100 canzoni italiane #10: BANANA REPUBLIC

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Gli ingredienti per truffare la malinconia

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Paolo Conte è un avvocato di Asti, ha 42 anni, sta andando al ristorante con sua moglie, a Roma. L’anno scorso è uscito il suo terzo disco: si intitola Un gelato al limon, come la canzone. Fuori dal ristorante incontra Francesco De Gregori che lo saluta e si scusa, gli chiede di perdonarlo. È il 1979, De Gregori è tornato dalla tournée con Lucio Dalla: Banana Republic, come la canzone che dà il titolo al disco.

– Andiamo al concerto di Lucio Dalla, aveva detto mio padre; siamo arrivati sul prato e ci siamo sdraiati, fuori. – Tanto si sente anche da qui, ha detto mio padre. Le canzoni arrivavano come un’eco: qualche parola ogni tanto, gli applausi del pubblico, certi momenti musicali più sostenuti, un crescendo, una ritmica insistita e basta. – Io non sento bene, avevo detto a mio padre, – Andiamo dentro a sentire che si sente meglio. – Per andare dentro bisogna pagare il biglietto, quindi si sente bene anche qui, mi aveva risposto lui. Da allora le canzoni di Lucio Dalla mi arrivano come un’eco lontana anche se le metto a un bel volume pieno, in macchina con i finestrini chiusi. Poi si presta la sua voce, quel gusto di sospensione che ha.

Quasi in ogni piatto si possono trovare, oltre agli ingredienti della ricetta, anche quelli di una storia: un incipit, uno sviluppo e un finale, scrive Michael Pollan nel libro Il cotto. Fuori dal ristorante De Gregori si scusa con Paolo Conte perché nel tour, con Lucio Dalla, hanno fatto una canzone di Paolo Conte, quella che dà il titolo al disco, la canzone che Paolo Conte ha dedicato a sua moglie: Un gelato al limon. De Gregori si scusa perché nel concerto hanno fatto un arrangiamento della canzone che, gli dice, non rende la profondità del testo, – Ma no, mi avete fatto un gran regalo, dice Paolo Conte.

Se fossi un professore di letteratura e dovessi spiegare il correlativo oggettivo a una classe di scolari, credo che userei la canzone di Paolo Conte: Un gelato al limon, con le strofe che hanno quel tono intimo per via delle immagini private, difficili da capire: “quel sogno arabo che ami tu”, quale sarà questo sogno? Gli “abissi di tiepidità”, gli “oceani notturni” e poi, invece, nel ritornello una cosa che sappiamo tutti: un gelato bianco che sa di limone.

Io nel locale avevo notato la ragazza bionda e alta. Era strano che una ragazza così bella ricambiasse così, diretta, lo sguardo mio.

Banana Republic è anche un film, un film concerto dal vivo di Ottavio Fabbri, il film della tournée di Lucio Dalla e Francesco De Gregori negli stadi, nel 1979. Il film è molto bello, si vedono Dalla e De Gregori che girano in macchina, Dalla in spiaggia in costume da bagno che sceglie tra vino bianco e vino rosso, De Gregori che spiega com’è suonare davanti a cinquantamila persone e davanti a tre. Gaetano Curreri nella tournée di Banana Republic suona le tastiere, diventerà il cantante degli Stadio. Nel film Curreri dice che Lucio Dalla è il più grande pianista italiano in Do, un altro del gruppo dice che il bello della loro collaborazione tra Dalla De Gregori è che è una collaborazione senza contaminazione: ciascuno rimane nel suo stile. Nel duetto in cui Dalla e De Gregori fanno Gelato al limon si capisce benissimo: nelle strofe, le strofe con le immagini difficili da capire, senti De Gregori che le fa nel suo stile di accenti bruschi e Dalla nel suo stile di svolazzi e sospensioni, poi si ritrovano insieme nel ritornello, nel punto che capiscono tutti: un gelato bianco che sa di limone.

Bisognava attaccare discorso, attaccare discorso per dare un seguito a quegli sguardi. Evitare che se ne andasse da sola via e io rimanessi lì a vederla andare via. Ma anche dopo aver attaccato qualche discorso, poi, se ne era andata via e io ero rimasto solo a vederla andar via.

– L’incontro con Dalla è stato prima umano e poi artistico. Io mi ricordo proprio perfettamente che ci fu uno strano incontro da studio a studio, uno di fronte all’altro, quando eravamo per caso nella stessa casa discografica. Non so perché, ma da come entrava e usciva mi resi conto che era una persona…  che era un vecchio amico, anche se non l’avevo mai visto, dice De Gregori nel film Banana Republic. – Credo che la gente si diverta a vederci in due, proprio perché è la negazione di tutti gli schemi impresariali e tecnici.

Con Cristian eravamo nel locale insieme, lo stesso locale, un’altra sera, entra la stessa ragazza: alta, bionda, inusualmente ricambiatrice di sguardi.

Dalla ha cominciato a scrivere le parole delle sue canzoni a 35 anni, prima non le scriveva lui o non le scriveva affatto. In tre anni, dal 1977 al 1980, scrive tre dischi pieni di canzoni capolavoro. Canzoni divertenti, originali, commoventi e sorprendenti a quarant’anni di distanza. L’anno che verrà, Com’è profondo il mare, Balla balla ballerino, Anna e Marco, Disperato erotico stomp, “e io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato”. In mezzo a quei tre anni scrive delle canzoni con Francesco De Gregori: Cosa sarà, Come fanno i marinari e da lì viene l’idea di una tournée negli stadi.

Attacco il discorso io e andiamo avanti per un po’, Cristian entra e esce, ordina da bere, si unisce al discorso e la ragazza, alta, bella e bionda, prende a parlare delle scie chimiche. Cristian le ride in faccia, io mi controllo. Non vorrei che finisse di nuovo che lei se ne va e allora cerco di minimizzare.

Nel 1979 non era normale che i cantanti italiani suonassero negli stadi, infatti l’organizzazione non aveva dimestichezza con la sistemazione del pubblico, con l’ingresso del pubblico, con il montaggio del palco, con la pioggia, tutte cose che nel film Banana Republic si capiscono bene. Il disco, che uscì mentre il tour era ancora in corso, avrebbe dovuto essere registrato a Bologna, ma la data fu annullata per la pioggia. Dà l’annuncio al pubblico Dalla: – Attenzione scusate amici, sono Lucio, Lucio Dalla, per ragioni tecniche di mancanza di sicurezza siamo costretti a rinviare il concerto per domani, alle ore venti. Vi ringrazio, siete degli amici. Poi il concerto non verrà recuperato. La RCA, la casa discografica di Lucio Dalla, Francesco De Gregori (e anche di Paolo Conte), il disco lo incide con registrazioni sparse, prove e quello che riescono a mettere insieme. Il registratore del pullman mobile non aveva abbastanza piste per gli applausi del pubblico e la RCA sovraincise gli applausi, ma erano applausi da stadio di calcio, non da stadio concerto: anche loro non avevano tanta dimestichezza con gli stadi.

Il mio tentativo di minimizzare va male: la ragazza alta e bionda, bella e inusitatamente ricambiatrice di sguardi, mi dice che sono un disfattista e che è colpa di quelli come me che poi le cose non si sanno e nessuno fa niente. Cristian continua ridere nascondendosi la faccia in un avambraccio.

L’idea iniziale era di chiamare la tournée di Dalla & De Gregori negli stadi I Marinai, come la canzone che avevano scritto insieme, ma Ennio Melis, il direttore della RCA, disse che sapeva di vecchio. Per il tour Dalla e De Gregori avevano preparato una nuova canzone da fare in duetto, oltre a Cosa sarà, Come fanno i marinai e Gelato al limon. Una canzone che De Gregori aveva conosciuto grazie a suo fratello Luigi e che aveva cominciato a tradurre per gioco. È una canzone del 1976 di Steve Goodman, nell’originale Banana Republics, che parla di nord americani che se ne vanno in Sud America cercando di distrarsi, che scappano dal fisco e trafficano marijuana. – Chiamatela così, gli dice Melis, chiamatela Banana Republic, che è curioso e non si capisce cos’è.

Usciamo dal locale e lasciamo la ragazza alta bionda e bella, seguace della scie chimiche, dentro; ce ne andiamo io e Cristian verso la macchina. C’è un verso della versione di Dalla e De Gregori di Banana Republic che dice: “E attraversano la notte a piedi per truffare la malinconia”.

Nel 2003 il disegnatore Altan pubblica per Einaudi un libro, raccolta di vignette, che si chiama Banane. Il protagonista è il Cavalier Banana, una satira di Silvio Berlusconi, e il tema di fondo è la trasformazione dell’Italia in un paese che somiglia a un paese sudamericano negli anni settanta, una Repubblica delle banane, come quello di cui parla la canzone.

Io e Cristian, andando verso la macchina, arriviamo nella zona dell’Università e vediamo un signore che chiude una serranda; io lo riconosco, è facile, ha i dread, una divisa da cuoco con i pantaloni militari e il suo ristorante ha appena preso una stella sulla guida Michelin. – Prima o poi ci veniamo a mangiare da te, gli dico, appena mettiamo da parte i soldi. E ci mettiamo a parlare con lui. Dei suoi piatti, di quanto e perché costa così il suo menu, del fatto che gli piaccia l’opera lirica.

