Maurizio Blatto

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Se scoppiasse la guerra dei giornalisti musicali, con da una parte i ragazzetti della critica (alcuni dei quali vanno verso i quaranta) infoiati giovani sparasentenze e flippati di web, e dall’altra i vecchi bacucchi (alcuni dei quali poco sopra i venti) ossessionati dalla professionalità e dal senso della misura, l’unico che potrebbe portare la pace sarebbe Maurizio Blatto. Di giorno lavora in un negozio di dischi (Backdoor) a Torino, di notte scrive di musica. Ha pubblicato un libro, s’intitola L’ultimo disco dei mohicani, che secondo me dovreste leggere. Lo intervisto oggi perchè domani è il Record Store Day.

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A quanto ricordo sei sempre stato piuttosto critico nei confronti del Record Store Day. L’anno scorso fu una cosa abbastanza comica, in effetti: ricordo per dire che l’evento ufficiale milanese fu tenuto inun teatro, il Dal Verme, con un banchetto dei negozianti che volevano aderire nell’anticamera. Ecco, suppongo che sia un po’ il punto da cui partire.

È vero. Non mi è mai piaciuto moltissimo il RSD. Ho sempre avuto la sensazione di essere il panda che si incazza con il WWF e dice “Ma ve l’ho chiesto io?”. Non è snobismo, malattia dalla quale sono tutt’altro che indenne, ma un’analisi dei fatti. Ne ho scritto con il consueto medio livore su Rumore di aprile, e ricapitolo velocemente. Chi ha un negozio di dischi, un certo tipo di atteggiamento ce l’ha sempre, ogni giorno. Altrimenti sarebbe già morto, con la serranda tirata giù, sul gozzo. Everyday is a record store day, credimi, per passione vera e sopravvivenza conseguente. Vale a dire che se hai un negozio di dischi e non condividi ed esprimi la tua comune malattia con i clienti, allora “non sei”. Poi le pubblicazioni “esclusive” per il Record Store Day, ecco qui c’è da ridere. La maggior parte sono schifezze e quelle intriganti (torno a dire, con buone eccezioni italiane, citofonare Audioglobe) e straniere vanno direttamente su Amazon e la Fnac. Quelli sono i cari e vecchi negozi di dischi che vogliamo preservare? Sì? I luoghi poco puliti in cui annusiamo i nostri simili? Sì? E se poi vogliamo festeggiare ugualmente, non sarò certo io ad andare a recitare i Vespri e a tirarmi indietro. Ma ecco, per dire, da Backdoor l’hanno scorso abbiamo pranzato dentro il negozio, con tanto di panche, sgabelli, gorgonzola, cotoletta in carpione (letale) e megamix selezionato di sottofondo. Questa mi pare una forma di appartenenza migliore di un 7” di qualche folksinger bollito con una versione alternativa sul lato b pubblicato, apparentemente, soltanto per il nostro godere. Io li amo quasi tutti i negozi di dischi, gli scatoloni ai mercati e i banchetti ai live. E faccio spesso un gesto apparentemente situazionista: ci compro qualcosa. Buffo? Non siamo lì per quello?

Giusto per tirare giù qualche numero: di quante persone è composta la clientela di un negozio di dischi come il tuo? Quanti di questi sono ultra-affezionati e quanti no? quanto incide il RSD rispetto al normale venduto?

Difficile stimare una clientela, ma lo zoccolo duro si aggira intorno a una cinquantina di persone, forse qualcosa di più. Poi, fortunatamente ci sono gli occasionali, i clienti per corrispondenza e gli “stagionali”, come i camerieri estivi, gente che viene e poi sparisce. Tra gli ultra affezionati c’è poi un manipolo di eroi con il quale condivido legami di amicizia strettissimi. Anche al di fuori del negozio. Il RSD non incide molto, francamente. Ci sono questi tipi, per me incomprensibili, che vedi soltanto in quell’occasione, ma tanto è gente che cerca edizioni che manco si trovano a Londra e New York. E loro pensano di pescarne venti copie da me, che nonostante tutto cerco di spiegargli la bellezza di tante stampe “ordinarie”. Così mi sono innervosito e l’anno scorso ho preparato una cinquantina di “fake”. Tarocchi del RSD. Ho preso delle schifezze di 7”, merda che non voleva nessuno nemmeno a 50 centesimi e ci ho incollato un’etichetta con scritto “esclusiva Backdoor Record Store Day 2013”. La gente non sapeva come comportarsi, ma comunque, nell’incertezza, li prendeva. Ne sono certo, diventeranno rari anche quelli, mi aspetto di trovarli su ebay fotografati da qualche gonzo.

Se uno lavora un po’ di testa su quello che dici viene naturale pensare che uno dei principali nemici del negozio di dischi sia quello che moltissimi dicono che lo salverà, vale a dire il mercato delle edizioni speciali e dei tripli vinili e insomma la roba per i collezionisti. che in realtà sottintende l’esatto contrario dello spirito con cui sono sempre entrato nei negozi -nel senso, l’edizione super-speciale e super-costosa presuppone acquirenti che sappiano già qualunque cosa del gruppo che stanno comprando, mentre in un negozio si entra per scoprire cose nuove, vedere una copertina ed essere stregati, eccetera… no?

Sì, io sono d’accordo con te. Anche perché come sempre, in quell’ambito si è esagerato. Ormai è tutto limitato, numerato, deluxe, handmade. Troppo. A me piace la cura dei dettagli, l’amore che traspare per l’oggetto, ma non apprezzo quelli che fanno dieci copie con dentro le fotografie, un filo d’erba del giardino, i capelli della fidanzata, che li esauriscono dopo due minuti e quando provi a ordinarli ti dicono “bastava muoversi in fretta”. Pregare ai convertiti o produrre per la tua bocciofila non mi entusiasma. Facciamo le cose nella speranza di diffonderle e che vengano apprezzate. Pagate il giusto, ma pagate. Sembra ormai che tutto debba essere esclusivo, che (l’apparente) normalità di un bel disco non interessi più. Distorsioni della pseudo modernità. Una volta ho visto la pubblicità di Eataly con un pompelmo in edizione limitata. Ecco, di fronte al pompelmo in edizione limitata, io preferisco la scatoletta di tonno.

E la questione vinile VS CD? Leggo settimanalmente di questa rinascita del mercato per merito del vinile. L’altro mese è uscita fuori una statistica secondo cui in gran bretagna si vendono tipo seicentomila vinili all’anno, per cui insomma, un po’ poco. Come stai messo tu in merito alla questione?

Io sono sempre stato un fan del vinile, ma non un talebano, nel senso che compro anche cd. Ma il vinile è e rimarrà per sempre il formato definitivo. Commercialmente per Backdoor è sempre stata una sicurezza, anche quando davvero non lo seguiva più nessuno. Indiscutibile che sia seducente anche per i giovanissimi, che magari lo comprano come feticcio di qualcosa che hanno scaricato. Ma, attenzione è qui il passaggio saliente, che hanno anche amato. E allora pagano una sorta di debito di riconoscenza glorificandolo con la sua rappresentazione migliore: il vinile. In termini di vendite da me è sempre stato preponderante, sempre. Pur in un mondo dove tutto è già disponibile, una buona mossa è stata mettere il codice per il download dentro alle confezioni. Hai i tuoi due formati, legali, e sai di aver supportato un artista e un’etichetta che stimi. Non è una cosa da poco. Risibile magari, ma per me è un bel sinonimo di “acquisto consapevole”. Dovendo dire, lamento un certo aumento di prezzo alla fonte, il rischio è di spremere questa magari piccola ma fedele fetta di mercato e appassionati. In ogni caso, vinile uber alles.

