Il culo della Donna Ragno

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C’è una specie di polemica in corso per una copertina di Spider-Woman disegnata da Manara. Parto da quello che ha scritto Roberto Recchioni sull’argomento, non lo ripeto, leggete, memorizzate e tornate qui.

Negli anni novanta queste polemiche avevano un corso lunghissimo: un mese usciva una foto scandalosa, i giornali gridavano allo scandalo, il giornale che aveva pubblicato la foto si difendeva o rettificava, partivano altre polemiche, sì, no, etcetera. Nei tempi in cui vivo al momento riesco tranquillamente a scandalizzarmi a bestia, calmarmi, riflettere, rivedere la mia posizione, pensare il contrario di quel che pensavo una riga fa, annoiarmi mortalmente della polemica e passare ad avere opinioni sulla ice bucket challenge. Alla fine della faccenda è solo un modo come un altro per combattere la noia estiva e per dare un altro giro alla  tossicodipendenza da internet di cui sono affetto.  Negli anni novanta si sapeva anche, più o meno, come la si pensava su un certo argomento: c’erano quelli totalmente a favore della libertà di espressione e quelli a cui partiva un embolo tutte le volte che vedevano un culo nudo. Era più facile. Oggi le opinioni sono molto più stratificate e complesse, sono decisamente influenzate dal fatto che qualcuno o meno ne abbia date in precedenza (se qualcuno l’ha scritto prima io non lo scrivo, se qualcuno che odio la pensa in un modo io la penso al contrario, eccetera) e insomma, non posso dire che si siano svuotate di contenuto ma diciamo che hanno rivelato con sufficiente eloquenza che erano già vuote di contenuto a quei tempi.

Poco importa, naturalmente. La polemica Marvel/Manara è un buon esempio per illustrare alcune dinamiche che regolano il dibattito accademico tra fruitori di cultura pop con decine di anni di esperienza alle spalle, nell’anno 2014:

1 la prima cosa è che ogni argomento è potenzialmente spinoso ma i diritti delle donne lo sono al cento per cento. Qualsiasi culo ritratto in copertina, qualsiasi cosa detta su Maria Elena Boschi, qualunque sia la taglia indossata dalla modella, qualunque altra cosa su qualsiasi altro argomento possa riguardare anche da lontanissimo una questione tra maschi e femmine.

2 nell’epoca del social media marketing, qualunque cosa esso sia, una campagna viene giudicata in quanto tale, narrata sulla base del suo successo o del suo fallimento, e in questa cosa tende a far sparire dalla scena il prodotto che vende. Gli articoli che parlano della vicenda Manara/Marvel, citati da Roberto, non parlano del fatto che il culo alzato di Spider-Woman sia immorale o sadico o maschilista, ma del fatto che il culo di Spider-Woman non è adatto a raggiungere il target che Marvel si è prefissata nel momento in cui ha prodotto serie dedicate al pubblico femminile. Leggo questo genere di articoli ad ogni ora, ogni giorno: posso capire che chi lavora nel settore sia blandamente interessato, ma a tutti gli altri che cazzo gliene frega? Una campagna pubblicitaria fallimentare viene punita da una perdita in bilancio, non da tre articoli che ti danno dell’imbecille per averla concepita.

(2 bis è la stessa cosa che succede alla musica pop, tutto sommato: prodotti come Miley Cyrus vengono considerati soprattutto a partire dal loro successo di pubblico)

3 L’articolo di The Mary Sue non è  ha un’impostazione estremamente sessista, pure un po’ medievale. L’idea che l’immagine di Manara non sia di richiamo per le donne è un’idea sessista, almeno credo, cioè di base è legata all’idea che Spider-Woman in quella posizione stia forse per essere sodomizzata, e che questa cosa non sia buona da pensare per tutta una serie di motivi. Non ultimo un certo background soft-porno che le donne non hanno. A parte essere sbagliata mi sembra un’idea piuttosto conservatrice: suppongo che chiunque vada in edicola/fumetteria decida di sua sponte se essere attratto, non attratto, scandalizzato o del tutto indifferente alla copertina di Milo Manara e se è il caso di cacciare i soldi per il fumetto di Spider-Woman. È anche triste farsi un’idea, questa linea di pensiero, di quali siano eventuali immagini alternative che NON infastidirebbero un pubblico specificamente femminile e anzi lo attrarrebbero. Spider-Woman sui tetti che posa vestita Max&Co tipo Linda Evangelista sarebbe un modello moralmente più accettabile di Spider-Woman piegata a novanta? Un cliché meno pericoloso? Su che base?

Poi ok, Roberto parla soprattutto di casi di mislettura della polemica originale, e da questo punto di vista è davvero inappuntabile. Ho letto di gente che grida alla censura e al boicottaggio, e non sta succedendo. Ho letto qualcuno che approfitta della bagarre per dire che Manara in generale, e quel disegno in particolare, fa schifo (presupponendo quindi che l’arte va difesa a patto che sia figa). E sì, queste posizioni forse a volte fanno venir fuori uno squadrismo inconsapevole che fa saltare i nervi; e magari sbattere quel culo in copertina a Spider-Woman per tirare su due copie in più è triste e vuoto anche se le matite sono di Milo Manara. Ma se devo scegliere un lato triste di tutta la faccenda scelgo senz’altro l’encefalogramma piatto, mascherato da lucida analisi di mercato, che esce fuori in articoli come quelli linkati. Senza voler far polemiche, e mentre lo dico sono ancora indeciso se pubblicare il pezzo o no. Diciamo che lo pubblico solo per poterlo intitolare “il culo della donna ragno”.

