MATTONI: Willard Grant Conspiracy (in morte di Robert Fisher)

La rubrica MATTONI, ormai caduta in disgrazia, parla di canzoni lunghe dieci minuti e passa. Di solito è roba che compete alla sfera del metallo estremo o dell’elettronica militante ma non sempre. Oggi, ad esempio,

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Come tutti quelli flippati coi dischi ho anche io un sacco di psicosi assurde legate alla musica. Una delle più bizzarre, a cui non penso spesso, è questa: se una persona che ne sa meno di me mi fa scoprire un disco bello, soffro fisicamente. Sono stato chiaro? Mi sa di no. Cerco di spiegare.
Durante la vita ho passato un sacco di tempo a scandagliare riviste e siti internet alla ricerca di qualunque tipo di buona musica. Una delle spinte iniziali, quando diventi un fanatico di questa roba, è saperne più di quelli che vivono nel tuo condominio, e così cominci: concerti, dischi, concerti, dischi, fanze, riviste, concerti, dischi, forum eccetera. Personalmente ho anche una lista di persone che in anni di preadolescenza mi hanno sfottuto per qualche macroscopica lacuna musicale, quelli che ti sfottono perché a 13 anni non sai chi sono i Led Zeppelin, eccetera. L’indiretto protagonista di questa storia non mi ha mai sfottuto, anzi è una delle migliori persone che abbiano mai incrociato la mia vita, ma non ha passato gli ultimi vent’anni a comprare leggere scaricare. Però negli anni del liceo mi ha fatto un po’ cominciare ad ascoltare certa musica –gli devo i Pantera, Danzig, i primissimi Litfiba, qualche roba crossover, il Wu Tang, i Negu Gorriak, diverse cose hardcore vecchie. Negli anni di formazione in provincia avere a che fare con questa roba è abbastanza insolito e può portare a tracciare una specie di solco su cui poi si va a costruire un po’ tutta una narrativa personale. Oddio, sto facendo un pippone. Ricomincio.
Col mio amico andavo al liceo ed ero innamorato di lui perché aveva una testa pensante anche a 15 o 16 anni, una cosa che almeno alla mia epoca era abbastanza una rarità. Nei primi anni di università abbiamo finito per perderci, come del resto era fin troppo auspicabile, e quando ci siamo ritrovati s’era formata più o meno la nostra personalità, o quantomeno la nostra sfera di interessi. Io avevo passato gli ultimi 7 o 8 anni ad ascoltare musica di ogni tipo in modo ossessivo ed enciclopedico, lui no; lui svolgeva il lavoro per cui aveva studiato, io no; sia io che lui eravamo piuttosto ossessionati dall’idea di mangiare bene e bere bene, così insomma, un terreno comune e tante serate. Succede più o meno dieci anni fa: sono in macchina con lui diretto in qualche cazzo di ristorante in collina, lui ha lo stereo acceso con la musica bassa che viene da qualche CD fatto con gli mp3, e chiacchieriamo di cose che non ricordo, e a un certo punto inizio a prestare attenzione alla musica. È una specie di giro allucinato di rockettone psichedelico che se non sbaglio sta andando avanti da cinque o sei minuti senza cambiare mai, e ogni tanto la musica si stacca e c’è un tizio col vocione che canta, quelle voci scurissime che t’immagini nascondano un tizio di mezza età col barbone e i capelli corti, una certa qual intonazione alcolica, e poi a un certo punto la strofa finisce e mentre la musica ricomincia a suonare la voce continua a ripetere Let it roll, let it roll, let it roll e via di questo passo finchè non inizia a urlare. Non riconosco il cantante né il gruppo e questa cosa mi fa MALISSIMO, dieci anni di studio buttati nel cestino, ora dio cristo devo chiedergli che disco è, e io non voglio chiederglielo, voglio saperlo prima e magari dire “ma questo chi è, Smog?”, e lui saprebbe quanto cazzo sono serio. Vabbè. Gli chiedo chi è, e lui mi dice che sono i Willard Grant Conspiracy, che da poco hanno suonato qui in giro e io non solo me li sono persi ma manco lo sapevo perché non avevo idea che fossero fighi. Così. Gli dico di alzare, poi c’è da dire che l’altra roba secondo me funziona un po’ meno o almeno in quella macchina non funziona così bene quanto il tiratone di prima. Vabbè. Non ricordo come è andata la cena ma era la sua macchina, quindi io mi sarò ubriacato. Il giorno successivo ho scaricato il disco e l’ho messo su.
Poi da allora sono successe svariate cose, soprattutto col mio amico –io ho cambiato città, lui si è sposato e non è più facilissimo vedersi coi miei bambini e i suoi orari lavorativi eccetera, ma tutte le volte che ci vediamo per me è una cosa speciale. I Willard Grant Conspiracy li ho ascoltati per bene: il disco che contiene Let It Roll si chiama Let It Roll e come quasi tutta la loro produzione è perlopiù acustico. La voce è di un tale di nome Robert Fisher, che poi è l’unico vero e proprio membro del gruppo, il quale nel corso della sua esistenza ha operato con una cinquantina di musicisti diversi. Sono riuscito a vederlo anche dal vivo, una serata strana e molto raccolta a metà settimana. Era uscito un altro disco del gruppo, Pilgrim Road, e il palco era diviso a metà con Cesare Basile in non so quale progetto estemporaneo. C’era anche il mio amico. Fisher era pazzesco: un armadio di un quintale e mezzo seduto a lato del palco, manco un millimetro di barba, una voce assurda. Ieri s’è saputo che è morto di cancro: la sua musica qui è arrivata ma non ha fatto poi troppo clamore, quindi magari –almeno per i fanatici del folk- vale la pena perderci un’oretta e mettersi in pari. Se lo chiedete a me, conviene partire con Let It Roll: dieci minuti di folk elettrico allucinato e rumorosissimo, la voce ubriaca di Fisher che sul finale urla in un modo da far paura.

 

 

100 canzoni italiane: MI SONO INNAMORATO DI TE


All’inizio di Basquiat, il film, c’è un monologo recitato in originale da Michael Wincott (e in italiano doppiato da Mino Caprio) secondo cui tutto il mondo dell’arte dopo Van Gogh può essere visto come un continuo risarcimento. “Nobody wants to be part of a generation that ignores another Van Gogh”. Questo vale per la cultura occidentale contemporanea, della quale ci troviamo spesso a pensare a noi stessi come una scrausissima radice quadrata del cazzo. Un esempio? Vi dico quali sono le prime cinque cose che penso se mi dite “Tenco”:

1 Un’associazione/club che una volta all’anno premia le ECCELLENZE del cantautorato italiano

2 Un tizio che si è suicidato in segno di protesta perché la sua canzone era stata trombata al Festival di Sanremo prima della finale

3 Una inchiesta vecchia decenni sulla morte dello stesso

4 il verso “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare

5 una raccolta in doppio CD.

L’ordine esatto testimonia il modo in cui ho conosciuto Tenco e il fatto che mi piace ricominciare tutte le volte dall’inizio. Sono nato più di dieci anni dopo la sua morte, e fin da ragazzo ho avuto questa idea di lui come di una sorta di ultraintellettuale della musica a cui era dedicato un premio della qualità, IL PREMIO TENCO!, mica scherzi. E poi ho scoperto più o meno che era un cantante, e che aveva scritto Ciao amore ciao ed era stato eliminato a Sanremo prima della finale e si era ucciso per questa cosa, e poi ho scoperto che c’erano molti dubbi su questa versione dei fatti. Una volta su qualche rivista lessi qualcuno che diceva che “mi sono innamorato di te perchè non avevo niente da fare” era il verso più punk della storia della musica italiana perchè, boh, contraddiceva l’idea di amor cortese che imperava da secoli nello stato pontifizio o qualcosa del genere.

(Ho letto la stessa cosa anche per il FABER, vabbè)

La passione vera e propria per Tenco la devo a una tizia con cui ebbi una specie di storia nel tardo 2005. Io ero un fanatico di roba alternativa, lei no: parlammo di Luigi Tenco, non so per quale motivo, e lei aveva questo doppio CD che ascoltammo durante un viaggio. A quell’epoca non conoscevo più di sei o sette sue canzoni e quando ti arrivano addosso in un’unica sessione di due ore, insomma, tendi a sentirtelo un po’ addosso. Di Luigi Tenco si può senz’altro dire che come cantautore fosse uno che viveva in un mondo a parte, ma tutto sommato è una cosa che puoi dire anche di tanti -anche di Morgan, per dire. Però a differenza di Morgan le canzoni di Tenco hanno questa capacità fenomenale di scagliarti a calci in culo dentro il suo mondo e a farti diventare la persona che canta, assaporare quel genere di sconfitta, lo schifo per la vita, il bisogno di rivalsa e quel briciolo di sadismo sorridente: quelle foto con lo sguardo torvo ritraggono un po’ Tenco e un po’ te dopo venti minuti che lo stai ascoltando.

Alla tizia non faceva lo stesso effetto perchè l’aveva conosciuto da bambina e ci si era un po’ abituata. Diceva che Tenco era il cantante preferito di suo babbo, e che suo babbo gli aveva dato un’infarinatura su tutto quel che era successo, che era morto da giovane e che aveva questa storia con una certa Dalida e lo suonava nel giradischi il fine settimana, a volte ci cantava sopra. Diceva che suo babbo sapeva cantare benissimo: ci rosicavo un po’ perché io non ho mai sentito cantare mio babbo, e la roba migliore che ho tirato fuori dalle sue cassette è Tu cosa fai stasera di Baldan Bembo (che comunque a Sanremo arrivò seconda). In un’altra conversazione che abbiamo avuto, abbiamo confrontato i modelli paterni con cui siamo cresciuti: suo padre era un muratore innamorato della propria famiglia che ha votato a sinistra tutta la vita, mio babbo era un commerciante e un repubblicano e amava la propria famiglia ma amava anche la propria privacy.

Così, insomma, a ognuno tocca un pezzo di cultura diverso dagli altri. Quello che mi è toccato in sorte l’ho dovuto più o meno costruire da zero con quel che avevo a portata di mano, e francamente non mi sento di aver fatto tutto ‘sto gran lavoro.

Non c’è dubbio sul fatto che se stiamo dentro la canzone italiana, Tenco sia uno degli autori più brutalizzati dalle disamine accademiche e dalla saggistica di genere. È persino possibile far risalire l’idea di una saggistica di genere alla sua esistenza, come nel pippone su Van Gogh: la sua morte prematura da artista malcagato ha aperto la strada a migliaia di risarcimenti apocrifi. Una cosa sconvolgente che ho imparato ascoltando i suoi dischi: la musica di Luigi Tenco riesce miracolosamente a sostenere il peso della sua leggenda. Il problema se mai è la leggenda in sè e per sè. La rettorica stronza con cui viene tramandata fa sì che il suo mito di artista tormentato e pieno di demoni continui a perpetuarsi da cinquant’anni con sempre maggior cattiveria, e l’idea purista di un Tenco-autore che colpiva bersagli che tutti gli altri hanno mancato di brutto è un postulato del cazzo che ha infestato l’immaginario della critica bene per decine di anni senza darci la possibilità di smarcarci e ripensare la musica daccapo. Il fantasma di Luigi Tenco è così ingombrante da essere diventato contestualmente lo spettro di una “canzone d’autore” italiana, spietatamente snob, irragionevolmente “impegnata” e sistematicamente incompiuta/inespressa. Uno spettro che se nella fase di concepimento dell’idea è riuscito ad imporre un’estensione dei confini di ciò che era consentito o non consentito fare con la canzone, di lì a breve ha fornito le condizioni per un’onda di riflusso e per l’imprigionamento del canone musicale del pop italiano “colto” all’interno di un circolo di eletti. Il quale, nell’ultimo paio di decenni, è riuscita ad unificare tutti i suoi sottogeneri di riferimento (indie/alternative, cantautori con 50 anni di storia, rap intellettuale, canzone militante) e formattarli in una forma mentis volta a cantarsela e suonarsela -cose come il Premio Tenco, appunto. Il tutto in virtù di una malinterpretata “osservanza”, che ha tolto alla musica ogni possibilità di farsi notare se non nell’aderenza pedissequa a un canone qualitativo che da quarant’anni e passa nessuno si sente obbligato a modificare nella sostanza. Come a dire che tutto il discorso attorno a Tenco, per quanto mi riguarda, è destinato a franare miseramente intorno al modo in cui sono stati gestiti il suo messaggio e la sua eredità spirituale.

