprende tutte le altre, e anche – in modo mostruoso – se stessa. […] Le invenzioni della filosofia non sono meno fantastiche di quelle dell’arte: Josiah Royce, nel primo volume dell’opera The World and the Individual (1899), ha formulato la seguente: ‘Immaginiamo che una porzione del suolo d’Inghilterra sia stata livellata perfettamente e che in essa un cartografo tracci una mappa d’Inghilterra. L’opera è perfetta; non c’è un particolare del suolo d’Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all’infinito’.”

E conclude nella maniera più perfetta:

“Perché ci inquieta che Don Chisciotte sia lettore del Don Chisciotte e Amleto spettatore dell’Amleto? Credo di aver trovato la causa: tali inversioni suggeriscono che se i caratteri di una finzione possono essere lettori e spettatori, noi, loro lettori o spettatori, possiamo essere fittizi. Nel 1833, Carlyle osservò che la storia universale è un infinito libro sacro che tutti gli uomini scrivono e leggono e cercano di capire, e nel quale sono scritti anch’essi” (Altre Inquisizioni, J.L. Borges, 1960 pp. 50-52).

Eccallà.
Non si tratta di un semplice inganno o di un trompe l’oeil.
Si tratta di una riflessione severa sulla realtà. Sulla realtà della scrittura, la realtà del narrato, la realtà dell’autore, e la realtà della realtà. È un gioco di specchi che non demorde, e costringe a pensare.

Nel racconto di Simone Tempia c’è qualcosa di simile.
Le superfici riflettenti sono tante, una tavola che sembra una stanza degli specchi nelle case degli orrori dei luna park (oald).
Ma la materia riflettente non ha più a che fare con lo slittamento dei piani tra il reale e il racconto, quella commistione di realtà che li caratterizza e li ambigua, ma piuttosto su un’altra questione, che sposta la riflessione (mentale e ottica) su un altro tipo di abisso: quello dell’inenarrabile.
Nel racconto di Simone pare che siano le immagini riflesse a raccontarsi da sole, pare che sia delegato alle superfici specchianti il compito di riesumare una storia, di farlo con matematica precisione, un cucchiaio non ha cuore, di collaborare a ricostruire una cronologia a partire dai frammenti sparsi tra vassoi, lampadari e cristalli.
Una storia che viene respinta agli oggetti, perché inenarrabile dalle persone.

Poi magari è solo un mio viaggio, e Simone è semplicemente un appassionato di argenteria, ma questo (al di là della borghesia, della crisi, del Natale, dell’apparenza, dei gravami famigliari, et cetera) è l’aspetto che più mi è rimasto di questo pranzo di Natale.
Buona visione.

 

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La Cena di Natale è il nuovo racconto di Simone Tempia. Lo si ottiene, come al suo solito, chiedendolo via email all’indirizzo contemporaneoindispensabile@gmail.com.

Il racconto verrà iniziato a distribuire domani.

Se siete di quelli che amano Milano e il contatto fisico, il racconto verrà presentato in Santeria alle 17,30 del 23 dicembre. Se gli portate una chiavetta, ve lo lascia sul momento. La copertina è di Riccardo Guasco. La prefazione al racconto, che avete letto qui sopra, è del nostro Capra. (FF)

I dischi dell’anno di’ signore 2014

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I’ bello di que’ grulli che, arrivati verso fine anno, s’apprestano a fare le classifiche, è che verso i’ cinque di dicembre cominciano a riascoltare – se non a sentire pe’ la prima volta – una cinquantina di dischi. E dopo non se li ricordano nemmeno, che credete. Ma l’è un giochino, una specie di fantacalcio dove la formazione però non conta una sega di nulla, mettiamola così.

Anche i’sottoscritto, che sta scrivendo questa trafila di bischerate spesso fa così. Anzi no, ha fatto così, ma ci arriverò più in qua a spiegarvi ogni cosa. Ora fatemi finire i’ ragionamento, maledetto padre pio.

Dicevo: so’ convinto che questa cosa la facciano in tanti. Uno arriva verso dicembre, ha ascoltato una ventina d’album: di questi, cinque li ha sentiti benino; e forse della cinquina n’ha comprati, se va di lusso, due.

Ma alla fin dell’anno i’ nodo viene ai’ pettine: c’è da fa’ la classifica.

Che ci si mette? Cosa s’è ascoltato pe’ davvero?

I’ disco degli U2 (da leggersi: UDDUE), ancora fermo lì nell’iphone che ancora un m’è riescito di levarlo di culo, maremma stregona, si conta?

Il disco di’ cantante dei Radiohead, quello con l’occhino poco bono, che l’ho scaricato da torrent e l’ho sentito mentre lavavo i’ cane, che si fa… si conta?

L’urtimo di Mannarino, che l’ho sentito ‘n macchina d’un mio amico e m’è presa la voglia di morire e di buttarmi di sotto dai’ finestrino della Panda, ci si mette?

Oppure, vediamo… ah, quello degli Elbow! Ma un’era del 2011? No, è quell’altro, dai… sarà uscito verso marzo, l’hai prestato ai’ tu cugino verso Pasqua, s’è addormentato alla quinta canzone e i’ tu’ zio t’ha detto che s’è risvegliato i’ giorno della festa delle forze armate. Pe’ l’appunto, in quel momento i’ disco lo stava sentendo proprio i’ tu zio, pensando che fosse di Peter Gabriel, che finalmente l’aveva fatta finita con gli aborigeni e s’era rimesso a fare le cosine giuste. Insomma, questo cugino ancora l’è lì che dorme, e un’ è mai arrivato in fondo al cd degli Elbow. Dice che se tutto va bene si ridesta il 24 dicembre: c’ha da fare Baldassarre ni’ presepe vivente.

