Il miglior disco dei Blur

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Non ho ancora ascoltato il nuovo disco di Damon Albarn perchè mi sembra un musicista poco interessante. Non è una teoria, è una mancanza di interesse per il soggetto. Mi sono sentito certe sue stronzatine da solo, quella roba del Mali e The Good the Bad and the Queen, ma non ci ho tirato fuori niente che mi facesse rimanere in tiro dopo i primi tre pezzi. Poi mi è successo che mentre la reputazione dell’uomo si ingigantiva, con en passant tutte le reunion sold-out messe insieme con quell’inclinazione tipo stavolta e poi basta, mi trovavo sempre più angosciato e depresso a riascoltare gli ultimi dischi dei Blur; di Think Tank ho sempre avuto una brutta opinione, ma una volta credevo che Blur e 13 fossero la roba che li aveva resi il miglior gruppo britpop di sempre.

Stocazzo. L’ho scoperto qualche anno fa, così per caso, ripescando nelle colonne dei disastri e dei dischi che possedevo ma non avrei rimesso su neanche morto: ho dato una ripassata a Parklife ed è stato come se mi si aprisse una voragine nel cervello. Da allora lo tengo non dico sempre a portata di mano, ma non lo perdo mai di vista e tutte le volte ci tiro fuori almeno del buon tempo assieme. Nel guardare in giro per internet scopro che domani Parklife compie 20 anni tondi (non li dimostra). Mentre abbozzo pensando a quanta cazzo di roba figa compie 20 anni nel ’94, lo riprendo in mano e lo ascolto per un’altra mezz’oretta almeno. Auguri.

 

Bè, tutto l’opposto: la fregnaccia è tratta, parola per parola, da un paio di apocrifi la cui conoscenza denota la profonda solitudine di Aronofsky, che riceve per questo motivo il titolo di Master and Commander Orientalista Nerdone Supremo del cinema internazionale sezione Antico Testamento*.

*Il titolo equivalente, sezione Nuovo Testamento, è detenuto non da Mel Gibson per la filologicissima Passione, né ovviamente da quel cazzaro di Scorsese, ma dall’oscuro italiano Alessandro D’Alatri che nel suo incompreso I giardini dell’Eden (con Kim Rossi Stuart, nientemeno) cavalcava la teoria accademica che Gesù facesse parte della setta degli Esseni, regalandoci un film incomprensibile per chiunque. Maggiori dettagli sugli Esseni tra un paio di note.

(c’è un’esegesi di Noah sui 400 Calci scritta da tale Klaus Schicchi, il cui stile mi ricorda alla lontana quello di qualcuno che conosco)

 

ricorrenze

jcar
Il 26 aprile 1994 esce il primo volume delle American Recordings di Johnny Cash, serie di raccolte di pezzi suoi (pochi) misti a reinterpretazioni più o meno improbabili di pezzi altrui trasfigurati alla sua maniera (la maggior parte). Ai controlli Rick Rubin, che per far suonare un disco come si conviene è come dire Maradona con un pallone ai piedi per una partitella al campetto. Altre ne usciranno, sempre dalle parti del livello pugni al cuore senza soluzione di continuità (unica eccezione, a voler cercare l’ago in un pagliaio grande quanto l’Alaska, Personal Jesus. Meglio l’originale. Tutto il resto è come miele per gli orsi). Cash veniva da decenni di cagate dalla bruttezza e imbarazzo incalcolabili. L’estate precedente avevo sentito la sua voce per la prima volta; cantava The wanderer, il pezzo che chiude Zooropa degli U2, l’unico del disco ad avermi fatto venire voglia di ascoltarlo fino alla fine senza scappare via urlando. (Non l’avevo comprato io Zooropa, ma il padre di un mio amico a cui probabilmente ho tolto il saluto)