100 canzoni italiane #2: PITAGORA

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Ho sempre pensato che anthem significasse inno, per via dell’espressione national anthem. Oggi, consultando la wikipedia inglese, scopro che è anche a specific form of Anglican church music (in music theory and religious contexts). Forse non cambia niente. Non lo so. Diciamo che inno va bene. Se leggevi le recensioni dei dischi punks negli anni in cui le leggevo io, si parlava anthem una recensione su due. Una volta lessi anche innodico, voglio dire. Molti gruppi punk cercavano consapevolmente di fare musica che suonasse memorabile nell’immediato, ma non erano poi molti a cercare consapevolmente l’inno, la canzone da cantare a squarciagola quando sei ubriaco. L’inno stesso, inteso come idea nazionalista di unione solidale tra tutti i cittadini sotto il segno di una canzoncina, è più o meno l’esatto opposto di quello che i gruppi schierati predicavano, o almeno di quello che capivo io. Poco importa, nelle fanze li chiamavano comunque anthem: forse i primi a tirar fuori la parola volevano solo suonare un po’ più oi! di quello che erano in realtà. Poi era diventata una prassi fastidiosa.

Io comunque non sono mai stato un punk. Mi ci sono spesso definito, ma a conti fatti l’ho solo bazzicato un pochino da fuori, e so per certo che non fa per me. Ho visto concerti, comprato dischi e scritto per qualche fanza e questa più o meno è tutta la mia militanza: mai dato fuoco a un cazzo di niente, mai occupato uno stabile, mai preso una manganellata da un poliziotto in vita mia. Tutte le manifestazioni a cui ho partecipato erano grossomodo sponsorizzate da movimenti politici per i quali oggi ho nel migliore dei casi una blanda simpatia. Da un punto di vista puramente logico quello che facevo con quella musica mi identificava come una figura tra le più dannose di quel sistema: prendi un’auto, vai a sentire un gruppo in un posto occupato, paghi quel che c’è da pagare, torni a casa senza fare casino, e poi? L’accettazione di tutte le regole di base, ivi compresa la buona creanza, è il modo più onesto di tener spento il cervello mentre ti urlano in faccia di reagire. È complicato.

A un certo punto, per evitare questa cosa della gente che arrivava per godersi la musica senza cazzi, i cantanti di qualche gruppo iniziarono a tirare proclami dal palco, riflessioni stentate di stampo perlopiù anarchico/socialista. I proclami funzionarono abbastanza bene, fecero presa su qualcuno del pubblico che iniziò a farli col proprio gruppo. Così aumentarono di numero e frequenza, mossero le nostre coscienze e ci ispirarono a pensare con la nostra testa, cioè a scegliere a quale sottocultura dovessimo aderire. Come per le elezioni. Dopo un po’ a dire il vero era diventata una specie di barzelletta: finiva il pezzo e il cantante attaccava il pippone, che ne sapesse o no. Non so dove sia iniziata la cosa, ma a un certo punto qualcuno urlò per la prima volta la parola “SONA” dal pubblico. Si può ipotizzare che la gente a quel concerto sia morta dal ridere; qualche tempo dopo se qualcuno s’azzardava a dire due parole al microfono, qualcuno urlava SONA in romanesco. Era diventata una gag insopportabile a Bologna, non riesco nemmeno a immaginare quanto la menassero a Roma. Mi sto perdendo: tutta questa pippa è solo per dire che il punk può essere diviso in diverse epoche storiche sulla base della presenza di pipponi sul palco e della reazione di massima del pubblico agli stessi. Secondo questa categorizzazione ho vissuto tre periodi del punk italiano: 1 anthem, 2 anthem+pippone, 3 anthem+pippone+SONA+anthem. Ora ho smesso di andare nei posti occupati e non so a che punto siamo, anche se ho idea che il disfattismo post-tutto che ha seguito gli anni belli abbia ingravidato anche gli estremisti e ora si stia dentro ai posti occupati per le stesse due ragioni politiche per cui si sta da qualsiasi altra parte (intorto e self-branding). Di solito queste note finiscono con il conto dei vincitori e degli sconfitti, ma come detto mi limitavo a guardare dei gruppi.

Abbiamo avuto modo di storicizzare e in qualche modo mitizzare il “movimento” punk degli anni ottanta, per merito o colpa di gente come Philopat. Credo di aver capito anche come siano andate le cose, quali siano state le esperienze significative, quali semi siano stati gettati e perché tutto sommato questa roba è importante per la nostra cultura, ma se mi riascolto quei dischi non riesco a pensare che la musica fosse appena sufficiente. Non è che fosse proprio merda, ma la voglia di riascoltare dischi di Kina o Indigesti semplicemente non mi prende più. È musica che ascoltata la prima volta mi ha anche segnato, voglio dire, non l’ho scaricata da internet un pomeriggio e via andare; mi sono preso bene, ho inseguito i gruppi eccetera, ma è istituzionalizzata e mitizzata molto oltre i suoi meriti artistici. Non sempre e non solo: se mi prendessi il disturbo di riascoltare i CCM li troverei ugualmente buoni, ma in generale è passato un sacco di tempo e credo sia importante non sentirsi obbligati a portare rispetto a nessuno. Le storie di scontri botte okkupazioni collettivi e simili, dopo un po’, smettono semplicemente di appassionare; la musica che le accompagna dovrebbe reggersi in piedi da sola, ma il corollario sociale/estetico è stato per troppo tempo il centro di tutta la faccenda, e nessuno in fin dei conti s’è davvero smarcato dalle condizioni storiche in cui operava. Ci sono tante cose che non funzionano più per lo stesso motivo, almeno nella mia testa: gli Area, Andrea Pazienza, Skiantos, Gang, e un milione di altre cose. Raccontano epoche storiche necessariamente piene di contraddizioni a cui necessariamente non La volta che intervistai Marco Pecorari, anni fa, me la spiegò in un altro modo: “Viviamo in un paese dove i pochi stimoli culturali rimasti vengono sanzionati e stigmatizzati da una parte, e se non cadono nel box degli ultimi dogmi “sinistrorsi” rimasti vengono ugualmente sanzionati e stigmatizzati.” In qualche modo, il racconto di quelle “controculture” ha significato soprattutto un diverso tipo di adesione e per me quella roba suona tutta così. Di tanto in tanto mi metto su gli Affluente sul tubo perchè il cantante aveva la voce buffa.

Verso la fine degli anni novanta/inizio duemila il rock alternativo italiano esisteva in forma di istituzione. I gruppi grossi del ruock alternativo italiano venivano ancora raccontati/intervistati/recensiti sulla base della loro indipendenza e del loro non-allineamento, mentre firmavano contratti di prestigio. Stazionavano al primo maggio, sulla neonata MTV Italia e nei quotidiani generici; al Meeting delle etichette indipendenti si parlava di problemi legati a passaggi televisivi, finanziamento pubblico, quote radio, aliquote IVA (gli stessi problemi di cui s’è parlato al MEI di quest’anno, del resto). Recitate con costanza, iniziavano ad avere un loro senso perverso. I CSI erano andati primi in classifica, i Casino Royale avevano provato un tour dei palazzetti che li aveva ridotti in fin di vita. La misura del successo e dell’insuccesso di quella musica è dovuta al suo esistere o meno dentro il giro grosso, a certe condizioni, con tot gente davanti. Uno dei principali personaggi di quel periodo (Manuel Agnelli) la menava abbestia col rappresentare: mise insieme un festival di nuova musica alternativa italiana, una decina di anni dopo se ne andò a Sanremo per illuminare quel mondo lì, poi tirò fuori un altro festival, e via di questo passo. L’ossessione dei network per la musica sotterranea era splendidamente bilanciata da questo eccezionale bisogno di sicurezza.

La musica che si ascoltava nei posti punk, negli stessi anni, era incredibile. Le cose dogmatiche e inflessibili continuavano ad esistere, ma iniziavano a passare un po’ sullo sfondo mentre davanti si stavano imponendo decine di gruppi, tutti diversi uno dall’altro. Avevano ascoltato questi dischi strani che venivano dal sottobosco statunitense (31G, Ebullition, Gravity, Bob Weston, eccetera), suonavano un po’ storti un po’ Joy Division un po’ emo un po’ Beat Happening un po’ ultra-pop un po’ shoegaze un po’ cassa dritta. Se scavate di fino ci potete trovare un corrispondente in nuce di qualsiasi musica rock suonata di lì in poi, fatto prima e meglio: dischi di una bellezza sfiancante che sono passati quasi tutti sottogamba, o recuperati una decina d’anni dopo per il solo fatto che molti di quei gruppi hanno semplicemente continuato ad esistere. A volte penso che sarebbe bello fissare quel periodo sulla mappa, avventurarsi a scrivere un libro o girare un documentario su quell’epoca e darle un briciolo di giustizia, semplicemente perchè nessuno l’ha fatto. È che non saprei da dove cominciare: non ci sono mai stato dentro, non suonavo, non producevo, ho scritto qualche recensione, ho visto qualche concerto e basta; non è la mia cosa. Mi limito a registrare che tra Kina Sottopressione e With Love io scelgo duecento volte With Love, che i dischi di Anna Karina o To The Ansaphone me li sentirei ogni giorno, e credo che quindici anni dopo la cosa abbia un suo significato. Qualcuno si prenda la briga e la faccia, una monografia. E magari mi venga a fare domande. Nel caso, se mi chiedesse di prendere una canzone ed erigerla a manifesto o anthem di quel momento lì, credo non ci metterei più di dieci secondi a dire Pitagora.