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Passo oltre. Maurizio Blatto, firma di Rumore e chissà che altro. Vecchia scuola, ma i suoi pezzi hanno un quoziente autobiografico quasi più elevato di quello dei blogger. come mai?

Parlare di musica ha ancora senso se riesce a essere narrativi e l’esperienza personale (giudizio, ma anche passione) traspare con evidenza. E allora, essere autobiografici aiuta. Banalmente sono da sempre immerso nella musica e scindere vita e ascolti, spesso ha poco senso.

Io sono anche un grande fan di chi mi racconta quasi sempre la stessa storia (i Fall, Woody Allen, Mark Kozelek, Lansdale…), temo sia un retaggio del mio essere torinese/piemontese, terra dove talvolta la noia e la ripetizione sono della armi di distruzione di massa. Ma sinceramente mi piace chi mi racconta (bene) il suo “ardore” personale, cosa lo entusiasma, perché, il locale elevato a “mondo”, le cazzate quotidiane da cui filtrano verità. Ho voluto che fosse la mia cifra. Stilisticamente poi, ti permette anche di andare avanti all’infinito, mettendoci dentro quasi tutto.

Io sono sinceramente curioso rispetto alle persone che incontro, ma per contraltare detesto facebook (dove non sarò mai), all’interno del quale molti reagiscono di pancia, immediatamente schierati, spesso violenti. Il mio secondo retaggio torinese è un rispetto quasi religioso per l’”educazione”, ammissione che farà di me un old old old school, ma pazienza. Sono saturo di cinghiali, persone che esprimono giudizi non ponderati, rancorosi. Il salto da fanzine a facebook è esattamente questo. Allora raccontavi i cazzi tuoi, ma dovevi stamparli e spedirli. La fatica del farlo implicava una misura e una ponderatezza che oggi sono spesso inesistenti. Il guaio è che non possiamo sempre e a qualsiasi ora dire cose interessanti o intelligenti. Chiaramente ho delirato e tracimato oltre i confini della domanda.

Una volta Pecorari mi rispose una cosa simile, parlando della differenza tra scrivere quello che si pensa e pensare a quello che si scrive. però quello di facebook credo che spesso sia fanatismo, nel senso di “fan” per così dire, cioè, hai a che fare con un amore ed un odio diverso. e le conversazioni noiose su Facebook sono DAVVERO noiose. non lo so. Riguardo al resto, credo che la tua roba funzioni perchè quando leggo un pezzo penso che avrei potuto scriverlo io ma peggio, cioè di essermi trovato in quella situazione esatta con quel gruppo esatto. E questo anche per uno che legge è impagabile, ma forse da un altro punto di vista è la morte della critica e l’inizio di una dimensione narrativa, un po’ alla Rolling Stone. no?

So che a risponderti che non conosco bene lo stile Rolling Stone faccio (again) la figura dello snob, ma è così. Quindi non saprei. Ma di sicuro, dipende dove e su che cosa stai scrivendo. Mytunes, la mia rubrica storica di Rumore (a maggio diventerà un libro), dove prendo una canzone e la uso come perimetro per narrativa e minima storia musicale, è la zona dove mi diverto di più e all’interno della quale sono sicuramente più libero. Se recensisco un disco, invece, allora limito l’autobiografia e giudico. Poi c’è da dire che la critica musicale su carta è ormai cosa ben diversa da quella sul web. Sei per forza di cose in ritardo e io, più che un limite, voglio percepirlo come un lusso. Permettermi una sorta di “ultima parola”, magari formalmente diversa. E quindi più narrativa. I tempi dilatati delle riviste dovrebbero essere un’occasione per una critica anche più netta, fatta tempo dopo. Se ti fai prendere dall’affanno dell’arrivare primo sulle cose, hai già perso in partenza.

Non scrivi mai per qualcuno sul web?

ho scritto, e con piacere, una cosa per il mixtape fanclub,  tanto per cambiare sugli Smiths. Da quando su Rumore non c’è più il privè, lo pubblico sul sito del mio negozio.  Non mi viene in mente altro. Non che mi rifiuti, ma un po’ non me lo chiedono e, soprattutto, non ho davvero tempo. Il lavoro, la famiglia, leggere, ascoltare dischi, i concerti, le mie partite di squash.  Tutto banale, mi rendo conto, ma non rimane molto tempo libero, quindi seleziono.

E poi mi piace anche essere pagato per quello che scrivo. Dopo tanti anni, ritengo sia doveroso (“Doveroso” è rivolto a me stesso; una forma di auto-rispetto per mio lavoro, anche se nessuno lo considera tale). Non che altrove abbondino, ma sul web quasi mai, purtroppo, ci sono risorse.

E leggerlo, invece, lo leggi?

Sì, più di una volta. Seleziono moltissimo anche qui, preferendo quelli che hanno un’idea di fondo. I pochi che sanno essere anche divertenti, lo humour latita drammaticamente nel mondo della scrittura musicale. Non mi piacciono i contenitori di recensioni,

quelli che scimmiottano la carta stampata, i rancorosi a costo zero.

Le riviste su carta mi seducono sempre. Per bellezza e abitudine. Ma anche per comodità. Tieni conto che io non posseggo smartphone o ipad, quindi una bella rivista in borsa o al cesso ha sempre il suo perché. Compro Rumore (non so attendere la mia copia) e Blow Up regolarmente. Talvolta Mojo e Wire.

Recentemente ho messo giù questa specie di teoria secondo cui lo humour fa male alla musica (e per conseguenza alla critica musicale), non so dire perchè esattamente, ma ha questa caratteristica (non tanto lo humour in sè, direi più l’ironia) di mettere tutto in prospettiva e far pensare che in fondo ci sono temi più grossi al mondo. ecco, un po’ quella seriosità tipo “scriviamo di questa cosa e fareste bene ad ascoltarla perchè è importantissima”, nel leggere riviste, mi manca molto. paradossalmente è più probabile trovarla in pezzi che recuperano roba di serie B, musica trash eccetera. 

Capisco quello che dici. E sono d’accordo sulla necessità assoluta di sbilanciarsi e quasi obbligare i lettori ad ascoltare ciò che riteniamo indispensabile. Io lo faccio e se conosco personalmente qualche gruppo (come capita inevitabilmente con gli italiani), ma ritengo siano fenomenali, lo dico espressamente e “spingo”. È più sull’idea generale che manca lo humour, sulla capacità di prendersi alla leggera, anche nelle proprie debolezze di ascoltatore e autore. Sulle manie, sull’approccio alla Calvino Italo (leggerezza “seria”) e non alla Calvino Giovanni (la serietà che divide, di qui i veri, di là i finti). Capisco che a vent’anni sia meno semplice, tendi a essere totalizzante, manicheo. Ma con il tempo sarebbe bene rilassarsi un po’. Anche perché certe verità “passano” persino più facilmente.

Però mi sembra abbastanza chiaro, almeno a me, che le pubblicazioni di musica siano in una fase interlocutoria. Svolta retromaniaca di blow up, in Gran Bretagna mi dicono questo mese la rivista più venduta sia Classic Rock… Non so se è il modo di progettare un futuro, no?

