Indie vs Mainstream vs spaccarsi di birra

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Nel giro-birra ci entri più o meno come entri nel giro-musica. È una cosa carbonara che parte dal basso, dal passaparola. Apre un locale della tua città che ha birre che non hai mai sentito nominare e segue tassonomie abbastanza puntuali di cui non sai nulla. Oppure è un tuo amico a portare a casa qualche bottiglia di pregio e a spacciarla a qualche amico. La prima volta che bevi una birra buona puoi anche non ricordare che birra è ma ricordi quella sensazione che tutto sia finito al posto giusto, lì dove deve stare. E da lì in poi sei spacciato: inizi a capire cosa ti interessa, quanto te ne serve eccetera. Perdi totalmente l’interesse per i posti che non vendono birra craft, dai appuntamento a tutti i tuoi amici nell’unico posto dove è possibile vederti dopo il tramonto, e tutte queste cose. Se ti prendi bene con la cosa, non ci vuole molto tempo a diventare una specie di caso umano: per prima cosa costa un mare di soldi, poi contiene in sé tutti gli spiacevoli effetti collaterali propri dell’alcolismo. Comunque la si voglia vedere, il fanatismo per la birra è la copia del fanatismo musicale, contiene tutte le psicosi e gli spiacevoli risultati finali (diventare un ciccione barbuto e vestito male), e possiede tutti i meccanismi di auto-giustificazione caratteristici delle peggiori droghe, quelle che la società non si prende manco il disturbo di stigmatizzare. Anche il posto in cui beviamo birra abitualmente è la copia esatta del nostro locale da concerti preferito: entrambi li frequentiamo da anni, incontrandoci sempre le stesse persone, perlopiù coetanei di cui abbiamo testimoniato a malincuore il fastidiosissimo invecchiamento precoce (fastidiosissimo perché riflette il nostro) e la resa incondizionata ad un cliché che ci ha imposto di diventare la caricatura di quelli che dieci o quindici anni fa chiamavo vecchi sfigati. Così diventa abbastanza tipico sgattaiolare al pub appena possibile e trangugiare tre o quattro pinte, a sei euro l’una, infilandoti in piccole recensioni orali di quel che stai bevendo, giudizi sul grado di acidità, sul residuo fisso, sul fatto che tale birrificio passa per imperial pils questa birra che –evidentemente- in realtà è una pale ale; o a presentarti tra i primi al concerto di qualche trascurabilissima psych-band olandese con una chiara idea di quale preferisci tra i due dischi che ha pubblicato per chissà che minuscola etichetta indipendente.

Una cosa è certa: quando inizi ad assaggiare birra fatta con criterio, così come quando scopri i gruppi indierock tosti, inizi a sviluppare un senso di fastidiosa repulsione nei confronti delle cose più generiche e dozzinali, quelle consumate da tutti. Per cui è difficile riuscire ad esistere in maniera confortevole, molto vicini ai quarant’anni, in un locale dove suona gente con quindici anni in meno di te e un banchetto che serve solo birra scadente. Sono tutt’altro che uno sperimentatore, e la mia cultura in questo campo rasenta lo zero: dopo anni e anni, mi sento come quegli stronzi che passano a macintosh e iniziano ad avere la puzza sotto il naso. Ma ora come ora non posso farci niente: detesto le birre corporate, quelle cose tipo la Moretti (di cui, prima dei trent’anni, ho bevuto migliaia di bottiglie). Non è un discorso ideologico, è che ormai al mio palato hanno tutte lo stesso sapore schifoso e triste, stanno alla birra come i Foo Fighters alla musica e piuttosto preferisco la sobrietà a giradischi spento. Alcune declinazioni contemporanee dell’ultra-capitalismo birraio mi balzano agli occhi come uno dei massimi scempi alla modernità: il massimo grado di fastidio lo provo quando incrocio le campagne social della Ceres. Una volta avevo anche scritto una cosa su questo, su un altro sito:

Detesto la Ceres. La ragione è che hanno qualcuno di detestabile che gli fa i social, non so dire chi cosa o come, dev’essere questo team di CREATIVI del cazzo che fanno LANCI e CAMPAGNE e altre cose di cui non so assolutamente nulla. Tutti voi avete un amico che di mestiere fa tipo il MEDIA GURU o l’INFLUENCER, no? Ecco, il vostro amico influencer e media guru RILANCIA i CONTENUTI delle pagine social di Ceres e le commenta scrivendo “bravi.” o anche “bravissimi.”, sempre col punto alla fine. Ecco, in quei momenti il vostro amico media guru influencer vuol dirvi “io so come si comunica, e sto facendovi un esempio di altre persone che sanno farlo”, ma quello che fa all’atto pratico è aprire uno squarcio sul futuro e mostrarvi un mondo in cui tutto è social, tutto è divertente, tutto è una versione arguta e ridanciana di quello che tre ore prima vi faceva girare le palle. Ecco, questo genere di impostazione geniale e simpatica ad ogni costo punta (credo) sull’idea di farti sapere cosa succede se si prende un normale addetto ai social media, lo si riempie di Ceres da colazione in poi e gli si dà libero accesso al computer. Capirai. Anche io sono più simpatico da ubriaco, ma questa gente sta vendendo comunque alcolici, cioè in realtà sta vendendo mal di testa, incidenti automobilistici, cirrosi epatiche, alito cattivo e brutte analisi del sangue. E cosa ci sta dando in cambio? Due risate e una birra dolciastra da sedicimila gradi. Li odio.

Voglio dire, se la stessa cosa la facessero Ferrero o Nestlé mi starebbe meno sulle palle, o comunque non me la farei girare così tanto in testa.

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C’è un botto di gente che si scaglia contro il sistema dell’indie, della musica rock indipendente. Lo fa perché la musica indipendente è piena di contraddizioni dal giorno uno, e quasi tutti quelli che salgono sul carrozzone hanno un obiettivo da conseguire e una lista di possibili vacche da mungere. Per me è sempre stato paradossale perché io, da ascoltatore che non ha mai suonato uno strumento, non mi sono mai dovuto prendere la briga di dover accettare un compromesso. Al di là di quel che sono le cronache dell’epoca, di cui comunque sospetto abbastanza, credo che l’indie rock sia nato su un certo tipo di premessa, che era quella di fare una musica che tornasse ad essere libera e matta e personale, in un mondo nel quale la musica era non-libera, estremamente sana di mente ed impersonale. È chiaro che i concetti hanno delle sfumature, ma credo fosse una buona ossatura. Comunque c’è un motivo per cui i dischi dei gruppi ex-indipendenti ora su major tendono a fare schifo, e spesso il motivo non ha a che fare con le cosiddette pressioni dell’etichetta. È più una questione di autocensura. Hai la possibilità di farti promuovere il disco e suonare di fronte a tremila persone: che fai, ti presenti ubriaco e vedi cosa succede? Stocazzo. Vai a letto presto, ingaggi un ingegnere del suono cazzuto, inizi a usare un mare di preset eccetera. Questa cosa coincide con il fornire un prodotto migliore al proprio pubblico? Dipende. Se il tuo pubblico è composto da tremila persone che non ti sono venute a trovare con la lanterna, è sicuramente un miglior prodotto. Se il tuo pubblico sono trenta sfigati con cui riesci sì e no a pagare la benza per arrivare nel posto dove devono suonare, probabilmente preferirebbero vedere una cosa diversa da quella che hanno visto la sera prima.

