Appunti casuali su Stranger Things

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Stranger Things è una serie prodotta da Netflix: otto puntate di quaranta minuti, la storia della sparizione di un bambino in un paese della provincia americana nel bel mezzo degli anni ottanta. Esteticamente Stranger Things è la riproposizione pedissequa di un’estetica mai dimenticata, che di tanto in tanto torna a far sentir parlare di sé (Super 8 un esempio recente, ma anche certe cose nella prima stagione di Masters of Horror ad esempio). Una cosa della Amblin con main theme alla Carpenter, ambientazioni di provincia, bambini che salvano il mondo, madri coraggio e adulti che non vedono l’evidenza. Sei e mezzo/sette: una serie molto divertente, di quelle che tengono col fiato sospeso e si chiudono in maniera un po’ stronza, così se va bene mettiamo in cantiere la stagione 2. Stranger Things però è diventata un blockbuster: milioni di persone l’hanno accolta come il prodotto televisivo/cinematografico dell’anno, la cosa più bella ed esaltante dell’estate in corso. Qualcuno ha persino parlato del più riuscito connubio di sempre tra Spielberg e Stephen King, cioè -in sostanza- la soluzione ad un irrisolto vecchio di trent’anni circa, che fino a un paio di settimane fa nessuno sapeva di avere.

 

È un meccanismo che ormai si ripropone sempre più di frequente, sempre identico a se stesso. Le serie Netflix vengono messe in streaming con tutte le puntate assieme, così –potenzialmente- chiunque può essersi guardato la stagione intera di Stranger Things otto ore dopo la messa online. Moltissimi lo fanno, un po’ in modalità FOMO un po’ perché effettivamente la serie è bella tesa e scorre da dio. Il giorno successivo così arrivano i primi commenti esaltati, ed entro due giorni è un plebiscito. Poi la pluralità dei giudizi su internet fa sì che le cose si sgonfino un pochetto, e di solito si arriva a una situazione di normalità dopo tre o quattro settimane. Un lasso di tempo in cui chiunque appartenga al pubblico potenziale di Stranger Things si è adoperato per vederla: non è tanto la foga di spararsela, ma dopo tre o quattro giorni sui social network è impossibile schivare gli spoiler (io per dire ne ho beccato uno di Stephen King, superfan della serie dei fratelli Duffer). Succede tutto a caldo: la guardi insieme agli altri e ti fai trascinare dall’entusiasmo. Una cosa abbastanza simile succede anche al cinema, soprattutto per quanto riguarda i franchise -esempio clamoroso all’ultimo seguito di Guerre Stellari, per il quale nell’immediato un giudizio tiepidino poteva bastare a farti bollare come hater (ora penso siano tutti d’accordo sul fatto che sia un film medio).

Quello che mi fa strano è che la serie sia apprezzata soprattutto da gente come me, un pubblico con la mia età anagrafica e interessato alle cose che piacciono a me. Io personalmente mi sento rappresentato da quell’estetica solo in parte: ha fatto parte di me, era quello che guardavamo quando eravamo bambini (il mio primo film al cinema in assoluto è stato ET), ma poi mi ci sono distanziato. L’ha fatto il mondo intero, in una qualche misura: è uscita roba finchè aveva senso che uscisse, e poi ciao.

Una volta lessi il Castoro su Spielberg, e non so se avete presente la collana ma all’inizio raccolgono dichiarazioni significative dei registi. Nel suo caso ce n’era una in cui –lo lessi credo a metà anni novanta- parlava esaltato del futuro e della possibilità di raggiungere tutte le sale con un unico segnale televisivo, o qualcosa del genere, invece che essere costretti a usare la distribuzione classica. Il discorso di Spielberg era senz’altro generato da un genuino entusiasmo filo-tecnologico, ma per me erano anni di paranoia anticapitalista e lì per lì mi era sembrata una tirata totalitarista come poche. Se quello era il futuro era senz’altro una distopia: la possibilità di trasmettere a costo quasi-zero lo stesso contenuto ovunque, pensavo, si risolverà necessariamente nell’unificazione del contenuto e nella battaglia per il monopolio dei trasmettitori. Ad andare bene bene, saremmo andati al cinema per vedere le tipe che sculettavano su Canale 5 contro gli scioperi. Qualche anno dopo lessi una tesi abbastanza affine, scritta da Giona A. Nazzaro, che parlava di Minority Report. Era una riflessione su altre cose: in pratica, come si può giustificare la sostenibilità dei budget spielberghiani se non pianificando un’invasione militare delle sale cinematografiche? Ai tempi sembrava una riflessione un po’ paranoica, affascinante e tutto ma paranoica. Poi d’improvviso sono arrivate la crisi del cinema di commercio, i budget ipertrofici, la polarizzazione del contenuto, lo strapotere delle serie e la fine del cinema americano propriamente detto. Magari è solo roba che è successa nella mia testa. Ma ormai godersi prodotti di cinema strettamente hollywoodiano al di là appunto dei franchise (che tra l’altro nel loro impeto seriale sono stati costretti a ridursi e diventare dei pestaggi senza trama lunghi due ore e mezzo, tipo Civil War o X-Men Apocalypse) è diventata un’impresa che inizia a costare tempo e fatica. Per cui l’alternativa è guardarsi roba piccolissima che sfugge al pettine delle distribuzioni major polarizzate, magari frequentare i festival. Oppure farsi uno schermo in HD e accontentarsi delle serie -che comunque, a leggere la critica, sono pronte a sostituire il cinema da almeno dieci anni.

Un paio di settimane fa parlavo con un amico di questa cosa. Era appena morto Cimino, si parlava del fatto che non lavorava da vent’anni, lui diceva una cosa abbastanza interessante sul futuro dei film. Che il cinema di genere deve necessariamente trovare una modo di esistere futuro, legandosi soltanto agli appassionati in qualche misura, e uscendo dai luoghi fisici deputati al cinema. Questa cosa che per la musica è stata la combinazione vinile-Bandcamp non ha ancora un corrispondente cinematografico, ma è necessario e auspicabile che presto o tardi qualcuno ricomincerà a pensare il cinema in un’altra scala. Questa cosa ovviamente ha un suo senso, anche se personalmente mi spaventa un po’: ci possono essere possibilità per certi grandi nomi su cose tipo Kickstarter, ma come si fa a coltivare una nuova leva di cineasti interessanti con quei mezzi?