Il passato è sempre sicuro. C’è questa idea che il presente tocchi al web e la storicizzazione alla carta, ma non deve essere necessariamente così. È anche vero che il pubblico che compra le riviste non è un pubblico, per la maggior parte, giovane. Quindi, commercialmente parlando, immagini di dover offrire uno sguardo sul classic rock, più che uno sulla contemporaneità. Quando scopro che c’è ancora gente che vorrebbe un bell’articolo su Hendrix con discografia in chiusura, mi vengono i brividi, ma sono più di quanto si immagini a desiderarlo. Per questo dico che su quel tipo di musica puoi inserirti soltanto con un taglio narrativo. Possiamo ancora dire qualcosa noi, da qui, sui Joy Division? Quando Mojo ha intervistato magari anche il cartolaio dove Ian Curtis comprava le squadrette quando andava alle medie? Onestamente no. Allora l’unica possibilità è il filtro autobiografico, letterario. Che è difficile, perché l’autoreferenzialità può essere rischiosa, ma mi pare l’unica via. E’ vero che Blow Up è molto più retro di una volta, ma sinceramente mi pare che lo faccia sempre con uno sguardo interessante. Poi dipende sempre da chi scrive. Per esempio l’articolo sugli Squallor di Stefano Isidoro Bianchi era un capolavoro. Devo dire che Rumore mi pare un buon compromesso, si è aperto a temi e firme nuove. Io mi aspetto il racconto di qualcosa che non so o non ho “padroneggiato” bene da gente che ha la metà dei miei anni. Sempre che abbia la voglia di impegnarsi seriamente sulla qualità della scrittura. Ogni tanto mi arrivano delle cose scritte con i piedi, accenti a cazzo, nessun controllo ortografico. La sciatteria lessicale è intollerabile, divento una bestia. Nessuno ti ha obbligato a scrivere, non ci sono ritorni effettivi (soldi? promo? fama?), quindi deve per forza piacerti. Allora dimostralo, abbi cura di ciò che fai. A cominciare dal testo delle mail che mi mandi.

Da persona che sta dietro a un banco: il modo in cui un dato disco viene trattato su certe riviste fa ancora cambiare il numero di pezzi venduti?

Onestamente sì. Dipende molto dalla firma, ma si riconosce ancora un’autorevolezza alla recensione. Se sei uno apprezzato, il lettore (che spesso è anche un compratore) si fida. O quantomeno è curioso. La tipologia del cliente che arriva con la rivista con i titoli evidenziati o con la lista della “spesa” (fortunatamente) esiste ancora. Nonostante l’accessibilità immediata, sono in molti a richiedere una “guida” tra le mille uscite.

FAMMI UN ESEMPIO DAI, dimmi un caso in cui funziona così.

A costo di sembrare uno che si autoincensa (la recensione era mia), ti direi “Sparso” degli Altro. Tutti sapevamo che era una grande band e ne avevamo parlato spesso, ma farlo disco del mese su Rumore li ha portati “all’onor del mondo” e le vendite sono state nettamente superiori, perché hanno agganciato  un pubblico diverso. Anche Blow Up incide parecchio, soprattutto sui titoli più “oscuri” o quando aggancia bei dischi di pop laterale come “Descender” di Andrew Wyatt. King Krule disco dell’anno per Rumore l’ha fatto schizzare in alto negli acquisti.

Conosco comunque gente che, a priori, compra i titoli boxati di Rumore e Blow Up. Poi certo, io (come altri negozianti “indipendenti”) faccio la mia parte, ma quantomeno un classico “chi hanno fatto disco del mese?” non scappa mai.

Il Blatto negoziante consiglia dischi diversi dal Blatto giornalista? Io non vendo dischi ma credo che consiglierei dischi diversi. 

Sicuro. Anche perché non sempre recensisco dischi che mi piacciono, raramente richiedo qualcosa e quasi sempre mi vengono assegnati. Da negoziante poi, devi saper consigliare bene generi che magari non sono esattamente i tuoi. Per esempio la psichedelia è un settore rilevante per le vendite, io la conosco bene, ne seguo le uscite, ma ne compro una piccola parte per me. Ci sono poi dischi con i quali ti identifichi e diventa naturale proporre. Per esempio credo che, forse per compiacermi, quasi tutti qui abbiano comprato 1972 di Josh Rouse. In ogni caso io lo ammetto sinceramente “a me non ha fatto impazzire, ma credo potrebbe piacerti”, non c’è nulla di male.

 

PAGARE LA MUSICA: i festival estivi.

Francesca Sara Cauli

Francesca Sara Cauli

Carlo Pastore lo scrisse nel 2008:

“lavorare a Mtv, sfruttare il mio talento, prendere i soldi nell’unico posto in cui ci sono, poi fare cose gratis per chi se lo merita e chi non ne ha spazio, per Rockit, la mia famiglia, crescere individualmente e contemporaneamente condividere esperienze, know how, passioni, vita.”

o anche

“c’è bisogno di ripartire dal basso, di rimettere in moto le cellule cerebrali, di iniettare il formicolio negli arti addormentati, di infiltrarsi nei posti chiave e di creare interferenze, di non avere paura, di generare entusiasmo e di viverlo, di dire basta agli snobismi intellettualoidi e a quelli che fanno gli artisti senza averne l’arte, di dare spazio alla gente vera con le sua magnifica vitalità così stuprata.”

 

Credo sia un buon punto di partenza, l’inizio possibile di un nuovo modo di pensare la musica, nel quale L’ARTE viene prima di tutto il resto. Una volta sarebbe stato un problema di moralità, oggi anche sticazzi. Domande progressive sul tema: andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival con altri gruppi? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival organizzato da un magnate indiano di cui non sapete nulla? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival organizzato da un magnate italiano di cui sapete per certo essere una testa di cazzo? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival sponsorizzato da una multinazionale che sfrutta manodopera minorile nel terzo mondo? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival senza sponsor con il biglietto a 90 euro invece che 50?

Ricomincio da capo. Ormai è assodato che -accontentandosi- l’esperienza musicale possa essere ormai consumata a costo zero o quasi: concerti gratis organizzati dagli enti, canzoni alla radio, streaming legali e tutto il resto. Il motivo per cui paghiamo la musica è legato il più delle volte a dei plus che ci interessano: vedere quel gruppo specifico, possedere quell’oggetto specifico, eccetera. A volte (spesso) sono dei plus irragionevoli: molte volte compro un disco o una t-shirt per sentire di aver contribuito al sostentamento del gruppo. Il problema è che è un atteggiamento da padreterni del cazzo, e nella nostra epoca non c’è niente di peggio che sembrare una persona pesante. La maggior parte delle operazioni di  successo legate al mercato musicale era legata all’idea di aggiungere delle performance della musica (poter scegliere quale musica, poter scegliere quando ascoltarla, eccetera) legate allo stesso costo finale (zero).

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Francesca Sara Cauli

Quando compriamo musica siamo abituati a non pensare troppo a chi vanno i nostri soldi. Ragioniamo per compartimenti stagni cognitivi legati a certe prassi che si sono sedimentate nel tempo e non discutiamo, tipo “un CD deve costare tot euro al massimo”. Ultimamente ho dato un bel calo al mio budget per la musica: le solite scuse del 35enne, vita che va avanti, soldi da destinare altrove eccetera.  Un ragionamento possibile, in situazioni come la mia, è quello di comprare lo stesso numero di dischi a meno soldi (oggi è possibile): distribuzioni online, offerte eccetera. Io compro meno dischi allo stesso prezzo e gli altri li rubo (oggi è possibile). Il mio ragionamento è questo: se compro un disco al negozio, la cifra (di cui tutti dicono esorbitante) che ho speso se la dividono il gruppo, l’etichetta, il distributore e il negoziante. Tutta gente con cui non ho problemi. Se vado a vedere un concerto in un locale nella mia città, il grano se lo dividono il gruppo e il padrone del locale. Tutta gente con cui non ho problemi.

