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(fine)

Questo è l’ultimo post che scriviamo su Bastonate.

Esistiamo dal maggio 2009 e abbiamo scritto 2113 articoli. L’archivio rimane tutto online e abbiamo ripristinato una colonna di navigazione per aiutare a muovervi dentro al sito. Continueremo a fare uscire, in maniera molto sporadica, la newsletter Bastonate Per Posta. Se volete iscrivervi, o anche solo sapere di che si tratta, cliccate qui.

Per tutto il resto ci si becca in giro. Matteo ha scritto una cosa, sta qui sotto. La lista delle persone da ringraziare per questi nove anni è talmente lunga che anche solo pensare di provare a stilarne una ci fa paura. Però davvero, grazie. 

Francesco

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È stato naturale, mi è stato chiesto e ho detto di sì. All’inizio eravamo in quattro, uno dei quali non ha mai scritto una riga; lo vedevo nella lista dei collaboratori, poi non l’ho visto più. Non c’era una linea, la sola vaga idea era parlare di musica ad alto volume di cui fregasse zero al 99.9 periodico e moltissimo allo zero virgola, dissociati ossessionati che probabilmente non esistevano da nessuna parte se non nelle nostre teste. L’ho presa alla lettera, iniziando a parlare di cose di cui non avevo letto da nessuna parte in nessuna lingua o quasi; a volte era roba che mi era capitata tra le mani quando scambiavo cassette per posta, altre volte roba di cui ricordavo di avere letto su qualche fanzine che da allora trattenevo in memoria, altre invece roba che avevo scaricato a caso da mikeattacks tra il 2002 e il 2003 di cui nessuno ancora aveva parlato – per chi non c’era, mikeattacks è stato il vero regolatore del gusto da quando esiste Soulseek; dalle sue cartelle si sono abbeverati, direttamente o indirettamente, quasi tutti quelli che scrivono da qualche parte oggi, di più: la ragione per cui certi gruppi e certe scene hanno trovato spazio in Italia. Non la stampa specializzata, non i blog, non i social network (che allora nemmeno esistevano): le cartelle di mikeattacks su Soulseek.
Poi sticazzi anche di quel proposito; chi c’era buttava su la qualunque, in qualche modo il quadro globale aveva un senso per qualcuno oltre a noi. Io ho cominciato a scrivere delle cose che avevo visto o volevo vedere, una via di mezzo tra appunti sparsi alle sei del mattino di ritorno da una serata chissà dove e qualcosa nelle intenzioni ispirato alla rubrica di Red Vynile su Frigidaire: sentivo qualche cazzata detta da qualche estraneo sull’autobus, in un negozio di dischi, a un concerto, la riproponevo alzando ulteriormente l’asticella dell’ignoranza. Non rileggevo, mai riletto una riga, nemmeno per correggere la punteggiatura; buttavo su e basta. Certo il 99.9 della mia merda oggi mi farebbe scappare via urlando, l’altro zero virgola mi farebbe ponderare la mia mortalità, ragione per cui ho sempre evitato.
Vivevo abbastanza disconnesso, sempre in bilico tra il pezzo della Rollins Band ma reale e il pezzo dei Face To Face senza la poesia; mettere in fila una parola dietro l’altra per molto tempo è stata la mia zattera, il relitto a cui da naufrago mi aggrappavo per restare a galla. Poi tutto tornava a essere il terrificante casino che stare al mondo comporta, ma intanto per qualche quarto d’ora ne ero fuori e tanto bastava. Non era niente, ma per me era importante.
Per quel che mi riguarda il primo stop è stato forzato, otto-dieci giorni che diventano settimane, poi mesi, al ritorno solo macerie. Poi un altro stop forzato, dopo il quale è diventata una necessità, la parte con un senso della giornata.
Poi è semplicemente diventata pesante. Immagino che la conclusione sia comune, altrimenti non leggereste questo ma altra roba, con altri toni, a scadenza più o meno regolare. Mai avrei pensato di chiuderla così: consunzione, lasciare andare senza la parola fine scritta da qualche parte, questi sono gli scenari che conosco meglio. E invece; c’è sempre una prima volta. Diceva bene Lindo quando diceva che la prima fa sempre male; intanto, nel caso, mi metto avanti passando direttamente alla quarta.
Non riscrivo la prima delle mie rime semplicemente perché non ho mai scritto una rima; come se lo stessi facendo in questo preciso istante.
Bella

Matteo

è televisivo, è nazionalpopolare, fa discutere.