Ecco, per me chiunque non capisca questa cosa è un turista o uno che non ha mai messo piede nel mondo reale. Voglio dire, abbiamo tutti quanti un lavoro, no? Quelli fortunati hanno un lavoro, e sono costretti a fare cose che di loro sponte non farebbero mai, vendere prodotti di merda a poco prezzo, fornire disservizi a un cliente perché costa meno metterci una pezza in un secondo tempo, tenere lezioni di storia sulla base di un programma invece che sulla base di ciò che secondo te è giusto che i tuoi studenti debbano imparare, caricare extra-interessi sul conto bancario di qualcuno che non ha la capacità di leggere le scritte in piccolo. Magari qualcuno di voi non deve fare mai questo tipo di scelte morali, e sappiate che vi invidio. Ok, diciamo che quello del musicista è un lavoro: ognuno decide per sé, fa quello che ritiene più giusto, traccia la linea dove vuole. Io però questa roba la consumo nel mio tempo libero e a mie spese, e quindi diciamo che ne penso quel che voglio. Comprendo profondamente il desiderio e ciò che ti spinge a fare: voglio dire, anch’io se fossi il vagabondo mi scoperei Lilli. Ma punto di vista statistico, stando alla mia esperienza di vita, è ragionevole pensare che il tuo incasso aumenterà in maniera inversamente proporzionale alla qualità personale della tua musica. Ed è logico che ci siano un mare di eccezioni, ma la regola è questa. Così, quando un musicista taccia i talebani dell’indie di chiusura mentale, in genere fa loro un torto. Quasi nessuno di noi è davvero interessato a dove vadano a finire i nostri soldi, ma la qualità dei dischi ci interessa e come, e ci sono indicatori che ci dicono come andranno a finire le cose.

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Con la birra è più o meno lo stesso. Quando mi sono iniziato a interessare della cosa era già da tempo in moto quel processo di ascesa del microbrewing, che oggi (anche qui) ha raggiunto uno zoccolo duro di fanatici abbastanza vasto da tenere in piedi un sistema oliato fatto di piccole aziende, locali specializzati, festival a tema e spregiudicati eventi estemporanei. In certe aree colpite da fenomeni di gentrificazione tipo il Pigneto la birra craft è diventata tipo il carburante dell’ascesa sociale, in aree geografiche tipo il Pigneto a Roma. Ma è sempre più frequente, anche in locali generici, riuscire ad ordinare una birra chiedendo, che so, uno stile invece che un colore o una pezzatura.  Nelle fasi finali della catena, negli occhi di quelli si sparano le due/tre birre al pub, è soprattutto una questione di gusto: una buona birra a 6 euro è meglio di una birra di merda a 4. Appena sopra, è una questione di scoperta: chi gestisce e lavora nei posti è quasi sempre un tizio che si sta pagando il vizio. Frequentano fiere, cercano birre, importano fusti rari, sostengono i microbirrifici locali, si ospitano a vicenda. Nessuno dei personaggi coinvolti vuol sentir parlare di “birra artigianale”: se fa schifo, non importa quanto sei indie. Questa gente ha fatto per la birra la stessa cosa che l’indie ha fatto per la musica: ha preso una cosa che c’era già, si è ritagliata un proprio spazio fisico nel territorio e ha creato una rete di persone dentro cui è possibile sostenersi e fare affari.

Insomma, qualche giorno fa è uscita notizia che Birra del Borgo è stata comprata da AB InBev. Anheuser-Busch InBev  è la più grande multinazionale al mondo per quanto riguarda la birra –Corona, Beck’s, Budweiser, Hoegaarden, Leffe, Lowenbrau e un mare di altre. Birra del borgo è un birrificio italiano, situato in provincia di Rieti, piuttosto conosciuto. È il tipico buon birrificio italiano: le birre non sono mai il massimo della qualità planetaria ma stanno ben oltre la sufficienza e non ho mai provato la sensazione di aver buttato i soldi. Non è il primo genere di acquisizione di un microbirrificio di alta gamma da parte di una grossa company, ma a quanto ne so è la prima volta che succede in Italia. Ok, il proprietario ha venduto ma continua –secondo questo articolo– a gestire il birrificio. Dall’altra parte, l’obiettivo è di quadruplicare i volumi di produzione entro i prossimi cinque anni: significa entrare in canali dove non si era e mettersi a fare la guerra in un altro mercato. Manuele Colonna (Ma Che Siete Venuti a Fa, Roma) fa i complimenti a Leonardo Di Vincenzo per l’affare e –in maniera estremamente tranquilla e pacata- lancia il boicottaggio di Birra del Borgo da parte di un cartello di locali. Una questione di scegliere il campo da gioco: secondo le sue parole, lasciando entrare le grosse corporazioni si smette di investire sulla cultura. Devo averlo sentito da qualche altra parte, e sono parole che mi piace sempre ascoltare. Colpa mia magari.