 

Detesto la birra Heineken. Non sono proprio motivi etici, ma una volta mi sono fatto un ragionamento in testa: di base i piani di marketing di una multinazionale della birra sono volti a creare un pubblico di consumatori assidui, cioè di base un pubblico di alcolizzati. Cioè a creare una dipendenza che a molti rovinerà la vita, e tirare su una quantità di soldi che per ogni alcolizzato è più o meno ridicola. Giusto? Bevendo cinque Moretti al giorno per una decina di anni a un euro e venti la bottiglia (poniamo) spendi circa 22mila euro; di questi togli la metà circa tra imposte e margini del rivenditore e sei a 11mila euro. Togli i costi di produzione, il marketing e le eventuali spese legate a tutti gli intermediari, secondo me viene fuori un quarto del guadagno (3mila euro scarsi). Un altro conto: poniamo che l’utile netto di Heineken sia di circa dieci centesimi a bottiglia, che mi pare ragionevole: dieci anni con cinque bottiglie al giorno fruttano alla compagnia 1825 euro. In pratica se conoscessimo per certo il nostro futuro potremmo versare due-massimo-tre stipendi a un’associazione di multinazionali della birra perché smettano di produrla: loro chiuderebbero l’anno con lo stesso margine, io camperei una decina d’anni in più e ci guadagnerei pure i soldi per comprare qualcosa di altrettanto utile al mio sostentamento, tipo un Nissan Qashqai bianco metallizzato. Nonostante detesti le multinazionali della birra per il fatto di marginare troppo poco dalla distruzione del mio fegato, non ho mai avuto problemi ad andare ad un festival di musica da loro organizzato. Ho molti più problemi con il festival di musica in sé: gruppi del cazzo, niente ombra, niente civiltà, cessi chimici, il 99% del pubblico puzza di sudore e il 47% di questi non hanno comunque problemi a starsene a petto nudo. Sarei disposto a pagare 50 euro in più se mi promettessero ombra e un servizio di security che pesti a sangue quelli che si mettono a torso nudo e rovesciano birra per terra (che poi diocristo PUZZA, bevetevi la birra che avete pagato), ma tutto sommato non ho problemi a entrare con uno sconto di 50 euro accettando di vedere quel marchio ovunque.

 

In questo periodo escono sempre fuori le polemiche sui festival estivi. Il canovaccio di base su cui si srotolano mostra che in Spagna e Gran Bretagna e persino in posti tipo l’Ungheria e il Belgio ci sono festival musicali estivi con centoventi  artisti in cartellone, e che il fatto che questo tipo di festival in Italia non ci sia è uno dei principali indici dell’arretratezza musicale in cui siamo abituati a combattere. La mia domanda sarebbe se c’è davvero bisogno di un festival come il Primavera in Italia: chi ne ha davvero bisogno ha già comprato da tempo un biglietto aereo per Barcellona. Un’altra domanda: un festival come il Primavera, poco fuori Milano, con biglietto a quattrocento euro: chi di noi s’accalcherebbe per la prevendita? Forse un migliaio di pazzi con il conto in banca che suda via gli spicci. Quello che vogliamo non è un festival come il Primavera, ma un festival come il Primavera in una location simile a quella del Primavera, con un biglietto uguale a quello del Primavera. Ponendo che questa cosa, di per sé, sia antieconomica, vengono in mente tre tipi di aiuto esterno per metterla in pratica.

1 il patrocinio di un ente pubblico: il generico bisogno di drenare fondi in cose culturali in un festival che che non preveda necessariamente un’orchestra russa o Francesco Guccini.

2 una qualsiasi multinazionale che ci metta sopra il proprio marchio e per farsi bella

3 un matto.

In ottemperanza al punto 3, all’inizio di agosto si svolgerà un festival in Umbria, chiamato Umbria Rock, che prevede gente tipo James, Paul Weller e Basement Jaxx. Pare sia finanziato da un magnate inglese di origine indiana, i cui motivi sono al momento sconosciuti (magari fare qualcosa per la gente di Massa Martana, ma ne dubito). Supponiamo che questa persona, di cui non so nulla, sia mossa da pura nobiltà d’animo: rimane un certo qual problema di fondo. A un certo punto si è iniziato a non credere più che il mercato della musica fosse autosostenibile: si è detto che era antiquato, che non guardasse al cambio d’epoca: i gruppi non potevano più sperare di vendere un milione di copie, gli artisti non potevano più permettersi di non andare in tour, la musica avrebbe dovuto trovare nuove modalità per essere venduta. Centinaia di milioni di analisti economici della domenica sono d’accordissimo su questo punto, ma solo qualche decina di milioni s’è presa il disturbo di guardarsi intorno, alla ricerca di soluzioni di mercato più al passo coi tempi. E scavando a fondo negli scenari possibili, tenendo ben conto dell’attuale tendenza culturale a rimasticare il passato, è riuscita a trovare una soluzione di mercato che accontenta sostanzialmente tutti e non grava sulle tasche di nessuno.

 

Anche se diciamo che reintrodurre la figura del mecenate mi sembra un po’ arrampicarsi sugli specchi, ecco tutto. Forse ci conviene metterci una mano sul cuore e ricominciare a pagare quel che dobbiam pagare.

 

La posta del cuore di Bastonate

The XX live @ ATP curated by Fede Poggipollini

The XX live @ ATP curated by Fede Poggipollini

“Caro Bastonate,

Il mese scorso in Gran Bretagna il mensile musicale più venduto è stato Classic Rock – un giornale che meno di un anno fa metteva in copertina i Tesla senza motivo – davanti a riviste storiche come Q e Uncut.
È il preavviso di un imminente ritorno della roba che piace a me (e che non pretendo condividiate) o, come temo, un segnale imbarazzante che le riviste cartacee, come i dischi fisici, stiano diventando roba da antiquari?”

Valido77

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Caro Valido77,

grazie davvero per la domanda. Ora io non so bene che cazzaccio stia succedendo, ma a pensarci mi prendo abbastanza male. Per intanto vado a pararmi il culo: non leggo stampa cartacea straniera, a parte The Wire (di cui peraltro ho un abbonamento online) ed eventuali approfondimenti che posso trovare sul web a poco prezzo. Ora, The Wire nell’ultimo numero ha messo in copertina The Ex, attivi dalla fine degli anni settanta, ma qualunque rivista metta (anche e soprattutto nel 2014) The Ex in copertina dimostra, più che vecchiume e decadenza, di essere la miglior rivista sul mercato, e quindi la cosa 1 ci porterebbe fuori argomento e 2 direbbe del fatto che non ho alcun titolo di parlare di questo argomento. Parlando in generale, invece, ti illustro rapidamente come stiamo messi in Italia.

Blow Up, che credo sia ancora tutto sommato la rivista più autorevole parlando di musica (soprattutto di musica nuova), ospita da diverso tempo una rubrica-listone enciclopedica, tipo “i 20 migliori dischi new wave con cantante donna”. Oltre a questo, lo staff della rivista conta da qualche tempo gente tipo Bertoncelli e Federico Guglielmi, retrospettive a buttare e via discorrendo. Nell’ultimo anno le copertine sono state date a Nina Simone, Soft Cell, Giorgio Moroder, Billy Bragg, John Fahey, Miles Davis e una cosa sulla New Age. Al confronto la copertina del numero in edicola con Sinigallia (tra i big dell’ultimo Sanremo) sembra quasi la cosa più rischiosa del passato recente.