Insomma, come dicevo di sopra, questo l’è un passatempo abbastanza divertente, e come tale va preso. Ma a coloro che c’hanno l’intenzione d’ascoltare quindici dischi in un giorno, anche mentre stanno sul vaso, solo per il gusto di metterli poi nella classifica, consiglierei  di farlo con sincerità.

C’è stato un periodo in cui ero più scemo d’ora; un periodo in cui mi so’ ritrovato a sentire musica solo perché bisognava fare la classifica prima dell’ultimo dell’anno, sennò l’era buriana. Ora, grazie a Iddio o a quello che c’è lassù, l’ho fatta finita.

Quella che state per leggere, scritta in toscano per contratto come l’introduzione (qui un mi fanno scrivere, se un tiro fori la mi toscanità, capito?), non è tanto la classifica dei dischi che penso siano i più ganzi dell’anno, quanto un elenco de’ titoli che più m’hanno tenuto compagnia durante quest’annata un po’ balorda, un po’ strana. Come questa classifica.

Solo uno di loro l’ho ascoltato oggi, un oggi che ormai l’è già divenuto ieri; ma vi farò presente anche il perché.

Ci tengo anche a dire che non ci sono posizioni: ci potevano essere, ma a me la gerarchia, anche con i giochini, mi è sempre rimasta sulle palle. E infatti, eccovi la decina rigorosamente a cazzo di cane.

Leggetela bene e fatemi risapere se v’è garbata.

SHARON VAN ETTEN – ARE WE THERE:

C’ho sempre avuto un problema con la musica fatta dalle donne. Farei prima a dire che c’ho sempre avuto un problema con le donne, ma sarebbe un discorso troppo lungo e palloso. Quello che mi preme dire è che la Sharon, oltre al fatto che me la tromberei anche vestita, ha fatto un album ch’è davvero bono. Avete presente quando vi succede di mangiare qualcosa che non vi garba, un cibo che di solito mangiate a forza? Ecco, poi vi capita di trovare una signora che ve lo cucina bene, e allora sarà i’ mangiare meglio di tutti; ma solo se lo cucina questa signora, eh. Questo disco l’è un po’ così: pianole e chitarre, ma con le pianole messe come vanno messe; voce un po’ alla Pigei Harvey, che sembra uguale alle altre ma non lo è veramente. Però che canzoni; e come le fa lei, con l’amore che la uccide però un ne può neanche fare a meno, son proprio ganze di brutto.

Ora la smetto, sennò piango.

RICCARDO SINIGALLIA  – PER TUTTI:

Di Riccardo ho scritto anche seriamente (cioè, so’ serio anche ora, ma insomma avete capito) da qualche altra parte, e non mi andrebbe più di tanto d’essere ripetitivo; però un po’ ma mi tocca esserlo. Riccardo c’ha proprio la faccia di uno che all’inizio si vergogna d’andare sul palco ma poi dà le paste a tutti. C’ha il viso di quello che suona con quaranta persone davanti; e di queste ce n’è una che gli chiede di fare la canzone di Sanremo: lui non potrebbe nemmeno, ma non sa dire di no. E allora gliela suona. Uno lo riprende col telefonino, e quando arriva a Sanremo vien fori il filmino che lo sputtana. Riccardo lo accetta perché è un Signore. Questo è: un Signore. Un musicista con du palle così, che aspetta i’ momento giusto pe’ fare l’album con i pezzi giusti, quelli del Festival compresi. Un modo di concepire la musica che ci ricorda alla lontana quello di Battisti. Senza la genialità di Lucio, ma con un cuore e una classe che tutti i nomi della “scuola romana” guardano co’ i’ binocolo. Zampaglione (merda) compreso.

SUN KIL MOON – BENJI:

Allora, qui intanto si parla d’un signore che s’è inventato una delle più grandi canzoni di tutti i tempi. Sì, di tutti i tempi. S’intitola “Katy Song”, e lui la cantava quando ancora l’erano i tempi de’ Red House Painters. A una persona normale sarebbe bastato questo per dire: “Sentito che ciccia, ragazzi? Io chiudo bottega, tanto una canzone così non la rifo nemmeno se m’ammazzan la nonna, la mamma, moglie e la parrucchiera di seguito”. E invece, i’ che fa lui? Continua. I’ rischio di un effetto-pennica non è nemmen tanto lontano; ma poi arriva Benji. Che non è quello che parava i rigori, ma l’ultimo disco di Mark Kozelek, sotto i’nome di Sun Kil Moon, come gli garba intitolarsi da diversi anni.

Qui c’è una canzone, tanto pe’ nominarne una pe’ tutte, che tradotta nella nostra (mia) lingua si chiamerebbe “Guardai i’ film La canzone l’è sempre la stessa”.

Ora: ditemi uno, UNO che abbia fatto un brano così quest’anno. Sì, ve lo dico io: si chiama Mark Kozelek, è ingrassato com’un picchio ma l’è sempre lui. L’è tornato col meglio lavoro fatta da quando si chiama Sun Kil Moon. Vi basta? Forse no, non vi basta. E allora ci metto lì anche questa: quando uno l’è bravo in questo mestiere, un’è importante vivere ogni giornata come se la fosse l’urtima, perché alla fine l’è pure una stronzata. L’importante sarebbe arrivare alla fine d’un giorno a caso pe’ poterlo raccontare. E poi, pe’ forza, saperlo raccontare meglio di quegl’altri.