“La verità è che ci rode non aver più 15/20 anni ed essere lì, a strafottersene, a guardare il concertone dal vivo, ancora lontani dai veri problemi e invece a gridarli come se fossero già nostri, a sventolare bandiere ma anche no, a pensare domani di far buca a scuola, a cantare, ballare, bere e pomiciare. E invece siamo qua sui nostri computer a commentare la festa un po’ incattiviti, a fare la pulce ai cantanti, perché noi dentro quella festa non ci siamo più.” Lo dice un mio contatto Facebook, spiazzandomi sensibilmente: non so quanti di voi hanno mai considerato –anche alla lontana, anche per fare un favore alla morosa o non so manco io che altro- di prendere un treno e andarsi a vedere il concerto del Primo Maggio in piazza San Giovanni. A me non è mai capitato. Sono quegli impulsi legati al rock di massa a cui non sono mai riuscito ad accordarmi nonostante io sballi per il rock di massa dal giorno uno –tipo quelli che vanno a vedere Arezzo Wave, presente? Non so, mi fa proprio schifo l’idea. Questo per dire che forse sull’argomento in essere sono un po’ insensibile, e magari indegno d’aprir bocca, non so. 

Sono rimasto inchiodato al muro da quella cosa che scrisse Luca Frazzi vent’anni fa: “a chi servono, se non a se stessi, i CSI primi in classifica?”. Mi torna in mente una volta a settimana, e anche di più quando le contingenze lo richiedono. Ad esempio oggi è il 2 maggio e ancora infuria il dibattito in merito al Concertone. Il Concertone (nomignolo del tradizionale Concerto del Primo Maggio in piazza San Giovanni a Roma) è una sorta di Sanremo per indierockers all’amatriciana: è televisivo, è nazionalpopolare, fa discutere. Il fatto di non essere Sanremo e non avere quel tipo di selezione all’ingresso (a Sanremo si preferiscono gli anzianotti e i giovani che potrebbero passare per tali) ha reso inevitabile che il bill di ogni edizione si costruisca sulla base dello scontro ideologico tra la volontà di essere cutting edge, di rappresentare in un contesto televisivo/nazionalpopolare la musica di oggi, e l’incapacità strutturale di essere cutting edge in un contesto televisivo/nazionalpopolare. Il fatto è che questo scontro ideologico è talmente alla luce del sole da far sì che il Concertone sia impossibile da amare davvero e impossibile da criticare fino in fondo. Al di là delle questioni politiche, in effetti, le discussioni in merito al Concertone sui social seguono tutte una manciata di direttrici. E vado ad elencare: 1 com’è possibile che in questo paese esista ancora un pubblico che riesce a sentirsi rappresentato politicamente o musicalmente da Teresa De Sio e dai Modena City Ramblers? 2 Come si può permettere a gente come Galeffi di calcare indisturbata un palco che fino a 10/15 anni fa competeva agli Afterhours? 3 Chi cazzo è Galeffi?

Fine. Poi naturalmente ci sono le contropolemiche: perché siete infastiditi (il generico voi che chiama in causa una fantomatica maggioranza silenziosa di hater e mezzeseghe) dall’esistenza di Teresa De Sio? Perché non date una possibilità a Galeffi? Perché fate così orgogliosamente sfoggio della vostra ignoranza? Poi ci sono le contro-contropolemiche e i vari gradi di giudizio, tutte cose che moltiplicano i livelli di astrazione legati allo scrivere di musica in quel modo che ti mette in imbarazzo quando ti rileggi a due o tre giorni di distanza; poi arriva qualcuno che chiude i conti sentenziando “e comunque il concerto di Willie Peyote era tutto esaurito”, ché noi si parla male degli artisti per ridurgli il flusso di cassa. Però tutto questo chiacchiericcio è così grosso e pervasivo da far nascere interrogativi più interessanti in merito al Concertone, e alla situazione di quella musica lì in Italia. Metto i primi tre che mi vengono in mente.