Ora è normale che i cantanti suonino negli stadi e fa sorridere che una volta, nel 1979 durante il tour Banana Republic, il pubblico non potesse sedersi sul prato, per ragioni di sicurezza. Chiamare l’Italia una Repubblica delle banane è diventato comune. Le ragazze ti parlano di Nuovo Ordine Mondiale restando serie. Andare al ristorante è un fatto culturale, anche se non sempre il mangiare funziona come correlativo oggettivo. Uno dei piatti di Marcello Trentini (lo chef di Magorabin, ristorante stellato di Torino, che una sera io e Cristian mentre ce ne andavamo in giro abbiamo incontrato che chiudeva la serranda del suo locale) è: gambero crudo, mandarino e lingua di vitello. È più vicino a delle strofe difficili da interpretare, all'”intelligenza degli elettricisti e al sogno arabo che ami tu” che a un gelato bianco che sa di limone. In ogni piatto non ci sono solo degli ingredienti ma una storia da raccontare: un inizio, uno svolgimento, una fine.

Quella sera, la sera in cui io e Cristian ce ne andavamo in giro come due vecchi amici anche se ci conoscevamo da poco, potevi sentire come un’eco di una canzone lontana, una di quelle ascoltate fuori da uno stadio, sdraiato sul prato; e se ti sforzavi, tra gli applausi del pubblico e i crescendo della musica, potevi distinguere le parole:

E poi verso sera li vedi
Tutti a caccia una donna e via
E attraversano la notte piedi per truffare la malinconia
E spendono più di una lacrima su un bicchiere di vino e di rum
E piangendo gli viene da ridere
Ballo anch’io se balli tu.

 

Una per chi torna, per chi resta, per chi non è mai andato via (la reunion dei Royal Trux solo un pretesto)

 

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[...]as for a reunion, it will never happen. It is just too depressing.
(Neil Hagerty 2012)

We’ve been offered a few times, but it just doesn’t make sense to me. Royal Trux was something that existed in time– a relationship, a partnership, a chemistry– and that doesn’t exist right now.
(Jennifer Herrema, 2012)

I gruppi tornano insieme. L’acqua è bagnata, il cielo è blu, e i gruppi tornano insieme. Inattività, senescenza, perfino la morte: nessun ostacolo, nessun problema, fino a quando esiste un pubblico pagante i gruppi tornano insieme. Per una sgroppata o più di una, a dipendere da ostinazione, potere d’acquisto, altre variabili (tutte intimamente connesse al flusso di denaro che si auspica generi la mossa). Nessun modo di invertire la tendenza, due soli i canali: starci, o non partecipare. In ogni caso qualsiasi reazione al riguardo non sposta di un micrometro l’asse discorso, perché non c’è nessun discorso. Come boicottare la Cocacola o sdegnarsi per ogni nuovo civile massacrato arbitrariamente a sfregio: tutto resta comunque uguale, è così che va e stop. Uno standard che già da mo’ ha perso ogni connotazione morale, annichilita dalla coazione a ripetere che ha reso l’eccezione routine. Una convenzione, come le giornate di 24 ore o il giorno di Natale il 25 dicembre. Ieri i Toyal Trux, domani chissà chi, so what (precisamente come dicevano i Flipper nel finale di Ever).

Ho sentito nominare per la prima volta i Royal Trux tra le righe di una recensione di Claudio Sorge, non ricordo il disco; ne parlava come fossero l’ultimo gruppo prima dell’apocalisse, stesso trattamento riservato a chiunque altro suonasse una chitarra collegata a un amplificatore. Un modo condivisibile di impostare la questione tutto sommano, almeno fino a quando resti sintonizzato su quell’onda; solo una volta sceso dal treno realizzi quanto ciarpame, certamente in buona fede, sia stato venduto come i nuovi fratelli Asheton; finché ci sei dentro continui a sorridere e annuisci contento, al sicuro dall’orrore del mondo, cullato da certezze più solide del granito. Persuasione: non necessariamente comporta una logica stringente alla base. Basta qualcosa che faccia partire la macchina morbida dell’empatia, qualcosa che abbia a che fare con bisogno e fede aprioristica verso qualcosa o qualcuno, che li alimenti. Una volta innescato il meccanismo, in questo caso, solo buone vibrazioni. Non esiste altro io abbia letto con uguale piacere, altro dove abbia ritrovato lo stesso candore; forse giusto Beppe Riva, se ora fossi bisnonno. Ma così non è, quindi non è così. E comunque, qui, che benedizione è stata.

 

Che storia i Royal Trux. Un’idea, un concetto, di quelli in grado di scardinare un intero sistema di valori, di ridiscuterne l’essenza stessa. Rock and roll più di tutti i Nuggets messi assieme e oltre; come Alan Vega, come Peter Laughner senza l’epilogo, come Wesley Willis. Un paradigma, uno stato mentale, il suo manifestarsi, vero prodigio. Come passare attraverso tanta droga da uccidere buona parte della popolazione dell’universo conosciuto e riuscire a padroneggiare gli strumenti per saperne riferire in maniera comprensibile anche a un bambino di sei anni. Più veri del vero. Pura magia fuoriusciva da solchi che avresti detto fatati; ogni istante, ogni riff deragliato, ogni scheletro ritmico squartato, ogni teoria rigorosamente finita a schifio nell’arco di dieci secondi, roba da rendere qualsiasi cameretta all’istante una cattedrale di degrado. Premere play, l’equivalente di cominciare a scaldare il cucchiaino; senza dover prima avere a che fare con pusher ributtanti, senza danni cerebrali permanenti, tutto dentro la testa. Splendido.
Jennifer Herrema era la mia Marilyn Monroe, la mia Laura. Come potesse esistere tanta bellezza concentrata in una sola persona, mai riuscito a capacitarmi. Ma esisteva, da qualche parte, lontano da qui; nella mia testa, Huysmans al quadrato. Piedistallo. Detonatore e generatore di gran trip: drogarsi insieme, fissare il vuoto da una veranda di qualche sconosciuto in Arkansas, respirare la stessa aria. Non avrei avuto bisogno di altro.

A Twin Infinitives sono arrivato poi. I negozi non lo tenevano. Nessun negozio, pareva. Non ho avuto un pc fino a poco prima dell’attacco alle torri, Internet soltanto una vaga idea di cosa fosse (nella pratica: qualcosa che mi era precluso). Digitare “twin infinitives” mi ha portato al sito di Scaruffi; ne parlava come del più grande capolavoro di tutti i tempi o poco meno. Non ho un’opinione su Scaruffi: come chiunque altro abbia letto, ha scritto cose che condivido e altre che non condivido (mai preoccupato di stabilire una supremazia delle une sulle altre), finché è durata mi sono divertito e questo è quanto. Quel che so: ho ascoltato Twin Infinitives un sacco di volte per un sacco di tempo, poi ho smesso e da allora non ne sento più il bisogno. I dischi strani mi prendevano meglio dei dischi meno strani; Twin Infinitives è molto strano. Poi mi è passata. I Royal Trux per me hanno cessato di esistere di lì a poco.

Ho ascoltato qualche disco di Neil Hagerty dopo lo scioglimento: tempo buttato al vento, non la prima volta né la più grave. I dischi di Jennifer Herrema più gregari a caso, bypassati senza il minimo ripensamento. Ora tornano come entità a popolare questo circo ed è un altro so what flipperiano grosso quanto il Grand Canyon.

LIRBI #SPECIAL – Un lirbi triste sul Salone del Lirbo, ISBN edizioni, gli ebook e la Juve

Teli a protezione della merce

Teli a protezione della merce

Scrivo nella notte, trafelato, dalla stanza di una topaia di Torino, zona boh, Porta Susa, in un luogo vicino al quale c’è uno svincolo autostradale che si chiama RONDO’ DELLA FORCA (no, seriamente!). Sono venuto qui per il Salone del Libro, un’esperienza che di anno in anno toglie un pezzetto di senso alla mia vita. No, voglio dire: perché? Perché lo fanno? Gli editori, intendo, soprattutto i piccoli editori, continuare contro ogni evidenza a progettare e pubblicare roba che io posso anche capire che si ami ma che il mondo, è evidente, non ama più.

Sedie

Sedie a protezione della merce

È di questi giorni la vicenda angosciante di ISBN edizioni (per chi non lo sapesse, altrimenti si può saltare la parentesi: qualcuno ha denunciato su twitter che ISBN aveva i buffi e non pagava la gente, è scoppiato un avvilente casino sui social che ha lambito il territorio del “chi fa lavori creativi non viene pagato”, poi mi pare Coppola si sia scusato dicendo in sostanza oh mi spiace, stiamo fallendo non so che fare e davvero, per quanto possa essere odioso lui, in fin dei conti a volte preferirei riscoprire la pietà), che mi ha fatto capire – come se non lo pensassi già – che se chiude un editore così sono davvero cazzi.

Nastro adesivo a protezione della merce

Nastro adesivo a protezione della merce

Non sto facendo discorsi pisciosi di qualità, in fin dei conti non era proprio il mio genere, ma semplicemente a chi a cazzo duro & smargiasso scrive oggi sui social, Ah e così Coppola era PAGATO per far MALE il suo LAVORO eh?, vorrei dire che non so, non conosco la loro situazione dall’interno, ma immagino che se una casa editrice chiuda essenzialmente è perché non vende libri, e penso che se non venda libri una casa editrice così fighettina e giovanilista coi libri giusti e accessibili per gente che in teoria li compra (non so, i giovani?), e peraltro non ignota e relativamente ben distribuita, allora forse è il momento di arrendersi.