RYAN ADAMS – S/T:

Grande Ryan Adams, che a momenti si chiama quasi come lo Spinstin canadese. Pensate un po’ che aria di merda tira in Canada. Comunque, un’è Brian, ma Ryan. E Ryan l’è quello bravo. Poi, pe’ carità… se vi piace quell’altro, lo comprendo: ognuno c’ha i sua, di problemi. Tutti ci s’ha le nostre debolezze, e il nostro amico che ha fatto un disco che si chiama come lui ne ha tante, tra cui anche quella di fare troppa tutta insieme. Poi, grazie a qui’ cristone, s’è fermato un pochino; anche perché un se ne poteva più, l’era proprio una gara tra lui e John Frusciante: “Te quanti dischi hai fatto quest’anno?” “Mah, n’ho fatti tre solo questo mese: uno d’elettronica, uno acustico e uno che lo vendon solo dai’ fruttivendolo. C’ha un’arancia in copertina”. Insomma, capite che appena ho visto che questo ragazzaccio gl’avea fatto una cosa nuova, ero già partito a dirne male. E mi son dovuto ricredere, dio bellissimo! Se uno c’avesse bisogno d’un LP semplice diretto, con i pezzi che ci sono e che ti s’attaccano dappertutto, anche su i’ culo, l’avete trovato: è questo qui. Classico come gli americani veri sanno essere. Nulla di epocale se non vi garbano gli americani veri, e cazzi vostri se un vi garbano. Se invece sono di vostro gradimento, ci troverete pane per i vostri dentini.

GRUFF  RHYS – AMERICAN INTERIOR:

“Quando un uomo con lo scopino di’ gabinetto incontra un omo con l’asciugacapelli, quello con lo scopino l’è un omo morto”. È la frase che sembra pronunciare questo gallese rintronato e di fori come i missili, sonato come solo chi è cresciuto in un paese diaccio, umido che c’ha solo i minatori, i Mclusky e Ryan Giggs può essere. Pe’ gli stolti che un lo sapessero, Gruff Rhys l’è i’ cantante dei Super Furry Animals, complesso che sarebbe abbastanza famoso, se un fosse per i’ fatto che poi un se li ricorda mai nessuno.

Questo è il su disco solista, e mi pare sia il quarto che ha fatto; quello prima l’era bello un monte pure quello, ma questo l’è meglio ancora. Anche solo per il motivo di fondo: si tratta appunto d’un concept, una parola difficile e brutta ma che qui ci sta, e parla d’un esploratore gallese che alla fine di’ Settecento andò in America a cercare una tribù di nativi che – così gl’avevan detto – parlava proprio in gallese. Quando arrivò lì, scoprì d’essere stato preso per il culo. Morì poco dopo, un c’aveva nemmeno trent’anni; ma fece in tempo a disegnare una mappa che poi fu usata da quegl’altri due, Lewis & Clark. Il resto guardatelo su wikipedia, perché ora c’è da dire che American Interior l’è davvero ben riuscito, una cosina proprio da applausi. Folk, pop, elettronica, bassa fedeltà e tanta roba à la Elvis Costello è quello che vi troverete. E vi toccherà farvelo garbare, perché è tutto così.

DAMON ALBARN – EVERYDAY ROBOTS:

C’è forse da dire qualcosa di questo bel ragazzo, che se fossi buo ci farei anch’un pensierino, e che ormai l’è uno dei nomi più grossi di tutta la musica Pop(pe)? No, c’è poco da scrivere. Se non che questo l’è un discone, fatto da uno che scrive musica così mangia le caramelle o beve i’ limoncello. La sua l’è una voce sempre più bella e più calda, che a volte ti pare di sentire Ray Davies che si diverte a spippolare le tastierine. Insomma, te sei lì che ascolti Everyday Robots e godi com’un maiale in calore, solo che i’ tu orgasmo dura un po’ più di mezzora, in questo caso facciamo tre quarti d’ora abbondanti. Poi alla fine arriva Brian Eno e sei totalmente ai’ completo. “Adesso ci mancherebbe solo una bella fica”, ti vien da dire. Ma la fica non c’è, e allora diventi finocchio solo pe’ Damon Albarn.

D’ANGELO – BLACK MESSIAH:

Eh eh eh, ora qui casca l’asino! Come fo a ragionare su questo disco? È un bel problema. Sì, l’è un casino perché l’è in giro solo da oggi, con grande stupore e sorpresa di tutti gli amanti di questo Musicista maiuscolo. Niente a che vedere co i’ grandissimo Nino: Un jeans e una maglietta gode già di enorme e meritata fortuna nell’immaginario nazional-popolare. No, parliamo di uno che quasi quindic’anni fa ha cacato fori una cosa di nome Voodoo, una pietra miliare della musica da negri, di cui questo nuovo Black Messiah è diventato l’ufficioso Chinese Democracy. Tutti gl’anni doveva uscire e invece non usciva una sega, al limite era sempre il solito live del ’97 che ti faceva girare i coglioni a elica e basta. Ma menomale l’è uscito, altrimenti c’era chi era di già pronto a andare a cercarlo a casa, benché il ragazzo paia invero un muso di bischero ben poco raccomandabile.

Raccomandabile o no, io oggi è di già la terza volta che lo sento. E vi dirò di più: non c’avevo nemmeno bisogno d’ascoltarlo pe’ sapere che l’avrei messo in classifica. L’era scontato come un rigore pe’ la Juve al novantaduesimo che sarebbe stato il disco Black dell’anno, senza la necessità di sentire gli altri. E appunto, senza i’ bisogno di sentire nemmeno questo. D’Angelo l’è D’Angelo, c’è poco da fare; e come li mescola da Cristo Re lui, il funky, il soul, l’R&B, tutte queste cose black qui, non le mescola nessuno. Mettetevelo ni’ capo.

EDDA – E ADESSO COME MI AMMAZZERAI?:

Edda, sei uno spettacolo. Uno S-P-E-T-T-A-C-O-L-O.  Ni’ mezzo a tanti grullarelli con la chitarrina, te sei la pehora nera, la mosca bianca, i’ cane (di dio) a tre teste. L’hare krishna che tromba come un riccio, il cantautore che non gliene frega un cazzo di essere un cantautore, la rockstar che s’è davvero sbattuta d’ogni cosa, soprattutto del fatto di essere una rock star. Sparito e poi ricomparso più in forma che mai: un discone dietro l’altro, ed eccoci qui al terzo capitolo. A questo giro la musica è davvero diversa. Se il primo l’era acustico e il secondo una cosa intricata, dolorosa e sovrarrangiata, questo l’è i’ su’ album Punk. La voce, la chitarra, i’ basso e la batteria. Basta.