Una per J Mascis e i Dinosaur Jr (il ventennale di Without A Sound un puro pretesto)


Feel the pain è il primo pezzo dei Dinosaur Jr che ho ascoltato nella vita. Il singolo era uscito mesi prima dell’album e con un video del genere, finito in heavy rotation all’istante praticamente ovunque, sarebbe stato impossibile non notarlo. Credo con buona approssimazione quel video l’abbia visto più o meno chiunque fosse a contatto con un televisore ai tempi. Per il regista Spike Jonze, un uno-due che giustifica una carriera: nel giro di pochi mesi, quello e Sabotage dei Beastie Boys – quest’ultimo con tanto di storia assurda a motivare: doveva essere un film vero e proprio, parodia blaxploitation meta-qualcosa, roba stupidissima nei risultati e intelligentissima nelle intenzioni, si sono smagnetizzati i nastri (o sono finiti i soldi, non ricordo) e ha dovuto fare con quel che c’era, montaggio alla brutto Dio e via. Il risultato è qualcosa di ciclopico comunque sia andata (anzi, forse è pure meglio sia andata così alla fine: bozzetti appena accennati di situazioni paradigmatiche da poliziesco di serie Q, allucinogena sequela di baffi finti, occhiali a specchio, ciambelle e caffè, nomi assurdi – Alasondro Alegré mi si è tatuato nel cervello da allora – nessuna trama, niente pippe). Per Feel the pain la lavorazione è infinitamente meno travagliata e la storia molto più semplice. Una sola idea, stirata oltre il parossismo: J Mascis che gioca a golf nel centro di New York City, in pieno giorno, asfalto strade trafficate eccetera (Mike Johnson, l’unico altro membro superstite – Murph era stato silurato da poco – è il caddy). A ogni tiro la spara nei posti più improbabili, traiettorie spropositate in sfregio a qualsiasi legge della fisica, con conseguenze spesso farsesche; dopo l’ennesimo tiro mirabolante la pallina finisce sul tetto di un grattacielo al tramonto, lì c’è la buca, con tanto di tappeto verde e bandierina. Ultimo tiro decisivo, pena un umiliante bogey o peggio. La butta piano, finisce in bilico; interminabili secondi a ondeggiare sul filo di lana mentre in sottofondo l’assolo è già partito, primo piano di Mascis che fissa la palla come Christopher Walken la pistola nel Cacciatore, se Christopher Walken fosse un bradipo sovrappeso con la fissità di un tavolo autoptico, la palla va in buca, tripudio. L’ultima inquadratura resta tra le cose più stupide, becere (nell’accezione più nobile possibile) e divertenti io abbia mai visto. Dissolvenza in nero.

Erano giorni strani. Cobain morto da poco, sembrava che il mondo intero stesse immobile, col fiato sospeso, ad aspettare la prossima mossa. Nessuna direzione, il buio più totale; l’urgenza (di più: la necessità) che qualcuno indicasse la strada da seguire, quale che fosse. Per il momento c’era Feel the pain con il suo video simpatico.
Where You Been, la cosa più bella mai uscita a nome Dinosaur Jr, era improvvisamente diventato un remoto non-luogo della mente, abissalmente distante, cancellato da una fucilata (come poi tutto il resto in realtà). Non ancora metabolizzato, non lo sarebbe stato mai. Ne ha scritti tanti di capolavori J Mascis: You’re Living All Over Me, Bug, Hand It Over, Farm. Ma Where You Been è speciale. Una volta lasciato entrare in circolo è la fine, non se ne esce indenni. La portata, l’intensità del dolore che procura, che non smette di procurare, il modo in cui fa sentire, di colpo e senza ritorno, completamente inermi, esposti, vulnerabili, sono qualcosa di impossibile da descrivere, da quantificare. Non esistono armi né barriere che possano in alcun modo contrastare l’assalto frontale che è Where You Been in questo senso, a parte l’indifferenza. Si può scegliere di ignorarlo o passarci attraverso restandone intoccati; succede. Ma dal momento in cui senti che quelle canzoni ti stanno parlando, e ci sei dentro, una volta dentro sei fottuto per sempre. All’istante.
Reggere il confronto sarebbe stato impossibile, per chiunque, e J Mascis nemmeno ci prova. Il testo di Feel the pain lo scrive direttamente in studio, prima di iniziare le registrazioni, questo può far capire quale fosse il mood generale. A parte un pezzo: I don’t think so. Il solo ipoteticamente degno di venire incluso nella scaletta di Where You Been, se non altro per depotenziarne (ma soltanto in superficie) l’effetto globale. Le parole sono le stesse, i concetti gli stessi, cambia la musica: confidenziale, apparentemente disimpegnata, a rendere umanamente sostenibili, perfino sopportabili, stati della mente che sono e restano lame nella carne. Complessivamente una stilettata in pieno petto, del tutto a tradimento. Mi piacerebbe credere che lei abbia pianto per me, ma non lo so. Può essere che lei abbia pianto per me? Non credo. Parole che non smettono di colpire dove fa più male, con perizia e sadismo immutati, ogni volta che le fai girare, regolarmente in corrispondenza di un ricordo che lacera al solo manifestarsi. Il resto del disco lascia il tempo esattamente come l’ha trovato e si dimentica all’istante appena finisce l’ultimo pezzo. Almeno a me succede così, da vent’anni.

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Without A Sound esce il 23 agosto 1994. Copertina orrenda, peggio del solito, niente testi as usual. Sulla scorta del video di Feel the pain diventa immediatamente il disco più venduto dei Dinosaur Jr, ma l’andazzo non dura molto; è un fuoco di paglia, una bolla che si sgonfia a velocità vertiginosa, ne sono la prova le camionate di forati che nemmeno un anno dopo invadono gli scaffali dei negozi a quasi un decimo del prezzo di partenza. Mascis se ne frega, ha altro per la testa; il padre è morto, per elaborare il lutto e tornare sulla piazza gli occorreranno tre anni. Dopo un silenzio radio praticamente ininterrotto (nel mezzo solo Martin + Me, sbracato live acustico pubblicato a nome J Mascis in cui oltre al suo repertorio massacra anche pezzi di Greg Sage, Carly Simon, Smiths e Lynyrd Skynyrd), nel 1997 dei Dinosaur Jr al mondo importa meno di nulla (a parte una risicata schiera di irriducibili, sempre decrescente). Non basta il titanico Hand It Over a risollevarne le sorti (Kevin Shields ai controlli, infatti suona come nessun altro disco dei Dinosaur Jr ha suonato mai, c’è anche Bilinda Butcher ai cori; commovente, squarci di luce a tratti accecanti, un capolavoro assoluto destinato a rimanere incompreso), ci vorrà la reunion con Barlow e Murph relitti nel decennio successivo per riaccendere interesse nelle platee. Mezzi per un fine: Beyond puro riscaldamento, Farm deflagra, riapre ferite che si scoprono ancora spalancate. Più che un disco, una tortura cinese, in costante torsione verso la pop song definitiva. con Plans quasi ci riesce. Non ho ancora sentito I Bet On Sky, continuo a temporeggiare: il ricordo del predecessore ancora brucia dentro di me. Non so, forse non lo ascolterò mai, esiste questa possibilità.

