DE.A. aka la FRABER aka Francesca de Andrè – la rubrica pop di Bastonate switcha nome e diventa GENERAZIONI (una tantum)

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Dobbiamo accettare che anche nello svacco estivo italo-dance di merda la nostra generazione ha avuto di meglio che quelle attuali. Per prima cosa il discorso della massa critica: una volta c’era il Festivalbar e quelle canzoni ci arrivavano addosso tutte insieme, davanti agli occhi e dentro il culo, una volta a settimana. Si sfidavano in informale duello e alla fine dell’estate venivano premiate; oggi abbiamo rivalutato quasi tutto, allora le odiavamo in blocco e le subivamo come punizione divina da strani personaggi con cui passavamo il tempo che costruivano impianti hi-fi casarecci dentro la Fiat Tipo montando dei subwoofer sul pianale del bagagliaio e usandoli per stordirti senza il bisogno di droga. Era una strana connessione mentale. Arrivavano immagini di ragazze svestite sul palco di posti tipo Lignano Sabbiadoro, con un pubblico sotto di ragazze meno tirate ma ugualmente svestite che urlavano OOO a comando –e forse era quello il robot rock dei Daft Punk, più che l’omonima botta citazionista dei tempi di Human After All (forse il vero capolavoro della formazione, un grandissimo momento di rimozione collettiva non si sa bene iniziata quando)- e in qualche modo questa cosa si specchiava sia nel beat sloganistico a quattro quarti della italo-dance sia in qualche modo nel suo speculare rigurgito cantautorale (roba tipo Chicco e Spillo). C’è stato un momento preciso in cui la prassi legata al decision-making e all’implementazione è passata da una logica che era burocratica o di mercato (negli anni sessanta o settanta potevi anche scegliere come fare le cose, oltre alle cose da fare) al network. Il network è la prima struttura partecipativa autosostenibile a qualsiasi dimensione, uno dei principali motivi per cui non ce lo siamo ancora tolto dalle palle: era relativamente facile capire chi fosse cosa, bastava che passasse o non passasse dal Festivalbar. O che potesse farlo in via ipotetica. Che so, i New Order sono meno distanti da Ice MC che dai Joy Division, per via dell’inclusione della straordinaria Regret nella compila del Festivalbar forse 1993. Per dire. E in questo Joy Division e Napalm Death sono sostanzialmente lo stesso gruppo, cosa peraltro verissima (triste a dirsi, hanno fatto pure la stessa fine: il nuovo primo ministro indonesiano se ne va in giro con maglietta Napalm Death, il che li farà finire nei cestoni di H&M entro breve, ammesso e non concesso che non ci siano già. È un pezzo che non mi faccio un giro da H&M o Zara e questo basta di per sé a squalificare qualsiasi mia idea sul pop agli occhi di molte persone intelligenti).

(sempre dentro la parentesi che ho chiuso prima, va detto anche che ieri ero in autogrill e il mio compagno di viaggio ha commentato la maglia Guns’n’roses di un giovane dicendo “guarda, una maglia vecchia di vent’anni” e io ho saputo dirgli che certe catene di abbigliamento vendono le maglie dei Guns’n’Roses col logo sdrucito apposta per stare bene. Quello che vedi all’autogrill fa sempre e solo parte di un unico grande film-cervello che documenta i nostri tempi meglio di qualunque altra cosa.)

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Dicevo, prima di andare a capo e perdere il filo, che una volta esisteva la possibilità di tracciare la musica importante della nostra epoca e di classificarla secondo criteri di appartenenza. Oggi purtroppo non è più possibile: ogni tendenza catalogatrice dell’epoca in cui stiamo vivendo è brutalmente imprecisa e volta ad includere/escludere a caso all’interno di certi canali, una cosa che nel pop italiano ha avuto un suo apice nel momento in cui una rivista online di musica seria, tipo Dusted ma forse non Dusted, diede un voto altissimo a un disco di Simone Cristicchi e ne parlò come di un caposaldo della musica popolare. Da allora abbiamo perso tutti la brocca e ci siamo messi a ragionare su cos’altro fosse possibile salvare a quale livello, alcuni hanno preso un fucile e fatto fuoco, altri hanno passato il decennio successivo a rispondere sempre “sì”, con risultati che spesso travalicano l’umano senso. Un paio di giorni fa ho scritto un pezzo su Noisey che parla di una corrente ideologica tesa a rivalutare Cristina d’Avena, per dire. Non che io non ci sia andato giù pesante, voglio dire, ho speso tempo in rivalutazioni degli ignobili 883 post-Repetto (quelli dei primi due dischi continuano ad essere intoccabili) e altro tempo su un sito di cinema a deprecare lo svilimento del bromance a livelli di violenza inesistenti. Lunga storia, non da trattare qui (ma perché no, in fondo? La teoria di fondo è che la nostra vita sia una versione in scala della musica che ascoltiamo, che quando senti Thunder Road lo fai in parte per trovare il coraggio di fuggire e che il tuo fuggire siano dieci giorni in Salento a fine Luglio o un posto ad altezza mixer al concerto del Primo Maggio, Fabri Fibra performing testi misogini senza tagli). Quindi, tornando in argomento, nonostante sia diventato impossibile ascoltare tutta la musica che ci interessa, viviamo ancora in un’epoca in cui è uncool scegliere di non ascoltare certa musica per non fare la figura di quello che non sa divertirsi (io per dire non so farlo, mi diverto solo per via della presenza, in una data situazione, di fattori esterni non dipendenti dalla mia volontà; mi scoccia molto di più essere incapace che triste e vuoto, ecco; ora prometto di passare almeno dieci righe senza aprire manco una parentesi); pertanto passiamo il tempo a praticare arti che hanno nomi tipo sharing, reblogging, retweeting, condivisione, SCROBBLING santiddio, e simili perversioni che ci permettono di rimbalzare a costo emotivo zero situazioni di schiavismo di comodo, nel senso che siamo tutti schiavetti e non c’è nessun padrone ma preferiamo comunque essere educati, e il nostro esistere è l’esistere dell’ennesima parete di un labirinto in cui nessun contributo continua a rimbalzare all’interno e quasi nessuno esce mai.

C’è un altro grande irrisolto di quella generazione che è rotolato fino ad oggi nel piano inclinato della nostra cultura in declino, ed è ovviamente il FABER. Se siete affezionati lettori di questa pubblicazione estemporanea sapete cosa pensiamo del fottuto FABER e di ogni sua diretta emanazione, cioè tutto il male possibile, la nostra bestia nera, il motivo per cui una persona non dovrebbe permettersi di realizzare musica in Italia oggi, per non finire come il fottuto FABER. Perché dovrei ripetervi una stronzata che ho già scritto due anni fa? La copio e incollo. IL FABER è troppo IL PAZ del cantautorato italiano. A un certo punto stai lì ad insultare qualcuno che non capisce un cazzo di musica e questo qua ti tira fuori IL FABER, e poi c’è quel secondo di silenzio nell’aria e qualcun altro che dice cose tipo “ah, beh, IL FABER non si discute” e tutti capiscono che quello che non si discute sia il fatto che tutti quanti abbiamo degli scheletri orribili nell’armadio e nessuno ci regala un cazzo di niente, MAI. Tipo io quei dischi lì li ho PAGATI e quasi tutti li ho pagati a PREZZO INTERO, vuol dire qualcosa tra i 15 e i 20 euro, alcuni anche in lire ma sempre quei soldi lì. Da qui in poi l’estensione del nostro fanatismo posticcio ed immeritato per IL FABER ad una serie di cantautori problematici e privi di fascino e MORTI tipo Piero Ciampi o Luigi Tenco o Rino Gaetano demmerda, mentre gli hipster del sentimento patriottico si stringono a corte canticchiando il testo di Dolcenera canzone del Faber o di una qualsiasi canzone di Dolcenera artista, o peggio ancora rinnovano di anno in anno il proprio vinicio capossela interiore spruzzandogli sopra baffi e riccioli pretestuosi e facendosi sborrare in bocca il talento dei vari Brondi o Brunori o CHE NE SO, altra gente di cui non ho ascoltato una nota. Ultimamente tra l’altro va un sacco citare Tiziano Ferro o peggio ancora Cesare Cremonini come sinonimo di QUALITÀ nell’orizzonte sonoro di un paese preso in ostaggio dalle canzoncine cuore amore. Ma MORITE e ridatemi la mia vespa 50 special, i miei vent’anni e una ragazza che tu sai avere stuprato sulla collinetta del MiAmi. Sono tutte facce della stessa medaglia, espressione che peraltro non so cosa significhi, tutto questo solo perché era buono a scrivere un testo e s’è venduto per tutta la vita un’idea di romanticismo degli ultimi e dei reietti che –diciamocelo- è fichissimo possedere in cofanetto triplo con estratti del sontuoso tour con quei riccardoni della PFM. Ecco. Il punto è che quella del FABER era musica brutta e stupida, forse meno di quanto io la consideri brutta e stupida negli ultimi tre anni ma sicuramente molto di più di quanto voi pensiate lo sia, e la prova è la filiazione diretta della cosa, il fottutissimo CRIBER, il grandissimo Cristiano de Andrè che segue le orme del padre in tutto sommato maniera patetica ma anche tutto sommato migliorativa.