“Tutte le volte che vedo mio padre, esco di casa con la voglia di ammazzare”: principia così, quest’inno alla famiglia spregiudicato e sboccato, scritto e interpretato da uno che è uno de’ pochi veri fenomeni rimasti in un universo tristemente merdoso e inutile. Uno dei pochi che sa pigliare in mano il coltello e che sa come e quanto rigirarlo nella piaga; che parla – ma sopra ogni cosa, canta – la lingua de’ disadattati, perché in fondo anche Edda l’è uno di loro. Uno de’ meglio, se non il meglio di tutti. Non ce la fai a sentirlo sempre, non ce la fai a cantarlo sotto la doccia. Ma quando lo metti e lo fai partire a tutto volume, allora ti chiappa e non ti lascia più andare. Prigionieri per sempre di Stefano, i’ nostro indemoniato preferito.

CLOUD NOTHINGS – HERE AND NOWHERE ELSE:

Allora, ragazzi… lo volete un disco ganzo, che forse piace anche alle fiche, con delle chitarre che suonano come chitarre, che sembra un concentrato di Indie americano come garba a noi e che soprattutto batte i’ferro dall’inizio alla fine, senza mai calare? L’hanno fatto questi ragazzacci, ancora giovini per davvero, di tantissime e alcolicissime speranze, con tante cosine da raccontare, tante melodie da scrivere sopra a muri di watt che nemmeno l’elettricista quando viene a montarvi l’impianto in salotto. Canzoni un po’ da pogare, da risuonare col nostro orange o col nostro marshall preso usato; da cantare a bocca larga, con un po’ di birre in corpo. La musica giusta per aiutarci a dimenticare, come i’ vero rock ‘n roll riesce a fare. Ormai sempre meno, ma queste son le rilucenti e ganziali eccezioni.

GIOVANNI SUCCI – LAMPI PER MACACHI:

C’ho pensato fino all’ultimo secondo, madonna viperotta: che disco ci metto? Un altro italiano no, dai. Ma con tutta la roba bella che c’è proprio un disco di cover vai a pigliare? Ma allora non capisci proprio un cazzo pe’ davvero! Sì, tutto vero, soprattutto è vero che non capisco un cazzo. Ma che ci posso fare? Chi è normale non ha molta fantasia, cantava uno che c’è rimasto sotto dall’81, e qualche volta c’è chi fa una cosa normale e riesce a fartela apparire meno normale di tutte le altre cose che uno aveva pensato fossero anormali. Un lo so se mi son spiegato, ma il concetto è semplice, troppo semplice: Giovanni Succi (quello dei Bachi da Pietra, che se un li conoscete siete proprio de’ ciuchi maremmani) uno che se lo incontri al buio, per la strada, potrebbe farti abbastanza cacare addosso, ha inciso otto canzoni di Paolo Conte. Ora, chi te lo fa fare di rifare Paolo Conte? C’ha provato anche Fiumani, con un disco di cover di cantautori elogiato a destra e a manca ma invero abbastanza ridicolo, dove le canzoni sembrano ricantate dal mi nonno ai be’ tempi della vendemmia. Succi invece fa tutt’altra cosa: non ci mette solo il cuore, lo stomaco, i’ cervello, la mascella, la voce, le dita della mano, le sopracciglia e il cristo redentore, ci mette il talento. Il talento di uno che ha grandi poteri, dai quali derivano grandi responsabilità, come garba ricordarci all’omo ragno. I’ Succi l’è uno che piglia i pezzi dell’Avvocato di Asti e li risputa catramosi e trasfigurati. Sono di fatto otto canzoni di Giovanni Succi scritte da Paolo Conte. Questo mitico incrocio tra Mark Lanegan, Tom Waits  e Ron Perlman ce l’ha fatta: gl’è riuscito di ricantare delle canzoni che non avevano bisogno d’una nobilitazione. Lui è riuscito a farle rivivere, in un coagularsi di suoni e sospiri che son come un grido in una notte bastarda e maiala. Evviva Paolo Conte e a questo giro evviva anche i’ Succi.

Evviva anche i Bachi Da Pietra, visto che ci siamo; perché i mi babbo ha detto che i’ nome lo fa ridere, però son bravi.

 

Un ce la fo ad aggiungere altro. Solo un applauso per chi ce l’ha fatta a leggere fino a qui. Ringrazio i mi amico Francesco che mi chiede sempre di scrivere qualcosa ma io non lo faccio mai. Io volevo solo scrivere due parole su Succi, ma le avevano già scritte loro. Meglio di me. Però Francesco m’ha detto: “fammi i dischi 2014. In toscano”.  E allora, come si dice… du’ piccioni con una fava. E io sono chiaramente la fava. Ciao.

Road to Sanremo 2015 #1 – Amare Satana Amare il Festival Apprezzare Povia Odiare Pasolini di merda

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Sanremo senza una polemica è  come cagare senza una rivista in mano: perciò dovremmo accogliere con favore l’articolo proto-polemico del Fatto Quotidiano, che manco trenta secondi dopo l’annuncio della lista dei partecipanti a 2015 già spargeva il veleno dell’indignazione e della stanchezza di un’Italia migliore, sempre solo potenziale, di fronte all’ennesima, pessima prova della solita Italia, di cui questa selezione fa parte.