Un festival musicale che non salverà l’Italia

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Tuono Pettinato

BUDAPEST - La domanda è semplice: perché in Italia non si riesce a organizzare un grande raduno come quello ungherese del Sziget? Dall’11 al 18 agosto, sette giorni di grandi eventi musicali in un’isola sul Danubio non a caso denominata “island of freedom”, “isola della libertà”. Colpa dei promoter, lupi solitari? Delle rockstar litigiose e un po’ invidiose? Della politica poco sensibile all’universo giovanile e più in generale alla cultura? O è la burocrazia asfissiante, nonostante la recente legge Bray? Il paradosso è che proprio allo Sziget gli italiani, sia come partecipazione di pubblico che per numero di artisti presenti, fanno proprio una bella figura. Non è finita: uno dei palchi più interessanti è lo Europe Stage, promosso, tra gli altri, da L’Alternativa – Sziget Italia e Puglia Sounds: tutta roba italiana, insomma. Un’oasi, quella all’interno del Puglia Village, che si è distinta per l’accoglienza, l’organizzazione e l’offerta musicale (qui si sono esibiti, oltre a interessanti band straniere, anche gran parte degli italiani). Dopo la grande industria automobilistica anche quella musicale deve trasferirsi all’estero per ottenere i risultati migliori? Altro segno della decadenza italiana? Lo abbiamo chiesto a tre degli artisti italiani che hanno suonato nel festival ungherese: Caparezza, Diodato e The Bloody Beetroots.

Questo in corsivo è il paragrafo introduttivo di un pezzo su Repubblica nel quale si riflette in merito a non so bene cosa, o meglio lo so ma fingo di non: l’assenza di un festival musicale italiano, basato in italia, che abbia respiro mondiale. Il titolo dell’articolo, nientemeno: “SZIGET, IL FESTIVAL CHE POTREBBE SALVARE L’ITALIA“. La prima volta che ho letto un pezzo del genere era su qualche rivista musicale e io avevo probabilmente diciassette anni, ed era un modo come un altro per discutere dell’arretratezza culturale del nostro paese che distrugge sistematicamente i sogni di chi vuole vedere musica dal vivo in quello specifico modo. Pensai che fosse un mondo intero di concetti nuovi e possibilità, mi feci un po’ di idee sull’argomento (quasi tutte noiose o sbagliate) e passai oltre. A ventidue anni scoprii che l’emorragia di pezzi “perché non c’è un Lollapalooza italiano”, con una lista di colpevoli lunga un braccio e nessuna denuncia che parte mai davvero, era un classico di ogni fine estate, tanto per la stampa specializzata quanto –soprattutto- per quella generalista. Oggi ho trentasei anni, ho letto l’ennesimo pezzo su questo argomento e vorrei più o meno raccontare perché sono preso male.

Per prima cosa c’è l’idea di considerare progressista, a qualsiasi titolo, un festival UNGHERESE con un palco PUGLIA SOUNDS in cui si esibisce CAPAREZZA, un’idea che probabilmente sono il solo a considerare balzana e stronza e perdonate tanto i maiuscoli. Comprendo che questa cosa sia un punto personale, ma i pugliesi potrebbero tranquillamente farsi i loro festival in Puglia, con qualche artista pugliese, qualche dj pugliese e magari un ospite internazionale tipo Steve Aoki. Qualcuno potrebbe essere stupito sapendo che queste cose in Puglia succedono già.

Seconda cosa, l’industria automobilistica. Ci torno poi, magari.

Terzo, l’idea che qualcuno possa considerare Diodato un personaggio con la caratura da opinionista. Sia chiaro, non ho niente contro Diodato, gli ho solo sentito cantare un pezzo a Sanremo, una canzona strappalacrime tiratissima e sanremese (anzi ho una singola cosa contro Diodato: gli ho sentito cantare un pezzo a Sanremo, una canzona strappalacrime tiratissima e sanremese, con addosso una maglietta di Daniel Johnston). È solo che non l’ho mai visto a nessun concerto/festival di musica in Italia, manco per sbaglio, manco di traverso; magari era tra il pubblico, ma sul palco no –di base perché fa musica che ai festival di musica di solito non viene presentata, a torto o a ragione, e quindi magari potrebbe essere il cinquecentesimo (in ordine di interesse) da intervistare in un pezzo nel quale si spiega perché nei festival italiani non suonano artisti esplosi a Sanremo o nei talent show o tutta quella roba.

Quarto, il titolo dell’articolo. Quando è successo di preciso che un festival musicale, con o senza Caparezza headliner, abbia SALVATO uno stato sovrano? SALVATO in che senso? Rilanciato la sua economia? Unificato popoli di etnie diverse? Creato un nuovo clima culturale? Fornito cure mediche o aiuti umanitari necessari alla popolazione?  È vero che ultimamente Repubblica sembra essere abbastanza alla mercè del caso per quanto riguarda i titoli: è scappato un “negro” da qualche parte, per dirne una che ho trovato nel momento in cui scrivo. Suppongo che il titolo sia stato scelto perché un titolo più obiettivo rispetto al pezzo, tipo “Sziget, il festival che potrebbe fare la patta in Italia”, non suonava benissimo.


(intervallo)

C’è un discorso interessante che riguarda il modo in cui una notizia diventa una notizia. L’espressione click-bait sta diventando molto ricorrente (click-bait si dice dei contenuti pubblicati al solo scopo di generare traffico, ho visto linkata un’analisi interessante stamattina all’alba in fase di risveglio); in generale è abbastanza evidente che un pezzo come quello linkato su Repubblica sia sintomatico di un certo tipo di fare informazione nell’epoca contemporanea –da cui io, perdendo un’ora a scrivere un pezzo su una questione così futile, non sono peraltro esente. Tra le righe del pezzo ci sono alcune cose interessanti:

-         Chi scrive (Michele Chisena) non sembra essere stato inviato al festival, non sappiamo se per scelta o per budget, o comunque non ha sentito necessario renderne conto dal punto di vista dell’esperienza diretta.

-         Tra gli innumerevoli tagli che si sarebbero potuti dare dare ad un articolo su un festival musicale, si è scelto di non parlare della musica. La questione-musica è deputata ad un altro articolo, linkato nel pezzo, che ha tutta l’aria di un redazionale.

-         Tra gli innumerevoli tagli, si è scelto di porre specificamente una domanda: perché non esiste una risposta italiana allo Sziget? È strano a dirsi così, perché i tre artisti nominati nell’articolo di cui parliamo non hanno problema a suonare in Italia, potenzialmente anche a dei festival, potenzialmente anche tutti in un singolo festival, per giunta gratuito o comunque trasmesso in TV (il concertone del primo maggio, Sanremo, Coca Cola Live, Festivalbar e quel che volete). Il punto è che se la risposta italiana allo Sziget è un festival con Caparezza Beetroots e Diodato, è la risposta ad una domanda che nessuno sano di mente si sognerebbe di porre.