Gli Altro sono il gruppo più alternative rock del DIY di quegli anni, o il più DIY dei gruppi alternative rock di quegli anni. Musicalmente parlando sono una soluzione di compromesso, una cosa fatta col cuore che sembra rock italiano. A livello di appartenenza, invece, erano un gruppo punk. Nel senso proprio letterale del termine, quel fiero processo di autocertificazione lì. Se chiedi agli Altro che musica suonano ti rispondono punk, se cerchi i loro dischi li cerchi in una distro a un concerto punk, e via di queste. Mentre usciva la loro prima roba il chitarrista aveva già un po’ di anni sulle spalle: disegnava locandine di concerti con ragazze o robottoni giapponesi, fotocopiava storie a fumetti e le spediva per posta. Il loro CD, che se non erro segue un solo 7”, esce nel 2001 su un’etichetta di nome Love Boat. Si chiama Candore e ha una copertina rosso fuoco con un cerchio nero in mezzo e il disegno del viso di una persona avvolta da ali d’angelo. Non so cosa significhi, ma la prima volta che lo vedi ti rimane impresso perché, diosanto, è completamente diverso da qualsiasi disco si trovi in una di quelle distro.

(oggi no)

Pitagora è registrata un po’ così. Inizia con una scarica di batteria e poi chitarre voci e basso assieme che fanno un gran baccano e si mandano un po’ in culo a vicenda. Il testo è fatto da un paio di domande e sfocia in un ritornello bestiale che è fatto apposta per essere urlato a squarciagola: io credevo che noi fossimo uno soltanto uno. Quattro note in tutto, la voce del chitarrista è aspra come quasi niente. Dura qualcosa come un minuto e mezzo, diviso in due parti di quarantacinque secondi identiche. Non credo che Pitagora sia stata concepita come un inno: era una canzoncina pop suonata fortissimo da tre persone che quando le vedevi sul palco sembravano in egual misura i Metallica e un agorafobico. Si può dire che sia un inno solo nella mia testa e nella testa di altre centocinquanta persone in giro per questo paese. Non ha meriti musicali particolari che non siano il rispondere all’unico canone rigido del rock’n’roll, di suonare più forte e slabbrato possibile (nelle recensioni anni novanta si diceva urgenza).

La Pitagora che sta sul disco ha sicuramente qualcosa di involontariamente innodico o anthemico, ma l’avreste dovuta sentire dal vivo. Io li ho beccati una manciata di volte, niente di eccessivo; la volta che ricordo con più piacere è un Musica nelle Valli di una decina e passa d’anni fa, dentro a un tendone da circo con la terra polverosa che si alzava e riempiva l’aria e ogni tanto dovevi uscire a scatarrare. C’era più o meno qualsiasi gruppo potesse venire in mente. Gli Altro suonavano la prima sera: fuori c’era il loro secondo disco, registrato da un mammasantissima dell’alternative grosso sotto contratto major (Bugo). Erano presi bene e spaccarono tutto. Poi li ho persi per anni: Baronciani è diventato Baronciani, la roba che disegna è roba sempre più buona. Gli Altro continuano ad esistere (a ritmi rilassati) e buttar fuori dischi e sette pollici.

Adesso è tutto diverso. Non leggo più le recensioni dei gruppi punk, i posti occupati che conoscevo per la maggior parte hanno chiuso. Qualche gruppo di quelli lì ha avuto un bel successo di pubblico; qualcun altro è rimasto al palo e s’è sciolto in mezzo alle cose da fare. Baronciani è diventato Baronciani: fa le stesse cose di allora, ma meglio. Il suo gruppo continua ad esistere a ritmi rilassati e buttar fuori dischi. L’unica volta che li rividi, un paio d’anni fa, Pitagora non la suonarono nemmeno. Ci rimasi malissimo.

Mai saputo perchè si chiamasse Pitagora.

Frammenti d’un discorso sul cinematografo: WHIPLASH, Bird e I dieci comandamenti

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Prima di dire du parole su Whiplash, che ci è garbato parecchio e che io ho visto per voi in anteprima ai’ Fucecchio Film Festival, devo cominciare dall’inizio; anzi: a dirla tutta sarebbe la fine, ma pace.  In soldoni, L’è andata così: dopo aver visto il film, ho pensato bene di rivederne un altro un po’ più vecchio, che ritengo essere ancor più grosso.

Parlo di Bird, forse uno de’ meglio film mai fatti sulla musica, o meglio su un musicista. Come se Clint Eastwood, perché il regista è lui, si fosse messo dietro alla macchina da presa e, invece che “azione!”, avesse detto: “Belle fiche, ora vi fo vedere come si gira un biopic, poi tornate pure a farvi le seghe”. Secondo me l’è andata così: l’ho scritto nella mia lingua solo perché c’ho poca familiarità con l’americano.

Ciò per dire che Bird l’è davvero BELLO. Aiutatemi a dirlo. È uno di que’ film che solo chi ha girato anche Fino a prova contraria, J. Edgar e un’altra ventina di filmoni della madonnaddolorata poteva fare. Ho nominato Fino a prova contraria e J. Edgar perché i’ primo è una delle su’ meglio cose (basti solo JAMES WOODS, maremma cignala), mentre i’ secondo spicca di brutto tra i suoi ultimi lavori, ma pare che un se ne sia parlato abbastanza. Giusto pe’ chiarezza, eh.

Comunque, si diceva di Bird. È la storia di Charlie Parker, che non mi ricordo perché veniva chiamato Bird. I più maliziosi penseranno “perché ce l’aveva grosso!”, dandosi di gomito come a dodic’anni; ma gli amerihani l’uccello lo chiamano in un altro modo, e poi figurati… i jazzisti l’eran tutti neri: sarebbe stato un soprannome poco originale, no?

Tornando seri – si fa pe’ dire – Charlie Parker l’era un sassofonista che prese il Jazz e lo rivoltò com’un calzino. Soluzioni melodiche e armoniche ganzissime, mai sentite. Un senso di’ ritmo novo pe’ davvero, che ti fa pensare che i negri ce l’abbiano proprio ni’ sangue, il ritmo; altro che luoghi comuni.

Clint, che l’è anche un musicista e la musica la ama sul serio (Piano Blues, per dirne uno, dateci un occhio; ma anche Honkytonk Man e Jersey Boys), c’ha fatto un film nerissimo, ma non nel senso afroamericano della parola: ni’ senso di cupo e funereo, come riesce solo a lui e a pochi altri; dove l’amore pe’ i jazz si trasforma in odio pe’ questa sporca vita, resa ancor più sudicia dall’eroina, dall’ulcera, dal bere e dalla morte d’una figliola.

Charlie Parker non era uno che faceva una vita da chierichetto, e il film ce la racconta tutta. Noi si patisce insieme a lui, a questo fantastico Forest Whitaker sempre sudato com’un maiale, conciato com’un baston da pollaio. Forest, un attore meraviglioso (non avete visto Ghost Dog? rimediate subito e fatelo vostro, diomarrano), non interpreta Bird, ma diventa Bird. È Bird resuscitato come i’ Cristo. Roba che un sarebbero bastati quindici Oscar e novantacinque Coppe Volpi per fa’ capire ai’ mondo come cazzo recita questo qui. E un sarebbero bastati nemmeno pe’ Clint, che per du’ ore e mezzo secche ti tiene incollato allo schermo, ti fa innamorare di quest’omone così geniale e così imperfetto. A film finito, ni’ caso uno non avesse mai sentito una nota di Parker o di jazz in generale, t’avresti voglia di sapere pure chi l’era la donna delle pulizie di Miles Davis.

 

Ora, perché tutta questa pappardella su Bird?

Perché sì; e perché le scene di Bird sono intervallate dall’immagine di questo piatto (quello della batteria, non quello pe’ la pizza) che casca sull’impiantito: Crash! Crash! Crash!. Un rumore che riecheggia ni’ capo di Charlie Parker; come a volergli dire: tutto l’è principiato da lì, ricordatelo. E chi ha fatto Whiplash, un ragazzo che si chiama Damien Chazelle, se l’è ricordato bene.

I’ film parla d’un pischello che fa il conservatorio e vole diventare un batterista Jazz di quelli veri. Si fa un culo della madonna, sempre a suonare giorno e sera. Un si fa nemmen la doccia: anche lui, sempre sudato fradicio. Il sangue gli scappa dalle dita mentre suona, ma lui continua come nulla fosse. Lo interpreta Miles Teller, bravissimo a portare sullo schermo un personaggio ambizioso, ossessionato ai’ punto tale da rifiutare una bella passserina dagli occhioni blu. Fossi stato io dentro i’film, gl’avrei detto: “le bacchette cacciatele ni’ culo e suonaci la discografia di Art Blakey, finocchio”.

J.K. Simmons, che qui si conferma come uno dei più grossi attori de’ nostri tempi, fa la parte di Fletcher, un direttore d’orchestra che in confronto a lui i’ sergente Hartman pare Fabio Fazio. Cattivissimo, sempre incazzato come una scimmia in una gabbia d’un metro quadro, sboccato e pignolo fino all’inverosimile. Tira le seggiole, offende ogni poero cristo che vada fori d’un quarto di tono; ma soprattutto piglia di mira i’ nostro amico batterista, lo fa smadonnare e sanguinare come non mai, fino a rischiare di farglici rimettere l’osso di’ collo.

Sapete che gli dice al ragazzo? Gli dice: “Caro mio, lo sai che successe a Charlie Parker? Salì su un palco, si mise a suonare, lo fece a cazzo di cane e il batterista tirò di sotto un piatto pe’ comunicargli quanto facesse cacare”. Esatto: lo stesso piatto che crasha al suolo ni’ film di Eastwood. Fu questo fatto a far scattare qualcosa dentro i’ sedicenne Charlie: qualcosa che però, maremma infame, lo fece diventare Bird.

Lo stesso vorrebbe fare lo stronzissimo Fletcher con il determinatissimo Andrew. Ce la farà? Io un ve lo dico, guardatevi Whiplash che è un gran film sulla vita, girato come Iddio vole da un giovine che forse ne’ prossimi anni avrà qualcos’altro da raccontare. Chi dice che è un filmetto c’ha la mamma maiala e gli garba Baricco, ascolta Allevi e l’è anche grillino. E come dice i’ mi’ amico Checco (che vorrei chiamare Cecco, ma poi lo chiamo sempre Francesco): non tirateci fori questa bischerata del filmettino da Sundance perché non è vera; che poi a Robert Redford non gl’è nemmeno garbato. Troppe parolacce, dice.

