BOCELLI CE MARCIA ATTO II (le pagelle della serata 2 di Sanremo)

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Non ho fatto tempo a scrivere l’intro, sorry.

 

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DOLCENERA è una che spacca, nel senso proprio di Hulk, arriva sul piano e canta in quel modo corrugato e sofferente coi denti digrignati e la bocca aperta, e la sua roba si misura per quanto sangue ci butta dentro –tendenzialmente tanto, o comunque fa cose che il resto dei cantanti in gara non è capace di fare o non è interessata o non è interessata perché non è capace. Il suo più grande problema quest’anno è quello di non avere il pezzo, come si dice in questo caso, ma è un problema comune al 90% dei cantanti in gara –quelli che questo problema non ce l’hanno sono perlopiù dei supponenti testa di minchia o gente che ha problemi molto peggiori, e stanti così le cose per me può vincere senza problemi il festival. 7.8

 

CLEMENTINO ripeterei pari pari quello che ho detto ieri per Rocco Hunt, oppure no. Ho letto anche di qualcuno che ha apprezzato il pezzo di Rocco Hunt ma non quello di Clementino e boh, pensavo che fosse una di quelle cose senza senso anche prima di sentire il pezzo (figurarsi dopo). D’altra parte la roba migliore di Clementino è roba da eliminazione immediata e dà abbastanza fastidio vederlo indossare questo vestito da medioman napoletano folgorato mercoledì pomeriggio da questa cosa che in giro chiamano rap e ditemi voi se ha anche un briciolino di senso –la risposta probabilmente è no, questo finchè qualcuno non deciderà di mettere mano al portafoglio e produrre uno spin-off primaverile del festival intitolato Sanremo Spit, una cosa di cui cui personalmente sento quasi meno bisogno che del dopofestival. 6.1

 

PATTY PRAVO a un certo punto Gabriel Garko, nell’annunciare Patty Pravo, ha iniziato a mettere in fila i suoi successi. E credo di avergli sentito dire che Patty Pravo ha fatto uscire centocinquanta dischi e ha venduto cento milioni di copie nel mondo. Centocinquanta dischiCento milioni di copie! Ne sono uscito sconvolto. Magari mi sbaglio, eh, ma credo l’abbia detto davvero. Cento milioni di copie. Quante ne ha vendute la Pausini? Tipo un terzo? Chi cazzo le ha comprate tutte queste copie? Cosa cazzo ci viene a fare a Sanremo una tizia la cui carriera ha una media aritmetica secondo cui ogni mattina prima di colazione scende un attimo in studio e si esce un disco di platino? Poi Patty Pravo inizia a cantare la sua hit da sei milioni di copie, normale amministrazione per lei, ma io sono confuso e sto astraendo numeri a palla secondo cui 1 ogni abitante del Messico viene dotato alla nascita di un disco di Patty Pravo; 2 dal 1966 ad oggi qualcuno ha comprato un disco di Patti ogni 25 secondi; 3 Patti ha una discografia la cui lunghezza oscura quella di Melvins, Acid Mothers Temple, Guided By Voices e Justin Broadrick; 4 il giro d’affari medio annuale di Patti Pravo, capitalizzato ai prezzi di oggi, si aggira attorno ai 30 milioni di euro l’anno, cioè grossomodo un terzo del mercato discografico italiano totale (dati Deloitte); 5 se si fossero esibiti la stessa sera e avessero confrontato i fatturati, Elton John avrebbe dovuto mettersi in ginocchio e ciucciargliela. E tutto questo senza che –per quanto io ne sappia- Patti Pravo sia mai stata recensita da Pitchfork. Ecco, voglio dire che quando ha cantato il pezzo non c’ero con la testa, ma così a grandi linee mi è sembrato robaccia. 4.7

 

VALERIO SCANU Come Dolcenera ma meno, comunque lanciato e convinto. Di buono i cantanti della seconda sera hanno che non si cagavano in mano di fronte al pubblico come quelli della prima, oltre a una media artistica molto più alta e la piacevole assenza di Arisa dalla lista, purtroppo più che bilanciata dagli Elio, ma stavo parlando di Scanu. La cosa più terribile di Scanu è che tutta la sua poetica è stata compressa dall’opinione popolare ai suoi incredibili tagli di capelli e ad un singolo riferimento sullo scopare in tutti  i laghi contenuto nella canzone con cui vinse Sanremo, di cui prima o poi farà –immagino- un’autocitazione sbarazzina tanto per abbassare un po’ l’asticella, e la canzone non me la ricordo ma lì per lì non mi è sembrata male. 6.4

 

FRANCESCA MICHIELIN Non sono una Michieliner ma non è detto che non lo diventerò, lei funziona bene ed è un incanto con quel tutino Muji lì, nonostante la canzone sembri il figlio non voluto di Elisa e Arisa (quindi una probabile canzone di Nek sull’aborto scritta da Elisa e Arisa, e se questo non è un complimento non so davvero). 7.2

 

ALESSIO BERNABEI Se la cava peggio dei Dear Jack, i quali a quanto pare se la cavavano meglio con Bernabei alla voce e questo mindfuck è l’unica cosa degna di nota nella sua esibizione. 4.8

 

ELIO E LE STORIE TESEAlla fine della scorsa settimana è uscito un pezzo degli Elio che fa ironia sul concertone del primo maggio e funziona come qualsiasi altro pezzo di Elio, cioè è estremamente comprensibile da tutti, è pieno di citazioni, dà sfoggio di una tecnica eccezionale e spara su dei cadaveri (Bregovic e i Linea77, voglio dire…) e si auto-giustifica mettendo in campo più livelli di analisi di quelli che sarebbero necessari –nel senso che è un pezzo così stupido e di grana grossa da dare il sospetto di avere dentro di sé qualcosa di più, e qualcuno sarebbe persino in grado di spiegarmi di preciso cosa, il che ha giustificato il dispiegarsi a gonfie vele della carriera degli Elio fino ad oggi. L’unico pezzo decente degli ultimi dieci anni di carriera degli Elio è quello che sta nella pubblicità della Vodafone col pinguino, ma è solo una mia idea sulla faccenda; quello su cui sarei disposto a scommettere è quanto e come in prospettiva saremo costretti a ripercorrere la nostra vita all’indietro e cercare qual è stata l’ultima volta che gli EELST ci hanno fatto sorridere e parlato del mondo, e che alla prova dei fatti dovremo tutti ammettere di aver salutato Elio con l’altra mano dieci o quindici anni dopo quando sarebbe stato necessario.” Questa questa cosa l’avevo scritta tre anni fa parlando del pezzo con cui Elio sarebbe poi andato al Primo Maggio, di cui il pezzo a Sanremo di quest’anno è la copia ideologica ma con tre anni di ritardo e solo merda passata sotto i ponti. Dio quanto odio gli Elio, davvero. 2.4