Rumore ha iniziato il suo nuovo corso (nuova proprietà, staff rinnovato, grafica stravolta etc) lo scorso settembre. Prima copertina: The Clash. Da lì in poi s’è decisamente smarcato, ma rimane comunque che la prima copertina del nuovo corso siano stati i Clash (nell’ultimo numero la cover è andata ai Pixies per dire).

Rolling Stone sta per smettere di uscire, pare in seguito a un cambio di proprietà. Aspettando che ricominci, e avendo smesso anche XL di uscire, i dati dicono che al momento la rivista italiana più venduta è il BUSCADERO e io non so perché quando scrivo BUSCADERO mi viene fuori il caps lock automatico. Non so niente del BUSCADERO, cioè devo averlo sfogliato qualche volta a metà degli anni novanta perché mio fratello aveva questo lato cascione, ma per il resto sono riuscito ad evitarlo senza incrociarlo manco in edicola per anni ed anni. L’unico momento in cui ho davvero avuto bisogno di consultare il BUSCADERO  è stato nel mese della doppia copertina (era uguale a quella di Outsider), ed è stato in quell’occasione, tramite Ashared Apil-Ekur, che ho scoperto che il twitter del BUSCADERO è twitter.com/LIBRI2. Se andate nel twitter scoprite anche il perché.

Il Mucchio invece, noto per aver dato una copertina su dieci a Springsteen, è attualmente impegnato nella polemica più ridicola mai avvenuta in Italia su una copertina. Nella fattispecie, la copertina è stata data ad EMA (Bastonate endorsa EMA perché ha suonato nei Gowns), la essendo –ehm- bionda è stata scambiata da molti per Emma Marrone. Diversa gente ha gridato allo scandalo e minacciato di non comprare più la rivista. Ecco, la mia domanda è: se siamo a questi livelli, che cazzo sto a parlare di copertine di riviste per cinquemila battute?

Parlando di concetti puri, io odio tutto. È impossibile contrastare l’avanzata dei vecchi di merda quando 1 sono io stesso in ritardo di dieci anni sull’ultima opinione che avrei potuto dare su un disco con le chitarre risultando credibile per motivi anagrafici, 2 tutti i gruppi che sono considerati più sperimentali e innovativi fanno musica elettronica o jazz (diocristo BASTA con questa cosa dell’avanguardia) e 3 a un certo punto esce un disco di Johnny Cash e diocristo vuoi insultare THE MAN IN BLACK? BESTEMMIA. Torniamo al BUSCADERO e al caps lock. Credo di aver perso di vista il punto. La mia idea è che se iniziate a mandare deserte le reunion di Sixto Rodriguez alla Electric Ballroom o quel che è, probabilmente NME ricomincerà a vendere più delle altre riviste, e la mia idea è anche non sia tutta questa battaglia da combattere. ALL HAIL THE METAL KINGS.

 

La frustrazione non è necessariamente un handicap sociale.

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I gruppi li dividiamo a caso secondo logiche di cui nella maggior parte dei casi non siamo tenuti a rendere conto a nessuno. Nei primi anni duemila questa cosa aveva ancora un senso preciso perché era la musica che compravamo con i nostri soldi e ascoltavamo con il nostro tempo, scegliendo un disco tra tanti e concentrandoci su quel disco per un ammontare di tempo variabile. L’arte della stroncatura nasce in seno alla frustrazione. L’arte della stroncatura è andata a perdersi perché dal 2000 in poi la frustrazione è considerata un grave handicap caratteriale, e andando avanti con gli anni ha scalato le classifiche fino a diventare la più grande sciagura che possa capitare ad un uomo che passa un qualunque ammontare di tempo su un social network.

La frustrazione deriva dal senso di sconfitta, che non è necessariamente l’attacco di un articolo di fine ottocento. Secondo la Treccani la frustrazione è il sentimento di chi pensa che il proprio agire sia stato o sia vano; da quando la lotta di classe e il titanismo sono diventati uncool si è imposto un sistema di valori alternativo secondo il quale il successo implica di entrare a fare parte di una cerchia di vincenti e qualsiasi grado di insuccesso è motivo per non fidarsi di te. Essendo il mondo della musica un po’ più grottesco e idiota degli altri mondi, dieci anni dopo ci siamo ritrovati a pensare di default che chiunque abbia stroncato un disco dei Verdena sarebbe disposto ad uccidere la madre per una birretta con la bassista. Così, di anno in anno, un sentimento sano e consapevole come la frustrazione è diventato l’indicatore di una serie di altre sfighe sociali da cui i vincitori (e indiscussi eroi dei frustrati) non sono toccati: invidia, rosico, mancanza di scioltezza, stalking peso, non avere una vita sessuale, remissività. Suppongo che sia solo uno dei tanti motivi per cui leggere (di musica e in generale) stia diventando una noia: è un atteggiamento vergognoso, e ce l’abbiamo tutti. Scriviamo e leggiamo tenendo sempre a mente che al mondo c’è qualcosa di più importante e come si fa ad essere offesi da questo o quel gruppo, da questo o quell’articolo. Il principale rimedio è l’ironia, ironia ovunque, a quintali, a guarnire tutti i piatti peggio di quello schifo di sciroppo al caramello con cui continuano a guarnire il cappuccino nei bar di tendenza (e questa se vogliamo è frustrazione, desiderare che la prima persona che ha avuto l’idea di farti IL FIORELLINO con lo sciroppo di merda sopra la schiuma di un cappuccino altrimenti passabile, ecco, che questa persona se la stia passando DI MERDA). Facciamo una botta di conti di quanta roba inutilmente ironica, sarcastica o insomma swaggy ci siamo letti recentemente, non dico nell’ultimo anno, dico ieri, e di quanto questa cosa ci abbia messo in pace con noi stessi per il solo motivo di non obbligarci a scegliere se essere a favore o contro quello che abbiamo appena letto, e di quanto ci solletichi fare parte di tutto questo quasi-niente a cui continuiamo a dedicare tutto quel tempo. Ecco, vaffanculo.

 

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Contro i Cloud Nothings, secondo una mentalità contemporanea, non c’è molto da dire. Sono un gruppo carino che fa musica carina con dei riferimenti carini. Qualcuno si sarà senz’altro speso la parolaccia con la P, perché se alzi la chitarra e sei felice e batti le mani sei punk (per molti non devi nemmeno prenderti il disturbo di alzare la chitarra). Hanno un briciolo di botta, quel genere di botta che va bene sia in contesti tipo “sempre meglio che certi tristoni” (no) o “sempre meglio che gli Shout Out Louds” (no). Probabilmente qualcuno li usa mentre fa spinning o altre attività fisiche che io non faccio perché mi fa fatica e per poter rosicare guardando i loro corpi perfetti. I Cloud Nothings fanno parte di una gloriosa tradizione di gruppi medio-loffi descritti come tempeste musicali da un sacco di penne, non riesco a capire su quali basi (non dico senza basi, dico che è un limite mio); scorrendo il tempo all’indietro vengono in mente cose tipo Times New Viking, Jay Reatard o Wavves. Non so dire esattamente perché mi suona come roba disonesta, sicuramente aiuta il fatto che abbia quelle chitarre.

