Una per i trentacinque anni di “Closer”

 

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Del Corvo ho letto prima il fumetto, il film l’ho visto dopo. Niente TV, poche stazioni radio, in proporzione una bella dose di informazioni inutili con cui sono stato riempito negli anni formativi viene dai fumetti. Mi piacevano i fumetti, senza distinzione. Da Dylan Dog a Tank Girl più tutto quel che stava in mezzo e oltre. La mia mente era una spugna, assorbiva tutto. Il problema era riuscire a metterci le mani una volta esaurita la paghetta, che era misera e finiva sempre troppo presto in proporzione al bisogno. A volte ho rubato, a elaborare il senso di colpa mi aiutava Kevin: se ti serve tanto una cosa e tu non hai i soldi, la puoi anche prendere in prestito. Ripensavo a quelle parole e mi passava. Il Corvo l’ho comprato. Due numeri a tremila lire – il terzo.tremila e cinque, quei bastardi – in mezzo un numero zero a duemila e stop: una spesa affrontabile. Mai nemmeno considerato l’edizione limitata, mai collezionato roba; nessuna fascinazione per l’oggetto in quanto tale, contava il contenuto, e mille lire in più o in meno per me erano soltanto mille lire in più o in meno. Mezzi per un fine, tanto per restare in argomento. È stato bello finché è durato e per molto altro tempo ancora Il Corvo. Troppo breve (ma non è sempre così per tutto?), quando è finito ci ho messo un po’ a elaborare la perdita. Avrei voluto continuasse. Quasi ogni capitolo portava il titolo di un pezzo dei Joy Division; così li ho scoperti, senza averne ascoltata una sola nota. Pochi anni più tardi, Closer mi è esploso in faccia.

È stato il primo, non sono andato in ordine cronologico. Copie bootleg orrende giravano in vinile a prezzi sostenibili, tanto bastava; una bella copertina e un vago ricordo le spinte finali per entrare nel tunnel. Mai sentito altro prima di Atrocity exhibition, il primo pezzo. Da lì il resto, combustibile per un fuoco che non ha smesso di ardere da allora. Avevo fotocopiato i testi tradotti a scuola. Senza sarebbe stata solo bella musica, strana e vagamente respingente, vagamente ostile. Altra cosa con le parole sotto gli occhi nero su bianco, condizione necessaria per dare un mio senso a quei lamenti. Entrarci, come una mano dentro un guanto nuovo, dell’esatta misura. Raramente è stato più facile, più chiaro; una verità ovvia.

Se ci arrivi presto è come se ci arrivi tardi: burocrazia, atto dovuto, comprare un vestito senza averlo provato e farselo andare bene; disfarsene senza rimpianti quando smette di fare il suo. Ma se ci arrivi al momento giusto è una rivelazione in grado di svoltare un’esistenza, di determinarla. Abitarlo per mesi o anni o una vita la logica conseguenza. Non viverla benissimo comunque, come per ogni altro classico personale, sempre in trincea: chiunque ne oltrepassi la linea di confine un invasore, la certezza che il disco parli a te soltanto, parole che nessun altro al mondo potrà comprendere mai, non allo stesso grado di intensità (semplicemente inaccettabile formulare il pensiero). Trip del genere. Rain Man al quadrato. Incidentalmente potrei dire lo stesso per una marea di altri dischi, per altri motivi, tutti validi secondo il mio sistema di valori. E come altrimenti.

Quando qualcosa è parte di te la porti dietro sempre, non importa il contesto. Continua a farmi strano vedere più di una persona in un locale dimenarsi sulle note di un loro pezzo – di solito Love will tear us apart (chissà perché sempre quella poi) – incastrato a viva forza tra una prescindibile merdata e la successiva. Lo stesso imbarazzo di seconda mano che mi assaliva per Smells like teen spirit sparata a tutta birra alle feste del liceo, decontestualizzata con violenza e brutalità paragonabili a uno stupro di gruppo moltiplicato all’infinito. Un riempipista. Quando il fastidio ha oltrepassato il livello di guardia ha coinciso con quando ho smesso di farne una questione. I dischi esistono per essere ascoltati.

Per anni non ho visto una foto di Ian Curtis. Per anni ho pensato fosse nero, nel senso di africano. Il suono della voce unito a nessun supporto visivo a confermare o smentire mi aveva portato a tracciare l’obbligatoria conclusione, a esserne convinto. Lo immaginavo bluesman deragliato, lo stato mentale che mi arrivava era quello: stare male, molto male, dentro qualche baracca gelida in nessun posto in particolare. Il resto sfumature.

Poi è arrivato il momento in cui un dettaglio del quadro generale è entrato a gamba tesa nel vissuto personale penetrando dall’esterno, mi ha invaso. All’improvviso e per sempre è diventata una questione privata; uno slittamento di piani ha dato un preciso significato, un peso specifico, una consistenza a tutti i giorni e anni precedenti vissuti nell’attesa del momento ora raggiunto, il momento del crollo. La colonna sonora più appropriata girava già dentro di me, da anni.

Closer è uscito trentacinque anni fa. Francesco me l’ha ricordato. Mai celebrato l’anniversario, sempre ignorato mese e giorno. Contrappasso definitivo, ironia suprema: dopo decenni a tenermi compagnia, miliardi di ore spese a scandagliarne ogni piega alla ricerca di nuovi elementi che rafforzassero un legame comunque fin dal giorno uno profondo più dell’oceano, del tutto ininfluente la mole di film, libri, contributi di ogni provenienza e natura sull’argomento (scansati di default o entrati da un orecchio e usciti dall’altro), a sopravvivere più a lungo nella memoria e nelle budella niente e nessuno dei suddetti, in molti sensi la nemesi assoluta. Una cover.

Le cover sono croce senza delizia il più delle volte. Con i Joy Division poi la possibilità di fallire miseramente diventa invariabile certezza – oltre che spietato indicatore del grado di assoluta incoscienza e straordinaria presunzione degli autori dello scempio – senza passare dal via, matematico. A parte un paio passabili (Nine Inch Nails, Dead souls; Codeine, Atmosphere) riconosco una sola eccezione: Transmission rifatta dai Nomeansno, in qualsiasi forma, esibizione e contesto. Mai smesso di ascoltarla, mai ascoltata troppo. La preferisco all’originale. Non saprei spiegare perché, ancora oggi per me non esiste nient’altro che anche solo le si avvicini. Un detonatore. Appena parte il giro di basso le lacrime rotolano giù (come dicevano i Tears For Fears), è incontrollabile. Mi ricordano che sono ancora vivo, non importa per quanto, non finché i fratelli Wright si sgolano ripetendo ossessivamente dance dance dance dance dance to the radio come fosse la sola cosa sensata da urlare con quanto fiato un corpo possa contenere, fino al collasso; di colpo ogni casualità acquista un senso mentre le torsioni di Ian mi rimbalzano nel cervello come un flash maligno, innescando cortocircuiti seri.

LA PESANTATA DEL VENERDI': Quanto senso ha affidarsi ai dati di vendita?

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Qualche tempo fa sono usciti i dati FIMI e SIAE sui dischi più venduti e sui concerti più frequentati nel primo semestre, con relativi articoli in merito. Virginia Ricci su Noisey ha scritto un pezzo intitolato “perché la musica in Italia è messa così male”, a commento della cosa. L’ho linkato su Facebook ed è venuta fuori una specie di dibattito sull’articolo, sullo stato della musica in Italia, sullo stato della cultura in Italia, e cose simili.

Assieme ad altre cose, provo a imbarcarmi in una serie di PESANTATE (che probabilmente non usciranno solo il venerdì) su questo argomento. I pezzi che vado a pubblicare non parleranno necessariamente dell’articolo (di cui condivido alcune idee e non ne condivido altre) da cui sono partiti i flame, ma sicuramente ne prendono le mosse. Metto una cronologia che potrebbe essere utile recuperare, per dare una visione della faccenda, poi aggiungo alcune considerazioni. Il primo articolo parlerà dei dati SIAE e FIMI, sulla loro attinenza e chissà che altro.

I dati FIMI sui dischi più venduti del primo semestre 2015

I dati SIAE sui concerti più visti del primo semestre 2015

L’articolo di Virginia

La discussione sul mio profilo

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Quanto senso ha continuare ad affidarsi ai dati di vendita?

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Secondo i dati FIMI, il mercato musicale nel primo semestre del 2015 è in super-crescita. Non ci credete? Qui il comunicato. 22% di aumento del fatturato della musica. Che cazzo avete da lamentarvi? Oltretutto il mercato CD, del cui crollo verticale si stanno lamentando tutti, aumenta del 21% in un anno (molto meno, in effetti, del 37% di aumento dello streaming e del 72% di aumento del fatturato dei vinili). L’allegato mette la situazione nero su bianco.