Una visione alternativa è quella secondo cui abbiamo bisogno di storie alla Luigi Tenco, di artisti che muoiano in giovane età o che per altri traumi di vario tipo non siano abilitati a proseguire la loro carriera fino al momento in cui siamo costretti a vederli dissipare quel briciolo di ragion d’essere nell’ennesima ospitata in qualche evento televisivo, canzone donata a qualche popstar del momento, disperato tentativo di rivedere il suono e rimanere sulla cresta dell’onda, ospitata di un rapper eccetera. Da lì in poi dipende da chi gestisce il tuo patrimonio artistico, e in questo la musica di Tenco funziona due volte: confrontata agli standard della canzone italiana, la sua roba è così radicale e respingente da rendere quasi impossibile lo sfruttamento da parte di stronzi e casi umani, contrariamente a -che so- un Battisti (uno la cui prima fase è stata così brutalmente sciacallata dalla macchina dello spettacolo e del pensiero debole che l’ambizione di salvaguardare un brandello della sua eredità spirituale ha imposto a Velezia di passare il resto della sua vita col fucile in mano). Questa cosa, forse, ha continuato a salvare Luigi Tenco. Il suo operato continua ad apparire rispettabile nonostante i massacri di Ciao amore ciao perpetrati a sangue freddo da chi tira i fili dei Mengoni e delle Ferreri del caso, è rimasto asciutto dal fanatismo che ha massacrato la musica del FABER. Non ha molta importanza quanto si possa essere disposti a svendere Tenco: dopo un po’ nessuno avrà voglia di comprare.

Il cinquantennale della morte di Luigi Tenco è una cosa per appassionati hardcore e gente che ha passato la vita ad inseguirlo: si tratta di tanta gente e io lascio volentieri il passo. La mia canzone preferita di Tenco è Mi sono innamorato di te, scelta scontata, quella con la linea di testo che conoscono tutti, quella di cui si è parlato di più. D’altra parte se lasciate la disamina di Tenco in mano agli ultras vi ritroverete a leggere centinaia di pagine sbrodolanti che imputano al cantante l’invenzione della canzone d’autore, della canzone di protesta, della canzone popolare e (in casi fortunatamente rari) del punk. Se andate sul tranquillo e cercate “Tenco” su google, tra i primi risultati oggi c’è un articolo che si intitola “perchè Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco è da considerarsi poesia”. Se provi a spiegarla la rovini, se provi a suonare una cover ne esci con le ossa rotte. Io di mio sono contento di averlo conosciuto relativamente tardi, verso i trenta, lo riascolto di tanto in tanto e ci tiro fuori sempre qualcosa di buono.

Oh, e comunque io e la tizia stiamo ancora assieme. Ogni tanto nostra figlia costringe il nonno a cantarle una canzone. Roba dai cartoni Disney, niente Tenco per ora.

Una per i cinquanta di Mark Kozelek

 

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Arriva sempre il momento del cambio di velocità, di stile, di scena. Un dettaglio prende il sopravvento sul resto, il corso dell’esistenza slitta senza lasciare il tempo di accorgersene, fino a quando la situazione si assesta, la mutazione si arresta, e da lì in poi a posto così. Fattori esterni, quasi sempre connessi allo scorrere del tempo; inventario dei dolori, dell’attaccatura dei capelli, delle esigenze della vita. Scendere a patti, abbassare gli standard; in una parola, starci. Il più delle volte viene assimilato e digerito come un cambiamento in meglio; altre, il risultato un mix di accettazione, non potere o volere fare altrimenti, adattamento e/o resa incondizionata (variabili le percentuali). Comunque il risultato è sempre lo stesso: chi era qualcosa diventa qualcos’altro, il precedente qualcosa non tornerà mai più. Restano i ricordi in chi vuole o può ricordare.

L’incarnazione attuale di Mark Kozelek va avanti più o meno dal 2005; la deriva farsesca è affare più recente, coinvolge strettamente l’uso improprio di canali inutili, attaccare briga con nullità per motivi inesistenti e qualche pugno di clic, probabili implicazioni cliniche tenute a bada in modi che ignoro, una sfera virtuale che amplifica distorce deforma il reale in perfetta corrispondenza con i tempi che corrono. Un cerchio che comunque si chiude, da una forma di autismo a un’altra forma di autismo, cambiano il conto in banca e il battage mediatico.

Mark Kozelek nasce il 24 gennaio di cinquant’anni fa in un paese nella contea di Stark che ritornerà spesso nelle sue canzoni, come del resto qualsiasi altro luogo, persona o situazione abbia incrociato lungo la strada. A costruire il personaggio penserà fin dalle prime interviste, scostanti e imbarazzanti (per l’interlocutore) dal giorno uno, che restituiscono il totale di un James Dean in sedicesimi che resta vivo, senza patente e con la chitarra al collo: si dipinge tossico all’età di dieci anni, in contemporanea impara i rudimenti dello strumento che non abbandonerà più. A quattordici si disintossica, quel che verrà poi il risultato. A diciotto inizia a scrivere pezzi suoi, hardcore il veicolo primario; suona in giro, come piace dire; molti gruppi, poco o nulla di anche solo lontanamente rilevante. Fino al momento in cui rallenta i tempi più verso zona bradicardia, diminuisce progressivamente la distorsione fino ad assestarsi a livello Neil Diamond, a volte stacca proprio la spina. Red House Painters il nome della cosa; Down Colourful Hill, raccolta di tracce demo incise tra il 1989-90 recuperate senza editing di alcun tipo, esce su 4AD che nel 1992 più di un’etichetta era uno stato della mente. In qualche modo ha perfettamente senso si incastri tra Dead Can Dance e This Mortal Coil: l’umore è quello, l’attitudine è quella; continente, genere, formazione, questioni secondarie, comunque si resta al di là del blu oltre la soglia dentro il nero,dove qui più che altrove fa brutto vero. Il sentire comune catturato in copertine e artwork che tuttora dicono di standard mai più ripetuti, una linea comune che nessuno, mai, ha saputo anche solo sfiorare (da un certo momento in poi, nemmeno più la 4AD stessa, che comunque continua a sopravvivere).

 

I dischi successivi altre zone della mente limitrofe, variazioni su un tema che non si esaurisce mai, la dimostrazione che è più che sufficiente un giorno di vita per accumulare ricordi che un’intera esistenza non basterebbe per sviscerare, dove una gita in macchina fino a un parco di divertimenti non molto distante dalla base produce Grace cathedral park, quattro minuti in cui è racchiuso un intero universo, ed è solo il primo pezzo del primo album. Tutti i dischi dei Red House Painters sono un sacco a pelo psichico dove trovare rifugio ogni volta che ci si torna a sentire come soltanto lui ha saputo trovare il modo e le parole per dire: zitto all’angolo, paralizzato e in caduta libera. C’è un passaggio su major che incasina irrimediabilmente gli equilibri, un disco bloccato per tot anni, infine uscito a band già dissolta (Old Ramon), l’abbandono del nome per questioni burocratiche, due dischi solisti il cui materiale per l’80% sono cover, una nuova band che si chiama come un pugile coreano meno una “g” finale che aggiunge sottintesi esoterici, un primo disco agli stessi livelli dei precedenti, poi la nuova fase, che dura tuttora.

Il dischi dal 2005 in poi, in solo o come Sun Kil Moon cambia poco (spesso è solo lui comunque) massimizzano quanto distillato fino ad allora con rigore francescano. Da qui l’esatto opposto, nel segno dell’imperativo ‘minimo sforzo, massima resa’: etichetta propria, nessun filtro attivato al di là della questione alimentare, dischi su dischi su dischi, meno ispirazione più minutaggio, live registrati in presa diretta e via andare. Un loop che s’avvita e persiste, con esponenziale carogna, fino alla svolta che placa – in questo caso: consacrazione hollywoodiana definitiva per intercessione di Sorrentino, dopo qualche falsa partenza che aveva rimpinguato conto in banca e autostima solo momentaneamente (Almost Famous, Vanilla sky, Shopgirl), aumentando la carogna di conseguenza – da quelle parti si vive meglio, si incontra gente più interessante, i guadagni precedenti diventano spiccioli al confronto; annusare l’aria che tira, arrivare a credere di avercela fatta poi tornare nei bassifondi, unito a una personalità tra il passivo-aggressivo patologico e Asperger senza essere Steven Spielberg, questo il risultato.

La messe di colpi a vuoto, dissipazione, dischi sempre più improbabili e mettere in vendita la qualunque non conosce requie. Con una svolta inaspettata: per qualche imperscrutabile prodigio Benji nel 2014 riporta di prepotenza il nome sulle mappe che contano, folgorando simultaneamente sulla via di Damasco stampa di settore, vecchia guardia, ascoltatori casuali, chiunque. Parrebbe l’alba di una nuova era. Il suono si asciuga allo stesso modo in cui il brodo si allunga, i testi grandinate di parole il cui senso risiede nel grado di interesse che si è disposti a provare sentendo cazzate a raglio come dopo avere iniettato una dose massiccia di pentothal in vena a un ergastolano. La scritta sul retro di Bloody Kisses dei Type O Negative conosce un corrispettivo sonoro reale. O forse non fa più per me ma comunque non riesco a smettere di guardarlo questo film. O entrambe, o nessuna.

Poco più di di un anno dopo a ribadire, a spostare l’asse sul prossimo livello. Universal Themes la sua personale Prolisseide, con una sostanziale differenza: Kozelek non è Andrea Pazienza (e Sorrentino non è Devid Boiv). Per uno che sostanzialmente scrive quello che gli è successo, come portare per la prima volta al luna park un bambino. Mancano però il materiale umano e la testa in fiamme per saperne rendere conto. Conseguenza: l’elenco di personaggi famosi che lo hanno conosciuto è sterile, inane, interessante quanto la lista della spesa di un estraneo. Come Gassman quando declama gli ingredienti delle merendine ma credendoci sul serio. Nel complesso è fatto abbastanza bene di testa ma i particolari sono scarsi, come Jacopo Fo secondo Pazienza. Manca giusto qualcuno che lo pesti come ET a kendo.

Nel 2016 in dialogo con Justin Broadrick per dare in pasto altra inanità a chi ci crede; molti gli spunti di riflessione, tutti strettamente collegati a concetti quali tirare la carretta al fienile, Franza o Spagna purché se magna, cecità sordità ma non mutismo, alla base il rifiuto di farla finita unito alla cronica incapacità di rapportarsi con il presente (da entrambe le parti). L’amicizia angloamericana trova infine sbocco in un disco condiviso dopo anni di io registro-tu pubblichi, cover improbabili e attestati di stima si direbbe unilaterali; poco importa la dinamica, la sostanza quella resta. Globalmente l’ennesimo contributo a un quadro generale ormai da quel po’ configurato, solo un altro tassello in una storia che continua a cannibalizzare il passato bruciando il presente, a incarnare una fase di stallo che sembra durare all’infinito, cristallizzando il tempo, deformando lo spazio in un lungo rettilineo senza scosse che in un niente porta al finale di Soylent Green però dal vero.

 

la Lambada

La prima festa delle medie della mia vita si svolge a casa della Serena. Siamo due sezioni e qualcuno dovrebbe limonare con qualcun altro, così è una festa con due classi (la B e la C). dicono che la Sara sa ballare la Lambada e a un certo punto diventa imperativo trovare il nastro, perché a quanto pare ballare la Lambada è una cosa ai limiti del porno. I nostri fratelli maggiori non sono utili a reperire il nastro, ma Gabriele dice che sua cugina l’ha comprato e può doppiarlo. La riesce a rimediare il giorno stesso, un sacco di storiacce logistiche per riuscire a portare quella cazzo di cassetta alla festa. La probabilità che io riesca a limonare stasera è pari a quella che Vasco Rossi si presenti alla festa, ma passo comunque un’ora abbondante a scegliere i pantaloni e la maglia da mettere. Gli altri, siccome sono il più piccolo, hanno manifestato l’intenzione di farmi ubriacare. La sera arriviamo tutti puntuali o in anticipo, le mamme hanno scoperto che qualcuno vorrebbe portare la birra e quindi si fermano a controllare che non ci siano alcolici. Tommaso riesce a portare un pacchetto di sigarette, a un certo punto escono fuori in cinque sei a fumare di nascosto. Quando rientrano si sente l’odore e alcune delle ragazze li guardano come se fossero dei tossici. Poi la Sara la Lambada si vergogna un po’ a ballarla davanti a noi, ma quel minutino in cui l’accenna per me è una cosa da infarto. Dopo la Lambada c’è la bottiglia (io capito con la Miriana che dice “che schifo” e si rifiuta), e poi si balla con la scopa (Margherita di Cocciante) e a un certo punto si fa un gioco col buio. Tapparella arriverà un sacco di anni dopo e la spiegherà piuttosto bene.