Doves cry // Fermate tutto, è morto Prince

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Even at the center of the fire 
There is cold

Ho visto Prince anni fa a Londra, in una di qualcosa come trentuno date di fila (tutte sold out in un paio di giorni), il prezzo del biglietto era il titolo del suo – allora – ultimo disco, che era un numero, e una copia del suo ultimo disco veniva regalata a tutti i presenti coppie comprese, come a dire, diamo per scontato che non lo abbiate già comprato, e come a dire, in ogni casa c’è bisogno di tante copie di questo disco quanti sono i suoi abitanti. Ecco perché io ne ho due copie. Ad ogni buon conto, il palco era circondato dal pubblico, a un certo punto alcune inservienti genere Apollonia si fecero largo tra la folla trasportando una grossa scatola d’argento su ruote (neanche troppo grossa), e la scatola, si scoprì non appena fu trasportata sul palco e aperta, conteneva Prince. Prince suonò una valanga di pezzi di quelli vecchi e classici e fichi per chi li trova fichi, 1999, Purple Rain, Darling Nikki, Kiss, Nothing Compares 2 U, cose così. Tempo mezz’ora e aveva finito. Apollonia non c’era. Darling Nikki è il mio pezzo preferito di sempre tra quelli che non fanno piangere (tra quelli che fanno piangere, invece, è Nothing Compares 2 U). Il mio disco preferito è Gold. A Londra, in anni diversi, comprai Emancipation a tre sterline da Fopp, Purple Rain in vinile (è la prima stampa e si sente come attutito), e l’album nero che era per me negli anni ’90 un Sacro Graal. Ero l’unico negli anni ’90 ad ascoltare e amare Prince in maniera esplicita, schietta e franca, per quanto ammetto di essermi vergognato con il commesso di Rinascita quando comprai il CD singolo di The Most Beautiful Girl in the World. Lui ascoltava credo gli Smiths. Dico il commesso. Incredibile pensare che una volta le due cose potessero essere vissute come contrastanti tra loro. Prince è sempre stato incomparabilmente superiore a Michael Jackson, a Madonna, a Jimi Hendrix, a tutti gli artisti bianchi, neri, ex-neri o meticci a cui in qualche modo è stato accostato. Da ragazzino sognavo di essere magro come Prince sulla copertina di Lovesexy e oggi ringrazio di non esserlo mai stato. Non viene un brivido anche a voi quando, in quella canzone, Prince canta che morirà, se lei non ci sarà lì, stasera? Prince non c’è stasera, i ladri sono entrati nel tempio. La notte dopo il concerto di Londra valutai se usare il rossetto di Vale per scrivermi sulla pancia Insatiable, come Prince, in una foto che avevo visto da ragazzino, ma lasciai perdere l’ipotesi e oggi me ne pento perché – non so perché, ma avrebbe avuto un senso.

Invece Prince è morto stasera, e non c’è niente che possiamo fare.

Come un concerto di Vasco ma un po’ meno (Calcutta @ Bronson, Ravenna, 16 aprile 2016)

Foto: Chiara Donati

Forse qualche volta ho urlato anche io prima che il gruppo arrivasse, magari al primo concerto dei Litfiba –non lo ricordo ma ecco, potrei averlo fatto. L’urlo quando si spengono le luci e poi l’urlo sull’urlo quando iniziano a salire sul palco il batterista e il bassista e sgolarsi quando il cantante arriva al centro del palco. Credo che in una certa fase sia quasi obbligatorio, è una cosa legata al seguire la corrente e non voler essere diversi dagli altri –essere uguali a tutti gli altri, da adolescenti, è una cosa molto importante. Probabilmente la prima volta che ho volato ho anche fatto l’applauso. Davvero, non ricordo.

Poi sono cresciuto e non è detto che sia andato tutto per il meglio, però diciamo che quando mi trovo in mezzo a ventimila persone che urlano per l’arrivo di un tizio su un palco –che sia Grillo o Vasco Rossi- a me viene in mente la crocefissione e i farisei che girano tra il pubblico a vendere i gelati dentro al Giostyle e sobillare la folla perché salvi Barabba al posto di Gesù. Verso i 23 ho deciso che questa cosa dello stadio è l’esatto contrario di quello che mi piace: se ci pensate il rito orgiastico collettivo, con la gente presa benissimo che urla a squarciagola, è una diretta conseguenza del concerto di merda, del parcheggio a sei chilometri di distanza e della fila per andare a pisciare nei cessi chimici e tutte quelle cose. È la stessa cosa che succede alle elezioni: vieni trattato di merda per cinque anni e a un certo punto ti infilano dentro una cabina elettorale con una matita e ti dicono “ok, esprimiti”, e questo è il motivo per cui la roba alla Berlusconi/Grillo/Vasco/Jova/Salvini funziona così tanto nella politica contemporanea. E naturalmente, se dovessero decidere quelli che seguo su twitter, limiterebbero il diritto di voto a quelli che erano a vedere i National in Piazza Castello –per dire quanto cazzo ne capisce di politica la gente che seguo su twitter.

Anche ad ascoltare musica diciamo indie mi sono trovato in situazioni paradossali da stadio. Una volta ho visto i Sonic Youth a Bologna: la gente si spella le mani quando parte Teen Age Riot, mentre quando Moore e Ranaldo improvvisavano con le chitarre ai limiti dell’inascoltabile se ne stavano fermi in vistoso imbarazzo e senza manco applaudire cortesemente alla fine dei due minuti di feedback che seguivano. La più clamorosa fu la volta che vidi gli Explosions In The Sky, sempre a Bologna. L’Estragon era pieno sì e no per metà, ma la gente aveva una tale fotta che si sentivano I CORI tipo Seven Nation Army allo stadio, presente?, ecco, la gente faceva I CORI sulle melodie dei pezzi dal disco figo, e partiva un boato ogni volta che la canzone cambiava ritmo. Con i gruppi stronzi che piacciono a me, quelli che riempiono i locali di gente con la puzza sotto al naso, non succede mai. Tipo Shellac o The Ex (ogni tanto si vedono video dei The Ex con i fiati e qualche fricchettone che sale sul palco a ballare ma penso non sia la stessa cosa e comunque a me non è mai successo) o Melvins, ecco, i Melvins hanno così tanti dischi che ognuno ha dieci pezzi del cuore diversi da quelli degli altri e quando fanno Boris la gente la riconosce a malapena. Però credo che autolimitarsi quando si va a vedere un concerto sia importante a prescindere: ci sono sere in cui anche io voglio SPACCARMI AMMERDA e sentirmi come alle medie, ma cerco di non farla pagare alla ragazza di fianco a me. Io per dire ho il difetto di voler parlare con i miei amici e scambiare opinioni in tempo reale, urlo qualcosa nell’orecchio a Diego durante il singolone e magari lui preferirebbe stare a sentire la musica. È il mio punto debole.