Che dati sono questi? Nel rapporto annuale del 2014, uscito il 30 gennaio di quest’anno, sta scritto che si tratta di vendite al sell-in. Se non sbaglio si tratta quindi del numero di dischi che vengono venduti ai negozi, moltiplicato per il prezzo di vendita consigliato. (se sto sbagliando qualcuno mi scriva un’email o un commento e mi corregga, grazie). Tipo, se una catena leader in grande distribuzione esce con una promo di sconto 30% su tutti i CD, magari per pulire il reparto, ho incassato un botto di soldi in meno e i dati FIMI non lo riportano (considerano invece i resi). Come dire, i dati FIMI sono proiezioni probabilmente attendibili di quanto venga effettivamente venduto nella rete di negozi censiti da FIMI, ma non dati reali di fatturato. Giusto? Non so. Che cosa raccolgono i dati FIMI? Federico Pucci, nei commenti sul mio FB, parla di “6mila punti vendita, compreso retail musicale, negozi multimediali e di elettronica, pari all’85% della distribuzione.” L’85% mica è poco, giusto?

Tornando alla tabella dei dati di vendita, scopriamo che in questi negozi si fatturano 2.392.000 euro di vinile. Due milioni di euro, ok? Diviso per un prezzo consigliato di 20 euro che costa un vinile nuovo in un negozio (sì, ciao) fa CENTODICIANNOVEMILA vinili venduti in un semestre in Italia. Se li calcoli a 25 euro di media scendi a novantacinquemila dischi. Divisi tra quanti titoli usciti? Tipo i Gerda sono conteggiati? Sembra di sì, nel senso, vengono raccolti anche i dati di vendita dei negozi. Dividiamo quel fatturato lì per il totale dei dischi in vinile usciti in Italia (qualche centinaio? migliaia, forse) e abbiamo un primo dato piuttosto eloquente, tra le 50 e le 100 copie vendute ad artista nel mercato tradizionale. Giusto? OK.

Smetto un secondo di parlare dell’aggregato. Avete mai fatto un conto di quanti dischi avete comprato dove ogni anno? Io mai, ma posso provare a fare ipotesi. Il posto dove preferisco comprarli è il negozio di dischi, ma ultimamente sta diventando difficile: sono sempre meno, trattano sempre più vinile (preferisco i CD) (sono meglio) (giuro) e fanno sempre meno parte dei miei giri. Posso ipotizzare che nel 2015 io abbia comprato due terzi dei dischi che ho comprato in totale tra concerti dei gruppi e  banchetti delle distro, accordi privati con padroni di etichetta eccetera. Uso rarissimamente servizi di streaming e ancora più raramente siti di download a pagamento. Probabilmente il mio comportamento non è così allineato con la media delle persone che comprano musica in questo paese, ma credo si possa dire senza tema di smentite che sto nel 3% di italiani che spendono più parte del proprio reddito in dischi e concerti.

Un’altra cosa che falsa i conteggi su di me sono gli streaming. È giusto considerarli, naturalmente, ma è giusto considerarli in una classifica che conta le copie vendute? Questo è un problema che supera molto i confini nazionali. Il conteggio delle copie vendute si fonda su una premessa ideologica di base su cui nessuno ha il coraggio di dire niente: compri la tua copia, esci dal negozio e vai a finire nel conto. Poco importa se quel disco rimane dentro lo stereo di casa per vent’anni o se fa tre giri e poi sparisce dalla tua vita: ne hai comunque comprato una copia. Lo streaming è uno strumento di misura molto preciso e affidabile, ma di cosa? Alcuni dei miei dischi preferiti non li ho ascoltati poi molte volte. Il primo disco dei Suicide ad esempio, o che so, Reek of Putrefaction dei Carcass. Ok? Ok. Recentemente ho ripescato il secondo disco dei Black Heart Procession, e quando dico “ripescato” intendo dire che l’ho rimesso su due volte, perché la musica dei Black Heart Procession è molto bella e fascinosa e avvolgente ma dopo due passaggi ne hai comunque abbastanza. E sono assolutamente convinto che il terzo Black Heart Procession sia molto più bello e importante per la mia vita di cose tipo The College Dropout (e non a caso possiedo tipo 4 dischi originali dei BHP e nessuno di Kanye West), ma se misurassimo il numero di ascolti Kanye West vincerebbe. Lo streaming è una cosa molto bella e importante per il mercato che ha rosicchiato quote alla pirateria, creato un database universale di gemme infinite e messo le persone in condizione di ascoltare tutto in qualunque momento, ma affidandosi alle statistiche dello streaming sembra necessario si arriva a conclusioni molto precise e assolutamente false, tipo che le persone come me tutto sommato preferiscono ascoltare musica allegra e sgarzolina e detestano i folkettari americani coi tatuaggi brutti e il morbo della morte addosso.

Tornando a dati aggregati, è difficile conteggiare quanto le vendite di un gruppo siano accuratamente conteggiate dai dati FIMI. Suppongo ad esempio che Laura Pausini o che so, Gue Pequeno siano conteggiati a dovere: poco banchetto, dischi venduti nei negozi, streaming/download e tutto il resto. Molto meno sembrano esserlo i gruppi indie. Quanti dischi vendono i Cani rispetto ai negozi?  Lo chiedo a qualcuno, magari. Capra mi dice che, approssimativamente, i Gazebo Penguins vendono al banchetto il 65% dei dischi che vendono in totale. Emiliano di 42 Records (i Cani, Colapesce, BSBE, Mamavegas etc) lo scorso anno mi disse che per certi artisti i dischi al banchetto arrivavano al 70% del totale; quest’anno, con l’esplosione dello streaming, la vendita di dischi fisici ai banchetti sta tra l’80% e l’85% del totale. Le copie ai banchetti non sono conteggiate da FIMI. È una stortura che va a sommarsi a quelle della classifica in sé, ed è davvero piuttosto grossa se vogliamo considerare lo stato della musica nel paese in generale e non per quanto riguarda un genere musicale preciso.

Per quanto riguarda la situazione concerti, SIAE sembra grossomodo un buon modo di misurare, nel senso che vengono contati i biglietti. D’altra parte sono dati estremamente parziali, relativi a un solo trimestre e senza concerti estivi (le date di ACDC, Vasco Rossi, Jovanotti e Tiziano Ferro basteranno da sole a far finire Fedez in bassa classifica). E come vengono conteggiati, ad esempio, i concerti/festival gratuiti, magari sponsorizzati da un grosso brand? Non è dato saperlo. Quanto incidono i prezzi dei biglietti? Quanto incide la scelta di fare un tour nei teatri piuttosto che un concerto in situazioni più popolari? È più figo fare tre date da diecimila paganti o quindici date da duemila?

Passo il tempo a leggere articoli di musica, è uno dei miei passatempi. Se avete la mia stessa passione, avrete notato l’incremento vertiginoso di pezzi legati all’analisi critica dei successi e dei fallimenti dei singoli artisti: il successo di alcune date, il numero di visualizzazioni sul tubo, il record di streaming in una settimana eccetera. Vengono snocciolati dei dati e vengono elencate le ragioni del successo di un artista rispetto all’altro. Questa situazione, in un mercato che cambia pelle così di frequente, richiede un continuo aggiornamento degli strumenti di misura, che combinati alla generale riluttanza di chi scrive di musica a passare i pomeriggi spulciando le fonti (riluttanza sacrosanta, sia chiaro: scriviamo tutti gratis o per compensi ridicoli) tende a creare una marea di case study inutili a descrivere il quadro generale. Per certi versi c’è da impazzire: siamo a contatto con TUTTA la musica del mondo, in ogni momento, possiamo ascoltare trecento dischi nuovi al giorno, uscire di testa con qualunque minchiata proveniente dal Congo o da Singapore, e scegliamo di ascoltare quello che ascoltano tutti, di parlare delle stesse cose, analizzare ex-post successi che non avremmo potuto prevedere ex-ante. Anche io, sia chiaro. Ci sono ragioni, io ho le mie, qualcun altro ha le sue. Suppongo che ci sarà un altro articolo su queste cose.

Di per sè non è un male. Il punto è che molte analisi di questa situazione parono da una tesi che si sviluppa a partire da dei dati che abbastanza evidentemente non fotografano una realtà o ne fotografano una tra le tante.  Suona un po’ come sostenere che in Italia il pane ha sempre lo stesso sapore senza mai prendersi il disturbo di cambiare fornaio. Forse avrebbe più senso ricostruire daccapo i criteri di valutazione su un sistema dinamico che tenga conto di un milione di fattori che in questo momento non vengono considerati, depotenziando l’importanza dei dati di vendita. Ma probabilmente i dati di crescita (così incoraggianti) del mercato musicale italiano non giustificano la sbatta, quindi tanto vale incrociare le braccia e ricominciare a parlare dei dischi per quello che c’è dentro, a prescindere da quanto cazzo vendono.