-         Come dicevo sopra, il pezzo si permette un paragone tra festival musicali italiani e industria automobilistica italiana, mettendo nero su bianco che si è trasferita all’estero per ottenere i risultati migliori. Naturalmente è vero. La cosa interessante è che il paragone non serve al pezzo, è una sorta di bonus economico per fare legna di concetti più o meno casuali; considerando il fatto che stiamo parlando di un problema piuttosto importante nella nostra economia, la cosa fa male. L’industria automobilistica italiana si è trasferita all’estero soprattutto perché all’estero i costi di produzione sono più bassi, cioè pagano meno gli operai. È probabile che nessuno si sia posto la domanda, ma un’analogia del genere cosa ci dice dell’industria musicale italiana? Che i grandi festival italiani non potrebbero stare in piedi perché chi ci lavora vuole percepire un salario congruo?

-         Il pezzo indica una mezza dozzina di colpevoli ma non fa un nome che sia uno. Nelle interviste vengono citate cose tipo “lo stato”, “le autorizzazioni”, “la burocrazia”, “i promoter”. È una pratica molto comune, ha padri nobili (quando Pasolini scriveva “io so i nomi” e poi non faceva i nomi io non c’ero, ma credo che il pezzo avesse un suo senso, ok, non parlava di musica) e tanti di quei figli e nipoti da essere diventato un modo come un altro di intossicare l’informazione. Avete mai letto un articolo (in generale, mica solo su Repubblica o sul Corriere) che spieghi per filo e per segno come funziona? A me non pare di averne mai letto uno. Nel momento in cui chiude un locale viene a generarsi una serie di opinioni pubbliche che si basa su informazioni incomplete o del tutto mancanti: il posto non era in sicurezza, dice chi l’ha sgomberato. Avevamo fatto le modifiche e sono arrivati nuovi controlli, dice chi lo gestiva. I vicini si lamentavano, dice chi lo frequentava. Uno legge e prende posizione sulla base di quello che pensa: io preferisco che musica alcool e droghe siano presenti nella mia città, e sono sempre contrario alle chiusure. Qualcun altro preferisce silenzio e sobrietà, ed è sempre a favore.

-         La persona che firma è in buona fede. Non stiamo parlando di qualcuno che scrive di qualcosa con la coscienza di essere fuori contesto e al servizio di chissà quale scopo ideologico. Stiamo parlando di un normale giornalista musicale con (suppongo) una normale formazione da giornalista musicale che cerca di raccontare un grande festival europeo utilizzando un’impostazione che secondo lui ha senso e può interessare il lettore, sollevare quesiti che pensa possano/debbano essere sollevati, cercare di dare una risposta affidandosi a certe voci, eccetera.

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Tuono Pettinato

Andrea Pomini, un paio di settimane fa, aveva posto un problema legato alla storia che viene raccontata in due foto sulLa Stampa, una accanto all’altra. È un pezzo eccezionale, leggetelo. L’articolo di Repubblica (e molti pezzi sullo stesso taglio) pone molti più problemi di quanti sembrerebbe porre a un primo sguardo. C’è un complesso di arretratezza e sottosviluppo, basato su indicatori stupidi o sbagliati, che ci pone a considerare l’Italia il posto in cui la cultura se ne va a morire male. Nessuno fa niente perché questa cosa è fondamentalmente falsa. Personalmente, parlando di prestigio internazionale, vedo molti più buoni artisti italiani che non spagnoli o ungheresi (volendo tirar fuori stati in cui esistono grandi festival musicali).

Un’altra cosa è il modello culturale a cui ci riferiamo. Siamo usciti da un’estate in cui era possibile recarsi a un buon festival musicale ogni settimana: Ypsigrock, Radar, Siren, Umbria Rock, Lucca, Beaches Brew e dio solo sa quanti altri, senza contare le decine di festival fatti con (buoni) artisti italiani e le cose tradizionali e tutto il resto. Molti weekend toccava scegliere se andare a un festival piuttosto che a un altro. D’inverno i vari Dissonanze/C2C/Angelica/Netmage e simili. La principale differenza tra questi festival e un grosso festival internazionale, o un Heineken Jammin’ Festival, è che a quelli che ho elencato sopra ci si va per stare bene. Un bel posto fuori dalle metropoli, campeggi medio-piccoli, alberghi puliti, possibilità di mangiare spaghetti alle vongole spostandoti di trenta metri e spendendo il giusto. In più di un senso, da quando sono nato questo è di gran lunga il momento più florido ed eccitante per la musica dal vivo in Italia. Sapete qual è il modo di far crescere culturalmente una nazione? Di farla crescere davvero? Andare a questi festival. Fare in modo che l’anno successivo abbiano due gruppi più grossi in cartellone. Farli funzionare al punto che qualcun altro vorrà organizzarne di nuovi, farli rientrare col biglietto e il bar e magari, sì, qualche migliaio di euro allungato dal settore pubblico.

L’articolo, e la nostra cultura in generale, non prendono in considerazione queste realtà per svariati motivi. Il principale è la loro scarsa rilevanza dal punto di vista, diciamo, televisivo: luci sparate a bestia su un pubblico accalcato che urla ubriaco il testo di Albachiara in faccia alle telecamere. Da quel punto di vista, quello che serve per SALVARE L’ITALIA è un festival mastodontico, che porti ottantamila persone all’area parcheggio della Fiera di Rho a sentire gruppi tipo QOTSA e magari, incidentalmente, Mount Kimbie o Deadmau5. Pubblicità di birre cattive ad ogni angolo, gente collassata nel cemento con la maglietta dei PJ innaffiata di birra, cessi chimici e bandiere sarde a strafottere. A un certo punto magari uscirà anche qualche articolo sul fatto che questi eventi, Mount Kimbie o meno, non segnano nessun progresso culturale ma una diversa forma di asservimento, un’idea di musica fondamentalmente sbagliata, una brutta forma di elefantiasi e l’ennesima celebrazione del fanatismo musicale come esperienza totalizzante, militare e (nelle sue punte più estreme) vagamente fascista.

