Non so bene come sia successo di passare dal nuovo disco di Interpol e DFA1979 alla reunion degli Hammerhead

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GLI SCOUT

Ci sono quelli che quando un gruppo arriva nella rubrica gruppi emergenti delle riviste musicali specializzate li hanno già assunti digeriti ed evacuati e accolgono quel blando gesto di riconoscenza overground facendo l’elicottero con il cazzo. Sono persone in assoluta buona fede, ma vivono in un mondo dove tutto è già successo quattro mesi prima. Gestiscono il gusto musicale con processi mentali simili a quelli della corrente alternata. (Dovrei spiegarla ma mi sono già dilungato) Non ho mai fatto parte di questo sottogruppo di esploratori della musica, anche se per tre o quattro anni della mia vita da ascoltatore ho tentato disperatamente di diventarlo e per un certo periodo ho anche pensato di esserci paurosamente vicino. È successo, specificamente, quando i primi anni duemila si stavano buttando selvaggiamente nella metà degli anni duemila. Scrivevo per webzine metal e indierock e stavano iniziando a girare insistentemente nomi di gente messa sotto contratto da chissà chi, proveniente da gruppi che avevo ascoltato anni prima per qualche motivo. La gente con cui mi accompagnavo si curava di informarmi che il chitarrista di questo gruppo suonava negli Orchid, che il batterista di quest’altro gruppo aveva un’etichetta di cui possedevo dischi, che quel dj lì una volta cantava nei This Machine Kills. Era più semplice di così, naturalmente. Passo indietro: negli anni duemila la gente iniziò ad averne i coglioni pieni, peraltro giustamente, di tutta una serie di musiche imbastardite sistematicamente con altre musiche e di quella brutta sensazione da pop rock in provetta che iniziava a girare all’epoca. Nel 2001 uscì un disco pop rock che funzionava, si chiamava Is This It? e l’aveva inciso un gruppo di nome The Strokes. Sembrava la colonna sonora di un documentario sul riciclaggio: garage rock, un po’ di Velvet Underground per il dramma, un briciolino di pre-punk per inasprire i toni, vestiti attillati anni sessanta e via andare.

(chiosa: è il 2014 e forse sarebbe ora di accettare una verità forse scomoda e impopolare: gli Strokes non hanno niente a che fare con i Television. O meglio, hanno qualcosina-ina-ina di simile ai Television in alcuni brani del primo disco che non sono diventati singoli, ma ci sono comunque duecentogruppi che potrebbero essere citati come influenze più capitali per gli Strokes di quanto possano esserlo i Television. Grazie, mi sono tolto un peso)

SAI QUANTO COSTA TENERE UNA MACCHINA IN UN GARAGE A NEW YORK?

Un anno dopo, sull’onda, il garage rock era tornato in forze e i gruppi nuovi messi sotto contratto dalle major avevano tutti l’articolo davanti. La moda non resistette molto per alcuni motivi facilmente intuibili: gli Strokes, innanzitutto, non erano un gruppo underground messo sotto contratto (alla vediamo che cazzo succede) da una major di passaggio. Erano un preciso progetto estetico e musicale, pensato per segnare la musica pop in un preciso periodo storico. Il resto fu più o meno un equivoco e un modo di andare a traino. Il garage rock tende a morire e risorgere, è una delle sue caratteristiche dialettiche: ti sbraghi di musica fatta con quattro accordi per sei mesi, scappi a gambe levate cercando soluzioni più complesse ed elaborate, due anni dopo hai le palle piene della musica elaborata e torni ai tre accordi, e via ricominciare. Personaggi con anni di militanza carbonara finirono sotto i riflettori e tornarono nell’ombra. Un singolo artista (Jack White) passò da oscuro musicista garage pop a personaggio fondamentale per comprendere la musica contemporanea. Meglio che niente.

Il revival sixties era roba per riempire le piste rock con qualcosa che abbia più senso di robaccia tipo Dandy Warhols, e in questo aveva decisamente un suo senso. E quando passò, l’atroce spinta in avanti a prescindere della fine anni novanta era una ferita ancora fresca. Invece di ritornare alla commistione e all’IDM quasi tutti si trovarono d’accordo sul fatto che era meglio continuare a fare musica nuova che ripescasse il passato. Il garage era puro revival, il movimento successivo ha una dimensione politica/programmatica molto più marcata.