Insomma, Calcutta è uno di quelli che la gente urla. Verso agosto si può dire che Calcutta non esistesse nemmeno, se non come un concetto lontanissimo appartenente ad una certa romanità, e quindi potenzialmente pericolosissimo

-la romanità, diciamocelo, è una delle principali piaghe dell’indiepop, nel senso che di tanto in tanto salta fuori un artista che viene sostenuto per questioni di campanilismo tipo che so, BSBE o Angelini o I Cani o i Thegiornalisti (i Thegiornalisti non li ho mai ascoltati per via di quel diss che misero in piedi, mi dicono che nel frattempo sono diventati il più importante gruppo italiano in attività); non voglio dire che siano brutti gruppi, ma c’è quella componente di romanità per cui tutti danno per scontato che io possa comprendere la loro poetica e non è così-

secondo cui arrivava qualcuno e continuava a raccontarti estasiato quanto fossero eccezionali i suoi concerti, come se fosse il Daniel Johnston italiano con lo scrauso al posto della malattia mentale (“suona a merda”, “si sdraia per terra”, “son tutti in fotta”). Oggi ti capita di andare a vederlo il sabato in una cittadina di provincia e trovi mille persone che fanno il coro per chiamarlo sul palco. Per cui mi piacerebbe essere uno di quelli che lo conoscevano anche da prima e riferirmi a lui come al mio amico Edoardo, ma non è così. Ho ascoltato un paio di robe sul tubo quando me l’ha raccontato un mio amico, qualche mese prima che uscisse Mainstream, e ho pensato che fosse fichissimo, ma questo è più o meno quanto. L’overdose di Calcutta me la sono fatta quando se la son fatta tutti gli altri.

Il concerto è una roba da stadio, però in un club. Il sold-out viene annunciato il giorno prima; la gente è nervosa prima dell’uscita poi si spengono le luci e si sente l’urlo e arrivano prima i musicisti e poi lui, e le urla sono progressive. Per due o tre pezzi è un concerto eccezionale: lui è timido e inizia (se non ricordo male) con Milano, e la gente è già in botta persa. Non si capisce quasi nulla di quel che dice tra un pezzo e l’altro. E poi attacca canzoni tipo Frosinone e tutti cantano in coro, urlano ogni parola del testo, ma sul serio, mica così per approssimazione. E in quel momento ti ci ritrovi, ti prendi bene, ti senti uno di loro. Quando dice che mangia la pizza ed è il solo sveglio in tutta la città ti ci ritrovi, in qualche modo. Calcutta e il suo gruppo sono scrausi di quello scrauso ostentato e ben suonato, con l’impianto perfetto e i volumi perfetti e nessuna sbavatura rispetto a un canovaccio tenuto asciutto a viva forza. Inizio a sentirmi come se fossi in mezzo a qualcosa di importante, come quando mi segnavo il testo di November Rain in prima liceo e cercavo di tradurlo armato soltanto del poco di inglese che conoscevo. È bello sapere che la musica può ancora avere un effetto sulle persone.

La magia si interrompe un pochetto quando Calcutta suona le cose più intime o meno conosciute. Mi guardo intorno e inizio ad andare leggermente in panico: è metà aprile e il Bronson si sta seriamente scaldando e le persone iniziano a fare un po’ di viavai da una parte all’altra (i sold-out del Bronson sono sold-out onesti: ho visto concerti in posti dove ti toccava stare in piedi nel posto che avevi conquistato a fatica a inizio concerto, con l’onda della gente che rischiava di farti cadere; qui si ha lo spazio per respirare e andare al bagno o uscire a fumare una sigaretta, e comunque al concerto di Calcutta non c’è il pogo). E poi butto l’occhio a guardare le facce di quelli che cantano. E come sempre sono gente che ha più o meno la mia età, ha le pance e le stempiature e il trucco raffinato e i tatuaggi artsy fartsy e i vestiti costosi, i maschi portano barboni uguali al mio e tutta quella roba lì. Fino a quel momento non me ne sono accorto, e questa è una magia della musica o un incanto di classe Cenerentola, poi suona la campana e tutti quanti tornano trentacinquenni. E i trentacinquenni sono un popolo un po’ duro da affrontare ai concerti: bevono meno e non comprano la maglietta, e una volta finito il concerto hanno già un piede nella porta con la sigaretta in mano che la mattina dopo c’è da alzarsi a tagliar l’erba in giardino. E ad un tratto, mentre l’incantesimo dell’eterna gioventù si spezza, Calcutta diventa più che altro un buon compromesso per chi vuol farsi un concerto di Vasco senza doversi ciucciare tutti i turn-off del concerto di Vasco (il traffico, le code all’ingresso, i cessi chimici, le piadine finte, la birra di merda, il sole a picco, i vicini con la maglietta di Vasco, i sei chilometri dallo stadio alla macchina, tornare a casa a un orario schifoso, la puzza di cane bagnato che riesci a sentire solo quando hai varcato la soglia di casa e sei troppo stanco per fare una doccia). Ho visto Le Luci della Centrale Elettrica quando era popolare come Calcutta è popolare ora, e non era per niente così. Era tutto più oscuro e depresso e forse era una cosa più diciamo indiecult ipertrofica. Questa potrebbe essere indifferentemente una delle poche scuse per uscire o l’anticamera del nuovo Baglioni, e spero genuinamente per Edoardo che sia la seconda. O forse la gente preferisce disegnare svastiche in centro a Bologna piuttosto che bere dalle pozzanghere. In un caso o nell’altro Calcutta sembra già in un vicolo cieco, nel senso di aggregatore culturale casuale il cui successo lo costringe a limitare al minimo gli sbrocchi e concentrarsi sul disco uscito. Per cui alla fine di un concerto che già di suo è corto, torna sul palco e suona due pezzi che aveva già suonato (Frosinone e Cosa mi manchi a fare), riarrangiati per sola chitarra acustica. Ed è un po’ il momento più bello del concerto, quello in cui si mette più a nudo e fa venir fuori il suo concetto per come l’avevo iniziato a conoscere. Ma è comunque sempre un compromesso, e la gente ha già un piede sull’uscio che domattina c’è da rasare il prato e da postare su FB le ragioni per non andare a votare.

(la foto è di Chiara Donati)

Domani non vado al negozio di dischi

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Era partita come una bella idea. L’idea era di dedicare una giornata ad una realtà in crisi nera, cercare di darle un po’ di respiro, cercare di capire se avesse senso salvarla. Così ci abbiamo fatto i primi quattro o cinque anni. Poi, sfortunatamente, il Record Store Day è diventato un evento di successo.

Avete presente quando un gruppo che vi cagavate in duecento pezzenti firma un contratto importante e inizia ad avere successo? Nella maggior parte dei casi inizia anche a fare schifo. Cioè, non giriamoci intorno, succede. Negli ultimi 10/15 anni danno tutti la colpa ai duecento pezzenti, ma nella maggior parte dei casi è colpa del successo, delle cose che fai per avere successo, tutta questa roba qui. Sia chiaro: se fossi un musicista preferirei fare schifo e guadagnare soldi, piuttosto che essere bravo e povero; ma io ascolto i dischi e preferisco quelli più belli, quelli che mi esaltano. Presente? Ok.

