Abbiamo un problema con il fascismo e uno ancora più grosso con l’antifascismo 

*Da quasi due anni sono uno Stregone.
Mi alzo la mattina prestissimo, controllo la posta o whatsapp e al posto dei miei contatti tradizionali trovo messaggi vocali in Pidgin, il broken english mescolato con i dialetti africani. Trovo canzoni, preghiere, fotografie e richieste di aiuto.

Che cosa facciamo con Stregoni.
Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti. Negli ultimi due anni siamo stati praticamente ovunque in Italia e poi abbiamo avuto la fortuna di intraprendere un viaggio che ci ha portato a Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Amburgo, Copenhagen e Malmö. Questo viaggio è diventato un film.

Da quando il progetto è partito abbiamo suonato con più di 3000 persone diverse, tutte richiedenti asilo provenienti da Mali, Nigeria, Etiopia, Gambia, Senegal, Siria, Niger, Iraq, Afghanistan, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Sudan, Eritrea, Libano, Pakistan, Palestina.

Che cosa abbiamo visto.
Il ritratto è quello di un’umanità straripante: una voglia travolgente e disperata di vivere e dare una svolta positiva alla propria vita, ma non prendiamoci in giro: i limiti sono enormi. Per come è gestita l’accoglienza le prospettive di integrazione sono scarsissime e sono pochi gli stessi migranti che riescono ad orientarsi e a cogliere la complessità del quadro politico europeo.

Mettere in piedi ogni volta una band diversa in una città diversa richiede molta follia e fatica, ma la verità è che senza la disponibilità, la generosità di tanti operatori dell’accoglienza sarebbe stato impossibile organizzare molti dei nostri live. Abbiamo avuto a che fare con centinaia di persone: dai mediatori culturali alle cooperative sociali, ai promoter dei club fino alle suore: una rete per certi versi sorprendente e dinamica.


Tutte queste persone hanno qualcosa in comune: trovandosi a contatto ogni giorno coi migranti, sono praticamente rimaste le uniche a non avere un approccio ideologico alla questione. Sembra paradossale doverlo spiegare: ogni giorno davanti ai loro occhi non vedono dei richiedenti asilo, non vedono dei fuori quota, vedono delle persone con nomi, storie e nazionalità diversa. Eppure come sappiamo alle prossime elezioni, questa fetta di società civile non avrà alcuna rappresentanza. Ma non sono i soli.

Dopo un’estate segnata dalla delegittimazione delle Ong, dagli accordi criminali con la Libia, e dopo quanto successo il 3 febbraio a Macerata, Il tema immigrazione è al centro della campagna elettorale italiana: nei dibattiti televisivi si parla a slogan di come affrontare il fenomeno.

La tentata strage di Macerata ci ha mostrato chiaramente qualcosa che non può più essere nascosto o ridimensionato. Se molti hanno un problema con il fascismo, tutti quanti abbiamo un problema irrisolto con l’antifascismo.

L’esitazione, la ritrosia e il calcolo mostrato da politici e giornalisti nell’evitare ad ogni costo di definire quella di Traini una “tentata strage fascista”è sconcertante. Eppure dovremmo esserlo tutti, antifascisti. Invece in queste ore è venuto a cadere un altro argine democratico consentendo all’odio e alla mistificazione di guadagnare ulteriore terreno nella prateria lasciata vuota dalle forze democratiche secondo una strategia folle e incomprensibile .

Purtroppo non sono il solo ad avere l’impressione che lo scudo costituzionale sia già ampiamente deteriorato e che il tabù del fascismo verrà definitivamente spazzato via alla prossima tornata elettorale.

E l’antifascismo? Mentre i ragazzini si organizzano e fanno i turni per darsi il cambio ai gazebo di Casapound, l’antifascismo è spesso lasciato alle iniziative dei non più giovani iscritti all’Anpi o ai centri sociali.
Io stesso mai avrei pensato anni fa di dover dichiarare esplicitamente il mio antifascismo.
Il tema invece deve tornare immediatamente una questione prioritaria, condivisa. E no, non basta pubblicare i meme di “Punch a Nazi” per essere in pace con la coscienza.

I migranti non c’entrano. 
Quando litighiamo sull’accoglienza, quando discutiamo di dignità, stiamo parlando prima di tutto a noi stessi, nel tentativo di capire cosa stiamo diventando.
I migranti sono divenuti il capro espiatorio perfetto. Diffondere dati, contro-narrazioni basate sul fact-checking non serve a nulla.

“E’ così che funziona la violenza: avvelena l’intero corpo sociale, lo morde al calcagno, poi entra in circolo e lo fa marcire interamente”. (cit Raffaele Alberto Ventura)
I richiedenti asilo sono identificati come responsabili della crisi generata dall’economia finanziaria, che non ha alcuna relazione con l’immigrazione, anzi molto spesso come sappiamo, ne è la prima causa.

Quindi guardiamoci in faccia: c’e un ventre molle, una fetta di società umiliata e impoverita accecata dalla rabbia e dal risentimento il cui consenso fluttua come una mina impazzita. Tanti anni di crisi hanno sfilacciato il tessuto sociale, intaccato il welfare ma soprattutto indebolito la coscienza delle persone. E internet, lo sappiamo, non aiuta.
La battaglia per un’accoglienza ferma ma degna, è una battaglia della ragione e della democrazia.

Se molliamo su questo, se chiudiamo le porte e tappiamo anche l’ultimo buco sarà l’intera diga a non reggere travolgendo ogni cosa.
E non serve uno stregone per fare una profezia del genere.

Ho ascoltato un disco peso figo e quindi lo scrivo su Bastonate, ma il vero titolo di questo pezzo voleva essere “ERE Bal” per prendere la scia d’odio verso Efe Bal

L’aratro passa sulla schiena più avanti nel disco

Tolgo i sigilli dalla crack house con i murales alla merda che è l’inbox riservata ai comunicati stampa e l’infografica che ne deriva potrebbe essere quella di un dodi-tredici-quattor-quindicenne coi denti al brillocco e la rima facile tra cabernet e cobret. Hanno vinto loro, ha vinto la figa su instagram, ha vinto Veltroni che ha regnato incontrastato su tutte le scene artistiche old-school di questo paese. Sono tre anni che non scrivo di musica, non leggo un comunicato stampa, piscio seduto sul cesso della mia Babele impermeabile che puzza di autocensura onanistica, perdita di interesse e mi risveglio solo con un messaggio Whatsapp di Farabegoli del tipo “ti giro il disco nuovo degli Storm{O} che magari torni a scrivere”, il tutto letto con le voci di Calenda prima e Barisoni poi.
Qualche anno fa c’ero rimasto sotto con SOSPESI NEL VUOTO BRUCEREMO IN UN ATTIMO E IL CERCHIO SARÀ CHIUSO, memore oltretutto di un live nel basement-scannatoio dell’XM24 del tipo “entro e vedo se esco”: con ERE dopo 4 giri di play è più o meno lo stesso tuffo di testa contro un badile di taglio.
Zero pippe sulla salvaguardia della specie dell’hardcore nostranone, ma solo tanta credibilità spalmata con il consueto tiro da mannaia sulle dita e titoli dei pezzi a parola singola, sentenze su sentenze fatte a pezzi e seppellite come 4 anni fa, per essere riesumate un ascolto dietro l’altro ed una frattaglia alla volta, per rimettere insieme, di nuovo, quel concetto per cui per avere qualcosa da urlare su un pezzo screamo/hardcorequalchecosa non basta solo parlare in prima persona plurale.
Io il disco l’ho ascoltato in anteprima perchè sono un potere forte del sionismo, in realtà esce il 2 Febbraio in vinile arancione attraverso l’aggiotaggio di Legno, Moment Of Collapse e Shove, ci ha messo le mani anche un tizio di New York.

Francesca Michielin – 2640 (alla luce della cover della Dark Polo Gang eseguita da Dolcenera)

C’è questa cosa ultimamente, mi trovo ad ascoltare di frequente dischi di cui so fin dall’inizio che troverò bruttissimi. Recentemente mi è successo con 2640 di Francesca Michielin, un’artista contro cui non ho niente ma che riesco a inquadrare solo in un’ottica di prodotto che francamente mi fa cacare sotto dalla paura. Non è facile spiegarlo, e dovrei tirare fuori qualche idea da vecchiaccio, ma visto che in fondo i fan della Michielin hanno quasi tutti il doppio dei suoi anni, ci provo comunque.

Parto da qui: vent’anni fa un cantante italiano aveva il suo pubblico. Questo pubblico era abbastanza definito, aveva delle caratteristiche anagrafiche e culturali, e non si mischiava agli altri –ogni tanto succedeva, ma non così spesso.  Per cui ad esempio quelle che oggi la critica chiama “sperimentazioni” (due beat smerdati) il cantante XXXXX le poteva fare per interesse personale stando bene attento che queste non rompessero troppo il cazzo al suo pubblico di riferimento, ove per “rompere il cazzo” non si intende ovviamente la presenza di troppi suoni sintetici quanto l’assenza di canzoni alla XXXXX. A voi è mai capitato di ascoltare un disco e pensare “non mi piace perché è troppo elettronico”? Neanche a me.