Non si può dire che PIL e Joy Division fossero gruppi *dimenticati*. Lo si può dire, a livelli diversi, dei vari Wire, Gang of Four, Pere Ubu, Pop Group, persino i Devo: roba la cui dignità era sicuramente riconosciuta ma non era più così determinante a livello di influenza sui gruppi nuovi. Un certo punk americano di confine, in ogni caso, aveva ricominciato non si sa come a riascoltare quella roba e metterla trasversalmente nei suoi dischi. Qualcuno a San Diego portava jeans e magliette attillate, un batterista provava a suonarla col quattro quarti e via andare. Qualche anno dopo, in giro per l’indie, era tutta cassa dritta. I riferimenti erano già scritti in cielo, furono semplicemente ripescati e ricodificati –un po’ a cazzo, se vogliamo. Gli Interpol mi arrivarono addosso con quella sensazione che provi quando passi davanti a un incendio con la camionetta dei pompieri che ha già spento tutto. Prima di ascoltare il disco leggevo pezzi in cui si accusava di disonestà intellettuale chi diceva che erano uguali ai Joy Division, sulla base di argomentazioni blandamente circostanziali (la presenza di un pezzo lento, il fatto che gli Interpol non abbiano nessun retaggio punk) (peraltro non è vero, qualche membro della prima incarnazione faceva la gavetta).

La stampa musicale esercitava ancora un potere, almeno su di me. Ascoltai il disco con gli anticorpi già in circolo: “somiglieranno molto ai Joy Division, sforzati a trovare le differenze”. Cinque anni dopo trovare un gruppo rock di grido che non somigliasse molto ai Joy Division sarebbe diventata una branca specifica dell’entomologia, con testi di riferimento e seminari a tema, ma ai tempi la cosa poteva avere un senso. Tra i Joy Division e gli Interpol, in ogni caso, le differenze erano alla luce del sole: gli Interpol suonavano con l’eco.

L’ECO

A pensarci allora non c’era davvero una battaglia da combattere, nel senso, se qualcuno voleva ripescare quei suoni era tutto ok, potevo perfino rivendermi un briciolo di cultura in merito. Gli Interpol non erano quello che si dice un grande gruppo, più che altro un abbaglio collettivo nell’epoca degli abbagli collettivi a botte di dieci-dodici l’anno (i primi anni duemila, giornalisticamente parlando, per quanto mi riguarda si riassumono nei The Music). Vestivano scuro con cravatte e capelli pettinati a cazzo, la parodia di un gruppo nazo senza senso dell’umorismo. Il disco era carino per tre canzoni: la prima era una cosa molto epica, la seconda mostrava il giochino, la terza era bella bella bella, si chiamava NYC ed era un numero tipo Velvet Underground misto wave pomposa misto canzoni di chiesa, quelle robe che metti nelle cassette miste per impressionare le ragazze. Il resto del disco si poteva usare per torturare la gente a Guantanamo, e in prospettiva non era ben chiaro quanto gli Interpol e le cose contemporanee agli Interpol sarebbero stati poi dannosi nella storia del pop. La scena newyorkese in ogni caso era bella e pronta: Liars, Yeah Yeah Yeahs e declinazioni assortite. Qualcuno sparlava degli Strokes, qualcun altro li metteva dentro al calderone. 2002, sette anni più sette anni meno.

Il postpunk era arrivato poco dopo e nel giro (il giro era gente che s’andava a vedere gli Anna Karina e simili) ce la sentivamo caldissima. The Rapture e gente simile un annetto più tardi: gruppi con una visione un tantino più ampia, diciamo così, comunque pesantemente derivativa. DFA, Dim Mak, le varie Three One G, 5RC, GSL eccetera, etichette eccezionali con una discografia già ineccepibile. I gruppi usavano le casse dritte, le piccole etichette pubblicavano dischi a cassa dritta, le corporazioni provavano a comprarsi i gruppi e le etichette, in alcuni casi ce la facevano, in altri si piegavano ad accordi di distribuzione per preservare l’apparenza indipendente e l’alone di coolness. (è un meccanismo che in una qualche misura funziona ancora oggi)