Incidentalmente, Stranger Things è una serie molto spielberghiana. Oppure, non incidentalmente, è la tipica serie Netflix incentrata sulla stessa tematica: esistere ed eventualmente primeggiare all’interno di un sistema coercitivo (spesso istituzionale) che si muove attivamente allo scopo di schiacciare l’individuo. Orange is the New Black, House of Cards, Jessica Jones e Marvel’s Daredevil, ma anche per certi versi Unbreakable Kimmy Schmidt e Narcos hanno a che fare con questo tema (le altre cose di Netflix non le ho guardate). Il fatto che ovviamente non lo facciano apposta, e che Netflix in quanto azienda cerchi soprattutto di definire la propria esistenza/primato all’interno di un mercato selvaggio e in mutazione –possibilmente guardando ai dividendi e incamerando un po’ di grano per l’inverno, che come tutti sanno sta arrivando– in questo momento mi sembra solo l’ennesimo richiamo alla distopia spielberghiana di cui sopra. Del resto l’analisi dei dividendi è ormai una parte integrante della critica artistica: è o non è uno dei periodi cruciali della battaglia per il monopolio dei trasmettitori? Streaming contro TV, streaming contro streaming, eccetera; le analisi di mercato sono diventate parti essenziali dello storytelling generale, la gente la guarda in una soluzione unica da sei ore, e il cerchio più o meno si chiude. A vedere le cose con un paio di giorni di distanza, è un po’ come se fossimo condannati ad esistere in una dimensione parallela invisibile ai più, in cui tutta la narrativa sembra un prodotto di fantasia e invece è pura autobiografia, uno dei canovacci narrativi più utilizzati dall’estetica anni ottanta saccheggiata da Stranger Things (esempi banali: Essi Vivono, Society). E suona emblematico che mentre la serie mette in scena il ricalco di quel cinema, i nomi di molti dei responsabili della sua creazione (Dante, Carpenter, McTiernan, la lista può tranquillamente continuare per dieci righe) siano da decenni meno spendibili di quello dell’ultimo shooter o si siano ridotti a fare il nome di lusso in qualche serie. In questo, davvero, Stranger Things genera un irrisolto più che chiuderlo, e in questo davvero fa cacare addosso dalla paura.

Mancarone Alan Vega #3: Life Ain’t Life

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Dujang Prang lo comprò Matteo una volta che eravamo assieme a far compere, forse a Bologna, forse la sera che suonavano i Mars Volta all’Estragon. Brr, i Mars Volta -sfortunatamente li sentimmo dal vivo prima dell’uscita del disco. Insomma, comprò il disco e poi mi iniziò a dire quanto era figo e brillante e tutto. Dujang Prang è una fase abbastanza chiave della carriera dell’Uomo: dopo Why Be Blue rimette i Suicide in naftalina e inizia a concentrarsi sulla propria mission, diventare una specie di dio del pop di classe Ozzy Osbourne/Michael Jackson. Nel senso soprattutto di inventarsi un formato su cui poter passare la vecchiaia senza dover faticare troppo a lavorare su testi e interpretazioni eccetera. Così Life Ain’t Life, più o meno a metà di Dujang Prang, diventa una sorta di manifesto del Vega tardivo, quello per capirci che farà capolino nell’essenziale disco con i Pan Sonic (il primo intendo, il secondo è figo ma non essenziale) e nelle comparsate con gente tipo Hell o il disco dei Suicide di inizio anni duemila. Il concetto musicale consiste nel  blaterare minchiate senza senso tipo “woooow, hey” dietro testi incomprensibili. Le tensioni minimal/rock/gruva che erano riuscite a definire la musica di Vega e dei Suicide fino al ’93, grazie probabilmente all’apporto fondamentale di Ric Ocasek (e se ne trovano ancora tracce generosissime in New Raceion) semplicemente spariscono, per venir sostituite da robe musicali inquietanti e indefinibili che sembrano realizzate in dieci minuti con qualunque cosa il produttore (cioè la moglie Liz Lamere) abbia sottomano. Techno di quarta categoria, rumore bianco, hip hop dozzinale: da qui in poi non ha più alcuna importanza, a patto di sentirlo blaterare lo stesso testo nichilista-attonito per l’eternità. è una fase della carriera in cui non se lo può permettere: più che la definitiva consacrazione sarà il suo affossamento in un cliché di terza categoria, la macchietta dell’ex-rockstar tossica che cerca disperatamente di pagare la bolletta del gas con dischi improvvisati, salvato appena appena dall’altissima spendibilità del suo genio nel giro dell’elettronica snob. Ma Dujang Prang è una forma musicale pura e geniale: riconducibile tanto ad un Burroughs quanto a certe pulsioni gibsoniane o a Incredibly Strange Music, è comunque una delle cose più allucinate uscite negli anni novanta e forse il trionfo della (non) concezione su cui Vega stava lavorando fin dal secondo disco dei Suicide. Di cui tutto sommato DP è persino una versione migliorativa. Grazie Matteo.

Bella per i Rockin 1000

 

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Oggi i Rockin 1000 suonano a Cesena, un concerto intero al Manuzzi. Se non sapete chi sono i Rockin’ 1000 cercateli su internet (io ne parlai brevemente in un articolo che scrissi su Dave Grohl) Una cosa che non viene fuori molto in pubblico, ma che qui si respira abbastanza, è che la Cesena musicale non è necessariamente entusiasta e presa bene all’idea che questa cosa succeda. Anzi, l’iniziativa Rockin’1000 è stato accolta con un certo biasimo fin da subito, e si sono creati due schieramenti abbastanza distinti -da una parte la gente coinvolta più o meno attivamente, dall’altra quelli che odiano il progetto e la realizzazione e tutto il resto.

Gli argomenti sono più o meno i soliti, e sono comprensibilissimi: c’è una città non proprio ben disposta per la musica, dove la programmazione live dei locali (penso al TAMLA) viene falciata dalle lamentele del vicinato e dalle ordinanze che seguono, una serie di posti (penso all’Officina49) che hanno fatto concerti eccezionali e ricevuto visite settimanali dalle forze dell’ordine, una continua lotta per sopravvivere e poter organizzare cose in piccolo che incontra continue resistenze dall’alto. In tutto questo arriva una specie di esercito di fanatici di Virgin Radio a fare questo megaevento sponsorizzato, e sembra tutto una merda.  Un paio di mesi fa ho guardato il video di Fabio Zaffagnini che promuoveva l’evento: ho pensato distintamente che, diocristo, questa dev’essere davvero la cosa più lontana possibile dalla mia idea di musica. Pensateci bene: mille persone autodefinite ROCKERS che eseguono CLASSICI DEL ROCK, quasi tutte canzonacce*, in uno STADIO. Non lo so, cioè, è proprio un concetto che mi piglia male.