Guardie a protezione della merce

Guardie a protezione della merce

Che poi non ti arrendi, lo so, capisco, perché un conto è dire MI CONVIENE TROVARE UN LAVORO DA CASSIERE AL SUPERMERCATO e un conto è farlo, se ci stai dentro, ma la sensazione è un po’ quella di andare verso il nulla, tra chi se la prende con Renzi, chi con Berlusconi, chi si rassegna a un cambio epocale di abitudini, gusti e tendenze (in fin dei conti, prima si leggeva perché non c’era un cazzo da fa’: ricordo una terrificante notte insonne che passai a Magonza – no, non era Magonza ma a casa mia, ma qui siamo in pura narrativa e drammatizzo – leggendo un trattato di teologia perché davvero non avevo altro sottomano. Stasera sono qui in albergo, con un sacco di lirbi, eppure mi so’ visto la Lazio in streaming, poi ho chattato un po’ su whatsapp, e poi mi sono messo qui a cazzeggiare, finché non ho deciso di scrivere questa roba spinto da non so cosa), e il tutto con questo EBOOK , questo DIGITALE come dicono alcuni, sempre infilato su per il culo, tutti che lo fanno e ne dibattono straparlando (o meglio, delirando, secondo me) di politiche di prezzo, di sconti aggressivi, di possibilità di arricchire il testo (?) o chissà cosa. Dio bono, mi sento a volte come quei malati terminali a cui cacano il cazzo con le cure e a un certo punto loro dicono, oddio, lasciatemi morire in pace.

Questa torre è fatta di lirbi

Questa torre è fatta di lirbi

Cioè, non sto qui a dire che amo la carta e l’odor della colla (la “e” non c’è volontariamente), perché questo mi succede solo quando i libri son ben fatti il che è piuttosto infrequente, non dico nemmeno che non leggo ebook: trovo soltanto che gli editori, o forse dovrei dire NOI editori, ci stiamo dando un compito troppo elevato, alla portata di nessuno, che sarebbe quello di reinventare una forma di trasmissione del sapere e/o di passare il tempo efficacissima e di lunghissima durata nella storia umana ma di cui, forse, stiamo per vedere la sostanziale fine.

Er piccolo principe ce sta sempre

Er piccolo principe ce sta sempre

E no, non finiranno i libri e non finirà la musica, lo so, o meglio entrambi finiranno e finirà il gioco del calcio e finirà la domesticazione del cane; ci sarà un ultimo palazzo costruito, nel mondo, e ci sarà un ultimo piatto di cnederli; finirà ogni cosa, ma non lo vedremo in questa vita. In questa vita, e a questo mi riferivo, ci siamo dovuti accontentare di vedere la fine dei negozi di dischi, dell’industria discografica come la conoscevamo, del rock e di un botto di altre cose tra cui, credo, ci saranno le librerie e ci saranno gli editori in questo gran numero e pensati per vendere un numero piuttosto alto di copie di libri invendibili, ‘invendibili’ essenzialmente in quanto libri. Finiranno, penso, questi saloni, queste isteriche feste del libro quando non c’è nulla fa festeggiare, finiranno la retorica dell’evento (quella stronzata di #ioleggoperché, Saviano che fa comprare ai buzzurri un romanzo minore di Dostoevskij) che, da solo, dovrebbe far svoltare o cambiare tendenze e abitudini non modificabili, epocali, come non so la globalizzazione, come la fine della magia e dello spirito a favore di qualcosa chiamato INTERNET.

PS C’è una poesia famosa di Pessoa che inizia dicendo, Il poeta è un fingitore. Io sono un poeta: lo riscontro dal mio fingere senza ragione in modo naturale. Ho preso un taxi oggi pomeriggio, il tassista ha supposto – non so su che base – che fossi tifoso juventino. Ho confermato, mentendo, e abbiamo avuto una piacevole conversazione di una ventina di minuti su Morata e Zidane, Ibrahimovic e Henry (che errore cederlo!), e sulla prossima finale di Champions che temiamo così tanto entrambi. Però dai, non è detta l’ultima parola.

 

E comunque non c'era proprio nessuno al Salone (non è vero, è una foto scattata prima dell'apertura)

E comunque non c’era proprio nessuno al Salone (non è vero, è una foto scattata prima dell’apertura)

attivista del centro sociale, a casa c’ha la colf il padre la fabbrica

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Due o tre anni fa un gruppo chiamato Thegiornalisti s’era presentato all’attenzione della stampa italiana dissando una cinquantina di gruppi italiani su non ricordo quale rivista, roba sul tenore di “Maria Antonietta ha voglia solo di una cosa e di sicuro non è la musica o la chitarra”. Non ho mai capito se fosse una cosa seria o faceta, e in un caso o nell’altro non faceva ridere. La cosa, unita al nome, mi ha fatto scegliere così di punto in bianco di non ascoltare mai i Thegiornalisti, anche se mi avesse detto chiunque che il loro disco sarebbe stato il più epico e grandioso mai realizzato. È una specie di rischio morale al contrario, a cui cerco di inchiodare i gruppi che chiedono attenzione. Siete sicuri che la vostra musica le puttanate a cui mi costringete ad assistere? Io non sicuro di volerlo. Poi è successo che effettivamente i TheGiornalisti siano diventati i Fabers della nostra epoca con un disco dell’anno scorso di cui chiunque mi ha detto bene e che io non ho ancora ascoltato a parte un pezzo che non mi ricordo come suoni ma il cui testo diceva fondamentalmente Maria Antonietta ha voglia solo di una cosa e di sicuro non è la musica o la chitarra.

Detesto la vostra ostentata superiorità-easy, detesto il vostro fingere di essere tranquilloni e di reagire con stile alle cazzate scritte sui blog demmerda, quando in realtà VE TORCETE DRENTO, nun ce state, ve cercate su google, VE CERCATE SU GOOGLE!

(Ashared Apil-Ekur)

La stessa cosa, precisa precisa, mi è successa questa mattina con un gruppo che si chiama GNAC di cui mi è arrivato un comunicato stampa in tarda mattinata (o meglio, due comunicati stampa uguali spediti da due persone diverse). Il titolo del comunicato è GNAC: da oggi su YouTube il video del singolo K2 dove cantano “che due coglioni Brunori Di Martino e Colapesce”, e già si capisce che aria tira. Il comunicato stampa ci dice di più (come direbbe il mio amico Merola): e in una decina di righe mette insieme quasi tutto quello che di brutto e triste c’è nell’indiepop contemporaneo.

Ad esempio, la descrizione della musica del gruppo. K2” illustra al meglio quella miscela di rock, folk, pop, deviazioni prog o punk, scorribande balcaniche e inserti jazz-blues che stanno alla base dei suoni freschi, accoglienti e festosi degli Gnac. Nella loro musica le tastiere dettano melodie rotonde, la batteria e il basso si agitano e fanno muovere i corpi e la voce lingua sciolta morde e traballa sui versi. A leggere così sembrano una pericolosissima compagine di folk scanzonato ma militante da concerto del primo maggio, ma non è così: sono qualcosa tipo dei cloni dello Stato Sociale (gli piacerebbe) con il cantante un pochino più parlato e quel po’ di indolenza post-tutto che serve a farla franca.

 

Fa figo essere costipati nell’impossibilità del fare.
(Ennio Flaiano)

Ne ascolto due minuti perché sono incuriosito dalla descrizione del testo. K2” è una canzone che sull’onda di un liberatorio “che due coglioni” se la prende con le coppie che non smettono mai di prendersi o lasciarsi, con chi è sempre in crisi ma poi compra l’iPhone, con Facebook, WhatsApp e gli smartphone. Ma gli Gnac ce l’hanno anche con i gestori dei locali che non pagano, gli studenti universitari mantenuti da papà e i cantanti indipendenti, Brunori, Di Martino e Colapesce compresi: “Che due coglioni il cantante indipendente con la camicia quadri, la mamma con il suv, i servizi sulla tav / Brunori Di Martino Colapesce, i radical chic, l’attivista del centro sociale, a casa c’ha la colf il padre la fabbrica”. Ascoltare il pezzo è la cosa meno liberatoria che ho fatto oggi (compresa mezz’ora a leccare il culo a un capo magazziniere in Liguria perché scaricasse un camionista che gli si era rivolto, a suo dire, con poco rispetto). È chiaro che nel pezzo degli Gnac c’è pure un po’ di autoironia come del resto è chiaro che Brunori Di Martino e Colapesce, confronto a questa roba, sembrano i Fugazi. E che anche se gli Gnac fossero un gruppo musicalmente rilevante, anche solo un pochino, un diss così a cazzo squalificherebbe la loro musica. E il fatto che il diss a cazzo sia anche l’oggetto principale della cartella stampa li squalifica due volte, a cui si aggiunge l’obbligatorio sfogo contro i figli di papà, la retorica anti-hipster e tutto il resto.
È un brutto periodo per l’universo culturale in cui vivo e per cui in qualche modo, non so bene perché, continuo a  nutrire fiducia. Quel briciolo di spirito critico che era rimasto addosso alle teste della musica indipendente s’è irrimediabilmente dissipato in questa dialettica interna metatestuale a cui quasi nessuno sta sopravvivendo. Stiamo qua a menare il torrone con questa infinita autoreplica di un discorso ideologico che in mancanza di un obiettivo qualsiasi si scaglia contro i figli di papà -una cosa che già vent’anni fa faceva vomitare, figuriamoci adesso. E quando è stata l’ultima volta che qualcuno di questi ha detto qualcosa che ci è rimasto dentro, a parte l’ultimo disco dei Thegiornalisti? Da quanto tempo non incontro qualcuno che combatta costruttivamente questi cliché che in così tanti sono disposti a dissare, raccontandomi le sue minchiate con un briciolo di onestà? Domanda sleale, lo ammetto. Lo sapete qual è il dramma? È solo una canzoncina. Una roba fatta con criterio e qualche soldo da qualcuno che ci tiene sul serio e magari ha pensato che metterci dentro le camicie a quadri e i SUV sarebbe stato carino, ne parlavo ieri sera con Cinci la Cate e a un certo punto è arrivata questa coi capelli viola che credeva di stare a Williamsburg SFIGATA. Il gruppo che la suona ha gli stessi vestiti e le stesse barbe e la stessa estetica bucolico/sgarzolina di merda della roba che critica, e di altri seicento video di gruppi come loro che ho avuto la disgrazia di vedere negli ultimi anni, ma non è sempre quella cazzo di autoironia che arriva in salvataggio di tutto e tutti?