1 Perché Sfera Ebbasta e Cosmo sono cutting edge e la Bandabardò no? Voglio dire, è vero che la patchanka ha sfrangiato i coglioni, ma almeno ci si è attaccata addosso come un brutto male e ha generato un senso identitario e geografico forte, il quale per giunta non mi sembra abbia più grandissima rappresentanza al di fuori della Puglia. Ecco: a che cazzo serve uscire dalla patchanka se l’unica alternativa percorribile sembra esser figlia di trent’anni di puttanate imperialiste senza identità?

2 Visto e considerato che a gente come Agnelli e Brunori vengono affidati programmi televisivi su base regolare, che entrambi vanno a ramazzare nello stesso bacino del Concertone senza fare una piega, che la stampa di settore tende a sbrodolarsi le mani sui risultati artistici di tali programmi e tutto il resto, chi cazzo se ne frega di chi suona al Concertone?

3 Altra domanda: avete mai conosciuto un gruppo per via del fatto che ha suonato al Concertone? Questa in realtà è una domanda seria: a me non ne viene in mente nessuno a parte i i Bud Spencer Blues Explosion, una cosa di cui non mi sento particolarmente grato alla CGIL.

Ambivalenze

Domani saranno passati esattamente 12 anni dalla release dell’ultimo disco dei Tool, che si chiamava 10000 Days e non era un bel disco. Oggi i Tool hanno postato il primo pezzo di musica da allora, anche questo totalmente dispensabile. La notizia del ritorno dei Tool viene purtroppo oscurata dal fatto che oggi anche gli ABBA (i Tool svedesi) hanno annunciato il ritorno sulle scene dopo essere rimasti nel congelatore 35 anni. Di mia parte ho sentimenti ambivalenti: non credo che possano davvero cambiare il giudizio su di loro e sui loro fan, i quali stanno ripassando da mesi la serie di Fibonacci nell’attesa del nuovo disco, ma ogni volta che penso a quanto mi fanno schifo ormai i Tool mi torna in mente questo video e penso sempre, insomma, bella Maynard.   

Madonna che schifo Jon Hopkins

Insomma oggi esce un nuovo pezzo di Jon Hopkins che si chiama Everything Connected e lo trovate qui. Spoiler: sembra che il disco nuovo, di cui EC è l’anticipo, non si discosterà dal discorso generale che Hopkins aveva intrapreso con il pluridecantatissimo Immunity. La cosa curiosa è che un paio di giorni fa è uscito un meraviglioso articolo sul foglio, firmato da Camillo Langone (il quale, ricordiamolo, scrisse il celeberrimo Togliete i libri alle donne: torneranno a far figli) e intitolato Ascoltare Ghali al mattino rischia di rovinare la giornata. La teoria dell’articolo è piuttosto particolare, in sostanza lo critica perché

1 è in generale un artista di merda

2 non è vero, come dice Saviano, che ha l’accento milanese.

3 non è vero che il flow di Ghali può convertire i nazi, vedi ad esempio l’odierna ondata fascioislamica.

E lo ringrazia per avergli salvato la giornata, perché per pulire le orecchie ora sarà necessario ascoltare fino a sera Jon Hopkins. Per il quale Langone spende una definizione di tre parole: “elettronica elegantissima, europeissima”.