Con uno spentissimo stile che cerca di essere brillante senza riuscirci, tipo noi ma pagato, tale Molina ci angoscia facendo la lista dei partecipanti, sottolineando con ironia che lui è ormai vecchio, che però ha l’ipad, poi – nel caso non avessimo colto o avessimo colto ma volessimo ridivertirci – ribadisce che lui è vecchio (ha tipo 45 anni e quindi è detto con ironia moscia e fregnona, non con la cazzutaggine di, metti, un Messner che vecchio in culo com’è scrive un’autobiografia-bomba parlando di spiriti dei monti e nonni altoatesini che davano le sleppe ai ragazzini: ma ne riparleremo nella prossima puntata di LIRBI) e ci rimanda a un suo pezzo credo contro X Factor per sottolineare le distanze che prende da quest’Italia che si inginocchia ai talent show, quest’Italia di Carlo Conti – di Berlusconi, in pratica. Berlusconi, a proposito, arriva qualche riga più tardi, poco dopo l’odiato Vaticano (quello di qualche tempo fa, perché Papa Francesco ha rimesso gli ultimi al centro, ridato la speranza), pretestuosamente citato prima dell’elenco dei partecipanti – tra i quali Manina non salva quasi nessuno, tranne, mi pare, Malika Ayane – che pare un uomo e fa cacare i porci, sia detto questo con l’oggettività dei migliori critici musicali, e che è stata scelta come Musica di Qualità e forse persino De Sinistra per l’unica ragione che Rompe Li Coioni – e Raf. Ma perché?, ma per cosa?, ma stiamo – cioè state – ancora davvero lì col culo in bocca a invocare la Qualità – questo sogno di Qualità del cazzo che, come la febbre gialla, spinge la gente altrettanto di Qualità a formulare deliri e incubi del sonno della ragione, tipo “Un Sanremo con gli Afterhours, un Sanremo coi Marlene” (successe entrambe le cose, a proposito, questo sia detto a loro discapito), oggi potremmo forse spingerci oltre, un Sanremo con Brondi, Dente e Truppi  – ma ci arriveremo, state tranquilli, succederà allo scoccare del Decimo Anno dell’Andata Fuori Moda di questa gente. Io l’ho capito che la televisione è il male, io l’ho capito che loro c’hanno l’angosciosa ed esattissima visione di PPP (anche definita “mania depressiva” dalla scienza moderna), ma per favore BASTA lavorare ai fianchi mamma Rai finché non ceda e non ci consegni un Festival finalmente, totalmente di qualità – un festival, nei loro sogni, dominato dallo spettro del plagiaro Faber. Ma il festival non è quello, il festival non è la farneticazione di chi non s’è mai mosso dallo sparo di Tenco, leggendoci non il grandioso atto festivaliero che era di per sé, ma chi sa quale macchinazione appunto pasoliniana (cioè un omicidio fascista, credo – i fascisti erano i Berlusconi di quando c’erano le ideologie). La verità vera è che il Festival è la consolazione di filosofia, la carezza di febbraio per gli stanchi corpi degli italiani che lavorano, e che la sera non chiedono altro di essere trasportati nella terra delle emozioni sulle note di qualche romanza. Il Festival non è la complessa e cervellotica hipster-music per le masse (non so, Brunori SAS, che aspettiamo però sul palco tra 5 o 6 anni quando sarà passatello a dovere), non è il cantautorato idiota dei piccoli folksinger da Circolo degli Artisti, non è nemmeno, in ultima istanza, il rock scatenato di gentaccia tipo Teatro degli Orrori. Il festival sono i Renga, le Giusy, i Povia e le loro polemiche – sono i pop heroes del momento, e quindi un grande grasso ok ai talent show -, sono i nuovi classici come la Tatangelo (grande Matrona della Canzona con qualche concessione – che le perdoniamo – a un R&B ciociaro, e futura Sora Sposa d’Italia), sono le vecchie scorregge tipo Raf che poi a un certo punto emergono dal regno dei morti e riappaiono sul palco dell’Ariston vecchissimi e con un’aria da Vecchio Saggio ingiustificabile altrove, eppure così esatta lì. Un’edizione del festival, quella 2015, che si preannuncia insomma perfetta. E che l’anno che venga possa portarci tanta serenità e la fine della carta stampata.

DISEGNINI: Liars – Mess

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(da fine 2013, per qualche mese, ho avuto una rubrica su Rumore che consisteva in una recensione disegnata. Saltuariamente le recensioni verranno reimpaginate e ripubblicate qui sopra, assieme a alcune cose inedite. ciao.) 

DEEJAY TIME

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What do you do with your past? When I sit in the van for hours at a time, I walk backward through myself and think about the things that have happened. A word that I despise comes into my thoughts: that word is regret. I hate that one. Regret is an ugly and destructive luxury and it must be avoided at all costs.
(Henry Rollins, Black cofee blues)

Ho cominciato ad ascoltare musica elettronica nel 1991. Un bambino. Smanettando a caso con la manopola della ricezione sulla radiolina di mio padre finisco su Radio Deejay un pomeriggio come altri: la scuola, i compiti, i giochi. Da allora: la musica, la scuola, i compiti, i giochi. Poi la scuola è finita, la musica è rimasta e non è più andata via. Ricordo ancora i primi pezzi a essermi esplosi in faccia, una potenza al cui confronto le rivelazioni diventano scoregge di mosca (ai titoli sarei risalito molti anni più tardi): James Brown is dead, Dominator. Roba olandese cattivissima, ostile, ghignante, in quel periodo andava quell’onda lì. Albertino il demiurgo. Più della voce, robotica ma confidenziale, immediatamente famigliare, da vicino di casa preso bene e un po’ svalvolato, più della selezione musicale (almeno quattro passi avanti agli altri network – quelli che avevo ascoltato io perlomeno), a stamparsi in testa all’istante e per sempre era il quadro generale. Era l’insieme a fare la differenza: un flusso inarrestabile di musica e parole con netta predominanza delle seconde sulla prima, i brani raramente duravano più di due minuti di fila, sommersi da uno strabordante fervore comunicativo senza precedenti e senza successori. A ogni istante tracimava prepotente un lessico tra il gergale (sugli anelli di Saturno, probabilmente) e il compagnone, con inserti cartooneschi pescati dalle più improbabili sorgenti sonore (Gerardo, Mo’ Ritmo, ci ho messo anni a riconoscerlo), smontati, rimontati e ricontestualizzati trasfigurandone il senso originario fino a renderlo irriconoscibile (il “bitch” di Dr. Dre diventato “piàch”, ancora mi si crepa il cervello al ricordo); qualcosa a metà strada tra John Oswald, un televisore imbizzarrito, il campionatore sempre acceso e le teorie di Zygmunt Bauman applicate alla lettera.