Sapete un’altra cosa che detesto dei vecchi di merda? Il 70% di loro è ancora convinto di averci donato un mondo migliore, di averci dato tutto, di aver sollevato questo paese di merda dalle ceneri in cui si trovava e di averlo fatto PER NOI, per darci comodità e sostegno. Quello che hanno fatto in realtà, la maggior parte di loro almeno, è stato timbrare cartellini fasulli per vent’anni e non battere mai lo scontrino della mia mortadella, in certi casi per ribellarsi al sistema, in certi casi per riuscire a sopravvivere, in tutti i casi evitando di contribuire al bene pubblico della nostra nazione quanto avrebbero dovuto, inculcandoci questa mentalità DA STRONZI secondo la quale inculare il fisco è cosa figa e pagare le tasse è una forzatura dell’animo umano, una condizione innaturale. I nostri padri e le nostre madri ci hanno regalato un paese florido con un debito pubblico del terzo mondo, bilanciandolo con la mentalità gigantista di uno stato che si vanta ancora coscientemente di essere stato la squadra materasso al G7/G8 per dieci minuti negli anni novanta o di ospitare l’EXPO2015 con quel logo del cazzo (in realtà il logo dell’expo mi piace un casino esteticamente e questa cosa credo sia in aperta ostilità con la ricerca cosciente del brutto degli altri loghi comparsi recentemente, tipo i mondiali in Brasile e le olimpiadi a Londra, parlo non sapendo assolutamente nulla di grafica, del resto non è che io sia un riferimento in qualsiasi altro campo dello scibile) e tutte quelle mazzette di merda intascate quasi sempre da altri VECCHI DI MERDA. Avete notato che non sgamano quasi mai un trentacinquenne che s’intasca mazzette? Non sarebbe una storia di successo e un esempio da seguire per le nuove generazioni? “Aveva un grande cuore, amava il suo lavoro, s’è intascato soldi pubblici per non realizzare un portale per la pubblica amministrazione che comunque sarebbe stato merdoso”. L’unico under-35 di successo conclamato in Italia è Nicole Minetti (e dei rapper incapaci, uno dei quali a quanto dicono se l’è pure scopata). Eccetera. giuro su dio, ancora litigo quando vado dal macellaio con la tristezza negli occhi,  una settimana lavorativa di merda sulle spalle e un debito di sonno inestinguibile, e lui mi attacca la pezza sul fatto che ai suoi tempi la vita era peggio, signorini. Gli darei fuoco alla casa ma la sua carne spacca il culo. Dicevo, un grandissimo irrisolto di quella generazione, e della nostra, è il FABER. E le generazioni più giovani non avevano abbastanza voglia di lavorare per poter creare un irrisolto con il CRIBER, così si sono dedicate ancora al FABER e alla macelleria e a squadre apolidi tipo Juventus e Sampdoria, continuando a bere vino rosso del contadino e ad ascoltare cose tipo Khorakanè, soffiando sulle fiamme del separatismo culturale di quei classisti di merda che ancora hanno il santino di Pasolini Pazienza Berlinguer e De Andrè, e non si capisce cosa ci faccia Berlinguer accanto agli altri.

Bizzarro insomma che siano le nuove generazioni, quelle dei decerebrati e delle mignottine e dei portoghesi ad ogni corso, a fare il salto di qualità e tirare scossoni anti-sistema allo scopo di azzerare tutto e ricostruire, finalmente, una cultura nazionale di pregio. Francesca De Andrè è la figlia di Cristiano e la nipote di Fabrizio, lei si fa chiamare DE.A. ma mi sembra uno scam clamoroso per nascondere una rivoluzione culturale. La gerarchia corretta è che prima viene IL FABER e poi viene IL CRIBER e alla fine viene LA FRABER. Ecco. La FRABER è la figlia del CRIBER e la nipote del FABER. Trova ingombrante il proprio cognome e il retaggio familiare. Ha avuto un’infanzia e un’adolescenza travagliate, ha partecipato a un’Isola dei Famosi, è stata denunciata per essersi fregata dei mobili, si è fidanzata con il grandissimo Daniele Interrante ed ora è fuori con un singolo. Pole dance (do per scontato che sia vero finchè non scopro cosa sia) e una cover trucidissima di Yes Sir I Can Boogie, una roba radicalissima con trecento maschi nudi e ritmiche latine che manco Paola e Chiara Iezzi se le sarebbero permesse (non è vero, se le sono permesse eccome). La musica punta tutto su quel fondamentalismo post-ideologico chill-wave alla Anna Tatangelo, figura sovrapponibilissima a quella di DE.A. negli episodi più alti della propria discografia (tipo la pubblicità Coconuda e simili). Pare che dietro il tutto ci sia lo zampino di Interrante (ricordiamolo: un grande fan degli Arcade Fire), ma per il resto è pura favella auto-random-tune destinata a fare piazza pulita del marchio. E presto o tardi arriverà un remix-cassa di Geordie o un pezzo senza beat e sarà lì, forse, che scopriremo se c’è o meno la chance di farci qualcosa. Per intanto il potenziale festivalbariero di FRABER mi ributta dentro il vortice. Ho diciassette anni. Sono nel sedile posteriore di una Fiat Tipo che torna dal mare. Robi guida e suona il clacson alle tipe, il woofer spara Yes Sir I Can Boogie, acufene a venire, pantaloncini da basket, un po’ di sabbia sotto i piedi e sopra il tappetino. Molliamo il FABER. Ricostruiamo questo paese dalle fondamenta.

reunion #1145: MINERAL

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Due date italiane dei Mineral all’inizio del 2014. I Mineral sono un gruppo emocore attivo nella seconda metà degli anni novanta e autore del miglior disco mai uscito nel genere, e quindi tra i migliori del punk e del rock in generale. si chiama The Power of Failing e va ascoltato. Per agevolare questa cosa Extra Mile fa uscire delle ristampe del catalogo in vinile, perché i Mineral o in vinile o niente, immagino (io li ho sempre ascoltati in CD, non sono un vero fan). Dal sito puoi anche andare e acquistare il pacchetto vinile + una data inglese del reunion tour. Mica male, dai, e ancora una volta tocca scegliere. Decidere che sono una parte della tua vita morta e sepolta o viva quel tanto che basta per un air guitar appena accennato su Gloria mentre guidi in autostrada verso il tuo business meeting, comprare il biglietto e andare a vedere di cosa si tratta, non comprarlo e farci la figura dello scrooge del rock o di quello che si prende a cuore delle cause stupide e che in fondo sticazzi. Va tutto bene. Nel frattempo questa roba diventa più nostalgica e fascista ogni giorno che passa, va avanti automaticamente sapendo che in fondo a nessuno frega più un cazzo e che questo bel portamento disinteressato ci rende molto più interessanti agli occhi delle tipe, e probabilmente farà finire qualche soldo anche meritato nelle tasche di un gruppo i cui membri hanno passato una ventina d’anni a fare altra roba per vivere. Sticazzi. La grammatica dello sticazzi. Stipendi interi che vanno via in roba che in fondo sticazzi. E quel disco che inizia con quell’arpeggio di chitarra e quella voce e quella batteria che conta uno due tre quattro cinque sei sette otto e aspettiamo un po’ a partire e poi partiamo forte-forte-forte, che a molti ha cambiato la vita, ad altri no, ad altri nemmeno ma perchè non dire che lo ha fatto, eccetera.

Il disco più bello di sempre.

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Vent’anni fa, più o meno in questo periodo: caldo torrido, asfalto in fiamme, una riproduzione virtuale dell’inizio di Weekend con il morto (perlomeno nella mia testa). Per fortuna c’era il mare, una pozza d’acqua sporca e limacciosa dove le fognature scaricavano (e scaricano) direttamente, ma rinfrescava ed era tutto ciò di cui avevo bisogno. Una salvezza. Tornavo dalla spiaggia, dopo pranzo accendevo la radio e regolarmente, per giorni, intorno alle tre e mezza, Albertino (che gli dei lo conservino) trasmetteva un pezzo che fin dal primo contatto si è incollato alla mia mente, come un adesivo, per non staccarsi mai più.