Il Record Store Day nasceva come una cosa carina che si appellava al cuore della gente. Per un giorno ogni 365 smettevamo di sparare stronzate sul fatto che Amazon avesse portato benefici e ritornavamo nei negozi a vedere se nel frattempo avevano cambiato gestione. Per un giorno tiravamo su due soldi così, Amazon tornava ad essere il cattivo, il gestore del negozio tornava ad essere uno dei buoni, si respirava una bella aria e tutto. Poi sono arrivate le sponsorship, i grossi nomi che facevano da ambasciatori e tutto. Poi i negozi hanno iniziato a mettere su dei concertini e degli spettacolini e il rinfresco eccetera. Poi qualcuno ha avuto un’idea geniale: facciamo che mettiamo su le edizioni esclusive per il Record Store Day, così la gente deve andare per forza a comprarsele nei negozi. Presente? OK.

Se andate nella homepage del RSD, oggi, trovate il pdf con la lista delle uscite esclusive per il RSD. Non le ho contate ma credo siano circa 300. Piccola chicca da niente: guardate l’URL del pdf. La lista è gentilmente ospitata su un indirizzo di Amazon Web Services. Ok, quisquilie. Dicevo, 350 uscite specifiche per il record store day, di cui –se non erro- solo 4 in CD. QUATTRO. Tutte le altre sono dischi in vinile, che cavalcano l’onda della strabiliante rimonta del formato, il quale da solo sta praticamente salvando il mercato della musica fisica. Giusto?

No.

Secondo i dati FIMI/Deloitte dello scorso anno, il mercato del vinile (nuovo, sell-in, al netto resi) in Italia è di circa 6 milioni di euro, contro i 3,8 milioni dell’anno precedente. Prima reazione: CAZZO DICI, HA QUASI RADDOPPIATO. Seconda reazione: 6 milioni di euro, al sell-in. Avete una più pallida idea di quanto poco siano 6 milioni di euro? 6 milioni di euro al sell-in significa (circa) 425mila dischi a 14 euro l’uno. Poniamo di venderli a un prezzo medio che stia intorno ai 27 euro. Ci sta, giusto? Più o meno. Forse anche meno. Dai, facciamo 27, che senza IVA vuol dire 22, cioè 8 euro di guadagno a copia. Fanno 3,4 milioni di euro di primo margine, all’anno. Quanto deve vendere un negozio per stare aperto? Facciamo che lo tenga aperto una persona senza troppe aspirazioni: diciamo che gli deve fruttare 1200 euro pulite al mese pulite, cioè circa 2400 prima delle tasse. Che in realtà sono circa 3400, perché ci sono l’affitto dei muri e tutte le varie spese (bollette, costi di ammortamento, rinfresco per il RSD etc). Moltiplicato per 12 mesi, uguale 40800 euro di guadagno. Vuol dire che a queste condizioni possono esistere, sul territorio italiano, circa 83 negozi che trattano vinile e vengono gestiti da una sola persona, un automa senza aspirazioni capace di intercettare tutte le esigenze del suo territorio. Pensavate peggio? Bravi. In Italia siamo 60 milioni. Vuol dire che se vogliamo dare da mangiare a una persona che vende vinile, deve essere il punto di riferimento di circa 723mila persone. In Emilia-Romagna hanno la possibilità di esistere circa 6 negozi che trattano vinile nuovo (che so, un solo negozio che copra tutta la provincia di Rimini e Ravenna).

(Ah, beh, c’è l’usato. Ah, beh.)

Una volta parlare di Record Store Day implicava di parlare di formati. Nei primi anni della manifestazione non c’era alcuna correlazione tra “record store day” e “vinile”. Poi il RSD ha avuto successo, e il vinile è tornato in auge, e sembrava un matrimonio scritto. Ora sono inscindibili. Naturalmente il vinile non si è imposto per via del RSD, ma certamente il RSD ha contribuito in maniera determinante a costruire l’ossatura di uno dei più assurdi e nefasti fenomeni del mercato musicale degli anni dieci: la bolla del vinile. Ok, “bolla” è una mia licenza poetica. Un settore che vale 6 milioni di euro all’anno non può essere definito “bolla” (ad essere sinceri non può essere definito, proprio in generale, voglio dire, il mercato dei cazzi di gomma naturale varrà almeno il triplo). Lo chiamo così perché è evidente che tutti stanno aspettando di vederla scoppiare: gli investimenti in impianti di stampa sono praticamente nulli, i ritardi nelle consegne si accumulano, i gruppi partono in tour senza i vinili appresso. Alla fine è come la tenia intestinale, giusto? C’è questo parassita nel mercato della musica e i produttori continuano a ristampare sempre più titoli in questo formato (spesso con la scusa che si sente meglio, come se tutti registrassero ancora in analogico) drenando su di esso tutta l’energia deputata al resto, mandando a morire il mercato mentre il parassita continua ad ingrossarsi e i “collezionisti” sorridono in estasi ad ogni oscura gemma di nicchia che rivede la luce in LP pesante.

Ecco, il RSD del 2016 è soprattutto il trionfo di questa visione distopica del mercato. In un’epoca storica nella quale anni di propaganda sul valore dell’oggetto-disco (a cui, sia chiaro, anche noi abbiamo partecipato attivamente e con entusiasmo) sono riusciti a far sì che il vinile sconfiggesse la selezione naturale che l’aveva condannato a morte e tornasse in auge per distruggere i pochi brandelli di mercato musicale rimasti. E un giorno all’anno si celebra il massimo grado di opulenza che questa situazione ci può dare: centinaia di edizioni limitate ed inutili, giustificate dalla scusa di venderle in negozi che non si possono permettere di comprare manco un decimo dei titoli, con l’obiettivo reale di smerciarle online nel corso dell’anno per tirare su i due spicci che servono a far girare la ruota per un altro mesetto.

Qualcuno dice che il mercato dei CD è destinato a morire non appena tutti quanti avranno sostituito la loro autoradio con un modello dotato di ingresso USB: tra cinque-dieci anni ci siamo. Per allora anche la bolla del vinile sarà scoppiata, e qualcuno si sarà dovuto inventare una modalità ragionevole per commerciare, o non commerciare, la musica. E spero che almeno la manifestazione oggi nota come Record Store Day si sia estinta o si sia trasformata nel Physical Record Day, con incredibili sconti su Amazon e altri posti simili. Per sicurezza domani me ne sto a casa, e mi dispiace davvero che siano i negozianti a smenarci.