Questa ideologia sopravvive tranquillamente in tutti i cantanti di quella generazione. Ad esempio Jovanotti si circonda da 25 anni di ospiti illustri e musicisti con le palle quadrate ma il nocciolo duro del suo pubblico è ancora composto, giustamente, da gente che di quegli ospiti illustri non sa cosa cazzo farsene. Lo stesso può fare ad esempio Cremonini, il quale archi e tutto quel che vuoi ma sta ancora in piedi perché cià i pezzi e nello specifico ha quei pezzi, roba tutto sommato simile ai primi anni di carriera. O che so, il fatto che Vasco abbia deciso di riconcepire il suo live come quello di un gruppo metal non gli ha dato un seguito metal. Ma al contempo ci sono nuove generazioni che non hanno iniziato a muovere i passi in un periodo più misto, più generico, dove non dovevi necessariamente scegliere se essere la Pausini o i CCCP, e quindi oggigiorno ci sono tanti ibridi, tanta gente che prova a infilarsi tra un genere e l’altro. Aggiungiamo una cosa: la canzone italiana non è più necessariamente la roba che la gente ascolta. I cantanti sanremesi hanno un pubblico meno numeroso e meno importante –gli Stadio, i più commoventi e meritevoli vincitori di Sanremo dell’ultimo decennio, sono passati con nonchalance dal trionfo sul palco dell’Ariston alla festa del PD di Varallo Pombia, o dove cazzo suonano di solito gli Stadio. I più attenti osservatori del pop odierno vedono in queste cose un eccesso di entropia, o comunque una situazione di squilibrio culturale, ma va detto che i più attenti osservatori del pop odierno sono le stesse teste di cazzo che mi hanno convinto ad ascoltare il nuovo disco di Francesca Michielin. Ma ponendo che abbiano le loro ragioni, la canzone italiana oggi è a un bivio: se vuoi crearti un pubblico devi provare ad agganciare qualcuno che riesca a vedere oltre Radio Italia. In questo si può spiegare anche il successo commerciale di gente come Thegiornalisti o Coez, cioè gente che viene da qualche parte e ha visto un’apertura e ci si è infilata, assumendosi in prima persona i rischi che questo comporta. È una cosa che si può apprezzare, e a dire il vero non è un concetto così differente da quello che –sempre vent’anni fa- voleva provare ad imporre commercialmente quel mistone casuale tra cantautorato e rock alternativo. Una volta mi pare di aver letto una frase del genere: “se i Verdena sono la risposta italiana ai Nirvana, portatemi qui davanti il tizio che ha fatto la domanda”. L’idea è grossomodo la stessa alla base della Michielin, ma applicata ad una diversa contingenza culturale: vent’anni fa la commistione era un bene assoluto, e al contempo si ragionava a compartimenti stagni. Banalmente, vent’anni fa nessuno di quelli come me si sarebbe sognato di ascoltare il disco di Francesca Michielin, perché qualunque gioia ci potesse ragionevolmente promettere non avrebbe pagato l’onta di averci sporcato la fedina musicale. Questo oscurantismo ha tanti lati negativi, sia chiaro. Primo tra tutti il fatto di averci precluso un mare di musica che oggi possiamo solo recuperare fuori tempo massimo o scegliere di continuare ad ignorare colpevolmente. Voglio dire, quale persona sana di mente potrebbe preferire un disco degli Strife a un disco di Mango?

Ma oggi il contesto è diverso. Abbiamo aperto le finestre e abbiamo sentito che aria tira, e francamente non c’è un cazzo da stare allegri. La filosofia della commistione ha fallito miseramente nei suoi principali obiettivi –creare dialogo, creare progresso, creare bellezza. E al contempo tutti ascoltano più o meno tutto, più per il bisogno di far trascendere tutte le discussioni che per altro. Oggi, tanto per dire, stanno smettendo di chiamarlo indie e iniziando a chiamarlo it-pop (una definizione cesellata dentro a Diesagiowave, il più grande merdaio formatosi in questi anni nell’universo sociale che gravita attorno alla Nuova Musica Italiana, e quindi per molti versi un preziosissimo laboratorio culturale; c’è un articolo di Fede Sardo su Noisey che ne parla), e questo è indicativo di una delle grandi sfide che questa musica sta lanciando a se stessa –conservare i livelli attuali di gradimento senza sbattere in faccia al pubblico l’immaginario del cazzo che ha messo in piedi. 2640 di Francesca Michielin è l’ultimo baluardo di questa idea, un disco pieno di quei momenti di testo orizzontali alla Calcutta stile “pensavo che non so cos’è l’indaco e che ti voglio tanto bene”, molti dei quali manco scritti da Calcutta –e molti dei quali sì. E nel momento in cui sei disposto a riconoscere che il singolo magari ha perfino una sua ragion d’essere, dopo aver sentito il disco intero come se qualcuno ti avesse messo del Rohypnol nel bicchiere e tu ti fossi svegliato nudo e pesto a un concerto di Galeffi, senza ricordare niente di come ci sei arrivato.

Dicevo, i giorni scorsi riflettevo su questa cosa e non riuscivo a trovare la quadra. Alla fine della fiera stanno tutti lì a buttare il piedino sul baratro dell’impossibile e nessuno che faccia mai un salto. Ma ieri cazzeggiavo su Facebook e ho visto Dolcenera che tanto per farne una si filma mentre esegue Caramelle della Dark Polo Gang al pianoforte. Ecco, se è mai successo qualcosa di anche lontanamente paragonabile qualcuno mi dica dove e quando, perché qua l’intellighenzia sta ancora a cincischiare di casse dritte situazionismo e Amanda Lear, e tutte le cose che ho messo su carta son buone sì e no per accendere il camino.

è uscito un nuovo disco dei Quicksand ma i vecchi dischi dei Quicksand sono meglio

A fine 2017 è uscito un disco nuovo dei Quicksand che si chiama Interiors, e se devo essere onesto è un disco con cui ho grossi problemi. Il suono e la struttura mi provocano una reazione immediata: nessuno suona in quel modo. Anche i (pochi) gruppi che provano a rifarsi a quel suono riescono a riprodurne alcune sommarie caratteristiche estetiche (break, suono compatto, eccetera) ma non hanno davvero la capacità di pensare la musica con quel tipo di generosità. Ma dall’altra parte il problema che aveva l’ultimo disco dei Rival Schools è presente in forze anche dentro a Interiors: non ci sono i pezzi, o comunque non ci sono quei pezzi, cioè i Quicksand sono ancora capaci di pensare in quel modo ma non più capaci di scrivere in quel modo –il che naturalmente fa finire tutto nel cestone delle occasioni sprecate. Queste cose le si prende sull’onda del momento: un nuovo album dei Quicksand è la dimostrazione che la musica vince sempre e/o che qualcuno doveva pagare la bolletta del gas. Ma dall’altra parte l’uscita del disco mi dà l’occasione di parlare di un momento storico di cui non si parla più così tanto, in cui una quindicina di musicisti scambiavano esperienze, collaborazioni e band, e hanno messo insieme una delle più clamorose discografie della storia. E quindi boh, ne approfitto per fare un riassuntino e consigliare qualche disco. 

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La storia si svolge a New York e inizia alla fine degli anni ottanta. Il giro accacì newyorkese è finito sulla mappa relativamente tardi, soprattutto in relazione alla tradizione musicale della città. Quando si impongono i principali gruppi della città (gente tipo Agnostic Front e Cro-Mags) la generazione immediatamente precedente sta già scappando a gambe levate dal genere, che nelle cronache sta prendendo una piega piuttosto violenta, per certi versi squadrista. New York si impone in questa fase come una delle scene più muscolari e osservanti in circolazione. Ci sono gruppi relativamente fuori asse, anche tra i più seguiti, ma è comunque musica veloce e cattiva. Uno di questi gruppi realizza quello che per molti è il miglior disco accacì mai uscito da New York, parere che credo di condividere. Il disco si chiama Start Today e l’ha realizzato un gruppo chiamato Gorilla Biscuits: meno metal e più melodico della media cittadina, nondimeno incazzatissimo, e pieno di canzoni strepitose. Le canzoni dei Gorilla Biscuits le scrive il chitarrista, un tale di nome Walter Schreifels, classe 1969, che nei ritagli di tempo suona il basso negli Youth Of Today (quelli da cui poi nasceranno gli Shelter). Nei ritagli di tempo dei ritagli di tempo Schreifels mette insieme un altro gruppo chiamato Quicksand, il cui intento originale è grossomodo lo stesso che avevano i gruppi storici dell’HC statunitense cinque anni prima –smettere di menare ad ogni costo, infilarci dentro un po’ di melodia, fare le canzoni e vedere dove si arriva. Ha già scritto qualche canzone, che sta ai Gorilla Biscuits più o meno come i Gorilla Biscuits stanno agli Agnostic Front –più melodica, più strutturata, più complessa, meno muscolare. I Quicksand hanno due chitarristi: l’altro si chiama Tom Capone e proviene dai Bold, altro gruppo di prima forza in città. Poi ci sono il bassista Sergio Vega e il batterista Alan Cage, che nella prima fase del gruppo si divide tra i Quicksand e i Burn, un altro gruppo pestone a cui il cantante Chaka Malik dà un plus vagamente quicksandiano (melodie abbozzate, influenze rap/soul e cose così). I Quicksand scalano la gerarchia sociale piuttosto in fretta, forse perché pure a New York i ragazzi si sono rotti il cazzo di fare a botte ogni sera: a pochi giorni dalla formazione sono già in studio a realizzare un EP, lo fanno uscire su Revelation (l’etichetta simbolo della città), iniziano a suonare in giro e fanno girare un sacco di teste dalla loro parte. Siamo nei primissimi anni novanta, il che significa che le major stanno per iniziare a proporre contratti a qualunque gruppo con meno di tre gradi di separazione dai Nirvana. Nel frattempo Burn e Gorilla Biscuits cessano le attività, quasi contemporaneamente. Chaka Malik formerà un gruppo col chitarrista Chris Traynor, chiamato Orange 9 mm.  I Quicksand diventano la band di Walter Schreifels e iniziano a suonare in contesti sempre più importanti. Quando finiscono nell’orbita di Polydor sono già arrivati alla loro forma compiuta, e nel 1993 pubblica Slip.