*sì, anche Smells Like Teen Spirit. Anche Blitzkrieg Bop. Sono canzonacce e fanno schifo al cazzo, quando partono in radio ti viene il malumore -sai perchè? Perchè sono state suonate troppe volte in troppi contesti sbagliati, e perchè piacciono alle persone sbagliate, ma anche e soprattutto perchè in generale non valgono quanto si pensa che valgano e negano l’esistenza pubblica ad altre cose più valide. Forse una volta erano canzoni grandiose e hanno raccontato un’epoca come nessun’altra, ma questo non giustifica il loro ingresso così in profondità nel tessuto sociale occidentale. E sfido chiunque a sostenere che senza la ripetizione massiva di Blitzkrieg Bop nelle feste rock il mondo non sarebbe un posto migliore. Pensate bene a quanti benefici potrebbe portare il divieto assoluto di suonare Blitzkrieg Bop in qualsiasi occasione, magari coi cartelli appesi come quella scena di Fusi di Testa nel negozio di chitarre.

Poi ho pensato che in qualche modo in questo è una cosa interessante, cioè, il fatto che sia la cosa più distante possibile dalla mia idea di musica, che sia la parodia definitiva del concetto e quindi -essendo di base il rock una parodia di qualcosa, non so se di se stesso o che altro- forse la cosa più vicina all’idea pura di rock. E magari qualcosa che potrebbe perfino essere accostato a 77 Boadrum o alla performance di Rhys Chatham a Montmartre o a Justin Bieber rallentato. E voglio dire, considerato che non sono ancora una lobby della musica cesenate e/o non hanno la capacità di proibire agli altri di organizzare concerti, la principale obiezione che si può porre ai Rockin 1000 è che “quello dei Rockin’1000 non è il vero rock”. E credo che quando si inizia a fare questi ragionamenti in pubblico si sia davvero arrivati alla frutta. Poi io vabbè, non ci vado perchè appunto la mia idea di musica non combacia e questo mese ho paccato troppi concerti fighi per potermi sentire bene al concerto dei Rockin 1000. E naturalmente perchè ho qualcos’altro da fare, tipo cene in posti tranquilli col menu fissato a 23 euro bevande incluse. E quindi, alla fine di tutto, direi che il problema sono io, altro che i Rockin’1000. Che hanno semplicemente guardato lontano e tirato su i soldi che servivano, e quindi faranno il concerto, bravoni. Magari qualcuno di loro si presenti anche agli altri concerti, e per favore fate il possibile per non intasare la Secante ad altezza stadio che stasera devo fare avanti e indietro da Ravenna. 

Mancarone Alan Vega #2: Frankie Teardrop

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Quando muore un artista diciamo famoso, di quelli che hanno fatto la storia della musica, la gente posta il video della propria canzone preferita -e perlopiù è la canzone più famosa dell’artista, una cosa molto irritante del tipo, quanto ne sapevi davvero di lui se hai ascoltato una canzone? OK, per Alan Vega è stata Frankie Teardrop. Per cui, un minimo di spiegone.

Una volta ho letto questo libro di Hornby che si chiama 31 canzoni e parla, appunto, di 31 canzoni. Alcuni racconti mi piacciono e alcuni altri no. Quello che mi piace meno è quello su Frankie Teardrop: la usa come una sorta di scusa per parlare delle manie apocalittiche della critica musicale. Il ragionamento è che i critici musicali, essendo persone mediamente tranquille e passive che di lavoro si fanno mandare dei dischi a casa per posta, coltivano questa sorta di alienazione latente che li porta a farsi dosi minuscole della vita di qualche altra persona, possibilmente povera o depressa, in forma di canzoni apocalittiche. Questa cosa in qualche modo è la negazione della vita vera: apprezzare ed ascoltare compulsivamente Frankie Teardrop è possibile solo a persone relativamente al riparo dai problemi. Questa è una tesi abbastanza comune anche al di fuori della fanbase di Nick Hornby, nel senso, che le tendenze apocalittiche della musica tendano a dare una visione del mondo distorta che la maggior parte delle persone non si può permettere. In sostanza, quando iniziano a morirti dei parenti capisci che tutto sommato i Beach Boys hanno più senso degli Swans. Dall’altra parte dello spettro culturale ci sono i cultori della musica come aggressione di stampo politico, estremismo a prescindere, rappresentazione di una rivolta, quelli per cui la musica in quanto arte serve ad allargare i confini del già sentito. Sono quelli che per capirci biasimano chi si mena sotto al palco mentre suonano i Riviera in quanto portatori di cliché musicali -e quindi, per traslazione, una zavorra culturale. Sono due posizioni che contengono notevoli dosi di verità, e la loro naturale capacità di coesistere all’interno delle stesse menti crea degli irrisolti. La maggior parte dei sostenitori dell’una e dell’altra tesi pensa che la controparte sia composta da idioti che dovrebbero smettere di produrre o consumare cultura (vedi appunto Hornby o la maggior parte della critica militante odierna), e questo è dovuto alla sostanziale incapacità di pensare e realizzare un terreno comune. Come si fa?

È un conflitto ideologico che la maggior parte delle persone risolve creandosi una scala di valori personale, o in alternativa battendosene apertamente le palle e limitandosi ad ascoltare quel che si ama. A 19 anni la musica ha il dovere di dare fastidio, a 26 anni la musica ha il diritto di dare fastidio, dopo i 30 la musica ha la capacità di dare fastidio. Quando ero ragazzo ho pensato per molto tempo, sull’onda dell’ascolto compulsivo del primo disco dei Suicide e di tutta la roba che avevo letto sul gruppo, che Alan Vega e Martin Rev fossero tra virgolette più avanti rispetto al loro tempo, che siano stati perennemente incompresi, che abbiano vissuto su un altro pianeta. Basta l’evidenza empirica a negare questo assunto: ho potuto leggere cose molto complete su di loro, e ascoltare il loro primo disco, 20 anni dopo che quelle cose sono successe. Ascoltando il primo disco invece è evidente che i Suicide fossero comprensibilissimi in tempo reale, e perfettamente inseribili nel suono della loro epoca –e che di fatto siano stati compresi e inseriti. Quello che faceva la differenza, nella loro prima incarnazione, è che avevano una personalità che non aveva nessun altro, e facevano cacare sotto dalla paura. Forse è questo il motivo per cui il loro modello originario è rimasto irreplicato: pochissime eccezioni e quasi tutte fuori contesto, tipo State Trooper che già AAE aveva citato -e del resto è impossibile non citarla in questo contesto. Ed è anche il motivo per cui Frankie Teardrop è il loro manifesto, LA CANZONE dei Suicide come Closing Time è la canzone dei Semisonic, il modo migliore di spiegarli. Perché anche dopo che la musica ha sfondato ogni limite posto dai Suicide, sia in termini di violenza pura che in termini di approccio minimale, Frankie Teardrop è ancora uno dei pezzi più spaventosi di sempre, e ha ancora il potere di scagliarti nel posto buio triste e senza via d’uscita che (purtroppo) hai riconosciuto come “casa” la prima volta che l’hai ascoltato. Questa cosa non è mai cambiata. Poi come dice Hornby ognuno nella vita ha i suoi drammi e le sue difficoltà e non è più così divertente metterci assieme i primi Suicide -e i successivi sono semplicemente troppo scalcinati per poterli mettere nella storia del pop e far sì che tutti quanti stiano attenti. Ma almeno Frankie Teardrop è riuscita a diventare un terreno comune di scambio tra una parte e l’altra, e quando fai un giro da quelle parti la trovi che sta ancora lì a piantonare. Come a dire, occhio.