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È vero che le persone di una certa estrazione culturale e con un percorso professionale di successo (coloro che io chiamo Gli Scopati) consigliano di passare oltre, non mischiarsi con certa marmaglia e non essere infastiditi dalle cose che scrivono i Camillo Langone, ma voi come vi sentireste se vi foste trovati al posto mio? In uno degli articoli sulla musica più brutti che ho mai letto l’autore mi mette a conoscenza del fatto che io e lui abbiamo almeno DUE gusti in comune. Ghali non mi ha mai detto un cazzo, Jon Hopkins lo ascolto volentieri. Immagino sia lo stesso tipo di straniamento politico-musicale che i faberiani sperimentano ogni volta che Matteo Salvini si ricorda di dichiarare pubblicamente il suo amore per De André (un altro bellissimo video del fine settimana è quello di Gianni Alemanno che legge L’Avvelenata e confessa la passione sfrenata che i giovani militanti di destra avevano per Guccini negli anni settanta), o anche il motivo per cui magari i Pearl Jam mi piacciono pure ma di portare la maglietta non se ne parla: non vogliamo essere associati a certa gente. Voglio dire, è roba che mi succede quasi inconsciamente. Così magari ti trovi anche a sopravvalutare certi discorsi musicali e ti trovi di fronte ad effetti collaterali del tutto indesiderati. Ad esempio, Camillo Langone voleva tirare soltanto due insulti a Ghali, e senza volerlo ha fatto il dim mak a Jon Hopkins. Oggi ho riascoltato Everyhing Connected, la quale non sembra discostarsi dal discorso generale che Hopkins aveva intrapreso con il pluridecantatissimo Immunity, e di averla trovata una vera merda. Cioè, pensateci: finché se ne va via tranquilla con quell’incastro ritmico a inseguimento alla JonHopkins-maniera è bella e tutto, ma se uno s’ascolta con un briciolo d’attenzione l’esplosione wagneriana della seconda parte del disco

(non ho un retroterra classico; quando dico “wagneriano” intendo “operistico, pomposo e ideale per essere sfottuto da Woody Allen o suonato dagli altoparlanti di un elicottero nel momento di dover assaltare un villaggio nel sudest asiatico”)

è proprio l’esatto motivo per cui Langone si può permettere di ascoltare un disco pensato per la ballotta e chiamarlo, orgogliosamente, “europeissimo”. Madonna che schifo Jon Hopkins.  

Soulfly – s/t (vent’anni dopo)

Sottotitolo: perché uno dei dischi più brutti e tristi della storia dell’heavy metal continua ancor oggi a godere di una certa qual reputazione artistica?

Il ’98, musicalmente parlando, è una bestia strana. Se lo mettiamo a confronto con la sbornia dei ventennali con cui abbiamo riempito i fogli negli ultimi 5 anni, è un anno relativamente scarico. Ci sono dischi con cui abbiamo molto a che fare anche oggi, ad esempio il disco dei Neutral Milk Hotel, ma tutto sommato è roba che fa la sua figura più oggi che allora. In quell’anno sono usciti tanti dei miei dischi preferiti, specie di estrazione rock: End Hits, Up, Philophobia e roba simile, ma se andiamo a guardare di fino sono più passioni personali che opinioni condivise. Il fatto è che il ’98 forse è il primo anno musicale in cui abbiamo davvero a che fare con la morte dell’immaginazione: il grunge è finito, il punk melodico è finito, il britpop è finito, la dance di orientamento pop-rock è praticamente finita. Non è che non ci siano movimenti musicali importanti, ma per la prima volta sembra che nessuno di questi sia destinato a diventare il nuovo mainstream. La principale cosa musicale che sta succedendo a livello di immaginario è che dopo anni di tentativi in provetta, quasi tutti di successo commerciale, tutti si sono convinti che la strada per il futuropassi per l’incrocio tra generi. Il metal è totalmente allo sbando, ma ancora non ce ne stiamo rendendo conto. I gruppi grossi della prima spremitura anni ’90 (Pantera, Type O Negative e simili) hanno ceduto il passo alla generazione immediatamente successiva, quella dei vari Korn/Deftones/Machine Head: per la prima volta nella storia del genere, la generazione successiva suona meno duro della generazione precedente. Il metal estremo registra la cosa e decide di asserragliarsi sulle proprie posizioni; dal punto di vista del sangue blu il gruppo-guida del periodo sarebbero i Sepultura, ma i Sepultura si sono sciolti l’anno precedente.