Provo a descrivere la musica: la base non è così diversa dalle cose diciamo lente dei Gorilla Biscuits, i riff hanno una progressione abbastanza simile e la stessa disponibilità melodica, diciamo così. I tempi dei Quicksand però sono molto più storti e complessi, per certi versi imparentabili a quel che stanno facendo gli Helmet nello stesso periodo –riffoni claustrofobici, batterie secche. Ma se gli Helmet si affidano quasi solo alla costruzione di un impianto sonoro brutale, i Quicksand sono un gruppo da canzoni. E Walter Schreifels sul microfono ci sputa il sangue in un modo che al confronto Civ (il cantante dei Gorilla Biscuits) sembra un chierichetto. Volendo usare un po’ di fantasia potreste metterlo all’incrocio tra tutto il giro noise rock delle varie T&G/AmRep (la roba più quadrata e meno rock’n’roll, tipo appunto Helmet, Mule, Janitor Joe, Girls Against Boys, Killdozer e simili), le cose grunge che hanno meno a che fare col metal classico (Nirvana soprattutto, ma anche Tad o Mudhoney) e certe cose indie che vanno nel periodo (Bluetip, Jawbox…). Com’è come non è, i Quicksand piacciono a tutti quelli che li ascoltano. Il secondo disco del gruppo arriva dopo nemmeno due anni, esce per Island (c’è una fusione all’interno di Polygram), si chiama Manic Compression e per quanto mi riguarda sta tranquillamente tra i migliori dieci dischi della storia della musica suonata.

Anche gli Orange 9 mm vengono firmati da una major, nella fattispecie EastWest, che pubblicherà Driver Not Included (un disco che poteva uscire per una major solo a metà degli anni ’90) lo stesso anno in cui i Quicksand pubblicano Manic Compression, e a un certo punto sembra quasi il battesimo di un genere musicale. Qualcuno lo chiama post-hardcore e mi pare una definizione corretta (nel senso che una volta ‘sta gente suonava in dei gruppi hardcore e adesso no). In realtà questa roba stenta un po’ a decollare. Gli Helmet dovevano esplodere definitivamente all’epoca di Betty, ma il disco segna la prima flessione commerciale del gruppo, che nel frattempo ha sostituito il chitarrista Peter Mengede con Rob Echeverria. I Quicksand, che ai tempi di Manic Compression sono il nome più in vista e hanno il tappeto rosso steso davanti a loro dalla critica, stanno scazzando pesissimo. È dall’uscita di Slip che stanno suonando ininterrottamente, esclusa la pausa per registrare il disco dopo; alla fine del Warped Tour si fiondano un’altra volta in studio, ma i membri della band vengono alle mani e il gruppo si scioglie. Lo split dei Quicksand è un po’ uno scossone, un po’ perché erano in tanti a puntarci e un po’ perché non è passato nemmeno un anno da Manic Compression.

Nel frattempo il punk è diventato un affare enorme, Green Day Offspring eccetera, e Walter Schreifels prova a tirarci su qualche soldo: rimette insieme i Gorilla Biscuits, scrive un intero disco e lo produce (anche se non militerà mai come musicista nel gruppo). Il gruppo prende il nome di CIV, il disco si chiama Set Your Goals e -fatta salva una minor rilevanza storica- è il miglior album in cui Civ abbia cantato. L’ennesimo passo falso del post-hardcore, si fa per dire, è Tragic degli Orange 9 mm, che per una serie di fusioni tra sottoetichette esce griffato Atlantic. A dire il vero non sembra nemmeno lo stesso gruppo: il disco è una sorta di esperimento a metà tra soul e groove metal, molto influenzato da certe cose crossover del periodo, e sarebbe davvero una delusione se Tragic non fosse il discone che è. Suppongo che non tutti fossero d’accordo con la svolta, in ogni caso: gli Helmet hanno buttato fuori Rob Echeverria (che andrà a finire nei Biohazard epoca Mata Leao) e hanno offerto lo slot a Chris Traynor, che accetta e lascia gli Orange 9 mm mentre Tragic arriva nei negozi. Le attenzioni di tutti però si sono spostate su un nuovo gruppo di cui si dicono meraviglie: Tom Capone dei Quicksand si è messo insieme a Peter Mengede degli Helmet e ha messo insieme una band chiamata Handsome, che prende un po’ dagli uni e un po’ dagli altri. Per loro si muoverà Sony, che nel ’97 farà uscire un disco intitolato semplicemente Handsome. A dispetto dei pronostici, è un po’ la chiusura del cerchio, il punto di arrivo dei tentativi di incasellare il cosiddetto post-hardcore dentro al pop-rock. Gli Helmet nello stesso periodo fanno uscire un disco praticamente identico, Aftertaste, registrato appena prima dell’ingresso di Chris Traynor, e anche loro si scioglieranno dopo il tour, più o meno in contemporanea con la fine dell’effimera esperienza Handsome (scazzi tra Capone e Mengede, il primo esce dal gruppo, il secondo non va molto avanti col resto della band). Nello stesso anno i Quicksand ricominciano ad annusarsi, si rimettono assieme, fanno qualche concerto, entrano perfino in studio per registrare. Poi finisce a botte un’altra volta. Walter Schreifels ha ancora la mano per le canzoni e mette insieme un gruppo nuovo, con gente di Iceburn e Gorilla Biscuits (parentesi: i CIV hanno provato a fare un secondo disco non scritto da lui, ma non è finita benissimo). L’idea è più o meno la stessa che dai Quicksand ha portato agli Handsome: squadrare il suono e provare qualcosa di più pop-rock, ma la classe è tutta un’altra. Island fa uscire United By Fate e per mezzo minuto sembra che Walter Schreifels ce l’abbia fatta. Poi anche i Rival Schools si sciolgono.

Alla fine vanno tutti più o meno incontro al loro destino. Schreifels ha continuato a fare nuovi gruppi, riunire i vecchi e pubblicare musica –anche a suo nome. A un certo punto le canzoni sono diventate peggio –mai brutte, nemmeno Interiors è brutto, anzi è bello, ma. Sergio Vega è andato a suonare il basso nei Deftones dopo l’incidente di Chi Cheng, Chris Traynor è diventato un turnista di lusso, Chaka Malik ci ha riprovato coi Burn nei primi anni duemila (scarso successo). Page Hamilton ha rimesso insieme gli Helmet senza nessuno dei membri storici, i Gorilla Biscuits hanno fatto la reunion e su Wiki figurano come gruppo esistente –a un certo punto Civ è finito in un casino per delle sparate non proprio illuminate da un palco. Tom Capone è ri-uscito dai Quicksand dopo essere stato beccato a rubare medicinali in una farmacia. Nel testo ho segnato una decina di titoli in neretto, e secondo me sono i dischi imprescindibili legati a questa storia.

In morte di Dolores O’Riordan

“A casa mia ci saranno un 18.000 dischi e nemmeno una canzone dei Cranberries. La banale verità è che non hanno mai voluto dire nulla per me. Ovviamente non mi piacevano, ma nemmeno li detestavo. Serena indifferenza. Così sono rimasto un po’ spiazzato, ieri sera, vedendo la mia home di Facebook riempirsi di messaggi non di circostanza per la scomparsa di Dolores O’Riordan. Scoprendo che ha voluto dire tanto anche per miei coetanei, o per gente appena più giovane di me.”

Eddy Cilìa

“Come i Nirvana, come gli Suede (di cui i Cranberries furono spalla nel 1993), come gli Smashing Punpkins, il gruppo irlandese ha saputo stravolgere la grammatica e le regole musicali e ad impadronirsi della programmazione di Mtv, dando un calcio simbolico a Madonna e Michael Jackson, per dirne un paio, o, nel caso dei Cranberries, ai Chieftains e ai Clannad.”