Mancarone Alan Vega #1: Dream Baby Dream

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Una volta, una soltanto, ho fatto una cosa da film, ero innamorato ed era successo qualcosa di bello, e così ho messo un disco e ho chiesto alla mia fidanzata che poi oggi è mia moglie di ballare con me, e abbiamo ballato in salotto tipo valzer, ma male, e la canzone era Dream Baby Dream dei Suicide, fatta proprio dai Suicide e non da Springsteen. Alan Vega dei Suicide è morto l’altra notte nel sonno, me lo hanno detto nel momento più incongruo possibile, mentre cioè ero ai Parioli davanti alla palestra di Madonna con un caldo assurdo – non è bello questo fatto che gli appassionati di musica si avvertono tra loro se muore Alan Vega -, e se fossi uno scribacchino di quelli che scrivono sui blog rifletterei adesso sulle tante incongruità congrue della musica e della vita di Alan Vega e della sua band (cioè il solo Martin Rev), per esempio essere stati il miglior gruppo punk di sempre senza essere punk, di avere affinità con gente tanto diversa quanto ad esempio Cecil Taylor o Madonna, di aver suonato rockabilly selvaggio senza neanche l’ombra di una chitarra e boh altre cose tipo chiamarsi i Suicidio e parlare in realtà del profondo splendore dell’esistenza. Ma così non è, queste cose non le ho dette, e anche se le avessi dette non conterebbero perché sono uno di quelli che scrivono sui blog (bè, su un blog solo) e nella mia band non c’è nemmeno il solo Martin Rev e in ogni caso Alan Vega è morto l’altra notte, nel sonno, aveva 78 anni e perciò, quando quindici anni fa più o meno l’ho visto suonare al Classico ne aveva già più di sessanta, eppure indossava una tuta argentata tipo Bradley Cooper che fa footing in quel film in cui interpreta un pazzo. Pochissimi non sanno che il suo miglior album è un album non scritto né interpretato da lui, per la precisione Nebraska di Bruce Springsteen che è anche il miglior album di Springsteen.  Ma Alan Vega è morto l’altra notte, oh, è morto Alan Vega, davvero, i Suicide non ci sono più, e una volta, una volta soltanto, ho ballato davvero nel salotto, come fosse un film, l’ho fatto perché ero innamorato, e anche se Alan Vega è morto e i Suicide non ci sono più io lo sono ancora, e perciò è come se continuassi a ballare, e la canzone è sempre Dream Baby Dream dei Suicide.

100 canzoni italiane: STARE AL MONDO

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(Roberta)

 

 

Ho visto morire l’hip hop italiano davanti ai miei occhi. Lateralmente, da spettatore, poco importa: quando si testimonia la fine di qualcosa il ruolo rivestito (se si è rivestito un ruolo, e non è questo il caso) è questione di sfumature. Quel che c’era ha smesso di esserci, questo è quanto. Nulla che potessi fare a riguardo: a un certo punto, semplicemente, i dischi belli hanno smesso di uscire. Chi aveva qualcosa da dire e gli strumenti per dirlo ha appeso il microfono al chiodo o cambiato direzione verso qualche altra onda; il posto vacante non è stato occupato da qualcun altro (è ancora così). Tutto il resto è venuto di conseguenza, ricadute incluse (le chiamo così quando in percentuale più o meno ridotta hanno influenzato pure il corso della mia vita): niente più programmi in radio, megaeventi da trasferta e dormire in treno al ritorno il mattino dopo, niente più Zona Dopa dietro casa, niente più vagoni sottopassaggi muri capannoni colorati nottetempo con murales da implosione immediata di tutte quante le sinapsi contemporaneamente – gli antenati della street art a robe metaforiche che sensibilizzano preferivano gigantesche scritte incomprensibili tra cyberpunk e un qualche nuovo alfabeto alieno, lavoravano sodo, ovunque, niente menate con le istituzioni: due mondi separati, non interagivano e basta. A ripensarci non ho bisogno di considerarmi un privilegiato: so di esserlo. Da spettatore ho preso e trattenuto in hard drive solo il meglio; le stronzate mi scivolavano addosso o manco le calcolavo – non ricordo di avere visto direttamente o conosciuto di persona un solo personaggio discutibile tentare di uccidere il funk – sapevo da cosa, da chi tenermi debitamente alla larga, quali fogli non sfiorare nemmeno con un bastone lungo trenta metri eccetera; questo io chiamo censura preventiva, e ha funzionato alla grande. Il lato negativo nell’essere stati abituati fin troppo bene si manifesta quando qualcosa che faceva parte del panorama, che il panorama lo determinava, scompare di punto in bianco. I segnali magari c’erano ma eri troppo infatuato per accorgertene. Quando poi arriva, la sassata della perdita fa male dieci volte tanto. E ha fatto male. Tutto quel che fino a un momento prima era standard, routine (ma ad averne, di routine così), una serie di belle certezze e dati assodati, di colpo è diventato niente. Deve essere la versione redux di quel che succede quando si smette di esistere (non credo in una vita – o altre vite – dopo la morte); musicalmente una morte in ogni caso.

Il 1999 è l’ultimo anno di vita dell’hip hop italiano. Scienza Doppia H, L’Attesa, O Tutto O Niente, Novecinquanta gli ultimi fuochi, Merda&Melma il tabula rasa, Chicopisco il period the end. Neffa l’ha deciso come ai tempi Soul Boy e Speaker Dee’Mo hanno deciso che quello sarebbe stato l’inizio. Il senso è lo stesso, l’ineluttabilità è la stessa: va così perché è così che deve andare. Stesso discorso nell’altro verso: il treno è passato, c’è chi è rimasto fermo alla stazione, un gioco a cui non tutti scelgono di appartenere; di solito, chi intraprende il percorso opposto sono le teste capaci di fare la differenza. Quel che inizia finisce, per cui ecco cosa.