Quantomeno nella loro odiosa presa di posizione contro problemi inesistenti hanno avuto la mia attenzione, e un pezzo che parla di loro su un blogghettino di musica. Se volete riduciamo tutto all’ennesimo purchè se ne parli e al fatto che nella bilancia dei futuri possibili sia comunque una buona cosa. Poi di ascoltare un disco degli Gnac, per quanto mi riguarda, non se ne parla nemmeno. Fine della storia, croce sopra, e suppongo sia meglio per chiunque.

100 canzoni italiane #9: LA NEVICATA DEL ’56

n56

Ci sono poche storie nella musica italiana come quella di Mia Martini. Lanciatissima lungo tutti gli anni settanta, devastata dalla storia d’amore con Fossati, sopravvive come artista a due pesanti interventi alle corde vocali che ne modificano la voce, ma non alle dicerie sul fatto che porti sfiga. Per quasi tutti gli anni ottanta  rimane in silenzio. Poi si ripresenta a Sanremo, sette anni dopo: è il 1989. Osteggiata, vessata, picchiata, dimenticata da molti, in ritiro da qualche parte in Umbria. Bruno Lauzi ha una canzone nel cassetto da quasi vent’anni, si chiama Almeno tu nell’universo, e vuole che sia lei a cantarla. Nel 1989 ci riesce. Mia Martini la butta addosso al pubblico con tutto il fiato che ha in gola e risorge dalle ceneri. La canzone vince il premio della critica, arriva a metà classifica ma diventa da subito e per sempre una delle canzoni preferite dal pubblico. Un ritorno chiassoso ed esaltante, che tuttavia non è niente rispetto a quello che succederà l’anno successivo.

Il 30 gennaio 2012 sono dentro al solito delirio lavorativo in ufficio. Mia madre è andata a Milano con sua sorella e mio fratello e la moglie di lui, il giorno prima, a farsi operare, ti risparmio i dettagli. Mio fratello ha detto che l’intervento è andato bene ed è sceso a casa il giorno prima, perché dove lavoriamo io e mio fratello a gennaio e febbraio le ferie non possiamo prenderle. Così il patto è che lui la porta su e io la vado a prendere. Quel giorno lì, tre o quattro giorni in anticipo sulla data, mamma mi chiama e mi dice che il giorno successivo la dimettono. Mamma, dice il meteo che stanotte vien giù mezzo metro di neve, le dico al telefono. Mia mamma di solito è comprensiva, ma si è rotta le scatole della clinica e di Milano, e non sente ragioni. Ha avuto un intervento in testa il giorno prima e non è davvero il caso che la faccia mettere su un treno, così decido di partire che tanto ho le termiche. Decido anche che partirò la sera stessa per non dovermi sorbire un dramma il giorno successivo. Chiamo Tommaso ed elemosino una branda, la mia fidanzata ha paura a farmi fare il viaggio da solo e decide che saliremo assieme. La televisione e la radio hanno toni vagamente apocalittici. Io la neve grossa l’ho vista una volta, da bambino, e allora la neve grossa era una bella cosa, slitte e gommoni giù per la discesa nel campo che sta accanto al cimitero. Arrivo a casa di Tommaso intorno a mezzanotte e scambiamo sì e no una stretta di mano con sorriso annesso. Il giorno dopo ci alziamo sulle sette e c’è già neve per strada, niente di eccezionale, qualche centimetro. Tra poco passeranno i mezzi poi boh, vedremo in autostrada. Passo a prendere mia mamma, l’antigelo in auto è a posto, partiamo. A Milano hanno già fermato i camion, alla barriera di Melegnano, anche se a terra c’è ancora poca neve, cinque o sei centimetri, si va piano e si procede. Man mano che si scende le macchine in autostrada spariscono: i camion sono parcheggiati a destra, in mezzo viaggiano solo dei temerari in SUV e una famiglia di sfigati su una Peugeot 307 che almeno ha le termiche. Il più grosso problema non sono le gomme: il più grosso problema è che la neve viene giù a randellate e dopo un po’ il tergicristallo ha accumulato tanto ghiaccio che farlo andare è quasi peggio che tenerlo spento. Allora dovresti fermarti e pulire, ma non puoi farlo in mezzo alla strada e devi aspettare l’area di sosta. Il primo crollo nervoso ce l’ho all’altezza di Campogalliano, qualcuno in macchina mi dice qualcosa di sbagliato e si becca un urlo. Mia madre, la mia morosa e mia zia. Chiedo scusa e proseguo. Sono le 13, o qualcosa del genere: siamo in viaggio da 5 ore circa. Arriviamo alla nostra uscita due ore e mezzo dopo, ma il casello di Cesena Nord è chiuso, così tocca farla dalla città. Non ci metto molto a capire che la parte più dura viene dopo il casello. Ai bordi delle strade la neve è altissima, fa spavento. Usciamo a Cesena centro per miracolo e appena entrati alla rotonda di Villa Chiaviche capisco che butta di merda. Per terra la neve non è poi molta, solo quella che scende dal cielo: gli spartineve sulla Cervese sono passati, almeno credo, e hanno lasciato sulla strada solo uno strato di ghiaccio spessissimo su cui si sono formate delle buche, che la macchina sbarella da una parte all’altra della strada e senti le sospensioni alla base delle gengive. Uscire dalla Cervese chiede una mezzoretta invece che i soliti cinque minuti, e una volta arrivati fuori dalla strada principale iniziano ad affollarsi bambini che fanno a palate di neve in mezzo alla strada con le macchine che passano sbandano e le mamme dietro che si fumano delle paglie. Odio tutti. Il motore si è surriscaldato appena uscito dall’autostrada, inizio a sentire un po’ di puzza e non capisco se va tutto bene perché il rumore delle ruote che saltano sul ghiaccio copre tutto. Lascio mia zia a casa a Cesena e mi ci vuole un’altra oretta per arrivare a casa. Sono le 17, sto guidando da nove ore per tornare a casa da Milano, ho i nervi a fior di pelle. A Calisese, il paese dove vivo, c’è un metro di neve. Nove ore di guida e devo spalare la neve nel cancello. A questo punto arrivano i vicini che sono tutti in botta con il vin brulè che ha portato fuori la Pina e le pale nuove per la neve e stanno facendo un contest a chi ne spala di più. Dio li abbia in gloria, mi sgombrano la via per il garage in un minuto e mezzo. Qualcuno riesce a portare in casa mia madre, che ha avuto un’operazione al cervello 30 ore prima ed ha già preso in mano un badile per spalare la neve. Mio babbo s’arrabatta alla meno peggio, la salute malferma, la gamba destra che si trascina. Scopro che ha fatto una brutta caduta qualche ora prima ed è pieno di ecchimosi ma non riesce a stare in casa. Chiedo se c’è ancora del brulè ai vicini, ma pare di no. L’auto non parte, ho fuso il bulbo: se ne parlerà quando il ghiaccio è passato. Metto le catene alla Panda di mia mamma e il giorno dopo sono pronto ad andare al lavoro. Seguono tempeste e tragedie: la mia morosa non tornerà a casa per due settimane, rimarrà a guardarmi mangiar polenta spezzatino e vino rosso per due settimane. Poi arriva il blizzard, lo chiamano, e chiudono ancora tutte le scuole e gli uffici del comune e il supermercato non ha la roba fresca per qualche giorno ed è tutto bello e divertente a parte che non si riesce a vedere di là dalla montagna di neve, tipo due metri, che abbiamo spalato. A qualcuno è andata anche peggio. Anche per i vecchi è la nevicata più grossa che abbiano visto.

Anche La nevicata del ’56 è degli anni settanta. Fu scritta da Luigi Lopez, Massimo Cantini e Carla Vistarini per Gabriella Ferri, poi qualcosa andò storto e il singolo non venne mai pubblicato. Alla fine degli anni ottanta Franco Califano la riprese in mano e riscrisse il testo per interpretarla, ma (secondo le parole di Lopez, che trovo qui) il risultato non fu convincente. Qualcuno la propose a Mia Martini, che ne rimase affascinata; il testo venne cambiato ancora una volta, mischiando quello di Califano e quello originale e riadattandolo ai ricordi di bambina dell’interprete. La canzone parla di una nevicata, e dei bei tempi andati. Con Mia Martini Califano aveva scritto anche Minuetto –di base, la sua miglior canzone.

Io sono un po’ un freak di Sanremo, nel senso, l’ho sempre guardato, anche quando pensavo di odiarlo. Mi piace la canzone italiana, mi piace la gara tra teste di serie, mi piace che le canzoni abbiano stili diversi e riconducibili ad ognuno, lo sguaiato e quello che sussurra e il pezzo scritto per provocare e quello con le sonorità un po’ strane ma in realtà no. A me piacciono i crescendo, le canzoni intense, le interpretazioni impossibili pompate a bestia. Non ho ricordi chiarissimi legati alle prime edizioni, se non alcune cose sporadiche qua e là. Tra quelli più intensi c’è Mia Martini, avvolta in un vestito da sera con tremila sottane, le braccia avvolte al petto, il viso già solcato dal tempo e quelle sopracciglia assurde che aveva; la canzone si ferma un attimo, e poi parte il ritornello e lei arriva in altissimo e io davvero mi sento perso ed emozionato nei miei dodici anni. Per la classifica finale non è buona quanto Uomini Soli dei Pooh o Vattene Amore di Minghi e Mietta; vince ancora una volta il premio della critica, rimane uno dei classici della cantante, per me il suo pezzo migliore, quello più intenso. Dice che è un pezzo speciale perché dentro ci sono solo bei ricordi.