Adesso zero stress, con i miei guaglioni me la passo – chico, shhhh – sulla traccia mi rilasso, e so che sto tranquillo la giornata è buona, per cacciare un po’ di rapadopa: senti come suona

Non avevo idea di cosa significasse “rapadopa”. Era una parola che avevo già sentito (il disco di Dj Gruff era dell’anno prima, ricordavo la copertina; non l’avevo comprato perché i dischi costavano bei soldi e ai tempi avevo altre priorità – Aerosmith, ZZ Top, cose così – però le sue occhiaie mi erano rimaste impresse) ma non riuscivo a ricollegarla a un concetto ben definito. Un’idea me l’ero fatta comunque: la base rilassata, il tono confidenziale, il flusso distensivo e sciolto, me la facevano associare spontaneamente a qualcosa di positivo, rilassante, giusto. Lo sapevo, che la giornata da quel momento in poi sarebbe stata buona.
Non capivo tutte le parole del pezzo, anzi; direi meno della metà. Molte erano così: sconosciute, o solo vagamente familiari, ma capaci di evocare all’istante visioni potentissime, abbacinanti, nitide, perché comunque il senso arrivava, ed era così naturale, immediato, quasi ovvio, che le parole che avresti usato prima sembravano desuete o improprie al confronto. Sembrava esperanto se l’esperanto avesse un senso davvero.
Il CD costava una cifra che ora direste fuori da ogni costrutto: 34.500 lire. Non ricordo i sacrifici che dovetti fare per saltarci fuori, sapevo solo che dovevo farli. Era necessario che un giorno uscissi dal negozio con una copia del disco sotto braccio. Quel giorno arrivò, anche se le vacanze erano finite da un pezzo, l’autunno in fase più che avanzata e il negozio un altro: arrivò, era questo l’importante.

Avevo nel frattempo letto un articolo su di loro su un numero di “Tutto”; c’era una foto in bianco e nero ad accompagnarlo, loro tre seduti sui gradini di un sottopassaggio. Potevo localizzare il punto esatto in cui quella foto era stata scattata. Il fatto che fossero della mia stessa città mi aveva destabilizzato; non sapevo come reagire a questa cosa. Non mi era ancora capitato di scoprire di essere concittadino di qualcuno “famoso” di cui mi importasse qualcosa. Vedevo Lucio Dalla ogni tanto da qualche parte, basso e peloso, sguardo annoiato, vestito come un barbone; lo incrociavo relativamente spesso e mi repelleva. Con loro era diverso. I Sangue Misto parlavano un linguaggio che riconoscevo affine, anche se ci avrei messo tempo (anni) a decifrarlo. Non ero il solo: era un linguaggio che nessuno prima aveva usato mai.

[Io non so se e quanto si siano mai resi conto dell'immensità della loro rivoluzione (semantica, dialettica), di quanto sXm sia stato una pietra angolare dell'hip hop a livello mondiale (lo è ancora, lo sarà sempre): dopo quel disco la grammatica stessa è cambiata, nulla è stato più com'era prima. Cambiamenti tanto radicali che da allora gli standard che loro stessi hanno settato vengono percepiti come prassi, convenzioni assodate e inamovibili. Non è sempre stato così. Prima, il rap italiano funzionava regolato da tutt'altri ingranaggi; ingranaggi che sXm non ha soltanto scardinato: ha cancellato. C'era un prima, che da allora in poi non c'è più. Per un po' c'è stato un dopo, ma non è durato. E adesso non c'è più niente.]

I Cypress Hill parlavano della marijuana; i Sangue Misto della porra (nella sua globalità: che sia ciocco o che sia nero, skunk oppure kif, stessa differenza). Ampio raggio, questione di scelte di campo. In tutto il disco, in ogni pezzo, la porra in tutte le sue sfaccettature è una presenza costante, connaturata; non un’ossessione, semplicemente qualcosa con cui fare quotidianamente i conti, questo è pacifico, come gli sbirri che pattugliano le strade guardandoti male, sempre in cerca di un pretesto per metterti all’angolo, la politica farsesca e degradante (in questo la situazione è costantemente, irrimediabilmente degenerata, ma gli aspetti caricaturali erano identici allora), la televisione che anestetizza cervelli peggio di qualsiasi droga (lo diceva qualche anno prima Michael Franti, e la forza delle parole di entrambi è paritaria, rimasta invariata nel tempo), o i soldi, che mancano sempre. Un dato assodato, che nemmeno si discute; come immettere ossigeno nei polmoni ed emettere anidride carbonica, o svuotare l’intestino e la vescica quando serve. Fisiologia. Una situazione immutata giorno dopo giorno, attori in una commedia che non diventa mai farsa, ben consapevoli che la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro. Strategie di sopravvivenza in atto: alla larga dal nemico per quanto sia possibile, la svolta quotidiana (per quanto dura, finché ce n’è, tanto quanto basta), campionatore e microfono sempre accesi. Una routine dove nulla è certo ma per il momento l’equilibrio regge; un loop automatico dove gli aspetti gradevoli giustificano, almeno per il momento, quelli sgradevoli che aspettano al varco e possono prevalere all’improvviso, ad ogni istante; nessuna certezza, nessuno è al riparo. Sempre in bilico, come diceva la band in cui Neffa ha militato per qualche nanosecondo in pieno arco discendente. Per il momento comunque sempre nello stesso film, stessa situazione. Quando prende bene (il più delle volte) stai in crociera; in caso contrario, beh, piglia male. Chiunque abbia fumato abbastanza da poter dire di conoscere entrambe le facce della medaglia sa benissimo di cosa parlano quando ne parlano nei pezzi, per questo sXm è un disco universale. A meno che non abbiate mai sfiorato una canna nella vita, in tal caso mi spaventate e non ci tengo a fare la vostra conoscenza. Ad ogni modo, non parliamo la stessa lingua.

Per esperienza personale: il fumo quando piglia male è infinitamente più bastardo. Verrebbe da dire il più bastardo, ma non ho ben presente lo spettro completo. So solo questo: se parti in qualche modo già debilitato o indebolito o vulnerabile, con la guardia abbassata per un qualsiasi motivo, il fumo spalanca voragini nel subconscio che sarebbe meglio lasciare intoccate, non sfiorare mai, nemmeno di striscio. Le parole di Piglia male (il pezzo) me le sono sentite bruciare sulla carne una dopo l’altra. Non esistono pezzi (non a mia memoria almeno) che siano riusciti a rendere in maniera altrettanto letterale la presa a male da fumo, un’aderenza alla realtà che terrorizza perché replica gli stati d’ansia peggiori inoculandoli nel cervello come se stessero succedendo in presa diretta, in tempo reale. Le crisi improvvise, la paura della luce, il dolore, tutto. Vada come vada, di noi rimane solo un nome sul muro con una croce su; siamo cani della strada, perciò domani se mi sveglio non ci penso più. Ogni volta che riascolto questo passaggio (capita regolarmente, e ho smesso di fumare da anni) ho i brividi; quei brividi sono gli stessi di sempre.
Il contraltare è Fattanza blu, immediatamente successivo: l’esatto opposto, la rappresentazione più fedele di quando prende bene. Alza il volume e stai bene tu: ci sono tutti i colori del mondo ma per lo sfondo, chico, solo il blu. Verrebbe voglia di riportare tutti i testi per intero; per farne l’esegesi non basterebbe un’enciclopedia. Questo fa parte dei dischi che potrebbero bastare, da soli, per un’intera esistenza. Non sono molti.

A proposito di stesso film, stessa situazione: estate 1995, un anno dopo sXm, nella vetrina dello stesso negozio di dischi vedo il vinile di Cani Sciolti remix e penso bella lì (ormai certi modi di dire li ho assimilati e li porterò nella tomba, questo per dire a che livello di profondità abbiano attecchito su di me); non vedo l’ora che esca il disco nuovo. Non uscirà mai.
Non ho mai capito perché, all’improvviso, i Sangue Misto abbiano smesso di esistere. Troppe storie sovrapposte che si contraddicono a vicenda, troppi non detti, nessuna chiarezza sull’argomento a parte il fatto reale: a un certo punto i dischi hanno smesso di uscire e nessuno è più tornato indietro. Avrei voluto ascoltare un nuovo disco dei Sangue Misto: nel 1995, quando avrebbe avuto un senso. Ora credo davvero sia stato meglio così, sia giusto così. Troppa acqua è passata sotto i ponti, qualcuno ha continuato, ognuno per la sua; il tempo passa per tutti lo sai, nessuno indietro lo riporterà, eccetera. Ma se si parla di rap italiano, sXm per me è veramente il disco più bello di sempre.