Immagino che la Lambada possa concorrere al titolo di peggior singolo di tutti i tempi. Non sapevo chi la cantasse fino a tre minuti fa, e anche ora credo dovrei fare copia incolla, ma dicono che sia stata trovata morta carbonizzata dentro una macchina. Brutta fine.

Mancarone.

From enslavement to San Junipero

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Mentre metto mano a queste righe impazza ancora la frenesia per l’ultima stagione di Black Mirror, uscita qualche settimana fa su Netflix. Black Mirror, creata da Charlie Brooker, è la serie TV giusta per eccellenza, quella di cui quando esce si parla più spesso. È fatta ad episodi autoconclusivi che hanno a che fare con un futuro prossimo che in qualche modo ha a che fare con lo svilupparsi della tecnologia, in salsa ultra-pessimista. Io personalmente non ci vado così pazzo, ma alcuni episodi sono effettivamente piuttosto suggestivi. La puntata più discussa ed amata dell’ultima stagione si chiama San Junipero e (senza fare spoiler) verte almeno in parte su una nostalgia 80s pop sguaiatissima, fatta di singolini di prima e seconda levatura, tutto guidato dalla ripetizione ossessiva di Heaven Is a Place on Earth come tema centrale.

Parlando di anni ’80 trucidi, Heaven Is a Place on Earth è senz’altro uno dei miei momenti preferiti. È uscita nel 1987 ed è senza alcun dubbio il pezzo più famoso e suonato di Belinda Carlisle, una specie di eroe minore del decennio: batterista dei Germs per due minuti, cantante delle Go-Gos e poi solista. Non posso dire di essere un cultore della cantante ma con Heaven is a Place on Earth ho uno strano feeling, la usavo spesso quando suonavo dischi e nell’ordine generale delle cose diciamo che la sento un po’ più mia della media degli standard del poppone anni ottanta. Nell’ordine generale delle cose riesce a mantenere quel genere di decadenza epica che mi esalta quando ho voglia di party music.

(il testo è come Il cielo in una stanza ma con più cazzo)

Non so se vi capita mai di abboccare all’amo della cultura musicale nelle colonne sonore di film o serie TV, ma in certi casi la scelta di un particolare pezzo può far partire tutto un discorso di appartenenza e identificazione che inizialmente, nel testo originale, non sembra essere incluso. Un esempio che mi riguarda è ad esempio quando alla fine di Serendipity parte Northern Sky di Nick Drake, in maniera un po’ traditrice: per questioni di biografia e gusto personale ho ingigantito l’accoppiamento musica/immagini fino al punto che Serendipity oggi è uno dei miei film romantici preferiti (e io amo i film romantici). La stessa cosa ad esempio può succedere quando ascoltate Washer degli Slint in una puntata di 1992 (l’anno scorso ci fu spazio anche per questo dibattito). Nel caso di Black Mirror c’è una specie di mutua alimentazione: la ripetizione pedissequa del singolone di Belinda Carlisle ha reso in qualche modo indimenticabile San Junipero, ma il successo di San Junipero ha generato il successo di una playlist Spotify omonima, compilata da Charlie Brooker in persona, con dentro sia le canzoni contenute nell’episodio che una manciata di altri singoli che vanno a coprire la stessa sfera ideologica, in uno di quei gloriosi ritorni degli anni ottanta che per un motivo o per l’altro ci becchiamo da vent’anni su base semestrale.

Una cosa curiosa: mentre guardavo San Junipero mi è capitato di ripescare un articolo scritto da Nur Al-Habash, “Ai consigli musicali degli amici preferisco quelli dell’algoritmo di Spotify”. Nur è la caporedattrice di Rockit, se non la conoscete, oltre a una delle più grandi sostenitrici della diffusione-per-algoritmo della musica tra chi scrive oggi in Italia. L’articolo è una riflessione piuttosto seria sull’evolversi del gusto musicale: in un momento storico nel quale i singoli ascoltatori continuano ad accumulare -in modo quasi sempre acritico- un quantitativo di informazioni musicali così esteso da rendere quasi impossibile qualsiasi grado di assimilazione, Spotify e gli altri servizi di diffusione della musica ci sottopongono per la prima volta ad una realtà dei fatti nella quale un sistema di algoritmi può tracciare il nostro gusto personale e guidarci nell’ascolto, per giunta con risultati assolutamente proficui. In altre parole, la nostra identità musicale oggi dipende, almeno in parte, da un algoritmo. Se l’articolo fosse stato scritto da qualcun altro, e magari un anno prima, avrei optato per mandare affanculo tutti e bollarlo come stronzata da principianti che non hanno idea di quale sia il reale valore della musica; a conti fatti, invece, la teoria di Nur è abbastanza convincente, o comunque fa riflettere.

È interessante la dicotomia tra le due visioni di Spotify nelle due cose che ho visto sopra. Nel primo caso l’operazione post-San Junipero si serve di Spotify come interfaccia per ri-celebrare il pop scaciato degli anni ’80 senza più vergogna alcuna (peraltro il tutto in mano agli autori di Black Mirror, che nel linguaggio comune è diventato sinonimo di distopia), cioè –in altri termini- Spotify diventa l’aggregatore di una coscienza di classe e fornisce ad essa una plausibile colonna sonora “definitiva”. Nel secondo caso, Spotify assume con un certo entusiasmo il compito di (pre)intelligenza artificiale responsabile della nostra crescita individuale come ascoltatori. Un impero dei sensi costruito sia sullo sfruttamento delle onde di consenso che su una concezione elastica dell’you might also like, in cui le tendenze di personalizzazione e spersonalizzazione continuano ad alternarsi come pazze. Che prevalgano l’una o l’altra, lo scenario sembra sempre più avvicinarsi a quello di un viaggio all’interno di una macchina col pilota automatico inserito.

Se ci pensate era uno dei principali incubi del consumatore di nicchie musicali da internet in poi: l’idea di poter reperire tutto a costo zero, pensavamo, porterà allo svilimento della musica ed al nostro disamoramento nei confronti della stessa. All’atto pratico, lo svilimento e il disamoramento somigliano molto a questa cosa qui: una routine nella quale la musica diventa qualcosa di immanente a cui tutti si relazionano in modi differenti e perlopiù non-allineati. Quelli della mia generazione ci stanno facendo i denti ogni giorno che passa, e molti non sono ancora pronti ad accettare questo percorso di de-esoterizzazione, questa parabola che sembra mirata a togliere in via definitiva alla musica il ruolo di aggregatore sociale. Già oggi, per dire, un amante di Steve Reich non è più necessariamente un nostro amico a prescindere (e tanto per dire tempo fa ho letto un articolo su Pitchfork secondo il quale, tra i pubblici estimatori di Steve Reich, c’è anche Donald Trump). Quello che non ci aspettavamo è che la fine del ruolo sociale della musica la potesse rendere, quasi in automatico, uno strumento necessario a definire l’individualità personale. Parafrasando: mai come ora siamo la musica che ascoltiamo, anche se all’atto pratico siamo ognuno una cosa diversa.

La cosa più eccitante di tutta questa ripersonalizzazione è che ci costringe a mollare ogni certezza acquisita e ripensare daccapo la nostra condizione di ascoltatori di musica. Del resto, da quanto tempo non parlate con un talebano di qualche sottogenere? Da quanto tempo non parlate con qualcuno che ascolta, per partito preso, solo rap? Passato il concetto generalizzatore della musica (la musica è una), nel 2017 possiamo ridefinirci attraverso un percorso dell’ascolto sempre più personale, individuale e volendo anche individualista. Comunque, in ogni caso, un percorso che segue traiettorie perlopiù incomprensibili agli altri esseri umani ma tracciabili con teorie digitali affastellate l’una all’altra.

La seconda cosa più eccitante è che, a quanto pare, la somma finale è Belinda Carlisle.

(questo pezzo è già stato pubblicato, in forma totalmente diversa, sul numero di dicembre di Rumore)

Rumore

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Mio fratello usciva dal lavoro e passava dall’edicola a prendere qualcosa da leggere. Gli piacevano i fumetti stile Lanciostory o Skorpio, le riviste giovanilistiche patinate con le VIP nude in copertina (tipo King o Max) e le riviste di musica. La sua rivista preferita in generale si chiamava Rumore: delle altre comprava qualche numero qua e là, di Rumore non perdeva un numero. Ho iniziato così, prendendo in mano una di quelle riviste che parlavano per la maggior parte di roba che non conoscevo. Potrebbe essere anche una trama alla Sliding Doors: due realtà possibili che partono dal momento in cui decido di sfogliare, o non sfogliare, la rivista sul lettino di mio fratello. Scena uno: la rivista rimane sul letto. Carrellata su quel che succede da lì in poi: mi immergo nella lettura di qualche Dylan Dog, ricomincio a disegnare, torno a guardare i cartoni animati o i telefilm in TV, provo a studiare algebra. Continuo ad ascoltare la musica di cui parlano i miei amici, compro il biglietto per entrare a vedere il ttottsco a Rimini (7 agosto 1993), i miei voti a scuola migliorano, mi iscrivo ad una facoltà seria, divento architetto. Abbandono le velleità artistiche, apro uno studio nel cesenate assieme a qualche amico, mi specializzo in ristrutturazioni e condoni edilizi, sposo una ragazza del mio paese natale, spendo 100mila euro per ristrutturare casa dei miei, mi ricavo un appartamento indipendente, genero due figli, assisto impotente e costernato al montare della crisi del cinepanettone, partecipo al torneo di marafone tutti i mercoledì sera. Una bella vita. Scena due: prendo la rivista in mano e inizio a sfogliarla.

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C’è un punto di PJ20, il documentario di Cameron Crowe sui Pearl Jam, in cui viene mostrata la cittadina del Montana in cui è cresciuto Jeff Ament. Il bassista ne parla in maniera dolceamara, un posto tranquillo in cui va bene crescere e gli stimoli culturali sono pressoché assenti. Il rock, in questi posti, s’impara di straforo: i dischi di Santana dello zio, qualche disco punk su cui riesce a mettere le mani e le riviste musicali tipo Rolling Stone. Parlando di Rolling Stone gli scappa detto “man you’d STUDY that stuff”. Quando gliel’ho sentito dire ho fatto un balzo, e calcola pure che Ed Vedder una volta sul palco con Rolling Stone ci si pulì il culo. Io sono cresciuto in un posto abbastanza simile a quello dov’è cresciuto Jeff Ament, una frazione di Cesena circondata dai campi di pesche, un migliaio sgaffo di abitanti. Un posto tranquillo in cui va bene crescere e gli stimoli culturali sono pressoché assenti: c’era una specie di biblioteca di quartiere aperta il sabato, e c’era un’edicola. C’è ancora. È il 50% di un negozio che nell’altra metà è il frutta e verdura del paese, e sopravvive alla crisi dell’editoria in un paese già colpito dalla crisi agricola. Certe cose viene naturale di rispettarle. Chi è cresciuto a Bologna o Roma non dà modo di avere gli strumenti concettuali per capire questa cosa: sono posti in cui dal punto di vista dei consumi di musica/cinema/libri/fumetti, da ragazzini, era possibile scegliere. Nei posti come il mio paese la scelta era limitata da una serie di incontri fortuiti, dagli amici/coetanei che ti erano toccati in sorte, e dalla poca roba su cui riuscivi a mettere le mani di straforo. E quella roba lì la studiavi.