Fino a tutto il 1995 non mi sono perso una sola puntata di Deejay Time e Deejay Parade. Ero, per autoproclamazione, un “amico della cassettina”. A conti fatti, ho ascoltato Albertino molto più tempo di quanto abbia speso insieme ai miei genitori e tutti i miei parenti. Poi sono usciti gli ultimi pezzi dance, Jump for joy dei 2 Unlimited, Crying in the rain dei Culture Beat, parte del totale è collassato e ho perso interesse; altri suoni, altre traiettorie, la vita che esige altre colonne sonore, un insieme di cose. Da allora niente più Radio Deejay. Mai sentito l’esigenza di una rievocazione, ignoravo il revival; non ne avevo (non ne ho) bisogno. So da dove vengo e so bene che il mio debito è immenso: grazie ad Albertino (e ai suoi cenobiti Fargetta, Molella, Prezioso) ho scoperto la techno (gli olandesi di cui sopra, tutto l’hoover sound di quegli anni farciti di anfetamine e brutti trip, mirabilmente tradotto con il termine “zanzarismo”; ma pure Green Velvet, erroneamente segnalato come “Underground Goodies”, confondendo il titolo sulla fascetta per l’autore), l’house (I’ll be your friend, Robert Owens; People get up, Double Dee), l’hip hop (i Public Enemy sparati in fronte alle due del pomeriggio, Fight da faida stesso discorso, anni dopo con i Sanguemisto uguale), l’italo-plagiarismo dei Black Box, certo tutta l’eurodance (da Haddaway a Corona, da Moratto a Tony Di Bart), e un sacco di altre cose. Le ricordo tutte, non le ho mai dimenticate.

Chiunque isoli ex-post il Deejay Time a simpatico ciarpame da classifica di Sorrisi e Canzoni (tempi in cui i singoli e le compilation vendevano come il pane), a mero amarcord di quando eravamo tutti più giovani e non ancora usurati dal tempo, contenitore di bei ricordi in quanto tali pilotati dalla nostalgia canaglia di tempi in cui le rate e il triplo mento erano concetti ignoti, pura astrazione, ha la memoria corta o è chiaramente in malafede. Soltanto i sordi, o chi non c’era, ne ignorerebbero la portata. Senza contare la colossale rivoluzione lessicale, semantica, operata con scioltezza tale da far sembrare Marshall McLuhan un barbone.
Non sono tempi a cui guardo con nostalgia, per la semplice ragione che dentro di me non sono mai passati. Non è qualcosa a cui tornare, perché ha sempre fatto parte di me. Ancora troppo presto per organizzare il proprio sgargiante declino, ma non abbastanza da non averne un’idea.

MANCARONE – Mango morto

Courtesy of fotomontaggifattimale listato a lutto

Courtesy of fotomontaggifattimale listato a lutto

IL COCCODRILLO potrebbe essere stato il titolo di una canzone di Mango. Bè, o forse più di Zero: ma mentre al secondo è dedicata una mostra a Roma (i muri della Capitale sono tappezzati di manifesti a questo riguardo, e uno pensa subito agli attacchini, di certo facenti parte di una lobby riconducibile ai Casamonica e finanziata dalla politica cioè da NOI a cui poi non rimangono i soldi per i dischi originali ZeroSettanta e così li compriamo dai marocchini andando ad alimentare lo stesso mercato nero, in a maddening loop: Mafia Capitale SIAMO NOI), il primo è morto eroicamente stanotte, ieri sera, insomma quand’era, ma in un caso come nell’altro, lo ha fatto per un malore sul palco, su uno squallido palco di provincia, come succede ai piccoli grandi uomini, ai Morphine, o ai personaggi che potrebbero popolare gli incubi di uno sceneggiatore di cinema italiano.

Cerchi MANGO su Google e oltre alla brutta notizia e al frutto escono le foto dei Minghi, dei Rafs, delle Miette, di tutto quel sottobosco (mondo di mezzo) di pop italiano di qualità che dopo aver assaggiato lo STARDOM prima delle nostre nascite – a chi voglio darla a bere? Diciamo quando eravamo alle elementari – ha iniziato a battere i circuiti della provincia, sparendo alle nostre viste e riemergendo solo in occasione dei Sanremi, momenti liminari in cui i mondi dei vivi e dei morti (chi i vivi? Chi i morti?) entrano in contatto e la caccia selvaggia di Wotan (che immaginiamo con le fattezze di una Milva) cavalca mietendo dischi d’oro.
MANGO ti ho conosciuto sulle compile di Sanremo di mio padre, e da qualcuna di Festivalbar, e un po’ dalla tv, e MANGO non so perché mi è rimasto impresso che un tuo disco suonava in un calzolaio di Via della Lungaretta quando ancora c’erano le BOTTEGHE e non i negozi dei cinesi demmerda. MANGO avevi appena compiuto gli anni e non ci sei più e io non so come farò a mettermi a fare l’albero tra poco (“Non poteva morì Gino Paoli?”, dice mia moglie, scarmigliata, mentre scrivo). Il tuo corpo non c’è più, la tua anima ci sarà per sempre.
La nostra passione fluviale passò 
e i ponti intontiti lasciò 
Giulietta veronese 
treccina livornese 
Le nostre abitudini al di sopra di noi 
rivivono insieme così 
che le si vede spesso andare a spasso insieme 
La mia maniera con il modo tuo di fare cammina 
un guizzo muscolare e un battito di cuore vicini
(Giuseppe Mango, 1954-2014)