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La storia delle origini dei Sepultura non è molto diversa da quella delle altre band: ascolti qualche disco heavy metal, ne rimani folgorato, metti su un gruppo. Poi ascolti qualche disco heavy metal più violento di quelli che avevi ascoltato, la testa ti esplode e decidi di iniziare anche tu a fare a gara a chi suona più duro. La prima particolarità dei Sepultura è che questo succede a Belo Horizonte, nel sud del Brasile, in un periodo nel quale il Brasile è ancora identificabile come terzo mondo. In questo la biografia dei Sepultura ha qualche parentela con le storie raccontate in documentari come Heavy Metal in Baghdad, i film che raccontano il bisogno di essere metal in realtà che dal punto di vista politico sociale ed economico sono ai margini del mercato mondiale (cioè di essere metal in un posto dove essere metal è inconcepibile, o magari esplicitamente vietato). La seconda particolarità dei Sepultura è che a dispetto dell’ambiente ostile da cui prendono le mosse (tipo registrare con ingegneri del suono che non hanno mai ascoltato un disco metal), sono considerati sin dagli esordi uno dei gruppi metal più interessanti sul mercato: adottati fin da subito dalla critica, esplodono soprattutto con l’arrivo di Scott Burns a produrre, all’epoca di Beneath The Remains e Arise (ancora oggi listati a merito tra i classici assoluti del thrash/death). Da qui in poi è solo questione di sapersi amministrare: si trasferiscono a Phoenix, ingaggiano Gloria Bujnowski come manager e continuano a inanellare successi: Chaos AD li trasforma in un gruppo groove metal di classe mondiale. Su Roots scrissi questa cosa qui e non voglio ripetermi. Socialmente i Sepultura sono la classica gateway drug del metal, un gruppo violento ed estremo che potevamo ascoltare senza diventare per forza di cose degli esegeti del grindgore –ma qualcuno li ha ascoltati e lo è diventato. Certe caratteristiche del gruppo hanno a che fare con l’idea della big band squassata da conflitti e segnata dalla personalità dei suoi membri, altre caratteristiche puntano a fare il piedino a tutti i discorsi sulle radici e LA SCENA ed essere sempre fedeli alla linea, qualunque essa sia.

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Lo scioglimento dei Sepultura è un fulmine a ciel sereno, in parte perché è la fine di un gruppo strategico e in parte perché si tratta di una delle storie di gossip più fastidiose della storia del metal. Le cose vanno così: i restanti membri del gruppo stanno pensando di cambiare diversi membri del loro staff e sollevare Gloria Cavalera dal suo incarico, per via del fatto che –a detta loro- le priorità della manager in questione sono sempre meno legate alla band e sempre più alla figura del marito. La notizia viene comunicata a Max Cavalera alla fine del tour di Roots: Gloria ha perso da poco un figlio ventenne in un incidente stradale. Vengono fuori rivalità e scazzi, e Max Cavalera esce dal gruppo. Da qui in poi inizia una nuova fase, segnata da un fuoco incrociato di dichiarazioni, soprattutto da parte del cantante. Le tempistiche sono curiose, perché tutto l’impianto ideologico del loro ultimo disco si fonda sull’idea di Sepultura come tribù indissolubile legata nel sangue e a cui i membri pagheranno eterno rispetto. 

Roots era un disco di metal contaminato, o comunque vogliate chiamare questo genere. L’elemento crossover è farina del sacco di Max Cavalera, a detta sua: è lui ad avvicinare il produttore dei Korn, spingere per l’inserimento di certi elementi di musica tradizionale e collaboratori più o meno extragenere (Carlinhos Brown, Mike Patton, Jonathan Davis). All’atto pratico, Roots allenta di parecchio le cinghie anche rispetto al comunque monolitico Chaos AD. Ne guadagna in dinamica e in personalità: a 20 anni di distanza è ancora un disco con un senso. Ho letto un’intervista a Cavalera, ai tempi, in cui diceva di aver già programmato i due dischi successivi della band: uno che proseguisse la via delle contaminazioni, e subito dopo un disco violentissimo. Questa cosa di avere un futuro scritto cozzava un po’ con l’idea di istinto e unanimità alla base dei Sepultura, ma non si può dire che il gruppo non avesse gestito oculatamente il proprio progresso fino a quel momento.