Questa settimana è uscito un articolo di Mattioli sul Tascabile che riassume a grandi linee il percorso della critica rock anglosassone. Alla fine dell’articolo Valerio parla brevemente dei corrispettivi italiani e conclude che, al di là di qualche caso sparuto, “la sensazione è che l’Italia non abbia mai davvero conosciuto quell’alternarsi di approcci, sguardi, ispirazioni e finanche ambizioni (letterarie, sociologiche, politiche) che negli anni hanno fatto del rock criticism anglofono un territorio forse contraddittorio ma se non altro patria di esperimenti e sincera riflessione sui linguaggi della contemporaneità.”. Dal suo punto di vista credo sia giusto, ma Valerio è cresciuto in una città con tremila anni di storia e due milioni di abitanti e può permettersi un’oggettività “artistica” che a me non è concessa. Così Rumore diventò la mia rivista preferita: la nuova generazione punk, i residui del grunge e dell’indie, gli Oasis e il britpop, il metal estremo, il rap. Non sapevo quasi nulla di quel che si parlava, ma c’era qualcosa che mi ci teneva incollato. Era come potevano essere Frigidaire o Metal Hurlant in altre epoche e in altri luoghi: una finestra su mondi a me sconosciuti, ad uso e consumo degli appassionati. Forse era l’ennesima finestra sullo stesso mondo illuminato anche dalle altre riviste, ma la gente che scriveva su Rumore aveva un certo tipo di sobrietà asciutta che mi lasciava a bocca aperta: teneva insieme il discorso generale, si scioglieva in accorate recensioni dal sapore brutalmente visivo, esplodeva in saltuarie stroncature cariche di insulti che sembravano quasi roba personale. Rispetto alle altre riviste che leggevo c’era un abisso: pochissime aspirazioni “giornalistiche” alla Mucchio Selvaggio, pochissimi scimmiottamenti gore stile rivista metal per quindicenni. Oddio, questi aspetti erano presenti, ma il cuore pulsante di Rumore erano le tirate di Sorge per certo metal estremo, la partigianeria di Nazzaro nella sezione cinema, la carica sovversiva di Frazzi, i pipponi di Marco De Dominicis/Cusano dell’Agave, l’emotività di Lo Mele, Emanuele Sacchi, le eccezionali scorribande dei The Groovers. E poi Blatto, Compagnoni, Ruggeri, Pomini, Bonadonna, Segale, Messina, Baroni, Pecorari, Prevignano, Negri, Morelli, Ferriero. È una banalità, ma è su Rumore che ho imparato a considerare la firma in fondo agli articoli: erano personalità forti, definite e a volte anche in antitesi. A volte con mio fratello ci chiedevamo che tipi potessero essere questi qua nella vita reale, lui era ossessionato dal sapere che faccia aveva Luca Frazzi, s’immaginava un obeso inguardabile con gli occhiali spessi come un culo di bottiglia, i capelli solo ai lati eccetera. Sai no, i cliché.

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Prima dell’avvento di internet la principale arma a favore dei critici era l’accesso. I giornalisti di una testata riconosciuta ricevevano gratis i dischi prima che uscissero sul mercato; il loro lavoro era informare il pubblico su cosa sarebbe uscito un certo mese, dare un parere prima degli altri, eccetera. Gran parte della reputazione dei critici non era legata all’autorevolezza dei loro pareri, ma a certi privilegi che erano loro accordati ex-ante. Internet ha sostanzialmente azzerato questi privilegi: tutti ascoltano tutto a costo zero, e più o meno nello stesso momento. I giornalisti musicali oggi sono costretti a scrivere di dischi importanti che arrivano loro in streaming blindato a poche ore dalla deadline e la necessità di prendersi dei rischi legati all’impossibilità di far sedimentare l’ascolto. A volte le disastrose conseguenze di quest’evoluzione sono sotto gli occhi di tutti, la didascalica freddezza con cui vengono affrontati certi dischi-evento usciti a sorpresa, certi strafalcioni come la recensione di Anti uscita su Yahoo Music prima che il disco fosse finito, o le recensioni dei fake a metà anni duemila (in Italia il principale scivolone fu proprio di Rumore, che mise disco del mese un fake dei Death Cab For Cutie).

Parlare oggi di quel che c’era sul piatto quando abbiamo iniziato noi ad ascoltare la musica è un esercizio un po’ sterile che si macchia troppo spesso di un romanticismo senza senso. La scena musicale negli anni novanta era un ambiente insalubre: ai concerti rock –a tutti i concerti rock- la gente si menava fortissimo; i locali vendevano birra di merda da hard discount; i proprietari dei negozi di dischi erano genuinamente infastiditi dal vederti entrare, come in Tono metallico standard. La permanenza nel giro-musica era subordinata alla capacità degli ascoltatori di entrare in una rete di scambio, o di crearne una ex-novo. Per rimanerci, di solito, dovevi assumere un ruolo attivo, per quanto marginale: musicista, barista, dj, fonico, organizzatore. A un certo punto i tuoi amici d’infanzia perdono interesse nella cosa, e spesso le persone con cui decidi di passare la vita non ne hanno mai avuto. Così la musica diventa una specie di percorso personale. Quando internet arrivò a casa mia avevo 23 anni: presi il respiro e iniziai a scaricare. Avevo già iniziato a scrivere da diversi anni.

Capita spesso che qualcuno rimanga folgorato dai Metallica e decida di metter su un gruppo, o almeno le storie che raccontano i musicisti sono tutte di questo tipo. Io lessi degli articoli sulla musica, e invece della chitarra ho comprato carta e penna.

Paradossalmente non ho mai amato il giornalismo musicale. Il bisogno di riportare le notizie, il bisogno di cercare le conferme, la ricerca di un parere quanto più definitivo possibile riassumibile in un voto numerico da uno a dieci: sono obiettivi scemi. La musica ha un modo di diffondersi che ha solo in minima parte a che fare col giornalismo, e i dischi cambiano di valore a seconda di come si evolve il mondo attorno a loro. La letteratura musicale, invece, è tutto un altro paio di maniche. Parlando personalmente, la musica è semplicemente uno dei miei argomenti preferiti. Mi piace leggere cose che parlano di musica, omicidi, sesso, intrighi politici, arte e storia contemporanea. Nella mia interpretazione la musica è l’argomento prediletto di un lunghissimo romanzo di formazione con protagonista me stesso in quanto ascoltatore ed essere umano. È la stessa impostazione che usciva fuori dalle pagine di Rumore. Frazzi una volta scrisse il report di un concerto dei Cows, epoca Whorn. Aveva visto il gruppo, era tornato a casa, si era beccato in TV uno speciale di Videomusic sul nuovo rock italiano: raccontò tutto e chiuse dicendo qualcosa tipo “liberiamoci di tutta questa merda prima che sia troppo tardi. Se il concetto non è chiaro, un concerto dei Cows potrebbe aprirvi gli occhi”. La musica, lo scrivere di musica, per me è quella cosa lì.

Quelli che scrivono di musica di solito si dividono in due categorie di persone. I primi sono degli scoppiati che se la credono un casino, vivono il loro hobby come una missione di vita e credono di offrire un contributo prezioso alla cultura contemporanea. I secondi sono gente rilassata che lo fa per hobby e ha coscienza del reale impatto culturale delle cose che scrivono (nessuno). Io credo di appartenere ai primi: i secondi di solito smettono dopo qualche mese e passano a qualcosa di più importante. A mia parziale giustificazione, ho imparato a tenere a bada il mio bisogno di farmi leggere da coloro che non sono interessati all’argomento. Persino a mio fratello, l’unica persona reale che condivideva la mia esaltazione per le riviste, non ho mai pensato di mandare un articolo scritto da me.

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Su twitter la mia biografia recita “In realtà è solo un nazi mancato che ha letto i risvolti di copertina dell’opera omnia di Nietzsche, capendone a malapena il prezzo.” La fonte della citazione è un articolo mitico uscito su Rumore, numero 72, gennaio ’98. Si chiama La corazzata Potiomkin: una dozzina di intoccabili del rock stroncati dalle firme di Rumore dell’epoca. È il più bell’articolo di musica che sia mai stato scritto, parere personale. A testimonianza del fatto che tutta questa storia mi è cucita addosso, il n.72 di Rumore ha in copertina gli Shellac. La frase sopra l’hanno scritta i Groovers, nel pezzo che massacra Henry Rollins.

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A Cesena nei duemila c’era questo negozio di dischi eccezionale che si chiamava Rev Up ma tutti chiamavano “da Oscar”. Da Oscar ho comprato tanti di quei dischi da far fuori il conto in banca, ma la cosa più bella che ci ho comprato non è un disco. Lui aveva questa cosa metodica, riorganizzava gli scaffali ogni sei mesi in cassette divise per generi o nazioni o sa solo dio cos’altro. Aveva un sacco di vecchie riviste di musica buttate in dei cassettoni in basso, e a un certo punto sono comparsi dei tomi rilegati nell’angolo a destra dove prima teneva gli usati. Sembravano volumi dell’enciclopedia Mondadori, copertine nere di pelle con la stampa a caldo color oro, una roba pazzesca. Li aveva fatti rilegare Oscar: erano i suoi archivi personali, le raccolte annuali delle riviste che comprava. C’erano anche i primi quattro anni di Rumore, dal ’92 al ’95. Pensavo avessero un prezzo inavvicinabile, ma Oscar me li vendette tutti e quattro a 50 euro e li regalai a mio fratello per il suo 43esimo compleanno.

I giorni scorsi ho letto un articolo di Annamaria Testa su Internazionale, e l’ho trovato orribile. Parla del fatto che l’aumento dell’importanza dei social network per la società occidentale sta portando a livelli di disumanizzazione del sè. Leggo questo genere di articoli da quando leggo riviste, ogni tanto ne esce uno. La tesi di fondo è che l’evoluzione sociale e tecnologica viaggia più veloce dell’evoluzione umana; l’umanità, dal canto suo, se ne è sempre battuta bellamente il cazzo ed ha accettato ogni cambiamento con relativo entusiasmo. Questo genere di narrazione è il principale responsabile della deriva nostalgica del nostro immaginario e ci giustifica nella nostra tentazione di smettere di relazionarci al mondo. È tutta roba che ho provato negli anni novanta, e a volte mi manca quel genere di odio feroce nei confronti di tutto, così come mi manca l’idea di non riuscire a trovare il disco dei Butter 08 per anni e poi trovarmelo davanti per caso a due lire in un banchetto. Ma d’altra parte sono storie di cui è giusto non freghi a nessuno, e se metto ttte le cose nella bilancia preferisco accendere il computer e scaricarmi il disco dei Butter 08 da Soulseek perchè non ho voglia di cercarlo di sotto tra gli scaffali. Voglio dire, quanta energia abbiamo sprecato per arricchirci culturalmente? Perché dobbiamo sentirci depredati all’idea che i nostri figli o i nostri fratelli minori facciano così poca fatica a reperire i dischi? Cosa c’è di distopico o disumano, nella foto di un’ecografia postata da un tuo compagno delle elementari? Chi è stato ad inculcarci questo costante senso di inadeguatezza al presente? Come possiamo liberarcene?

Non ho vere e proprie risposte a queste domande. Credo che una certa leziosità da bei tempi andati sia impossibile da sradicare dall’animo umano, e questa cosa per la musica pop funziona a meraviglia: è dal ’65 che il rock funziona su una solida linea narrativa secondo cui la musica di dieci anni prima era meglio. Adesso, se mai, manca qualcuno che metta a tacere i vecchi una volta per tutte. Nonostante la tendenza a lamentarmi, però, sono assolutamente convinto che oggi sia meglio, sia la vita in generale che la gente che scrive di musica. Certo tocca affidarsi a internet più che alle riviste di carta, le quali in generale non sono più così attraenti per il pubblico di neofiti e in particolare non riescono mai a superare il menu intervista/recensione/rubrica etc che le anima da decenni a questa parte. Ci arriveranno, voglio dire, che alternativa c’è?

Nel 2013 Rumore è passata di mano, da Claudio Sorge a Rossano Lo Mele: nuovo editore e tutto. Sulla carta credo fosse un progetto suicida: comprare una rivista per farla sopravvivere in un mercato editoriale alla frutta.Tre anni e mezzo dopo, la rivista esce ancora. All’epoca del cambio di editore mi arrivò una mail: Rossano, nell’atto di rifondare la redazione dopo il passaggio, mi invitò a collaborare. Spiegare cos’abbia significato, per me, non è semplice: ci sono in mezzo 25 anni di vita, tante scelte personali perlopiù sbagliate, il carattere che ho e il fatto che alla fine di tutti i bilanci è giusto e sacrosanto che di queste cose (musica, riviste, riviste di musica) non freghi più niente a nessuno. L’unico a cui sarebbe fregato era mio fratello, immagino: continuava a comprare saltuariamente una copia di Rumore, o si limitava a fregarsi le mie quando veniva a trovarmi a casa. Così glielo dissi via SMS, e dopo due minuti mi richiamò un po’ commosso. “Ma ci pensi che te l’ho fatta leggere io”.

Magari aveva un piano fin dall’inizio.