IL METAL SBAGLIATO – Wolves In The Throne Room

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Per il metal tira una pessima aria da anni, nessuna novità su questo. Infiltrazioni, contaminazioni insensate del tutto fuori controllo, fuori contesto, senza costrutto: una sbobba informe che ricorda alla lontana diecimila cose diverse senza avere il coraggio di abbracciarne fino in fondo manco mezza, di fatto generando e alimentando il nulla pneumatico, un nulla ben suonato e ben prodotto che dà lavoro a uffici stampa e agenzie di booking e dimostra quanto John Lydon ci avesse visto lungo molto meglio e molto prima di tutti noi; indigeribili beveroni sporadicamente (e in maniera del tutto randomica) patrocinati da una stampa mai altrettanto disinformata e ignorante, pronta a esaltare a prescindere il più improbabile degli sgorbi trincerandosi dietro alibi indimostrabili, accampando ragioni futili ma incontestabili (grazie Frankie Hi-NRG, quando ancora eri umano); dall’altra parte, un immobilismo stolido quanto deprimente che abbassa il QI soltanto a guardarlo a eoni di distanza. Pessimo, pessimo quadro generale. Inutile infierire su cadaveri ambulanti, falcidiati dal tempo che scorre per tutti, che comunque non riescono a farla finita (vero, Slayer?) o, ancora peggio, su chi è tornato frettolosamente e maldestramente sui propri passi, a fare la vecchia cosa, dopo rivoluzioni copernicane quando è andata bene perfino esaltanti, quando è andata male porcherie assolutamente deragliate e scentrate, comunque degne di assoluto rispetto, a prescindere dai risultati, perché motivate da un sincero desiderio di infrangere i limiti, di spostare l’asticella al livello successivo. Nel 99% dei casi, dischi che però al momento dei bilanci hanno fruttato poco più di una cacca di mosca: su questo il mercato non perdona, e il mercato è tutto. Comunque sia andata, il punto in cui stiamo è un tristo karaoke a comando per lattanti in esplosione ormonale e/o turisti dell’umano che pretendono con rabbia la stessa roba ripetuta all’infinito, e i mestieranti, mestamente, li accontentano (vero, Kreator? Vero, Napalm Death? Vero, Paradise Lost? E la lista andrebbe avanti troppo a lungo). In questo quadro generale, gli innovatori conclamati sono molto peggio dei dinosauri, che si estingueranno prima o poi, non fosse che per una banale questione fisiologica. L’agghiacciante piega che ha preso il metal contaminato, ormai definitivamente fuori controllo, è molto più preoccupante e deleteria degli Iron Maiden che continueranno a sbracciarsi negli stadi vita natural durante. Prima o poi ci penserà la vita ad abbatterli. È il nuovo che avanza a fare inorridire. Vendere merda spacciandola per innovazione non è certo una novità, succede da sempre; la novità è il livello che vertiginosamente continua a scendere a livelli abissali, la china che non accenna a risalire, i numeri che sempre più suffragano e rendono plausibile l’ipotesi che la merda possa alla fine avere un buon sapore.

I Wolves In The Throne Room non sono la prima di queste aberrazioni, non saranno l’ultima; che siano tra le incarnazioni più pervicaci e moleste di questo trend negativo in compenso è un fatto. Spuntati fuori nel 2005 con un CDR senza titolo, qualcuno ha deciso che suonavano black metal (chitarre distorte, le parole “lupi” e “trono” nel nome, copertina e retro in bianco e nero sgranatissimo, registrazione da cantina ma inoffensiva, à la page, per non infastidire chi di fronte a Transilvanian Hunger o Nattens Madrigal scapperebbe via urlando); di lì al successivo Diadem Of 12 Stars passa un anno. Stessa differenza: brani lunghi e articolati (mai sotto i dieci minuti, parrebbe per puro principio), noiosissimi, sfiancanti, che ti succhiano via la vita. Ristampa su Southern Lord nel 2007 con consenso plebiscitario (come sopra, la merda che cominci a convincerti abbia dopotutto un buon sapore). L’anomalia sta tutta qui: per qualche strana e fondamentalmente incomprensibile ragione prendono bene anche a gentaglia insospettabile che di solito bazzica tutt’altri ambienti, trend setter e opinion leader che a un tratto decidono simultaneamente e senza ritorno che questa roba, fino all’altroieri ignorata o derisa a priori (ma quella fatta bene), deve ora invece avere una propria dignità. Naturalmente, gente totalmente digiuna di qualsivoglia rudimento o punto di riferimento relativo al genere, che quindi si muove a tentoni nel buio peggio di un sordocieco. Folgorazioni sulla via di Damasco plurime, dall’oggi al domani tutti espertoni, filologi addirittura; assistere allo spettacolo farsesco della sarabanda di opinioni sovreccitate (e risibili) di analfabeti totali che di punto in bianco salgono sul pulpito in base a non si capisce bene quale diritto acquisito a sindacare su non si capisce bene cosa (fosse su quanto fa schifo questa roba magari avrebbe anche un senso), come tanti trogloditi che pretendono di dissertare di astrofisica a un congresso, è uno spettacolo infimo. Quel che più è triste in questa maratona tra storpi è che il pretesto è talmente fiacco e insipiente che non varrebbe la pena di spenderci nemmeno due righe sul giornalino della scuola.
Ulteriore dimostrazione che perseveranza e inettitudine in dosi uguali pagano sempre: i Wolves In The Throne Room vanno avanti, e il mondo con loro. Ogni disco è più balzano, improponibile, grottesco, in una parola peggiore del precedente, e le quotazioni salgono. Più fanno schifo, più la gente dà loro retta. Che sia chiaro: il problema non è certo la lunga durata di pezzi sfiancanti. Sono esistiti ed esistono sottogeneri – come certe filiazioni del funeral doom più tetro, asfissiante, angusto e malsano – in cui la musica è lenta, opprimente, non di rado esasperante, ma c’è anche uno stile, un’idea, un criterio a governare e tenere in piedi la cosa. Nessun gruppo doom è partito dalla premessa di rompere ferocemente e dichiaratamente i coglioni all’ascoltatore e basta. Infatti, nessun gruppo doom è mai finito a suonare al Primavera; al limite al Roadburn, che comunque è un circo esattamente come tutti gli altri, la sola differenza è che ad accaparrarti il biglietto fai più fatica.
È proprio il concetto di fondo a essere radicalmente, profondamente sbagliato. Il metal è quella cosa che ti fa muovere il culo e ti fa fare le cornine ruttando (lo diceva il mio amico Bruno, chissà che fine ha fatto. Mai parole altrettanto giuste). La noia, l’inconcludenza come punto d’onore, facciamo un po’ il cazzo che ci pare ma stiriamolo in pezzi da dieci/quindici/venti minuti a botta e bella lì, tutto questo non ha mai fatto parte della sua cifra stilistica. I Wolves In The Throne Room sono questo: a parte l’intento dichiarato di sfiancare di noia non c’è altro, nient’altro. Manca la visione, manca una prospettiva storica, mancano le radici del disagio, perché non ci sono. Il problema poi è anche etico: cos’hanno in comune questi falsari con la cosa vera? Il logo puntuto? I capelli lunghi? Le chitarre distorte? L’abito fa il monaco, ok, ma bastano questi elementi a renderli un gruppo metal, ancora prima un gruppo interessante, degno di essere ascoltato? Per chi si accontenta, per chi il metal non ha la minima idea di dove stia di casa, per chi è felice quando sente un incapace, evidentemente, sì.

Alla fine i loro dischi li ho ascoltati quasi tutti, per masochismo e per vedere ogni volta quanto più in basso si possa scendere. Tipo con i Sunn O))), ci casco regolarmente; con la differenza che i Wolves In The Throne Room mi hanno sempre fatto vomitare, fin dall’inizio, come concetto proprio. Disprezzo loro, chi li spinge, i loro fan, l’idea distorta e sbagliata di black metal di cui sono portatori, mi terrorizza la noia abissale che generano ogni volta in me, irrimediabilmente. È come se ogni volta, scientemente, scegliessi di assaggiare un tocchetto di merda per vedere se nel frattempo il sapore è migliorato. Coazione a ripetere pura e semplice: la merda resta merda, e lo so benissimo. A volte credo davvero di essere stupido.

La volta che ho visto gli Slowdive a Padova e la gente ci stava più dentro di me

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Un paio di mesi fa o qualcosa del genere ci avevano raccontato di come quello degli Slowdive fosse stato uno dei live migliori del Primavera (insieme ai Cloud Nothings, sdoganati ufficialmente ma io resisto). Poi un promoter ha fatto il numero e li ha fissati come asso di coppe alla preview del Radar Festival, parcheggio nord dello Stadio Euganeo in cui il Padova potrà godersi la Serie D il prossimo anno e ho dovuto andarci per forza, perchè è come quando nella tua città di campagna arriva Buttiglione a fare campagna elettorale e vai a vedere se esiste davvero: in questa proporzione gli Slowdive sono la città di campagna vivente, sospesa da qualche parte tra il primo funerale che io riesca a ricordare e forse una mezza tetta toccata, mentre io sono Buttiglione perchè sono fuori luogo lì, non c’entro quasi un cazzo ma le cose le capisci solo quando vai a vederle. Era il primo dei tre concerti grossi che vedrò sicuramente quest’anno e di cui ho i biglietti, gli altri due sono i National di cui non ho mai ascoltato un pezzo in vita mia e Lady Gaga, che dei tre è quello che aspetto con più fotta solo perchè casca d’Inverno.
Nel pantheon dei ricordi e dischi consumati non li metterei mai gli Slowdive, per me poco più di una parentesi interessante ma non seminale, un percorso simile a quello dei Portishead e mi è venuto in mente perchè li hanno passati in auto mentre parcheggiavo: periodo storico quasi simile, stesso numero di dischi, scena diversa, stesso cultismo all’uscita, poi il distacco, poi un disco debole a testa, poi ragionata rivalutazione postuma con reunion o disco. Mai sopravvalutati comunque, nessuno dei due.
Ad aprire c’era la Pesaro che si guarda le scarpe: Brothers In Law (yawn), Be Forest (yawn però ci stavano bene), Soviet Soviet (loro sono a posto), uno spritz al Campari in caraffa e un sacco di roba equosolidale, compresa una tizia sedutasi a farsi fare le treccine nello stand apposito e che probabilmente rimarrà là fino all’inizio della preparazione del Padova prima della partita col Sud Tirolo, non credo ce l’abbia fatta a finire in tempo per gli Slowdive: etnomisticismo e genialità, farsi fare le treccine con Crazy For You in sottofondo is the new spada di eroina coi Velvet Underground.
Si stava bene comunque e la cosa che faceva stare bene era che non c’era nessun alito di nostalgia, nessuno voleva sentir nominare la nostalgia, c’era solo un gruppo che è stato molto grande in una certa nicchia spaziotemporale e in certe camerette in differita di almeno 10 anni, con gente dal singalong facile sui pezzi del gruppo credo meno cantabile della storia. Persino coi Black Dice sarebbe più semplice. Non metterò l’accento da ciccione metallaro quale sono sui gozzilioni di individui con quella maglietta là che si fa presto ad immaginare perchè ne ho fissati un paio negli occhi come Crocodile Dundee e mi sono sembrati abbastanza innocui, compreso un tizio coi capelli alla Robert Smith, ma me li aspettavo come mi aspetto la bandiera coi mori sardi in qualunque assembramento con più di 100 persone.
I pezzi grossi li hanno fatti tutti (Catch The Breeze, Machine Gun, When The Sun Hits, Souvlaki, Allison) poi gli altri per me sono un po’ tutti uguali e non c’ho fatto più caso, la Goswell sembra la tizia di The IT Crowd.
Il Radar Festival inizia e finisce la prossima settimana, ci sono i PLAID e gli IN ZAIRE lo stesso giorno tipo che quasi quasi siamo a livelli concerto della vita.
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tanto se ribeccamo: Ice-T e i Body Count (parte II)