 

NEFFA Ecco, il fatto è che su questo palco in questa settimana non è salito nessuno (neanche Ramazzotti, la cui cosa più bella è stata che quando rispondeva alle domande di Conti seduto sui gradini aveva un’espressione simile a quando nel ’91 gli irakeni avevano piazzato Cocciolone e gli altri soldati davanti alla telecamera) che ha fatto la musica quanto Neffa, e che invece battere la stecca lui arranca col suo cappellino del cazzo a spingere sul groove meticcio alla Celentano in un pezzo che s’è preso le pernacchie e il rischio eliminazione ma è comunque il più credibile e sensato in concorso. Ciucciate. 8.9

 

ANNALISA è nata per stare a Sanremo e quest’anno per la prima volta non ci sta con un pezzo davvero grandioso (Scintille e Una finestra tra le stelle erano grandiosi) che la farà finire più in basso di quanto meriterebbe, come del resto è successo quando aveva i pezzi da cricca, e quindi che cazzo vorrete mai. 7.9

 

ZERO ASSOLUTO gli Zero Assoluto me li ricordo principalmente per una volta sul forum del Mucchio che qualcuno disse di non so che gruppo “non sono male se ti piace il genere che fanno” e Pikkio rispose “ma che cazzo vor dì, anche gli Zero Assoluto non sono male se ti piacce il genere cloni dei Cure con la voce da romano de merda” e tutte le volte che saltano fuori gli Zero Assoluto da allora io sono troppo occupato a pensare che Pikkio sia un genio e non riesco a gestirmela. 5.0

 

A domani.

BOCELLI CE MARCIA – Sanremo 2016, serata uno, le pagelle

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Mi sentivo addosso poca fotta, non so se era il cast o che altro ma ieri sera non mi sono precipitato a casa a vedere il festival. Poi ho fatto partire lo streaming e dopo cinque minuti l’audio ha iniziato a friggere tipo segnale TV disturbato e dopo aver riavviato lo streaming sette volte e il computer una volta ancora friggeva e stavo diventando malvagio e violento e pensavo a chi avrei potuto farla pagare (fidanzata, figlia, gatta). Poi miracolosamente lo streaming si è sistemato, due minuti prima che iniziassero i cantanti, il che mi ha permesso di seguire una delle più deludenti serate singole degli ultimi anni a Sanremo -roba che tipo al confronto mi son messo a piangere di gioia guardando Laura Pausini che inneggiava a Solarolo dal palco e panicava parole casuali in ravennate stretto (“grazzie davvero a voi che venite ai concérti“). Vado con le pagelle.

 

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LORENZO FRAGOLA, a cui auguriamo tutto il bene, viene introdotto da Conti che puntualizza che tra gli autori della sua canzone c’è anche lui (sono le piccole stronzatine di contorno all’idea che i fuoriusciti dai talent siano tutti dei minorati del cazzo, voglio dire, di Morgan non l’ha detto, ok, anche Morgan è un fuoriuscito da X-Factor di base). I problemi di Lorenzo Fragola sono che le sue canzoni sono brutte, e che sceglie consapevolmente di presentarsi con questa immagine da sex symbol acchiappacougar che mischia Garko e Natalino Balasso. Il voto è destinato a cambiare alla prima esibizione in cui non la canterà senza il panico negli occhi, ma 5.2
NOEMI è probabile che la canzone di Noemi sia uno sleeper, uno di quei pezzi che serve ascoltare una dozzina di volte prima di apprezzarlo appieno, il che per essere un pezzo in gara a Sanremo è un’idea geniale. La canzone parla dello spray al peperoncino. 5.8
DEAR JACK, stroncati dalla qualunque, io non so chi siano i Dear Jack, nel senso che non mi ricordo da quale talent vengano quindi non ce l’ho per forza con loro, possono vivere o morire usando le loro forze. Perchè la gente scoreggia addosso ai Dear Jack ma tutto sommato sostiene i Fragola e gli Scrannu? Non lo sappiamo. Forse i Dear Jack hanno questa aura da gruppetto indie che fa incazzare, non so. O forse le loro cose sono più brutte delle altre, ma non stasera o non fino a questo momento. 6.1
CACCAMO+IURATO di base sono stati stroncati dal prefestival con le carrellate dei vincitori precedenti e quei tre secondi di teamup Lola Ponce/Giò Di Tonno, perchè una volta i teamup erano così, Leali/Oxa, Minghi/Mietta Ron/Tosca, Jah/Lisse, Barbarossa/De Rosario. Prima ancora che per veri e propri demeriti musicali, l’associazione canora tra Giovanni Caccamo e Deborah Iurato pecca di abbassamento dell’asticella e ideologia normcore. 4.7

 

STADIO Nel prefestival sono il nome che si è beccato le pernacchie, nel senso, CHI CAZZO SONO GLI STADIO? Così, quelle cose da gruppo finto di rimastoni di un’altra epoca alla ultima Antonella Ruggero. Presente? Col cazzo. Non li ho mai visti in foto e mi aspettavo di avere un Premio Lara Fabian* già pronto, cinque sessantenni stornati con sette capelli lunghi in testa, quel look alla Gollum sfornato da Matia Bazar e Nomadi. Invece Curreri s’è conservato meglio di chiunque altro, un po’ stile Morrissey ma meno tarro, e oggi si gioca la parte dell’uomo-canzone invecchiato, quel genere di underdog che 1 nasconde uno dei segreti più preziosi del Festival di Sanremo e 2 mi manda fuori. Probabilmente serve un briciolo di tempo ed immedesimazione per entrare in sintonia col testo, nel senso che me la sono lavorata un po’ stanotte e ci sono andato completamente sotto. Ma già in tempo reale, in mezzo a una serata dove tutti i big si cagano in mano, è quasi uno scacco matto. Il gruppo spinge un casino sul finale, porta a casa la pelle e sbaraglia la prima serata di Sanremo, con buona pace dei geni che continuano a sfottere su Twitter anche dopo la fine del pezzo. 8.4