Per me dire nevicata è un modo come un altro per riassumere migliaia di bestemmie. La macchina si fonde, i camion sono bloccati, il lavoro è un incubo, uscire di casa è un incubo, la luce non funziona, internet peggio che peggio, tocca accender candele o fare la vita che facevamo nel settecento, e c’è la neve da spalare che altrimenti si alzano il babbo e la mamma e la spalano loro. Si sta chiusi in casa e c’è uno strano calore, quei sentimenti che deve provare la gente vera, quelli che non hanno lavoro di ufficio e smartphone e cose così. Il primo gennaio del 2013 nascerà mia figlia, prematura di un mesetto. Mio padre sostiene pubblicamente, in più occasioni, che è stata evidentemente concepita durante la nevicata del 2012, quelle due settimane che la mia fidanzata era bloccata assieme a me nello scantinato dove vivevo. Mio padre si è sempre considerato un asso della matematica.

Mia Martini vincerà un altro premio della critica a Sanremo, due anni dopo. Gli uomini non cambiano è favoritissima alla vigilia ma arriva seconda, dietro a uno spompatissimo Barbarossa (qualcuno un giorno spiegherà questa cosa). Al festival successivo si presenterà con la sorella, bassa classifica; poi morirà di overdose, da qualche parte nel varesotto, il 12 maggio del ’95. Probabile suicidio, qualcuno non è d’accordo, non mi interessa molto. L’anno successivo, a Sanremo, il premio della critica diventa il Premio Mia Martini. Lo vincono Elio e le Storie Tese: questo paese ti riporta sempre alla realtà.

Il nuovo disco dei Blur fa schifo

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L’ultimo disco dei Blur con Graham Coxon era 13, un disco con tre-quattro pezzi pop e una serie di inconcludenti seghe mentali. Me l’avessero chiesto ai tempi avrei detto che era “di gran lunga il loro miglior disco”, ovviamente per il lato B di cui ho ancor oggi una vaghissima cognizione; ricordo tuttavia di essere stato conquistato a bestia dal singolo Tender, lo cantavo spessissimo e non era un piacere. In quella magica stagione figurai anche a caso ad un torneo estivo di calcetto nel mio paese; la squadra era bella rimediata, come facilmente intuibile dal fatto che in panchina ero pure io (non so giocare a pallone, non son bravo manco a portare l’acqua). Ricordo solo, di quel torneo, che sono stato cacciato via dal mio spogliatoio prima del penultimo incontro perché avevamo perso tutte le partite fino ad allora con dei sette a zero, e c’era questa atmosfera funebre e io continuavo a cantare “oh my baby, oh my baby”. Più che giusto. I Blur erano nella loro miglior incarnazione un gruppo britpop che sfornava canzoni eccezionali a un ritmo inconcepibile per quasi tutti i loro contemporanei. Poi intuirono che il britpop avrebbe finito per diventare una barzelletta poco divertente e iniziarono a scrivere dischi di pop complesso e stratificato, niente di complicatissimo, quel pop mezzo figo e mezzo no che un sacco di gente pensa essere la chiave per comprendere la nostra epoca tipo gli Stereolab (e comunque gli Stereolab erano gli Stereolab e i Blur sperimentali erano i Blur sperimentali). The Great Escape iniziava a seminare dissenso interno al gruppo, o comunque c’era qualche accento, e simili. Blur e 13 esplosero in mano alla critica, e con tutto quel che c’era nei lati B erano comunque dischi con un paio di singoloni che portarono soldi goduria e fomento in giro per i party. Non si è mai ben capito quale fosse la dinamica interna al gruppo e continuo a non conoscerla tutt’oggi (Coxon prende più o meno potere nel gruppo? Albarn prende in mano la musica o soccombe al suo chitarrista per metà del minutaggio? Come si pongono gli altri due nel merito?). Del resto non è interessantissimo.

(uu-hu)

La storia della musica popolare vive di una sorta di common law scritta da recensioni influenti che nessuno ha motivo di confutare o stracciare in tempo reale, e tornarci tre anni dopo non ha senso per nessuno. Nello stesso periodo in cui i Blur passano dall’essere un gruppo di punta di un movimento rampante a una delle più solide istituzioni della musica di quegli anni, i finto-rivali Oasis iniziano a venire accusati di stasi creativa e cronica crisi d’ispirazione: la seconda è rintracciabile solo in parte, la prima è una sorta di mito ideologico della critica degli anni novanta secondo cui un artista o un gruppo dovrebbe essere sempre in evoluzione. Per evoluzione si intende produttori di grido, accenni kraut rock e altre stronzate da manuale del musicofilo. Poi hanno fatto un altro disco a nome Blur senza il chitarrista, per qualcuno è un disco eccezionale, per me fa schifo, ci sta. Nel frattempo il britpop interessante ha vinto la sua decennale battaglia contro il britpop britpop, dando all’intuizione dei Blur quel tono serioso da gruppo programmatico. I Radiohead hanno pubblicato Kid A, una posa di plasticosità avant-pop influenzata da Warp che se fosse uscita su Warp sarebbe stata apprezzata solo dai fan dei Radiohead. Un discaccio di eccezionale successo critico, spesso citato tra gli uno dischi più importanti degli anni duemila, che ha determinato molta della peggior musica che abbiamo ascoltato in questi anni e la definitiva vittoria di questo atteggiamento inopinatamente omnicomprensivo nel pop contemporaneo: l’idea secondo cui, per fare musica pop, essere coscienti di ciò che è musicalmente importante nella nostra epoca sia meglio che essere estremamente ferrati in una sola materia. Il trionfo della visione televisiva su quella accademica, il tutto soggiogato all’imperativo di essere sempre e costantemente interessanti. È sotto questa cattiva stella culturale che esce l’ultimo disco dei Blur o il primo disco di un gruppo che si chiama ancora Blur ma dentro cui non è più attivo Graham Coxon, cioè Think Tank, cioè il momento in cui si capisce definitivamente che il genio del gruppo è Damon Albarn, o più verosimilmente che può esistere un Damon Albarn anche senza Graham Coxon (ma già il disco dei Gorillaz spingeva in tal senso, a proposito, l’indulgenza che provate per Albarn e i Blur non si estende anche ai Gorillaz, VERO?). Il disco è comunque la cosa più noiosa a cui hanno messo mano i Blur, Leisure compreso, ma la combinazione tra pretese artistiche e periodo storico continuano a rendere i Blur rilevanti. Non che sia importante in sé, visto che al tour di Think Tank non segue niente.

Si è perdonato molto meno a certi gruppi di quanto si sia perdonato ai Blur. Dalla reunion ad oggi il gruppo ha continuato ad annunciare ultimi concerti forever and ever finché nemmeno i fan più accaniti riuscivano più a prenderli seriamente, e un disco nuovo era semplicemente questione di tempo.

The Magic Whip è un disco orribile. Non vale nemmeno la tristezza e l’imbarazzo di certi reunion album incisi come fuori fosse ancora il ’96, quei palesi riempitivi di un curriculum necessario per tornare in tour (che so, i Get Up Kids); è più concepito come una revisione sadcore casuale della carriera dei Blur, in cui i pochi momenti interessanti lo sono più in quota so bad it’s good, tipo quando in Go Out Albarn canta uo-o-o-o-o come se li avessero costretti forzatamente a riregistrare Charmless Man dopo una cura di litio. Niente singoli, ovviamente, a rivendicare la gloriosa presa di posizione della seconda parte della carriera o a sottolineare quanto sia assurdo aspettarsi un disco dei Blur con anche solo una bella canzone pop (è anche difficile immaginare Blur senza Song2 e Beetlebum in programma, ma magari qualcuno le skippa). Le uniche due cose stupefacenti di The Magic Whip sono la spocchia a fondo perduto di cui è intriso (che al confronto il disco solista di Albarn dello scorso anno volava basso) e l’entusiasmo senza riserve con cui è stato accolto. Come se il pubblico del pop fosse invecchiato peggio dei Blur, che almeno un po’ di dignità nel mostrare le rughe nelle foto promozionali ce l’hanno; noialtri siamo lì ad aspettare con frenesia il vinile pesante di una roba che passeremo una trentina di volte sull’impianto del soggiorno giusto per il fatto che non dà fastidio neanche a cantarlo una quindicina di volte al portiere della Jagermeister FC al torneo di calcetto della parrocchia.

appunti sul primo maggio

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Poi sono finito davanti a una TV e ho guardato un po’ di concertone e ho pensato cose orribili e intanto a Milano dei manifestanti mettevano a ferro e fuoco la città, certe macchine prendevano fuoco, venivano rovesciate e cose così. Una tipa s’è fatta una foto ricordo davanti a una macchina in fiamme, un coglione è stato intervistato da qualche TV.

Il primo maggio è una cosa un po’ spinosa. Il nostro tempo è deliberatamente post-ideologico, nel senso che potrebbe tranquillamente essere ideologico ma sceglie di essere post. La definizione di post prevede il superamento di un problema, ma il problema ideologico non è stato superato, l’abbiamo solo chiuso dentro a un armadio di fianco alla bandiera dei Mori e lo tiriamo fuori ogni tanto, quando serve. Ad esempio il giorno delle elezioni o quando dobbiamo fornire un retroterra politico al nostro sbattercene i coglioni. “Io a Genova c’ero”, per esempio.

Non sono tutto ‘sto fan del Concertone, non sono mai andato a Roma a vederlo, per dire. Anche guardarlo da casa è agghiacciante, quel 4% di artisti non disprezzabili che hanno calcato il palco era penalizzato da suoni merdosi, tempi televisivi agghiaccianti, scalette di tre pezzi e via di questo passo. Quest’anno i gruppi suonavano tre pezzi o giù di lì, e durante un pezzo c’erano le interviste agli altri musicisti o i commenti di Vergassola o un momento intimista con Levante. Il palco gira su se stesso, così un gruppo monta mentre gli altri suonano, ma io preferivo la soluzione che si usava al MEI (il palco separato in due metà visibili: a sinistra un gruppo suona con trasporto emotivo e pathos, a destra il gruppo successivo sta montando il palco e due membri si bestemmiano contro). È un momento tardopomeridiano e l’artista più di grosso che becco è Teresa De Sio, la quale comunque sembra essersi conservata piuttosto bene e il suolo gutturale che le esce dai polmoni eleva il tutto un gradino sopra quello che mi aspetto da un gruppo di gruva terrona.