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Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione, non più di quanto puoi scegliere l’anno in cui nasci. Nel 1990 Ice-T fonda un gruppo rock assieme ad un ex compagno di scuola (Ernie C) alla chitarra. Il nome è Body Count, la conta dei corpi. Sono già una specie di informale caricatura: devoti al rock pesante, inflessioni thrash metal del cazzo e testi perfettamente in linea con il resto della produzione del rapper: l’obiettivo è un po’ sfottere il clichè del maschio bianco ritardato che suona metal, un po’ incassare soldi dai maschi bianchi che il metal lo ciucciano a getto continuo senza farsi troppe domande. Il primo disco del gruppo viene registrato alla fine del 1991: c’è una canzone che si chiama Cop Killer, che dovrebbe dare anche il titolo al disco, una Psycho Killer per niente sfumata con un testo sull’uccidere i poliziotti mentre le violenze post-Rodney King non si sono ancora spente del tutto. In copertina al disco c’è il dipinto graffiti-style di un negro incazzato con torso nudo scolpito di muscoli, bandana in testa, pistola alla cinta e la scritta COP KILLER tatuata sul petto. L’etichetta (Sire, proprietà di Warner Bros.) inizia a subire pressioni per scaricare il gruppo a man bassa; decide di tenere duro e supportarlo, Ice-T è un nome che fa girare parecchi soldi (OG nel ’91 arriva in top ten), ma al momento di far uscire il disco fa marcia indietro. L’album esce omonimo, con la canzone alla fine del disco. La presenza del brano in scaletta, in ogni caso, basta e avanza: Cop Killer diventa un caso nazionale da sera a mattina e il gruppo si ritrova nell’occhio di uno dei più violenti scontri sulla censura musicale dai tempi di Stairway to Heaven. I sindacati di polizia di tutto il paese chiedono il ritiro dell’album dal mercato, Tipper Gore lancia fiamme, Dan Quayle (all’epoca vicepresidente) condanna la canzone in pubblico. Charlton Heston (all’epoca non ancora presidente dell’NRA) si presenta ad una riunione degli azionisti Warner, legge il testo della canzone e se ne va via lasciando di sasso gli astanti. Persino il presidente Bush ha parole contro l’industria discografica che permette la diffusione di contenuti tanto estremi. Poco importa che a conti fatti il disco dei Body Count suoni anche ad un orecchio inesperto come una rappresentazione del vero caricata oltre il paradosso, o che i testi non riescano a far rimanere acceso il cervello di un maggiorenne per più di tre minuti. Iniziano a farsi largo accuse di sedizione e minacce di morte a gente ai vertici dell’amministrazione Warner: Ice-T si scarica la coscienza e molla il colpo, ritirando il disco e facendone uscire una nuova versione da cui spariscono sia Cop Killer che il tatuaggio sul petto del negro (al suo posto la semplice scritta Body Count). Volendo è possibile vederla come l’ennesima dichiarazione politica del gruppo, ma anche e soprattutto no.

Non fosse infuriata la polemica, il primo disco del gruppo avrebbe avuto la stessa fama di cui oggi gode roba tipo, boh, i Methods of Mayhem. Body Count è un maldestro esempio di rock del cazzo suonato con uno sfoggio muscolare di rabbia posticcia, immotivata e innecessaria, atteggiamenti machisti da hard discount ed inclinazioni pastorali da impara la vita dei duri e/o pure i negri san suonare il metal. La parola motherfucker è pronunciata una volta ogni quattro secondi circa, ma la musica non graffia manco mezzo minuto; qualunque clone dei Metallica in circolazione in quegli anni sa fare di meglio. È l’onda lunga delle proteste a farlo diventare un grande classico degli anni novanta. Uno di quei titoli di cui era obbligatorio possedere in casa una copia, a prescindere da quanto venga poi voglia di ascoltarlo. Nel mondo di provincia in cui vivo, alla fine,  i Body Count arrivano prima e meglio dei Nirvana: mettere Body Count’s in the House in ogni mixtape è essenziale per almeno un anno, qualsiasi ipotesi alternativa di rock’n’roll viene bollata come moscia, e via di questo passo. Le ragazze conoscono il gruppo, io stesso possiedo una cassetta originale. Di lì a poco la mia terra scoprirà il rap, e poi il rap hardcore, e poi il rap-metal; Body Count mette d’accordo tutti. Mollando trentamila lire ottieni una versione in scala della realtà più infernale in circolazione, un mondo in cui hai i poliziotti costantemente incazzati dietro al culo e le altre gang che cercano di ucciderti. Mamma e papà hanno mollato la P38 da decenni (i miei dalla P38 ci sono stati belli lontani anche ai tempi).

Nello stesso anno di Body Count esce anche quello che ad oggi è l’unico contributo fondamentale di Ice-T alla musica pesante: la canzone Disorder, un medley degli Exploited, lui al microfono con gli Slayer a pestare sotto, per la colonna sonora di Judgment Night; giusto per capire che differenza fa la musica quando suoni musica. Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione. A riascoltare Body Count oggigiorno provi lo stesso effetto di allora, quell’anticlimax che solo la musica di merda ha la capacità di offrirti, l’aspettativa col fiato corto dell’approcciarsi a qualcosa che qualcuno ti ha giurato essere enorme e proibito, e lo slogarsi delle mascelle a furia di sbadigli dal minuto 10 in poi. In ogni caso Body Count è un documento molto prezioso per tracciare il ritratto di massima di una generazione che sta scappando a gambe levate dallo street rock di gomma dei vari Skid Row e dagli anni ottanta statunitensi in generale ma è ancora indecisa da quale altro suono farsi rappresentare nel decennio in corso; i maschi adolescenti della provincia di Forlì scopriranno a brevissimo le possibilità alternative di manifestare il loro scazzo a mezzo musica, tagliati su misura per una periferia non-violenta che rivendica comunque il suo diritto a fare a gomitate nei club il sabato sera. Routine culturale.

I Body Count non sopravviveranno all’esplosione del grunge: ai tempi del successivo Born Dead le polemiche si sono spente e sembra già di avere a che fare con un gruppo di zombi. Del resto Born Dead è un brutto disco: bolso, noioso e fuori tempo massimo per qualsiasi chiamata alle armi. Ice-T è dentro ad altre storie (cinema, soprattutto) e la sua metal-band super incazzata è già degradata a gruppetto della domenica; una cover di Hey Joe come manifesto programmatico. Il successivo Violent Demise si apre con il tradizionale skit audio in cui Ice-T viene impezzato da un critico rock che lo mette all’angolo lamentandosi di quanto fanno schifo i suoi dischi e continuando a dire “i can’t feel you anymore”. Lui risponde “feel this” e gli spara, e poi via di gangsta-metal all’acqua di rose. Capirai. Li vedo nel tour che segue: il primo disco eseguito da cima a fondo, pochissime concessioni al resto; suck my motherfuckin’ dick ogni trenta secondi, pilota automatico spinto, cattiveria zero, pose plastiche da metallari falliti Ernie C suona con una maschera da hockey stile Jason Vorhees, Ice-T arringa la folla con stronzate separatiste pronunciate col sorriso in bocca e un pubblico di locali con la canotta da basket che urla in prima fila ODIARE I NERI? NOI? Ai tempi i Body Count hanno perso già il batterista, morto di leucemia; qualche anno dopo il bassista morirà in una sparatoria. Il gruppo realizzerà un disco nel 2006 di cui non mi viene data notizia. Nel 2006 ho 28 o 29 anni, mai passata una notte in cella, mai presa una manganellata.