Paolo Romano, HuffPost

“Erano gli anni dei ritornelli violenti, Zombie si contendeva lo scettro di canzone-manifesto di una generazione con Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. (…) Gli eroi musicali degli anni Novanta camminavano al passo con la morte, scherzavano con essa, la sfidavano (pensate ai salti folli di Eddie Vedder dalle torri dei palchi). Non esistono altre epoche della storia del rock che siano state falcidiate dalle morti tanto come i Nineties, morti per suicidio o per forme subliminali di suicidio: (…)”

Andrea Pomella, Il Fatto Quotidiano

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Qualche mese fa mi è capitato di risentire The Reason degli Hoobastank e mi ci sono fomentato abbastanza da decidere seduta stante di cimentarmi nella titanica impresa di realizzare la mia compilation FM-rock definitiva. È una cosa molto più difficile di quel che sembri: 20 pezzi che stiano perfettamente assieme e mi parlino della mia vita. L’FM-rock è un non-genere caro soprattutto a quelli della mia generazione: si tratta di tutto quel novero di gruppi, preferibilmente ottenuti in provetta, che venivano aggregati al carrozzone dei nuovi generi che spopolavano tra i giovani (grunge, pop punk, nu metal, garage rock) sulla base di uno-massimo-due singoloni da battaglia. Quindi gruppi come Stiltskin, 4 Non Blondes, K’s Choice, Spin Doctors, Goo Goo Dolls e simili, ad esempio. Ma anche singoli di incredibile successo di gruppi/artisti con una credibilità (casi clamorosi sono Soul Asylum o Liquido) e gruppi one-shot che si sono rivelati grandiosi. Questa roba ha un tratto comune: nella sua miglior incarnazione è praticamente invisibile al pubblico specializzato. È musica che vende bene nel mercato generico, spinta da radio e TV, confezionata a modo, su cui esiste una sorta di franchigia critica. Negli anni novanta andava ancora la vodka alla pesca e credo di averne bevuta una discreta quantità. Poi ho scoperto la vodka liscia e non ho più voluto sentir parlare di vodka alla pesca, e poi ho scoperto la vodka buona e non ho più voluto sentir parlare di vodka cattiva. Se non c’è altro intorno la vodka alla pesca è meglio che niente, e poi decidi che è meglio niente. Perché coi gruppi dovrebbe essere diverso? Ma la franchigia critica di cui sopra è stata applicata con troppa leggerezza, e a un certo punto ti trovi a riascoltare un singolino alla radio, e a cercare di rimettere insieme i pezzi, cercare di ricostruire una storia, qualcosa del genere. È uno dei motivi per cui la musica è così affascinante. Ho valutato decine-centinaia di canzoni, nel tentativo di arrivare a un totale di venti. Le regole si inventano sul momento: i pezzi troppo caricaturali (tipo Mmm mmm mmm mmm) non vanno bene, e bisogna cercare di inserire uno-due pezzi al massimo per ogni sottogenere, e cercare di tenere al minimo indispensabile i singoli fatti da gruppi buoni (gli Weezer sono il miglior gruppo FM-rock della storia, ma sono talmente buoni che inserirli è un po’ come dare uno schiaffo a tutti gli altri), e soprattutto bisogna cercare un flusso continuo che ti porti da una canzone all’altra senza traumi. Zombie l’ho scartata.

Zombie è uno dei singoli più ascoltati del 1994. Era una canzone così perfetta per l’anno in cui usciva da far pensare che fosse stata messa insieme da un’intelligenza artificiale: aveva gli accordi di un pezzo rock come quelli che andavano allora, aveva una linea melodica fascinosa che si sposava agli accordi, aveva delle tonalità molto scure che puntellavano la linea melodica, aveva un testo sinistro che scuriva molto le tonalità, e aveva un retrogusto epic-folk irlandese che ammantava il tutto e –scoprimmo con una certa sorpresa- ci stava benissimo. Beh, i Cranberries erano irlandesi. Il loro principale plus rispetto al resto dei gruppi con quel suono era la voce della cantante, che definire peculiare era un eufemismo: una voce femminile così, in quel contesto, era difficile anche solo da pensare. I Cranberries furono tutt’altro che un gruppo da one shot: lo stesso disco, No Need To Argue, generò altri singoli di grandissimo successo –almeno uno, Ode To My Family, era migliore di Zombie– e il gruppo mantenne la propria visibilità anche negli anni successivi. Non generarono veri e propri epigoni, forse perché la loro caratteristica principale non era replicabile e tutte le loro caratteristiche secondarie potevano essere copiate meglio da altre parti.

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Tra le cose che più vengono lamentate a chi scrive di musica, una delle principali è l’eccesso di autoreferenzialità: chi scrive parla troppo dei cazzi propri e anche nella critica tende ad anteporre le questioni personali a un racconto che sia più professionale e rigoroso. Ma nel dare la notizia della morte di Lemmy, sul proprio canale Facebook, i Motorhead misero un invito: “share stories”. La trovai una cosa molto bella: stringi stringi, certi gruppi è meglio raccontarli per cosa hanno significato nella tua vita.

Il valore storico dei Cranberries, dal punto di vista artistico e soprattutto narrativo, può essere discutibile: non hanno generato epigoni, non hanno cambiato le regole del mercato, non hanno mandato affanculo il papa in diretta TV e non hanno fatto 300mila persone a Knebworth. Non hanno fatto altro che venire ascoltati. Quando muore una Dolores O’Riordan, celebrarla da un punto di vista giornalistico può presentare qualche problema.

Tra le altre cose lamentate a chi scrive di musica c’è che stiamo invecchiando a vista d’occhio. Quasi tutti quelli che scrivono di musica oggi hanno vissuto in prima persona almeno un pezzo degli anni ’90 e possono fornire esperienza diretta. Il racconto di quel decennio, in ogni caso, non ne ha guadagnato in profondità; la principale idea storica di quegli anni si è cristallizzata al punto da farci credere che sia vera. I Cranberries sono senza alcun dubbio un gruppo generazionale: se hai la mia età ne hai una cognizione abbastanza puntuale, altrimenti no. Raccontare i Cranberries è complicato perché è complicato raccontare in generale un decennio di musica, il sistema di valori su cui si reggeva quel decennio e le impurità culturali che si annidavano tra le pieghe di quel sistema.

Una cosa stupida: negli anni ottanta, e oggi, distinguere tra un gruppo “vero” e un gruppo costruito a tavolino non era una cosa così interessante; nel decennio che ha seguito l’esplosione dei Nirvana era diventata uno dei principali punti di discussione. C’erano dietro dei meccanismi di autodifesa molto banali: i modelli musicali di quel periodo erano molto facili da replicare, i gruppi con una reputazione venivano incoraggiati a suonare in modo più standard, e si cercava di scremare sulla base delle informazioni che c’erano: da una parte quelli veri, dall’altra gli Stiltskin. Per molti di quelli che hanno iniziato ad ascoltare musica a quei tempi quel tipo di street cred è diventato un dogma, che oggi continua a creare discussioni su cui molti alzano il sopracciglio e/o mandano in culo l’interlocutore.

I Cranberries stavano più o meno in mezzo alle due cose. Erano senz’altro un gruppo vero, ma esistevano in un contesto diverso, molto meno interconnesso di quello che poteva essere ad esempio il britpop (che esplose in contemporanea ai Cranberries, grossomodo). Avevano un singolo dal suono grungy ma era abbastanza evidente che non fossero il classico gruppo creato in vitro per una pubblicità della Levi’s. Erano riconoscibilissimi, irreplicabili, si poteva valutare un acquisto del disco. Ma non potevano vantare un passato fatto di dischi usciti per etichette a prova di bomba: come la giravi, qualcosa non tornava. Verrebbe da definirli mosche bianche, ma in quegli anni non era così infrequente imbattersi in un gruppo con uno status simile. Mi vengono in mente i Counting Crows, ad esempio, o gli Weezer (che si rivelarono solo dopo un gruppo con la favella inesauribile), o tutta la seconda-terza gratta del grunge, i vari Stone Temple Pilots/Bush/Silverchair.

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I tre stralci che ho messo sopra testimoniano di un po’ di confusione generale nell’applicazione di questi valori. Ad esempio nella prospettiva culturale di un giornalista di reputazione granitica come Cilìa i Cranberries non sono praticamente mai esistiti, ed è stupefacente per lui accorgersi oggi che il ricordo del gruppo tra i suoi lettori è così vivo. L’intervento di Romano sembra orientarsi dall’altra parte dello spettro culturale, ma l’idea di base è la stessa –i Cranberries non erano gli Spin Doctors, e quindi erano i Nine Inch Nails. Una volta che hai deciso di sparare alto, tanto vale dichiarare che tra Zombie e Teen Spirit non c’era alcuna differenza e/o che nessun decennio come i novanta ha visto morire le rockstar.