Uno dei miei dischi preferiti

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C’era questo concerto pazzesco a Bologna, sembrava quasi un festival vero. I primi di giugno del 2003, Audioslave headliner (vabbè); subito dietro Queens of the Stone Age (uscito da poco Songs for the Deaf), White Stripes (uscito da poco Elephant), TURBONEGRO cazzo, e c’erano anche The Kills che avevano fatto questo disco che ascoltavo sempre e persino questi Hell is for Heroes, una cosa FM-rock inglese agli steroidi, quelle cose che andavano in quegli anni, ma che avevano fatto questo disco figo che ascoltavo sempre

(poi l’ho continuato ad ascoltare per i dieci anni successivi)

Insomma qualche settimana prima scrissi a Diego. Diego è un tizio di Foligno che mandava avanti insieme a Daniele una webza musicale che si chiamava Movimenta, per cui scrivevo roba di indierock e metal cazzuto. Gli chiesi di scrivere a quelli del festival e procurami un accredito. Mi rispose “no, cioè, pensavo di andarci io, ci sono i Cursive”. CHI CAZZO SONO I CURSIVE, gli chiedo. Scaricati Domestica, mi risponde.

Nota di folklore: nel 2003, a Calisese di Cesena, non c’era l’ADSL. Il concetto di “scaricare” con il 56k, guardato con gli occhi di tre anni dopo, ha qualcosa di eroico. Per prima cosa dovevi farti un abbonamento flat con le poche compagnie che te lo permettevano (io l’avevo Wind, 120 euro al mese, condizioni complicatissime). Seconda cosa, gestire i tempi della connessione: evitare le ore pasti e la mattina (nel 2003 avere un telefono con una linea libera era essenziale). Terzo, puntare il programma di file sharing del periodo (non ricordo se si era già passati da Audiogalaxy a quel periodo buio in cui imperversavano Emule Kazaa e WinMX, che poi finì con l’avvento di Soulseek) con le tracce. Quarto, pregare gli dèi di svegliarsi la mattina e trovare il disco scaricato. La lista degli incidenti che potevano capitare era lunghissima: disconnessioni spontanee del modem, surriscaldamento di qualche componente nel mio computer anteguerra, disconnessione degli utenti da cui stavo scaricando, venire bannati a caso dai sistemi (vi ricordate che inferno scaricare da mIRC? Ci avete mai provato? Siete mai stati NUKKATI?), rallentamenti dovuti al mancato utilizzo di internet explorer. Da un programma di file sharing, quando andavi a manetta con una connessione a 56k, scaricavi circa 20 mega in un’ora, che con i rip mp3 del periodo (ancora tra i 128 e i 192 kbs, nella stragrande maggioranza dei casi) ti permettevano di scaricare un CD di 12 tracce in quattro ore circa. Più ragionevolmente, si riusciva a pescare un disco a notte se non si incorreva in spiacevoli incidenti. Per aggiungere sfaccettature di sfiga alla mia figura dell’epoca, non era infrequente che puntassi la sveglia verso le tre di notte per vedere se andava tutto bene. Alla fine della settimana avevi cinque dischi nuovi nell’HD. La nota serve per far capire che quando ti dicevano “scaricati un disco” ti stavano chiedendo un sacrificio. Ricordo il primo disco che scaricai con l’ADSL quando la misero in ufficio: andai su Archive.org e beccai il primo disco disponibile, un dispensabilissimo disco di IDM intitolato The Internal Adventures of Fubsan, guardando la progressione nella barra dei download con una sensazione di onnipotenza che sconfinava nell’eccitazione sessuale. Era il 2005; dieci anni dopo sono arrivato al punto di non scaricare i dischi nuovi perché non ho voglia di digitare WILCO sulla barra di ricerca di Soulseek, per capirci.

I Cursive sono un gruppo indierock di Omaha, in Nebraska. Si formano nel ’95, guidati da un chitarrista di nome Tim Kasher. Si sciolgono in amicizia (spostamenti e cose simili) dopo aver registrato due dischi: Such Blinding Stars for Starving Eyes e The Storms of Early Summer. Roba indierock abbastanza media, per niente brutta ma non esattamente indimenticabile. Il primo dei due esce su Crank!, il secondo (postumo) su Saddle Creek, un’etichetta di Omaha che fa uscire quasi solo musica locale, non troppo legata a un genere preciso. Nei primi anni duemila Saddle Creek esplode e diventa un’istituzione del rock statunitense: nel giro di un annetto escono i tre dischi più importanti del suo catalogo, Fevers and Mirrors di Bright Eyes (eterno buddy di Tim Kasher), Danse Macabre dei Faint e Cursive’s Domestica dei Cursive. Da lì in poi, le cose prendono il volo.

Dopo aver sciolto i Cursive, Tim Kasher si sposa e si trasferisce a Portland. Passa un paio d’anni e si separa, una separazione che cronache e interviste danno per molto dolorosa. Poco dopo rimetterà insieme il gruppo con una formazione leggermente diversa e si metterà a scrivere il nuovo disco, di getto. Viene fuori un’opera molto nervosa, urlata, decisamente più potente delle opere precedenti dei Cursive. Diventerà all’istante un classico dell’indie/alternative statunitense ed una specie di informale canto del cigno prima della seconda rivoluzione in seno a questo genere.

(chiosa) L’indie americano funziona per fasi. Cresce lungo tutti gli anni ottanta per via dello sviluppo della rete indipendente, inizia a diventare un mercato appetibile per la discografia mainstream, esplode come una bomba dopo Nevermind, entra in una fase di animazione sospesa che dura per un lustro abbondante in cui i gruppi perdono i contratti major e ricominciano a lavorare in una sorta di nicchia di secondo grado (non proprio autocostruita come negli anni ottanta, diciamo “alternativa” al mercato più spinto). La seconda rivoluzione del rock alternativo americano inizia negli anni duemila, in parte dietro al boom degli Strokes e in parte per via dei primi episodi di cultural appropriation legata all’indie puro, tipo New Slang degli Shins nelle pubblicità di McDonald’s. Si tratta di una fase molto diversa dalla prima esplosione perchè, come in una sorta di teoria dello sviluppo sostenibile applicata al rock imperialista, gli artisti e le etichette indipendenti vengono lasciati liberi di agire in una zona franca di non-interferenza artistica. Da lì verranno raccolti i frutti più appetibili per il mercato tradizionale, sotto forma di publishing o accordi di distribuzione. È un meccanismo di crescita consapevole all’interno di un ingranaggio che funziona per tutte le parti in causa (ascoltatori, artisti, etichette, corporazioni) e che –declinato ai rinnovamenti strutturali del consumo della musica- funziona ancor oggi. Le uscite Saddle Creek di questo periodo funzionano bene a definire la spaccatura: mentre Domestica parla soprattutto la lingua delle college radio e del file sharing, Faint e Bright Eyes fanno dischi destinati a un mercato più trasversale e diventano a brevissimo piccoli casi oltre la cerchia dell’indie (colonne sonore, club eccetera).

Quando mi capita di dire “il disco più bello di sempre” non mento mai, però il disco più bello di sempre è più di uno. Ci sono diverse ragioni per cui di alcuni dischi dico “uno dei miei dischi preferiti” e di altri “il disco più bello di sempre”. “Uno dei miei dischi preferiti” posso dirlo di centinaia di dischi, mentre il disco più bello di sempre è qualcosa intorno alla dozzina. The More Things Change è uno dei miei dischi preferiti,  Zen Arcade è il disco più bello di sempre. Domestica non è il disco più bello di sempre ma è uno dei miei dischi preferiti. Domestica è il tipico disco dei Cursive: discontinuo, ombelicale, lunatico. Nel minutaggio sono compresi episodi di bellezza assoluta ed inarrivabile, rasoiate di cattivo gusto e momenti di mestiere. La scrittura di Tim Kasher è molto pop e ama correre incontro alla melodia dolceamara, ma è tutt’altro che ortodossa e digeribile con i canoni classici. Domestica è il miglior disco dei Cursive perché è il più incazzato e diretto, quello in cui succedono le cose più matte, quello coi testi che ti ammazzano più in fretta.