Dopo avere temporeggiato per qualche frista di troppo, mantenendo le posizioni fino a quando era il caso, Neffa si è alla fine reso conto che col ‘già sai che non ve n’è‘ ripetuto all’infinito si va poco lontano, anche se quel dire sei stato tu a inventarlo; il resto verrà di conseguenza. Poco dopo una leggendaria jam corale da padroni di casa all’MTV Day che vista a posteriori è l’equivalente della danza finale nel Settimo Sigillo, la ballotta dei guaglioni si sfalda. I due lasciti più radicali: dopo Merda&Melma e successiva coda di live che è stata davvero l’ultima occasione (non sarò mai abbastanza grato a me stesso per avere alzato il culo dal divano in due occasioni – Bologna e Modena – per assistere al miracolo) Deda, il migliore MC italiano di sempre, appende il microfono al chiodo senza ripensamenti; Neffa pubblica Chicopisco e bella lì. L’ultimo sguardo prima di scrivere la parola fine, scegliere di scriverla un attimo prima che l’intero ingranaggio collassi e imploda, one last midnight come diceva Rust, poi azzerare il contatore e passare ad altro (che il suo “altro” non abbia mai corrisposto al mio, altro discorso). Senza sospesi, senza rimpianti. La certezza di avere fatto quel che s’aveva da fare nei modi e nei tempi in cui andava fatto, ora basta. Buon proseguimento a chi rimane, ci sono state delle gioie ma questo è l’epilogo. Questa, “la fine” lo è per davvero (non come ha detto e dice Kaos, che assiste a questo funerale dall’86 però intanto è sempre lì).

Tutto quel che seguirà, che ancora segue, qualcos’altro. Come Verso il sole è l’ultimo film americano: non che da lì abbia smesso di esistere il cinema ma per chi ha visto c’è stato un prima e un dopo, le cose sono cambiate irreversibilmente, fare finta che no senza mentire a sé stessi diventa impossibile. Una questione di piani: livelli diversi, mai più ripetuti, il cui ricordo basta ad annichilire tutto il resto, a rendere tutto il resto, l’intera faccenda, un altro campionato, spesso un altro sport. Non ero nato quando uscirono Paranoid, o White Light/White Heat, o Closer; per Rapadopa o Verba Manent o sXm invece c’ero e ricordo tutto. Il ricordo, il più delle volte, mi basta e avanza ancora oggi.

La gestione del dopo, un affare individuale che ognuno svolta come può: si passa ad altro se subentra la voglia di passare ad altro, ma non sarà mai la stessa cosa. Comunque quel vuoto che può essere foro o voragine a seconda del carico emotivo investito finché è durata non lo riempi, non lo puoi riempire; rimarrà sempre lì, immobile al suo posto. Per me è così che ha sempre funzionato, in ogni ambito, in entrambi i sensi, positivo o negativo: porto nel cuore o dentro la testa chiunque abbia conosciuto, qualsiasi cosa abbia visto; quando viene a mancare, è qualcosa che manca che non può venire sostituito. Quando la somma di quel che manca oltrepassa di diverse lunghezze la somma di quel che è rimasto è il momento delle domande serie. Certi calcoli sarebbe meglio non iniziarli mai comunque.

Quando è uscito Chicopisco la vita aveva appena cominciato a investirmi; per qualche tempo ancora ho potuto prenderlo come un piacevole sottofondo, più piacevole di altri ma comunque sempre un sottofondo alla vita che scorre, come qualsiasi altro disco avessi ascoltato. Erano le ultime ore d’aria e non lo sapevo. Quel che c’era stato fino a lì una sorta di prova generale, scaldare i muscoli prima della gara seria, un lungo rettilineo a precedere una serie di salite che fanculo il tour de france; salite che ancora non potevo vedere del tutto. Ben presto, il più delle volte, buio con o senza alberi (è lo stesso). Il segnale che adesso basta cazzate era già arrivato, rendersene conto avrebbe richiesto il suo, come prendere una legnata in piena faccia talmente potente da non riuscire a razionalizzare subito l’impatto. Il biglietto d’ingresso al festival orrendo urlante della vita vera, che non è ancora finita. Tengo sempre a portata Chicopisco per una sola ragione: dentro c’è Stare al mondo.

Della musica faccio un uso strumentale, per così dire: quando mi sento triste, è qualcosa di triste che voglio ascoltare; quando mi sento allegro qualcosa di allegro, e così via. Torno a Stare al mondo (il pezzo) ogni volta che stare al mondo (l’azione) eleva il grado di difficoltà ben oltre il livello mostro finale. Ne ho anche altri di talismani ma questo è speciale perché asseconda la corrente, mi mette quieto, comunque vada in pace con lo scorrere delle stagioni. Mi aiuta a mantenere l’unità di me stesso. È talmente universale che chiunque potrebbe dirne la stessa cosa, ne sono convinto. Ho imparato sulla pelle a più riprese il significato letterale di ogni singola frase, pure di questo sono convinto chiunque potrebbe dire lo stesso; cambia il grado di intensità, sempre lì stiamo. Comunque si tratta di restare in piedi, vincerne alcune, perderne altre. In questo, siamo uniti.

Le accuse di fascismo

 

Recentemente ho messo insieme questa specie di teoria sulle accuse di fascismo. purtroppo non è basata su dati concreti, è solo un’impressione generale estrapolata dalle conversazioni a cui assisto di solito. Dicevo, la teoria è che del totale delle accuse di fascismo lanciate da chiunque a chiunque altro, in Italia, nel 2016, il 40% sono accuse fondate. Il restante 60% è composto per metà da idiozie assolute e per metà da accuse molto più fasciste dell’oggetto delle accuse stesse. Questo 30% di accuse di fascismo fasciste una decina d’anni fa stava intorno al 15%, mentre le accuse fondate erano il 55% (gli idioti, in percentuale, erano più o meno gli stessi). Questa cosa è destinata a peggiorare perchè le prassi comunicative (nel mondo in generale, mica solo su internet) sono più fasciste ogni anno che passa. E poi c’è il problema che molto del totale di accuse di fascismo se ne va via perchè tocca controbattere e accusare di fascismo quelli che ti han dato del fascista. Non è che mi sto lamentando, ma il tutto succede a scapito di un buon 70% di episodi di fascismo che avvengono quotidianamente senza venire denunciati o magari tollerati con l’alzata di spalle  del non biasimo. Poi boh, sì, il fascismo di oggi sarà senz’altro lo Sgargabonzi.

Stregoni

SERMM STREH

*Questo è un diario di appunti sparsi presi nel corso dei primi sei mesi di Stregoni

Da quasi sei mesi sono uno Stregone. Mi alzo la mattina prestissimo, controllo la posta e al posto dei miei tradizionali contatti trovo mail in arrivo da “Suor Rita” o dai referenti di qualche associazione umanitaria.