Le soddisfazioni di chi scrive di musica non sono poi tante. Scriviamo la sera, perlopiù gratis, e per un pubblico tutto sommato modesto. Le soddisfazioni sono tante o poche, a seconda di cosa ti aspetti. Una delle più grandi, per me, è di essere entrato in quel mondo lì. Sapete una cosa pazzesca? Ho conosciuto Luca Frazzi. L’altro mese eravamo a Cremona a parlare di stampa musicale ad un festival sull’editoria indipendente. È più magro di me, si veste bene, non porta gli occhiali: è una persona normale che nella vita avrebbe potuto essere chiunque, e invece ha scelto di guardare dei concerti e di scrivere degli articoli sulla musica. Ha fondato una fanzine indipendente venduta su web e stampata su carta, si chiama Sottoterra, spacca il culo. Il suo identikit è lo stesso di tutti quelli che continuano a scrivere di musica sulle riviste cartacee: un amore smisurato che ti tiene sveglio la sera, ti fa perdere un mare di soldi e ti mette in una posizione di svantaggio sul resto del mondo. Se devo avere delle aspirazioni nella vita, vorrei che un giorno qualcuno guardasse a quel che ho fatto come come io guardo a quel che hanno fatto loro. Se aprite Rumore oggi, intanto, trovate nelle pagine di Maurizio Blatto o Marco Pecorari la stessa visione della musica che stava allora nei proclami di Frazzi. In questo, se non altro, lo spirito continua (e del resto Marco Mathieu è stato firma di Rumore per molti anni).

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Qualche giorno fa in edicola è uscito il numero 300 di Rumore. Intorno a casa mia, e nei 50 km che percorro in macchina per andare in ufficio, tutte le edicole hanno chiuso. Sono andato a trovare mia mamma nel mio paese natale e ne ho trovato una copia nell’edicola dove mio fratello comprò la prima copia che ho letto. I sei euro li ho pagati a una ragazza, credo la nipote di quella che me li vendeva a quell’epoca. Nel numero 300 c’è uno speciale, una specie di gioco, che contiene le 300 canzoni più “rumorose” della storia. Ho partecipato anche io, ma è tutta un’esca e uno specchio per le allodole. La storia grossa dietro a quel “300” stampato enorme in copertina per me è un’altra.

Napo

distributori

Su Primaomai.com è online da qualche tempo la campagna per finanziare Il Cartografo. Si tratta di una serie animata, “10 episodi di durata variabile per un totale di 100 minuti”. La serie è ambientata in uno scenario probabilmente apocalittico: la Terra è diventata un immenso deserto, gli umani sono quasi tutti fuggiti su Marte e nel vecchio pianeta sono rimasti solo pochissimi terrestri. Tra questi c’è un individuo chiamato Il Cartografo, che “decide di rimappare il pianeta descrivendo tutto ciò che è cambiato rispetto alla vecchia Terra e come gli abitanti siano in grado o meno di adattarsi a questi cambiamenti. La voce del narratore è quella di Giovanni Succi dei Bachi da Pietra. La serie animata è realizzata da un insieme di quattro persone chiamato La Megabaita: due dei componenti delLa Megabaita sono gli Uochi Toki. Rico si occupa di tutto quel che riguarda il suono, Napo prepara gli storyboard e scrive gli episodi.

Il piatto è piuttosto ricco, direi. Le informazioni sulla serie di cui disponiamo finora sono i testi e il video ospitati su Primaomai. Oltre a questo, io e Napo abbiamo passato qualche giorno a parlare della serie e di raccontare e degli Uochi Toki e di altre cose. Le immagini ovviamente vengono dalla serie.

Ricordo brevemente le regole dei progetti su Primaomai: il progetto è ospitato per un periodo limitato di tempo e si può finanziare da privati, pagando l’ammontare richiesto (Il Cartografo costa 30 euro) e in certi casi anche da commercianti, contrattando il prezzo per l’acquisto di un certo numero di copie. Scaduto il termine della campagna, l’autore stamperà tutte le copie ordinate. Oltre a questo, l’autore si impegna a non stampare mai più l’opera una volta finita la campagna. In altre parole, avete tempo fino al 5 febbraio per far vedere la luce al Cartografo.

Cartografo Tana

Ho letto la presentazione sul sito di primaomai e la prima cosa che mi è venuta in mente è che c’è questo ritorno di un personaggio che cataloga, che documenta il reale ad uso di lettori ascoltatori spettatori che stanno su un altro piano, all’esterno del reale così come preso in analisi. È un personaggio che sta in giro per altre cose a cui hai lavorato, per esempio ovviamente Piano Immaginario, ma anche Il claustrofilo o altri personaggi di Libro Audio. È una cosa voluta? 

E’ una cosa in parte voluta e in parte no. Mi è capitato di pensare che questo personaggio avesse qualcosa in comune con altri personaggi con cui ho/ho avuto a che fare personalmente, ma siccome io vedo tutte queste cose da dentro il rapporto non riesco a formulare esattamente di cosa si tratti.
La catalogazione di cui parli è solo il primo strato di ognuno dei personaggi a cui ti riferisci, man mano che si sviluppano le loro storie ognuno incontrerà il suo personalissimo crash classificatorio e dovrà ri-scrivere tutto o smettere di scrivere del tutto.

Poi, volendo essere precisi, i personaggi che ho scritto generalmente ricordano e raccontano più che catalogare, solo il Cartografo ha intenti dichiaratamente catalogatori, anche più di quelli che hai potuto leggere nella presentazione.

Chi è il Cartografo? Perché raccontate la sua storia?

Il Cartografo è una persona che ha vissuto un’esistenza incompleta fino ad un certo momento della sua vita, per poi ritrovarsi sbattuto con la faccia nella dura concretezza delle cose e reagire in maniera inconsueta. Analogamente alle persone del Piano Reale egli non ha dei tratti caratteriali ben delimitati, perché attorno a lui non ci sono più persone che continuano a influenzarlo riportandolo costantemente all’idea che si sono fatti di lui. Questa è la vera distopia che sorregge la scrittura dei vari episodi. Nel momento in cui un narratore si chiedesse “perché narrare questa cosa che sto immaginando nei dettagli?” verrebbe meno lo spirito con cui si narra e nessuna porta si aprirebbe. Oppure nascerebbe una fiction o qualche prodotto narrativo che al massimo Funziona. Esistono anche perfetti connubi di Narrativa e Funzionalità che possono rispondere bene alla domanda “perché narrare questo?”, però il buon fruitore deve scremarne le parti Funzionali oppure sopperire alle mancanze narrative creando indignazione e macro impalcature di recensioni negative che sfiorano la mitologia diventando di fatto la narrativa che manca nella Storia fruita. I Perché si sapranno a posteriori.

Cartografo reticolo

Mi dai un esempio di perfetto connubio di Narrativa e Funzionalità che possono rispondere bene alla domanda del perché? Mi viene in mente qualche libro di testo scolastico, ma forse non stai pensando a quello. Te lo chiedo perché, ammetto la chiusura mentale, sto cercando di capire se Il Cartografo funzionerà come una nuova “cosa” degli Uochi Toki, anche se ad essere sincero non ho ancora capito se mi interessa davvero o meno.

Infatti come esempio stavo pensando ad alcuni film di animazione che nonostante la loro incredibile portata funzionale (e conseguentemente commerciale) mantengono una narrazione in grado di condurti in Luoghi. Vorrei evitare di menzionare titoli e considerazioni ulteriori su questi film perché altrimenti uno stuolo di opinioni farebbe deviare qualsiasi discorso e si perderebbe la visione d’insieme come è d’uso fare in questa grande corrente di -uso un termine- infotainment. Anche se sto evitando di fare esempi posso dire che per la chiusura mentale a cui alludi non c’è esemplificazione che tenga, dato che nemmeno noi sappiamo se “il Cartografo funzionerà come nuova cosa degli Uochi Toki” in quanto non è ancora completata e non è pensata con algoritmi di Funzionalità (nemmeno con algoritmi uochitokici). E’ da tempo che io e Rico non siamo più una band, bensì un cloud orizzontale di situazioni e persone che qualche volta finisce su un palco nelle forme che puoi aver visto e sentito, o che vedrai e sentirai: con il Cartografo stiamo alzando il tiro e per vedere dove stiamo mirando bisogna alzare lo sguardo. Oppure potremmo prendere dei violini e una band rock e portare live una selezione dei pezzi più apprezzati del nostro repertorio come fanno le persone che hanno finito le idee.

C’è un’altra scuola di pensiero secondo la quale limitarsi nei formati (e quindi dar loro una certa prevedibilità, i.e. lasciare che la gente si aspetti che “gli Uochi Toki” produrranno “un disco”) aumenta le potenzialità espressive, ad esempio certi fumettisti che si ostinano a disegnare su una tavola di carta e in bianco e nero, usando una sola penna, e data una certa serie di limitazioni strutturali produrranno situazioni più creative. Mi viene in mente un passo da Cuore Amore Errore Disintegrazione in cui canti “il rispetto è un contenitore e io sono qui per espandermi”, quindi da un certo punto di vista la visione degli Uochi Toki come un cloud orizzontale di situazioni e persone può essere sia pienamente in linea con la concezione degli Uochi Toki di qualche anno fa, sia una forma non-rispettosa di produzione artistica. Che ne pensi?

Il discorso sull’espansione è complesso perché comprende più discorsi anche contrari gli uni agli altri. Se vuoi che la risposta sia contenuta in queste righe, l’espansione farà in modo che sia contenuta OVUNQUE, e queste righe faranno ridere per la loro banalità.
Non si spiega la crescita, l’abbandonare la forma vecchia per una forma nuova pur contenendo allo stesso tempo la forma vecchia (nota bene che la forma vecchia è in realtà la forma giovane).
I formati come il disco o il cartone animato sono mortali, e noi li prendiamo e lasciamo a seconda di come è più comodo per noi.
Il formato foglio e penna, invece, ha la stessa età della Rappresentazione: potremmo anche disegnare su un certo numero di fogli sequenziali la serie “Il Cartografo” e portarla in giro nelle piazze sbattendocene dei supporti e ti confesso che l’idea mi solletica al solo pensiero… tanto che quasi quasi ci creo un live con questo principio e lasciamo a casa tutta la baracca del DVD. Però poi penso che gli orpelli (i formati) sono semplicemente un linguaggio e mi va di vedere ancora una volta se e quanto riusciremo a fare da traduttori, perché in una certa misura, ci riusciamo ogni volta.
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Io ogni tanto quando scrivo mi trovo nella difficoltà di pubblicare, è una specie di meccanismo psicologico legato all’idea che lo sto *pubblicando* e in qualche modo sto perdendo la possibilità di intervenirci sopra, ridefinirla. Che poi è il motivo per cui odio rileggermi. Una cosa tipica che mi succede è che quando rileggo cose che ho scritto ho bisogno di richiamare alla mente ciò che volevo dire quando l’ho detto, e nella maggior parte dei casi sento che chiedo a me stesso una fiducia che non ho -la stessa idea di domandarmela significa che ne sono sprovvisto, giusto? O forse la sto salvando da qualche parte- nella speranza che la testa riesca a riempire i vuoti tra quello che ho scritto e quel che volevo scrivere. Da quello che scrivi sembra che a te succeda meno che a me, che tu consideri ciò che hai fatto in passato come un successo, nel senso di essere arrivato a fare ciò che esattamente volevi fare. È così? 

Rispondendo a questa domanda mi sono incuriosito e sono andato a leggere un po’ di pezzi che hai scritto per capire meglio questa tensione del pubblicare dato che avevo letto solo un paio di articoli volanti e, oltre alle mail che ci siamo scambiati, non avevo approfondito Bastonate.

Comunque sia ho l’abitudine di non tenere come riferimento ciò che è passato. Periodicamente riascolto e valuto qualche scritto vecchio però non avrà mai la qualità e la mole dell’ascendente che ha su di me “quello che farò”. Per questo motivo per me *pubblicare* è abbastanza facile e se non sono riuscito a rendere esattamente quello che volevo dire, mi avvicinerò di più nella prossima cosa che scriverò.

Anche se rileggessi e trovassi perfetta adesione tra ciò che voglio dire e ciò che ho detto, subentra il fatto che chi lo ascolterà potrebbe leggere qualcosa che non mi è nemmeno passata per la testa o l’esatto contrario di quello che volevo dire, solo perché uso delle antinomie estese a diversi periodi, cosa che, puntualmente, accade. Ti faccio un esempio: ci sono state persone che ascoltando il testo di Permettendomi Artifici Spontanei hanno sentito che una ragazza veniva definita con termini come “cerbiatto” e trattata con una certa sufficienza e hanno considerato lo scritto come un capolavoro del sessismo. Non correggerei una riga di quel brano perché è stato scritto con la coscienza di accostare termini *pericolosi* e non scriverei una riga di una “Guida alla lettura per femmine che hanno deciso di mettere da parte il loro senso dell’umorismo e la loro pattern recognition per scagliarsi contro quei maschi più flessibili come azione di ripiego perché non sono in grado di colpire i maschi più rigidi”. So bene che facendo un passo indietro potrei chiarire molte cose, ma non appena poso una immaginaria penna su di un immaginario foglio titolato Cosa Volevo Dire, penso che mi rifiuto di credere che chi ha letto/ascoltato sia così indietro di cottura. E anche se fosse vero ed io fossi un soldato giapponese abbandonato su di un’isola che non sa se la guerra è finita o meno, di certo la non comprensione, l’oscurità, potrebbe far nascere l’esigenza di comprendere a fondo. Io ho imparato a comprendere non comprendendo, e vorrei insegnare questa pratica non insegnandola. Che poi, a ben vedere, le skills di comprensione del testo non si affinano solo ascoltando un gruppo di para-rap italiano o leggendo un blog di considerazioni musicali, ma applicandosi a tutte le forme linguistiche anche a quelle che sono fuori dall’idea di pubblicazione come i discorsi che senti fare sul tram, la corrispondenza privata o quello che ti ripete tua nonna: se ciò che abbiamo scritto non quadra, pazienza, tanto non gira tutto intorno a noi.