Mi capita di sentire il loro nuovo album, uscito da poche settimane. In linea teorica parliamo del revival più triste concepibile, salvato parzialmente dal fatto che mettere Ice-T su un palco ha comunque un senso. Nel frattempo lui è diventato il protagonista del fumetto sulla sua vita: appesantito dall’età, vestito da clown, una moglie-modella tettona di 20 anni più giovane con la quale ha realizzato un reality show, appena prima dieci anni di Law&Order a farlo icona. Facile immaginare Manslaughter come l’ennesimo specchio del narcisismo del personaggio: la musica è il solito breviario aggro-metal di merda pompato di steroidi digitali ed aggiornato alle tecniche produttive dell’ultimo quindicennio (c’è pure Jamey Jasta in un pezzo). Contiene una cover di Institutionalized col testo cambiato per dare addosso ai vegani, un pezzo a favore dei soldati statunitensi, accuse di impoverimento alla musica rock e altre cacate protofasciste che mi fanno vergognare di aver avuto quattordici anni nel ’92, parlo in generale. La destra puritana statunitense ha altro a cui pensare nel 2014, naturalmente (tipo due pentacoli scoloriti in salsa Rob Zombie nei video di Ke$ha); la stessa insipienza molesta dell’ultimo disco dei Body Count potrebbe significare che alla fine il tempo ha dato loro ragione, che a forza di non togliersi dalle palle nonostante il disinteresse dell’opinione pubblica il gruppo ha raggiunto una dimensione nella quale può esprimere ogni cosa gli passi in testa senza venir bloccato da qualche eminenza grigia. E anche dando questa cosa per scontata rimane il fatto che la musica di Manslaughter non vale nemmeno il tempo speso a disegnare dei cazzi su un foglio da riciclo mentre la ascolti con disinteresse e corri con la memoria all’adolescente ribelle che non sei mai stato. Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione.

Aphex Twin emerge a Glastonbury: punto della situazione, possibili scenari futuri.

L’altro venerdì Aphex Twin è spuntato dalla nottata di fanghiglia a Glastonbury con un set che seppure annebbiato dall’orario e dalle condizioni del mondo intero ha dato a diversi l’impressione di rappresentare strane simbologie, snodi brutali per chi segue le tracce di Richard James e della sua assenza. Ci aveva abituati fino a poco tempo fa ad alcune botte mentali sul concetto di techno millenarista, uno stile di nuovo percussivo di nuovo immaginato sul filo che lega il Classics su R&S ad una decongestione del concetto di hardcore come unica musica veramente umana, veramente pedagogica e autenticamente mentale, la cosa più pura e vicina all’anima “negativamente architettonica” del ballo e della vita. Chi segue AFX sa che questo suo aspetto live ha continuato ad esistere negli anni e che in fondo è la radice di ogni sua cifra stilistica (Windowlicker ha fatto giusto le fortune di MTV, storicamente rimane solo il prototipo di un’epoca mai sbocciata), come esempio su tutti qualcuno si ricorderà il modo con cui descrisse il clima nella serata al Link di Bologna nell’inverno del 2002, un tempo piuttosto tetro, anni in cui potevi morire ogni volta che oltrepassavi l’autostrada. Io non ero nemmeno maggiorenne, le discoteche si raggiungevano al buio e al freddo, forse in macchina ma era come andarci a piedi.

Ad ogni modo la techno percussiva ha avuto modo di sputtanarsi pure lei e probabilmente nel peggiore dei modi, eppure sembrava incorruttibile, proprio perché appariva costruita sui nervi cranici di ognuno di noi senza ulteriori sovrastrutture, senza retorica, eppure eppure.. Alcuni invincibili della provincia toscana, ricordo, passarono direttamente dalla dance generalista a Detroit dopo aver sentito Jeff Mills in Fortezza Medicea, anni dopo l’orizzontalità wikipedica dei blog musicali e dell’indiesnobismo si sarebbe divorata anche le carcasse, dando vita a corpiciattoli monchi che citavano come ispirazione la new wave o i Throbbing Gristle – mentre la techno, per sopravvivere, avrebbe dovuto cibarsi solo di se stessa. Ogni tanto spuntava ancora qualche santone a ricordare a tutti come si teneva l’elmetto in testa, citiamo Surgeon o il Luke Slater a nome Planetary Assault System, ma parallelamente al Berghain già si usavano gli stessi suoni come carrozzone meccanicamente riproducibile, tornando così sul luogo del delitto della minimal. Intanto Aphex era già oltre, nel 2004 aveva inaugurato la stagione analogica, cercando di retrocedere ancora la nascita dell’hardcore, tuttavia la serie degli Analord indubitabilmente soffriva di un certo sapore d’archivio, disattendendo ancora una volta l’ormai largamente mitologizzato “nuovo livello”. Ora va anche detto che Aphex con questa storia dell’archivio ci ha sempre giocato e bisogna prenderla con le molle; quando uscì Druqks disse che erano pezzi vecchi e ci facemmo convincere (ascoltato oggi, specialmente nelle parti di piano preparato, non sembra proprio), con Analord quasi lo sottintese, in una delle sue ultimae interviste ha addirittura dichiarato di avere pronti una decina di nuovi album, tutti creati in serie dal modello di un album mai uscito (Melodies From Mars).

Torniamo ad oggi, a Glasto la sua apparizione a nome DJ AFX (moniker granguignolescamente normcore, chissà se si è ispirato a lui) è avvenuta in un clima di completo sfascio, nell’umido del nulla tra una bombardata in Palestina e altre notti insonni, davanti a gente devastata e sorda come dopo una granata scoppiata vicino. Il tutto – almeno concettualmente – a seguito del disastro della Rephlex, sprofondata nell’indifferenza dello stesso Richard James, passata dall’essere la luce delle technoheads a specie di net-label senza neanche un sito ufficiale (per far capire l’andazzo: rephlex.com redirecta alla pagina Discogs) costretta a vendere pezzi pregiati su eBay per permettere a Grant Wilson-Claridge di pagarsi almeno le bollette della corrente. In realtà non escludo neanche che questa via carbonara ed esentasse sia solo il côté di una scelta estetica e di autonarrazione storica dentro ai famosi “tempi che corrono” ma, come per il resto delle cose, è sempre meglio iniziare a valutare le cose in termini economici.

Inoltre al di là dell’impalcatura molto ibizenica da dove l’altra sera il nostro metteva i dischi c’è questa foto scattata successivamente al Glade Stage che descrive bene il vago lo-fi di questo Richard James che nel frattempo ha deciso pure di farsi riallungare ai capelli come in gioventù; un sottobosco di piccoli segni, trasandatezza mal calcolata, il tendone d’incerato, lui dietro al mixer in disparte, quasi nascosto dal pubblico, seduto su una sedia da campeggio con il giacchetto appoggiato sullo schienale come quando alle elementari eravamo troppo timidi per permetterci l’attaccapanni all’entrata. La foto è quasi una versione IDM di quella di Bersani al bar con la birra.

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Non solo sensazioni comunque, c’è anche molta ciccia. Il set restituisce ancora AFX come l’unico artista contemporaneo in grado di sconvolgere, sconvolgere tanto e sempre, anche a questi livelli, l’unico che riesce veramente a dare forma al non-immaginato, a pescare nel mare dei suoni non-sentiti e delle forme del non-visto, tutto può ogni volta succedere e ancora i suoi set brillano di quello spirito bambino ma molto consapevole tra onoreficenze ai padri putativi e un suono che rimanda sempre a se stesso come in un riallineamento continuo tra la morte di sè e la morte della musica. Che poi è la descrizione dei suoi pezzi e dei suoi dischi migliori: appunto quella lucidità raggelante che non sembra rimandare a nient’altro se non ad un vago concetto di hardcore continuum ma condiviso con nessun’altro, ghiacciato da un sentimentalismo inconcepibile. Nella pessima qualità audio della registrazione (qui una versione scaricabile leggermente migliore) e fermo restando che di un dj set sempre si tratta (ma su Aphex si può ragionare solo così, attraverso le briciole) a noi pare di scorgere qualcosa che somiglia alla presa in forma di un nuovo livello, forse il preannuncio di qualcosa che sta mutando, di nuovo il racconto più perfetto dei pallori della vita contemporanea, con quella precisione narrativa che gli mancava da un po’. Innanzitutto si presenta molto più ricettivo, anche verso cose che non ti aspetteresti, cose che ballano i giovani, parlo di Jam City, L-Vis, addirittura Blawan, tutto comunque miscelato in una sagoma psichedelica che gli artisti in questione non riuscirebbero comunque a permettersi.