Una parentesi: è vero che il suono di chitarra è -diciamo così- ciclico, soprattutto nel rock estremo una chitarra innovativa può influenzare molto la contemporaneità e far suonare vecchio quasi tutto il resto. Un esempio classico è la chitarra ribassata alla Ross Robinson, ma anche gli Slayer quando uscirono fuori crearono dei begli scompensi. O che so, gli Husker Du ebbero la loro influenza su molto suono, o Steve Albini e insomma un sacco di altra gente. Ecco, questa cosa in genere è molto fastidiosa. La differenza, oggi, è che le chitarre più innovative influenti e usate nel mercato alternative sono chitarre che andavano di moda in certi ambienti TRENT’ANNI FA, e la cosa più patetica è che se vai in giro a lamentarti che questa roba è merda secca ci fai la figura del passatista. Il che mi porta ad una domanda che forse (o forse no) serve solo ad allungare il pezzo di qualche altra riga: i Cloud Nothings sarebbero potuti esistere nel 1988? Risposta: sì. Nascono a Des Moines, Iowa, tre anni prima; sviluppano le intuizioni pop applicate all’arcòr degli Husker Du, in un discorso tutto sommato derivativo ma nondimeno piuttosto eccitante.  Bob Mould in persona, sciolta la partnership con Grant Hart, produce il loro terzo disco Here and Nowhere Else. Seguono un contratto major e il successo planetario di Grave Dancers Union. È ben nota la tormentata relazione amorosa tra il chitarrista e principale compositore Dylan Baldi e Winona Ryder: altra ironia non richiesta, sei righe da buttare non giustificabili col solo fatto che non fanno ridere. Facciamo così: l’alternativa più praticabile è un po’ di cara vecchia old-school: i Cloud Nothings fanno canzoni pop-punk carine a cui ha senso dare pure un ascolto, ma ognuno dei loro dischi vale sì e no la benzina che spenderei per andare da qui al negozio di dischi, considerare l’idea di comprarli e decidere all’ultimo di orientarmi verso qualsiasi altro disco (da questo punto di vista non vedo grossissime differenze tra questo disco e quelli che l’hanno preceduto). E per questa specifica cosa li detesto, perché la cosa migliore che puoi dire di loro è che in fondo non fanno male a nessuno e questa cosa è frustrante. Come lo sciroppo al caramello nel cappuccino, che finchè non fai una scenata in pubblico non smettono e pensano pure di farti del bene.

 

MOGLI E BUOI E CAMOGLI AL BUIO E IL GRUPPO COI PEZZI PIENI DI CALEMBOUR E ALTRE CHITARRE BELLE

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C’è che questo pezzo ha un titolo che assomiglia ad un dissing solo perchè lo si trova su Bastonate e invece non è così. Quando scrivo qui mi piace che ogni parte del pezzo abbia una storia a sè e che non si capisca un cazzo o comunque poco e che usando un sacco di congiunzioni senza pause ci si costringa a rileggere per sottolineare il fatto che abbia citato una rubrica di Blow Up. Una rubrica che ho vissuto con un sano spirito di separazione Coreana dove io stavo da una parte a guardare l’altra col binocolo, a distanza di tiro, stando bene attento che quello che ci stava scritto non sconfinasse in qualcosa che interessasse anche me, perchè avrebbe significato che avevo gusti simili ad Enver e non potevo permettermelo o non volevo farlo. Ad Enver voglio bene, fa parte di quella schiera di gente che s’è fatta innegabilmente il culo per la musica e di quel mondo di critica musicale da trincea che in pochi anni-internet (unità di misura integrabile e non discutibile, vaffanculo) ha ceduto alla LOAL-CRITIQUE coi fotomontaggi, le scoregge e le robe in dialetto. Enver ha compiuto 40 anni e gli faccio gli auguri così.

Il pezzo vero però parte dal calembour che è la figura retorica più ricorrente nel punk col cantato in italiano, ma che funziona solo se sai scrivere bene, talmente bene che rallentando la base e girando tutto in funk con l’eloquenza che ti ritrovi potresti tranquillamente essere un rapper con della credibilità. E i Chambers sono il gruppo che su questo ci ha costruito due dischi tanto spessi quanto -ma forse è una mia impressione- sottovalutati rispetto agli altri cavalli sudati del maneggio To Lose La Track e non va bene per un cazzo. Perchè Colpi Scapoli, che se lo passi con il microscopio e il monocolo del rompicoglioni è un disco fatto da tre pezzi nuovi (con video in pineta), i tre pezzi dello split coi DOAK, due cover e un remix, viene fuori che funziona bene, ma proprio un pick’n'roll tra Curry e Bogut. Cioè, ci sono i mantra da cantare e scrittura a parte vorrei sottolineare che quel cantato e quella voce lì sono attualmente nel top 5 del punk che gira adesso, ma l’ho scritto già da qualche parte ai tempi de La Mano Sinistra o forse no, comunque la vedo così. Il materiale nuovo perde l’ironia al gusto di terra bagnata in bocca del disco precedente e scende nell’imbarazzante e azzoppante mondo dei rapporti umani, almeno così mi pare di capire, senza nostalgia o foto dal passato però. Menzione d’onore al remix a mano di FOSU/Voodoo che merita di essere rivenduto ai DJ set estivi non scacciafiga.

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L’altra cosa pregevole in giro sta maturando nelle tasche e nelle corde di Cris dei Marnero che insieme all’amico Nicola alla batteria ha buttato lì un piccolo teaser di 5 pezzi stoner da testa nella sabbia e nella merda, manierismo di quelli belli per davvero. Il progetto Hyperwulff promette bene e si sa solo che verrà stampato in copie esclusivissime con artwork ad opera di SoloMacello, intanto direi che è bene fare girare bene i pezzi che ci sono già senza fare domande o pippe su come sarà il disco vero e altre segate. Sulla strada dei Sam Gopal drogatissimi in un passato distopico con Lemmy che finisce a suonare coi Melvins. Gusto e dolore, marci al punto giusto.

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Non ho letto niente in giro su questo momento brufoli e amarcord da quattro pezzi, arrivo tardi? Non arrivo per un cazzo? Non lo so, comunque mi si sono accorciati i pantaloni fino al ginocchio e m’è venuta voglia di maglietta dei Mineral/Jets To Brazil/The Promise Ring. Revolushhhh è un ripasso che i Low Standards, High Fives fanno ricominciando da un qualcos’altro definibile come “voglia di suonare” vera, il passato c’è ma si vede solo dal finestrino, il resto si suona e basta. Ripassare, raccontare quel periodo e quel genere là però ricominciando e basta, senza nostalgia. Esce in CD cartonato per i ragazzi di Flying Kids Records, che per me ci hanno visto giusto e col cuore in mano anche a sto giro. Mi piacerebbe vederli dal vivo, mi impegno a vederli dal vivo. Sunny Day Real San Salvario.

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Questo split tra gli olandesi Dead Neanderthals e i trentini (ma che, davero?) Kuru me l’hanno fatto trovare sepolto tra i coltelli a serramanico e i cilum in finta-argilla-ma-vera-bava-e-sabbia delle bancherelle dei finti africani che in realtà sono filippini camuffati, previa email arrivatemi da alte sfere. Ho ascoltato e apprezzando, essendo io fan degli In Zaire e di tutti quelli che cercano di imitarli e di proseguire la dinastia di afro morte per drogamento. Vinile limitatissimo, rarità di cui vantarsi. Esce in Italia per Strom Records la prossima settimana tipo.