Facciamo una mostra.

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Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio – è un verso famoso di Andrea Zanzotto (che sia famoso lo ho concluso più o meno da solo: è molto bello, mi è rimasto attaccato leggendo le sue poesie, e deve perciò essere successo anche ad altri) – e credo che evochi, almeno a me evoca, quanto a volte un poeta e un luogo siano legati al punto che uno diventa l’altro. Pieve di Soligo, Marradi… Non sto paragonando Francesco a Zanzotto o a Dino Campana, anche perché non credo sia un poeta – c’è il dolore, c’è l’assurdo, continuo alludere, ma in fin dei conti non credo abbia mai scritto versi. La cosa uguale è questo legame a un posto, che è questa generica Romagna, dove sono stato forse una volta e proprio dove abita lui, anni e anni fa, non me la ricordo bene, ma che ormai nel mio cinico cuore romano è quello che ho visto e letto nei disegni e nei psot (cioè “post” con un errore di battitura) di Francesco su Bastonate. Questa generica Romagna dove, dicevo, non sono stato che una volta, anni e anni fa, e nemmeno me la ricordo più bene, ma quello che ricordo, ne sono del tutto sicuro, è che era bianca e nera, disegnata a pennarello.

(Ashared Apil-Ekur)

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A volte le circostanze ti portano in posti curiosi. Il 21 aprile alle ore 18 siamo in Santeria a Milano, ad inaugurare una mostra che si chiama BASTONATE e contiene disegni che abbiamo fatto in questi anni per accompagnare i post. Quando dico “siamo” e “abbiamo fatto” parlo di me, la mostra è mia. Ci vediamo?

Evento Facebook

Un sassofonista, un gruppo, un disco, un concerto e tutte quelle cose lì

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Getatchew Mekuria, 1935-2016

Stando alle note, le registrazioni di Moa Anbessa durarono solo due giorni, il 3 e il 4 aprile del 2006: dieci anni esatti, proprio oggi. Getatchew Mekuria aveva iniziato a suonare con gli Ex un paio d’anni prima, pensava che sarebbe stato un buon incrocio suonare insieme. Così iniziarono a suonare, e fu un buon incrocio, e a un certo punto registrarono anche. Dieci anni esatti oggi, dicevo. Poi il disco uscì e non era una di quelle cose che colpiscono l’immaginario universale, era il “solito” disco Terp con gli Ex che suonavano con qualcuno, quei dischi che li vedi al banchetto degli Ex e ti colpiscono perché hanno quelle grafiche stilosissime scritte a mano e costano cinque euro più di quanto costano di solito i dischi al banchetto e sei sempre lì a contare le monete. Quel disco però lo presi in un negozio, probabilmente Rok in centro a Ravenna, proprio all’uscita, perché non ero riuscito a trovare gli mp3 online: me ne innamorai immediatamente, come tutti quelli che l’hanno ascoltato.

Gli Ex hanno questa capacità di accordarsi con mondi che potrebbero sembrare lontani. Forse sono gli unici veri musicisti di strada mai prodotti dal punk e forse sono solo dei riccardoni il cui suonare è così compatto e affilato che ci puoi mettere accanto qualunque cosa. A un certo punto hanno preso la sbornia dell’Etiopia e ci si sono buttati a capofitto, organizzavano tour concerti festival e tutto il resto, jammavano con i musicisti, facevano aprire i loro concerti a Mohammed Jimmy Mohammed. Questo disco è la testimonianza più luminosa dell’incontro tra The Ex e l’Etiopia: è compatto e violento ma trasuda gioia, voglia di suonare e amor di musica. Probabilmente è la miglior cosa a cui abbiano messo mano negli anni duemila.

Non credevo sarei riuscito davvero a vedere quella formazione incredibile, poi venne annunciato un evento a Bologna, tarda primavera, fine maggio 2009. Il posto era un teatro che mi pare stesse dalle parti di Vicolo Bolognetti, una cosa abbastanza raccolta che non riuscirono nemmeno a riempire… a pensarci adesso. Quella sera c’era Matteo a cui avevo iniziato ad accennare questa cosa di aprire il sito di musica, dopo il concerto ne parlammo un po’, disse “facciamolo” e “sono carico”. Disse proprio “sono carico”. C’era anche Daniele.

Il concerto fu incredibile, comunque. I concerti degli Ex lo sono sempre e quella sera alla voce c’era già Arnold De Boer, e poi c’era Mekuria che a un certo punto s’era messo anche quel coso in testa, e c’erano altre persone che suonavano i fiati e c’era quell’elettricità nell’aria che c’è sempre quando suonano gli Ex dal vivo. Poi a un certo punto è uscito fuori un ballerino etiope a fare delle capriole e delle altre cose così e siamo tutti usciti di testa. Io di Mekuria non so niente, ho ascoltato altri dischi –un altro con gli Ex meno bello e un paio di cose sue, passatemi gentilmente da qualche amico. Non era la mia tazza di tè e se non avesse suonato con loro non l’avrei mai apprezzato, e quindi forse sono un turista e la persona meno indicata del mondo a parlarne.

Il sito poi io e Matteo l’abbiamo aperto davvero, l’abbiamo chiamato Bastonate e tre giorni dopo il concerto abbiamo messo su il primo post. Oggi Getatchew Mekuria è morto, l’hanno annunciato gli Ex dal loro profilo FB. Dieci anni esatti dopo aver finito di registrare quel disco, quasi sette dopo quell’unico concerto loro che ho avuto il privilegio di poter vedere. Avevo scattato anche delle foto ma chissà dove sono andate a finire (quella per il post è di Matias Corrall e l’ho rubata da qui). Però almeno ho messo un video sul tubo, Andy e Terrie che fanno i coglioni con la chitarra. Getatchew Mekuria era quello col sax e la pancia.

Riposi in pace.

Odio il primo aprile

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Lavoro nel giardinaggio. Qualche giorno fa ha chiamato in ditta un agente di commercio, uno che sta in questo business da tipo 35 anni, un tizio scolpito nella pietra che tiene in scacco i suoi clienti. Ha cercato il più alto in grado presente in azienda ed era un giorno abbastanza scarico per cui fossi io. Mi ha chiesto, molto allarmato, un riscontro sulla nuova legge approvata dal governo, secondo cui la coltivazione domestica di ortaggi sarà illegale a partire dal primo gennaio 2016.                                 