In quegli anni Vice esisteva nella percezione comune sia come rivista che come etichetta: entrambe decretavano cos’era cool in quel preciso momento storico, e via andare. Vice etichetta pubblicò il disco lungo dei Death From Above 1979, fine 2004. Momenti di svolta del quotidiano: i Death From Above 1979 avevano un singolone chiamato Romantic Rights, che stava in un bell’EP dallo stesso titolo e venne pubblicato anche come primo singolo dal disco nuovo. I Death From Above 1979 avevano il numero 1979 per distinguersi da DFA, l’etichetta, anche se avrebbero tranquillamente potuto esserne uno dei gruppi di punta. Basso e batteria, casse drittissime, il suono scannato ma non troppo (una specie di heavy metal non-osservante ripensato in chiave disco); il gruppo perfetto per chi era irritato dalle cose fighette alla Franz Ferdinand e considerava i primi Black Eyes troppo rumorosi. Erano anni in cui il riciclaggio spinto andava bene (non sono mai finiti, quegli anni, e dobbiamo dare atto all’industria del riciclaggio musicale di aver raggiunto livelli di efficienza che umiliano l’industria del riciclaggio dei rifiuti). In una prospettiva temporale di due o tre anni i Death From Above 1979 erano semplicemente un gruppo insignificante con due pezzi carini, cioè più o meno degli Interpol meno irritanti. Li descrive perfettamente il mio amico Enzo in un’email:

Era un gruppo che consideravo “utile”. All’epoca mettevo molto più spesso dischi in giro, e come ha già scritto qualcuno più bravo di me, la valigia del dj deve essere un po’ una cassetta degli attrezzi, una roba da ferramenta e fai-da-te. Roba alla DFA1979 ti tornava sempre utile in tutte le occasioni. Ci sono gruppi che non ami e non detesti, ma che semplicemente funzionano. La pista li riconosce, hanno il tiro per essere ballati, ti possono servire da raccordo tra i vari momenti di una scaletta. E poi a metà Anni Zero era impossibile non imbattersi in qualche loro remix.

 

DIECI ANNI DOPO, GROSSOMODO

Poi gli artisti fanno quel che devono per sopravvivere. Gli Interpol mantengono inalterata la loro credibilità con un secondo disco che è la fotocopia del primo e un terzo che cerca, o trova senza cercare, una via più istituzionale al rock’n’roll fatta di suoni bombastici su pezzi vagamente imparentati con certa wave. Persino decorosa, in prospettiva, questa adesione scriteriata ai canoni del ROCK maiuscolo di tutte le Virgin Radio di questa terra. Quella roba coi suoni cotti a vapore e le melodie tutte così, tipo Muse o Placebo per capirci; i DFA1979 si sciolgono. Il bassista diventa uno dei massimi nomi della dance del (boh, biennio) successivo, il batterista no. Altri crisantemi sulle lapidi. Il fashion-rock all’epoca è un po’ allo sbando, indeciso se buttarsi inevitabilmente in pasta alla cassa pura e semplice dopo anni di piedino (gran parte di quelli che si ascoltavano i Radio 4 erano potenziali clienti del Festivalbar con la puzza sotto il naso, lo dico come un complimento) o scegliere la via della wave osservante di merda. I primi andarono a riempire i posti dove suonavano Steve Aoki e i Beetroots, i secondi aprirono la strada al ritorno dello shoegaze (nelle modalità e nell’estetica uno dei ripescaggi più ridicoli degli anni duemila, non a caso ancora in auge).

Gli artisti fanno quel che devono per sopravvivere. I nuovi dischi di Interpol e DFA1979 escono questi giorni. Il nuovo Interpol è un disco che nelle parole di molti rimedia al disastro degli ultimi dischi, ricalibra il suono del gruppo dentro i suoi standard originari e butta su delle canzoncine carine da cui altro non è lecito pretendere. Non è vero. È un disco modesto realizzato da un gruppo modesto che avrebbe potuto sciogliersi, o tenere un basso profilo, e non l’ha fatto. Il titolo del disco è un anagramma della parola Interpol, un’idea presa forse dall’ultimo disco dei Verdena (che ha un pezzo alla Interpol che si chiama con un anagramma della parola Interpol ma è un anagramma diverso), e forse no, ma se esisti nello stesso ordine di idee degli ultimi Verdena, ecco, forse una domanda o due me le farei. Il nuovo disco dei DFA1979 è una fotocopia del precedente nemmeno troppo scrausa. Nel suo essere fedele e non-da-buttare rivela in maniera abbastanza impietosa la scarsità del materiale culturale di partenza, oltre che la nostra credibilità come ascoltatori nel lungo periodo. Alcuni gruppi di questo giro che hanno trovato un senso di esistere dieci anni dopo che li fa suonare ancora importanti: The Rapture, Oneida, Liars, !!!, Tussle o quel che volete. Altri tornano periodicamente a ricordarci di un periodo in cui non ci vergognavamo poi tanto a spendere soldi in questa roba.