E poi certo, esistono buoni festival musicali in Europa, un pelo più a misura d’uomo, nonostante ospitino cinquantamila persone. Una cosa che non viene detta nell’articolo: gli italiani che avrebbero interesse ad andarci ci vanno già. Comprano il biglietto online, prenotano un volo online (che costa meno di quanto costi fare trecento chilometri in autostrada qui da noi), si presentano ai cancelli in orario e iniziano a riempire Instagram. Come è giusto che sia, tra le altre cose: la notizia è passata un po’ sotto silenzio, ma qualche anno fa i paesi europei hanno abbattuto le frontiere ed iniziato ad adottare una moneta unica.

Una per Nebo, GQ e quella storia lì

C’è che insomma era un po’ che non leggevo Nebo -o meglio Proeliator- e non sapevo avesse iniziato questa subcollaborazione con sta zona underground di GQ (una roba che si propone di essere le forbici con le punte arrotondate per il figlio di Vice e Cronaca Vera) e riscoprirlo al centro di un palese caso di “sciacquamento di palle editoriale” mi fa sentire come quando non senti un amico dalle medie e poi lo ritrovi al telegiornale dopo aver ammazzato qualcuno o essersi ammazzato con i canoni bizzarri del trend giornalistico del momento.
Ho iniziato a leggere Nebo lurkando i meandri del 63, che è stata e credo sia ancora la miglior maniera per studiare, capire e coltivare e acquisire cultura su internet. E’ un posto dove nell’internet del ’99 e degli anni 2000 ci hanno postato talenti veri, blogger senza sapere di esserlo, mille storie messe giù con una scrittura che se raccolti, ancora ad oggi, avrebbero fatto fare dei soldi veri a chi frequentava.
Nebo è uno di spessore uscito da lì, dal 63, ma che lì ci è arrivato con lo spolvero del rapper del nord-est da Mestre a Monfalcone, coi Genoma insieme a Nasdaq (DJ col manico vero) e quel pezzo lì sopra vale quanto una premonizione di mille dissing ed è roba di dieci anni fa.
Ritrovarmi ad ascoltare questo pezzo, i video di una Barbie Xanax invecchiata come una trentenne di Bristol che parla di un sindacato di categoria per la gente che scrive su internet in caso di licenziamento, la redazione di GQ che gestisce in modo a dir poco amatoriale la vicenda, non so, sento il rumore del livello che si abbassa, mi sento fisicamente più stupido, vedo scene in cui GQ ha l’ottima idea di prendere una penna come Nebo, di volere lo stile di Nebo, le parole di Nebo, l’incoerenza artefatta di Nebo, il pacchetto completo, con la mente veloce a scrivere figure di un certo tipo partendo da fatti di un certo tipo e poi qualcuno che gli campiona su “You want the truth? YOU CAN’T HANDLE THE TRUTH” infine l’inquadratura si allarga su una stanza grande quanto l’internet dove nessuno di quelli che ci lavorano sa più cosa vuole, nessuno sa più leggere oltre le prime quattro righe. Nemmeno GQ.

Nebo è stato cacciato per aver scritto a modo suo sul pestaggio domestico di Christy Mack, poi una videoblogger che campa di hater ci ha fatto un video di lamentela cercando di assomigliare a Selvaggia Lucarelli pur non riuscendoci da almeno dieci anni, GQ non ha voluto dire/sapere.
La morale è che se sei una testata importante, con un bacino importante, ed assumi un blogger ex rapper, assicurati che quel rapper sia quello che cerchi, o di pagarlo abbastanza per farlo diventare meno di quello che cerchi. O che sia Emis Killa, come ha fatto Sky.

Una volta ho visto i Van Pelt dal vivo. Robin Williams era morto da poco.

 

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La musica chiede quasi sempre di scegliere. Per evitare di farlo alcuni ascoltano la radio, e credo sia per quello che la musica alla radio sembra sempre finta e vuota. Alla radio i REM non sembrano mai veramente i REM, c’è sempre un edit diverso o cinque BPM in più o uno speaker simpaticissimo che inizia a parlare mentre ancora l’ultima nota di piano di Nightswimming non se n’è andata via in silenzio. Ascoltare Nightswimming prevede qualche secondo di silenzio alla fine, e non c’è nessuno che poi parla al microfono con una voce esaltata per tirarmi su di morale, che se avesse voluto farlo davvero se la sarebbe dovuta tenere in tasca, Nightswimming. E insomma si sceglie, centinaia di volte al giorno. Pensi che una canzone sia tutto ciò che vuoi per il viaggio, cantarla a squarciagola lanciato su una strada deserta. Scarichi il disco e lo masterizzi o ti fermi al negozio per comprarlo nuovo e metti su la canzone e a metà del primo ritornello la canzone in realtà non è più quello che vuoi e rimetti su quell’altro disco, quello che suona più piano, quello che non è il tuo preferito ma ce l’hai sempre vicino al sedile. E poi scegli di cambiare ancora o di non ascoltare la traccia numero quattro perchè, beh, non sono cazzi vostri. La letteratura si concentra molto di più sull’aspetto unificatore della musica, la sua capacità di creare delle reti, di quanto faccia sul carattere divisivo e personale. Il motivo fondamentale è che le tendenze unificatrici vendono birra. Con ogni disco e con ogni gruppo ognuno ha la sua storia, ed è una storia poco interessante perché sono gruppi e dischi.

La mia storia coi Van Pelt inizia per negazione. È il 1997 e leggo una recensione dei Royal Trux su Rumore: Claudio Sorge, che all’epoca è il direttore e firma il pezzo, scrive grossomodo che “i Royal Trux non sono più di moda. Me ne sono accorto in redazione, molto più opportuno scannarsi sull’ultimo dei Van Pelt…” Cito a memoria. Sorge è impegnato da tempo in una microbattaglia contro una certa aurea mediocritas, il post rock, le soluzioni minimaliste e in punta di dita riconducibili in qualche modo al punk. Odia i Tortoise e il post-rock; dei Van Pelt non dice niente di male, strettamente parlando, ma la musica divide almeno quanto unisce e questo gruppo che non ho mai sentito sembra stare decisamente dall’altra parte. Non è un periodo in cui posso andare a controllare cosa è vero e cosa è falso, mi fido di quello che sta scritto nelle recensioni. I Van Pelt stanno forse nello stesso numero, la recensione è boxata come quella dei Royal Trux, non la ricordo nemmeno più. La copertina è dipinta e virata sul verde.