Se aveste chiesto ai Sepultura chi fosse il genio del gruppo mentre il gruppo era in vita, probabilmente avrebbero iniziato a menarla con la storia della magica alchimia. Effettivamente i Sepultura erano una macchina da spettacolo piuttosto eterogenea. Le cose più particolari nella musica del gruppo le mettono Kisser e Igor Cavalera: la chitarra solista di stampo quasi psichedelico, le batterie tribal-industriali che poi verranno copiate da migliaia di epigoni. Max Cavalera era un frontman di razza: la sua capacità di entrare in contatto con il pubblico, per giunta in una lingua di cui conosceva sì e no i rudimenti, era quasi sovrumana. Nel momento di separare i letti i tre membri superstiti hanno conservato il nome e cercato un cantante. L’altro ha cercato un nome e dei musicisti.

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Max Cavalera non se la sentiva di fare un disco solista, e così fondò un gruppo. Aveva un certo ascendente sulla scena crossover, in fondo ne era il fratello maggiore: parlava bene dei gruppi, frequentava i musicisti. Ne chiamò svariati per aiutarlo a mettere insieme il disco: Fred Durst dei Limp Bizkit (prima che diventasse Fred Durst e basta), Chino Moreno, Benji dei Dub War. Anche il gruppo era stato fondato dentro al giro; lui aveva scritto un pugno di canzoni. Per essere esatti più che scrivere aveva provato a riscrivere le canzoni di Roots, ricicciando la stessa idea terzomondista e lo stesso pantheon di personaggi del folklore amazzonico, con l’aggiunta degli stessi strumenti (berimbau, percussioni tribali) e poco altro. Impossibilitato a tagliare tutto con la personalità organica della chitarra di Kisser e della batteria di suo fratello, aveva deciso di spingere sul pedale delle ibridazioni: dentro al calderone dei pezzi c’erano andati a finire anche due strumentali di orribile ispirazione prog rock e una inqualificabile cover di Jorge Ben. Per la produzione Cavalera aveva deciso a ri-affidarsi a Ross Robinson, che nel ’98 era ancora il produttore più richiesto nei quartieri alti del metal (e in quell’anno avrebbe fatto uscire il manifesto ideologico del RobinsonSound, l’omonimo degli Slipknot). Al centro dei testi: le autocelebrazioni, la disputa coi Sepultura, la morte del figlioccio e tutte le cose che già stavano dentro a Roots. Il disco, il gruppo e la più brutta canzone contenuta nel disco si sarebbero chiamati Soulfly. 

Le audizioni per trovare il nuovo cantante dei Sepultura, per un certo periodo, furono leggendarie. Per certi versi ricordano quelle che qualche anno dopo i Metallica avrebbero fatto per sostituire Jason Newsted, solo un po’ meno glamour: nomi che continuavano a saltar fuori, si dice/si dice/si dice, poca ciccia. Il problema è questo: Max Cavalera era insostituibile. Era sostituibilissimo dal punto di vista musicale: anche in tre erano talmente compatti e rodati che avrebbero potuto prendere uno stronzo qualsiasi con la voce grossa e un po’ di presenza scenica, e tirar su uno spettacolo sonoro degno dei Sepultura. Ma tutta la dimensione carismatica e di culto attorno al gruppo era andata a farsi benedire, e il gruppo l’avrebbe pagata chiunque fosse il cantante.