Capitano alcune cose nei primi minuti del set, quella più rilevante sono forse le sirene trasformate in urla infernali che appaiono e scompaiono dal mix, sotto si picchia duro ma non durissimo, gli echi vocali assumono fattezze robotiche di dimensioni greenvelvetiane per poi tornare in zona The Courts. Vale la pena notare questa strana verve robotizzante perchè è il presagio allo shock della mezz’ora circa, il momento in assoluto più sconvolgente attribuibile all’Aphex miscelatore che possa ricordare: tiro basso, cani che abbaiano come se Who Let The Dogs Out l’avesse composta Kevin Martin e da qui in poi sono almeno venti minuti di puro terrore industriale, battiti bassi e paludosi, le facce cadono e non solo le maschere, si scorgono rimandi all’industrial tipico dei primi anni Novanta, diciamo Techno Animal ma con un senso di oppressione diverso, con quella spietatezza che Aphex sembrava aver sepolto da qualche tempo, suoni che si geometrizzano in scala ma senza diventare nuda forza numerica, di tanto in tanto sparisce addirittura la cassa, su tutto una colata nera di epopea cyberpunk, cyberpunk in quella maniera mortifera come solo poteva essere immaginata la definizione nel 1991. Si continua oltre per quasi una mezz’ora prima che l’onda lunga di questo corpo possente ma malaticcio, traforato da tubi, lasci il passo ad un set più classicamente aphexiano.

L’azzardo è alto, forse ipervalutiamo scelte di miscelazione che sono estemporanee e naturali per uno che ha dalla sua parte una cultura musicale enciclopedica, o forse l’anno prossimo finisce davvero che esce una sua versione illbient di Loco dei God. L’abbozzo di pochi minuti ci riporta di nuovo alla narrazione di sè (intesa come narrazione di ogni io presente nel pubblico nell’improbo tentativo di immaginarsi dentro Richard) perfettamente calata in un mondo post-capitalista da declino dell’Occidente, esattamente come nei set di dieci o quindici anni fa metteva in musica la pericolosità lisergica dei giorni troppo luminosi da annerire la retina. Comunque ci pare almeno di intravedere sensazioni generali, configurate dentro e oltre un periodo storico ed artistico che non riesce a produrre musica se non in un gioco di continui rimandi; sembra ieri che ci dicevano che nei parcheggi posteriori degli Walmart si potesse ascoltare solo witch house o oggi pomeriggio che non può esistere altra musica veicolata attraverso internet che non sia vaporwave, spacciata come unico modello sonoro dell’accelerazione del capitale astratto. Invece ora se nuovi suoni, una specie di novello grunge della techno, venisse aperto da Aphex Twin, anche solo per quanto vale il suo nome in moneta, la questione sarebbe molto diversa. Anche perchè sintomi di qualcosa che sta accadendo ce ne sono, anche a livello di movimentazione globale; mentre Aphex suonava a Glastonbury usciva la notizia di Oneohtrix Point Never in tour per l’America più sciabbiona con Soundgarden e Nine Inch Nails, intanto Lopatin cambiava pure il logo scimmiottando i Korn e dichiarando di preparare per gli show un live di “customized hard rock cyberdrone”, parole sue. Ora Lopatin non fa altro che sostituire i Death Grips in un tour già da tempo definito ma l’accostamento di Soundgarden e OPN ci rimanda quasi a quelle fascinazioni d’altri tempi tipo Springsteen coi Suicide o i Napalm Death con qualcun altro, oltretutto per chi segue Lopatin sa quanto sia attento all’evolversi delle questioni di gusto nel villaggio globale e soprattutto quanto sia restìo ad utilizzare appigli anche solo vagamente collusi col mondo della musica rock. E’ tutto da vedere ma comunque non categoricamente escluso che questo 2014 possa scollinare in delay infiniti di In Utero moltiplicati in accelerazione geometrica fino alla completa perdita di sè, automatizzata, robotizzata in onde di suono stretchate coi più banali VST freeware; tanto che pure la goffa ed infantile definizione di “cyberdrone” o la registrazione rubata da un telefonino qualche brividino ce lo rendono, tanto che qualche immagine di una techno più tattile eppure purgata dall’esaltazione muscolare e inconcludentemente libidinale del rock comunque ci appare.

(nelle puntate precedenti)

tanto se ribeccamo: Ice-T e i Body Count (parte I)

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Il giorno in cui è uscito I Trasgressori è stato un bel giorno. Un giorno giusto. Walter Hill ai controlli, storia alla Distretto 13 ma più amaro, con il denaro di mezzo (giungla metropolitana, soldi e armi, fortino assediato, alleanze temporanee solide come granito: western totale), destinazione dichiarata: sale di periferia semivuote d’estate (in Italia, ai tempi il periodo più morto dell’anno), pacifico fin dall’inizio. Protagonisti Ice-T e Ice Cube, per la prima volta insieme, che per un bambino nel 1992 era come dire Babbo Natale e Superman nello stesso posto. Hip hop ultimi fuochi, un attimo prima che il pestilenziale Dre e le sue ammorbanti superproduzioni soffocanti, pomposissime, inerti e sovraccariche da morte neuronale colonizzassero l’immaginario (non di una nazione: del pianeta Terra) ammazzando senza ritorno l’intero genere, il panorama era questo: negri che nelle foto ti guardano in cagnesco, nei dischi dicono un sacco di parolacce e sottintendono un rapporto con le armi che definire confidenziale è un eufemismo, incarnando e amplificando a dismisura le traiettorie più deleterie e degradanti che comporta essere nero e vivere in un quartiere di merda dopo la diffusione a macchia d’olio del crack nelle strade courtesy of l’amministrazione Reagan. Una sorta di vaudeville 2.0 a uso e consumo della medio-alta borghesia bianca con più o meno disperata necessità di identificare un nemico comune da avversare e temere; chi invece a South Central ci viveva per davvero sapeva benissimo che era tutta posa, romanzetto criminale, fiction farsesca a uso e consumo di bianchi ricchi, annoiati e mortalmente terrorizzati dalla sola idea di miseria, senza la benché minima idea di quel che potesse essere la cosa vera (certi posti non li avrebbero intravisti mai, manco con il telescopio, nell’arco di un’intera esistenza).
Però intanto i dischi spaccavano il culo, quasi tutti, indistintamente, e ti facevano sentire davvero dalla parte giusta della barricata; anche se avevi dieci anni, l’inglese lo capivi a malapena e i problemi veri erano piuttosto non prendere un brutto voto a scuola e non finire menato dai bulletti più grandi. Non importa: bastava far girare un’altra volta ancora Death Certificate o Kill At Will o O.G., ma pure We Can’t Be Stopped, risalire ai fondamentali con Straight Outta Compton o It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (ok, altra storia, loro erano gli intellettuali, ma a dieci anni cosa potevi saperne: negri incazzati che pronunciavano frasi in tono aggressivo rimanevano, stessa differenza) e via di nuovo nei bassifondi (per così dire), per sentirsi automaticamente calati in un contesto suburbano che avrebbe fatto apparire minaccioso e cupo e soffocante e asfaltato e opprimente qualsiasi posto. Non è durata. Per qualche anno effettivamente la qualità media delle uscite ha retto e una visione d’insieme a prescindere da costa Est e costa Ovest c’è stata, ma come ogni cosa bella è finita schifosamente in fretta.
In questo contesto, Ice-T era forse l’unico a mettere davvero paura. Sarà per quella mostruosa faccia da rettile, sarà per l’etnia che disorientava, impossibile da tracciare nettamente (mezzo nero mezzo creolo), sarà per la voce, capace di rendere ogni parola una profanazione, ma l’insieme (potenziato e avvalorato da una street knowledge al netto delle esagerazioni assolutamente plausibile) non aveva nulla di caricaturale, metteva davvero soggezione; come un parente lontano venuto a raccontarti quale razza di inferno sia stata la sua vita negli ultimi 35 anni, ma con affetto, senza morali finali e senza grandi lezioni da apprendere se non volevi apprenderle. Orfano a 12 anni, ex pusher, ex marine, folgorato dai precetti del magnaccia romanziere Iceberg Slim diventa magnaccia a sua volta, molla il colpo quando si rende conto che il rap procura meno grane con la legge e rende più dello sfruttamento della prostituzione. Finisce tra i bersagli preferiti delle farneticazioni sessuofobe del PMRC, accolita di invasati capitanata dalla moglie di Al Gore che alla fine è stata forse l’ultima vera spinta propulsiva per il mercato discografico (qualunque disco mettessero alla berlina finiva per vendere cento volte di più; ho conosciuto persone che compravano per puro principio qualsiasi disco portasse stampato PARENTAL ADVISORY da qualche parte sulla copertina. Io ero uno di loro), e questa è stata probabilmente la sua più grande fortuna. Da lì non solo la sua carriera musicale decolla ma, in qualità di bestia nera certificata, finisce regolarmente ospite nei talk show più gretti e degradanti della Nazione (dunque seguiti da decine di milioni di gonzi) dove, oltre a scoprire di essere telegenico, dimostra di avere un cervello e saper farlo funzionare egregiamente. Il modo in cui smonta fino all’ultima delle bestie che gli si parano davanti armate di stupidità e protervia inesauribili, ignoranza cieca e argomenti da far suicidare per l’imbarazzo chiunque con un QI appena di poco superiore a quello di Forrest Gump, trattando ognuno di loro con rispetto, che è dovuto anche alle bestie, mettendo sul piatto senza alcuno sforzo calma, freddezza, logica e lucidità di analisi aristoteliche, è ancora qualcosa a cui assistere fa bene all’anima, a decenni di distanza.
Buona presenza scenica, buona loquela, il cinema è il passo successivo. I colpi migliori li spara all’inizio: esplode in New Jack City e, appunto, I Trasgressori, un uno-due che da solo basta a motivare una carriera. Magia, pura magia. Sono passati ventidue anni e regolarmente ogni volta che rivedo I Trasgressori non riesco a non uscirne convinto che sia il film più bello di sempre. Poi finirà a fare quasi solo merda e telefilm (dunque altra merda). Contrappasso: nel telefilm di più lungo corso interpreta un poliziotto. Con i dischi la parabola discendente non è altrettanto brutale: alti livelli e almeno un capolavoro (Home Invasion, 1993, colossale, tra i più grandi dischi hip hop di sempre), tiene botta fino al 1996. Return Of The Real già contempla le macerie di un mondo che non esiste più, un uomo solo al comando con motivazione, determinazione sprezzo del ridicolo addirittura commoventi. Il mondo era cambiato, lui (ancora) no. Rispetto infinito. Da allora in poi non c’è più altro di cui valga la pena parlare. Ritorna sugli stessi passi nel 2006, con risultati diametralmente opposti: Gangsta Rap, dichiaratamente nostalgico oltre l’autoparodia, tanto farsesco da muovere a compassione, è il cartone animato di un mondo fin dall’inizio di cartapesta, ormai popolato dal solo Ice-T, unico depositario di un passato di cui da troppo tempo non frega più un cazzo a nessuno.