 

Pe’ concludere, se vi garba andare ai’ cinema per riempirvi un po’ gli occhi e a divertirvi con le avventure di’ popolo ebraico, andatevi a vedere Exodus, l’ultimo di Ridley Scott. Dopo aver fatto trombare Camoron Diaz con una Ferrari, nonno Ridley torna a dare spettacolo con un film biblico, che si potrebbe definire un remake de’ Dieci comandamenti con Charlton Heston, che però era una cosa da sparassi ne’ coglioni, roba che la mi nonna aspettava che lo dessero su Rete4 pe’ risparmiare sul sonnifero.

Exodus è innanzitutto il parco giochi d’un grande ottuagenario, che si diverte come un bimbo a ruzzare con L’Antico testamento: mosche, piaghe, rane, coccodrilli che sbranano gli egiziani, le case degli ebrei che sembrano i bassifondi di Blade Runner.  Christian Bale che ci regala un Mosè degno del miglior Michele Placido, accompagnato dalla stessa fisicità d’un Bruce Wayne e dell’uomo senza sonno che ha visto Dio sotto forma di bambino; mentre il co-protagonista di Breaking Bad (che fa Giosuè) lo osserva stupito da dietro una roccia, confondendo l’antico Egitto con il New Mexico e la visione divina con le anfetamine.

Ramses invece è quello di Animal Kingdom, qui pelato come una palla da biliardo. Un tormentato omo senza palle, che riversa la sua omosessualità latente in piramidi, sfingi e obelischi tirati su dagli schiavetti più avvenenti.

Se uno ci va con lo spirito giusto, l’è un film da vedere; rigorosamente in sala.

E all’uscita vu penserete che i vostri figlioli, un giorno, guarderanno su Rete4 un film molto meno palloso.

Bone cose a tutti.

100 canzoni italiane #1 – MARACAIBO

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Non so come vada nel resto d’Italia ma la Romagna è infarcita di queste situazioni, e per quanto ferrea possa essere la dedizione del singolo intellettuale/indiesnob è impossibile evitare la sciagura almeno una volta all’anno. C’è una festa, uno street bar con musica, un matrimonio, una cena aziendale o qualsiasi altro evento di giovialità; il dj passa musica latinoamericana di cui è difficilissimo distinguere un pezzo dall’altro, e a volte capita anche di mettersi ad apprezzare la perizia di certi passaggi musicali per non fare attenzione a quello che succede intorno a te: maschi alticci con pantaloni bianchi e camicia aperta sul petto depilato che alzano un braccio al cielo, ragazze truccatissime a fare da pendant, baristi che fan girare le bottiglie e fiumi di mojito che scorrono a botte di sette euro e cinquanta al bicchiere. Questa canzone qui è nata in contesti diversi, ma è cresciuta in questi posti malsani, in queste situazioni miste da sorriso neutro stampato sui volti immacolati degli habitué del divertirsi. In qualche modo, pur appartenendo ad un tempo e un luogo diversi, è diventata un inno generazionale. Nella fattispecie, l’inno della generazione che sta nella porta di fianco alla mia.

Se leggete l’autobiografia di Cecchetto si parla spesso di questa dimensione di festa democristiana, senza menzionarla mai apertamente: una sorta di gigantesco luna park americano cresciuto sulla schiena dell’Italia come un’escrescenza, raccattando tutte le suggestioni che passavano, nel disperato tentativo di far combaciare il reale con il televisivo in un’epoca in cui sembrava ancora più insensato di quanto sembri adesso. L’Italia delle serate in riviera alla ricerca di un pezzo di figa, La Mia Moto di Jovanotti, Riccione come luogo della mente a cui tendere, Sapore di Sale e Vacanze di Natale, dar fuoco alle scoregge e consumare drink serviti in ampolle da sei litri stracolme di ghiaccio. Il trenino al villaggio vacanze come una specie di metafora plumbea sulla testa di un’Italia che stava viaggiando verso il cambiamento. Il tutto aveva una colonna sonora che oggi suona ancora più esaltante di quanto fosse allora: sintetizzatori, tom elettronici, chitarre di merda, linee vocali modulatissime. Musiche che sono sopravvissute resistendo per quasi un decennio nelle playlist di parrucchieri e programmi radio merdosi, parando in malo modo i colpi inferti da certi pesi massimi della italo-dance a quattro quarti. Quando questa s’è estinta, si sono ripresentate timidamente in pista sotto forma di vintage e sono riesplose. Pochissime canzoni, invece, hanno resistito come un virus al cambiamento dei tempi, ricontestualizzandosi in un modo un po’ caciarone nelle stesse piste e nelle radio.

Una di queste è Maracaibo. Luisa Colombo, detta Lu, è quello che si chiama una one hit wonder. Si sbatte per gran parte degli anni settanta, collabora con gli Stormy Six, si mette a lavorare con Riondino. Maracaibo è firmata da tutti e due: la storia di una ballerina di nome Zazà, che traffica armi con Cuba e si scopa Fidel. Fidel la trascura, lei si trastulla con un contrabbandiere, Fidel le spara sopra, lei fugge per mare, sopravvive ad uno squalo che la sfigura, apre un bordello, si stordisce di rum e coca, ingrassa un botto e racconta la sua storia. Il racconto alla base della canzone preesiste alla canzone: non so se sia vero o una leggenda, non credo freghi niente a nessuno. Il testo in sé non è il più geniale che sia mai stato scritto, ma nemmeno il più scontato. La canzone è pronta nel ’75 ma viene rifiutata da più etichette, finchè nel 1980 le musiche diventano quel carnaio a metà tra dance dell’epoca e suggestioni latine, come se la musica dentro Carlito’s Way fosse un luogo dell’anima. Per l’occasione viene tolto anche il riferimento a Fidel Castro. Lui diventa Miguel e Maracaibo diventa quella canzone lì.

Maracaibo è diventata sinonimo di fuga, come quella scena di Collateral in cui il taxista guarda una cartolina dei Caraibi per evadere dalla realtà mezzo minuto. Un posto a cui tendere ideologicamente, ma pare che in realtà sia una città petrolifera piuttosto brutta e si pronunci con l’accento sulla terza A. è una delle canzoni che non sono passate. Puoi sentirla da tre decenni all’ora di punta di certi dancefloor: il dj abbassa l’audio per fare urlare RUM E COCAINA alla gente sotto. Il gesto ha una sua eloquenza di breve periodo ed è un po’ il corrispondente surgelato di un invito alla libertà di pensiero e di azione, professato a gran voce da gruppi di quattro persone tra cui un guidatore designato che non tocca alcol per tutta notte. L’assoluta maggioranza della gente che urla RUM E COCAINA non ha mai dato una botta di coca in vita sua, ed è probabile che metà di loro non abbia mai bevuto rum che non fosse affogato nella Pepsi. Poi Maracaibo finisce e prima di potersi fare domande c’è un altro pezzo ugualmente trucido.

Una volta lessi un pezzo lunghissimo sull’intricata storia di The Lion Sleeps Tonight e tutte le versioni che avevano contribuito a renderla un pezzo immortale, nonostante il testo sia fondamentalmente auimmaué auimmaué. Le canzoni che scavalcano il carico di trash di cui sono gravate hanno un loro fascino particolare. L’immortalità di alcune canzoni come Maracaibo è fisiologica: servono a tracciare un terreno comune su cui tutti siamo passati, segnano il cammino di una specie attraverso momenti bui o imbarazzanti, si riferiscono ad epoche storiche e sensibilità che abbiamo vissuto tutti quanti, come la pubblicità della Tassoni. È un singolo che nessun essere umano sano di mente acquisterebbe fuori dell’estate in cui è uscito, ma l’abbiamo ascoltato un numero di volte paragonabile a quello delle nostre canzoni preferite. Emana una solarità posticcia che a pensarla in modalità d’ascolto fa venire il mal di testa, ma in un sacco di contesti semplicemente funziona. E non è una canzone di regime, non ha avuto una frequentazione di rilievo o un’imposizione dall’alto: ce la siamo tramandata da un dj all’altro, da un piano barista all’altro, senza porci troppo il problema di chi stesse morendo Lu Colombo e David Riondino continuavano a incassare i diritti SIAE. Delle settecento volte che è passata in diffusione, almeno una abbiamo pensato che fosse esattamente ciò di cui avevamo bisogno in quel momento. Almeno una volta è stato bello essere ubriachi e gridare mare forza nove assieme agli altri; almeno una volta è stata la canzone che ci ha fatto più piacere sentire, di tutta la durata del set. Per certi versi il mio rapporto con Maracaibo è lo stesso che ho con alcuni cugini: ogni tanto ci sentiamo, non è la serata a cui aspiriamo per il resto dell’anno, ma non stiamo per niente male assieme. Ricordo perfino di averne parlato con qualche amico musicofilo, esserci invano sforzati di ricordare il nome di chi la cantava, aver fatto la lista dei film trash in cui compare. Queste canzoni esistono sempre in due sistemi culturali. Probabilmente per qualcuno di coloro che ne sanno è il più importante singolo mai cagato in Italia.

A un certo punto ho provato a immaginare i festini ad Arcore, vecchi bacucchi imballati di soldi sedotti da ventenni pagate a peso d’oro vestite da infermiere o che altro. Ho provato ad immaginare la musica che accompagnava: Apicella sembra troppo lirico, Albertino troppo giovanilistico, Sandy Marton troppo oscuro. Se mi chiamassero a fare il dj a un festino ad Arcore, in effetti, l’unica canzone che mi verrebbe di suonare è Maracaibo.