Qui c’è anche un altro discorso sull’immedesimazione, che funziona soprattutto credo in sede di fruizione -una cosa tipo “mi piace perché mi ci ritrovo”, detta in breve: le cose che fai mi raccontano qualcosa di me, oppure no. Però c’è anche un discorso di identificazione tra autori e personaggi, e nel tuo caso è difficile distinguere perché i personaggi delle tue canzoni e dei tuoi fumetti e -a quanto pare- anche dei tuoi/vostri cartoni parlano sempre in prima persona. Così per esempio uno si sente Permettendmi Artifici Spontanei e pensa “questa persona è odiosa”, e per alcuni ci sono altre cose legate a questo (ad esempio qualcuno pensa “questa persona è Napo”, e qualcun altro “questa persona è odiosa e quindi questa canzone è odiosa”). A me spesso succede di avere questo istinto, credo sia dovuto al fatto che ragiono secondo un pattern cognitivo abbastanza comune che è legato all’analisi del testo. Però mi immagino che un insieme come il vostro attiri un certo tipo di consumatori culturali, gente che non ha studiato molti libri di testo, che si è trovata un po’ in mezzo ai discorsi e ragiona in maniera più astratta, più libera. Il Cartografo aprirà altri fronti di questa discussione secondo te?

Esistono due modi per identificarsi o immedesimarsi. Il primo, più automatico, è quello che prevede il trovare dei punti in comune e sfruttarli per entrare nella persona (o anche nell’animale o nell’oggetto, perché no) di cui si sta parlando. Il secondo, che necessita un po’ più di concentrazione, è quello che parte dalle differenze, dai vuoti e da tutto ciò che risulta alieno. Ti faccio un esempio letterario: Memorie dal Sottosuolo di Dostoevskij. Il racconto in prima persona di un personaggio disadattato e riflessivo e delle sue disavventure. Molti dei fruitori di questo racconto sono persone che stanno attraversando momenti di misantropia riflessiva legata a vari gradi di disadattamento (quando lo lessi anni fa anche io attraversavo). Questi fruitori si identificano con il personaggio principale e lo trovano così sfaccettato, così umano, che non possono fare altro che chiedersi se non si tratti di una proiezione letteraria dell’autore: «questa profondità puoi ottenerla solo se è la TUA profondità». Leggendo altri romanzi di Dostoevskij, tuttavia, compaiono moltitudini di altri personaggi di uguale o maggiore profondità, che però hanno nature e comportamenti opposti o divergenti al protagonista di Memorie dal Sottosuolo. A quel punto è chiaro che l’intento del racconto non è accogliere i lettori in un coccoloso guscio di intelligentissimo disagio sperimentato, come potrebbe fare un Kafka, bensì quello di scrivere un personaggio che superi il conflitto verità-finzione e buchi le pagine del libro. La personalità di Fedor Dostoevskij emerge, forse, dalle relazioni che intercorrono tra i suoi personaggi, dal Mundus che essi delimitano. Ma forse il problema non si pone perché l’incanto di questi personaggi che interagiscono è tale da far dimenticare l’immedesimazione. Riportiamo questo esempio sugli Uochi Toki e mettiamoci un pubblico che si ostina a voler sapere quanto c’è di vero nei testi, quanto gli è permesso identificarsi, quanto gli è concesso scontrarsi con l’odiosità, nonostante sia stato detto e ridetto che non sono queste le linee importanti, e arriviamo a due punti:

IL PRIMO è che si stanno palesano sempre più frequentemente dei fruitori alieni che, in modo autonomo, riescono a superare queste pseudo-necessità di identificazione fondate sulla rockeggiante cultura della somiglianza, fruitori che non perdono lo sguardo critico su di noi (o su tutto in generale) e con i quali riusciamo a relazionarci nella realtà in modi che vanno dalla chiacchera alla convivialità. E non sto parlando di una Nuova Generazione Super Intelligente che tra poco esploderà in qualche web-reportage, web-articolo, web-storicizzazione del presente, bensì di ben individuati esseri umani che possono essere dettagliati solo in maniera orizzontale.

IL SECONDO invece è che, con Il Cartografo ho scritto qualcosa che non sarà letta dalla mia voce, non avrà le fattezze del mio tratto, avrà come protagonista un personaggio con cui posso trovarmi in disaccordo e sarà fruibile in modo relativamente veloce, nella dimensione bedroom, la stessa dimensione in cui questa serie di animazione sta nascendo. Chi non terrà conto di questo cambio di coordinate radicale, questa volta, rimarrà a riva e basta.

Questo per dire che spero che “La Discussione” a cui fai riferimento non apra altri fronti ma si concluda o si sposti su altro con questo cartone animato. Inoltre spero che i fruitori alieni invadano la Terra.
foto di gruppo

Da un altro punto di vista una serie animata in qualche modo sembrava una cosa che prima o poi avreste fatto, ci sono notevoli citazioni sia nei testi che nelle musiche almeno dai tempi dei Laze Biose (prima non so che cose faceste). nel momento in cui però la fate davvero, una serie, è divertente vedere come si sposta il peso delle citazioni. Ad esempio se leggo un fumetto, che so, di Zerocalcare, molte delle citazioni che usa creano un certo grado di immedesimazione, come in quel report di Lucca in cui Quit The Doner parla di quell’immaginario come dell’unico tratto comune/universale della nostra generazione. invece il vostro modo di procedere a volte sembra voler tirare coscientemente dalla parte di una specie di sdoganamento fuori tempo massimo, come se questo retroterra culturale (Naruto o i Puffi, non credo importi se è l’uno o l’altro) vengono caricati di un significato che è personale e non necessariamente condiviso con il pubblico, anzi più spesso no. Non so se c’è una domanda in questa cosa. Da quanto tempo ci state lavorando?

Noi non sposiamo il pensiero “per generazioni”. Sia nei rapporti che nella fruizione. Nella stessa maniera in cui è importante assorbire opere e conoscere persone transgenere è importante assorbire opere e conoscere persone transgenerazionalmente, concentrandosi su quello che si sta conoscendo e gettando via tutta la spazzatura generazionale.  Possiamo prolungare il discorso di questo Quit The Doner (che ho cercato perché non conoscevo) ed eliminare anche l’ultimo degli elementi che accomunano una generazione, così facciamo piazza pulita e possiamo concentrarci direttamente su Naruto e i Puffi per vedere se in qualche anfratto di quelle serie c’è sia pure una briciola di luminescenza. Poi personalmente penso che Lucca Comics sia un supermercato dove le due azioni base di questo immaginario, ovvero leggere/fruire e disegnare, sono decisamente a margine dell’esperienza, quindi c’è poco da fare report. Comunque sia se non si cerca un significato personale in tutti i fumetti/cartoni/videogiochi ripulendoli dai meme, dalle contese e dagli scivoloni di scrittura/sceneggiatura, allora queste opere tenderanno a diventare della stessa pasta di Calcio, Figa e Politica aka panem et circensem. Se la sterile puntata di Yu-gi-oh che ho visto di sfuggita 12 anni fa mi ha fatto saltare in mente una idea grandiosa, non vuol dire che mi guarderò tutta la serie, ma saprò che le idee si trovano nei posti più impensabili e non storcerò il naso a prescindere di fronte a Gokinjo Monogatari solo perché è uno shojo. Io e Rico siamo cresciuti davanti a cartoni e fumetti ma con esperienze diverse senza mai doverle integrare a forza, come ad esempio è successo con Evangelion: io l’ho guardato tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000 in un misto di videocassette prestate e Anime Night su Mtv, con un assorbimento graduale, influenza sui temi onirici e senza cercare di convincere tutte le persone che mi stavano accanto che Andava Visto, mentre Rico si è divorato tutte le 26 puntate nel 2014 in modo indipendente, senza che nessuno avesse creato la necessità in lui ed è rimasto così meravigliato dall’opera che ha sentito di dover condividere il suo entusiasmo cercando di segnalare la serie a diverse persone come la cosa che per lui era, una scoperta eccezionale. Peccato che la reazione di queste persone era più o meno sempre una variazione sul tema “Ma lo hai visto solo ora???”.

Entrambi abbiamo assorbito Evangelion in modi diversi ma con una intensità profonda, perché qualcuno deve ridurre tutto al miserabile dettaglio della contemporaneità? Per questo genere di basse esigenze attualiste esistono 6 o più serie che soddisfano giornalmente la fretta di stare al passo, si chiamano Telegiornali.

Visto che citi Zerocalcare poi, faccio un esempio anche su di lui. Anche io all’intervallo alle elementari mi trovavo a decantare le gesta dei Cavalieri dello Zodiaco, e ti batto il cinque se rappresenti tua madre come Lady Cocca di Robin Hood della Disney, di contro non amo quel genere di trattazione delle tematiche sociali e l’inserimento continuo di elementi contemporanei-evanescenti come internet e gli smartphones, TUTTAVIA non è nell’identificarsi o prendere le distanze che sta la lettura di un fumetto, altrimenti potrebbe piacermi Shintaro Kago solo se sezionassi corpi di ragazze. NO. Quindi cosa posso apprezzare di Zerocalcare? Il fatto che una persona che decanta la sua leggendaria sedentarietà come un valore alzi il culo e vada a Kobane, il fatto che non abbia eliminato l’infanzia dalla sua vita e ne parli in modo oscuro e divertente, il fatto che alteri la realtà dando delle identità fittizie ai personaggi dei suoi racconti evitando l’onesta professione di verismo senza abbandonare il tono gag e poi, accidenti a me, il fatto che mi strappi diverse risate. Sono andato un po’ fuori dal tracciato della domanda, però posso dirti che altre volte ho cercato di iniziare a fare cartoni animati e non è così automatico riuscirci, non basta la volontà, ci vuole anche il consenso di tutta l’inerzia dell’Universo, perché soffiare la vita all’interno dei disegni in una struttura narrativa non è cosa che si possa fare da soli, al contrario dei fumetti. E non ti so ancora spiegare il perché. So solo che con Rico e Megabaita ci stiamo riuscendo (buttiamo via la scaramanzia oltre che la generazionalità) e da solo non ci riuscirei.

2016

2016

nota di servizio: questo sarebbe il post conclusivo dell’anno 2016 in musica, ma negli ultimi giorni ho avuto qualche casino personale e non sono riuscito a fare niente di meglio che tirar giù 10 punti su qualcosa che in altre condizioni -magari- sarei riuscito a scrivere in modo più organico.

1 Non ho mai avuto troppi problemi con l’idea che “il rock” prima o poi sarebbe morto -molti dicevano che era successo prima che lo conoscessi- ma quando avevo vent’anni pensavo che sarebbe stata una sorta di martirio organizzato con tutti i crismi, o quantomeno che ad ucciderlo sarebbe stato qualche altro genere giovanilista occidentale -hip hop, elettronica, boh. Non è successa né l’una né l’altra cosa, e così oggi il rock sta morendo di vecchiaia.

2 usare la parola “rock” è stupido, ma del resto usare qualsiasi altra parola lo è allo stesso modo. Musica di rottura con una storia vecchia di decenni. Il rap non è che sia messo molto meglio, eh. È solo che ha conservato un briciolo di spocchia autoaccomodante come genere musicale, e le dinamiche di appartenenza interne all’hip hop hanno ancora una certa capacità di autogiustificarsi senza suonare ridicole a se stesse -è una cosa che si può perfino apprezzare. Però, per dire, quando leggo gli osanna al disco degli A Tribe Called Quest nelle riviste più blasonate del pianeta io un paio di domande me le faccio. Ad esempio: pilota automatico per pilota automatico, non sarebbe più sensato metterci l’ultimo disco dei Megadeth? Almeno di Dave Mustaine è facile intuire la dimensione tragicomica, e comunque è un modo per non dare per scontata un’idea di musica popolare che non sia necessariamente il prodotto di una serie di ingredienti inidentificabili comprato negli sconti dell’Esselunga.