Che cosa facciamo con Stregoni. Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti girando tutta la Penisola. Abbiamo scelto da subito di non avere una band stabile, gli unici membri fissi siamo io e Marco (Above the Tree). In ogni città in cui suoniamo cambiano i ragazzi, cambia la loro nazionalità e cambia anche radicalmente il sound. Tutti i concerti a loro modo sono unici e irripetibili.
Da quando il progetto è partito abbiamo suonato già con circa 200 persone diverse, tutti Richiedenti Asilo.

L’idea da subito è stata quella di andare a vedere come vivono queste persone una volta arrivati nelle nostre città. Tutti quanti conosciamo bene cosa succede in mare o le difficoltà che ci sono ad attraversare i confini. Ma cosa fanno tutti questi ragazzi a pochi metri da casa nostra?

La risposta è sempre la stessa: vivono in una specie di bolla, in attesa che la commissione esamini la richiesta di asilo, trascinandosi tutto il giorno in cerca di wi-fi. Quello che facciamo è cercare un contatto, creando un terreno di scambio vero attraverso la musica, partendo da quella che ascoltano.

Quello che succede sul palco è indescrivibile: ci sono dei momenti in cui le cose girano a mille, in cui hai la sensazione di essere in mezzo a qualcosa di più Grande con i tuoi fratelli di sempre.
Altre volte invece è durissima, si fatica, il suono zoppica, i ritmi si sfasciano e il palco diventa un posto enorme e desolato. Poi però tutte le volte scatta sempre qualcosa e la musica arriva a travolgere tutto.

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Foto: Cristiana Rubbio

Le difficoltà, la fatica a capirsi e a trovare sintonia non solo sono fondamentali, ma necessarie per questo progetto . Non sei venuto a sentire l’ennesimo cantautore che scrive il pezzo impegnato sui migranti sepolti in mare.
Tutto quello che facciamo con Stregoni, ogni aspetto strutturale e di forma del progetto è il messaggio.
La difficoltà, rappresentata sul palco, assume un significato più profondo: stai vedendo con i tuoi occhi gente diversa con storie diverse che fatica a venirsi incontro. È dura, dev’essere dura, ma quando poi la porta si spalanca, la stregoneria diventa un’esperienza travolgente.

La chiave dell’intero progetto sono i telefoni. I famigerati smartphone, strumentalizzati da quelli che noi chiamiamo gli Ultras dell’ignoranza.
Arrivare dall’Africa o dall’Asia in Europa senza un telefono cellulare è impossibile. Sugli smartphone c’è il Gps, in Africa effettuano addirittura i pagamenti con le ricariche telefoniche, aggirando le banche. Sui telefoni ci sono le fotografie, i video dei villaggi delle città che queste persone hanno attraversato e c’è anche tantissima musica.
Da quella musica, da quegli mp3 noi partiamo ogni volta, invitando i ragazzi sul palco col telefono a mettere una canzone. Io poi ne faccio un loop e da quella porzione di pezzo partiamo con la stregoneria. È un viaggio lungo e faticoso, che culminerà alla fine dell’estate con un tour-documentario nei centri migranti di tutta Europa.

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Foto: Edoardo Conforti

Nell’arco di questi mesi il nostro punto di vista si è arricchito: ho conosciuto gente con storie potentissime alle spalle. Come Muassin (spero si scriva così).
Muassin viene dall’Afghanistan, è arrivato a piedi in Italia dalla Turchia, mettendoci due mesi. È una cosa a cui ancora fatico a credere.
Mi ha fatto vedere sul braccio i segni delle torture che ha subito. A Kabul era attivista di un partito ribelle, ma ha dovuto lasciare il paese per evitare la persecuzione. Nonostante sia arrivato in Italia da poco più di sei mesi conosce già la lingua meglio di tanti altri richiedenti asilo. T-shirt con scritta “Italia”, la faccia e lo sguardo di uno che ce la farà a trovare il suo posto qui da noi. Forza Muassin.

Gilbert invece in Nigeria ha lavorato come saldatore, faceva il pugile e arrotondava portando in giro gente con la sua motocicletta-taxi. Qualcosa è andato storto con uno di Boko Haram e ha dovuto lasciare di corsa il paese. Otto mesi di Libia e poi in Italia: è un po’ che non mi risponde al telefono, chissà dov’è finito, credo che sia arrabbiato con me. Ieri ho anche scoperto che sono tantissimi i gambiani che devono fingersi gay per ottenere il visto. Le storie sono migliaia, e sono tutte lì, sul palco a spassarsela con noi.

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Foto: Gabriele Spadini

Stregoni è una battaglia continua, qualcosa che non riusciremo mai a controllare fino in fondo. La musica alcune volte è scadente, disordinata, caciarona ma è molto più viva e vera di tanta roba che sento in giro. Siamo lontanissimi sia dalle mappe della musica “impegnata” fuorisede e tavernello, sia dalle geografie indie-elettronica. Eppure è questo il suono dell’Europa di oggi: rap r’n’b nigeriano col vocoder, highlife, afrobeat electro con Johnny Mox e Above the Tree sullo sfondo che drogano, sfocano il tutto ed alzano il livello dello scontro ritmico. È una sfida, ma è anche un modo per costringerci ad aprire gli occhi sulla realtà. Stanotte sono tornato a casa spossato ma contento dopo aver sudato tra i niggaz smadonnando con gli afghani, i loro balli di gruppo, le difficoltà che ci sono a dare spazio a culture diverse. Preferisco questa fatica, queste difficoltà al clima di sconfitta che regna un po’ ovunque tra band e concerti.

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La Trappola
L’accoglienza dei richiedenti asilo, così come è organizzata, è una trappola: i tempi sono lunghissimi e per chi è fuggito dalla povertà e non da una guerra, le speranze sono ridotte a zero.
Dobbiamo capirlo in fretta, prima che la frustrazione di questa gente vada a sommarsi alla frustrazione degli italiani, dei disoccupati, degli immigrati arrivati nei primi anni zero che pagano le tasse. In giro ci sono situazioni che con il protrarsi dell’esasperazione possono trasformarsi in una polveriera. “Sono in Italia da due anni, voglio lavorare, sono stanco di stare senza far niente ma devo aspettare quello che dice la commissione“. Da quando siamo partiti con il progetto di Stregoni questa è la frase che ho sentito più spesso. Sono parole che lasciano trapelare tutta la frustrazione, il senso di impotenza e mancanza di futuro che avvolge la vita di queste persone, che non sono messe in condizione di agire per trovare la propria strada.