Tutti gli anni passati dal primo ascolto di Cursive’s Domestica non mi aiutano a rimanere meno intimorito di fronte all’attacco. La prima canzone di Domestica si chiama The Casualty ed inizia fortissimo, con tutti gli strumenti al massimo per un secondo e poi una pausa e via così per tre battute e poi quella chitarra atona un po’ stile DNA inizia a menare una progressione d’accordi nervosissima e impossibile. Quando Kasher attacca a canticchiare pezzi di testo, venti secondi dopo l’inizio, sei già emotivamente spompato, e dopo un po’ inizia ad urlare. Il resto del disco è tutto a saliscendi: il punto più alto è The Martyr, una cosa che a un certo punto sembrano spuntar fuori gli Smiths e poi c’è una carneficina. Poi ci sono parti di elettronichina spicciola, tentativi fm-rock da buttare nel cestino, altre voragini emotive, e via così fino alla fine del disco. Kasher giura e rigiura che non è un disco autobiografico, o lo è in minima parte. I tempi e certi frammenti di testo sembrano inchiodarlo. Le urla sbracate alla fine di The Casualty sembrano inchiodarlo.

Al Flippaut arrivammo presto, ero con Matteo e non volevo perdere i Cursive. Quando iniziarono i volumi erano talmente bassi che dalla montagnola a destra dentro al Parco Nord non sembrava nemmeno che stesse suonando qualcuno. Poi arrivammo davanti assieme ad altre quindici persone che erano a vedere loro, e contando il disinteresse generale in un’arena immensa fu un concerto eroico. Tim Kasher era sbracato di sudore, tutto il gruppo allineato, un sacco di urli, c’era la tizia col violoncello, neanche mezz’ora di concerto. Poi insomma, c’erano i Turbonegro e tutti gli altri, non era la loro giornata.

L’anno successivo a Domestica  i Converge fecero uscire Jane Doe, che sta alla loro discografia come Domestica sta alla discografia dei Cursive. Jacob Bannon dichiarò in ogni intervista che la carica negativa delle canzoni nasceva, almeno a livello lirico, dalla fine tormentata di una storia d’amore. Ai tempi in cui lessi le dichiarazioni non le capii fino in fondo: avevo ventitré anni e pochi peli nella barba. Posi fine alla mia prima storia seria, un fidanzamento di sei anni circa, pochi mesi dopo avere ascoltato Domestica per la prima volta, nel settembre del 2003. Usai dosi massicce di Domestica per curarmi dalla rottura -no, non è esatto: usai dosi massicce di Domestica per riempire parte del vuoto provocatomi dalla sensazione di aver superato la fine di quella storia senza sprofondare nel dolore lancinante che dischi come Domestica mi avevano promesso. A volte siamo persone profonde e insicure e devastate nell’intimo dalla vita, a volte siamo degli sciattoni privi di nerbo che finiscono la benzina e aspettano di venir raccattati sul ciglio della strada da qualche buon’anima. Abbiamo dischi che ci servono per tutto quello che siamo, ed Alta Fedeltà ci ha già raccontato che ormai è impossibile fissare un rapporto di causa ed effetto tra tristezza emotiva e musica emotivamente devastata. È possibile che questa cosa funzioni anche per gli artisti, anzi io ne sono assolutamente certo –la tristezza e gli irrisolti producono musica molto migliore della musica prodotta nel benessere, e il fatto di produrre arte decente può creare una forma di dipendenza dal dolore e dalla miseria umana che può rivelarsi molto pericolosa ed avvicinarti al momento in cui sia la tua vita che la tua arte faranno schifo al cazzo. Allora, forse, ci può essere tempo per un ultimo colpo di reni, un ultimo istante di valore assoluto della tua opera, qualcosa che funzioni a mo’ di redenzione spicciola. Ma forse, potendo scegliere, preferirei dare una sistemata alla vita e sedermi ad osservare la mia arte colare a picco.

I Cursive dopo Domestica hanno fatto altri dischi, sempre meno interessanti, sempre più storditi, incapaci di ricreare quelle voragini emotive e men che meno di sostituirle con una scrittura più funzionale e che ricalcasse quella cosa che era diventato l’indie. Non ho idea di come se la sia passata Kasher negli ultimi quindici anni, ma ha continuato comunque a scrivere e a incidere e a rincorrere se stesso in un modo un po’ donchisciottesco, mentre la qualità media dei suoi dischi sprofondava. Happy Hollow fu davvero un brutto momento, e il disco successivo lo ascoltai controvoglia. La sensazione di essermi perso i Cursive buoni non mi ha mai abbandonato. Poi, alla fine di Mama I’m Swollen, i Cursive piazzarono What Have I Done. Che se non l’avete mai sentita sta qui di sotto, e prima di ascoltarla assicuratevi di avere modo di farlo con la calma che serve e il volume al massimo.

Domestica usciva nel giugno del 2000 e questo pezzo festeggia i 15 anni dall’uscita. Con i Cursive arrivo sempre un po’ in ritardo. 

La lista dei 25 dischi dell’anno SO FAR per Stereogum, ricommentata.

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Ho sentito diverse persone notare che il 2015 è un anno straordinariamente fecondo per la musica indipendente. Non sono d’accordissimo. I dischi che preferisco quest’anno sono divisi tra roba stupida, vecchiume, musica da atmosfera che ho ascoltato una volta, postpunk paraculo e legna pesa che sarebbe potuta uscire uguale 15 anni fa o anche di più, cioè un’annata piuttosto anonima o –più probabilmente- un altro anno passato ad ascoltare la musica sbagliata. Nella segreta speranza che qualcosa mi sia sfuggito, passo la lista dei 50 dischi più belli finora secondo Stereogum, mi concentro sui primi 25 e lo scenario è terrificante. Essendo piuttosto indietro con le recensioni di dischi nuovi, ne approfitto per smaltire un po’ di arretrato.

25 VIET CONG – S/T

Il disco dei Viet Cong è molto carino, o per essere esatti sarebbe un disco molto carino se fosse il 2004 e non ci fossimo ancora riempiti forzatamente lo scaffale di gruppi postpunk tutti uguali con gli stessi riferimenti e la stessa aria da depressi. Non è che non ne capisca i meriti, è che proprio mi sembra come mettere Neil Young tra i migliori dischi del 1997, non so se avete presente.

24 SCREAMING FEMALES – ROSE MOUNTAIN

Non l’avevo ascoltato prima d’ora, boh, sembra un disco pop carino, niente di troppo orribile contro di loro.

23 NATALIE PRASS – S/T

Il disco di Natalie Prass effettivamente è carino, non una di quelle robe su cui venga da scrivere qualcosa ma ha quel bel suono pop completo dimesso orchestrale che mi fa pensare sempre molto a quei gruppi da disco tipo Stereolab, il gruppo che c’entra meno con Natalie Prass al mondo.

22 FRED THOMAS – ALL ARE SAVED

Non l’ho ascoltato.

21 MARK RONSON – UPTOWN SPECIAL

Il disco di Mark Ronson è ai primissimi posti nella classifica di uno dei più dannosi sottogeneri degli ultimi anni, i dischi fatti per esaltare i critici musicali. I dischi fatti per esaltare i critici musicali sono generalmente roba a cavallo tra musica bianca e nera, hanno i riferimenti culturali giusti, sono prodotti e arrangiati DA DIO, sono un po’ sbarazzini e un po’ presi bene eccetera. Non ha molta importanza di che genere siano, a me viene sempre da pensare a cose tipo gli Air, non so se avete presente quella sensazione da negozio d’abbigliamento circa ’98 in cui tu entri e non importa che vestiti siano attaccati ai muri, il disco che sta suonando è quello degli Air perché forse con gli Air in sottofondo si consuma meglio. L’egemonia culturale dei dischi fatti per esaltare i critici musicali è tra le principali ragioni per cui oggi la musica fa schifo al cazzo. Scopro la classifica man mano che vado avanti, quindi immagino ce ne saranno altri.

20 CHRIS STAPLETON – TRAVELLER

Non ascoltato

19 ELDER – LORE

Lo stoner-sludge-kraut-doom (sapete di cosa parlo, giusto?) sta al rock estremo come il postpunk sta al rock fighetto, nel senso che anche se il disco degli Elder è figo e brillante io NON VOGLIO SAPERLO, ho ascoltato troppa roba uguale a questa negli ultimi VENT’ANNI e non mi fa più ridere, non è più il momento e non ne ho più voglia. Quello che sembra il parere personale di uno scorreggione, tuttavia, dovrebbe essere il lamento di un’intera generazione –manco la mia, che questa roba se la compra ancora senza patemi giusto per le copertine dei dischi. D’altra parte non credo esistano davvero ascoltatori di musica più giovani di me.

18 THE STAVES – IF I WAS

Non l’ho ascoltato

17 TOBIAS JESSO JR  – GOON

L’ho ascoltato con l’attenzione che dedico alla roba tipo Tobias Jesso Jr, non ho niente contro di lui, fa musica che mi scivola addosso.

16 HOP ALONG – PAINTED SHUT

Lo sto ascoltando ora, è molto carino se vi piace la roba indie rock con le chitarre affilate ma non postpunk, giuro che gli dedicherò del tempo.