 

ARISA Arisa piace a tutti ma non serve a un cazzo, le sue canzoni non servono a un cazzo, la sua esistenza fuori da Sanremo è questionabilissima (boh sì ha fatto un X-Factor, ma anche Blaze Bayley ha fatto un X-Factor e tutto sommato nessuno si ricorda). Quando è stata l’ultima volta che vi siete posti il problema del disco di Arisa? Questa cosa probabilmente vale per una grassa metà degli artisti in gara, ma lei per qualche strano scherzo del destino è la depositaria de La Qualità Musicale di ogni edizione di Sanremo senza CRIBER, con lo schiaffo morale di avere stravinto in un’edizione del Festival in cui il CRIBER era presente, motivato e in fotta. E comunque sticazzi, ogni anno il pezzo sanremese di Arisa è con tutta evidenza il peggior pezzo sanremese di Arisa, eccezion fatta forse per La Notte che era leggermente meglio di quello sulla fine del mondo, e quindi boh, la prammatica forse ci impone quindici sanremi di lodi sperticate a canzoni sempre peggiori di Arisa mentre i raggi gamma ci mangiano il cervello, o forse lei è l’unico genio della canzona italiana in attività e io sono l’unico coglionazzo che non coglie. E quindi vaffanculo, mica mi pagano per cogliere. Sarebbe un 3.9 di odio ma devo perlomeno ammettere che il testo ha un risvolto NATURALISMO quindi diciamo 6.0

 

RUGGERI Mi dispiace che continui a menarla con ‘sta manfrina del punk prima di me, nel senso che Ruggeri non punk è molto meglio del ruggeri punk e il Ruggeri prima di me era molto peggio del Ruggeri durante me, poi sia io che lui abbiamo preso altre strade, lui ha fatto Mistero, io ho fatto il liceo scientifico e quello che è successo dopo ha mandato più o meno in vacca la vita di tutti e due, così che io sono diventato un blogger rancoroso che scrive opinioni non richieste in pausa pranzo al lavoro e lui è diventato i Vendicatori di Riserva della musica italiana, e non sarebbe niente se non si sentisse costretto a tornare di tanto in tanto vestito come la copia di Rob Halford a cantare un pezzo che forse è punk prima di tutti i punk che lo sfottono in timeline su twitter, ma a che prezzo? Avrebbe potuto gestirsela con il gimmick del Grande Vecchio, provare un arrangiamento più pop e farci la figura di quello che sa di cosa sta parlando. 4.9

 

BLUVERTIGO Se retrodatassimo questi racconti di cinque anni, è probabile che affronteremmo Morgan come uno dei più grossi irrisolti dell’ultimo ventennio sanremese. Impallinato a due settimane dal festival, da un’intervista estorta probabilmente con la forza, in cui racconta allegramente la sua tossicodipendenza e la macchina gerarchica dentro i talent show e l’industria musicale italiana in generale, il pubblico che si spacca sulla sua esclusione, i complottisti che non sanno se dare la colpa a Maria de Filippi o alla lobby dei cattolici. Tutto questo senza che Morgan si sia mai preso il disturbo di fare un disco davvero buono, a meno che non consideriate tali il suo primo disco solista e/o la roba dei Bluvertigo (non vi tolgo il saluto). Cinque anni dopo le cose sono tornate abbastanza all’ordine: Morgan ha ripetuto il giochetto di mandare tutto affanculo e tornare all’ordine una mezza dozzina di volte, i Bluvertigo non sono manco più argomento di discussione per quei duecento eroici combattenti in giro per l’Italia che considerano ancora l’alternative italiano a Sanremo un bene a prescindere. La loro canzone spinge anche meno di quella che portarono nei primi duemila ma almeno non ti fa provare quella sensazione di quando ti accarezza la guancia mentre ti sborra in bocca. Magari tra cinque anni saranno eroi, anche loro. 4.9

 

ROCCO HUNT Non si può essere davvero adirati contro un tizio che con una mossa semplice e geniale ci ha tolto dalle palle i neomelodici ed è riuscito a convincere l’Italia che la Quota Canzone Napoletana può essere occupata anche da un rappettaro. Questo naturalmente a patto di avere la capacità di proiezione mentale sufficiente ad accettare che un leggero e veniale fastidio è meglio di sentire una canzone e provare il desiderio di versare il vinavil dentro al tablet per farlo smettere. 6.3 di incoraggiamento.

 

IRENE FORNACIARI Irene Fornaciari è un concetto che non afferro, cioè, non so a chi venda i dischi, non so chi vada ai suoi concerti, non ho mai conosciuto in vita una persona che POTREBBE, anche solo in via ipotetica, trovarsi a comprare suoi dischi. Voi ce l’avete un amico, un parente, un amico di amici, di cui pensate che possa vedere il disco di Irene Fornaciari al supermercato e metterselo nel cestino? Io no. Qualcuno potrebbe pensare, ebbè, invece gli altri. Ma io a volte mi sono trovato a pensare seriamente di rimediare dischi di Britti, di Bianca Atzei, persino Rocco Hunt una volta, ma dico anche solo per il LOL. Una volta in terza media un nostro compagno di classe compiva gli anni, decidemmo di regalargli un LP e sapevamo solo che ascoltava Vasco Rossi e cose simili, così qualcuno di noi andò al negozio di dischi e gli prese il vinile degli Stadio. Per dire, insomma, sono cose che possono succedere a chiunque, anche ad Arisa, ma voi avete mai sentito anche solo la curiosità di vedere un video di Irene Fornaciari sul tubo per ricordare che canzone aveva portato al Sanremo di quell’anno? ZERO. Mica che la sua musica sia più brutta di quella degli altri, è proprio che non passa il concetto, non conosco nessuno a cui potrebbe fregare di Irene Fornaciari. E quindi insomma, chi cazzo sta continuando ad investire montagne di soldi per mandare Irene Fornaciari a Sanremo? La mia idea è che il nome Irene Fornaciari nasconda una montagna di merda illegale, che sia un personaggio inesistente ed interpretato ogni volta da una ragazza diversa, a cui critica e stampa non danno troppa cura e non si prendono il disturbo di andare a controllare le foto dell’anno precedente. Forse il nome Irene Fornaciari serve a riciclare soldi della camorra. O forse ha un suo pubblico, completamente disgiunto dalla mia cerchia di conoscenze, magari ultra-radicato in una minuscola regione del pianeta popolata di ultrafanatici che si sputtanano per Irene più soldi dei fan dei Pearl Jam. Il pezzo è un 5.1