3 Dall’altra parte è meglio il reducismo ignorante a grado zero di Megadeth o Metallica e tutta quella roba (dei Metallica puoi pensare tutto il male possibile, quantomeno) rispetto a tutto l’immaginario rimasticato per la quinta o sesta volta che sta impedendo alla psichedelia di estinguersi -e anzi la sta continuando a mantenere sulla cresta dell’onda presso un pubblico di appassionati duri a morire, al pari di certi atteggiamenti funeral doom da cui ormai, non me ne si voglia, preferisco scappare a gambe levate non appena sento un odorino sospetto.

4 Mi è passata la voglia di scrivere di musica. Ho ascoltato più musica quest’anno rispetto agli anni precedenti, e mi sono trovato a rendermi protagonista di qualche episodio di fanatismo assoluto -saranno 15 anni che non ascolto un disco con la dedizione che ho dato all’ultimo degli Autechre, per dire. Ma se devo mettermi al tavolo e scrivere roba sensata sul nuovo disco degli Autechre, preferisco di no. Al di là del fatto che l’ho fatto per troppo tempo, mi sento come strozzato dalla grammatica -e intanto fuori ci sono paesi che votano per uscire dall’unione eropea, tanto per dire.

5 Sono genuinamente esaltato da ciò che il mercato dell’ascolto e la guerra dei formati sta diventando: lo strapotere dello streaming, per quanto non proprio la mia tazza di tè, ha generato una nuova idea di album con cui bene o male riesco a confrontarmi, e persino ad esserne esaltato (ne scrissi qui). Ma anche qui credo che sia più una cosa personale, una cosa che mi piace più guardare di quanto mi piaccia descrivere.

6 Quest’estate a un certo punto hanno iniziato ad uscire articoli sul fatto che Andiamo a comandare sia da salutare come una sorta di addio dell’Italia tutta a qualsiasi aspirazione intellettiva. Non è la prima volta che succede, e non riesco più ad appassionarmi a questo genere di supponenza del cazzo: l’unica colpa di Andiamo a comandare è quella di aver funzionato presso un pubblico che prova a farsi una risata ogni tanto e non sta lì a pensare a cosa si perde nel frattempo. Non trovo nemmeno particolarmente sbagliato che gente tipo Thegiornalisti o Cosmo riempia gli stessi locali che mi fa male al cuore trovare semivuoti quando ci vado io; come se poi qualcuno avesse puntato una pistola alla testa all’ascoltatore e gli avesse urlato in tono minaccioso “Cosmo o Phill Reynolds? SCEGLI”. L’unico difetto che ci posso vedere è che non mi piace la loro musica, o almeno non mi interessa particolarmente la musica di Cosmo (dei Thegiornalisti, per via di una specie di fioretto, non ho mai ascoltato un disco). Ma alla fine la mia opinione vale quanto quella degli altri. Di solito quando iniziano questi ragionamenti stile a ciascuno il suo è ora di appendere la tastiera al chiodo. Ho ancora qualche sussulto sporadico; ieri sera ho sentito la canzone nuova dei Baustelle e mi ha fatto girare talmente il cazzo che per spurgare ho dovuto guardarmi sul tubo trenta minuti di Napalm Death dal vivo in formazione Dorrian/Steer/Harris/Embury -esaltante. Ma anche questi sono discorsi che ho già fatto in passato e non ha molto senso star qui a ripetere.

7 Quando leggo articoli sulla Dark Polo Gang o Sfera Ebbasta, Ghali e tutta quella gente, quasi sempre scritta in modalità “c’è più di quel che pensate in questa roba”, mi viene voglia di prendere una mazza da baseball. Grazie al cazzo, lo so che c’è più di quel che penso, è roba che ascoltano milioni di persone. Perchè qualcuno intossicato da vent’anni di cultura musicale dovrebbe negare a mia nipote il diritto di sentirsi speciale? In nome di cosa? Tipo delle FONTI? Della CULTURA? Diocristo, non è il caso di smetterla e ricominciare ad avvelenarci il fegato in privato? Quando uno di noi (35 anni o più) pensa che grime o trap o nuovo rap o EDM (o sa dio cos’altro) siano musiche poco interessanti, solitamente sbagliando di grossissimo, rende a questa roba l’unico servizio che gli è dato di renderle. Se io penso che sia “tutta musica di merda” e mi tolgo dal dibattito la colpa è mia; se riesco a capirla e contestualizzarla nella storia della musica, è colpa della musica. O anche: se un fan di dj Gruff ascolta Ghali, è ragionevole pensare che uno tra Gruff o Ghali abbia sbagliato qualcosa. In questo, almeno, sarebbe importante non fingere. Un altro conto è darne conto, naturalmente: se uno è fuori dal dibattito, è fuori dal dibattito. Non è la fine del mondo. Potrei persino ricominciare a fare del clubbing saltuario dopo una dozzina d’anni di break, magari quelle riserve per palati buoni patrocinate dagli enti pubblici o qualche serata carina di quelle che fanno qui in giro; giusto per sentirmi una volta tanto il matto del paese, il vecchietto che ha perso gli amici e la brocca e se ne va a fare l’uomo vissuto coi ragazzini che gli ridono dietro. Avrebbe un suo senso. Ci sono tre o quattro persone così che osservavo a 17/18 anni e sono uno dei miei spauracchi principali come essere umano (ho sempre avuto la fobia di diventare il matto del paese). O magari continuerò ad andarmene nei posti dove mi sento al sicuro, i circoli Endas con il vino buono e il concerto weirdfolk che inizia presto e a una cert’ora almeno si torna a casa, relegando l’occasionale voglia di contemporaneità ai festival di elettronica patrocinati dall’assessorato e cuciti addosso all’identikit che ha fatto di me l’algoritmo di spotify, e alla fine non c’è niente di stupefacente in questa cosa.

8 La principale caratteristica dell’oggi, musicalmente parlando, è che le narrative si sono sfilacciate al punto da rendere impossibile anche solo pensare un’idea di “musica popolare” omnicomprensiva. 5 anni fa non era così, tanto per dire. E se sparisce questo ideale, sparisce la legittimazione di tutto quello che sta ai margini, tutto quanto va ripensato più o meno dall’inizio e credo la critica non sia ancora prontissima a farlo, per cui la musica esce molto spesso con la parte critica già svolta al suo interno. Un grande esempio di questa cosa è il disco di Kanye West, che concettualmente direi essere l’album più ambizioso da diverso tempo a questa parte -ma in realtà è un’idea comune. Lo stesso attaccamento estetico del rock o della black music a se stessi è considerabile come un precipitato secondario di questa storia. Il namedropping non funziona più come un tempo, sia in senso positivo che negativo. È possibile al contempo ragionare su un ideale di contemporaneità che sparare Bowie al primo posto delle classifiche, un po’ honoris causa e un po’ per reali motivi di merito, e anche perchè comunque l’idea della morte nel 2016 è abbastanza centrale -spero nel 2017 sia centrale il bisogno di codificare un modo decente di elaborare il lutto. O anche, tanto per dire, l’idea di ricominciare a prendere una posizione su qualcosa.

9 i dischi: Autechre, Rihanna, Kanye West, Antico, Not Waving, Gqom Oh!, Deerhoof, WWWings, Holden/Luke Abbott, Lady Gaga, Ital Tek, Mykki Blanco, KatieE, Lorenzo Senni, Bowie, Aphex Twin, A Tribe Called Quest (ovviamente), Jute Gyte, Amnesia Scanner, Ben Seretan, Fatima Al Qadiri, Car Seat Headrest, Powell, ELM, . C’è un’infinità di roba che mi sento di voler citare e al contempo mi sembra stupido star qua a fare la classifica di fine anno. Quel che è meglio, sembra una partita continuamente aperta: all’epoca di consegnare la mia prima playlist, non avevo manco ascoltato ancora il mio disco preferito del 2016. oggi sentivo il nuovo Run The Jewels, ieri ho ascoltato L.U.C.A., non c’è giorno che non arrivino stimoli. L’anno scorso feci questo pippone infinito su quanto le classifiche si somiglino troppo, e quest’anno la mia classifica è uguale a quella di tutti gli altri. Più di tutti non so dire esattamente perchè questi dischi e non altri, e non ho voglia di scrivere un pippone su nessuno di loro.

10 Contrariamente ad ogni mia aspettativa, questo blog è sopravvissuto anche a quest’anno. È ragionevole pensare che nel 2017 ci sarà qualche cambiamento, in ogni caso. Magari inizierò a scrivere di roba che non c’entra nulla con la musica, giusto per tenere un po’ il ritmo, e vediamo dove si va a finire.

In difesa del metal turistico ai festival indie

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La mia dimensione concertistica ideale ha a che fare col disimpegno. Passata una certa età trovo piuttosto difficile avere a che fare con qualunque cosa succeda dopo le 23. L’ultimo concerto metal duro e puro a cui mi sono presentato non lo ricordo nemmeno più. Avete presente di cosa parlo? Quelli del giro Bologna in cui il gruppo principale suona ad un orario fetido, anticipato da cinque gruppi ugualmente pestoni: mi rompo le palle. Non voglio dire che i musicisti emergenti dovrebbero rifiutarsi di aprire le date degli Entombed AD, ma all’atto pratico il mio festival ideale avrebbe un cartellone che prevede dieci ore di indierock melodico, elettropop di merda, rap minimale e folk intimista, e poi un singolo gruppo pesantissimo che suona un set di 45 minuti e manda tutti a casa. Magari il giorno dopo avrei pure il coraggio di sottolinearlo coi miei amici, “impossibile dare conto dell’intensità degli High On Fire ieri sera, della manifesta superiorità con cui han fatto il culo a tutti i cazzari indiemmerda che hanno avuto i coglioni di presentarsi sul palco prima e dopo di loro”. Ci sta. Ma la verità è che due o tre gruppi dell’intensità degli Entombed uno di fila all’altro, mi fanno lo stesso effetto del pranzo a base di cozze al matrimonio di mia seconda cugina. La presenza di uno o due gruppi ultrametal (quest’anno sono gli Slayer) nel cartellone del Primavera sta solo a significare che di gente come me ce n’è tanta ed è gente che continua a pagare il biglietto del festival.

Club To Club

Ho ancora gli occhi gonfi dalla stanchezza post-C2C, o è l’abbiocco pomeridiano in ufficio, non so, comunque nei giorni che seguono una settimana di C2C il mio unico pensiero è minestrina in brodo e letargo, minestrina in brodo e letargo.

(finisce più o meno così)

(riparto da capo)

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c2c

“Ogni anno, migliaia di ragazze e ragazzi italiani spendono centinaia di euro in voli low-cost e case su Airbnb per assistere ai festival musicali in giro per l’Europa. Chi va a Parigi, al Pitchfork; chi va in Belgio, al Pukkelpop; chi va a Barcellona, al Primavera Sound. Poi ci sono anche quelli che risparmiano anni e se ne vanno a Indio, in California, al Coachella. Ogni anno, dopo che queste migliaia di ragazze e ragazzi italiani sono tornati dai vari festival in giro per l’Europa e ne hanno magnificato le sorti, la line-up, l’organizzazione, il contesto, la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: «Perché non in Italia?»”

È l’inizio di un articolo scritto dal mio amico Hamilton Santià, a cui di primo acchito naturalmente avrei voluto sfondare la testa con un cric. Nel senso che di articoli sulla mancanza di grandi festival in Italia ne escono già parecchi, scritti da gente che non conosco e di cui non mi sento necessariamente obbligato a leggere ciò che scrivono. Perchè non c’è un grande festival in Italia? Chi cazzo se ne frega. Volare a Barcellona (la Djerba dell’indie) mi costa meno che andare in macchina a vedere i Sunn (o))) al labirinto del cazzo in provincia di Parma dove han suonato quest’estate. Poi fortunatamente l’articolo di Hamilton Santià parla di un sacco di altra roba, perlopiù figa. Primo tra tutti il modo in cui il cambiamento di giunta a Torino ha fatto cambiare da mattina a sera l’aria intorno al discorso culturale cittadino, trasformando in maniera abbastanza rocambolesca quello che stava diventando il nuovo centro espositivo della cultura giovanilistica italiana (Salone del libro, TOdays, C2C eccetera) nel ponte di prua del Titanic, con tutta la gente che s’affanna sulle scialuppe e l’orchestrina che suona sul fondo. È un bell’articolo, ed è abbastanza pazzesco che nel clima descritto da Ham si sia svolta l’ultima edizione del C2C, con un cartellone talmente poderoso da far considerare persino a me l’idea di prendere e andar su. Purtroppo poi la vita mi ha inchiodato al paletto, ma la mia amica Batteri (con l’accento sulla A tipo la canzone dei Metallica ma con la i alla fine) (ore di discussione su questa cosa) è potuta andare in rappresentanza de IL SITO e ha raccolto qualche impressione. L’unica condizione che ho posto è che non saltasse il concerto di Arto Lindsay e Paal Nilssen-Love, perchè io sono fatto così, andrei a un festival di elettronica solo per vedere uno che suona la chitarra elettrica senza saperlo fare. Il report parte da qui, in forma di scambio epistolare.  