15 GIRLPOOL – BEFORE THE WORLD WAS BIG

Non è la mia roba ma posso capire che possa piacere a qualcuno, boh.

14 DRAKE – IF YOU’RE READING THIS IT’S TOO LATE

Finora ho sempre trovato delle buone scuse per non ascoltare il disco di Drake, conto di arrivare a fine anno con lo stesso aplomb.

13 TRIBULATION – THE CHILDREN OF THE NIGHT

Non è quel che si dice un disco interessante, o potrebbe essere un disco “interessante” per qualche testa metal straconvinta di essere open-minded intorno al 2002, quella gente che ascoltava roba tipo i Solefald, presente i Solefald? Hanno fatto pure un disco quest’anno, che potrebbe stare nella classifica di Stereogum alla stessa posizione e con la stessa ragion d’essere (nessuna). Al di là del gusto personale mi fa girare il cazzo proprio il concetto che ci sia questo disco in questa posizione, unico disco metal in questa classifica. Qual è il merito specifico di questo disco dei Tribulation rispetto a un disco brutto degli Opeth? O anche solo rispetto al disco dei Tribulation di un paio d’anni fa? O anche un qualsiasi merito specifico di questo disco? CHE CAZZO NE SO. Ci andava un disco metal in quota qui ascoltiamo tutto, e se questo è il meno peggio dell’anno non siamo neanche più qua a lamentarci.

12 VINCE STAPLES – SUMMERTIME ’06

Non l’ho ascoltato ma ho visto la copertina in giro e mi piace un botto

11 SLEATER-KINNEY – NO CITIES TO LOVE

Continuo a pensare che non ci sia niente di speciale nel disco nuovo delle Sleater-Kinney in relazione agli altri dischi delle Sleater-Kinney e ai due dischi solisti di Corin Tucker, anche se finora è di gran lunga il disco migliore tra quelli che ho ascoltato in questa lista.

10 COURTNEY BARNETT – SOMETIMES I SIT AND THINK AND SOMETIMES I JUST SIT

Mi piace molto il titolo, mi ricorda una persona che conosco. Il disco di Courtney Barnett è carino e lei è scapigliata stilosa e indolente come il sogno adolescenziale di tantissimi 40enni che scrivono di musica, quindi diciamo che non sono d’accordo ma capisco cosa ci fa in questa lista.

9 JIM O’ROURKE – SIMPLE SONGS

Io non sono un fan terminale del Jim O’Rourke pop, ma lo ascolto con piacere e non sfascio piatti mentre succede, anche se ho la tendenza a dimenticare la musica che suona e a dare la colpa di questa cosa alla sua musica più che alla mia attenzione. C’è da dire che quantomeno i suoi dischi pop sono così personali ed escono così raramente da farli sembrare degli eventi, delle folgorazioni, quindi il fatto che stia tra i primi dieci dischi del 2015 SO FAR secondo Stereogum è una cosa che non dà fastidio a nessuno, e a questo punto credo di poter dire che il 2015 sia l’anno dei dischi che non danno fastidio a nessuno. Capace che da qui a fine anno riesca a scalare qualche altra posizione.

8 WAXAHATCHEE – IVY TRIPP

La storia di Waxahatchee è meravigliosa, questo progetto minuscolo, questa cantante che si registra i dischi in casa e arriva a tutto il mondo sulla forza del passaparola e del sostegno delle pubblicazioni di settore e di un pubblico fatto di personaggi schivi e introversi che trovano nelle sue canzoni l’espressione del loro sentire. Io no. Mi auto-rovino l’ascolto dei dischi di Waxahatchee, senza volerlo, perché ogni volta vado a pescare nomi da una lista mentale di dischi passati che erano buoni quanto quelli di Waxahatchee (sei-sei e mezzo, tipo), registrati in condizioni di fortuna e snobbati a man bassa perché, nonostante New Slang e svariati amici miei molto competenti che vantano discografie di 1500 titoli uguali a questo, uno o due dischi tipo Ivy Tripp a quinquennio sono già troppi.

7 FATHER JOHN MISTY – I LOVE YOU, HONEYBEAR

Altro disco riconducibile alla categoria “fatti per esaltare i critici musicali”. È carino, sia chiaro: ben suonato, psichedelico in modo non invasivo, elegante e complesso e tutto. Rimane il fatto che sarebbe potuto uscire identico quindici o vent’anni fa, ma pure trenta o quaranta, e questo può voler dire che è musica senza tempo o che dopo anni di PUNKS, ribellione, chitarre alte e terra zappata siamo rinsaviti, abbiamo deciso che la musica che ascoltava nostro babbo era molto migliore e più complessa e meritevole di questa, ci siamo trovati un lavoro in banca e abbiamo iniziato a comprare dischi di weird folk pettinato che cinque anni prima avremmo usato sì e no per giocare a freccette. Molto francamente, se avessi saputo come andava a finire, avrei rintracciato Devendra Banhart sotto i ponti e l’avrei fatto a pezzi con una scure prima che riuscisse a farsi rintracciare da Michael Gira.

6 SHAMIR –RATCHET

Non ascoltato.

5 JAMIE XX – IN COLOUR

Boh, sì, disco carino.

4 DONNIE TRUMPET & THE SOCIAL EXPERIMENT – SURF

Non l’ho ascoltato ma è in lista, sulla carta sembra una cosa tipo quando i cLOUDDEAD si sciolsero e Why fece uscire quel disco pop incredibile, tranne che i cLOUDDEAD erano i cLOUDDEAD, Why? era Why? e Chance The Rapper è Chance The Rapper.

3 COLLEEN GREEN – I WANT TO GROW UP

Sembra che per Stereogum questo sia l’anno del girl-pop convinto di essere girl-punk. Ed essendo contemporaneamente l’anno dei dischi che non rompono i coglioni a nessuno, ecco spiegata Colleen Green al terzo posto nella classifica parziale.

2 KENDRICK LAMAR – TO PIMP A BUTTERFLY

Capisco l’entusiasmo ma lo detesto: musicalmente è l’apoteosi della musica fatta per esaltare i critici musicali, dal punto di vista dei testi non riesco a comprendere appieno la montata d’odio razziale dell’ultimo periodo negli Stati Uniti (con lo spiacevole risultato che mi sembra un disco più adatto a dei 37enni che mentono sul fatto di essere stati caricati da uno sbirro negli anni belli).

1 SUFJAN STEVENS – CARRIE & LOWELL

Non ascoltato.

DIME CAN MA NO ITALIAN: ROMEANDO UNDER THE TORNADO

Squarepusher va in mona

Squarepusher va in mona

Me papà lavorava in ferovia a Mestre e tute le matine se sveiava alle 5 e mesa, ma davero, no come quei che intervista del Debbio dopo che i ghe xè ndà a robare i finti rom in tabacchin, per ciapare la Romea subito dopo Conche e ndare su drito fin in officina. Tante domeneghe che lu el lavorava mi tornavo a casa alla stessa ora che lu el gera drio partire e te podevi lserghe in te le quindese rughe della fronte na serie de geroglifici scolpi da ogni bestemmia interiore che el gera drio cavare, sensa fare rumori. Da quando che so piccolo fin adesso che l’è in pension, la frase canonica ogni volta che i ghe domandava “come xea là in officina, alora?”la gera sempre “mah, l’è mina tanto el lavoro. Queo ca fa brutto l’è la ROMEA
Da quando semo bocia, fin che ciapemo ea patente e dopo co ndemo a lavorare, naltri Veneti rivieraschi e deltizi, ma anche quei ca vien su da Ravenna, semo in ansia con lo spauracchio tribale della Romea. La Edwige Fenech delle strade de merda: immutabile in tel tempo, sempre con lo stesso fascino pericoloso, la stessa paura de fare un incidente come de essere becà a farse na pippa su Le Ore Magazine. Record mondiale de camion robaltà e de svincoli fatti col culo, se te ghe capiti de Domenega alle 18 a tiè cagà. Rovinà. In qualunque diresssion te vaghi, nord o sud, a te sarà sempre a metà. A metà della coa, a metà de un mondo fatto de tanti rimorchi, rode gemellari, bilici del casso che gira per andare a Mesola o in tel meso dell’odore più nauseante esistente: queo dee fabriche dove che i brusa le carogne delle bestie per fare mangime.
Sarà per el senso de asfalto dominante, industrialismo merdo e sporco, traffico vigliacco de xente vigliacca, che i Romea ià deciso de ciamarse cussì. Nati sullo sfarfallare de fanali geometricamente esatto, ià fatto un disco mostruosamente old school come un camion OM Tigrotto: interamente strumentale, roba che se fosse sta fatta da un ensamble polacco con un nome fatto da tante “z” la veria ciamà neo musica concreta. Invesse mi dirò che se tratta de na scena neo Bristol, solo che al posto de Bristol ghè Porto Viro, resta gli scratch madornali che se completa insieme al resto della batteria, basso, sax, piano e chitarra. Na specie de Squadra Omega, per restare in Veneto, però più votà al tutto etnico (ma anche al stoner, ghè un pezzo doom che el fa paura) al tutto industriale, al tutto piatti che gira e fader che se move (i scratch xè tutta roba vera, no parruccata) come el suddetto motore dell’OM Tigrotto. Meno sax grasso dei primi Squadra Omega, più varietà per un primo disco rigorosamente autoprodotto che non stufa mai perchè ogni traccia l’è un genere, un microcosmo, un camion diverso e un cartelo storto.
Dal vivo i rende molto meio che da disco, soprattutto per el fatto che allo strumentale se accoppia dei visual analogici ispirà dal momento, fatti su misura per l’esatto secondo de ascolto. Anche qua no parruccate, tutto on the go, pronti via.
Qua ve metto due pezzi, el disco comprilo ai live, ciamarli a sonare vale tanto la pena. El me pezzo preferito l’è Deep