una per Dimebag Darrell, a dieci anni dalla morte

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Non sono mai salito su un palco con un gruppo, e suppongo che se l’avessi fatto il mio gruppo sarebbe stato accacì o metal o tutte e due -non per questioni legate a chissà che, è solo che quella era la musica che ascoltavo nell’età in cui si decide se formare un gruppo oppure no. Per uno che ha diciassette o diciotto anni e la fissa della musica violenta, gli stadi evolutivi di un gruppo sono più o meno

1 metti insieme il gruppo e suoni una data all’anno al concerto del liceo, sul palco fai meno pose possibile, sotto al palco la gente non capisce o non approva, trenta minuti dopo stacchi

2 metti insieme un pubblico ricettivo alla casa del popolo o in non so che birreria, due volte l’anno, un tuo amico fa i cori in un pezzo che conosce, suoni ad altezza pavimento e ti diverti;

3 inizi a girare per uno squat e a suonarci dentro, poi fai lo squat a venticinque chilometri dal tuo e nel giro di due anni hai tirato sei o sette date con i volantini e tutto -nei volantini c’è scritto qualcosa di fantasioso per indicare il genere che suoni e la città da cui vieni: emoviolence post-hegeliano da Cesena. Il chitarrista suona ancora a gambe larghe ma la gente sta menandosi abbastanza sotto al palco, quando ce n’è uno.

4 organizzi un tour europeo in posti di varia natura, il tuo disco è recensito in giro per le riviste e le fanze, le ragazze ti cagano, la gente ai concerti si mena, alcuni ragazzini salgono sul palco e si buttano sugli altri venendo presi nel 70% dei casi;

5 firmi con una major e tutte le cose vanno bene, sotto il tuo palco sono in tremila, paghi una persona per le luci e altre cinque per non toccare le chitarre, eccetera.

Le situazioni 1 e 2 sono tristi ma tranquille, nel senso, il peggio che può succederti è che arrivi qualcuno a dirti che stai suonando troppo forte o troppo male e ti stacchi la spina. Le situazioni 3 e 4 sono concerti a rischio: arriva il simpaticone che ti salta addosso e ti spacca le corde della chitarra mentre sei lì concentrato a suonare e tu abbozzi, sorridi perchè la cosa è rock’n’roll e soffochi la reazione istintiva di prenderlo per il collo e sfondargli la testa contro il muro del posto. La situazione 5 è salvaguardata per via dei numeri: perquisa all’ingresso, quattro ceffi nei due metri tra il palco e le transenne, tutto calcolato e affidato ai professionisti.

Cammino. Sono passi rapidi. Il suono dei Pantera mi asciuga il sudore. Mi piace perché ha una punta di fastidio. È definito ma grezzo, potente, pieno di figa concreta e cazzi arrabbiati. Mi riconosco nell’attitudine nerboruta di quel suono contro società, pancia gonfia e merda griffata. (Volevo scrivere proprio nerboruta, davvero). Contro routine e Mtv, contro l’alienazione da monolocale con la tv accesa. Contro il rumore bianco intorno a un pacco di lattine di birra.

Non mi tatuerei mai il sole stilizzato di Jovanotti io, né seguirei mai il concertone democristiano del Primo Maggio, per dire. Me ne sbatto il cazzo, i Pantera anche, se fossero al mio posto. Tutto molto semplice. Riconoscersi nell’attitudine di un suono. Potrei invecchiarci insieme, ascoltarlo quando inizieranno le rivolte.

Urlavo “there is nothing” mentre pisciavo su quella scritta che dava del fascista a Henry Rollins. Ti guardo negli occhi quando racconto questa scena, quello che avviene dopo, e dopo ancora. Phil Anselmo, il microfono impugnato a due mani.

There would not be a choice but to take our side / Be there no question of certain strengths / Know this intention / Forever stronger than all”.

Un attimo dopo è di schiena al pubblico, gonfia il gran dorsale, poi si volta nuovamente, il sole ha la faccia cattiva e la scritta UNSCARRED.

I video amatoriali delle esecuzioni, le riprese delle telecamere a circuito chiuso che filmano involontariamente dei drive-by shooting o i pestaggi della polizia, sono un format televisivo a sé. Hanno qualcosa di pornografico, non necessariamente l’eccitazione; per altri versi sono telenovele, camera fissa e luci improbabili; l’unico selling point è che si tratta di roba successa. I film found footage (quelli tipo Blair Witch Project) fanno quasi sempre schifo, invece: si salva Diary of the Dead e gli altri manco me li ricordo.

Molti giornalisti miei coetanei non riescono a definire la sensibilità di un uomo erculeo, coi tatuaggi pesanti, che urla la tua vita seminudo. Uno come Henry Rollins per esempio, o uno come Phil Anselmo, che è anche morto, per qualche secondo (pere di coca o robe così, non ricordo al momento). Suicide note parte 1 e parte 2 dovrebbero essere nate da questa, uhm, esperienza. Quella che porta allo scazzo pesante tra lui, Darrell e il fratello Vinnie. Quella che apre la crepa nel gruppo. Da una parte c’è chi vuole prima di tutto suonare e a culo tutto il resto, dall’altra c’è chi si fa di merda e finisce per diventare un pezzo di essa.