Abbiamo tutti bisogno delle stesse cose: lavoro e futuro. Eppure i dati parlano chiaro: in Europa c’è bisogno di forza lavoro giovane, il calo demografico non minaccia solo l’Italia ma anche paesi come Germania e Olanda. Servirebbe al più presto far partire un new deal europeo, per dare una risposta a tutti questi arrivi. Tanta gente che raggiunge l’Europa significa anche aumento della domanda, nuovi consumi. Occorre mettere in condizione queste persone, arrivate per sfuggire ad una guerra o semplicemente alla ricerca di una vita migliore, di avere la possibilità di vivere meglio.

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Foto: Edoardo Conforti

Dimentichiamoci l’integrazione, che è una parola ambigua. Come dice Žižek “Il mio ideale di convivenza è un grande palazzo in cui gente di ogni razza e religione si ignora, ma lo fa gentilmente, in modo molto tollerante. Poi magari nasceranno delle amicizie, degli amori, ma non può accadere in maniera forzata“.
Prendi il kebabbaro o il pakistano con l’internet point: mica sono diventati imprenditori per spirito di avventura: hanno aperto un’attività che fonda il suo sostentamento sulla presenza di una comunità di riferimento. Non avevano altra scelta. Non sono di certo le birrette che compero io alle due di notte a dare da vivere al pakistano, il paki vive grazie alla sua gente, alla sua comunità. Il paki però a fine mese paga le tasse, l’affitto e un pezzo di pensione dei tuoi genitori.

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Foto: Giulia Pedrotti

Don’t take my kindness for weakness
L’Europa sta commettendo un crimine senza precedenti a non concedere una possibilità concreta a queste persone. E molti europei stanno sbagliando lotta politica.
Prendi le manifestazioni al Brennero, con le cariche di routine, come fosse uno sceneggiato. Dov’erano i richiedenti asilo? Perchè non sono stati coinvolti? E’ vero, quelli che hanno manifestato al Brennero facendo a botte coi celerini sono europei e hanno il diritto di dire la loro sulla chiusura dei confini, ma è evidente come tutta l’operazione sia risultata debole. Che battaglia stai combattendo? Che messaggio stai lanciando?

Accoglierli tutti, creando un sistema sostenibile, con condizioni anche dure, ma condivise. Noi ci arrabbiamo tantissimo perchè molti ragazzi in Italia già da mesi non hanno ancora imparato l’italiano. Non va bene, dobbiamo tutti essere più esigenti. Certo il Ramadan è importante, andare in chiesa è importante, ma è altrettanto vitale imparare la lingua, prendere la patente, formarsi il più possibile.
Per l’autunno abbiamo in mente un progetto che speriamo riuscirà a mettere alcune risorse in circolo.

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Stregoni è una fatica immensa, ma è anche l’esperienza musicale più potente della mia vita. Non è stato facile far partire tutta la macchina: In questi mesi senza i contatti di Seba dei Kuru, l’aiuto del Cinformi a Trento, i video di Joe Barba, Nicola Fontana, Constantin Capota, Vito Guglielmini, Paolo e Gian Luca di Pentagon Booking, I ragazzi del Locos, Sericraft che ci ha stampato le maglie, Chiara di Rockit, Il Betterdays Team, Marco Pecorari e Andrea Pomini di Rumore, Stefano Pifferi di Sentireascoltare, Arci Viterbo che ha subito creduto nel progetto, Intersos, Denis Longhi, Edo Grisogani, La Festa del Ringraziamento a Finale Emilia e il Mu Festival che quest’anno hanno deciso di destinare una parte dei ricavi del Festival al nostro progetto.
Stregoni va avanti anche grazie a queste persone.
Grazie davvero.

Per sostenerci ordina questa maglia a stregoniteam@gmail.com

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PITCHFORKIANA metà 2016 (7.3 politico a tutti i dischi)

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DAGS! – SNOWED IN/STORMED OUT di loro dicemmo già ai tempi del primo disco, uscito un paio d’anni fa circa, un’epoca storica in cui eravamo ancora tutti felici di essere tristi, almeno dal punto di vista musicale. Dei Dags inizi a goderti i dischi già solo a leggere i titoli delle canzoni, e questo disco loro mi sembra più bello e compatto di quello prima, quindi BELLA PER LORO. 7.3

LEUTE – 9 SONGS stando alle parole di quelli di Legno, quello dei Leute è il primo disco da loro pubblicato “in cui non suoniamo noi o amici strettissimi” (il giro FBYC, insomma). È sicuramente un disco emocore, più o meno di scuola Crash of Rhinos, quindi di scuola Settlefish, quindi di scuola Braid/Cap’n’Jazz. A questa cosa vanno aggiunti svariati momenti di cantato senza cori in cui compare un po’ a buffo un vocione baritonale stile Tindersticks o The National. A raccontarla così sembra una gran minchiata, ma in realtà è davvero molto molto bello. 7.3

BIG CREAM – CREAMY TALES l’altro giorno ho letto un articolo su qualche rivista, forse un femminile o boh, per cui gli Any Other sono il miglior gruppo italiano in attività, ed è davvero fichissimo che escano articoli del genere -magari qualcuno può accorgersi che esistono altri gruppi tipo gli Any Other (bravissimi, eh, sia chiaro).  Ad esempio ci sono i Big Cream, giovincelli che vengono (credo) da Bologna e suonano canzoni rumorose tra Silkworm e Sebadoh. Molto molto aspri, melodie appena appena prendibili, pochi fronzoli, un sacco di fischi e di casino, disco di 80 minuti circa (nel senso che dura 20 minuti e lo si ascolta 4 volte a fila). 7.3

CRTVTR – STREAMO non trovo la conversazione ma sono convinto che sia successa questa cosa: un tizio dei CRTVTR mi aveva mandato un disco via email, io l’ascoltai e gli dissi, sì è carino ma a me queste cose con le chitarrine così sottili non è che mi esaltino particolarmente. E lui mi disse, ok, sì, ma a me la chitarra mi piace così tagliente, e quindi la suono così, io gli dissi va bene, no problema. Mica lo trovi tutti i giorni un tizio che ti viene a cagare il cazzo per come suona la chitarra nel tuo gruppo. Però insomma quando ho ascoltato STREAMO ho pensato che le chitarre sono molto più grosse di come me le ricordavo, e non credo che abbiano ingrossato le chitarre per fare un piacere a me anche perchè se devo essere sincero non sono convinto al 100% che questa conversazione sia stata davvero con un tizio dei CRTVTR. Però il disco è molto bello, sobrio in culo ma bello fluido, un po’ tipo TIOGS ma più dritto. 7.3