 

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e questo è più o meno quanto. Tutti i miei pesi massimi si esibiscono stasera: Neffa (hashtag #JEFF), Annalisa, Dolcenera e Clementino possibile outsider. Gli Stadio mi sono bastati a svoltare la fotta. Da qui in poi è tutto in discesa.
*lo ricordiamo ogni anno: il Premio Lara Fabian è il premio più prestigioso insignito dal sito Bastonate al Festival di Sanremo. è il premio all’artista che non c’entra, al cantante che, lui per primo, non sa bene cosa ci stia a fare sul palco e si guarda attorno con sgomento prima di essere eliminato a calci dal televoto. Il premio prende il nome dell’artista che ha vinto lo stesso premio l’anno precedente, ad estendere la memoria di un anno (Lara Fabian aveva vinto il premio Frankie Hi-NRG).

DISCONE: Miss Red – Murder

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Qualche dettaglio lo trovate in questa intervista su Fact: Kevin Martin viene invitato a suonare in Israele, la data va male, il giorno dopo viene infilato più o meno a caso in una festa dentro un bar, la gente va fuori di melone, a un certo punto una ragazzetta del posto sale in consolle e gli chiede di passarle il microfono. Kevin Martin glielo passa e trova un’anima gemella musicale. Da lì in poi inizia la bizzarra storia di Miss Red, attuale protegé di Martin e freschissima esordiente sulla lunga distanza con il mixtape Murder (lo scaricate qui). Questo per dirla come i giornalisti musicali. Avete presente quando uscì fuori il primo disco di MIA? Immaginatevela così, una versione per nerd scoppiati, The Bug al posto di Diplo, interventi di gente tipo Andy Stott o Evian Christ, tutto a caso meets tutto può succedere.

(Quando uscì tutto il casino su Borders avevo provato a scrivere una mia opinione sulla faccenda, ma ne era venuta fuori una questione etica molto pesante e complessa e la mia opinione sulla faccenda era che canzone e video fossero robaccia. Solo che su quel particolare argomento, e in quei particolari giorni, era davvero troppo difficile far capire che si può contemporaneamente pensare che MIA sia tutto sommato una bella persona e che abbia tutto il diritto di esprimersi e far sapere la propria voce su temi delicati come quello del video E che Borders sia una canzoncina di merda. O addirittura, che questa opinione su MIA possa essere appunto un’opinione, che so, una critica artistica, e non una visione del mondo. Non che sia la prima volta, eh. In ogni caso Murder mi serve anche come esempio al positivo: la roba per cui i primi dischi di MIA (i primi uno, ammettiamolo) mi aveva mandato fuori è la stessa che sta dentro questo mixtape di Miss Red: sensualità cinghiona, insensati atteggiamenti gangsta, Martin come sempre in buonissima, tutti che appizzano, la sensazione di una stella nascente, quella sensazione di possibilità infinite.

Cover migliorative – LOUIE LOUIE

(Estemporanea rubrichetta di cover migliori degli originali, postate a cazzo di cane)


 

“It is unknown exactly how many versions of “Louie Louie” have been recorded, but it is believed to be over 1,500 (according to LouieLouie.net)”. È ragionevole supporre che Louie Louie sia la canzone più rifatta della storia moderna, eccezion fatte le cover su Youtube. La versione più celebre rimane ovviamente quella dei Kingsmen, che già di per sé era una cover, ma quella che preferisco personalmente è la cosa sconvolta che metto qui sotto, registrata dalla joint venture Cato Salsa Experience/The Thing/Joe McPhee, e contenuta in questo disco pauroso uscito nel 2007 su Smalltown Superjazzz.

The perfect dream outlives the man

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Quando muoiono i Bowie la gente è abbastanza brava a trovare le parole, o almeno qualche mio amico le ha trovate ed erano le parole giuste o ti ci potevi relazionare o sapevi di cosa si stesse parlando, o forse erano solo bravi loro. I Sense Field li ho scoperti quando è uscito Building e per qualche anno ho cercato di passarli a un botto di persone, amici e parenti e ragazze e persone che pensavo avrebbero potuto apprezzarli. Credo che a nessuno di quelli a cui li ho passati abbiano fatto l’effetto che hanno fatto a me, così stasera non ho una vera e propria storia da raccontare, o sarebbe comunque una storia poco interessante che non avrebbe così senso leggere. La mia canzone preferita dei Sense Field si chiama Outlive The Man, dura meno di due minuti e una riga di testo dice “the perfect dream outlives the man”. Oggi si è saputo che Jon Bunch, il cantante dei Sense Field, è morto. Aveva 45 anni. Chiedo scusa a tutti quelli che ho asciugato con i Sense Field, mi dispiace se non vi son piaciuti, era una cosa mia.

100 canzoni italiane: LA FABBRICA DI PLASTICA

“Prova ad esser tu quel che non sei.”