Per la serie “supporta i tuoi local heroes o muori provandoci” e “per andare a supportarli un po’ di Romea la devi fare” mi andava di spendere un paio di parole campanilistiche e basate sulla fotta personale, in italiano perchè il tema è sentito e utrapopolare, sul fatto che nonostante un tornado senza squali dentro e nonostante i videocollegamenti di Studio Aperto a Mira il Mira On Air Festival si fa lo stesso. Non conosco chi lo fa, ma sono molto d’accordo sulla scelta di abbassare la testa, vangare di giorno dove c’è da vangare, con il giusto rispetto per quella che è stata una cosa che i media disastro-oriented di tutto il mondo ci invidiano, poi ritrovarsi a sostenere con birrette, panini, offerte libere, magliette e quello che volete le vangate serali dei vari concerti.
Che una comunità, ferita e con la polvere negli occhi, la si risolleva solo partecipando. Come è stato per il meraviglioso Abbassa! e tutti le feste che ne sono seguite.
La campagna, la periferia, la gente hanno bisogno di altra gente. E di, risottolineo, badile e vanga anche sul palco. E’ iniziato ieri, ma facciamo che questa sera andiamo a vedere FALL OF MINERVA + RIVIERA + RAEIN + NOEL, che si sta bene e c’è da fare bene i bravi.
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PAESE REALE: Sacri Cuori, Stearica, Frana, Chambers

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(non è proprio un PAESE REALE ortodosso, è che sono rimasto un po’ indietro coi dischi)

 

SACRI CUORI – DELONE Il principale problema dei Sacri Cuori è che rappresentano una tendenza culturale romagnola che un po’ snobbo e un po’ detesto: quella sottocultura che venera tutta la roba western-indie-southern (e simili) che va dai Calexico a Morricone e s’insinua nella musica dei gruppi locali sotto forma di trombe e riverberi di chitarra, come se fosse una specie di folk music di riserva a cui le nostre terre sembrano costrette a soggiacere (la folk music ufficiale è ancora il liscio). Il personaggio-simbolo di questa appropriazione culturale è tale Antonio Gramentieri, che qui organizza un festival di nome Strade Blu e porta a suonare nomi tipo Howe Gelb, Hugo Race, Lambchop e simili. Oltre ad avere messo insieme il progetto Sacri Cuori. Dicevo, io questa roba la detesto abbastanza e non vedo particolari motivi per cui i gruppi di queste parti dovrebbero suonarla; ciò non toglie che Delone sia una cosa vintage con canzoni così ispirate, e un piglio così osservante e bigotto, da sembrarmi una spanna e mezzo sopra qualunque altra cosa uscita in Italia su queste coordinate. Il che probabilmente significa che se a voi questa roba non dà nessun fastidio, potreste trovarvi di fronte al vostro disco dell’anno.

CHAMBERS – LA GUERRA DEI TRENT’ANNI I Chambers non sono il mio gruppo preferito ma mi piacciono molto in certi momenti. Il principale problema che hanno è legato al fatto che non sono ancora riusciti a far coesistere voce e strumenti nei dischi in modo fruttuoso, con il risultato che poi te li vedi dal vivo con le chitarre altissime e il cantante che urla come un pazzo per far sentire brandelli di testo e sul momento ti sembrano il gruppo più incredibile in attività. La guerra dei trent’anni si sposta abbastanza in queste zone di inintelligibilità complessiva, costruita al novanta per cento su un mare di vangate noise metal depresse un po’ Isis un po’ Down un po’ Alice In Chains, e al dieci per cento su momenti interlocutori che servono per dare la spinta alla vangata noise metal successiva. Suppongo sia roba che dal vivo funziona ancora meglio di quella prima.

STEARICA – FERTILE Gli Stearica sono torinesi, escono su Monotreme, vantano collaborazioni con gente tipo Acid Mothers Temple, Nomeansno, Colin Stetson e simili, oltre ad inserimenti nel Wire Tapper e svariate altre cose che fanno curriculum, danno prestigio e riempiono le prime righe di tutte le recensioni del loro disco. La musica che fanno è questo (post) (kraut) rock cosmico strumentale e massimalista, tirato quanto più possibile e fondamentalmente privo di sbavature, messo insieme con un atteggiamento cafonissimo stile i Boris dei dischi dei Boris che non mi dicono niente. E quindi in realtà non mi dicono molto nemmeno gli Stearica, ma è comunque roba con una gran botta.

FRANA – ODDS AND ENDS è registrato come se fosse un disco Hydrahead, ma musicalmente tira più dalle parti di quella roba noise-rock’n’roll sbracatissima stile Jesus Lizard –o se vogliamo rimanere in italia diciamo Disquieted By o Inferno. È uno di quei dischi che mi piacciono perché dimostrano che se hai un tiro così non ha davvero importanza quanto sei monocorde o fuori moda.

sono stato a vedere D’Angelo dal vivo

TOP 3 MIGLIOR CONCERTO MIGLIOR BAND MAI VISTO/I DAL VIVO

Di seguito la mia rece sotto forma di infografica che spiega alla gente com’è invece aver visto Tiziano Ferro dal vivo:

sono stato a vedere Tiziano Ferro dal vivo

sono stato a vedere Tiziano Ferro dal vivo

Di seguito una mia incredibile considerazione invece sul concerto di D’Angelo, un genio del vero PISELLO RIDDIM che non capirete mai perché C’AVETE LA MERDA NEL CERVELLO:

Incredibile come oltre al PISSELLO RIDDIM più perfetto mai creato c’è anche una dimensione di complessità, di retaggi culturali e di altra roba che si frappone tra l’amore, la testa degli uomini e le canzoni pop. Come ad esempio il concetto di:

Di seguito una mia incredibile gag:

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Ben Seretan, Bandcamp, gli m-blog, la musica rubata, i giornalisti italiani

bs

Ho ascoltato il debutto di questo Ben Seretan e ho pensato a te. non so se sia un bene.” La mail è datata 19 novembre e me l’ha scritta Chiara. “Perché ha pensato a me?”, mi chiedo. Cerco il disco di Ben Seretan, lo trovo su Bandcamp e la copertina è la foto di un ciccione con la barba lunga e gli occhi da cucciolo. “Ah, ecco”, penso. La prima traccia è un bel pezzettone tra krautrock e noise tipo Teen Age Riot o qualcosa di simile. Una dozzina di giorni dopo il disco di Ben Seretan è disco del mese nel numero di Rumore con Mark Kozelek in copertina (a proposito di Mark Kozelek, c’è un articolo uscito per Prismo in cui viene affrontata la questione della misoginia e delle sbroccate, nel quale vengo anche citato come esempio di persona insensibile alla questione di genere nella critica rock italiana, lunga storia). La persona che firma la recensione è Andrea Pomini.

Pomini è una mezza leggenda del punk/DIY in Italia da vent’anni e passa. Fondatore di Abbestia, una delle fanze italiane per antonomasia, membro di Fichissimi, Encore Fou e Disco Drive, proprietario di un’etichetta chiamata Love Boat. Da anni è uno dei nomi di riferimento della redazione di Rumore. Ha ascoltato il disco su Nodata, colpito dalla foto di copertina, e ne è rimasto stregato. Il mese successivo pubblica un’intervista a Seretan.