Ecco, ai Cranberries va perlomeno dato atto di aver trasceso il racconto che la stampa più o meno specializzata sta facendo di loro. Di aver dato, sicuramente senza volerlo, una sfaccettatura di complessità in più a tutta questa faccenda, e di essere molto più saldamente custoditi nelle storie di chi li ha ascoltati. Forse non hanno avuto la capacità di definire davvero la propria epoca, ma Zombie ancora oggi ha una capacità di evocarla che non ha quasi nessun’altra canzone. Magari questa incapacità di parlarne in senso compiuto è indice del fatto che non siamo mai riusciti a risolvere davvero quel decennio, e magari la morte di Dolores O’Riordan è una buona occasione per riprovarci. Magari a questo giro andrà meglio. 

recappino 2017

 
Una settimana fa su Noisey è uscito un articolo che parla in maniera piuttosto critica dell’attuale giro di affari intorno all’indie italiano, e in questo articolo ci sono due o tre cose che mi hanno colpito. La prima è che parte da un casus belli di cui non sapevo assolutamente un cazzo: un certo Galeffi, l’ennesimo clone di Calcutta, ha fatto uscire un disco solista e sei giorni dopo ha tenuto un concerto a Roma che è andato sold out. La seconda è che tutto l’articolo si regge su un’idea di mercato musicale secondo cui le etichette indie italiane di punta (Garrincha, Maciste, 42, Bomba e tutto il resto) fanno la stessa cosa che faceva Sony nel 1993 (sfruttare l’hype intorno a un genere e pubblicare un mare di dischi-fotocopia per incassare un milione di assegni). La terza è il fatto che la uno e la due coesistono nella stessa persona, uno che sa cosa succede ma non sa esattamente cosa sta succedendo. Negli stessi giorni mi è capitato di leggere un articolo su Amargine in cui Madeddu si prende in carico l’arduo compito di debunkare la notizia secondo cui gli inediti di X-Factor erano finiti al top delle classifiche. L’articolo è l’esatto contrario di quello di Noisey, nel senso di estremamente informato in merito a certe questioni strutturali, ma mi ha creato lo stesso tipo di spaesamento. Ho solo una vaga idea di chi siano i cantanti di cui si parla, sono abbastanza confuso in merito al modo in cui le classifiche vengono stilate e non riesco a capire fino in fondo perchè la posizione numero uno delle classifiche sia una materia giornalistica -cioè in astratto credo di comprendere che per qualcuno questa cosa della musica abbia bisogno di venir pensata come un campionato, ma all’atto pratico non è esattamente la mia cosa. Un’altra cosa che sta succedendo ultimamente è che dei dischi che sono più presenti nelle playlist di fine anno, ne ho ascoltati sì e no il 60%, inclusi svariati titoli che ho ascoltato e pisciato via.
È che non ho più quel tipo di energia. Mi sono rendo conto tardi e male di molte cose che in linea di principio dovrebbero pure interessarmi, e nella maggior parte dei casi mi trovo a pensare che tutto sommato non abbia così tanto senso incaponircisi sopra. Non è colpa della musica, è colpa mia -su questo almeno ho ancora un briciolo di lucidità. Il brutto di fare questa cosa per hobby è che a un certo punto inizi a perdere il giro, e chi la fa professionalmente continua a guadagnare terreno su di te, e a un certo punto sono semplicemente più competenti e più bravi. Il bello di fare questa cosa per hobby è che una volta elaborato il lutto, hai un bagaglio più leggero. Per esempio non ti senti obbligato a inseguire una conoscenza di cui non hai più fame, né a formulare un’opinione su qualunque puttanata affiori in un raggio di trenta chilometri dai tuoi orizzonti culturali. I tuoi interessi e i tuoi rodimenti di culo non seguono un’agenda vera e propria, hanno una certa orizzontalità di cui non ti senti tenuto a rendere conto, e questo dà loro una certa dinamica. Il tutto si ripercuote ovvuiamente nel modo che hai di ascoltare la musica: si risparmiano le cartucce, ci si fida poco del parere altrui, si ascolta un quindicesimo dei dischi che si ascoltavano cinque anni fa. Bisogna cercare di avere un equilibrio interiore, o almeno credo.
Una cosa che mi ha colpito: quando è uscito il numero di dicembre di Rumore, che contiene la classifica generale dei dischi del 2017, ho scoperto che nei primi 20 titoli ci sono 5 dischi che avevo messo nella mia top ten. Essendo la classifica basata su un criterio democratico, direi che è la prima volta che l’ho visto succedere: di solito erano un titolo o due, a dir molto. Non trovo che il mio approccio alla musica sia così diverso, a parte il fatto che non riesco più ad ascoltare un disco metal dalla prima all’ultima nota (ma in questo caso credo sia colpa del metal, non mia). Ho semplicemente scavato di meno, o impiegato meno tempo a formulare opinioni o far paragoni, e alla fine l’ho fatta quagliare con quel che mi era rimasto sul piatto. Credo di aver fatto pace con una certa idea di musica, o di aver perso l’interesse nel lato divulgativo di questa cosa dello scrivere, oppure sono più vecchio e banale dello scorso anno, o -più ragionevolmente- tutte e tre le cose. Riguardando la classifica ho cercato di capire se nei dischi del 2017 che preferisco ci sia una specie di filo conduttore, una lezione di musica, una qualche indicazione di che cosa penso oggi dell’ascoltarla. Suppongo di sì.

Per prima cosa una confessione: nel 2017 ho riascoltato tantissimo un disco che nel 2016 mi aveva incuriosito e poco più, e cioè 22, A Million di Bon Iver. Quando è uscito l’ho ascoltato, l’ho liquidato come una cazzatina pretestuosa e una sega mentale incisa un po’ con la mano sinistra e un po’ con quell’idea dadaista ammerda stile Endless di Frank Ocean. Poi mi son reso conto che in realtà queste cose sono pregi, e che comunque 22 A Million è un disco chiave per comprendere una certa idea di evoluzione che sembra aver contagiato il folk negli anni che stiamo vivendo: per prima cosa è un disco di altissimo profilo, e poi affronta il proprio discorso sonoro in un modo molto dilettantesco e ombelicale, un po’ alla vediamo come va a finire. Incidentalmente è diventato la testa di ponte di una nuova idea di cantautorato che sta all’elettronica contemporanea come un tossico sta all’eroina (nel senso che cerca disperatamente di esistere nei momenti tra una botta e l’altra ma non ha poi così tanto successo). Quest’anno il maggior rilancio su questa posta è il disco di Arca, che è il mio disco del 2017 se devo dirne uno, e che soddisfa più o meno tutti i criteri di base che cerco nella musica oggi. Nella fattispecie: poco interessato alla buona fattura e molto interessato a raccontarsi, molto eterodosso, poco spendibile da un punto di vista culturale, emotivo in un modo lancinante e continuamente sopra le righe. Che è grossomodo la stessa descrizione che potrei fare del secondo disco in classifica e cioè Plunge di Fever Ray, che è pensato un po’ come una specie di sequel dell’ultimo disco dei The Knife e un po’ come una revisione apocrifa del bagaglio culturale dello studente di musica pop contemporaneo -retrofuturismo, hitech, hauntology, filocapitalismo sarcastico e bla bla bla. Il pregio di Karin Dreijer è che ormai pensa la musica in un modo diverso dagli altri, più artigianale ed entusiasta, e intorno a lei le cose ormai sembrano funzionare in un modo pazzesco. È un po’ un discorso simile a quello che potreste fare per le popstar contemporanee con un senso, tipo Kanye o Rihanna, ma in un contesto meno monetizzato e più libero da certi controlli -quindi una musica che ascolti e che sembra avere un potenziale espressivo inesplorato.
E francamente le playlist di fine anno che sto leggendo sono piene di dischi che sono l’opposto, e questo credo sia il principale problema della musica di oggi -tagliando con l’accetta, non c’è una vera differenza tra il disco e la descrizione che potresti fare di quel disco in quattro righe, il che è molto utile a semplificare l’esistenza in un momento storico come questo (nel quale un appassionato di musica ha bisogno di ascoltare 300 dischi nuovi all’anno soltanto per farsi un briciolo di visione d’insieme), ma ha un sacco di effetti collaterali indesiderati. Questo tra le altre cose riguarda un botto di cose che sono in tutte le playlist, soprattutto la roba un po’ più classicheggiante e roack stile Perfume Genius (il quale suppongo sia in tutte le classifiche perchè il disco degli Arcade Fire è davvero troppo brutto per potercelo infilare a cuor leggero).
Ma del resto di musica rock nella mia top ten 2017 ce n’è pochissima: l’unico disco davvero elettrico che ho voluto infilarci è l’ultimo dei The New Year, un po’ perchè è stato ignorato in un modo abbastanza vergognoso dagli appassionati e un po’ perchè, oltre ad avere delle canzoni gigantesche, è pervaso di una spontaneità e di un amore per la musica che nel mio caso è stato davvero contagioso. L’altro disco “rock” che ci ho infilato è quello di Edda, che comunque trascende la categoria in modo abbastanza lampante -è semplicemente il miglior disco dell’anno tra quelli cantati in italiano e fornisce tanti argomenti alla mia idea (di cui sono sempre più convinto) che in questi anni le canzoni migliori vengano da gente con evidenti problemi relazionali, o comunque da musicisti meno professionali e più spontanei. In questa categoria comunque il campione si conferma essere Mark Kozelek, che quest’anno ha infolato un botto di cose bellissime tra cui la mia preferita è il disco con Ben Boye e Jim White. Poi nel 2017 è uscito un disco che non ho il cuore di ascoltare spesso ma mi ha sconvolto l’esistenza, e ovviamente è quello di Mount Eerie, e anche qui si parla di spontaneità ed emotività e pensiero laterale. Tutto il resto di quel che ho apprezzato nel 2017 è roba che per un motivo o per l’altro mi ha interessato, questioni di casacca o semplice fomento. Jlin, SZA, Ziùr, Unsane, Lorde, Alvvays, Vince Staples, Pontiak, Algiers, Havah, Run The Jewels, Ninos Du Brasil, Bennett e boh un altro centinaio ma non ho una gran voglia di andare avanti diciamo. 