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Ci sono tante storie che si vengono a incrociare dentro La fabbrica di plastica e quasi tutte valgono la pena d’esser raccontate. Una è la storia del cantante-ragazzino di successo che cova inaspettate aspirazioni artistiche, una è quella del rockettaro ruspante intrappolato nella morsa del commercio che a un certo punto decide di buttare la carriera al cesso e fare di testa sua. Un’altra è quella della lotta tra mainstream ed alternative, delle sue varie implicazioni, dell’appropriazione culturale, del punto di rottura, delle soluzioni di compromesso. Un’altra è quella che segue le relazioni pericolose tra musica pop e desiderio di autodistruzione. Certo, sono storie all’italiana, quindi sono quasi sempre depotenziate e segnate da un giusto compromesso tra gloria eterna e noia mortale. Del resto il rock non è mai stato affar nostro, ci siamo arrangiati come potevamo, abbiam provato a darne una versione alla pizzaiola che valesse la pena d’esser raccontata da Bolzano in su, e il più delle volte abbiamo cannato alla grande.

La storia pubblica di Grignani inizia nella sezione Nuove Proposte del Sanremo 1995, l’edizione stravinta dai Neri Per Caso e Le ragazze. Grignani, un ragazzo di Milano che all’epoca non ha ancora compiuto 23 anni, arriva a metà classifica, ma la sua canzone inizia a funzionare in giro per le radio e diventa una specie di caso nazionale. Ha la vocina dolce da angioletto, un viso da mandar fuori le ragazze, i capelli lunghi e quel look un po’ clochard-chic che starebbe bene addosso a Layne Staley quanto a una comparsa di 90210. Il singolo successivo, La mia storia tra le dita (con cui si era già presentato a Sanremo Giovani l’anno precedente), funziona anche meglio del primo, e l’album d’esordio del cantante diventa un best-seller che esce anche in versione internazionale e arriva a sfiorare i due milioni di copie. Grignani è un personaggio strano, un tizio un po’ schivo con lo sguardo torvo che parla la lingua dei giovani, si scrive le canzoni e sembra sempre in procinto di fare una mattata. Sarebbe la cosa più vicina a una rockstar concepibile in Italia a metà anni novanta, ma la musica contenuta nel disco (oggettivamente, un cantautorato pop sanremese ultra-convenzionale), unita a quell’immagine grungy, lo fa sembrare un imbucato alla festa degli altri.

 

Ma nei mesi dell’esordio non sappiamo molto di lui. Come scopriremo in seguito, a dispetto del successo di Destinazione Paradiso, Grignani è il primo ad avere riserve sul proprio disco: poco controllo artistico, tante interferenze dei piani alti, il successo improvviso, l’etichetta che lo costringe a presenziare a programmi TV e contesti con cui si sente non entrarci niente. Finito il giro delle trasmissioni, se Nei mesi di blackout che precedono l’arrivo del secondo disco, iniziano a circolare persino voci sulla sua morte. Grignani, al contrario, è vivo e vegeto e sta lavorando a un disco che gli somigli davvero.

dieci canzoni ispirate e sofferte, nei testi e nelle trame strumentali, dove feedback, distorsioni, ritmi accesi e atmosfere anche inquietanti azzardano la difficile contaminazione con un pop italiano quasi solo nelle parole. Un lavoro coraggioso, quindi, che oltre a introdurre suoni senz’altro inconsueti e stimolanti nel putrido panorama della musica autoctona di largo consumo riesce persino, seppur non in tutti gli episodi, a rendersi credibile.

La fabbrica di plastica esce nel 1996. Quelle sopra sono parole di Federico Guglielmi, scritte all’epoca sul Mucchio e ripubblicate ora sul suo blog, assieme ad un’intervista in cui il cantautore si scaglia contro la sua etichetta per quello che lo ha costretto a fare per il disco precedente e dichiara manco troppo implicitamente l’intenzione di far tabula rasa con il passata. Non che sia così necessario far parlare Grignani fuori dalle sue canzoni: La fabbrica di plastica è brutalmente autobiografico, una buona metà dei pezzi parla dei suoi problemi con il successo, la traccia che dà il titolo al disco parla dell’incapacità di essere a proprio agio nel personaggio cucitogli addosso. Musicalmente siamo dalle parti del pop rock che funziona in quegli anni a livello internazionale, un po’ a metà tra britpop modernista/anabolizzato alla The Bends, grunge di terza generazione e quella roba vagamente industrial stile colonna sonora del Corvo. Musica che ha un suo pubblico fatto di folle sterminate ma perlopiù residenti dall’altra parte dell’Atlantico, che non ha alcun corrispondente in Italia.

In linea di principio sono storie che ci piacciono molto. Intendo, quelle che hanno a che fare con la catarsi, la liberazione, la riconquista del proprio spazio. All’atto pratico però sono storie che ci piacciono solo quando finiscono bene, quando il protagonista sposa una modella o pubblica dischi di successo. C’è quel monologo bellissimo del barbone (Tom Waits) nelLa leggenda del Re Pescatore, presente? “Uno va a lavorare otto ore al giorno sette giorni la settimana e si sente le palle così strizzate in una morsa che comincia a contestare l’essenza stessa della sua esistenza. Poi un giorno prima di staccare il capo lo chiama nel suo ufficio e gli dice, ‘ehi Bob, vieni un momento qua e dammi una leccatina al culo’. Lui pensa, chi se ne frega, sarà quel che sarà, ho proprio voglia di vedere che faccia fa quando gli pianto un paio di forbici nel braccio. Poi pensa a me e dice ‘un momento, ho tutte e due le braccia e le gambe, non devo mendicare per vivere’. E stai pur sicuro che Bob mette giù le forbici e tira fuori la linguetta. Vedi, io sono una specie di semaforo della morale.” Il sogno incredibile di un ragazzo-copertina che voleva smettere canzoncine romantiche per ragazze qualunque si schianta contro la realtà di un insuccesso scottante: La fabbrica di plastica, pur trainato dal nome e dalla faccia di Grignani, vende 150mila copie a malapena, nemmeno un decimo di quel che aveva venduto il disco d’esordio.  