Nella mia città c’è una strana tradizione emocore/indierock e credo sia tutto da far risalire a un tizio che organizzava concerti in uno squat a un certo punto; Blonde Redhead, Karate, Mineral, i primi Get Up Kids, Cap’n’Jazz, Braid eccetera. Basta una decina di persone a fare una scena, se sei in una città come la mia: uno ascolta un disco e lo fa girare, prova a far suonare il gruppo, tutta quella roba. Ai Van Pelt ci arrivo così, tramite amici che sono stati contagiati da qualcuno di quelli che hanno smesso con Fat Wreck e hanno iniziato a suonare, secondo la felice definizione del mio amico Nicola, “tipo Texas is the Reason”. Se metti su il disco capisci subito perchè a uno come Claudio Sorge fa schifo.

Sultans of Sentiment, dio. Che titolo stupido.

Chris Leo è bellissimo di quella bellezza femminea e gentile, viso dolce scolpito un po’ Fassbender un po’ Keanu Reeves. In un’altra vita sarebbe stato l’attore di punta in qualche teen-drama, magari una delle voci della sua generazione, quelli di cui gli altri invidiano l’esistenza; o magari un Jamie Walters qualunque, belloccio con la chitarra in un telefilm in voga. Non conosco la sua storia, so solo che suo fratello si chiama Ted. Suppongo che un giorno si sia trovato in mano una chitarra, e che da allora abbia iniziato a suonare e a fare scelte. Forse erano le scelte sbagliate, forse no. Dicono che ai tempi del primo disco qualche grossa etichetta s’era fatta avanti e aveva offerto al gruppo un contratto di quelli con un sacco di zeri. Loro invece firmano per un’etichetta minuscola col nome buffo, fondata da uno che stava in un gruppo accacì violentissimo. Gern Blandsten. L’etichetta, dico.

Dicono che i soldi non siano tutto. La grande domanda della settimana scorsa: com’è possibile che un attore bravo e di successo cada in depressione? Altra grande domanda: il suicidio è o non è una forma estrema di egoismo e narcisismo? Non so se ci sia una risposta, sarebbe stato sicuramente bello se non ci fossero state nemmeno le domande. Un’altra domanda: è possibile realizzare un disco come Sultans of Sentiment quando si è in pace con se stessi? Probabilmente sì, ma più probabilmente no. Nella testa di Chris Leo non ci sono mai stato. Spesso, a vederlo, dentro la testa di Chris Leo non c’è nemmeno Chris Leo. Sia quel che sia i Van Pelt si sciolgono l’anno stesso di pubblicazione del loro capolavoro, il cantante fonda un gruppo chiamato The Lapse e prosegue a suonare in giro. Il primo disco dei The Lapse è bellissimo. Non quanto quel disco dei Van Pelt, ma mica tanto più brutto.

Mi pare assurdo tocchi proprio a noi di sentirci non adatti inadeguati, noi che abbiam l’unica colpa di esser stati più curiosi, di non esserci mai accontentati di certi modelli di certe etichette di un linguaggio dal vocabolario ridotto, dello stesso filo conduttore tra cattiva qualità e successo commerciale, come per certe canzoni e per certi cantanti fermi da anni a un vecchio ritornello, il loro idioma io non lo comprendo, sono un sordomuto con questa passione per il canto.
(Caso)

Quando vedi dei ventitreenni urlare come dei pazzi sotto il palco dei Fine Before You Came non stai lì a chiederti quanti di loro avevano sentito Cultivation of Ease appena uscito, è una domanda vuota e stronza, è vuoto e stronzo anche stare un po’ dietro con le mani in tasca a godersi un’aranciata mentre davanti s’abbracciano gridano e saltano dal palco. Il motivo per cui queste cose sono tornate a far gente è lo stesso per cui, a scadenza regolare, assistiamo al ritorno in auge del rock’n’roll: la gente ha bisogno di concetti facili e di musica suonata forte. Trovarsi in mezzo a duecento persone che urlano ho tirato pugni da ogni parte solo per uscire da un sacchetto di carta può essere estremamente patetico o estremamente trascinante; nel secondo caso vuol dire che senti di trovarti in mezzo a tuoi simili. Ci sono meccanismi di identificazione e lubrificanti sociali, non così diversi da quelli che governano il rock da stadio, un po’ più mirati e un po’ meno universali; cambiano i rituali di affiliazione e il numero di persone sotto al palco. Se sono troppo poche basta stringere i muri del posto e scendere dal palco. Sultani del sentimento. Poi ci sono quelli che spendono centinaia di euro per andarsi a vedere la reunion degli Stones, sulla base del fatto che probabilmente la prossima volta qualcuno di loro salirà sul palco con un respiratore. Le storie che puoi raccontare sugli Stones le ha già raccontate qualcun altro meglio di te, tipo Godard, e comunque non erano interessanti già allora.

This show represents a triumph of normal people over businessmen, social manoeuvres and celebrities and politicians. This show is a triumph and a recognition of how fundamentally right normal people are.
(Steve Albini)

La canzone che apre Sultans si chiama Nanzen Kills a Cat e si ispira a un racconto Zen. Il mio amico Maurice per un certo periodo ha cercato di introdurmi al buddismo Zen, nello specifico la versione soap-opera dello stesso: io passavo il tempo a pensare e gli illustravo i miei progressi, lui mi percuoteva con un bastone. Chris Leo enuncia slogan fricchettoni con la voce aspra e un tappetino di chitarre sotto. La gente è supposta consumare birra e vino per mandare in pari il gestore del locale. Crucify our father Edison, sacrifice to the new mysticism, smash the bulbs that lengthen the day: chi può cantarle sentendosi in buona fede? Molte delle cose che ascoltiamo o leggiamo le diamo per buone, perchè decodificare costa tempo ed energia che non abbiamo. Qualcuno se ne approfitta, qualcun altro non si pone il problema. A volte mi piace pensare che un gruppo come i Van Pelt non accetti un contratto multimilionario perchè sceglie di cambiare la vita di una persona invece che rallegrare blandamente la vita di mille persone. Quel disco di parole aspre e incomprensibili e melodie sbilenche ha cambiato la vita di un sacco di persone. Forse anche a me, sicuramente più di quel disco orribile dei Royal Trux.