BUE – KIND OF BUE Esiste un disco con questo titolo. 7.3

AUTECHRE – ELSEQ 1-5 Pitchfork, che si prende il disturbo di recensire i cinque dischi separatamente, dice che ELSEQ: “is an equivalent of a Netflix series binge”, ecco, vaffanculo. Disco dell’estate definitivo. 7.3

CAR SEAT HEADREST – TEENS OF DENIAL Conosciuta anche come sindrome di Devendra Banhart, un morbo piuttosto comune per cui un cantante scalcagnato viene raccattato sotto un ponte da un’etichetta figa e nel giro di un disco diventa Win Butler. Gli effetti sugli artisti della sindrome di Devendra Banhart sono principalmente tre: 1 fanno il disco dell’anno in corso, 2 non ci mettono molto a sparire dalla circolazione, 3 dopo cinque anni ti riascolti il loro disco dell’anno e provi un vistoso imbarazzo per averlo anche solo preso in considerazione. Non so se Car Seat Headrest sia affetto da sindrome di Devendra Banhart ma il disco mi sta piaciucchiando e questo non può davvero essere un buon segnale. 7.3

WRONG – S/T Copertina con foto bruttissima in bianco e nero, il nome del gruppo in stampatello grandissimo, la tracklist con tutte le canzoni con titoli di una parola-massimo due. Non serve manco di mettere su il disco per capire che musica contiene. Quello che non ci si aspetta, invece, è che una roba così violenta e incazzosa venga fuori da un gruppo composto di ex membri di gruppacci tipo Torche e Kylesa. Comunque siamo dalle parti degli Helmet, quelli dei primi singoli che al confronto già Strap It On sembrava roba sputtanata, mischiati con un po’ di rock’n’roll aggro alla Entombed. Calci nei denti, totalmente pretestuoso e inutile, possibile disco dell’anno. 7.3

100 canzoni italiane: SE TELEFONANDO / MATTO, CALDO, SOLDI, GIROTONDO / UN UOMO DA RISPETTARE

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Da qualche giorno è possibile trovare in libreria il volumone Superonda – Storia segreta della musica italiana. Si tratta di un libro scritto da Valerio Mattioli, che contiene “il racconto di quelle musiche che tra 1964 e 1976 riuscirono a sviluppare linguaggi originali e in grado per una volta di proiettare la musica italiana all’estero, esercitando una sotterranea influenza sul mondo dell’elettronica, del rock alternativo, e delle musiche sperimentali.” Un libro che mi piace immaginare fondamentale per definire quello che lo stesso autore, a un certo punto, ha osato definire spaghetti sound: tutto quel calderone di musiche off provenienti da questo paese che, in varia misura, hanno definito la musica mondiale. Per l’occasione Valerio ci ha mandato la storia di canzone italiana da mettere nella nostra rubrica, e questo è più o meno quanto. Correte in libreria. (FF)

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La mia canzonetta (intesa come “canzone melodica all’italiana”) preferita in assoluto è ovviamente Se telefonando. Dico “ovviamente” perché davvero non capisco quale altra possa essere – e non per me, per CHIUNQUE. È un tale capolavoro di ingegno (la famosa storia della ripetizione di “tre note soltanto”) e ha una costruzione talmente particolare (l’assenza di un vero e proprio ritornello ecc) che pure se non l’avesse cantata Mina sarebbe comunque un piccolo monumento, o almeno credo (la versione di Nek non depone a favore di questa mia tesi, ok).

Naturalmente, Mina a parte, il merito di tutto va all’uomo che il brano l’ha scritto e arrangiato: cioè Ennio Morricone. Siccome però immagino che per gli standard di Bastonate scegliere Se telefonando sarebbe interpretato come un gesto di svogliatezza e prevedibile banalità, di Morricone mi piace citare uno dei suoi brani incredibilmente considerati “minori” (anche se ultimamente vedo parecchie persone che lo citano e condividono in giro, quindi tanto “minore” non lo deve essere più). È del 1969 ed è preso da – prendo quello che ho scritto in Superonda – “un dramma antiborghese con venature erotiche e gialle chiamato Vergogna schifosi. Per il film Morricone concepisce un altro dei suoi studi «matematici», una filastrocca cantata dai Cantori Moderni ed Edda Dell’Orso basata sulla reiterazione insistita di cellule composte da poche note soltanto, minuziosamente conficcate su un tempo incalzante che potrebbe ricordare la vertiginosa bossa di Metti una sera a cena.

Morricone questa “ossessione matematica” ce l’ha sempre avuta, e un sacco di suoi brani sono piccoli studi in tal senso (la stessa Se telefonando ne è un esempio). Il tema di Vergogna schifosi però è davvero uno dei suoi esperimenti più audaci, specie considerando l’anno in cui è stato scritto. Perdonami se ritorno al copiaincolla da Superonda: “il ritmo è un motorik su cui mulinano saliscendi orchestrali, scampanellii orgiastici e un basso tachicardico che pure è l’unico appiglio che impedisce al brano di schizzare in aria, preso com’è da questo vortice a spirale dalle circonferenze variabili e, man mano che passano i minuti, sempre più fuori asse. Il brano si chiama Matto, caldo, soldi, morto girotondo e l’effetto è sul serio un capogiro dapprima divertito e poi irreale, non si sa bene quanto opprimente o dionisiaco. Su questo calco gruppi come gli Stereolab costruiranno, coscientemente o meno, carriere intere”.

Se lo ascolti bene è un brano pesantemente… ma sì, drogato. Appartiene al filone pop (o meglio ancora “lounge”) del Maestro, ma è giusto a un passo dalle sue cose più psichedeliche – non tanto quelle del periodo western, quanto quelle di inizi ’70 dalla collaborazione con Dario Argento in poi (che è anche il suo periodo che preferisco). Anzi a questo punto fammi esagerare e concedimi un’ultima citazione dal libro, così almeno posso menzionare in extremis quell’altro capolavoro assoluto che è il tema di Un uomo da rispettare: dico in Superonda che “sembra riprendere le trionfali atmosfere dello spaghetti western per schiantarle in un sudicio vicolo popolato da tossici che alzano gli occhi al lampione e per la prima volta realizzano tutta la gloria, il dramma, la bellezza necrofila della metropoli in rovina: è come se Miles Davis avesse deciso di rileggere Porgy and Bess nel 1974 di Dark Magus anziché nel 1959 del binomio con Gil Evans”. E guarda, giuro che è così. Alla fine sia Miles che Morricone sono trombettisti, anche se Ennio nei 70 non si metteva al collo il boa rosa schocking.

Ok, mi hai chiesto un brano e alla fine te no ho tirati fuori tre, se vuoi continuo e facciamo un album.