(gli scoppio a ridere in faccia, s’incazza, riattacca il telefono, lo richiamo e gli chiedo delucidazioni)

Un suo cliente ha scaricato la cosa da un sito, mi dice. è un sito affidabile. Cosa fatta, entro il 2016 nessuno può più fare l’orto, mi dice. È una cosa delle multinazionali, mi dice. Ricomincio a ridere, poi mi calmo e gli dico che non è vero, lui s’incazza ancora, mi dice di portargli prove che non è vero perché il suo cliente sta pensando di chiudere, come faccio senza gli ortolani? Ecco. Gli chiedo se ha bisogno di una certificazione scritta dalla mia azienda in cui non ci risulta che questa cosa delle multinazionali sia vera, o che altro. Mi dice “sì, magari”. Così, di lavoro emettiamo documenti casuali. La cosa veniva effettivamente da un sito rispettabile, pagina datata primo aprile 2015.”

 

Mi autocito tipo Scanzi. Questa cosa l’avevo scritta in un post che ho pubblicato il 22 giugno 2015. Nei mesi successivi quell’episodio si è rivelato solo il primo di una dozzina di episodi analoghi, accaduti lungo tutto l’anno. La situazione è quasi sempre la stessa: dentro al post c’era il link a una fonte esterna, che ti direzionava all’immagine di un pesce; i rivenditori però si trovavano davanti coltivatori domestici genuinamente spaventati con in mano dei fogli usciti da una stampante. Alla fine, nel clima da ufficio è anche un modo di farsi una risata, magari alle spalle di qualche sprovveduto che non campeggia su internet ogni minuto del suo tempo libero e non ha fiutato la bufala nei primi tre minuti. Dall’altra parte il mercato su cui lavorano le ditte come la mia è fatto soprattutto di coltivatori sessantenni e hobbisti che identificano i periodi di semina a partire dalle fasi lunari; la rivoluzione digitale li ha toccati di striscio, e perlopiù in modi paradossali. Nel mio caso, ad esempio, il paradosso è di essermi trovato più volte nella condizione di dover provare un negativo e finire in una situazione lynchiana in cui un mio cliente mi chiede di dichiarare in carta intestata che -diocristo- secondo la mia ditta quella cosa che hai letto su internet è falsa e la coltivazione domestica del broccolo non risulta interdetta da alcuna normativa internazionale. Ma come si fa a spiegare a un povero cristo che il portale da cui ha raccattato la notizia è affidabile per tutti i giorni dell’anno a parte uno? Il risultato, diciamo così, è questa circolare che purtroppo non ho ancora spedito.

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Gentile Cliente,

le persone che abitano dentro ad internet passano settimane e settimane a programmare esilaranti scherzoni del cazzo da pubblicare sul loro sito/pagina facebook il giorno primo aprile. Si siedono a guardare e godono come dei verri quando qualcuno le condivide inavvertitamente, prendendoli per reali senza dare un’occhiata alla data di pubblicazione.

Ci tengo personalmente a puntualizzare che, una volta usciti dalle logiche di certi automatismi sociali contemporanei, queste cose non fanno ridere. Non parliamo tanto dell’aggregato, quanto di una ragionevole approssimazione della realtà secondo cui nessuno di questi cosiddetti pesci d’aprile abbia mai fatto ridere, nonostante vada avanti da quando possiedo un computer e una connessione ad internet, l’abbiamo fatta tutti ed è difficile pensare che il prossimo anno andrà peggio. La sua lamentela, anzi, è indice del fatto che ormai ciò che viene raccontato su internet non rimane più ad uso e consumo del fantomatico “popolo di internet”, e sta influendo sempre più radicalmente nella vita di ogni giorno, fino a giungere all’ordo dei Suoi clienti.

Questo è senza dubbio un dato preoccupante. Da anni sogno di venire narcotizzato la sera del 31 marzo e svegliarmi un po’ stordito alle 7.30 del 2 aprile. Purtroppo ho deciso di condurre la mia esistenza all’insegna del chissenefrega, e di solito non do così tanto peso a queste questioni, limitandomi ad accettare l’idea di non poter leggere articoli d’informazione il giorno primo aprile a meno di non essere disposto a buttare via tempo per debunkare il tutto.

Credo di parlare a nome della mia ditta, e delle ditte mie concorrenti, nel sostenere che sarebbe atto di cortesia, almeno per i siti con un briciolo di reputazione e credibilità, togliere la pagina dello scherzone alle 23.59 del primo aprile, in modo da evitare malintesi e far sì che i loro scherzoni del cazzo non abbiano ripercussioni sul lavoro del ns Ufficio Ordini nei giorni/mesi successivi. Va detto tuttavia che l’impostazione bullista dell’internet contemporaneo considera la cortesia un concetto antiquato e palloso, orribilmente riconducibile al pre-internet (un’epoca barbarica in cui le persone ancora rischiavano la faccia di persona per attaccarti un pesce di carta dietro la schiena) (e sì, nel nostro ufficio c’è ancora chi lo fa) (venendo giustamente pestato a sangue).

Nel caso di specie, tuttavia, e riferendoci all’articolo che Lei ci ha gentilmente faxato, ci sentiamo di assicurarle che anche il prossimo anno nessuno dei suoi clienti verrà pestato dalle forze dell’ordine per aver piantato pomodori nel suo orto domestico. Diverso, purtroppo, il discorso per le piantine che Lei sta coltivando all’interno della sua vasca da bagno.

Cordialmente,

Francesco Farabegoli
Ufficio Commerciale
Rutferrhedshed s.p.a.

Black Mountain IV

blackmountain

Wilderness Heart era un capolavoro, e un disco coraggioso. In un momento in cui i canadesi Black Mountain erano diventati un punto di riferimento per la psichedelica sviaggiona di quegli anni, Stephen McBean aveva iniziato a sentirsela stretta ed era uscito fuori con un pugno di canzoni che erano vintage puro, di vaghissima impostazione southern rock. Sembrava stupidissima e si rivelò uno dei dischi di canzoni più belli e duraturi di quegli anni.

IV non è Wilderness Heart, nemmeno alla lontana. In effetti, a parte il numero ordinale nel titolo, IV sembra voler far dimenticare che Wilderness Heart sia mai uscito. Boh, saran contenti quelli a cui faceva cagare.

Odio i Primal Scream in generale (ma Chaosmosis è comunque un campionato a parte)

Tutti bauhaus

Tutti bauhaus

La fama dei Primal Scream, il loro prestigio artistico, la ragione stessa della loro esistenza e della loro reputazione, si fonda su un assunto di base condiviso da tutti quelli che ascoltano la musica –nonostante sia sbagliatissimo. L’assunto è che esista una storia del rock ed esista una storia della musica dance, che si sono sviluppate più o meno in parallelo e non sono mai venute a patti l’una con l’altra fino a che qualche visionario inglese non è arrivato, verso la fine degli anni ottanta, a mettere insieme le cose: Stone Roses, Primal Scream ed Happy Mondays tra tutti.