Mi trovo in difficoltà ad immaginare la vita delle persone che si divertono nei posti normali. Non ho mai suonato dischi ad Arcore, ma mi capita occasionalmente di metterne qualcuno a feste nostalgiche della mia zona. Tendo a spingere tracce iper-trash a cui in qualche modo sono legato indissolubilmente, ma quasi tutta la musica che suono ha un carico emotivo e dei riferimenti socioculturali a cui in qualche modo ho reagito in prima persona. Se suono Con un deca in una pista da ballo, ad esempio, penso che davanti a me ci siano persone che hanno avuto il mio percorso di vita e quel genere di frustrazione da provinciale che Pezzali è riuscito a render musica. Riesco a leggere negli occhi di qualcuno un’occasione persa o un’occasione mai avuta, l’aver saputo tenersi a galla e quella simpatia cameratesca che mi danno le persone con la mia età i miei vestiti e le mie barbe. Mi riesce difficile, invece, guardare un ragazzo con la camicia fosforescente e trecento euro di creme in viso e pensare a qual è la sua vita, immaginare una madre di salute malferma, una donna che gli ha spezzato il cuore, la consegna dei bulloni che doveva arrivare venerdì e ora sono nei guai, il compleanno di uno zio a cui non ha voglia di andare la sera dopo e una passione insana per i film di Spielberg. So che è irragionevole ma in qualche misura credo che queste persone passino il giorno dentro un lettino abbronzante ed escano all’ora dell’apericena per contarsi le calorie a vicenda. Molto più prosaicamente, alcune di queste persone sono come in quella canzone dei Pulp in cui la vita ti sfugge via e balli bevi e scopi perché non c’è nient’altro da fare, e Maracaibo è un po’ la colonna sonora del godere di chi si accontenta. Se io e qualcuno di loro ci dessimo un’occasione potremmo essere migliori amici, condividere drammi, spararci un Cuba Libre, migliorare a vicenda il nostro guardaroba e –come spiacevole corollario- biascicare qualche linea del testo di Maracaibo.

 

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Suppongo che avere un proposito aiuti l’elasticità di pensiero. Questo pezzo inaugura una serie di cento, non ancora scritti, con i quali cerchiamo di raccontare una specie di nostra versione della storia della musica italiana. I bagarini ci danno perdenti, ma secondo me riusciamo ad arrivare in fondo. (FF)

Sleater-Kinney, indie rock, sessismi, punte ai cazzi

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L’estate scorsa è uscito un libro collettivo sull’indie rock a cui ho partecipato, una roba messa insieme con alcuni amici. Qualcuno ha scritto cose dopo averlo letto, pezzi carini e pezzi dispensabili, in generale abbastanza positivi. Una donna che conosco ha pubblicato un pezzo su una rivista edita qui nei dintorni e ha scritto il passaggio che segue:

L’introduzione di Mike Watt dei Minutemen ci descrive appieno gli intenti del libro: la musica punk è un luogo della mente ed è perciò naturale che ognuno ne abbia la propria visione.

Peccato che qui manchi quasi completamente quella femminile.

Di sicuro nessuno di noi crede nelle differenze di genere, ma c’è da dire che gli habitués della musica e della critica invece si, e la cosa peggiore è che i diretti interessati cadono dalle nuvole se glielo fai notare, non se ne rendono nemmeno conto. Nel senso che spesso e volentieri si creano questi regimi feudatari dove ciò che è bello viene discriminato da ciò che non lo è anche in base all’opinione di chi viene rivestito di una certa autorità, una sorta di “punti scena” che raramente vengono attribuiti ad una donna, perchè in questo ambiente il leitmotiv generalizzato è che le donne non sono credibili, che ai concerti ci vanno perchè o sono groupie, o fanno le foto o sono dei cessi atomici.

Quando il pezzo uscì mi incazzai come una biscia. La ragione, naturalmente, è che non mi ero reso conto di alcuna differenza di genere e quando qualcuno me l’ha fatto notare sono caduto dalle nuvole. Ho risolto nel modo usuale: nemmeno un minuto di autocritica, giustificare me stesso, il libro e tutte le persone coinvolte (difficile dire che, insomma) e sono andato oltre. Ripensandoci, avrei dovuto considerare la cosa. Non sono convinto che, parlando di indierock, ci sia una vera e propria discriminazione all’ingresso, e soprattutto non credo riguardi il mondo del giornalismo musicale (il quale comunque sta morendo o evolvendosi e per altri tre anni non avrà davvero importanza chi ci sta dentro e chi no). Altre chiacchierate, nei giorni successivi, mi hanno fatto rendere conto che, in ogni caso, rifiutare con energia ogni accusa di sessismo fascismo e maschilismo non è molto diverso dall’ammettere ogni colpa. Il mio atteggiamento è sessista? Probabilmente sì. credo che il sessismo sia una cosa profondamente sbagliata? Dipende dalla definizione di sessismo.

Parlando dal punto di vista critico, invece, sono spaventosamente sessista. Non è che discrimino i gruppi con membri femminili, ma in qualche modo tendo a notare che ci siano membri femminili. Se ascolto la musica di un gruppo con un cantante maschio e non ho mai visto una foto del gruppo, tendo a pensare che si tratti di un gruppo di soli maschi. Ho anche meccanismi consci/inconsci di immedesimazione: se ascolto un gruppo di soli uomini mi immagino come sarebbe farne parte, suonare quella parte di batteria, eccetera; è un meccanismo che funziona anche al negativo: avrei il coraggio di suonare questa merda? No. Se ascolto un gruppo rock femminile, penso costantemente che siano femmine e in qualche modo non scatta questo meccanismo di immedesimazione. Vorrei essere il batterista di PJ Harvey ma non vorrei essere PJ Harvey. Per dire. Questa cosa è sessista? Credo di sì. Questa cosa è violenta o offensiva? Credo di no, ma non si sa mai. Il rock è una musica molto maschile: ha a che fare con la sopraffazione, la lotta, il controllo, la violenza. È sessista pensare che lotta, sopraffazione, violenza e controllo siano caratteristiche maschili? Non lo so. A volte mi sono balenati in testa idee assurde, tipo che un disco di Waxahatchee non dovrebbe essere criticamente considerato se esce a due mesi di distanza da un disco di Shannon Wright. Questa cosa è sessista? Moltissimo. Fascista? Anche. Cosa mi spinge ad ignorare/stroncare la poetica del cazzo di un milione di gruppi indierock maschili derivativi in culo, dando loro una implicita ragion d’essere, e pensare che Waxahatchee sia tutto sommato inutile nel momento in cui qualche altra femmina completa il mio bisogno di femminismo? Non so dirlo. Perché se ascolto un gruppo rock composto da ragazze il primo paragone che mi viene è con le Sleater-Kinney? Perché le ho amate tanto, ok, ma c’è una forma mentis di fondo secondo cui in questo mestiere i maschi son maschi e le femmine son femmine. Mi giustifico pensando che è una forma mentis diffusa e non mia: ci sono meccanismi legati al modo in cui vengono raccontate le storie secondo cui le poche donne che riescono a rompere questo automatismo che le mette al loro posto, tipo appunto le Sleater-Kinney, diventano “intoccabili”, assumendo uno status in qualche modo religioso, una dimensione narrativa per molti versi umiliante, dannosa, fascista e in generale non molto diversa da quella dei film TV sui malati di cuore che vincono gli US Open. Credo sia sbagliato? Sì. Da questo punto di vista credo di essere un po’ più lucido della media di quel che leggo.Faccio qualcosa per cambiare questa cosa? Non credo, o comunque niente di davvero buono.

Questo mese trovate le Sleater-Kinney in copertina sul Mucchio e boxate con recensione ultra-positiva su Rumore, firmata da Pomini. Il loro nuovo disco esce a quasi dieci anni dal precedente. Un riassuntino in breve: la band viene firmata da Sub Pop e registra un album con Dave Fridmann, intitolato The Woods. È giocato su questo conflitto, rinegoziato da brano a brano, tra il tradizionale suono alla Sleater-Kinney (asciutto e molto r’n’r) e le tendenze spectoriane del produttore dei Flaming Lips. L’ultimo singolo è Modern Girl, una delle canzoni morbide del disco, una coda di organetti e via andare. Nel video le Sleater-Kinney suonano il pezzo live in una stanza. Al minuto uno e qualcosa Carrie dice qualcosa all’orecchio di Corin, lei sorride con la testa bassa e il gruppo continua a suonare. La poesia la vedi dove vuoi. Poi il video sfuma sul nero e se avete abbastanza fantasia ci vedete la fine di tutto l’indie rock. Un annetto dopo non esistono più, e il silenzio alla fine del video diventa un po’ quello di un intero genere musicale. Dopo lo scioglimento Carrie Brownstein diventa il membro di gran lunga più in vista del gruppo: inizia a scrivere, fa qualche parte da attrice e pubblica alcuni video di sketch con tale Fred Armisen, da cui nasce una sit-com americana di successo intitolata Portlandia. Janet Weiss continua a suonare con i Quasi e diventa turnista di lusso per gente tipo Malkmus, Bright Eyes e Shins. Corin Tucker prende una pausa, fa la mamma per qualche anno e poi si rimette a scrivere. Esce fuori quattro anni dopo lo scioglimento delle Sleater-Kinney con un disco a proprio nome (the Corin Tucker Band, per essere esatti) a cui partecipa gente di Unwound e gruppi simili: un disco maestoso di nome 1000 Years, vagamente pacificato rispetto al sound delle SK ma comunque tesissimo. Janet Weiss e Carrie Brownstein mettono assieme un altro gruppo che per un certo periodo sembra poter esplodere: si chiamano Wild Flag, fanno parlare di sé ad un’edizione del SXSW e spuntano un contratto Merge per un disco un po’ a metà tra garage e indie-pop (francamente non lo ascolto da poco dopo l’uscita, ma lo ricordo sciattissimo).