 

All’atto pratico La fabbrica di plastica è una mezza misura, un personaggio in cerca d’autore, una cosa non-collocabile che non sembra piacere a quasi nessuno. Dietro i complotti sulla mafia che governa le programmazioni delle radio c’è anche un briciolo di senso comune: le chitarre non entrano, non hanno senso, non servono a nessuno; e in Italia i soldi veri li fai passando alla radio. Che è un’equazione abbastanza facile da risolvere, niente di complicato. Sopra l’arrangiamento de La fabbrica di plastica, canzone, ci si può cantare la melodia di Destinazione Paradiso senza problemi, il che rende la rivoluzione copernicana di Grignani una questione di alzare il volume e basta. Del resto la seconda metà degli anni novanta è invasa di queste mezze misure, perlopiù accolte da una stampa ultra-favorevole: il discorso secondo cui dietro l’esempio di Marlene ed Afterhours era possibile ripensare il rock indipendente italiano secondo un’ottica cantautorale, o ripensare il cantautorato tradizionale secondo un’estetica indie-rock. Da questo punto di vista, certamente, La fabbrica di plastica ha un valore storico incalcolabile. È il primo vero esempio di uno scricchiolamento del sistema di valori che reggeva il mainstream, il suo primo tentativo di giocare secondo le regole dell’alternative e mutuandone parte del linguaggio. Quello che è più pazzesco è il posto da cui è venuto fuori tutto questo, la mente di un ragazzo-copertina che ogni previsione dava per un bamboccio.

A riascoltarlo oggi, il disco fa quasi tenerezza. Il tempo è stato poco clemente con questo genere, persino i capolavori (che so, Mellon Collie, roba così) sono relativamente snobbati e rispettati più che altro in ossequio a questi anni. La totale autoreferenzialità delle liriche, unita all’unicità del personaggio-Grignani, lo rende un disco con cui identificarsi è quasi impossibile. E forse è questo, più che il volume e il boicottaggio delle radio, il principale motivo per cui La fabbrica di plastica non ha mai fatto breccia nei cuori del pubblico grosso. Forse è stato Grignani il primo a capirlo: il suo disco successivo, Campi di popcorn, è già una mezza inversione di rotta, testi spostati sulla metafora spinta, canzoni che si trastullano spesso con arrangiamenti acustici; tutt’altro che un brutto disco, sia ben chiaro: anzi, nella sua forma così compromissoria, dal punto di vista artistico è forse il suo miglior disco e sicuramente il modo più accurato di descriverlo. Ma nei suoi solchi è già chiara l’inversione di rotta, l’abiura, il ritorno all’ordine e tornare ad essere quel che non s’è. Al di là degli sporadici ripescaggi della critica che ne sa, del Grignani alt-rock non frega comunque nulla a nessuno: qualche anno dopo compare in quel videoclip circondato da decine di ragazze scosciate, e guarda la telecamera promettendo fermamente di rasarle l’aiuola, nessuno ha un cazzo da ridire. Le storie di alcool droghe e concerti mandati in merda erano già iniziate, e oggi non si contano più; forse era inevitabile che diventasse un meme, uno di quelli che tornano a far notizia per una mattata, un pasticciacciobbrutto o chissà che altro. A differenza dei Povia e delle Del Santo e tutti gli altri fenomeni da baraccone su cui ci piace accanirci, tuttavia, Grignani sembra ancora avere un altro proiettile in canna, una canzoncina più buona di quel che t’aspetti, una cover degna di nota, una scusa plausibile per la sua ultima cazzata. Un giorno forse ci accorgeremo che è stato davvero uno dei più grandi. Speriamo che per lui non sia troppo tardi.

SERMONI#5 – POLIZIA

sermoni 5 poster

SERMONI
ogni mese 5 minuti tra radio, spazzatura di youtube e diario di bordo
di Johnny Mox
In questo episodio:
Bruno Dorella (OvO, Ronin, Bachi da Pietra)
Dario Maggiore (La Crisi, Thunderbeard)
John D. Raudo (Marnero, Donna Bavosa rec.)
/
Krs One – Sound of da police
The Clash – Police on my back
MO-DO – Eins, Zwei Polizei
John Holt – Police in Helicopter
Smart Cops – Il Cattivo Tenente
Sepultura – Policia
Junior Murvin/The Clash- Police & Thieves
NWA – Fuck the Police
Black Flag – Police Story
Millions of Dead Cops

DSICHI – David Bowie, “Blackstar”

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Avevo scritto questo parere non richiesto proprio nelle ore in cui Bowie stava morendo, e trovo oggi che la frase internettiana e sgargiula che avevo scelto come incipit, “Ascoltare un disco di Bowie è come quando un orientale ti guarda negli occhi: sai che vuole qualcosa da te, ma non sai di cosa cazzo si tratti di preciso, EHI AMIGO, abbiamo riferimenti e valori del tutto diversi”, suoni oggi orrendamente irrispettosa. Non irrispettosa nel contenuto – che peraltro mi sarebbe servito a introdurre il concetto che Bowie (leggere quanto segue con voce da fattone) cioè no insomma cioè vive tipo hai capito in un mondo tutto diverso ma cioè fico tipo no – ma nel fatto che c’è davvero poco da scherzare, sul rock, sulla vita, e soprattutto su un grande eroe e villain del pop da classifica scomparso prematuramente e così d’improvviso; nel fatto, cioè, che internet nel suo essere un’applicazione generalizzata e conformista della più cinica leggerezza è di per sé offensivo e almeno quando muore qualcuno potremmo risparmiarcelo. Francesco mi diceva l’altro giorno che non sopporta tutto questo hype che c’è a ogni disco di Bowie, roba che ho riscontrato un po’ anche io, cose tipo “Ehi! Il nuovo di Bowie è un CAPOLAVORO ASSOLUTO!”; cose tipo che, contrariamente a quanto succede per gli altri (non scrivere “mostri sacri del rock”, non scrivere “mostri sacri del rock”) mostri sacri del rock, il pregiudizio per Bowie era sempre del tutto positivo. Niente di scontato, eh, pensateci: bastava che si spargesse la voce che Lou Reed stesse preparando un disco che cominciavano a risuonare le pernacchie, e la noia serpeggia in noi ogni volta che qualcuno dice “nilìa” senza manco arrivare a “ng”. Non so se si è capita. Comunque, insomma, eccomi ricaduto nell’ironia che volevo evitare. Eccomi che sto per ricadere nel cinismo: se Bowie non vi stava bene, mò che è morto tenetevi St. Vincent. “Ma no”, potreste rispondermi, materni e dolci come la Madonna: “ci terremo questo Blackstar, che durerà nei secoli e nei millenni, e grazie ad esso nei momenti bui, tipo quelli in cui muore una stella del rock, il nostro cuore sempre sarà colmo di gioia e musica straordinaria”. Il nuovo di Bowie è un CAPOLAVORO ASSOLUTO! (10)