Propositi per il nuovo anno: vedremo. 

Il paradosso della penna d’oca

Due anni fa, a natale, ho ricevuto in regalo una ortenna d’oca. Nella mia famiglia acquisita c’è questa tradizione dell’aprire i regali di natale, è una tradizione che alcuni membri prendono con più serietà di altri ed occupa almeno una giornata. Nelle famiglie c’è spesso questa compresenza di caratteri umani intorno alla festa di Natale: c’è quello che ostenta il suo disprezzo per ogni cosa ad esso legata, e quello in genere sono io; c’è quello che ama cucinare, c’è quello che fa i bigliettini particolari (e quello sono sempre io), c’è quello che ama impacchettare e c’è quello che è specializzato nei regali ampollosi. Ad esempio, recentemente ho manifestato un qualche interesse per la scrittura a mano e questo mi ha portato in casa un sacco di queste cose –inchiostri forse pregiati, set di scrittura confezionatissimi, quaderni di pergamena old skool e una penna d’oca. Su Amazon sta tra i 40 e i 50 euro, è roba molto costosa insomma. Ma non è tanto il valore monetario dell’oggetto, è anche altro. Da bambino mio babbo ne aveva una, di penna d’oca, e mi ci faceva giocare, e forse una parte della mia spinta iniziale legata allo scrivere è dovuta alla bellezza di quell’oggetto e al privilegio di poterlo usare.

Poi vabbè, mi piacerebbe poter dire di averla stra-usata, la penna d’oca, ma guardando al biennio passato non l’ho fatto molto: di tanto in tanto la tiro fuori, più che altro, per non raccontarmi di avere strusciato un bel regalo che mi è stato fatto con il cuore. Non è che sia malfunzionante o che, anzi ha una bella gestione del peso, è più che altro un sentirsi imbarazzati per l’utilizzo, e quando hai uno strumento costoso in mano sembra sempre che tu debba vergare i versi della Divina Commedia e insomma non è il caso. 

(strusciare è il romagnolo per descrivere uno spreco di procedura –se per produrre un bene servono 10x e io impiego 11x, ho strusciato x).

Ma se avessi dovuto comprare una penna d’oca a quel prezzo, non l’avrei mai fatto. Non voglio imporre la mia idea al resto del mondo, è una scelta personale, ma se penso che con gli stessi soldi avrei potuto comprare una riserva semestrale delle penne e degli inchiostri che utilizzo abitualmente per fare schifo nell’arte millenaria della scrittura manuale, e fissarsi con le penne d’oca è come minimo una forma di consumo inefficiente. Ecco tutto. L’anno scorso a natale ho potuto sperimentare questa allegra circostanza: invece della penna mi hanno regalato un buono di X euro da spendere in cartoleria, facendomi felice come un bambino. Il tizio voleva appiopparmi una stilografica col manico di osso di vigogna, ma non se ne parlava nemmeno. 

Questo non toglie che la penna d’oca abbia comunque una ragione di esistere: è un bellissimo oggetto da regalo, fa figura e in una certa misura ha un mercato che prospera, nel senso che è ragionevole pensare che una grande città possa dare da vivere ad un negoziante che tenga nel negozio solo penne d’oca ed altri strumenti per la calligrafia di valore più estetico che tecnico. Ed è parimenti possibile che le caratteristiche di fisicità elastica della penna d’oca le permettano un uso non completamente identico a quello delle cannucce di plastica, e quindi una potenzialità radicalmente diversa in certi campi dello scrivere. E queste caratteristiche intrinseche all’oggetto possono sposare in maniera fruttuosa certe questioni ideologiche che in potenza possono produrre una letteratura qualificata -articoli che lodano e promuovono l’utilizzo di penne d’oca, sapendo più o meno di cosa stanno parlando e dando conto di una dimensione tutt’altro che banale. E a parte questo, è possibile produrre lavori calligrafici di valore artistico altissimo, impareggiabile, lavorando soltanto con una penna d’oca -magari autocostruita.

Questo però non è esattamente il mondo. Nel mondo si stanno affrontando temi di respiro vagamente più universale: ad esempio le persone scrivono sempre meno con la penna, e sempre più con il computer, e questo sembra avere implicazioni molto pesanti nel lungo periodo. I bambini introdotti molto presto alla scrittura digitale apprendono in modo diverso dai bambini che vengono tenuti lontano dai computer, e il potenziale è diverso. Attenzione: non si tratta di capire quale dei due approcci sia meglio dell’altro. Si tratta piuttosto di capire come affrontare da un punto di vista istituzionale le evoluzioni del sistema educativo. Ad esempio, mia nipote frequenta il liceo scientifico e si confronta quotidianamente con i compagni sui compiti, via Whatsapp, si mandano le foto delle soluzioni ai problemi, i dubbi, gli screenshot delle regole da ripassare e cose simili. Una domanda plausibile: si può, in queste condizioni, continuare ad insegnare facendo finta che gli smartphone non esistano? Non conviene investire su un’idea diversa di insegnamento, che abbia meno a che fare con lo sviluppo delle conoscenze individuali e più con lo sviluppo degli skill che serviranno a realizzare lavori collettivi? E fino a che punto conviene abbandonare l’impostazione scolastica tradizionale? Non ne so nulla, ma immagino la scienza dell’educazione sia squassata alle fondamenta da domande di questo tipo. Puoi evitare di portele ma è sicuro che un giorno dovrai pagarne lo scotto.

Viceversa, il mondo di cui sopra è colpito in maniera molto marginale dalla rimonta della penna d’oca. La si può utilizzare per farci cose bellissime, ed è piacevole leggere/scrivere qualche articolo che parla di realtà indipendenti che producono penne autocostruite o disegni realizzati a penna d’oca, in numeri che a volte permettono addirittura di farci qualche soldo alla fine del mese. Fa piacere sapere che la penna d’oca ha ancora una sua ragion d’essere. Basta mettersi d’accordo sul fatto che la penna d’oca non è il futuro della scrittura, che non lo sarà nemmeno tra cinque anni e che non c’è niente di drammatico in questa cosa. 

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(Ultimamente capita di leggere articoli sempre più esaltati e presi bene in merito al ritorno in pompa magna delle audiocassette)  

“Titolo provvisorio: I 400 calci”

Marcello Crescenzi

“Amici!

Che emozione.

Bando alle ciance: con la presente vi invito ufficialmente a collaborare al mio nuovo cineblog di prossima  creazione, specializzato in film d’azione.

Ri-sintetizzo cio’ che vi ho gia’ spiegato: trattasi di un arrembante cineblog che esiste in un mondo parallelo in cui Crank 2 riceve lo stesso hype di Lasciami entrare, The Expendables viene atteso come se fosse il nuovo Scorsese e Ong Bak 2 come se fosse il nuovo Malick. E ho scelto voi perche’, oltre a stimarvi indipendentemente, siete le uniche persone che conosco capaci di trattare la materia in oggetto con eguali straordinari livelli sia di competenza che, soprattutto, di mancanza di vergogna.

Struttura: anarchico mix di news, recensioni, retrospettive, spunti e stravaganze estemporanee varie.
Impegno: quello che vi pare. Non ho particolari ambizioni, tranne vedere “se la’ fuori c’e’ qualcun altro come noi”. E che so, magari un giorno fare un concorso a premi in cui si vince il dvd di 
Triade chiama Canale 6

Titolo provvisorio: “I 400 calci”. 

Secondo titolo provvisorio: “Effetto botte” (da accompagnarsi con intensa foto di Steven Seagal dietro la macchina da presa sul set di Sfida tra i ghiacci). Il titolo definitivo sarà comunque salvo sorprese uno stupido gioco di parole su un noto film o pubblicazione d’essai, unica concessione che farò all’esistenza di un sedicente cinema “alto”. Per il resto né spocchia né ripicche, solo orgoglio e Q.I. sprecato. Accetto suggerimenti.

L’unico dubbio: sono sicuro che prima o poi mi verrà voglia di allargarmi come minimo all’horror, e/o all’exploitation in genere. Anche perché tutto quanto alla fine si unisce sotto il nume tutelare di John Carpenter. Quindi mi sa che in qualche modo lo farò, tanto bene o male credo non si devi più di tanto dalle vostre competenze.