Nodata è uno dei più famosi m-blog della storia. Mette in download illegale i dischi che escono appoggiandosi a piattaforme di file sharing; è una specie di monumento dell’internet musicale, quello che procede un po’ più lento degli altri internet e tende a creare forme di dipendenza che hanno solo raramente a che fare con un bisogno culturale (da cui fortunatamente, o no, sono uscito qualche anno fa). Nodata e i blog come Nodata (newalbumreleases e simili) servono fondamentalmente a due cose: informare le persone su cosa esce e fare ascoltare alle persone cosa esce. Gli artisti e le etichette hanno messo più volte il veto a questo genere di pirateria selvaggia user-generated, ma questa roba succede comunque. Lo stesso Pomini, qualche mese dopo, ritorna sulla vicenda. Cita il caso di Seretan in un post sul suo blog, assieme a Sufjan Stevens, nel cercare di definire per la milionesima volta i vantaggi dell’economia del far girare, accanto a quella del pagar soldi. A questo punto della storia il disco di Seretan, stampato in 250 copie su vinile più download, è andato sold-out: non si sa come abbia fatto a finire su Nodata, ma probabilmente senza Nodata non l’avrebbe ascoltato nessuno.

Sono un po’ vecchio per credere al lato romantico della musica, ma un po’ ci credo comunque. È pazzesco il modo in cui questa cosa giri da computer a computer come un virus, andando ad intrufolarsi dappertutto finché non trova il suo pubblico ideale. Volenti o nolenti, parlando di indierock contemporaneo il disco di Ben Seretan ha i numeri per competere in serie A: melodie fascinose, chitarre affilate, eclettismo per nulla a cazzo, una visione d’insieme impressionante (anzi, Chiara, grazie mille). Non sono così bravo con le analisi di mercato, e non so dire se la condivisione brutale faccia bene o male ai dischi e se sia o meno responsabile della fine della musica o della sua resurrezione o di che cos’altro. Forse guardiamo a questa cosa da un punto di vista sbagliato. Forse non è così importante che la tua musica arrivi a milioni di ascoltatori, ma quando la tua musica arriva a una sola persona e le cambia la vita, ecco, forse quella è una cosa che vale tutti i soldi che abbiamo buttato nei dischi e nei concerti.

E forse c’è ancora un po’ di speranza per questa cosa. Il 10 luglio, alla vigilia di un tour tra Italia e Svizzera che durerà due settimane, il disco di Ben Seretan esce anche in CD. Lo stampa Andrea Pomini.

sono stato a vedere Tiziano Ferro dal vivo

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Subito dietro di me quando inizia il concerto c’è una signora di 55 anni, 1,60 di altezza, 90 di peso, un pesante accento bolognese, fascia TIZIANO FERRO in testa, canotta slabbrata. Urla quando si spengono le luci, canta Xdono alla bell’e meglio con il suo accento. Il mio probabilmente è anche più pesante del suo ma non mi sento in forma per cantare i primi pezzi. In parte è dovuto al fatto che anche Tiziano Ferro sul palco non sembra in forma e a suo agio. Xdono, La differenza tra me e te, Sere nere. Poco dietro alla mia destra c’è una coppia di scenester, lui ha una maglietta disegnata da Ratigher. A sinistra c’è un gruppo di mamme con figlie al seguito, la più piccola sui 5 anni, fascia in testa, un bel viso allegro. La mia macchina (4 persone) porta una bambina di 10 anni. Gli spalti e il prato sono pieni ma in un modo abbastanza tranquillo e rilassato, la gente non spinge, non ci sono scene di panico collettivo a parte chi canta –pensavo comunque di più. La cosa che mi colpisce di più nella prima parte del concerto è che è soprattutto, ehm, un normale concerto.

Mio fratello ed io siamo andati a pranzo assieme, per un certo periodo. Era una informale celebrazione dell’età adulta: lui non era più un secondo padre per me, io non ero più un primo figlio per lui. La distanza ideologica tra le età si stava relativamente assottigliando e uscivamo da soli in cerca di un po’ di relax e due chiacchiere tese. Prendevamo la via dei colli e ci scolavamo una bottiglia a testa. Guidavamo a turno, una volta io una volta lui: la mia macchina era un casino, stipata di CD e altre cose. La sua era intonsa e aveva tre dischi, uno dei Joy Division e due compilation di musica italiana generica messe insieme dalla moglie. Lui ascoltava più che altro la radio: a un certo punto, in un viaggio di andata, passava Tiziano Ferro e lui cambiò all’improvviso. “Pensavo ti piacesse”, gli dissi. “Mi è scaduto quando ha fatto outing”, rispose. Dev’essere successo in quel periodo che va da quando tutti iniziarono ad usare la parola outing a quando tutti iniziarono a correggere quelli che usavano la parola outing in modo improprio. Io iniziavo ad amare Tiziano Ferro in quel periodo, non credo per via dell’outing e neanche del coming out. Credo fosse per via dei dischi.

Il lunedì mattina è sempre un po’ più duro degli altri giorni, su internet. C’è più roba da leggere, ci sono i flame fatti apposta e tutto il resto. Lunedì 29 giugno, schiacciato tra l’annuncio del referendum greco e l’analisi politico-economica del mettere la bandiera arcobaleno sulla foto profilo su FB, c’è un editoriale di Gramellini che parla dei concerti di Vasco e Jovanotti, e delle “tribù” che li affollano. “È un’Italia perbene come quella di Lorenzo, ma ovviamente più attratta dal lato oscuro delle emozioni. Qui gira birra, là acqua minerale. E le ragazze non cantano con i maschi ma addosso o addirittura sopra, abbarbicate in gruppi laocoontici da cui spuntano solo i reggiseni.”  Un pezzo abbastanza orribile che retrodata di un altro paio d’anni la banale esperienza di un concerto e la riporta ad un rituale di adesione con pretese esoteriche in posti da 50mila persone. Questa settimana in ufficio abbiamo avuto discussioni: qualcuno andava a vedere Jovanotti, qualcuno andava a vedere Vasco, io avevo comprato i biglietti per Tiziano Ferro. La collega coi biglietti di Vasco non l’ha presa bene, quella coi biglietti di Jovanotti avrebbe voluto essere anche a Tiziano Ferro. Ero infastidito da entrambe le opinioni, ovviamente, come qualsiasi indie-snob che si rispetti. “Perché non capiscono?”, sussurravo a me stesso. I concerti di Tiziano Ferro che considererei *ideali* sono popolati di esteti che con la sinistra hanno passato la settimana ad ascoltare roba tipo Cows e Bongzilla e con la destra adorano senza riserve i passaggi di testo più emotivi di certi singoli. Sarebbe carino se tutti al concerto indossassero la maglietta del Bimbo Fango, ma non posso chiedere troppo. Tiziano Ferro, interrogato da Rockit su questo argomento, dice che “E’ una cosa che io trovo molto tenera e divertente, anche perché questo mi riconduce anche all’idea che ho della musica, una passione quasi fisica. La musica è come l’erotismo e, come tutto ciò che è condizionato dall’istinto, a volte è qualcosa che ti tocca in maniera così animale che non hai voglia di condividerla con gli altri.”

Questo però è il paese reale. Invece del gruppo spalla, per dire, c’è una delegazione di Radio Italia (un dj, uno speaker e due ragazze scosciate) che suona terribili pezzi al confine tra rap italiano di merda, italo-dance di merda ed EBM di merda (un genere misto che a quanto pare sta invadendo militarmente le radio generiche, al punto che pure gente tipo Malika Ayane e Giusy Ferreri è fuori con dei singoli-cassa) e carica il pubblico urlando su le mani o la conoscete questa?, come a un cazzo di evento televisivo. Un’ora di questa merda, forse qualcosa di meno. Al netto di 47 euro di biglietto, pubblicità Livenation sui megaschermi, un’ora per parcheggiare l’auto, 30 minuti per arrivare sul prato e generale sconforto per le situazioni da stadio, inizio a pensare che non ne sia valsa la pena.

E Tiziano Ferro all’inizio non carbura. Non è che stiano suonando male ma non c’è quel clic che mi aspettavo, come se ci fosse chissà che rivelazione. Voglio dire, chi se lo aspettava che durante Sere nere la situazione in mezzo al prato sarebbe stata sotto controllo? Inizio a pensare a quante aspettative ho riposto in questo concerto. È come se fossi qui a saldare un conto con me stesso, l’apice emotivo dell’estate 2015, la tacita ammissione che sono finalmente un uomo e tutto sommato posso perdere davvero la brocca ad un evento collettivo come questo. Poi inizio a sentirmi come se fossi scritto da Massimo Gramellini e non è una sensazione piacevole, mi rilasso e ricomincio daccapo. Si rilassa anche Tiziano Ferro: perde la seriosità stiracchiata delle prime canzoni e inizia a ballonzolare in giro per il palco.