La mia teoria è che questo genere di postulati della storia del pop siano appunto dei postulati, delle cose non dimostrabili che la gente a furia di sentirne parlare dà per scontate. In questo senso, l’idea che non esistesse una dimensione comunitaria tra quello che tra virgolette chiamiamo rock e quella che tra virgolette chiamiamo dance, e che poi ce ne sia stata una, non è molto differente dall’idea che –ad esempio- punk e metallari si siano menati ogni volta che si sono incontrati, per tutti gli anni ottanta. O che, non lo so, l’hip hop sia il punk dei quartieri neri.

È un po’ paradossale perché se guardiamo almeno al primo decennio di grossa esposizione, gli anni sessanta, il cosiddetto “rock” era concepito come musica da ballare e come tale veniva consumato. Suppongo che Satana e la psichedelia siano arrivati dopo, in un momento in cui la dimensione danzereccia iniziava a stagnare un po’ e bisognava inventarsi qualche novità per tenere sveglia la gente. Al contempo, la musica da ballo ha superato il rock e si è posta come un genere indipendente, con caratteristiche sempre più peculiari e sempre meno comunicanti con il rock, come del resto era lecito supporre. E giustamente, entrambi i macrogeneri hanno avuto una miriade di sviluppi assolutamente coerenti con la propria evoluzione e hanno generato musiche sempre più di nicchia e sempre più interessanti. Da questo punto di vista l’operazione fatta da gruppi come Primal Scream e Stone Roses nell’unico periodo in cui –a ragion veduta- sono stati rilevanti per la cultura musicale, è stata un’operazione di sciacallaggio e/o un gesto di cui sarebbe stato lecito fare a meno.

Non sono nemmeno stati gli unici. Dopo decenni di riviste musicali non ho ancora capito, ad esempio, cosa abbia fatto di preciso Bobby Gillespie che altri artisti non esattamente oscuri (che so, i New Order) non abbiano fatto prima e meglio. Saranno pure problemi miei.

La storia la conoscono più o meno tutti: Bobby Gillespie suonava la batteria nei J&MC periodo figo e li lascia per fondare un gruppo di pop psichedelico chiamato Primal Scream. Dopo un paio di dischi di merda media fattura incontrano un dj di nome Andrew Weatherall e, grazie a qualche suo intervento, il disco che fanno uscire nel 1991 diventa un’opera capitale della musica pop di quegli anni, riporta il rock nelle piste da ballo e viceversa, rimette in discussione tutto quanto quel che pensavamo della musica. O anche no, naturalmente: tutto era già successo prima, e Screamadelica è soprattutto un ottimo disco pop se vi piace quel genere di cose (se non vi piace quel genere di cose, non è nemmeno quello). Eppure, in qualche modo, i Primal Scream hanno mantenuto un residuo di credibilità fino ad oggi, pur proponendo una fusione che -oltre ad essere stronza per principio- ha fatto fuori tutti quelli che han provato ad avvicinarcisi: industrial metal, techno-metal, The Music, Kasabian eccetera. E quel periodo assurdo in cui il giradischi doveva diventare la nuova chitarra? Dove l’avete nascosta la vostra copia di Fat of the Land? Brr. Ecco, scientificamente era abbastanza normale capire che sarebbe successo. Che chitarre e campionatori avrebbero seguito le loro naturali evoluzioni senza dare ascolto a quelli che li scomponevano per riportarli a qualche insulso minimo comun denominatore con cui svoltare un paio di singoli che sarebbero stati poi sommersi dalle risate del tempo che passa, come il rap-metal e tutto il resto di quegli incroci che andavano prima che i rockettari scoprissero che potevano comprare i dischi degli Autechre senza sovrapprezzo. Ma forse questa è solo una mia incapacità di vedere quel che succede e dischi tipo Remanufacture sono stati ascoltati anche da non metallari. Sta di fatto, comunque, che a parte sporadici tentativi di riportare questa merda in voga, oggi l’ibridazione rock-dance non esiste più se non in forma di revival.

I Primal Scream, invece, continuano a esistere e a incassare. A tutt’oggi il loro pezzo più conosciuto, almeno qui in giro, è ancora Rocks (un rigurgito jaggeriano, una specie di contrappasso storico). Il disco che la conteneva era talmente brutto che il suo essere così anacronistico e a caso passava quasi per un pregio, Vanishing Point provava a rimettersi in carreggiata con le “sperimentazioni” cercando di mettere insieme uno spettacolino oscuro e quasi-triphop, e se la critica l’avesse ascoltato con un briciolo di cognizione di causa avrebbe preso Bobby Gillespie a calci in culo (e parliamo di quello che tutto sommato è il loro miglior disco). XTRMNTR usciva come disco politico e si risolveva in una cafonata technorock “politica” così dozzinale che al confronto l’avvento dei Rammstein era un bagno di realtà. Tutte le volte che prendevi in mano un loro disco toccava fare lo sforzo di immaginarsi un futuro di sette o otto anni prima, capire che le cose sarebbero potute andare diversamente ed accettarla come una specie di visione a metà tra retro futurismo e negazionismo puro. Che poi non era manco un problema dei Primal Scream, i quali in linea di principio erano soltanto un gruppo di mezzi tossici che si facevano il trip dell’artrock ad ogni costo. Quello che prendeva male era vedere tutti esaltati a bestia con questi dischi che non stavano a dire un cazzo e da cui se andava benissimo potevi tirarci fuori sì e no un singolino (lo dico per quelli che almeno il remix di Some Velvet Morning lo salverebbero: non è colpa vostra, è colpa loro). Seguendo questo filo di pensieri, tutto sommato, un disco come Chaosmosis almeno è un briciolo onesto nel non sfoggiare nemmeno più quell’assurda patina di contemporaneità a cui persino Beautiful Future ci costringeva. Un accrocchio di numeri pop rock da Virgin Radio costruiti stile mostro di Frankenstein con in mezzo tutta la fuffa che serviva a fare il minutaggio e Gillespie mai così in parte a sfoggiare quell’atteggiamento da vorrei essere il più lontano possibile da qui. E a questo punto diventa davvero piacevole sedersi e guardare chi ha ancora il coraggio di mettersi a fare il tifo per un disco come Chaosmosis –se fino a qui era fede, ora siamo davvero dalle parti di un culto millenarista popolato di potenziali kamikaze.