Quando rientro nel pogo fisso Dimebag. Sta suonando tutto e lo fa con una facilità disarmante. Si diverte, lo vedi che si diverte, la Dean gli pompa il sangue, dal cervello alla punta dei piedi, dal cuore alla punta del cazzo. Questa è la vita, ce lo sta dicendo con le mani. Nessuno di noi può capire fino in fondo. Percepiamo. Sei vicino alla libertà quando non riescono a inquadrare il tuo mondo.

Ho un problema con le situazioni a rischio ai concerti. Nei vent’anni mi ci buttavo, un po’ per sentirmici parte un po’ perchè erano una figata in sè. Diciamo che ci ho messo poco ad abituarmi alle situazioni di sicurezza. Vai a un concerto e ti fai indietro perchè quella sera non hai cazzi di prenderti una gomitata sul viso. Quando sei sotto al palco può capitare ogni cosa: una ragazza ti indica, il suo fidanzato ti corre incontro e ti accusa di averla toccata tra le cosce, tu gli ridi in faccia, lui ti chiede se lo stai prendendo per il culo e prima che tu possa spiegare che sei qua per vedere un gruppo e hai pagato dei soldi per vederlo, ti arriva un manrovescio in faccia. Altri alzano i gomiti così per far male, altri stanno in mezzo a fare le crocerossine e vedere se qualcuno intorno a loro collassa. Una specie di sistema sociale basato su una certa precarietà strutturata: stai in mezzo perchè la volta prima non ti hanno fratturato nulla, sai più o meno come tenere i piedi quando arriva l’onda di quelli che spingono da dietro, e via di questo passo. La prima volta che stai in fondo al locale e nessuno ti tocca e riesci a veder bene cosa succede sopra il palco, ti senti un fighetto. la seconda volta ti senti bene, e poi non smetti.

Molti giornalisti miei coetanei mandano ancora messaggi con parole molle alle loro pupe. Cercano di mantenersi in forma, ma sbagliano movimento, in entrambi i casi. Con gli addominali bisogna scendere lentamente e comprimere sempre l’addome. Stessa cosa con le parole. Loro sbagliano e strizzano l’occhio. Fanno massa, sono grossi ma non hanno stile, non hanno definizione. I versi che fanno non servono, restano addominali modello caserma. Sono rinchiusi dentro un recinto, vivere profumati e risolti non li salverà.

Suppongo che valga anche per chi suona: a una certa non hai più voglia di situazioni ai limiti dell’illegale. Fuochi d’artificio in posti chiusi, pogo selvaggio, niente transenne: il cazzo. Prendi le tue precauzioni e tanti saluti. Diventi grosso, paghi la security, reagisci male se qualcuno supera i buttafuori e sale sul palco mentre fai l’assolo: sei lì a far girare l’economia, gli altri sono lì a vederti suonare, la notte prima eri sveglio alle due a mille chilometri da qui. Ha tutto un suo senso preciso.

Dimebag Darrell sta ringraziando a modo suo. Ha lanciato birre durante il concerto. Adesso sta strizzando la chitarra e lanciando i suoi plettri. È famoso per essere un tipo generoso, Darrell. C’è un fatto che ho letto in un suo libro autobiografico (non ricordo il titolo esatto, l’ho prestato ad un amico più di un anno fa). Dopo una clinic si siede per firmare autografi su foto, braccia, dischi, tette e così via. Un ragazzino è lì con il padre, anche lui vuole la sua firma. Quando è davanti a Darrell, gli chiede quanto costa la sua chitarra. Darrell gli autografa qualcosa, chiede al padre come se la passa, poi gli dice di attendere la fine dello spollo. Una volta andati via fan e giornalisti, il ragazzino si vede piombare sulle proprie mani una Dimebag Darrell Signature.

Alcuni miei coetanei hanno ancora i biglietti dei concerti incorniciati e appesi alla parete dei ricordi. Io non ho niente del genere. Di appeso c’è questa esistenza, e mi basta. I miei biglietti dei concerti sono dove li ho lasciati, lì dove ho finito di stringerli. In mezzo a un libro inutile, a casa di una mia ex, in macchina, o in un giacchetto di pelle che non metto più. “Il tempo e i ricordi si perdono una volta sola”.

Ai tempi le voci correvano al punto da rendere plausibile una specie di telenovela secondo cui un tizio era salito sul palco, aveva accusato Darrell di aver sciolto i Pantera e di aver lasciato Phil Anselmo senza i soldi per la droga, e poi avesse fatto fuoco. Pare che in realtà le cose siano andate più veloce di così. Probabilmente “Dimebag” Darrell Abbott non ha fatto in tempo a rendersene conto: avevano riempito il posto, erano saliti sul palco e si erano messi a suonare. Il video l’ho visto ma è confuso: magari ha visto il tizio che saliva sul palco e ha pensato qualcosa come “arriva un rompicoglioni e non ho manco finito di suonare la prima”. Il tizio si chiama Nathan Gale, estrae una Beretta e gli spara tre colpi.

Oggi sono dieci anni dalla scomparsa, assurda, di un musicista geniale. Ho da poco rimesso a posto un suo plettro, preso durante un concerto a Milano, e ogni volta sto lì a farmi il pippone da ex-metallaro nostalgico: il mio pugno chiuso con dentro il plettro e gli anfibi di non so chi sopra il mio pugno; io che mi alzo di scatto dal dolore, elastico, e guardo quel coglione davanti a me; io che sto per dargli una manata in faccia; io che mi sento chiamare; un amico che mi dice di andare: “il concerto è finito”. Io che apro il pugno, io che guardo il plettro e mi prende benone, io che mi volto ancora verso il palco: Dimebag non c’è più, ma “forever stronger than all, stronger than all”.

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corsivi: Daniele Piovino
stampatelli: Francesco Farabegoli