Arto Lindsay è immenso ed è esattamente l’uomo che vorrei sposare. Ok, questo non fa parte del report ma è la persona con quel genere di schizofrenia di intrattenimento improvvisato creativo che ognuno di noi (sono un po’ pretenziosa credo) vorrebbe avere tutto il giorno attorno a casa. Alterna numeri di chitarra atonali (è un eufemismo) che vanno oltre l’orecchio umano a serenate in spagnolo da farti sciogliere sulle poltrone (sì Arto, sono comode, lo dico per rispondere ad Arto che nei suoi intermezzi si è preso bene con la nostra lingua e ci ha anche chiesto “Come si dice “Comfortable”? sono comode le vostre poltrone?”) (E poi giù di distorsioni, urla nervose da mal di pancia e suonate di chitarra che rimbombano e stridono nel Conservatorio). Tra gli altri monologhi in italiano ci ha anche tenuto a precisare di aver visitato il museo egizio nel pomeriggio, mentre Paal Nilssen-Love era al museo dell’anatomia; che in effetti è la perfetta metafora del live, ognuno dentro al suo museo in completo sviaggio con lo strumento musicale che sta suonando, in contorsioni da guinnes dei primati. Credo di aver visto Paal scrivere lettere d’amore, o comunque lettere postali, sui piatti con la sua bacchetta, generando questi fischi acutissimi. E nonostante tutto il suono generato si sposava benissimo, quasi come l’abbigliamento -probabilmente si saranno trovati in cameretta poco prima: camicia della stessa tonalità di blu polveroso quasi come una divisa. Anyway Bravi, immensi, bis. un’ora e mezza di concerto (saranno state 3? chi se ne rende conto?) da commozione.

(poi FF sottopone a Batteri una cosa scritta su facebook durante il concerto degli Autechre, dall’amico e collega Federico Sardo, il quale acconsente alla citazione e alla riproduzione)

“Ho dovuto arrivare in transenna per trovare un posto in cui la gente non parlasse con accento campano dei cazzi suoi ma niente, pure qua hanno di meglio da fare che ascoltare la musica.
In compenso fischiano perché non fanno ballare.
In Italia non ci meritiamo NIENTE”

FF, in modalità ITALIETTA ALERT (spiego: tutte le volte che qualcuno dice “in Italia” parlando del fatto che siamo cafoni ladri o maleducati mi sale il sangue alla testa. Non è che sono un fascista o cosa, ma mi fa girare comunque i coglioni che ci si riferisca agli italiani come a dei minorati e delle teste di cazzo, umanamente valiamo più o meno quanto i belgi e i senegalesi), chiede a Batteri cosa pensi di questa cosa e se il casino fosse in qualche modo insopportabile.

Che poi stupirsi del pubblico che ad un festival parla di tutt’altro rispetto al festival, boh.

Credo di non aver mai esperito il completo silenzio di sala, nemmeno -che ne so- per Charles Cohen a Electronique ‘15 o la Turandot di Puccini a Torre Del Lago (era l’estate del 2015 anche in quel caso mi pare). Il pubblico da fiera della porchetta è abbastanza prevedibile, poi in effetti basta vederli a gruppi correre urlando verso l’ingresso con i biglietti stampati (ok, io non stampo nemmeno più la carta di imbarco, ma forse era parte del regolamento del C2C) per poi farsi la foto davanti alla security. Quindi sì, se vuoi sentir minimamente commenti su ciò che stai realmente vedendo e ascoltando forse hai leggerissimamente più probabilità di farlo nei pressi delle transenne.

Segue un breve stacco e dopo un giorno mi arriva un’email con il report del sabato, intitolato GIRA VS PAGLIE.

(Non me ne vogliate Swans, ma oggi proprio non ho intenzione di dedicarvi l’attenzione quanto feci per le 3 ore alle Officine Ansaldo nel 2013. Però faccio i complimenti a Gira che è pettinato come me ed è sempre in grandissima forma.

Quel ragazzone di Powell decisamente miglioratissimo, ha fatto ballare la sala di gusto -ormai è diventato nazionalpopolare: tiene il palco, fa divertire, mette i pezzi giusti.

Segue esodo verso sala gialla

(Avrebbero potuto prevedere una linea di metro interna)

Dopo la lunghissima attesa finalmente parte Amnesia Scanner, il duo misterioso di Berlino che alla fine misterioso ha continuato ad esserlo. Nel senso che il buio e il fumo hanno confuso le figure umane al punto che la fisicità e identità erano giusto intuibili, e non c’era uno studio della performance o qualsiasi tipo di presenza scenica -se così vogliamo chiamarla. Avevo la curiosità di sentirli e vederli anche per via di certi decantati visual che poi alla fine non c’erano. E insomma mi ha lasciato un po’ così, si perde un po’ il fascino di vedere un progetto del genere, che ci è arrivato comunque con un’allure e un fascino mediatico di un certo tipo, che poi dal vivo non c’è. Comunque ecco, se proprio devo lamentarmi di qualcosa, più che del rumore del pubblico e della scarsa ricettività durante i concerti mi lamenterei più delle cose a cui si assisteva quando toccava cambiar sala. Ad esempio, ok, mettere Amnesia Scanner in sala grande è un po’ audace, ma di fatto il pubblico si sovrapponeva a quello di Powell -per cui alla fine si è rimasti incastrati in un esodo verso la sala gialla con tanto di urla tipo “abbiam pagatooo” o “sfondiamooo”.

Per poi scoprire una volta aver fatto la fila del passaggio da sala a sala (mai vista fila così) che in realtà la sala gialla fosse ancora discretamente vuota. Ecco, magari queste cose conviene cercare di evitarle a livello organizzativo. Vado a cercare del cibo, dopo magari ti scrivo altro e ti mando le foto e il resto.

Attendo le foto e il resto, che arrivano in una mail intitolata ONE CIRCLE FEAT.DARK POLO GANG.

Se incontri dei nani che parlano in Romanaccio per i corridoi dell’AC Hotel con in testa le bandane rosa della Barbie e che vanno dicendo “raga con chi suoniamo stasera?” ottieni sostanzialmente il featuring a sorpresa in chiusura della sala gialla, vale a dire la Dark Polo Gang 777 sul palco di One Circle (trio Torino/Milano composto da Lorenzo Senni, Vaghe Stelle e A:RA). Dark Polo Gang 777 sono un progetto rap legato più a un immaginario estetico che a un discorso musicale o sottoculturale. Parlano della droga dei vestiti e del nulla, poi sul palco indossano la t-shirt The Beatles -un collegamento che non afferro- e arriva su questa impressione che tutto sia molto più a caso di quanto già sembrasse. Il climax del momento tra l’altro è interrotto da uno svenimento in sala, forse non del tutto casuale. Su One Circle niente da dire ma dell’ospitata si faceva anche a meno, divertente eh, ma quanto una pernacchia di un vecchio su un tram.

Alla fine della mail c’è una chiusura che ho deciso essere un po’ il motto del 2016 musicale.

Comunque in breve:

O sei Esotico.

O sei Nazionalpopolare.

SABATO

Il report del sabato mi arriva qualche giorno dopo. Il C2C ha già comunicato il successo di pubblico dell’edizione, che a me da qui sembra pazzesco (si parla di 45000 persone divise nelle varie giornate). Mi fa piacere, e non credo che ci sia moltissimo da aggiungere, quindi insomma ecco la critica artistica. Diciamo così.

Ho ancora gli occhi gonfi dalla stanchezza post-C2C, o è l’abbiocco pomeridiano in ufficio, non so, comunque nei giorni che seguono una settimana di C2C il mio unico pensiero è minestrina in brodo e letargo, minestrina in brodo e letargo. In realtà sotto sotto sono già gasata che Gaika (per un momento l’avevo chiamato Ghalika, l’avevo fuso con il ragazzetto di via Padova, sì) tornerà presto a Milano. Manco te ne avevo parlato a tempo debito, sarà per un’altra volta, ma niente male il ragazzo. Aspetta, devo andare per ordine altrimenti non capisco più un cazzo. Con tanto di rima.

Purtroppo non ho tante foto di sabato e domenica, a Torino quando piove (maledetta sia la pioggia) hai doppiamente bisogno del telefonino per cercare di non finire nel loop viale/controviale/sottopassaggio e alle 00:30 la batteria è già bella che bollita.

Una cosa che secondo me era più bella nelle vecchie edizioni era che durante il C2C ti spostavi effettivamente da club a club, ora questo accade solamente (o specialmente) all’interno del lingotto, tra le due sale e insomma, male. Fanno eccezione Dance Salvario e Astoria la domenica, ma io avevo già detto Adios Torino.

Il Sabato nella Main room inizia con il ragazzetto Giad, supportato da una sala discretamente gremita e dalla sua crew di ragazzi milanesi. La prima volta lo sentii suonare (e mi fece ballare) in quel della fermata Lanza, o LNZ, a una festa di presentazione di un nuovo tipo di sigaretta elettronica, se non erro con Dj Marfox. Le altre volte l’ho visto in giro per serate, festicciole, alla gelateria Orsi etc. E’ giovane sicuramente, fa ballare, anche questo è altrettanto certo. Selezione hip hop, Frank Ocean e altre strizzate d’occhio. Non a caso è fondatore di una serata hip hop a Parma, è resident al We Riddim Milanese (evoluzione della serata milanese Weird Club, che da seapunk è diventata una roba dancehall. Et voilà)

Ghali è proprio l’esatto esempio della Trap Esotico Nazional popolare, al di là della percezione voglio dire, è proprio esattamente quella cosa lì che fa. Rappa un po’ in italiano e un po’ in arabo, anche lui giovanissimo, appartiene alla generazione dei figli del vicino di casa tunisino del palazzone di Cimiano e infatti viene da Via Padova. E’ timido ma chiacchierone allo stesso tempo, ci fa accendere gli accendini, ci cede il microfono su qualche strofa (ancora in realtà il pubblico non risponde proprio in coro), ringrazia di condividere il palco con “artisti fantastici” come dice lui, e mi fa abbastanza ridere che riassuma proprio con la parola “fantastici” tipo come nei cartoni animati. Tenero, genuino, bravo, Si merita di girare cantando Cazzo mene o Questa Pioggia è uno sballo (ma anche no) meglio Marijuana, e si merita i suoi duecentomila ascolti al giorno.

Junun ft Jonny Greenwood, Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express.

Vi sfido a ricordarvelo a memoria questo collettivo del chitarrista dei Radiohead con il musicista israeliano Shye. Questo è l’esempio di Esotico all’ennesima potenza, quasi folkloristico/tradizionale. Ma quanti cazzo sono sul palco? Fa tutto po’ Expo, però davvero divertente. Poi abbandono per farmi una passeggiata nel tunnel della morte (verso la Sala Gialla). Non sapevo che stessi andando incontro a un viaggio senza ritorno.

Ahimè, è stato così. Addio Dj Shadow e scaletta mentale (quelle cose stile “prima faccio questo poi questo poi vado qua e torno di là”). COL CAZZO. Una volta diretti nella sala della febbre gialla ci si muore dentro. Non puoi mollare nemmeno per pisciare, altrimenti non ci torni più.

E quindi via di 2 ore di DJ set di Daphni, Caribou. Che è stato a mio parere uno stracciamento di coglioni, non me ne si voglia. Poi finalmente Clams Casino. SIIIIIII

Madonna che bravo Michael che bravooooo

Che atmosfere, che creativo, che sexyyyyy! Ha fatto ballare di brutto. W l’hip hop, alla faccia di Caribou.

Ormai a Gambe e orecchie sbriciolate, disidratati per mancanza di fondi (impossibile bere cocktail a 9 euro a bicchiere fino alle 5 del mattino) arriva il collettivo Janus. Parte Kablam che in pagella è un 9 e mezzo; segue Mesh che è un 8+, poi arriva Total Freedom, e mi spiace me ne vado a letto.