Mi sono rotto il cazzo di fare la guerra alle reunion: ormai vanno considerate parte integrante della vita di un gruppo. In quest’ottica va almeno dato atto alle SK di non aver menato troppo il torrone: niente tira e molla, niente contrattoni, niente grossa sorpresa sui cartelloni dei Coachella/Primavera del cazo. Si chiudono in sala e ne escono con un disco pronto: un album veloce, diretto, ben scritto e senza cazzi. Esce domani, si chiama No Cities To Love e ha convinto chiunque. La scelta produttiva forse è la più ovvia, quella di bypassare la parentesi del disco con Fridmann, riprendere Jon Goodmanson, ricreare atmosfere alla Dig Me Out e raccogliere i frutti di una reputazione probabilmente aumentata (e comunque meritatissima). La pausa di quasi dieci anni è difficilmente interpretabile: il fatto che le musiciste non l’abbiano mai menata con lo scioglimento dà spessore all’ipotesi di indefinite hiatus tranquillo stile Fugazi. Da questo punto di vista No Cities To Love è soprattutto da interpretarsi come l’ennesimo mattone di una storia che continua, e questo (paradossalmente) forse è il suo maggior punto debole: passati i dieci minuti di magone che sale quando parte il riff secco di Price Tags, è abbastanza chiaro che qualcosa nell’economia delle SK sia cambiato. Non so esattamente cosa sia: un po’ rispecchia quell’assetto tipico da gruppo invecchiato, la ricerca di un effetto più immediato sul singolo break, più che il garage rock organico che stava su Hot Rock, All Hands e One Beat. Un po’, semplicemente, non è quei dischi in quegli anni e qualcosa questo conta. Un po’ sto facendo la punta al cazzo: in No Cities To Love le Sleater Kinney sono le Sleater Kinney, e più di tutte Corin Tucker è Corin Tucker: in parte al cento per cento, quella voce eccitata a cui non si resiste, e neanche un secondo di brutta musica. Eppure.

Son più di quindici anni che le ascolto e non ho davvero idea di quale sia il mio rapporto con le SK. Ho amato la loro musica con un’intensità spaventosa, ne ho consumato i dischi, non le ho mai viste in concerto. In qualche modo riesco ad identificarle come “la mia cosa” nonostante le abbia conosciute quando erano già famose e in copertina sulle riviste di settore. Sono stato folgorato brutalmente dai due dischi solisti di Corin Tucker, e do in parte a questo la colpa di un entusiasmo più tiepido nei confronti di questo disco (ma continuo a pensare che dentro 1000 Years e Kill My Blues ci sia roba che palpita molto più forte che in No Cities To Love). Forse c’è un po’ di malafede nel mettersi dietro a un disco delle Sleater-Kinney, nel 2015, con l’estasi acritica di adolescenti al primo morso di punk rock. D’altra parte il disco è solido, la musica è pesa, le Sleater Kinney si meritano ogni minuto di attenzione a loro riservata e probabilmente renderanno questo mondo migliore. Speriamo.

non so bene di cosa parli questo pezzo.

matita

Nella strada dove parcheggio sempre quando vado al Bronson c’è un bel casino di macchine, e vicino a dove riesco a metterla c’è pure un capannello di (credo) rovigotti vestiti di nero che parlano dei loro amici e del diocan. È un bel segnale, considerato che la nebbia mi ha fatto quasi desistere dall’andarci e io vivo a tipo 500 metri dal Bronson. Dentro stanno già suonando gli Ornaments, cioè ho perso un gruppo su quattro. Gli Ornaments erano uno di quei gruppi il cui nome tornava nei concerti/festival nei posti punk verso la fine di quell’epoca storica: te li sentivi sempre con gran gusto, voleva dire che era l’ora della roba lenta e pestona. Ascolto un paio di pezzi, il pubblico risponde bene, è anche piuttosto folto, ma decido abbastanza presto che mi sto annoiando. Esco a fumarmi una sigaretta, in senso metaforico (sempre siano lodati gli amici fumatori, altrimenti dovrei scrivere “esco a guardare il suolo”), poi rientro a bere mentre gli Ornaments finiscono mi leggo un paio di pezzi sul telefonino a tema Charlie Hebdo e chiedo scusa per la pesantata che parte da adesso in poi.

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Sono riuscito a evitare di leggere quasi tutti gli articoli di opinione sulla strage di Charlie Hebdo per tutta la giornata di mercoledì e giovedì; quando ho iniziato a farmi un’idea di che aria tirava (piuttosto nazista, per gli standard del mio giro internet) Matteo Salvini aveva già scritto una settantina di proclami per cacciare gli immigrati e togliere le moschee dall’italia, Daniela Santanché aveva paventato l’idea di pubblicare Charlie Hebdo in Italia ed era nato un hashtag più o meno ufficiale, preso dal sito della rivista.

È molto difficile per me cercare di spiegarvi quanto male mi fanno gli hashtag di twitter. Gli hashtag di twitter servono fondamentalmente a due cose: 1 far capire di cosa stai parlando a un idiota (“Romano Prodi sarebbe un buon presidente. #quirinale”) o 2 contribuire a mandare alcuni argomenti tra i trending topic, cioè –tipo- gli argomenti più in voga. Twitter è la versione McDonald’s degli anni novanta, nel senso che dal reboot di un paio d’anni fa in poi ci si vive sopra utilizzando lo stesso sistema di valori che avevo io al liceo: si commenta il fattaccio del giorno, si guarda tutti lo stesso programma TV alla sera, si ascolta un disco nuovo nel momento in cui esce e la si pensa tutti allo stesso modo credendo di avere tutti un’opinione originale sulla faccenda. Quando ti metti a commentare con un #hashtag che usano tutti c’è dietro una volontà che è possibile scomporre e trovarci 30% di interesse, 10% di noia, 40% di bisogno di aggiornare e 20% di implicito orgoglio nell’affermare che guarda, anche io sto parlando di quello che stanno parlando tutti.

Si può dire in effetti che la cosa che più mi sta sul cazzo di tutta la cosa di #JeSuisCharlie è proprio il concetto di #JeSuisCharlie. Nel senso, l’idea di ridurre il tutto a uno slogan di merda che è possibile mettere su un cartello/banner di merda, e suppongo a breve su una t-shirt altrettanto di merda. Viviamo in un’epoca storica in cui il collasso dei valori etici all’interno dei valori estetici è un fatto da diverso tempo, il tutto sorretto da una sovrastruttura politico-ideologica così gigantesca e condivisa da sembrare quasi invisibile (o essere scambiata dai più illuminati per un aggiornamento di qualche fantomatica lotta di classe), il tutto sorretto dall’incrollabile bisogno di stare dentro al giro ad ogni costo. Il tutto succede in tempo reale: nel caso di #JeSuisCharlie i primi articoli ad accusa/difesa di qualcosa sono usciti mentre ancora non si sapeva l’identità non dico degli attentatori, ma manco delle vittime. Le accuse e le difese erano di cose a caso, tipo l’islam moderato/radicale o la libertà di satira.

***inciso: l’attentato al Charlie Hebdo non è stato un episodio di privazione della libertà di satira. la libertà di satira è un’estensione del concetto di libertà di opinione e di stampa. Ora, volendo essere ragionevoli duole ricordare che la libertà di stampa ed espressione non è un valore morale assoluto che viene instillato dai nostri genitori a calci in bocca, ma un diritto conquistato nel tempo e garantito solitamente da un ordinamento costituzionale. Ne consegue che gli attentatori dovrebbero essere trattati come assassini e non come censori, e con tutto che dispiace un sacco per i morti, si può dire che gli attentati a Charlie Hebdo siano in effetti stati compiuti in un regime di libertà di stampa e che se fossero sopravvissuti all’arresto gli attentatori avrebbero subito un processo per omicidio e non per censura. Per l’arresto di Dieudonné, che sulla base del poco che ho letto sembra invece un autentica mossa istituzionale compiuta per limitare la libertà di espressione, ci siamo interessati solo noi zecche.

Un’altra grossa scocciatura legata a #Je Suis Charlie, soprattutto dal terzo giorno in poi (che poi è stato quando ho iniziato seriamente a leggere della cosa: gli attentatori erano circondati e tutto il resto), è stata l’uscita di una serie di articoli intitolati “io non sono Charlie”. Non era un fastidio legato alla qualità: alcuni erano bellissimi, altri erano merda. Era più legato al fatto che una questione estremamente complessa (e su cui, ogni tanto vale la pena ricordarlo, non è necessario avere un’opinione) fosse stata ridotta a furor di popolo ad una scelta binaria: sei Charlie o non sei Charlie? Che opinione hai da esprimere con questi cadaveri ancora caldi? “Non ho necessariamente opinioni in merito a Charlie”, ugualmente, non è esatto. Ho opinioni (io e credo chiunque altro) che diocristo non possono essere ridotte a uno slogan né a un anti-slogan. È una cosa di marketing, come dire “Alitalia” in campagna elettorale (non la spiego). Quando succede questa roba mi sento come quelle volte che, a sedici anni, sfogliavo le riviste pop di mio fratello tipo Max, con la maglietta contro l’AIDS in regalo, e dentro al numero c’era un servizio fotografico con celebrità a caso (Elenoire Casalegno, Ghezzi, Valerio Evangelisti, Carmen Di Pietro) che indossavano la maglietta in segno di –credo- solidarietà: è fastidioso doversi fare un’opinione. Qual è il legame tra combattere l’AIDS e Elenoire Casalegno con una maglietta contro l’AIDS? E qual è il legame tra Ghezzi, Elenoire Casalegno e l’AIDS? Siete coscienti del fatto che alcune di queste foto le uso per masturbarmi? Adesso al posto delle celebrità ci sono blogger o giornalisti, indossano hashtag e vignette di merda, e queste ultime righe non so se posso pubblicarle perché ci sono i morti. La mia opinione sulla libertà di satira? In realtà ho dodici opinioni diverse sulla libertà di satira, una delle quali potrebbe essere vagamente simile ad opinioni che potrebbe avere Daniela Santanchè. Un’altra cosa per cui odio me stesso, e devo ringraziare #JeSuisCharlie. Avete presente il video di Bill Hicks contro quelli del marketing? Ok.

La stessa cosa succedeva con le vignette. Nel senso, immagino che abbiate notato anche voi questa deriva ma le vignette più condivise sono quelle che hanno saputo comunicare meglio il concetto (qualunque esso fosse) in senso diciamo pubblicitario. Non nel senso promozionale, diciamo più sloganistico: lotta contro qualcosa e condanna di chi vuole limitare la libertà di espressione, tipo quella di Banksy che poi in realtà si è scoperto non essere di Banksy. Non è molto diverso dal parlare di musica, in un certo senso. La maggior parte dei pezzi sulla musica pop che si vanno a scrivere giudicano la riuscita di campagne già riuscite e il fallimento di campagne già fallite, sulla base della loro riuscita e del loro fallimento. Non so bene come spiegarlo, è un affastellarsi continuo di case study senza che qualcuno arrivi a metterli insieme perchè qualcun altro se ne possa fare qualcosa.