E poi quattro tizi imbracciano gli strumenti sotto la tettoia dell’Hana-Bi, verso le dieci e mezzo del 14 agosto. Robin Williams è morto da qualche giorno, e mentre siamo lì (ora più, ora meno) un attacco di cuore stronca Jay Adams. I presenti davanti alla tettoia si dividono in parti uguali tra presenzialisti dell’indie, sultani del sentimento, curiosi generici e gonzi semiubriachi in botta per il party di ferragosto. Il nome del gruppo che suona è The Van Pelt: sta scritto su un poster bellissimo di Baronciani attaccato sotto la consolle. Il cantante aveva anche suonato al Bronson, che è l’Hana-Bi d’inverno, qualche anno fa. Il nome del gruppo era Vague Angels e stava su un poster molto più piccolo. La data l’aveva messa insieme il mio amico Diego, avevamo iniziato a mettere dischi al Bronson da qualche mese. Chris Leo non ha mai smesso di suonare, tour poco o per niente seguiti, messi insieme con una rete di contatti orizzontale. Dicono che ami l’Italia, sicuramente parla italiano meglio di quanto io parli inglese. A quanto ne so il tour europeo i Van Pelt l’hanno messo insieme per suonare a un ATP, che viene cancellato all’ultimo; due giorni prima ha fatto un secret show a Ferrara. C’è anche un video su Repubblica, quello che parla nel video scrive pure su questo sito. Tutto in famiglia. Chi c’era mi racconta che è stato “commovente”; io stasera sono venuto col minimo sindacale di fotta. Quando un gruppo si riforma mi figuro sempre Matteo Cortesi scrivere “tristo karaoke per introdotti” e schiacciare il tasto pubblica. Matteo ha sempre ragione, e ogni volta che un gruppo si riforma tocca cercare di capire se sia saggio o meno non curarsene. Poi quelle melodie iniziano ad intrecciarsi e la nostalgia ti stringe alla gola con una mano e ti sussurra “quando inizia a far male puoi andartene”.

Durante la prima parte del concerto chiacchiero un po’ con qualche amico, poi diventa inevitabile girare in mezzo alla platea e fare scorta di sguardi e sorrisi. Basta andare un pochino avanti sul palco: niente scene isteriche, applausi che scrosciano ogni tanto. Sul palco i quattro sorridono sereni, crescono piano d’intensità alla fine dei pezzi, Chris urla e perde un po’ la voce. Uno mi indica il tizio davanti a me: ha sessant’anni, è lo zio di un suo amico, se li porta ai concerti da quando andavano alle medie. Fa su e giù con la testa. Un altro è davanti con il sorrisone, ha scritto un pezzo sui Van Pelt ispirato a Foster Wallace che sta su Non ti divertire troppo. Diego è subito dietro. Un paio di mesi fa mi ha spiegato che il disco nuovo dei Van Pelt è una specie di reboot del primo disco dei The Lapse. Alla fine del concerto sembra ubriaco di star bene. Il commento finale è suo: “tutte quelle che potevano fare le hanno fatte”. I Van Pelt se ne sono già andati a vender dischi. Qualcuno in consolle mette un disco dei Blur.

Sleeps With Angels, 20 anni e 2 giorni dopo.

swa

 

Sleeps With Angels esce il 16 agosto 1994. Lavorazione travagliata: registrazioni iniziate, arenate e mai finite più volte; nel mezzo giri a vuoto, metri di bobina che chissà che fine hanno fatto (magari spunteranno fuori nella serie “Archives”, mi interessa il giusto: non sono il suo filologo, per quello si basta da solo). Poi lo scarto decisivo: il cadavere di Kurt Cobain ancora fumante sblocca l’ennesima impasse, ultimi pezzi incisi, disco pronto. Titolo tristo, visto in prospettiva, del tipo insegna agli angeli a fare qualcosa; forse allora l’infame metafora non era ancora tanto in voga come oggi, non ricordo. Mezzi per un fine in ogni caso: il leader dei Nirvana con il disco c’entra quanto i cavoli a merenda. Un puro pretesto. Spiace giusto che la title-track, originariamente un mostro da venti minuti e rotti, sia stata tranciata dopo tre e qualcosa, questo sì. Copertina inquietante, sgradevole almeno quanto quella di re·ac·tor che invece faceva schifo e basta, questa attrae e respinge come due poli di un magnete messi insieme. Video di Piece of crap firmato Jonathan Demme a fare da apripista, sgranato come manco uno snuff movie, ma di qualità infima. Gran biglietto da visita (lo dico senza la minima ironia). Idea geniale farlo uscire in piena estate: una via di mezzo tra sadismo puro (verso i fan, spesso cavie inconsapevoli di esperimenti a dir poco pavloviani) e suicidio commerciale (consapevole o meno, stessa differenza). Cosa che puntualmente avverrà, almeno in Italia, almeno nel negozio in cui ho passato più ore della mia vita di quanto sia accettabile ammettere: camionate di forati a 4.900 lire di lì a poche settimane dall’uscita, quasi senza passare dal via. Aveva battuto in quantità di colli pure Songs of Faith and Devotion, altro grande classico tra gli invendibili del tempo; beffardo quanto le cose cambino in fretta. Questo mi ha inibito l’ascolto, per anni. Motivo: anche Landing On Water stava a 4.900 lire, però quello l’avevo comprato.

Non so cosa mi abbia fatto gettare infine il cuore oltre l’ostacolo, ma sono grato che sia successo. Ci mette un po’ a entrare sotto pelle Sleeps With Angels, più del solito, ma quando infine attecchisce è un trip senza ritorno per davvero. Nelle parti distorte è forse in assoluto il disco più autistico, preso male, cupo e malmostoso tra tutti quelli mai incisi da Neil Young, perfino più di re·ac·tor (il mio personale abisso nietzschiano). I pezzi tranquilli emanano un sentore di morte imminente che in confronto On The Beach è una freschezza. L’insieme toglierebbe la voglia di vivere a un miracolato. Tutto, la voce effetto “unghie sulla lavagna” più del solito, l’infernale gioco di rimandi e cortocircuiti all’interno di un canzoniere sterminato ma ugualmente chiuso in sé stesso e disperatamente familiare che ogni brano evoca spontaneamente, l’atmosfera generale da far sembrare Un tranquillo weekend di paura la realtà di tutti i giorni anche se vivi in un attico a New York City, Western Hero e Train of Love stessa musica con testi diversi (soltanto uno degli infiniti attentati al sistema nervoso che è il canzoniere di cui sopra). Arriva il momento in cui ogni pezzo si sfalda, deraglia verso qualcosa di minaccioso, indecifrabile, lacerante, funereo, ombelicale, autofago e profondamente sgradevole, un test attitudinale dove nessuno uscirà vincitore mai.