DISCONE: Jesu – Sun Kil Moon

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Questi giorni c’è stato casino su quella vignetta di Charlie Hebdo e si è tornati punto e a capo con quel famoso discorso sulla satira. Avete presente il famoso discorso sulla satira? Consiste, in sostanza, nel dare la priopria opinione su cosa debba essere la satira. Ci sono quelli per cui la satira non dovrebbe essere offensiva, per esempio, e quelli per cui la satira che non offende non è satira, e quelli per cui la satira deve prendersela contro il potere e gli altri che pensano che la satira non debba portar voti a una parte o all’altra, e poi ci sono quelli che decidono caso per caso. Si tratta di una situazione un po’ paradossale, perché tutti sanno che aprire bocca su questo argomento è noioso in culo ma nessuno riesce davvero a starsene zitto: queste polemiche nascono come poco interessanti e in qualche modo si ingigantiscono, basta che qualche amico nostro su FB dica una cazzata epica e poi si comincia a litigare. È come quando i vecchi si urlavano contro al bar, ma è anche letteratura, e a volte è difficile conciliare le due cose -soprattutto se oggi si parla di foto di bambini morti e domani degli incassi di Checco Zalone. In un orizzonte temporale abbastanza esteso, saperla lunga non conta un cazzo di niente.

Negli ultimi anni ho sviluppato una specie di istinto dinamico dello spirito del tempo intorno alle notizie che mi interessano (o che non riesco ad evitare). Leggo qualche articolo, le opinioni di persone a cui sono legato -timeline di Twitter, amici Facebook- e mi faccio un’idea di massima su cosa pensi la gente. Che so, le capre pensano questo, gli intellettuali pensano questo, i miei amici pensano questo. La divisione per classi dei commentatori alle notizie è quasi sempre tra capre, intellettuali e amici miei. Gli amici miei sono persone che in genere la pensano come me, o che hanno opinioni con cui si può dialogare. Gli intellettuali sono persone distanti da me che hanno opinioni complesse con cui posso entrare in sintonia o meno. Le capre sono persone con cui non sento alcuna affinità e che mi sembra parlino delle cose in maniera troppo semplicistica. Questo impianto cognitivo di massima ha vantaggi e svantaggi: il principale vantaggio è che è il modo più efficiente per risparmiare tempo in merito ad ogni questione, e per ogni argomento riesco a capire cosa ne pensano le varie classi intellettuali.  I due principali svantaggi sono che il sistema funziona con un margine di errore altissimo e che essendo incentrato sulla mia percezione e sulla mia opinione tende a farmi sentire un dio in miniatura. Il fatto è che per la maggior parte delle questioni non posso semplicemente permettermi di prendere le distanze da me stesso e questionare il mio impianto ideologico dalle fondamenta; mi affido agli stereotipi e ai pregiudizi, ci passo le ore dell’aperitivo e passo oltre. Credo di essere una persona mediamente fortunata: ho una brutta dipendenza da internet, ma riesco ancora a scinderla dal reale, a capire che -a ben guardare- non è il mondo vero. Qualcun altro non è così fortunato.  

Il disco lungo di Sun Kil Moon uscito nel 2015 (titolo Universal Themes) è stato liquidato in maniera molto frettolosa. Benji era stato uno dei dischi più amati dell’anno precedente, una sorta di insperata risurrezione della carne. A ridosso dell’uscita sul mercato del suo successore, le riviste online iniziano a pubblicare recensioni entusiaste. Poi Mark Kozelek diventa suo malgrado il protagonista di una brutta storia -l’ennesima- di insulti. Nella fattispecie, durante un concerto prende a male parole una giornalista del Guardian, Laura Snapes, perché gli ha chiesto un’intervista di persona invece che via mail. Le dichiarazioni vengono riportate dalla stampa e danno il via ad un periodo di consapevole ostracismo nei confronti dell’artista: a cominciare da un brutto infortunio di Pitchfork, che pubblica per errore una prima recensione estremamente positiva e la sostituisce a breve con un pezzo più tiepido scritto da un altro giornalista (Laura Snapes scrive anche per Pitchfork); altre riviste, tipo Quietus, non si occupano nemmeno del disco. Tutta la vicenda è raccontata per sommi capi da Guia Cortassa in un articolo per Prismo che si cura tra le altre cose di citarmi come esempio di grettezza implicitamente maschilista nel giornalismo musicale italiano (son soddisfazioni). Alla fine della storia, mentre Benji svettava in cima alla maggior parte delle classifiche di fine 2014, di Universal Themes non c’è praticamente traccia.

Difficile dire perché. Sicuramente Universal Themes non è Benji: mentre il primo era un disco tutto sommato dimesso e ultra-classico (perlopiù voce e chitarra acustica) incentrato su un devastatissimo concept narrativo legato alla famiglia di Kozelek e al ritorno ai luoghi dell’infanzia, Universal Themes è il delirante racconto di cose successe al chitarrista nell’ultimo anno –cose totalmente a caso, vita di tutti i giorni di un musicista di fama medio-media. Quello che fa la differenza è la musica: uno dei pochissimi dischi folk-rock di questi anni che non somigliano a nulla, estremamente percussivo, fondato su canzoni di dieci minuti che cambiano radicalmente mood tre o quattro volte nel corso del brano. Uno dei dischi più istintivi, e al contempo complessi, che abbia ascoltato di recente. Probabilmente Benji soddisfaceva bisogni di normalità che UT sembra snobbare del tutto. O forse è perché Mark Kozelek è un misogino del cazzo. Tranne che non credo lo sia veramente, o non so dirlo con certezza, anche se con tutta probabilità è uno stronzo. Ma i musicisti buoni sono quasi tutti degli stronzi, giusto? Kerry King, Noel Gallagher, Stockhausen, Johnny Cash… Non è che sia piacevole, ma suppongo che sia necessario farsene una ragione, o almeno farsi una regola di base (che è diverso dal decidere da caso a caso, a seconda di chi pensa cosa, come sta succedendo di questi tempi). Dicevo, trovo un po’ spiacevole dover prendere posizione in questa cosa come se fosse importante al fine della musica che ascolto. Sia quel che sia, le polemiche nei confronti di Kozelek sono una goccia nel mare di guai in cui il musicista s’è cacciato e una delle tante polemiche che ha messo in piedi in prima persona da Benji in poi.