Nel frattempo le cose sono diventate completamente matte. Ieri infuriava una polemica sul fatto che qualche anonimo sfigato vendesse numeri “introvabili” del nuovo numero di Charlie Hebdo a trecento euro su Ebay, come se 1 qualcuno venisse perseguito per queste cose e 2 i quotidiani non stessero sbandierando i numeri di vendita della rivista in Francia e in Italia (allegata al Fatto Quotidiano) . È uscito uno dei pezzi più colonialisti di sempre, ma questo era ieri, cioè seicento anni fa. Oggi la polemica è legata ad un libretto-benefit allegato al corriere che ruba vignette di fumettisti italiani a destra e a manca, cioè l’operazione più idiota del 2015 (era impossibile non venire sgamati e criticati, ed essendo in beneficienza non s’intascano neanche i soldi che servirebbero a coprire le rogne sui social e lo smacco alla reputazione). Qualcuno sta ancora chiedendo *le scuse dell’islam* per le azioni criminali di tre fanatici musulmani francesi su suolo francese -che oltre a essere un po’ stronzo, nei paesi che professano la libertà di culto è vagamente incostituzionale; non che qui si guardi a cos’è costituzionale e cosa no. Qualcuno le ha pure scritte, le scuse. A un certo punto, qualche giorno fa, la blogger che diede inizio al casino che fece cacciare Nebo da GQ per un pezzo sarcastico ha iniziato a postare cose a tema #JeSuisCharlie su twitter. Non è l’esempio più luminoso, è solo un indicatore della moralità media. Mi prende male che ci sia sempre una versione alla vaccinara di tutto quello che di rilevante succede nel mondo occidentale: Salvini, Corriere della Sera, Santanchè, Huffington Post, Barbie Xanax, Bastonate e chissà domani che squallore.

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Non so bene di cosa parli questo pezzo. Giuro su dio, voleva essere un pezzo su un concerto che ho visto sabato sera. I prossimi giorni pubblico anche quello. Parla fondamentalmente del fatto che i Neurosis hanno rotto il cazzo. Scusate.

I tuoi soldi, il mio culo

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Ashared Apil-Ekur

La storia in breve: un’agenzia ha scritto ad un sito per avere la rece/intervista ad un gruppo. La persona che rappresenta il sito ha risposto che l’avrebbe fatto in cambio di 25 euro. L’agenzia ha chiesto se il sito avrebbe fatto fattura, il sito ha risposto di no, che aspettava l’accredito su paypal eccetera. fine della storia, grossomodo. Corollario: il sito ha sbandierato il numero di contatti giornalieri (molti più di quelli di Bastonate) e il numero di like su FB (Bastonate non ha una fanpage su FB) e ha giustificato l’ammontare sulla base di tempo perso ad ascoltare il disco e fare intervista. L’agenzia ha pubblicato lo scambio di email oscurando il nome del sito. Sotto si sono scatenate le persone, gridando all’accattone e al pezzente e al cattivo giornalista.

Trovate tutto qui e qui, e da poco è uscito un articolo su Soundwall e dlso. Le persone che l’hanno condiviso, a partire dal responsabile dell’agenzia, hanno puntualizzato lo squallore del tutto e si sono schierati anche ferocemente in nome di una certa qual etica professionale. Qui la discussione originaria, qui uno strascico. Se ce ne sono altri, segnalatemeli: sono curioso.

SEDICI: IL CULO.

Mi è capitato, qualche volta, di ricevere proposte promozionali da qualcuno con dei soldi in ballo. I termini dello scambio sono sempre più o meno gli stessi: chi promuove mi scrive, usa una formula più o meno ambigua, mi fa capire che se scrivo il pezzo mi becco trenta euro, non insinua che il pezzo debba essere positivo o negativo, eccetera. Non è successo più di cinque o sei volte, per un ammontare complessivo che non mi avrebbe cambiato manco un mese di vita (cinquanta euro al massimo). Ho gentilmente rifiutato e/o scritto che se avessi fatto il pezzo non avrei voluto soldi. E poi i pezzi non li ho scritti, ma se avessi avuto qualcosa da dire l’avrei fatto. Bastonate rende abbastanza facile questa linea d’azione: l’abbiamo messo insieme stando bene attenti a non dover fare cose che poi ci sarebbe scocciato fare, tipo gestire una fanpage su facebook o un twitter di redazione. Gestirlo professionalmente, considerato anche che ci scriviamo in tanti, non avrebbe nessun senso.

PRENDO LE DISTANZE DA ME PERCHÈ NON VOGLIO AVERE NIENTE A CHE SPARTIRE CON ME

Probabilmente, se non avessi un lavoro, la penserei in modo molto diverso. In ogni caso posso sbandierare una certa etica di fondo, ma ci sono decine di modi in cui sono comunque mafioso, in qualche misura, nello scrivere i pezzi.

  • Mettiamo che sei mio amico e mi mandi il tuo disco nuovo. Io lo ascolto e di primo acchito il tuo disco mi fa cagare: è estremamente probabile che me lo riascolti, in nome della nostra amicizia, e gli dia una possibilità in più. Se il disco continua a farmi schifo ti scrivo in privato e ti dico qualcosa come “senti un po’, il disco non mi piace, se vuoi la rece la scrivo lo stesso”. E poi tu decidi di tua sponte se vuoi un pezzo tiepido o negativo da me o vuoi che passi oltre. Se vuoi che passi oltre, non mi offendo. Se il tuo disco è così così, invece, magari scrivo la recensione enfatizzando i pregi e minimizzando i difetti.
  • Mettiamo che tu mi mandi un disco e io non ti conosca. È probabile che io tratti la tua musica con sospetto e generale fastidio, o che non la tratti proprio. A volte per farmi girare il cazzo ti basta fare un errore di ortografia nel comunicato stampa. Se invece il tuo disco mi viene girato da una persona che rispetto, e che dice che sei a posto, per me sei a posto fino a prova contraria.
  • Mettiamo che il tuo disco esca per un’etichetta che in passato ha fatto uscire dischi che ho amato, e il tuo disco al primo ascolto mi fa cagare: mi sento in dovere di riascoltare il disco per rispetto dell’etichetta. Questo vale sia per le etichette di cui non conosco il padrone, sia per le micro-indie che mi stanno sotto casa. È successo, a volte, che rispettassi così tanto il gusto del padrone di un’etichetta da convincermi che la mia opinione negativa sul suo disco fosse sbagliata.
  • Mettiamo che il tuo disco sia buono ma in passato tu abbia fatto dischi brutti, scritto cose brutte su di me, rubato la fidanzata a un mio amico, rubato soldi pubblici per progetti del cazzo, fatto un video per Italia Uno o cose simili: è probabile che io riascolti il tuo disco buono per capire dov’è il trucco. E poi magari non faccio uscire il pezzo perché mi stai sulle palle, e a volte il disco non me l’ascolto nemmeno nonostante tutti mi dicano che hai fatto il disco dell’anno.
  • Mettiamo che nel tuo disco il violoncello sia suonato da una persona che rispetto: nel mio pezzo è probabile che sia enfatizzato il lavoro del violoncellista.

Per ora queste, ma ce ne sono altre. Sono comportamenti per parte imperdonabili, che mi rendono probabilmente un pessimo critico. Mi giustifico puntualizzando che sono in buonissima fede e in buonissima compagnia (alzi la mano chi non lo fa), e che per uno che bazzica concerti da tutti questi anni ho rapporti relativamente ridotti con il mondo della musica. Ma soprattutto, una persona che scrive di musica deve scegliere di cosa parlare e di cosa no, in qualche modo, e adotta criteri d’ingresso. Qualcuno non parla di un artista finchè non entra in classifica FIMI, io non parlo di niente che non venga da una fonte di cui mi fido. E comunque non è un dogma: ad ogni punto di cui sopra posso sottoporre tranquillamente una dozzina di episodi nei quali sono stato, tra dieci virgolette, “““““integro”””””. Magari su un moto di integrità e da una stroncatura salata ci hanno smenato degli amici miei, alcuni dei quali, al momento, ex-amici.

PORTE IN FACCIA SETTE GIORNI A SETTIMANA

Le ditte certificate ISO9001 pagano di tasca loro la certificazione di qualità, rivolgendosi a un ente terzo specializzato che emette regolare fattura. Alcuni nostri clienti chiedono certificazioni extra di qualità del prodotto, emesse da enti terzi da loro pagati. Entrambe le cose hanno vantaggi e svantaggi. Pagare per avere una recensione positiva? In senso assoluto è immorale, in senso relativo ho visto succedere di peggio. Pagare una testata per avere una recensione? Non lo so. Pagare una recensione in nero? È sbagliato, ma io compro i dischi ai banchetti e non è che mi sommergano di ricevute.

Paradossalmente è la dimensione media della cagnotta a dare il più grosso sentore di sfiga. Se chiedi una pizza di duecento euro ad articolo sembri un professionista, se ne chiedi venticinque sembri un pezzente col cappello teso (ho in mente una serie di siti che, così a sensazione, potrebbero chiedere 25 euro a rece: sono tutti bruttissimi e poco interessanti). A voler essere stronzi viene da osservare che, lavorando a prezzo zero, una mia recensione dei Brutta Merda non ha alcun valore monetario per me ma ne ha uno (irrisorio, ok) per l’agenzia promo dei Brutta Merda. E suona un po’ fuori da ogni logica che sia proprio un’agenzia, che di fatto mangia sul mio lavoro gratis (non quella in oggetto, parlo in generale), a venire a lamentarsi della cagnotta e gridare al cattivo giornalismo.