Il palco è una cosa impressionante. Una serie di ledwall alti anche una ventina di metri, montati a parallelepipedi come fossero dei palazzi, su cui vengono proiettate immagini in HD di palazzi e cubi e animazioni diverse ad ogni pezzo. È il concerto con più regia che io abbia mai visto: ogni movimento sembra studiato per filo e per segno con una coreografia molto precisa. C’è una passerella centrale su cui Tiziano Ferro cammina di rado, ci sono cavi a cui viene attaccato all’inizio per iniziare il concerto in maniera informale, con un volo di quindici metri. La direzione ferrea del tutto toglie molta della spontaneità, o forse doveva solo scaldare la voce o acquisire un po’ di conforto. Quando parte Indietro è tornato tutto al suo posto: ho capito che sono venuto a vedere un concerto, e Tiziano swagga che è una gioia per gli occhi. Le difese dell’aspettativa s’abbassano in breve e il primo tuffo al cuore arriva dove non te l’aspetti, un pezzo tipo Imbranato.

Tra Il regalo più grande e Scivoli di nuovo Tiziano Ferro si lancia in un discorso sull’amore. È una cosa che si riferisce vagamente alla cosa della corte suprema USA, con quel tipico tono da supercazzola alla Tiziano Ferro. Avete presente? Come quando a febbraio fu ospite sul palco di Sanremo e disse, uhm, che i governanti ci dicono bugie e le canzoni ci raccontano la verità, o qualcosa del genere (non è una critica, io lo vidi a Sanremo e decisi di comprare il biglietto per il concerto). Molti discorsi di Tiziano Ferro funzionano soprattutto come meccanismi ad orologeria, non funzionano in se stessi quanto nella loro potenzialità generale e/o in virtù di quello che arriverà dopo. Schierarsi pubblicamente da una parte o dall’altra è una mossa coraggiosa, ma non quanto il non schierarsi, non quanto sparire dietro la tua musica. L’adesione tribale ai concerti di Vasco e Jovanotti è soprattutto il risultato di questo dialogo tra personaggio pubblico e personaggio privato (ed è sicuramente inquietante pensare che una persona come Vasco Rossi sia soprattutto il risultato di un dialogo tra due diverse dimensioni di sé, ma nondimeno), che tende a creare una fanbase abbastanza riconoscibile e creare un circolo vizioso alimentato da questo fanatismo separatista italiano all’acqua di rose. Tiziano Ferro è immune da tutto questo. I suoi testi possono riguardare molti ma non tutti, e la sua poetica non ha tracce di populismo se non di secondo grado (lui dice cose, molte persone ci si rispecchiano). I toni delle sue canzoni cambiano molto da un disco all’altro, seguendo probabilmente gli stati d’animo generali dell’uomo, dove magari Jovanotti mette la Grande Chiesa e San Patrignano in Penso Positivo per poi dissociarsi da se stesso ed ammettere di averlo fatto soprattutto perché, tipo, fa rima. La supercazzola prima di Scivoli di nuovo parla di imparare ad amare, del diritto di farlo, poco altro. Si piange soprattutto per quello che non dice.

Davanti a me ci sono due coppie. I maschi, in maglietta casuale, urlano pezzi di testo e s’abbracciano. Le conoscono quasi tutte.

Imparare ad amare non è mica tanto facile, dice Tiziano Ferro. Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere, poi lo vedi sorridere e ringraziare e guardarti con quegli occhi. Gli occhi di Tiziano Ferro sono un effetto speciale, ai suoi concerti almeno questo lo impari. Butta un occhio su pezzi di pubblico e sorride e sembra gioia piena, assoluta. Parla di Bologna, della traduzione dei cantautori. Sul finale, appena prima di chiudere, citerà direttamente il più grande cantautore e filosofo che abbia mai operato a Bologna: “sono stato bene”, dice. Il concerto cresce da una canzone all’altra. Vestiti improbabili color rosso fuoco si mischiano a visual di fiamme decomposte mentre lui svolazza con la voce in Xverso. La parte centrale dedicata alla gruva, ai pezzi arenbì, è una cosa abbastanza pazzesca.

(ascoltai Tiziano Ferro per la prima volta quando lo fecero tutti, Xdono che passava una trentina di volte al giorno tra radio, televisione, bar e supermercati. Lo inquadrai in breve come un patetico tamarro che ci provava con l’arenbì e decisi che il fastidio sarebbe durato al massimo il tempo di due festivalbar. Poi il Festivalbar ha smesso di esistere e Tiziano Ferro ha iniziato a spaccare seriamente i culi)

Così, insomma, c’è un momento per la gruva e un momento per amare. Il pubblico qui lo celebra in modi goffi e sguaiati, cercando di coprire la sua voce con le urla in pezzi come L’amore è una cosa semplice. Imparare ad amare, dice lui, lui ha imparato, dice lui. Io non lo so. Di amore ce n’è uno e ce ne sono duecento, c’è l’amore che ti fa perdere la testa e c’è quello che vai a letto un’ora dopo perché devi stendere i panni. C’è l’amore del corpo e quello delle bollette scadute, quello che ti spacca lo stomaco e quello che ti impone una dieta con molte verdure. Qualche amore l’ho imparato e qualche altro no. Poi c’è l’amore che non lo riesci a dire, e a me quello piace molto. È fatto di discorsi che stanno in un universo fatto di due persone e seguono regole grammaticali autodefinite, e comunque decida di uscire fuori da quell’universo si sporca e diventa stupido banale e noioso e niente di che, 5.5 su Pitchfork al massimo. Lo inseguo in un milione di canzoni e nei film e nei libri e lo manco quasi sempre perché non sono molti quelli capaci a scriverlo perché non credo sia una cosa che s’impara, ecco, lo invidio. Ho imparato a funzionare anche io come un meccanismo ad orologeria, come quando in Alta Fedeltà il protagonista si chiede se ascolta la musica perché è triste o se è triste perché ascolta la musica. Buon compleanno, tra l’altro. La mia risposta è che Tiziano Ferro mi parla d’amore in una lingua che non comprendo proprio del tutto ma un po’ sì. Questa cosa forse è comune a un sacco di persone qui dentro. Ci tiene lontani da quello che accomuna il pubblico di Jova e di Vasco, non beviamo acqua o birra con fare ideologico, non ascoltiamo Bombino piuttosto che Springsteen, non siamo fauni né gattoni. Perlopiù siamo gente col cuoricione peloso che fa otto ore di lavoro al giorno senza rompere troppo il cazzo. Tiziano Ferro ha questi testi fatti di rime stronze, congiuntivi sbagliati, termini desueti, saliscendi vocali e piccole rasoiate al cuore e nel complesso di una canzone o di un disco tutte queste cose funzionano in un modo pazzesco che

Tiziano Ferro, in questo, è splendidamente non-generazionale. Ai concerti di Guccini ti capita di chiederti che cazzo facciano i fan di Guccini le sere che non sono a vedere Guccini; stasera li riconosci come quelli che vedi alle riunioni di condominio o in fila per la spesa. Suppongo che il suo punto forte sia riuscire a parlarti senza chiederti adesione; in certi momenti suona non-necessario e sgradevole e magari tronfio, in altri momenti c’è bisogno di lui. Se dovessi dire che è stato il più bel concerto della mia vita penso che farei fatica; ce l’hai o non ce l’hai, ti piace o non ti piace. Penso che mio fratello, outing o non outing, avrebbe fatto fatica a contestualizzare un trentacinquenne che balzella sul palco fasciato in un completo inappuntabile poco prima di cambiarsi dietro un muro di ombre cinesi. Mio fratello ha visto Vasco Rossi una dozzina di volte. E c’è anche una dimensione di complessità, di retaggi culturali e di altra roba che si frappone tra l’amore, la testa degli uomini e le canzoni pop. O magari gli sarebbe piaciuto e magari il prossimo tour, boh. Tiziano Ferro è contento di quello che ha davanti. Continua a sorridere cantare ballare e ringraziare e infilarsi in qualche altra supercazzola o qualche diavoleria tecnica da grande concerto (sul finale si scopre che la passerella è una specie di gru, che si alza e fa un giro a trecentosessanta gradi sul pubblico che urla all’impazzata). Lo stadio è pieno, lui sorride, getta il cuore oltre l’ostacolo, si sgola e ci salva. Per qualche minuto, mica tutta la vita. L’ultima canzone è Incanto ed è la più bella, quella che cantiamo di più, quella in cui lui è preso meglio, una chiusura perfetta. Le persone all’uscita non spingono, camminano tranquille, sorridono un po’. C’è puzza di bagni chimici e piadinari altrettanto chimici, come ai concerti veri, ma un po’ meno. Dal parcheggio al casello dell’autostrada sembran tutti tranquilli: dieci minuti, poi si torna a casa. Sono stato bene, penso. Musicalmente non lo saprei spiegare. Domani si lavora.