La strada per un possibile disco in collaborazione tra Jesu e Sun Kil Moon era aperta da anni: due dei musicisti più prolifici degli anni duemila, Kozelek che pubblica i dischi di Broadrick su Caldo Verde (magari vendendoli dentro a bizzarri bundle assieme ai live di Sun Kil Moon epoca pre-Benji). Le collaborazioni tra canzone folk macilenta e rock chitarroso di confine non sono più cosa così rara, basti pensare al disco di Sunn (o))) e Scott Walker il cui annuncio ha fatto girare la testa a così tanta gente un annetto fa (il disco finito non era buono quanto voleva essere ma nemmeno brutto quanto poteva essere), ma anche solo le collaborazioni Will Oldham/Tortoise o quei dischi pesi di Phil Elvrum. Jesu/Sun Kil Moon arriva un po’ all’improvviso, messo in streaming sul sito di SKM, e ha tutta l’aria di una cosa realizzata nei ritagli di tempo. Mark Kozelek continua sulla falsariga di Universal Themes, pipponi infiniti e quasi-rap sulle cose che gli succedono; Justin Broadrick copre tutto di melodie grasse e tironi di chitarre come nei dischi meno significativi della sigla Jesu.

Mark Kozelek è un personaggio strano, e con ogni probabilità sta diventando una specie di troll musicale -e la prima regola con i troll è quella di non dargli da mangiare. La sua percezione della realtà attorno a sé sembra essersi distorta progressivamente intorno a un concetto internettiano autocentrico, tipo il mio, ma senza la coscienza di essere al baretto sotto casa. Con il risultato che Mark Kozelek la mattina si alza, esce a prendere un caffè, incontra un paio di amici, ascolta mezz’ora di radio, mangia delle bistecche buonissime e la sera ha pronto un pezzo nuovo che prima o poi va a finire in qualche disco. è ragionevole pensare che questo genere di pipponi ombelicali suonino odiosi e indigeribili a molta gente, e che anche quelli che ci trovano un bizzarro fascino e un briciolo di senso non lo faranno per il resto della loro vita. Dentro ai testi di J/SKM ci sono la recensione di Pitchfork, il concerto al Siren Festival, le lettere dei fan e svariata altra roba simile, impacchettata in canzoni con titoli tipo America’s Most Wanted John Dillinger and Mark Kozelek. Il sottotesto generale è un canovaccio abbastanza classico: l’artista incompreso, qualche epifania, qualche calcio nei denti, i veri fan, l’età che avanza. Ma tutta questa roba è portata a funzionare su un livello lirico inedito, sicuramente respingente (è davvero molto difficile starlo ad ascoltare per ottanta minuti a fila) ma anche rivelatorio e perfino illuminante -sotto certi aspetti. Il tutto vangato dalle chitarre e dai tastieroni saturi di un Broadrick al minimo sindacale (e forse per questo estremamente efficace).

La poetica del caso umano non è mai stata così affascinante, parlando di percezione collettiva. La critica snob non ha alcun problema a fare la telecronaca dei talent-show con la piena coscienza del fatto che siano concorsi che generano situazioni disperate, buchi di bilancio, contratti di merda e dischi quasi sempre orribili. I documentari sugli artisti tra virgolette sfortunati stanno diventando una miniera d’oro cinematografica, le sbroccate delle popstar sono ormai un genere letterario a sè. Alcuni artisti sono affascinati dal lato oscuro e ci si tuffano mani e piedi, altri vengono spinti sull’orlo dal pubblico che li insulta e ne scrutina a getto continuo ogni cazzata. Justin Broadrick e Mark Kozelek non potrebbero essere due artisti più diversi: il primo è introverso, prolifico, costante e baciato da una street cred infinita, il secondo è sbracato, prolifico, qualitativamente discontinuo ed emarginato da ogni discorso. Fa quasi paura assistere all’incontro tra i due, parlare il linguaggio che hanno scelto entrambi di parlare.

Mi chiedo spesso cosa sarebbe oggi dell’indie rock se nei primi anni duemila, invece di buttarsi sul revival spinto, gli artisti avessero continuato a spingere un po’ più in là i limiti dell’inascoltato; non so dire se Jesu/SKM sia una vera e propria risposta a questa domanda, ma ad ascoltarlo così d’improvviso fa la figura di un disco venuto da un’altra dimensione, una cosa musicale venuta da una linea di pensiero parallela. è una caratteristica che non si trova così spesso nella musica, men che meno nella musica fatta con le chitarre. Ci pensavo ascoltando l’ultimo Liturgy, anche quello per certi versi un disco molto stupido e anche offensivo, e nondimeno affascinante. Forse il futuro della musica indipendente è nelle mani dei casi umani, di chi non riesce a pensar dritto. O forse dobbiamo iniziare a pensare in un altro modo, lasciare stare le storie e iniziare a guardare ai dischi che, come diceva Jim Morrison, ci raccontano qualcosa della nostra vita. Fino ad allora, se Universal Themes ha incontrato relativa indifferenza, è ragionevole sospettare che J/SKM sia destinato a generare aperto fastidio, prese per il culo, ostracismo manifesto e pernacchie. Per il disco della madonna che è venuto fuori, è un peccato. O forse una colpa, dipende da quanto vi sta sul cazzo il cantante.