OGNUNO MANIFESTA E RAPPRESENTA PER LA SUA BALLOTTA

Sembra una stronzata a dirlo così, ma la musica non trova il proprio pubblico in maniera fisiologica. Esistono casi in cui un critico/discografico influente ascolta una canzone eccezionale e decide di promuoverlo a interessi zero, ma le canzoni eccezionali non sono una grandissima percentuale del totale. Molti gruppi si promuovono stando in giro, suonando gratis, facendo amicizia con le persone, scrivendo agli altri gruppi eccetera. Altri pagano una persona per attirare l’attenzione di qualcuno sul loro disco. Altri fanno entrambe le cose. Io personalmente preferisco il primo sistema: diventare tuo amico per motivi terzi e sull’onda della nostra amicizia ascoltare il tuo disco. Accetto senza riserve la percentuale di ipocrisia che ci sta dietro e che qualcuno mi chieda come sto senza volerlo sapere: due scambi di chiacchiere innocenti, un po’ di vasella sui bordi e la promessa di prendere un caffè che sappiamo entrambi che non succederà mai, e uno dei due mentre lo dice sta pensando a Michele Sindona. È comunque una buona forma di comunicazione, ed è molto più probabile che io mi occupi del tuo disco parlando con te, piuttosto che ricevendolo da un ufficio stampa -nella cui mailing list sono finito senza chiederlo.

Se ti presenti sventagliando cinquanta euro, in ogni caso, hai la mia attenzione. Poi magari non concludiamo nulla, ma quantomeno ti arriva una risposta via email. Naturalmente se entriamo in questo campo, il gioco a cui giochiamo è diverso: io so cosa ti aspetti da me e tu sai cosa voglio da te. Stando ai numeri puri, non riuscirei mai a cagar fuori un tariffario da venticinque euro a recensione. Per venticinque euro non riuscirei mai a garantirti un contenuto: magari il tuo disco fa schifo e non voglio che stia sulle mie pagine, o non ho niente di speciale da scrivere anche se il disco è buono. Magari per cento euro mi sforzerei a scrivere qualcosa anche se non mi viene niente. Magari per trecento euro a settimana potrei farmi piacere un disco indifendibile, forse sono felice di sapere che non lo scoprirò mai. Magari voi no, e magari non avete mai leccato il culo a un vostro amico, e magari non avete mai scritto male di un gruppo che vi sta sul cazzo. Chissà quant’è orgogliosa vostra madre.

Pikkio Music Awards 2k14 (parte 1)

CIAO IO SONO DJ PIKKIO E BENVENUTI ALLA SECONDA EDIZIONE DEI PIKKIO MUSIC AWARDS! (qui la prima)

per leggere questo articolo si consiglia questo sottofondo musicale

Prima di spararvi banali classifiche ripercorriamo quest’anno 2k14 in musica, sicuramente meno rivelatorio ed esplosivo del 2k13, ma proprio per questo figlio dell’onda d’urto dell’instikkio 2k13. Succede banalmente che rientrando nello stikkio, pre-vita post-morte, si finisce nello spazio universo, galassie, come già previsto d’altronde da Exai nel suo percorso umidità stikkio primordiale cd1 –> spazio sconfinato cd2. Spazio di un universo che gli Autechre fanno risucchiare poi nell’ultima traccia YJY UX: un buco nero/stikkio super massiccio atto in futuro a rigenerare altro universo. Ecco il 2k14 è proprio parte di questo risukkio, è pieno di SPAZIONAMANIA, trip nella morte, robe nel futuro 4k.

Grey Over Blue (EarthPortal Mix)

Grey Over Blue (EarthPortal Mix)

La cosidetta HDLIFE viene sempre più accettata e praticata, tant’è che oltre a quella puramente divertente materica ora ha altre branche come quella esi(sten)ziale  (b(l)ow(o)nd(a)sk(ar)fu) dell’esistere un giorno o speculativa dell’accelerazionismo. HDLIFE viene però anche subita tra capo e collo, come ha dimostrato la CULOMANIA Kim Kardashiana, una moda figlia della grande america turbocapitalista kanye westiana che è solo un tentativo rozzo ed egotico di contenere la vera CULOMANIA globale che è ben illustrata dall’unica vera CLASSI FICA (stikkiochart) possibile, quella di pornhub. In questo universo di incredibili statistiche pipparole, buona per 10mila articoli per blog orribili, trova ovviamente spazio l’argomento CULOMANIA sotto forma di sfida TETTE vs CULO nel mondo. Notate come tutta l’Africa e le due Americhe siano totalmente CULOMANIAKE, mentre metà Asia e tutta l’Europa siano ZINNOMANIAKE. Ora Zinne=Latte=Galak=Galassia=Via Lattea ovvero la nostra galassia. Culo invece non è uguale a merda come subito penserete voi merdoni! CULO=PROPULSIONE ATTRAVERSO L’ESPULSIONE DEL MERDONE !!!

Ecco spiegato come mai gli album più esplorativi e spaziali dell’anno provengano quasi sempre dall’area afrofuturista/atlantica. La nuova propulsione culica ha dato una spinta alla retorica spaziale permettendo di esplorare non solo la galassia zinnica euroasiatica, ma anche le lande universali della morte o il recupero di nuove scienze. Significativo che l’anno-in-kulo del 2k14 sia stato esaminato in maniera pikkiomaniaca solo da una rivista online di videogiochi testimonianza della sempre più concreta esistenza di una VIDEOGAMEWAVE.


Pineal Mix

Risukkiati nell’instikkio 2k13, nel corso del 2k14 abbiamo finalmente recuperato altre memorie che vorticosamente volteggiavano attorno a noi già gli anni scorsi, ma che ci si ostinava a non afferrare, persi ad affilare improbabili coltellini dark-techno. Ora queste memorie dal futuro (Spaceape RIP) ci si stanno veramente incollando addosso e ci danno nuova forza per comprimerci tutti insieme in un solo spazio. Testimonianza massima di quest’andamento a spirale inversa della musica odierna è la densità sempre più massiccia di uscite di dischi significativi all’avvicinarsi della fine del 2k14. Dalla stella Syro il dragone in poi, l’universo musicale ha iniziato a comprimersi sempre di più in una giusta negazione del tempo e della stanca scansione annuale, privilegiando quella NATURALISTA del solstizio invernale. Giusto uscire tutti insieme nel periodo in cui il Sole sparisce lasciandoci freddi e soli: comprimendoci tutti in un solo punto possiamo così finire nel tesseratto dell’Amore e cambiare le variabili del presente per un phuturo migliore!!! Attenzione però, a cambiare queste variabili potrebbero essere entità maligne e base per altezza non genererebbero più Amore, ma Odio !!! Per questo dico schiacciatevi nel tesseratto, ma portate con voi solo i Dischi DIO. E sopratutto in Elite: Dangerous rifiutatevi di commerciare schiavi ! Non ripetete l’errore orrorifico dei terrestri !!!

Postumi

GUARDA ANCHE TU IL VIDEO CON BESTEMMIE SUL SUONARE CHE HA COMMOSSO STEVE ALBINI

No niente, è che l’altro giorno leggevo la sgasata di infotainment protogeek sulla volontà di Sony di buttare fuori un reboot del Walkman che non c’entra un cazzo con nessuna filosofia di portabilità e pop del fratello morto. E’ un coso (costoso) con cui ci si può ascoltare ADDIRITTURA la versione flac di Analphabetapolothology, cioè il nonsenso più assoluto e non sto nemmeno a sottolineare il concetto con la metafora dello scopare col cazzo di un altro. Probabilmente mettendo il dito in bocca per sentire dove tira il vento del pay-to-listen finirà per essere un qualcosa su cui scaricare i dischi di rappertatuatoacaso con i codici trovati nei pacchetti di ringo, due aggiornamenti firmware all’anno, tre anni di vita con un paio di dimezzamenti del prezzo.
Nella scatola non ci sono nemmeno le cuffie, giusto così.
Sarebbe però un buon motivo per rompere i coglioni a Montagano di V4V Records per fare uscire i RECUPERONI DEI GRUPPI PUNK solo in digital download FLAC per trollare meglio la baracca.
Mi pare infatti una bella storia scrivere il mio primo pezzo dell’anno nuovo parlando di cose nuove che in realtà sono nella testa e nello stomaco datate al carbonio alla fine ’90 inizio ’00
Sta per uscire il disco nuovo degli Auden , orbita emo-core chitarra aperta che ha giocato di sponda con i primi FBYC e una delle più cose italiane di quegli anni là che era la Holiday Records.

Cover
Some Reckonings sono sostanzialmente otto pezzi di vecchia scuola, tanto cuore, brutto inglese e LA-LA-LALA-LA-LALALA tutti belloni, con tanta maniera e tanto tiro. Personalmente non sto ascoltando altro da un paio di settimane ed è tantissimo per un disco che si assimila in tre ascolti: cresce un sacco. Esce in vinile e in download non so quando, di preciso, entro Gennaio comunque. Seguirli da vicino.

L’altra miglior notizia del 2015 della categoria POSTUMI è questa qua
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Reunion dei Samsara, prima data al Renfe di Ferrara vuol dire ruspare via almeno 10 anni di feste lesbo fatte là dentro e riattaccarsi i dread col dentifricio.

LIRBI #5, ovvero Vita nei boschi

invito

ELGGERE è farsi domande. Tipo dove vanno le paperette quando il lago si ghiaccia, cosa c’è oltre le colonne d’Ercole, ma gli zingari dove trovano i vestiti da zingari e perché, perché al mondo nessuno compra libri giammai, ma poi la gente affolla gli stand Einaudi e Adelphi al Salone del Libro di Torino dove è entrata pagando un biglietto, e perciò finisce per comprarli nell’unica occasione all’anno in cui costano di più. La risposta a tutte queste domande e a qualsiasi altra eventuale è il BOSCO, è la MONTAGNA, è, in altre parole, la FSIDA con se stessi (che a proposito, da qualche tempo pare si scriva sé stessi che se no si confonde con il se stessi interrogativo, un probrema – cioè problema come dicono i napoletani con la r moscia ossia tutti – che oserei definire del cazzo, giacché nessun italiano se lo è davvero mai posto ed è inoltre pressoché impossibile confondersi, tipo, chi mai potrebbe leggere una frase come “Vivere nei boschi è una sfida con se stessi”, senza accento, con intonazione tipo “Vivere nei boschi è una sfida con – se stessi?”, se stessi  a fa’ che? E se mandassi affanculo l’accademia della crusca, piuttosto?), il superamento delle convenzioni, il rifiuto della vita occidentale che altri ci hanno imposto e tutto questo genere di cazzate che la nostra società autoreferenziale e senescente produce e/o abbraccia a profusione. Il collegamento tra BOSCO e MONTAGNA per me è ovvio, nel senso che a mio giudizio non esistono boschi che non siano al tempo stesso in montagna (l’ate mai visto un bosco ar mare? Ma vaffanculo và) e non esistono montagne che non abbiano un bosco, almeno fino a una certa altezza, o altitudine, come si dice. Sia boschi che montagne hanno prodotto grande e piccola letteratura, e questa è la ragione per la quale questa puntata di LIRBI è dedicata ai lirbi sui boschi e sui monti, possibilmente su entrambe le cose assieme. Ci è voluto tanto dalla scorsa puntata perché avevo bisogno di leggere i libri, prima  – no, è una bugia: è che sono pigro, non leggerei mai appositamente per scrivere libri, perché leggere, ricordatelo sempre, è un regalo che si fa a – se stessi?

Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi (svariati editori, pp. 300/400, euro in genere pochi)

Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. E nell’anno che ci ha portato via Robin Williams, un eroe, non Spielberg, non Stephen King, nondimeno un eroe, rileggere l’abusatissima citazione resa nota – almeno alla mia generazione – perlopiù dall’Attimo fuggente, diventa tutta una faccenda di commozione, di commiato. Ho usato le parole faccenda e commiato perché influenzato dalla prosa ottocentesca di Thoreau che, a parte le pippe sui lucci e gli ammorbi sulle piante, è autore di questo grandioso inno di libertà, libertà nel senso più puro di individualità, di DESTRA, insomma, di non tarpate le mie ali con fregnacce cattocom tipo quote rosa o altre limitazioni al talento, che nei decenni a seguire ma soprattutto in tempi recentissimi è caduto nelle mani degli ambientalisti faciloni che lo hanno preso a simbolo di tutto ciò che è sbagliato. Che poi tutti prima o poi ci fanno un pensierino, ma pensate che rottura de coioni titanica sarebbe vivere nei boschi, che senza energia pure pure, senza acqua ok (chi se lava?), ma Dio bono, senza internet no. (Thoreau – voto 8 – non aveva internet manco a casa, perciò noia per noia tanto valeva buttarsi sui lucci. Per lui era più facile. Alle prossime elezioni voto repubblicano).

Mauro Corona, Nel legno e nella pietra ovvero Vita nei boschi (Mondadori, pp. 332, euro 5,00)

Di Mauro Corona si sente la puzza di sudore attraverso lo schermo, ma la cosa che rende davvero difficile approcciarsi a lui e alle sue braccia nude è l’aria “Dimme Quarcosa de Saggio” che hanno le persone che sembrano apprezzarlo. Ho sorpreso più di tutti me stesso iniziando a leggere questo suo libro appositamente per questo pezzo  (credo fossi alla ricerca di un facile bersaglio) e non trovandolo male. Nel senso: sono oltre novanta racconti di tipo una pagina l’uno in cui ricordi dell’autore vagamente collegati dal tema “montagna” sono evocati in modo che sembrano voler dire qualcosa senza in realtà significare un cazzo. Come la maggior parte della letteratura e della poesia, ok, ma con il pregio non indifferente di essere scorrevoli e tutto sommato di poche pretese. Tipo caghi e te ne fai due o tre. Highlight quello dove lui ha letto Walden (vedi sopra), e perciò lascia moglie e figli e se ne va a vivere in una baita, ma ha paura del buio e si costruisce dei pupazzi di legno che gli fanno ancora più paura e perciò li getta nel fuoco (altri, invece, se li fregano i turisti quando lui torna a casa, tempo dopo). (Giuro, è così, è un buon 7 e sembra scritto da Caizzi se Caizzi fosse un montanaro e non un genio della musica)

Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane ovvero Vita nei boschi (Sellerio, pp. 253, euro 16,00)

A Walden di Thoreau capita, come capita ai libri belli in quel particolare modo che oltre a essere belli sembrano anche più semplici di quello che in realtà sono (voglio dire: leggi una Emily Dickinson e puoi volentieri fermarti agli uccellini e al mare apprezzandola lo stesso e senza venire sfiorato dalle leggi regolatrici del cosmo), di generare schiere e schiere di imitatori. Uno è il pirla di Into the Wild, che poi alla fine dispiace, un altro – molto peggiore – è questo vincente totale di Sylvain Tesson – un francese di merda che ha un lavoro fichissimo (tipo il giornalista culturale, una roba così) e però è inquieto e vestito Quechua (forse meno cheap di Quechua) e con le scarpe con le dita fa i trekking attorno al mondo mostrandosi anima vagabonda, figlio della notte e delle stelle, abbracciato dalle sue mille e più compagne mentre egli sfugge, richiamato da quel richiamo che Chatwin chiamò della Malinconia, e già conobbero gli Ulissi, i Marco Poli. MA MUORI STRONZO, è quello che gli direi io facendo irruzione nella capanna siberiana dove lui è andato a vivere per alcuni mesi, portandosi una lista di letture estetica e rompicoglioni (c’è l’elenco nelle prime pagine) e con il palese interrogativo QUANTA NE BECCHERÒ AL RITORNO? che ne guida l’agire come la stella polare guida i suoi sogni. Il problema è che una cacata del genere ha la sua piacevolezza  (una sorta di fastidio che ti fa godere) e trovare già questo in un libro è qualcosa. (6 ad ogni modo, ma 9 se chi legge è femmina).

Thomas Mann, La montagna magica ovvero Vita nei boschi (Mondadori, pp. 1065, euro 60,00)

“Ma no, non magica, incantata”, pensa lo stronzo non aggiornato che NON SA che la traduzione di Der Zauberberg, anzi, DEL Zauberberg, come direbbe un critico italiano, è stata aggiornata. Con una pippa mentale che tutto sommato mi sento di condividere: incantata è passivo, magica è attivo. E da questo spunto, un becerone che ha letto anche La morte a Venezia parte con le battute e non la smette più. In ogni caso, la mia copia è un Meridiano Mondadori costosissimo a cui a un certo punto mancano delle pagine, cioè, tipo da pagina 734 in poi ci sono ripetute le prime 64 pagine, tipo. METALETTERATURA?, FOSTER WALLACE?, o solo un’altra sciatteria del PAESE DEI RENZUSCONI? Io non lo so, io me ne fotto, ma La montagna magica, a prescindere da questo dettaglio di vita personale – che comunque mi impedirà per sempre di finirlo – è una rottura de coioni unica e leggendaria, io pensavo parlasse di caccia selvaggia e demoni nei boschi, e invece parla di malati di tisi. La magia sta nel fatto che la tisi viene anche al lettore. (Voto 8 ai medici che hanno sconfitto la tisi, voto 0 alla Mondadori dei Renzusconi che non solo m’ha messo le pagine sbagliate, ma ha pubblicato un altro Meridiano in cui c’è sempre La montagna magica ma in più anche La morte a Venezia, il tutto allo stesso prezzo, in segno di disprezzo e di gigantesco VAFFANCULO a me in persona)

Reinhold Messner, La vita secondo me ovvero Vita nei boschi (Corbaccio, pp. 333, euro 16,90)

Reinhold Messner è duro come il cazzo – dico, non nel senso dei genitali, ma ho personalmente questo modo di dire che qualcosa è qualcosa come il cazzo, quando voglio fare un complimento, e so che prima o poi me ne uscirò con un Direttore lei dirige come il cazzo, e sarà solo l’inizio dei miei uai, cioè “guai” come lo dicono i napoletani. Che poi cosa farò quel giorno?, chi lo sa, ma da quando ho letto un lungo estratto di questo libro di Messner sul Foglio (il Foglio è il giornale dei Renzusconi che io compro ormai solo per non deludere l’edicolante che me lo fa trovare quando il sabato mattina vado lì a comprare Vanity e la collezione dei dinosauri per mio figlio – questo sia detto con la piccola speranza che l’edicolante legga e non me lo faccia più trovare ma senza farmelo pesare, così, per sua scelta) ho capito che la mia vita non è la mia vita, cioè quello che faccio oggi (bene come il cazzo, devo ammettere), bensì la MONTAGNA. La MONTAGNA che ti scruta, non perdona, ti sovrasta e te se magna, un po’ come dice lo stesso Messner qui e lì in questo consigliatissimo BUCH. Quando ero piccolo ritenevo che Messner fosse un idiota, credo sulla sola base di un commento buttato lì da mia madre vedendolo in tv. Invece scopro oggi – e invito voi a scoprire – che Messner è un eroe, altoatesino come il cazzo, uno che nella vita ha sofferto, ha lottato, ha rispettato i vecchi e la MONTAGNA e ne ha avuto in cambio quel non so che a cui allude, ma che non dice mai, in questo pur bellissimo libro. O forse lo dice, è che nell’estratto non c’era. (Comunque 9)

Let Them All Fail With You

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Tra le varie cose che non ho fatto nel 2014 c’è stato scrivere dei dischi che mi piacciono. Non so dire perché, cioè, lo so dire: non so scrivere cose interessanti sui dischi che mi piacciono. Propositi per l’anno nuovo, intervallare le cose che mi sembrano interessanti a qualcosa che mi va soltanto di segnalare. Inizio da questo 7″ dei Father Murphy che si chiama Let Them All Fail With You. Contiene uno dei brani di Pain is On Our Side Now (non so se avete presente, si trattava di due dischi fatti per essere suonati contemporaneamente) mixato da Greg Saunier in persona. E il lato B è inciso a mano da Handy Lab. Segna l’inizio dell’attività di un’etichetta di nome Zen Hex, fondata da Iacopo ex-SonsOfVesta, e direi che questo è più o meno tutto. Il contenuto è il contenuto: noise psichedelico perennemente in bilico tra sfogo di pelle e tensione intellettuale. Sta a Pain più o meno come il bootleg con la versione premixata di Zaireeka che si trovava su Napster stava all’opera originale, ma con meno implicazioni da avanspettacolo e più fango. Lo trovate da ascoltare su Noisey, ma l’oggetto è proprio bello di suo. La pagina FB con tutti i contatti è questa.