(Gruva terrona è una definizione razzista: si riferisce al suono dei gruppi meridionali che suonano al concerto del Primo Maggio, concettualmente una versione povera e triste di certi Almamegretta. La gruva terrona è politicamente schierata a sinistra, guarda ai suoni oscuri del terzo mondo, si contamina a cazzo, dichiara orgogliosamente di essere del sud tramite artifici linguistici o aperte dichiarazioni. Non comprendo molto chiaramente questa musica, nel senso che mi sembra quasi tutta uguale, ma è quasi sicuro che sia colpa mia -non riesco a cogliere certe sfumature, sono bravissimo a distinguere un gruppo grind dall’altro ma con il folk etnico non ce la faccio. Sicuramente è l’unico genere musicale in cui sopravvive quell’idea farlocca di commistione superficiale tra generi a cui si aderiva ciecamente nella seconda metà degli anni novanta)

Non voglio dire che mi piaccia Teresa De Sio, voglio dire che se la smerdate avreste dovuto sentire quelli che suonavano prima. Il Concertone è così, va sostenuto ignorato o osteggiato a seconda di cosa si vuole ottenere dalla cosa. Personalmente credo esistano cose molto peggiori del Concertone, ma solo a patto di cercare fuori dalla musica. Intanto scorrevo twitter col cellulare e dicevo, appunto, Milano stava andando a ferro e a fuoco. Esistono due tipi di manifestazioni: le prime sono pacifiche e tranquille, le ragazze si mettono i fiori nei capelli (non mi piacciono, sono allergico), molti hanno imparato la canzone prima di partire e stanno lì a marciare. La pericolosità di queste manifestazioni è limitata al numero di partecipanti, come per i gay pride -quando in giro per Bologna passeggiano migliaia di omosessuali in fila devi accettare quantomeno che l’omosessualità esiste, e accettare certe cose per la nostra nazione non è mai stato divertente. Le seconde sono manifestazioni pacifiche più una piccola percentuale di manifestanti riottosi che sfasciano cose o tirano cose ai poliziotti. La prima e la seconda esauriscono, grossomodo, i movimenti di piazza in Italia. Non abbiamo espressioni di rabbia popolare cieca e incazzosa tipo Watts o Baltimora o il 1870, diciamo così; la violenza della manifestazione e quella della reazione delle destre tendono a manifestarsi più in fase preparatoria e di commento. Per screditare i movimenti di protesta del nostro paese solitamente vengono usate due categorie di manifestanti: i violenti e i coglioni. Le manifestazioni contengono entrambi, in una percentuale congrua a quella presente nelle discoteche, allo stadio, al supermercato e in qualunque altra situazione in cui siano presenti esseri umani. Quando ero ragazzo e manifestavo mi capitava di guardare la TV alla sera e c’era una divisione abbastanza seria dal punto di vista politico, parlando di notiziari. A Rai3 erano pro-scioperi, calcavano la mano, intervistavano politici coglioni e manifestanti con le palle. Non tutti i manifestanti con le palle avevano effettivamente le palle, molti ripetevano a memoria una pappardella imparata il giorno prima, ma dicevano qualcosa. Nei TG Mediaset, quando Mediaset era al governo, andavano in giro con i microfoni e mandavano in onda idioti, perdigiorno e negozianti infuriati. Era una divisione abbastanza semplice tra schieramenti politici in cui era facilissimo sgamare l’artificio, da entrambe le parti; da che parte stare l’avevamo comunque già scelto.

Il primo maggio del 2015 è stato diverso. La città di Milano era “sotto assedio”, la mia linea di commenti sul Twitter gridava vendetta. Le radici teoriche alla base dei commenti potevano essere fatte risalire a due dei principali pensatori politici del tardo ‘900: mia mamma e mio babbo. Mia mamma diceva che con la violenza non si risolve niente, mio babbo era più un teorico della repressione per un bene superiore, alla Panebianco. “Gli dai due schiaffoni nella faccia e vedrai che d%£%£& la smettono di rompere i maroni” (Renato Farabegoli, “Semantica della Tolleranza”, Laterza, 1993). La città di Milano non ha reagito benissimo al vandalismo perpetrato ai suoi danni. La principale ragione di questa cosa è il sostanziale o formale disaccordo con le ragioni alla base della protesta, o con i metodi della stessa. Va detto che a Milano la cosiddetta comunicazione viene presa molto più sul serio che nel resto d’Italia, a torto o a ragione. Quindi in qualche modo una certa percentuale di popolazione (perlopiù alloctona) offre consulenze gratuite di comunicazione politica ai manifestanti, invero piuttosto simili a quelle fornite da mia madre ai miei tempi, o in certi casi a quelle di mio padre. A volte l’invito a prendere i manifestanti a ceffoni in faccia è dato da persone che esultavano il giorno in cui i fatti della Diaz furono dichiarati tortura dalla Corte Europea. Milano è un posto strano in cui le cose succedono più forte e più piano che nel resto d’Italia. Il giorno dopo la protesta i milanesi si sono messi in giro col secchio e le spugne e hanno ripulito la città. A livello di comunicazione succede che i No Expo (si protestava per questo) ci han fatto una figura di merda, prevedibile dando un’occhiata distratta ai servizi sull’Expo che passano sui TG nazionali da mesi. E i milanesi volenterosi che hanno ripulito ci hanno fatto una figura egregia, a parte quelli che hanno messo in mezzo dei manifestanti pacifici (come ogni altro aggregato umano, anche tra le brave persone c’è quella stessa percentuale di coglioni e violenti). Fondamentalmente l’epoca contemporanea su fonda sulla delegittimazione di qualsiasi cosa venga fatta, in generale (anche, boh, comprare il prosciutto dal salumiere. Arriva quello dopo di te, somiglia un po’ a Jon Snow e compra la golfetta. Ho perso la reunion della golfetta?, pensi. Questa cosa è successa davvero, un mesetto fa), una tensione che in qualche modo si ripercuote sul sistema politico, il quale si è adeguato atterrando su una strana terra di confine in cui sostegno e patrocinio funzionano a intermittenza si negano a vicenda generando inerzia (Expo 2015 ne è un esempio perfetto). Certe persone ci sguazzano, hanno imparato ad essere post o lo sono sempre state, producono merda quando va bene o gestiscono la comunicazione dei produttori di merda quando va ugualmente bene. Me compreso, fuori da Milano. Nei confronti della manifestazione la città ha avuto una reazione molto fisiologica, nel senso proprio dell’organismo umano, la quale comprende anticorpi, isolamento dei batteri e una bella cacata lenta alla fine. Una volta gli stronzi venivano isolati per vivere meglio, oggi servono soprattutto all’altra parte politica.

Poi insomma, era la festa del lavoro. Sono incappato in un commento volante (forse di Giulia Blasi, non sono sicuro) secondo cui il lavoro viene raccontato da anni e anni allo stesso modo: si parla spesso della crisi del lavoro, quasi mai della natura dello stesso. Per me “festa del lavoro” è un ossimoro, il lavoro è quell’esatta cosa che stai facendo invece di festeggiare, e se stai festeggiando per lavoro probabilmente c’è un imbroglio da qualche parte. Negli ultimi anni c’è un Concertone del Primo Maggio a Taranto che sta scalzando, dal punto di vista dei numeri, quello di Roma.

(il primo maggio è San Giuseppe, ma il concertone è in Piazza San Giovanni. San Giuseppe è il santo patrono di chi accanna.)

Il Primo Maggio a Taranto è il risultato di una felice intuizione secondo cui ha più senso portare la manifestazione nelle terre in cui risiede la maggior parte della fanbase, invece che costringerli a prendere un treno. Il Primo Maggio a Taranto è anche il risultato di una felice intuizione secondo cui cambiare le cose non ha senso e piuttosto conviene portarci, appunto, lo stesso evento di quello a Roma con gli stessi gruppi e la stessa formula. Il Primo Maggio a Taranto è il risultato di una politica troppo democristiana a Roma, di questa retorica dei collusi che vanno a patti con gli altri collusi e stringono mani sporche e stanno sotto l’ombrellino dei Renzi del caso. Il concertone di Taranto è più hardcore, suppongo: i Nobraino, per dire, sono stati purgati perchè hanno fatto una battuta di cattivo gusto (marciare al passo o niente). Il successo del concertone di Taranto viene misurato in partecipanti, cioè secondo dati di audience. Un giorno il Concertone di Taranto sarà trasmesso su RaiDue e quello di Roma, realisticamente, smetterà di esistere o sarà spostato al Fanfulla con un pubblico di settanta irriducibili più Teresa De Sio performing suoni gutturali a caso. Abbastanza un paradosso per un evento di cui non si smette mai di dire che “è una festa”. A parte l’esclusione dei super-innocui Nobraino, il resto è tutto uguale. Gli stessi gruppi, lo stesso concetto musicale di merda, lo stesso borioso atteggiamento post-tutto di chi lo commenta sprezzante, come se dovesse andarci a suonare Arca.

Due o tre giorni dopo la manifestazione, la mia timeline ha cambiato casacca. Chi commentava amareggiato e ferito dai manifestanti idioti ora abbozzava o linkava articoli “interessanti anche per chi non è d’accordo”, gli altri si sono scatenati ed è ricominciato tutto il giro. Non so dire se SkyTG24 abbia mandato in onda anche qualche manifestante presentabile, così, per bilanciare. Io ho ripescato un disco dei Pogues e lo riascolto sempre, che non è poi molto diverso dalla gruva terrona o qualsiasi altra merda finto-etnica.