Comunque, il mio piano è: entro lunedì circa apro io con un post/mission sui film più attesi del 2009, e da lì più  o meno capirete che aria tira.

Chiudo con le immortali parole di Edgar Wright: “Esistono due tipi di film: film belli e film noiosi.

Anzi, chiudo con le immortali parole di Van Damme: “I miei film sono internazionali. Tutti capisono uno schiaffo in faccia.

Domande?”

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La mail è del 13 gennaio 2009 ed è indirizzata a quattro persone: io, Dolores Point Five, Casanova Wong Kar-Wai e Jean Luc Merenda. Il mittente si chiama Nanni Cobretti, e al di là di qualche chiacchiera in chat credo sia esatto dire che è l’atto di fondazione di una delle cose più belle a cui abbia mai potuto contribuire. Il sito è andato online effettivamente pochi giorni dopo, si è deciso di chiamarlo “I 400 Calci”, e si è cominciato a scrivere. Non c’è voluto molto per scoprire che di gente come noi ce n’era davvero un sacco

È stato l’inizio di un sacco di cose, che elencare sarebbe anche stupido –e quasi tutte riguardano pezzi di vita che non hanno niente a che fare con lo scrivere. Il sito esiste ancora, è un punto di riferimento per il cinema action/horror. Quando aprì sembrava una cosa fuori da ogni logica, con un livello di nerditudine quasi insostenibile e tutta una serie di categorie critiche assurde. Credo che viverlo in prima persona distorca un po’ il mio giudizio, ma quando leggo di cinema mi trovo spesso a pensare quanto l’esperienza dei Calci abbia influito sul gusto, sul linguaggio e sulle idee di moltissima critica –anche e soprattutto quella più blasonata e snob.   

In questi giorni, se siete a Lucca Comics, potete acquistare in anteprima il primo Manuale di cinema da combattimento, edito da Magic Press, contenente una selezione di articoli del sito, inediti, illustrazioni di David Genchi e prefazioni di Roy Menarini e Leo Ortolani.  La copertina è disegnata da Marcello Crescenzi, e quella che trovate in questa pagina è la prima bozza –da lui gentilmente regalatami. Nell’attesa di poterlo sfogliare, mi chiedo quali saranno i contenuti selezionati, e quelli inediti –e mi spingo ad immaginarlo come un testo fondamentale per tutto quel che riguarda lo scrivere di cinema in italiano. 

Preferenze

 

​C’è stato un tempo in cui non dicevo che Blade Runner era il mio film preferito perché Blade Runner era il film preferito di chi non aveva un film preferito. Conteneva la sufficiente dose d’avanguardia per ammaliare sognanti adolescenti, sprigionava la necessaria quantità d’azione per intrattenere ormonali giovanotti, indulgeva in ovattato riverbero quanto bastasse a compiacere decadenti padri di famiglia. Ma per poter sostenere che, invece di una posa, fosse davvero il tuo film preferito, bisognava trovarsi nella non abituale condizione di essere contemporaneamente sognanti, ormonali e decadenti. Per questioni che adesso non è il caso di approfondire, io lo ero. Quando uscì Blade Runner avevo quattordici anni. Fui io a proporre a mio padre e non, come di solito accadeva, il contrario, di andare a vedere un film assieme. Fino a oggi pomeriggio è rimasto un caso isolato. Probabilmente avevo troppo in fretta perso contatto con i compagni delle medie, mentre la classe della prima liceo era a larghissima prevalenza femminile, i due soli maschi non li avevo ancora inquadrati, e al tempo ritenevo inverosimile che l’altro sesso fosse interessato a questo tipo di spettacoli. Non era Laguna Blu, questo. Laguna Blu che, peraltro, non molto tempo prima, mi aveva egregiamente svolto il proprio lavoro. Blade Runner era una cosa seria, aveva bisogno di una compagnia adeguata. E dunque ore diciotto di un grigio sabato autunnale. Incantato dalla visione, all’uscita chiesi a mio padre, in fanciullesca ricerca di approvazione, se gli fosse piaciuto. Rispose con un no motivato da due parole: troppo buio. Incassai la sintetica recensione osservando un altezzoso silenzio. Non sarei stato in grado di condividere con nessuno le emozioni se non fosse giunta in soccorso, poche settimane dopo, la mia professoressa di lettere preferita. Quella che solo oggi capisci che allora certi amori possono concretizzarsi sul serio. Una delle sue tre abituali tracce per il tema in classe proponeva di recensire uno spettacolo (teatrale, cinematografico, musicale) al quale si era assistito di recente. Quel recente obbligò il mio senso del dovere ad escludere dalla rosa dei candidati il concerto dei Rockets al quale assistetti ben due anni prima assieme a madre e fratello. C’è stato evidentemente un tempo in cui mi impegnavo a fungere da collante famigliare. La scelta cadde obbligatoriamente su Blade Runner. Fu un sette e mezzo, il voto più alto in cinque anni di scuola superiore, se si esclude l’otto della maturità. Quel sette e mezzo è rimasto custodito per trent’anni in una cartellina blu, di quelle con l’elastico, assieme a tutte le altre brutte di tutti i temi in classe del liceo. Fino a quando, un pomeriggio di quattro anni fa, una locandina sotto casa attira la mia attenzione. Mi avvicino. È Rutger Hauer. Domani sera presenzierà a dibattito e proiezione del mio film preferito. Salgo in casa, metto mano alla cartellina blu, rileggo il tema e mi accorgo che, a differenza di Harrison Ford, il suo nome non compare mai. Non me ne capacito ma mi giustifico. Evidentemente all’epoca non sapevo chi fosse. Estraggo il tema dalla cartellina, lo inserisco in una fascetta trasparente, sostituendolo alle inutili bollette che da tre anni la gonfiano, e lo infilo nella borsa del lavoro. La sera successiva il treno è in ritardo. Non è inusuale. Potevo prendere quello prima. Ma non ci ho pensato. Non ho valutato. All’arrivo in stazione ho una manciata di minuti prima dell’inizio previsto dello spettacolo. Spero in un calcolato ritardo dell’organizzazione, mentre corro verso il teatro. E nel vicolo deserto, perché ormai devono essere tutti dentro, seduti chissà da quanto, me lo trovo lì davanti, proprio di fronte all’ingresso. Da solo. Rovisto nella borsa, estraggo il tema dalla fascetta e glielo metto davanti. Mi chiede cos’è. Glielo spiego. Sorride, tira fuori una penna e finalmente il suo nome viene impresso su quelle pagine. Gli stringo la mano. Quella mano. E scompare dentro.

Ieri sera ho visto la prima di Blade Runner 2049 con mia figlia. Ignara dei commenti del nonno in quel novembre 1982, non ha ritenuto opportuno sconfessare la regola dei salti generazionali e si è espressa con un troppo lento. Oggi l’ho rivisto con mio padre. Non al corrente del commento della nipote, ha confermato le leggi della genetica commentando con un troppo noioso. Forse la gente si mette d’accordo e non me lo dice. Forse tenere uniti i famigliari non è il mio mestiere. Confido fiducioso nel futuro e nei suoi eventuali nipoti.

(Allospiedo)

cheeese

 

I giorni scorsi mi è arrivata una newsletter di DNA Concerti che annunciava il tour autunnale di Giorgio Poi. È la classica newsletter: ci sono le date di Giorgio Poi, le info su Giorgio Poi e una foto di Giorgio Poi. Nella foto di Giorgio Poi c’è Giorgio Poi con un palloncino davanti alla faccia, e sopra il palloncino c’è disegnato Giorgio Poi che mangia un gelato con aria sconsolata. Mani avanti: non ho nessun problema con Giorgio Poi, non ho opinioni positive né negative sulla sua musica, è quella classica combinazione di musiche sgarzoline e testi sgarzolini che a volte trovo tutto sommato carina e a volte tutto sommato insopportabile (nel senso, la stessa canzone può passare da uno all’altro estremo) (è possibile avere opinioni opposte sulla stessa canzone, lo so che capita anche a voi, non dovreste vergognarvene) e va ad ingrassare quella media aritmetica del sei-e-mezzo-abbondante che detta la linea delle riviste musicali; però mi piace un casino il nome Giorgio Poi, inteso proprio come pura combo nome-cognome. Non so da dove venga ma è da quando sono piccolo che ho questa cosa un po’ autistica di ripetermi ossessivamente nella testa alcuni nomi e cognomi (tipo Jeff Mangum). Insomma, l’altra sera stavo guardando la newsletter di Giorgio Poi mentre mi ripetevo in testa il nome “Giorgio Poi”, e continuavo a fissare un punto imprecisato del vuoto all’interno della foto di Giorgio Poi, e aver passato dopo dieci minuti a poltrire intellettualmente in questo loop estenuante mi si è rimesso in funzione il cervello, così d’improvviso, e d’un tratto ero avvolto in questa angoscia assurda, in questo spleen esistenziale per interposta persona nel quale sentivo d’essere Giorgio Poi, o peggio ancora Giorgio Poi triste e depresso e disegnato su un palloncino e sostenuto da un se stesso che ha abbandonato ogni desiderio d’esser figura umana complessa. Poi è chiaro che uno si scrolla di dosso queste puttanate, ma per un momento ero davvero sopraffatto dal vuoto cosmico. In ogni caso ho deciso che la prima volta che avrò l’occasione di vedere Giorgio Poi dal vivo, cercherò di avvicinarmi a lui, gli allungherò una banconota da cinque euro e cercherò di tirarlo su con i miei migliori occhi da cucciolo, sussurrandogli “Dai, non fare così, ecco, comprati un gelato.” Però non voglio sembrare un fissato, voglio dire, lo so che si tratta di una normalissima foto promozionale e che parliamo di una cosa non esattamente decisiva nella valutazione globale di un artista o di un genere musicale. (nota post-pubblicazione: mi hanno già detto in due che è un microfono. probabilmente avete ragione, ma non vi viene comunque addosso una gran tristezza?Giusto per togliermi lo sfizio, ho comunque deciso di passare i successivi 15 minuti a cercare la foto di un musicista che desse un’idea positiva in relazione al contesto in cui veniva inserito. Che ne so, un viso sorridente, scherzoso, preso bene, rilassato, tranquillo, non troppo in posa.