 

THE LOAF MAKER – Mark Kozelek/Sun Kil Moon live a Roma

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Il biglietto per il concerto di Mark Kozelek l’ho comprato sei mesi fa, da un service di Avellino, o Avezzano, tipo, che serve il Circolo degli Artisti da qualche tempo. L’ho preso la notte stessa in cui avevo ascoltato Benji la prima volta e, preso da questo inconsueto fuoco sacro per il sostanzialmente mai cacato Kozelek[1] – fuoco sacro che mi illudo, come tutti, non avere niente a che fare con la recensione di Pitchfork – ho gridato verso il cielo notturno: COME VORREI SUONASSE A ROMA!, venendo per una volta, una soltanto, esaudito all’istante da Dio, che modificando all’istante la mia ricerca Google, mi deliziava indirizzandomi al service di Avezzano di cui sopra. Ed ecco finalmente un punto, e la fine di un periodo. Che poi, cazzo volete, Thomas Mann li metteva, forse, i punti? Thomas Mann di merda. Tisico del cazzo. Questo Caspar Torp[2], lì, come si chiama il protagonista della Montagna magica? Che poi, la montagna magica per me è sempre stata quella che sovrasta Avezzano, e che accoglie Pescasseroli e la pizzeria San Francisco, la migliore del mondo, che ci crediate o no (la seconda è quella della stazione di Avezzano, non distante dalla quale, tra l’altro, c’è una terza pizzeria che si chiama Nebraska).

Il concerto di Mark Kozelek, dicevo, si è tenuto a Roma la sera del quattro aprile, e non ho alcuna intenzione di recensirlo qui. Il fatto è che le recensioni di concerti non le ho mai capite, perché quale vuoi che sia, il messaggio, alla fine? È stato una ficata, o tu merdaccia che non c’eri, oppure è stato una merda, hai fatto bene a risparmiare i soldi – non che io li abbia spesi, HOT LOAL, perché ero accreditato da un qualche cazzo di media (per la cronaca, di norma Bastonate, oltre al già congruo mensile, ci rimborsa le spese di tutti i concerti compresa una maglietta al banco. Questa volta ho scritto al Direttore, che cazzo, che le magliette di certo non ci sarebbero state, e perciò era un po’ una truffa: per evitare azioni sindacali, mi ha mandato gli otto euro del biglietto in francobolli). Su Mark Kozelek, non saprei cosa dirvi. La cosa che essenzialmente si è perso chi non dovesse essere venuto è uno scazzato totale con una gran voce. Non parlo di me, ma di Kozelek, totale odiatore dei romani  – il che sarebbe anche comprensibile, di norma, ma non nel caso di una audience composta da romani derelitti e innamorati di Kozelek – e facitore non già di loffe[3] (non escludo, ma per fortuna non posso saperlo), ma di tagliente ironia non-divertente, tipo che a Roma c’erano un sacco di graffiti, che ok dillo una volta e il pubblico reagirà con un LOAL (=il pubblico di qualsiasi concerto reagisce con un LOAL a qualsiasi cosa dica il cantante tra una canzone e l’altra), dillo due volte, dillo persino tre se vòi, ma a un certo punto a Markò, amo capito, mo basta.

Il concerto di per sé, che dire, non c’è concerto di per sé in realtà, la ficaggine-stronzaggine dell’artista essendone parte integrante (se non siete d’accordo ascoltatevi il vostro Brahms).  Diciamo che si è trattato del più grande minore del ventennio che eseguiva, voce e chitarra acustica, alcuni dei pezzi più belli sentiti negli ultimi anni, in particolar modo Carissa e I Watched the Film the Song Remains the Same. Perché Benji è un disco straordinario – è qualcuno che ti ha raccontato la verità, e pur facendolo ha mantenuto la grazia di chi si inventa tutto. Che poi c’è questo problema ontologico[4] dell’influenza che i concerti hanno sui dischi: vai a vedere Mark Kozelek convinto che Benji sia l’album dell’anno, torni con lui che ti ha mandato affanculo senza ragione e neanche ti va più di sentirlo. Mia moglie, che è una donna onesta, e ha questa straordinaria capacità di apprezzare o meno gli album senza bisogno di un particolare impianto ideologico, ama Kozelek da anni ma Benji non le piace particolarmente. Io non lo so se questo significa qualcosa, ma l’altra sera lui portava una camicia troppo stretta, e i capelli troppo spessi e crespi, e siamo andati via un po’ prima della fine, con la sensazione che qualcuno ci avesse mentito.



[1] Non del tutto vero. Mi piaceva Kozelek, e una volta, al liceo, imposi un disco dei Red House Painters ai miei amici pariolini in un weekend che passammo nel Cimino. Non ricordo che disco fosse, ma ricordo che suonava nello stereo, un sabato pomeriggio o quello che era, uno stereo abbandonato lì, nella campagna, mentre tutti si facevano i cazzi loro – le canne, le partite di calcio – e io ascoltavo questo Mark Kozelek che riempiva l’aria come in un romanzo o in un blog piagnone, sapendo fin da allora che le sensazioni prevalenti al momento – che quella musica non sarebbe mai più stata così bella, e che le cose piagnone e sdolcinate come questa stessa nota sono a volte profondamente vere – sarebbero state con me tutta la vita, quando sarei andato all’università, quando avrei perso tutti gli amici di quel giorno.

[2] Hans Castorp. Ho controllato dopo. Ma il lapsus mi piaceva, e per onestà intellettuale lo ho lasciato.

[3] Devo spiegarla: mio padre, dieci o quindici anni fa, una mattina si svegliò ridendo dalle lacrime: aveva sognato di essere a Napoli con un importante industriale della zona, e di essersi rifugiato con lui in un portone a causa di una pioggia improvvisa. A questo punto, il tizio gli aveva detto: “È venuta repentinamente, comm no facitore ‘e loffe”.

[4] Almeno credo sia “ontologico”, non faccio filosofia, io sono un catalizzatore di energia (=non ho idea di che cosa io stia citando a memoria ma potrebbe essere Jovanotti).

 

Mentre andava il ventennale della morte di Kurt Cobain ero a vedere Caso dal vivo.

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Non sono bravo a fare i live report perché il live report è uno sport un po’ così. Questo è il live report di un concerto acustico tenutosi a Fusignano un paio di sere fa. Quattro righe se ne andranno via in preliminari e descrizioni. Il Brainstorm è un circolo Arci, direi ex-casa del popolo propriamente detta, e ha le forme di una balera al primo piano di uno stabile nella piazza del paese o della città che dir si voglia; probabilmente ha conosciuto tempi migliori, serate di tutto esaurito cariche di folkster romagnoli -di quei periodi rimane un mural PAZZESCO alle pareti, una roba surrealista sulla società (cit). Per arrivare a Fusignano si fa l’Adriatica/Reale fino al rotondone prima di Alfonsine e poi si prende la Rossetta, che è sia una strada che un paese attraversato dalla strada. A Rossetta c’è un pub molto carino che si chiama Mataluna, ci sono andato sei o sette volte da quando frequento Ravenna compreso un caffè di passaggio nella serata di cui sto parlando. E poi c’è una piscina gigantesca e un distributore di metano. mi hanno detto che la piscina l’hanno costruita a Rossetta, in mezzo al NULLA, perchè è equidistante da tre comuni distinti (Bagnacavallo Fusignano e non so che altro) che non avevano i soldi per farsi tre piscine separate. La serata organizzata dal Brainstorm prevede l’esibizione di tre artisti: il primo è un tizio che (a quanto pare) suona nei Girless and the Orphan e di suo si chiama Goldaline My Dear, poi ci sono i Cosmetic in acustico e poi c’è Caso. Io sono qua per vedere Caso. L’ultimo disco di Caso mi è scoppiato in faccia un annetto fa. Racconto la storia dall’inizio che il blog è mio e mica mi taglio i pezzi.