100 canzoni italiane #8: CON TE PARTIRÒ

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INVITO

Non leggete questo pezzo, è lungo.

 

OVERTURA

Il numero chiamato is not available at the moment”. Una signorina (o signora) registrata mi invita a chiamare più tardi. Ma è una settimana che chiamo questo numero di un piccolo paese dell’Ontario, e nessuno risponde mai. E nemmeno la deejay ontariese che ho contattato, e mi aveva fatto intravvedere uno spiraglio, mi ha dato buone notizie. Va beh, il 20ennale è ormai passato. E dei 20 anni di Con te partirò, mi sembra che nessuno abbia parlato.
A differenza di tanti ventennali e quarantennali e trentaduennali e ventinovennali sui quali ogni giorno un migliaio di testate italiane si butta come un falco subbuteo, possibilmente al traino dei bwana badroni angloamericani che sono tanto migliori di noi a fare tutto.

Eppure, stiamo parlando della canzone italiana più famosa nel mondo nell’epoca della tv a colori, diciamo. Chissà perché questo imbarazzo.
Imbarazzo che comunque, non si estende alle battute sulla cecità di Bocelli.
Così mi sono chiesto, forzando la mia stessa mano, se questo pudore da parte delle nostre testate, quelle bestie perennemente affamate di like e di commemorazioni, sia dovuto non tanto alle scarse potenzialità di condivisione di una gallery bocelliana commemorativa – quanto al fatto che qualcuno sa qualcosa, e non parla.
Perché c’è qualcosa di molto, molto strano attorno a Con te partirò. Forse un po’ torbido. O forse no. Però sarebbe più divertente se ci fosse, dai.
Allora ho cercato di vederci chiaro.

(inserite battute di cattivo gusto sull’handicap di Bocelli QUI)

Ahimé, non c’è stato niente da fare. Il giallo rimane.
Comunque, teniamo il torbido mistero per la fine. Per qualche riga, facciamo un po’ di critica. Chi ha detto “Urrà, figata”?
(Nessuno?)

PARTE PRIMA DI TRE: UN PO’ DI CRITICA

Giorgia e Bocelli dominano la sezione Nuove Proposte del Sanremo 1994. L’anno della morte di Cobain, tanto per citare il totem di tutti i totem, il behemoth del rock sacrificale, il gruppo di cui ogni dieci giorni viene celebrato un anniversario. Bocelli vince la sezione con Il mare calmo della sera, ma Giorgia si rifarà l’anno dopo con Come saprei, quando entrambi passeranno tra i Big. Con te partirò, nel festival del 1995, giungerà quarta.
L’avvento simultaneo a metà del decennio della gorgheggiatrice massima della nostra canzone e del moderno romanziere (nel senso che canta romanze) è molto significativo. Nella prima metà degli anni 90, l’Italia si è fatta inopinatamente rock. Oh, certo, che Ligabue, Litfiba e MiticoVasco (e mettiamoci pure Pino Daniele, va’) siano al loro apogeo può far storcere il naso. Storcete pure. Fate una cosa: accendete Rtl 102.5 e provate ad ascoltare per 20 minuti. Poi ne riparliamo.
Ma non solo: anche il pop si è fatto un po’ sgarzolino. 883 e Jovanotti gli stanno dando una connotazione più diretta, specie nei testi, le cui astuzie superano (a destra? a sinistra?) i vecchi cantautori, fino a poco prima dominatori delle classifiche (Cambio di Lucio Dalla è il disco più venduto del 1990) (lo scrauso Benvenuti in Paradiso di Venditti è l’album più venduto del 1991. Precede Marco Masini. C’è persino Gino Paoli al n.5).
E che dire dell’italdance, capace di arrivare nelle charts mondiali impunemente, senza passare dall’occhiuta critica del tempo?
Insomma, il clima è insolitamente frizzantino. Ma il pendolo sta per essere buttato dall’altra parte.

Nel gennaio 1994 Silvio annuncia la discesa (di ogni cosa). A marzo vince le elezioni. Nel 1994 Bettino Craxi, un po’ immusonito, circola ancora sul suolo patrio. Una delle sue più fidate amiche è Caterina Caselli.
La signora Sugar, che ha a sua volta diversi fidati amici tra i giornalisti musicali (numero uno, Mario Luzzatto Fegiz), punta forte su Bocelli. E chiede a Francesco Sartori, ex tastierista de Le Orme subentrato allo storico Toni Pagliuca, e a Lucio Quarantotto, cantautore “incompreso” dal pubblico, un pezzo che abbia apertamente le caratteristiche di un’aria d’opera, ma costruito su un tessuto pop. La melodia di Con te partirò, fanno notare alcuni, ha armonie straordinariamente simili a quelle di With or without you degli U2.
Ma d’altro canto, Con te partirò somiglia di brutto a un’altra canzone. Ma di BRUTTO.
(pausa per accentuare la tensione)
(somiglia a…) (no, dopo)

 

PARTE SECONDA. PAESI CHE NON HO MAI VEDUTO E VISSUTO

Con te partirò non entrerà MAI nella Hit Parade italiana. Secondo l’encomiabile sito hitparadeitalia.it, che cito sempre più volentieri dei volumi classificistici di Dario Salvatori (che comunque consulto, a scanso), ha venduto meno di E così addio, di Anonimo Italiano (n.77). Che non mi ricordo neanche un po’. Era quello che imitava Baglioni, se ricordo bene.
Ha venduto meno di Bedtime story di Madonna, che faceva veramente schifo (n.82).
Ha venduto meno di Christmas with the yours del Complesso Misterioso (Elio & le Storie Tese più Graziano Romani) (n.93).
Insomma, qui da noi è arrivata di ritorno, da vero cervello in fuga. E portando con sé – indovinate un po’ – una fatidica polemica, sulla controversa unione di alto (la lirica) e basso (il pop) volgarmente contaminati (termine molto di moda negli anni 90, ma di solito in senso positivo). Bocelli, tacciato di bassa furbetteria, non sarà mai ambiguo: “Con te partirò è musica leggera”.

Leggera o pesa, lo portò nel Guinness dei primati come primo artista ad avere contemporaneamente tre album nella Top 10 americana. In Germania, Time to say goodbye, la versione cantata con Sarah Brightman (ex moglie di Andrew Lloyd Webber) rimase prima in classifica per 14 settimane (vendette più di tre milioni di copie); in Francia andò al n.1, ma nella versione del solo Bocelli. Persino nel Regno Unito, dove la nostra musica è schifata in pompa magna, il duetto con la Brightman raggiunse il n.2.
Con te partirò è stata pure interpretata da Donna Summer. Ha avuto una parte nei Sopranos, piazzata in modo molto subdolo dal rocksnob David Chase, autore della serie (con le mogli dei boss che sospirano romanticamente e commentano “Pensa, è cieco dalla nascita”). Andreone l’ha cantata al matrimonio di Kanye West e Kim Kardashian.
Una versione Live in Tuscany di Con te partirò su YouTube conta 40 milioni e passa di visualizzazioni. La versione ufficiale del canale Bocelli ne ha più di due milioni. Direi che a metterle insieme tutte si arrivi a 50.
Per un pezzo di vent’anni fa, e senza cretinelle che porcheggiano, non è poco.
(Satisfaction: 37 milioni di visual.) (Nel blu dipinto di blu, un milione e tre) (Sally di MiticoVasco, un milione) (L’essenziale di Mengoni, 28 milioni).
Se non vi basta, sentite questa: la pagina wikipedia inglese di Con te partirò è lunga il doppio di quella italiana.
Non è bizzarro?
Bocelli diventò – ed è tuttora – una star planetaria. Negli anni 90 cominciò a cantare al cospetto di capi di stato, di VIP e autorità col suo brano che dava la stura al sempiterno dubbio: “Cosa vogliono gli stranieri da noi?” E alla pronta risposta: “La tradizione, il bel canto, il romanticismo. NON la modernità”.
Ecco, questo è il punto centrale.

IL PUNTO CENTRALE

Il successo di Bocelli (e, va ribadito, di Giorgia, in quel momento molto più quotata di una ancora acerba e timidissima Laura Pausini) avviò una restaurazione musicale, che gradualmente ma inesorabilmente ci ha riportati dalle voci grossomodo comunicative (cantautori, italdisco, 883, Jovanotti) al gorgheggio, all’ipercanto, all’enfasi sul vibrato e la tenuta della nota, ad Amici e X Factor, alla preminenza della voce pettinata. Ci ha riportati, in qualche modo, all’epoca di Claudio Villa e Nilla Pizzi, con la loro indignazione verso “gli urlatori”.
Ma soprattutto, il successo di Bocelli ha messo in crisi per almeno due decenni la nostra mezza intenzione di evolverci del tutto naturalmente in qualche direzione. No, amici. È l’aratro che traccia il solco della tradizione, ed è il marketing che lo difende. Rispolverate le tovaglie a quadri bianchi e rossi, e guai ad alzare la cresta – chi credete di essere? E ogni volta che si presenta gente tipo Il Volo, spinti a più non posso da Tony Renis (un altro che guardacaso “il mio amico Bettino Craxi, il miglior politico italiano di sempre”), diciamo la verità, un po’ lo pensiamo tutti, in automatico: “Ma in fondo è quello che vogliono gli stranieri da noi”.
Posto che se poi gli stranieri cambiano idea, hanno sempre ragione. Quando i Vampire Weekend hanno fatto una cover di Con te partirò, Consequence of Sound ha commentato ghignando: “L’amore fa fare cose pazze alle band indie». E ricordo benissimo le analoghe ironie da parte dei miei colleghi – ma soprattutto, l’imbarazzo. “Oh, no. Siamo il Paese di Bocelli. Perché ce lo ricordano? Ma poi, in generale, perché i bwana badroni angloamericani si sporcano le mani con noi? Oh, loro sono così meravigliosi e noi non siamo gnente”.