Paradossalmente per Cavalera era più facile farla franca: avrebbe provato a ricreare dei nuovi Sepultura in vitro, con altri musicisti, continuando a fare dichiarazioni sulla tribù e lo spirito, blastando gli ex-compagni con quel fare ascetico di chi è sempre superiore a tutti, nella speranza che il bagaglio ideologico da fricchettone fosse così insolito in quel contesto da giustificare qualunque musica si fosse poi degnato di fare uscire. Successe esattamente questo.

La differenza musicale tra Soulfly del 1998 e Roots del 1996 è la stessa che passa tra metal e nu-metal. Roots è un disco metal in ogni suo aspetto: è realizzato con l’idea di essere brutale, cattivissimo; le due variazioni sul tema servono più a far parlare della musica di quanto servano oggettivamente a cambiarla. Le pose tradizionaliste dei Sepultura dell’epoca sono pagliaccesche ed esagerate come lo può essere il metal. Soulfly invece è realizzato con la precisa idea di fare un disco contemporaneo. Le variazioni sul tema sono più numerose ma meno incisive. In Roots c’era un produttore rampante a girar manopole per conto di un gruppo con cinque dischi in saccoccia, in Soulfly lo stesso produttore è ormai affermato e s’è trovato a lavorare quasi da zero -si pensa a un suono, si fa il gruppo, si fa il disco. C’era perfino un simbolo tribale stampato da qualche parte, sai mai che qualcuno volesse tatuarselo. Entrare a far parte della Soulfly Tribe era relativamente facile, tant’è che molti ci si trovarono dentro a loro insaputa -compri il disco e diventi quella cosa lì. Rimanerci dentro, da musicisti, era più complicato: al momento di entrare in studio per registrare il secondo disco, manco due anni dopo, Max Cavalera aveva già licenziato tre membri (nelle interviste li accusò di essere dei poseur poco interessati al lati spirituali della faccenda).

Funzionò tutto a meraviglia. Soulfly vendette benissimo e venne accolto con entusiasmo: la visione musicale e il respiro etnico-tribale del disco vennero promossi a pieni voti. Il disco era bruttissimo: il poco di buono che aveva era copiato da un disco che già possiedevamo e suonato da musicisti non all’altezza. Umbabarauma, una cover metal di Jorge Ben che manco in quinta elementare, spopolò. Il Brasile perse i mondiali con la Francia in finale, la famosa storia della crisi di Ronaldo. Dei Soulfly scrisse una bella cosa Teo Segale: erano soffocati tra il bisogno di suonare quei riffoni nu-metal, e i continui richiami a una tribù i cui membri, se esistessero, si odierebbero apertamente.

I Sepultura alla fine presero uno stronzo qualsiasi con la voce grossa e un po’ di presenza scenica. Against uscì qualche mese dopo, venne sostanzialmente stroncato, vendette poco. Bastava ed avanzava a dare una visione del futuro che sarebbe toccato ai Sepultura: mestiere, testa bassa, dischi scialbi. Riascoltato oggi è un disco onesto, sicuramente non all’altezza dei dischi da Schizophrenia a Roots, ma molto più gradevole e massiccio di qualsiasi cosa a cui abbiano messo mano i Soulfly. Il tempo non è stato clemente col gruppo: i dischi successivi (che scopro oggi, con orrore, essere dieci) sono uno più brutto dell’altro. Per un disco si poteva anche far finta, poi insomma.

If 17 different things hadn’t conspired in the exact right order, we wouldn’t be sitting here.”
(The Newsroom)

Il metal funziona finché qualcuno è disposto a menare più forte di quello che era arrivato prima di lui. I miei ricordi del ’98 sono complicati: volevo ancora ascoltare il metal, ma qualcosa non andava. Lo scioglimento dei Sepultura fu la vangata finale sul corpo esanime di un genere che stava morendo. Fossero andati avanti assieme, forse l’agonia sarebbe stata rimandata di qualche anno. Nessuno ha preso il loro posto: i gruppi che seguirono non avevano la gavetta, né tantomeno la scorza, per prendere in mano le redini del genere. Può succedere. Il fatto è che riascoltare il primo disco dei Soulfly a vent’anni esatti dalla sua uscita è veramente imbarazzante.