 

Time to take you back to the days of old
64 Chevys, big fat gold
Out to the west where the gangstas roam
South Central, L.A., my home

This ain’t R&B, this is Gangsta Rap
Bitches get smacked, busters get jacked
Front if you want, you’ll get laid on your back
It’s about guns and drugs and hoes and clubs.

 

Questa fa male. La convinzione qui fa male. La nostalgia di un mondo irreversibilmente scomparso e sempre più lontano ferisce quando si scontra con la brutale realtà dei fatti. Sembra uno di quei giapponesi convinti che la guerra non sia finita. È come se quel parente lontano ora avesse l’Alzheimer. Spero davvero non ripeta mai più l’exploit. Per tutto quello che viene fino al 1996, in compenso, ho nutrito e nutro un rispetto che sconfina nella devozione.

MARIO GÖTZE È NATO A CAPRI – Lamentazione per la vittoria tedesca ai mondiali 2014

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La cattiva reputazione è nulla, quando hai una squadra di football che funziona. Dico “football” e non “calcio” con il doppio fine di prendere le distanze dagli articoli sportivi – “football” è molto più intellettuale, e questo è Bastonate, gente di un certo livello che scrive a scopo educativo/precauzionale – e di evitare odiosi termini italiani fascistoidi. Perché italiani fascisti, schifosi, renzusconiani, mentre i tedeschi che vuoi che sia, dimentichiamo, la Germania è melting pot culturale visual design locomotiva d’Europa, tutto è Kreuzberg, tutto è perdonato. Dio che odio la Germania, Dio quanto rosico, ma Dio non ascolta, Dio è con loro come sosteneva una famosa fibbia, e a noi stronzi rimangono questo Papa farlocco – trait d’union di due popoli fallimentari, da una parte e dall’altra dell’Oceano – e un po’ di ‘ndrangheta a rovinare, se possibile, le loro Bochum dal social welfare perfetto. Siete mai stati in Germania? La Germania è la terra dalle mille patatine, o più precisamente dalle lunghe autostrade costellate di giganteschi autogrill che espongono varietà di patatine inimmaginabili. Questo è quello che in sostanza mi ha colpito della Germania; altro, c’era altro?, ma no, che volete che siano l’economia in salute, i treni in orario, la gente che lavora contenta e senza stressarsi, pagata il giusto, in grado di staccare alle diciassette avendo finito il lavoro, senza riunioni alle nove di sera del trenta luglio pe’ fa’ vedé che. E l’est e l’ovest, e lo Judisches Museum, l’integrazione che funziona e certe zone di Berlino dove i bambini parlano solo turco e però se ne sono accorti e hanno studiato dei programmi educativi che in tre mesi hanno insegnato il tedesco a tutti e ora tutti quegli ex-bambini che parlavano solo turco si chiamano tutti Schmidt e studiano ad Harvard (hanno 17 anni). Uno di loro, Özil, lo hanno preso in nazionale ed è l’unica pippa  – ma l’idea che c’era dietro è che così gli altri si sentono ancora più tedeschi al confronto, gli fanno colletto nello spogliatoio per motivarsi e tornare in campo, distruggendo l’Argentina al grido di MULTIKULTURITÄT. Ma no, scherzo. Cioè, è tutto vero, tranne il fatto che Özil sia l’unico profugo della nazionale: ci sono pure Khedira, che in realtà era un calabrese di nome U PARANOMI ma lo hanno chiamato così per nascondere le infiltrazioni mafiose, e quel difensore potente che si chiama tipo SBOARABANG. Mario Götze che ha segnato si chiama Mario ed è perciò italiano; Klose è un polacco, per la precisione un polacco che è venuto a giocare nella Lazio facendosi mettere per iscritto che avrebbe accettato l’ingaggio per una squadra ridicola a patto che lui avrebbe continuato a fare il cazzo che gli pare, ossia giocare 4 o 5 partite all’anno (segnando 20 goal e dimostrando così che un tedesco, per quanto polacco, è comunque superiore ai nostri difensori-spaghetti) e poi allenarsi per vincere i mondiali. Già, perché hanno vinto i mondiali. Con programmazione, disciplina e ordine. Noi abbiamo mandato un coatto, un ciccione e vari fotomodelli di gel per capelli, e pensavamo di cavarcela così. È finita per noi in modo tutto sommato dignitoso, peggior squadra del mondiale senza appello, peggio ma molto peggio di qualsiasi Honduras (almeno correvano) o Camerun (correvano, e perdipiù si sono venduti le partite altrimenti mezzo punto lo facevano), molto peggio dell’Inghilterra che abbiamo battuto ma la ragione lì è diversa, è che sono inglesi e se ne fottono del mondo, loro hanno  già dimostrato di essere superiori a Galles, Scozia e Irlanda del Nord, e hanno lasciato noialtri scimmie a contenderci un trofeo senza valore. Invece la Germania ha puntato all’obiettivo e lo ha centrato, mandando un chiaro segnale di dominio-di-mondo a un Pianeta Terra che si profila ridente e felice nei prossimi anni: guerra totale all’Occidente, con gli Americani ridotti ai minimi termini e decisi più che mai a restare entro i propri confini, e questi tedeschi che se la giocheranno giusto con la Russia in cattiveria. Che poi pensate un po’ alla storia umana, ogni volta che ha buttato male Germania e Russia si sono spartite il potere, e di solito è andata anche peggio. E i prossimi mondiali sono in Russia. Ma Bastonate è un sito di musica, oltre che di geopolitica, e perlomeno su questo punto l’Italia ha da dire la sua rispetto alla Germania, noi per esempio abbiamo gli… gli… Chi cazzo abbiamo noi, gli AREA porco due, quell’orrendo gruppo prog che in questi giorni ha sporcato il Pigneto con le sue locandine con loro che fanno le facce buffe. I tedeschi hanno soltanto rivoluzionato e sconvolto la musica rock, dandole l’ultima, grande mutazione che davvero abbia avuto un senso nel ventesimo secolo. Lo hanno fatto formando un gruppo prog con componenti presi dal conservatorio, e affidando la voce solista a un barbone trovato per strada. Giuro, è vero, è la storia dei Can. Quella dei Kraftwerk è invece la storia di come un visual design efficace valga come se non più della musica incisa sui dischi avvolti da splendide copertine. Quarant’anni dopo, il giorno dopo la vittoria ai mondiali di calcio, suonarono a Roma sotto al diluvio, cioè loro coperti e il pubblico italiano pagante spazzato dalla tormenta, al grido disperato di AUTOBAHN. Succederà stasera all’Auditorium, e questa è l’unica mia esperienza personale riguardante la Germania di cui abbia voglia di parlare. Scherzo, ce ne è un’altra: tra le tante cose non-sense che ho fatto c’è stata quella di trovarmi varie volte per lavoro a Münster, in Westfalia, patria degli anabattisti e degli H-Blockx. Dovete sapere che Münster è piccola, così piccola, e nei weekend è tutto chiuso, così chiuso, che mi trovai disperato e solo a vagare per la città, neanche un negozio di dischi in cui rifugiarmi, cercando di perdermi intenzionalmente pur di avere un’occupazione, e ritrovandomi sempre nella stessa, fottuta piazza centrale, che ricompariva dietro l’angolo tipo un incubo di John Carpenter in cui non c’è fuga dal piccolo villaggio. Finì con me a percorrere in solitario le rive del lago Aa, gli AA STRONZO mentali che si sprecavano mentre i venti mi sferzavano e la mia mente era già ormai alcuni passi dentro la follia. Però al Centrale del Tennis stasera c’è Battiato. Se rinasco apro un Döner Kebap a Berlino, e questo pezzo ve lo leggerete in turco.