PARTE TERZA. (il punto centrale non vale) OVVERO: IL MISTERO. NON RISOLTO

Rolf Soja è una figura che in Germania è assimilabile ai nostri Gorni Kramer o Pippo Caruso (o, in anni recenti, Demo Morselli). Aveva la sua orchestra, pubblicava dischi, andava in tv. Negli anni 70 fece una roba alla Nile Rodgers, lanciando il duo Baccara: le ballerine spagnole Mayte Mateos e Maria Mendiola. Il maggiore successo di queste due topolone sospirose fu Yes sir, I can boogie, del 1977. Vendette 15 milioni di copie in tutto il mondo, ma solo in due Paesi non entrò in classifica: in Usa e in Italia.
Beh, provate un po’ ad ascoltare.

La musica è di Rolf Soja.
L’ho cercato. Mica semplice, eh. Ma l’ho cercato.
E ho scoperto che ha lasciato la Germania da quasi vent’anni.
Per l’Ontario.
Dove l’ho cercato per chiedergli: “Herr Rolf, lo so che c’è una (una!) nota diversa, però insomma, lei non ha proprio mai pensato a una causa per plagio? E cosa pensa del fatto che la somiglianza sia stata in fin dei conti un po’ taciuta, in quest’epoca dove tutti sono detective antiplagio? Herr Rolf, mi dica la verità: non è che c’è stato un accordo tra voi e la casa discografica? Herr Rolf, ma come ci è finito a vivere la parte canuta della sua vita in un paesino del Canada in mezzo alla neve? Non era più comodo in Svizzera? O ad Hammamet?”

 

EPILOGO

Come sapete, non ho avuto occasione di chiederglielo. Oh, uno prova a fare il bravo giornalista, e niente.
In ogni caso, i due autori italiani di Con te partirò non hanno più ripetuto l’exploit. Non che ci abbiano realmente provato. Sartori ogni tanto dà concerti di musica similclassica. Ha composto la musica del film Vajont. Quarantotto si è suicidato tre anni fa, buttandosi da una finestra. La pagina ilmortodelmese.com gli ha reso omaggio con il commento:
“Eh sì, è successo un quarantotto (ah ah… ah)”
(la pagina è piena di commenti. Un tipo ha commentato: “Ho sessant’anni mai sentito parlare di questo matto. Suicida per me, vuole dire gente psicopatica matta.Non ci si suicida se non si È stronzi”) (bella pagina, bel commento, tutto molto bello)
Insomma. A questo punto, cosa vi posso dire. Cosa può fare un povero ragazzo, se non commemorare il quarantaduennale del n.1 in USA di The dark side of the moon, l’immortale capolavoro dei PINFLOI?

TRANQUILLO, NON IMPORTA

ctp

 

“Kurt Cobain è stato uno straordinario catalizzatore. Un autore che ha saputo non solo cristallizzare i ricordi più preziosi e dolorosi, ma anche e soprattutto tenerci agganciati ad una zona psichica che era l’esatto opposto di quello che ci circondava, e che soprattutto si stava preparando. Solo ora forse, vent’anni dopo, stiamo realmente entrando in contatto con quello stesso nucleo oscuro pulsante di disperazione disagio rabbia ribellione.
Gli autori di questo e-book collettivo sono tutti nati tra i primi anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta.”

(dall’introduzione di Christian Caliandro)

“Tranquillo, non importa”

un ebook
a cura di Daniele Piovino
con

Alex Grotto
Ambra Porcedda
Andrea Bentivoglio
Arianna Galati
Carlotta V. Giovannucci
Christian Caliandro
Daniele Piovino
Enrico Veronese
Enzo Baruffaldi
Federico Pucci
Federico Sardo
Francesco Farabegoli
Giuditta Matteucci
Hamilton Santià
Ilaria Abruscia
Luca Benni
Manuel Anselmi
Marco Caizzi
Marco Vezzaro
Margherita Ferrari
Marina Pierri
Marta Pezzino
Massimo Fiorio
R. Amal Serena
Ray Banhoff
Renato Angelo Taddei
Stefano Pifferi
Teo Segale
Veronica Raimo

copertina: Tuono Pettinato
retro: Agata Battaglia

editore Sette città

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si scarica (gratis) qui:

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Navigarella: CANZONI SUL MASTURBARSI

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Ha aperto una nuova testata online, o come la volete chiamare. Si chiama Prismo e si occupa di cultura più o meno pop. Nello staff ci sono anche io, il mio primo articolo parla di musica brutta ed è molto bello, ma non quanto quello di Valerio Mattioli.

I Camillas hanno suonato Bisonte alle eliminatorie di Italia’s Got Talent e hanno passato il turno. I Camillas suonano da anni in giro per i posti dove va la gente come noi, e ci si vanta spesso del fatto che ad andare nei posti dove va la gente come noi si ha il privilegio di conoscere cose che gli altri non conosceranno mai, tipo i Camillas. I Camillas in TV sembrano funzionare bene e probabilmente, a differenza della media delle persone che si esibiscono a un talent, sono destinati a un futuro. La cosa sembra in parte supportare certe tesi presenti in un articolo di Virginia Ricci su Noisey che ipotizza l’indie italiano come una sorta di vivaio del pop di massa, e in parte non è affar mio. I Camillas, la prima volta che te li trovi davanti, sembrano il miglior gruppo sulla terra, poi il concerto si allunga e perdi la concentrazione. La seconda volta dopo tre canzoni ne hai a basta, la terza volta sopporti a malapena la prima canzone e poi inizi a stare a casa. A guardare il video di Italia’s Got Talent sul tubo sono rimasto stordito dagli occhi da cerbiatto di Nina Zilli con la parrucca*.

 

è finita la prima serie di 1992, da un’idea di Stefano Accorsi. Non l’ho vista (la cosa più appassionante in merito, in rete, è un dibattito sul fatto che Tea Falco sia, o meno, una buona interprete) ma una delle puntate si chiude con Washer degli Slint. Il giorno dopo erano in fibrillazione un sacco di persone, un po’ per questioni di affetto un po’ per dire che, ehm, se ci facessero un blind test e mettessero Washer la riconosceremmo. Negli anni ho letto un mezzo migliaio di articoli sugli Slint in cui l’autore si chiedeva quando sarebbe stato riconosciuto al gruppo il suo valore dal vivo. Nell’ultimo decennio abbiamo avuto una reunion (con concerto bruttissimo a Bologna), la vendita all’asta degli strumenti usati nel tour, la lettera d’addio pre-suicidio di David Pajo, la canzone in chiusura ad una serie TV e uno stuolo di epigoni tristissimi. La perfetta parabola artistica di un gruppo anni novanta nei duemila.

 

I Refused hanno pubblicato la prima canzone dai tempi di quel disco là. Non avevo idea che i Refused fossero ancora attivi, pensavo le cose si sarebbero limitate al tour di un paio d’anni fa. Nello strimmare il pezzo ho scoperto che hanno fatto fuori il chitarrista Jon Brannstrom dopo il tour, e in effetti la canzone suona piuttosto Refused ma senza la chitarra appuntita del tizio -sostituita da quel classico suono ribassato a zanzara che sta in qualsiasi disco metal registrato dal 2004 ad oggi. Il fatto che continuino a stare in giro va abbastanza contro qualsiasi dichiarazione abbiano fatto i Refused sull’argomento, ma abbiamo accettato di peggio pagando soldi. Il fatto è che i Refused hanno avuto la loro possibilità di cambiare il mondo della musica e probabilmente l’hanno anche sfruttata, ma il mondo è comunque in mano alle destre e il nuovo pezzo dei Refused suona come dei vecchi barbogi del cazzo che vogliono insegnare ai giovani a picchiare duro, e sotto al palco ci stanno i 35enni a cui Songs to Fan the Flames of Discontent ha *cambiato la vita* e maltrattano i ventisettenni perchè se lo sono scaricati dal mulo e non sanno cosa significa SBATTERSI per trovare la musica nei negozi. Una cosa che potremmo chiamare sindrome di Aldo Grasso**. Prima o poi qualcuno morirà soffocato dalla sborra di qualcun altro, come nella canzone di Nina Zilli a Sanremo.

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*Ho guardato il video del suo pezzo a Sanremo per la prima volta in questo momento, e ho capito solo adesso che la canzone parla di masturbarsi. Credo di avere scuse, ma a ragion veduta doveva finire più in alto nella classifica finale. Oggi vado a comprare il vinile.

**la sindrome di Aldo Grasso, o sindrome del vecchio che invece di rantare a caso al bar dei repubblicani continua a fare l’editorialista, è il complesso per cui un giornalista avanti con gli anni fa le pulci alla generazione che non accetta le condizioni lavorative proposte per fare gli interinali all’Expo. La sindrome si manifesta nel momento in cui gente cresciuta nella bambagia culturale del lavoro fisso e del paese da costruire fa discorsi tipo “evidentemente questi giovani non sono abituati al lavoro”, non rendendosi conto che sono stati LORO a togliercelo il lavoro e a non togliersi dalle palle e che non hanno strumenti per leggere non dico la realtà, ma neanche le storie che commentano. Dovrebbero avere il coraggio di mollare la sedia, provare a mettere dei trentenni al loro posto, lasciare ai diciannovenni il compito di rompere il cazzo ai trentenni di cui sopra e andare a nutrire i piccioni al parco come faceva mio nonno alla loro età, o almeno ammettere che sono loro ad aver tenuto i loro figli ben lontani dai posti di lavoro e occuparsi di qualcosa che non ci riguardi. nota a margine: ho 37 anni e la cosa dei lavori precari all’Expo riguarda anche amici miei. Fatevi una botta di conti.