Anzi no, la storia l’ho raccontata poco tempo fa in un altro blog che ho aperto. Il blog si chiama MEZZA PINTA e parla di birra, andateci e leggetevi la storia di me che ascolto il disco di Caso. Manca la critica artistica, che a questo punto non riuscirò mai più a fare perché su queste pagine me la sono bruciata in fretta e insomma, tante cose. La cosa bella di Caso sono i testi, la musica, il modo in cui si incrociano la musica e i testi e la sua voce e anche l’accento nordista con cui li canta (ok, lo ammetto, sono un po’ in fissa). La cosa bella della serata è che non suona nessun brutto gruppo: Goldaline My Dear canta in inglese e ha pezzi emo dolci ma non stronzi, non so se avete presente quando i gruppi emo andavano così di moda da generare una sottocultura di solisti-emo-in-acustico alla Dashboard Confessional (suppongo di sì). OK, Goldaline My Dear sarebbe il prodotto di quella roba lì se poi non fosse andato tutto a puttane. Bart Cosmetic è il principe dei cazzari: roba tardoadolescenziale fragilissima cantata con un filo di voce per cui è quasi impossibile non tifare. E poi c’è Caso, e Caso è il motivo per cui sono qui e il motivo per cui scrivo il pezzo. Inizia poco prima di mezzanotte, e a mezzanotte saranno vent’anni tondi che Kurt Cobain s’è sparato in testa. Un paio di volte, mentre Caso sta suonando, penso a Kurt Cobain.

Il ricordo più intenso che ho di quando si è sparato Kurt Cobain è in realtà un ricordo del primo anniversario della morte. C’era una bacheca al liceo scientifico, una roba per annunci e messaggini d’amore, e un mio compagno di classe (non) di nome Fabio, di cui ho raccontato un’altra storia qui, era incazzatissimo per via del fatto che “Kurt” era stato “dimenticato da tutti”. così il giorno dopo attaccò alla bacheca uno striscione che diceva qualcosa tipo “NON MOLLEREMO MAI”, e il giorno dopo qualcuno ci aveva scritto sotto “WSB”. Magari se siete di fuori o poco appassionati di pallone ve la spiego, ma di fatto la morte di Kurt Cobain non mi ha mai detto molto. So di qualcuno che ha pianto tre settimane per la morte di Kurt Cobain (so anche di qualcuno che ha pianto tre settimane quando è morto Layne Staley, e anche di qualcuno che ha smesso di mangiare per giorni dopo che Robbie Williams ha splittato con i Take That), ma se ci penso a mente fredda la morte di Kurt Cobain è stata, oltre che una tragedia, il regalo più grande che ci sia mai stato fatto. Vedete, prima o poi Kurt Cobain avrebbe fatto qualcosa di brutto o sbagliato o gliel’avrebbe data su e sarebbe tornato dieci anni dopo con un disco del cazzo, o un disco che molti avrebbero reputato del cazzo. Probabilmente avrebbe curato l’ulcera e fatto pace con i suoi demoni e sarebbe stato un altro Trent Reznor o peggio. Io quelli che lo chiamano “Kurt” e basta li odio. A volte viene da pensare che questi artisti qua siano i nostri migliori amici, ma quello che vogliamo da loro sono DISCHI BELLI e CONCERTI BELLI. Se non avessero fatto quei dischi meravigliosi nessuno di noi li avrebbe cacati di striscio –e le ragazze men che meno. Stasera di ragazze ce ne sono pochine e credo siano le fidanzate di qualcun altro dei presenti. L’età media è più bassa della mia, l’afflusso sta intorno alle trentacinque persone compresi i musicisti e quelli che stanno al bar e fanno i suoni, che per una serata a due euro vuol dire un budget da dividere che copre manco la benzina. Il palco c’è ma in realtà stasera si suona su un tappeto in mezzo alla sala con degli addobbi fatti di luci di natale dentro vasi di vetro. Ho visto qualche musicista preso bene in vita mia, ma Caso è una classe a parte: suona i pezzi con e senza microfono, con e senza amplificazione, si butta in mezzo al pubblico, la gente canta le canzoni del disco vecchio. Lui le sue canzoni le spiega tutte, ti dice che poi ha trovato i fucili di suo nonno cacciatore, racconta tutte le storie di un posto che è lontano da qui ma sostanzialmente identico, forse ci sono i campi attorno e i matrimoni col buffet che tu ci scrivi una canzone e poi siete tutti troppo ubriachi e la canzone lui la suona stasera, e metà del testo forse lo capirà solo lo sposo ma lo capisci che è la più bella canzone che sia mai stata scritta per un matrimonio e che in questo momento stai sentendo il concerto di un tizio con la chitarrina ma stai anche un po’ guardando Un mercoledì da leoni.

Credo di capire perché a un pacco di gente che conosco (e a cui ho rotto pesantemente i coglioni in merito) la musica di Caso non sembra niente di che: è molto indulgente, ha dei riferimenti precisi, quel vago sapore letterario da poeta/cantautore maledetto che va contro i mulini a vento con una chitarrina del cazzo e l’armonica a bocca, metà delle canzoni parlano del fatto che le sta cantando e insomma, io stesso se non fosse uscito per To Lose La Track non l’avrei cagato manco di striscio. E poi si chiama Caso perché di cognome fa Casali, che è come quei tizi che facevano i fighi allo scientifico e si limonavano le tipe che mi piacevano e scrivevano WSB sugli striscioni in bacheca, voglio dire, io un po’ mi vergognerei a farmi chiamare FARO (e calcola che per anni non mi sono vergognato a farmi chiamare KEKKO con tre cappe). Però la musica a volte lavora anche contro i miei pregiudizi e spesso sono quelli i casi in cui la musica ti spacca il culo, e a me la musica di Caso mi spacca il culo. Lui finisce il set con Aranciata Amara, canta “le poche righe stronze di un mensile musicale”, mi guarda con la coda dell’occhio e sorride. O è solo suggestione.

 

Bastonate alla radio

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A qualcuno magari è sfuggito, ma quest’anno Bastonate passa anche per radio, come rubrica nell’ambito di Polaroid, su Radio Città del Capo (Bologna) alle 22,30 del lunedì.

Fermo restando che i podcast integrali della trasmissione li trovate qui, questa è una specie di sanatoria del BASTONATE ALLA RADIO fino ad oggi. BASTONATE ALLA RADIO consiste in me o amici miei, leggiamo un pezzo di Bastonate ed Enzo lo manda in onda mettendoci musica figa sotto, prima e dopo. Sotto trovate i soli link ai pezzi.

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Non ascoltare la musica (letto da Amal Serena)

Nobraino (letto da FF)

Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt (letto da Simone Tempia)

Lou Reed (letto da FF)

Il mio lavoro (letto da FF)

Suonare dischi nei ristoranti (letto da Capra)

Giusy Ferreri (letto da FF)

Detesto i puristi del titolo originale del film (letto da Ramona N)

Suonare a gratis (letto da Capra)

Amedeo Minghi (letto da Elena Marinelli)