Niente da fare.

Provateci anche voi: è evidente che da qualche parte qualcosa non funziona. Non è un problema circoscritto alla roba che ascolto o all’Italia; è una cosa globale, universale ed unisex. Inizi a sfogliare vieni sommerso da tutte queste foto identiche una all’altra: gruppi metal-ish incazzatissimi con barbe lunghe capelli marci e occhi sul fotografo come se gli avesse scopato la sorella, e subito dopo i cantautori depressi che guardano a terra in qualche zona degradata della città in cui vive, e poi i rapper che sborrano vogliosi sull’obiettivo indossando abiti appena usciti dalla fabbrica Adidas in Indonesia, e ci sono i musicisti vintage con addosso la combo barba/capelli/cappotto/spleen anni settanta e i residuati della new wave riprodotti coi colori seppiati della vita di merda di cui cantano da 35 anni, e quando va bene c’è qualche produttore di grido ben vestito una pianta ma praticamente nessuno sorride. Mai. Uno su quindici a dir tanto.

Tutte le volte che mi capita di pensarci, e fortunatamente non è così spesso, ne esco distrutto. Se fate il confronto con altri campi è devastante: che ne so, per ogni modella algida e incazzosa ce n’è una sorridente e piaciona; le starlette televisive hanno un’aria sbarazzina e tranquilla, gli attori grossi si fanno fotografare durante la routine quotidiana. Ma che cazzo ne so, prendete anche solo le foto aziendali nei siti e nelle brochure. Se un fotografo entrasse domattina nella mia azienda e ci dicesse “facciamo una foto di gruppo”, è ragionevole pensare che lo scatto conterrebbe cinque o sei facce sorridenti e magari uno o due impiegati che fanno gli idioti. Com’è che i musicisti, cioè gente che nell’interpretazione classica della materia ha fatto di tutto perché il grigiore della vita da ufficio non li riguardi, sembrano sempre avere una scopa infilata su per il culo? Non è tanto legato a un caso o all’altro, anche perché in tutta franchezza Giorgio Poi ha il sacrosanto diritto di farsi fotografare e disegnare sui palloncini come cazzo preferisce, e magari dietro al palloncino se la ride di stramaledetta come ci si può aspettarsi da uno che si fa fotografare in quel modo. È che c’è una questione cognitiva in ballo: ho basato tutte le mie frequentazioni musicali, forse con troppo ottimismo, sull’idea che suonare/ascoltare la musica sia divertente. È vero che non ho mai suonato in un gruppo e mi sono perso tutta la parte di situazioni penose, stenti, difficoltà nel ghetto, letti scomodi, promoter disonesti, abbrutimento del vestiario e generico disagio, ma pensavo che alla fine della fiera salire sul palco e suonare la batteria fosse divertente, e che questa cosa del divertirsi sia la principale ragione per cui la gente continua a suonare. Mi sbaglio? Quand’è che le cose sono cambiate? Perché le pagine delle riviste sono così piene di depressi cronici e titanici personaggi ingabbiati nel loro cliché, come se suonassero per pagare gli strozzini, come se ogni cosa bella legata alla musica scomparisse magicamente ogni volta che qualcuno prova a introdurre una fotocamera dentro al locale?

(Ora, è chiaro che in certi contesti questo problema non si pone. Ad esempio se sei un artista pop ultraemerso è possibile che le foto che pubblichi siano il risultato di un incontro tra sei o sette uffici competenti in materia, che magari stanno cercando di vendere un certo concetto umano attraverso un certo modo di farti cadere luce addosso al viso accigliato. Ma quest’idea tocca una minoranza assoluta di artisti e va studiata cercando di eliminare il fattore umanità dall’equazione -è una cosa che tra l’altro mi è venuta in mente guardando il documentario su Lady Gaga, quello uscito in questi giorni in cui lei a un certo punto si fa riprendere da un cameraman mentre fa sentire per la prima volta a sua nonna una canzone dedicata alla figlia di lei morta diciannovenne (ma non badate a me, tutti quanti stan dicendo che Five Foot Two è un capolavoro di intimità e delicatezza))

Magari uno può dire che è importante apparire e promuoversi in un certo modo, che la foto serve a vendere in qualche modo un’idea di musica, e poi comunque la fotografia è una forma d’arte in sé che può non riflettere necessariamente gli stati d’animo e bla bla bla. Però poi quelle foto vanno a decorare la  back cover di dischi comprati da trentenni, e i servizi a tema in riviste comprate da trentenni. Quando dico trentenni so di esagerare per difetto. Così hai il gruppo doom sludge vestito di nero con le facce accigliate, e il musicista indie in pieno effetto Baudelaire, che suonano e registrano musica destinata a un branco di vecchietti. Domanda stupida: avete amici trentenni che si esaltano a guardare le foto dei gruppi metal incazzosi? O anche: berreste volentieri una birra con i tizi ritratti nella foto? O anche: se foste i gestori di un bar che fa concerti il venerdì sera, ospitereste questa gente a suonare nel vostro locale basandovi solo sulla foto? Vi danno l’idea di poter svolgere un buon lavoro di intrattenitori?

Non so quando le cose siano cambiate. Nella mia percezione non sono sempre state così, ecco: se guardate i dischi del passato nella vostra collezione, c’era quantomeno un margine di errore. Non voglio tirare fuori la roba edonista stile glam metal -anche se mediamente le foto dei gruppi glam metal davano l’idea di gente che si divertiva, ecco. Ma ad esempio Reign In Blood ha questa copertina angosciante coi caproni e le teste mozzate e la musica violentissima e tutta quella roba nazista nei testi, ma c’è anche una foto dietro al disco con quattro normalissimi ventenni presi bene, che cazzeggiano con le lattine di birra e si tirano i capelli a vicenda. Come minimo uno guarda la foto e pensa che questi qua siano amici, e che magari nella loro testa quella musica possa essere divertente. Il che, peraltro, è uno dei concetti chiave per capire appieno Reign In Blood. Ma pure i Beatles, per dire, facevano un sacco di gag idiote durante i servizi fotografici; ancora oggi Paul McCartney è più facile vederlo con gli occhi vispi da vecchietto del pop, e quell’espressione che si ritrova addosso è una parte fondamentale della sua grandezza artistica. Tipo io non sopporto i Beatles, musicalmente, ma una cena con Paul McCartney me la farei al volo, capace che alla fine paga pure il conto. Oggi di quella roba lì non è rimasto quasi nulla: il musicista pop medio, in qualunque fascia di età, continua a cercare quell’impatto fotografico brutale alla Joy Division. Sicuramente Anton Corbijn non è mai passato di moda, e non credo ci sia davvero un problema in questa cosa. Semmai il problema è che sono passati di moda tutti gli altri. Poi ti capita anche, per dire, di vedere gente della scena che posa nelle nuove campagne di Gucci, e tutto sommato sei contento per quelli di loro che hanno improntato la loro poetica artistica dell’ultimo decennio per finire in queste campagne. E poi li guardi in faccia e sono presi malissimo pure lì.

Sono anni che si parla di crisi artistica di questo o quel genere musicale (praticamente sono tutti in crisi a parte il rap, nel quale non c’è una crisi ma tipo una spaccatura), e se ne parla in termini di pubblico o in termini di influenza sui costumi o in termini di che cosa ascoltano i quindicenni, o in termini economici. Quasi nessuno parla mai di crisi della rappresentazione visiva dei concetti musicali, anche perché solo a scriverlo c’è da sentirsi degli scacciafiga, e un po’ perché si tratta di una delle tante situazioni di stallo della contemporaneità in cui non c’è modo di trovare un povero cristo che abbia il coraggio di alzarsi e dire “è colpa mia”. Gli artisti e i fotografi si possono buttare addosso la responsabilità a vicenda, l’ufficio stampa non ha altre foto a disposizione, la redazione sta chiudendo il numero, il lettore se ne batte il cazzo e la somma aritmetica del tutto è sempre e solo