Piece of crap rientra agevolmente nei cinque pezzi più terrificanti tra tutti quelli che ho ascoltato nella vita, forse nei primi tre. Un altro è T-Bone, ma questo per certi versi lo batte pure. L’alienazione, la paranoia, la frustrazione, la devianza mentale, l’ignoranza becera e fiera in quantità incommensurabili qui condensate sono qualcosa di impossibile da sintetizzare altrimenti. Un miracolo negativo, peggio di una droga che prende sempre e soltanto male, che sgretola e manda in briciole le sinapsi senza un nanosecondo di beatitudine come ricompensa, solo scorie. T-Bone era e resta una lobotomia frontale, ma almeno alla fine sei tranquillo. Inerte, inoffensivo, sguardo vitreo perso nel vuoto e bava colante, ma tranquillo. Piece of crap ti manda a male senza l’anestesia dovuta alla stolida ripetizione di T-Bone, quel che lo rende ancora più deleterio è che gli effetti non sono permanenti: ogni volta un calcio dritto in pancia e il peggio del genere umano iniettato direttamente nel cervello. Ogni volta. Stesso effetto.
Era la prima volta che incontravo la parola “crap”. Non avevo idea di cosa potesse significare, sul vocabolario non c’era. Soltanto anni dopo ho scoperto che voleva dire “merda” (niente computer, niente Internet). Aveva un senso. Ha un senso.

Ci voleva un’occasione speciale per farmi riascoltare Sleeps With Angels, non lo faccio spesso. Vent’anni e due giorni dopo resta impenetrabile, un muro di cemento, e continuare a sbattere la testa contro i muri col tempo ha finito per stancarmi. Ma a volte capita che il gioco valga ancora la candela. Questo è il caso.

Il pezzo dell’estate. Di ogni estate.

ndr

 

Celebrated summer è l’inno che l’estate non merita, allo stesso modo in cui Un mercoledì da leoni è il film che i surfisti non meritano o Lo Straniero il libro che i galeotti non meritano. Però c’è, esiste, e dal momento che c’è non puoi fare altro se non accettare grato il dono della bellezza e tacere (o ignorarlo, certo: altro discorso). Dal dettaglio più macroscopico fino alla più infinitesimale delle sfumature, tutto concorre a renderlo un’opera che dire monumentale sarebbe fare un torto alla categoria delle opere monumentali: il suono scartavetrato delle chitarre, la batteria che pare un torchio manovrato con furia omicida e accanimento chirurgico da un operaio alla catena strafatto di crack, il crescendo wagneriano, le parole e quello che significano e il modo sguaiato in cui vengono urlate a squarciagola, in alternativa lo sforzo titanico nel produrre una linea vocale vagamente melodica nei momenti tranquilli (chiaramente finito a schifio già dalla prima nota), il pacchetto completo. Quattro minuti in cui è racchiuso qualcosa di più umano dell’umano.

Esclusi i sordi (inteso in senso lato), dal momento in cui ci finisci dentro resti dentro, non se ne esce; entra nel sangue e ogni estate lo ritiri fuori, come i maglioni in naftalina all’arrivo dei primi freddi. Un rito a cui diventa impossibile sottrarsi. È matematico, un rapporto di azione–reazione, come un livido dopo aver sbattuto da qualche parte o il mal di testa il mattino dopo una sbronza particolarmente aggressiva.
Per me, qualcosa che da sempre associo a una vaga e onnicomprensiva idea di stare bene generalizzato, una zona della mente dove vado ogni volta che quello stato mentale voglio prendermelo: I summer where I winter at, and no one is allowed there. Deviazione dal tracciato: per me funziona soltanto in estate. D’inverno non avrebbe senso (quando fuori si gela e alle cinque del pomeriggio è già buio magari certi pezzi di New Day Rising li ascolto pure, ma Celebrated summer la salto, sempre. Limite mio). Che il sole sorga domani è un’ipotesi; far girare Celebrated summer quando il sole c’è una certezza.

Poi subentra il discorso delle aspettative, quello è più bastardo. Celebrated summer carica molle inaudite in tal senso. Finisci per sentirti in colpa se non stai passando un’estate da paura, il pedale dell’acceleratore sempre schiacciato fino in fondo. Ansia da prestazione. Uniche soluzioni: cancellare le aspettative (autodeterminazione) e lasciare che sia, o pentirsi di avere incrociato la strada con questo pezzo. Delle due, soltanto una porta effettivi benefici nell’affrontare la questione.

Nel 1995 gli Anthrax l’hanno rifatta, è forse la sola cover degli Husker Du ad avere mai avuto un senso.

Gruppi che confondo per via dei nomi

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Ieri su twitter c’era qualcuno che diceva che confonde i Black Keys con i Black Lips. È vero, anche io ci metto un botto a tirare le fila. Tipo, i Blackrok di chi sono il progetto parallelo? Ci sono un sacco di gruppi con nomi complessi che non distinguo tra loro, tipo The Whites Boy Alive, His Electro Blue Voice e Le Man Avec Les Lunettes per me sono la stessa persona. Così come del resto gli I Love You But I’ve Chosen Darkness e i Fuck Art Let’s Dance e anche i Dance Tonight Revolution Tomorrow, che non sono manco un gruppo ma un disco degli Orchid, e poi mi dà abbastanza fastidio che esistano altri Orchid oltre a quelli di Dance Tonight Revolution Tomorrow, e poi c’erano anche gli immensi Orchids (ascoltati mezza volta). E poi c’erano i No Use For a Name e i No Fun at All, che facevano anche lo stesso genere. Faccio casino tra Panda Bear, i Grizzly Bear, Gorilla VS Bear e Gold Panda, tra Weekend, Vampire Weekend e The Weeknd e tra The National e The Devastations perchè una volta hanno suonato in Romagna la stessa estate. Tra i Death in June e i Death in Vegas faccio un gran casino. Tra i Black Eyes e i Coughs che penso siano gli ex Black Eyes, perché i Black Eyes hanno fatto un disco dal titolo Cough e poi si sono sciolti e anche i Microphones hanno fatto Mount Eerie e poi Phil Elvrum ha iniziato a suonare come Mount Eerie, poi ci sono i Cough gruppo metal copiato dai Black Eyes. In realtà faccio un gran casino tra tutti i gruppi con scritto Black nel nome, tipo Black Mountain e Black Angels erano sostanzialmente lo stesso gruppo, così come i The Cynics e i Cynic e i Gore e i Gorse, i Monster Magnet e i Bitch Magnet, i Flaming Lips e i Flamin’ Groovies eccetera.