COSE NON LEGATE

Una volta sono stato con una ragazza per qualche settimana, non proprio una cosa seria e non proprio un’amicizia. Lei lavorava in un bar e cantava in non so che cazzo di gruppo para-jazz. Intonava qualche canzone di gente tipo Tenco con questa voce meravigliosa, ne sapeva a pacchi di musica ma non aveva mai frequentato molto l’indie rock. Le lasciai cinque o sei CD casuali che avevo in macchina, lei li portò a casa e li ascoltò, non ne parlammo molto. Finimmo assieme a un Independent Days con i Sonic Yoof e i Franz Ferdinand e altra gente simile, poi le cose andarono a finir male e quei dischi rimasero a lei. Ci ricascammo un po’ l’anno successivo, con una brutta storia alle spalle a testa. Lei mi riportò i CD senza che io glieli chiedessi, ma si tenne Evil Twin degli Hammerhead. Disse che le era piaciuto un sacco e le aveva un po’ cambiato la vita. I dischi con la cassa, Rapture e qualcos’altro, non le era piaciuto. Mi disse che se c’è gente che suona come gli Hammerhead non ha senso ascoltare i gruppi che suonano puliti. Non so dire, onestamente, se mi sia mai capitato qualcosa di più bello ad argomento ragazze e musica. Poi la vita ci ha portato da altre parti. Lei si è sposata. Io la settimana scorsa ho visto gli Hammerhead dal vivo.

Quando ti trovi di fronte a una cosa come la reunion degli Hammerhead è lecito che tu ti senta malissimo. All’Hanabi i presenti sono pochissimi e hanno quasi tutti la mia età, poca voglia di far tardi e speriamo che i volumi non siano troppo alti. Gli Hammerhead hanno la sconfitta dipinta in volto, non so spiegarlo in altri modi. Calvizie imperante, pancette sformate, il viso rigato di chi deve limitare le birre per non voler morire la mattina dopo. L’esistenza degli Hammerhead alla fine di questa estate sembra la sfida finale al senso delle cose o l’ultima chance di tre americani che non ce l’hanno fatta nemmeno a riciclarsi impiegati delle poste. E poi Paul Sanders prova il suono di una improbabilissima Flying V trasparente, e poi suonano il concerto più crudo e cattivo che mi venga in mente in quel momento, e capisci come funziona. Qualcuno suona la musica che ha senso suonare, qualcuno suona la musica che è giusto suonare, qualcuno è la musica che suona. Gli Hammerhead a un certo punto s’erano sciolti, avevano formato un altro gruppo di nome Vaz. Avevano dischi su GSL e  Load, a un certo punto sembrava quasi andassero di moda. Poi ai concerti ci van sempre gli stessi dieci stronzi. A tornare a casa metto su il disco nuovo degli Interpol e voglio morire.

 

My Tunes

La rubrica su Rumore si chiamava My Tunes. Consisteva in una canzone alla volta, raccontata da Maurizio Blatto: la storia dei musicisti che l’avevano incisa, incrociata con la storia personale di un venditore di dischi piemontese che le ascoltava. A volte raccontava dei testi dei pezzi, altre volte degli affari suoi. Quest’anno My Tunes è diventata un libro: settantasette canzoni, più o meno famose, che raccontano un universo musicale ed una nazione intera. Rispetto ai pezzi su Rumore le storie sono allungate ed approfondite, ritratti veri e propri di un mondo che -sembra un paradosso- sta già dentro a quelle canzoni e che nessuno ha raccontato ancora a dovere. Il libro è bellissimo, e da un po’ di tempo pensavo ad un pezzo celebrativo da scrivere; poi mi è venuto in mente che potevo chiedere direttamente a Maurizio di darmi un pezzo da pubblicare a mo’ di reclame. Lui me ne ha dato uno che non sta nel libro: era uscito in forma breve su Rumore, lo trovate qui nella versione extended. (FF)

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Up With People

Lambchop

(Nixon, 2000)

La gioia non è nelle cose, è in noi

(Richard Wagner)

Ho una vera passione per Wagner. Appena arriva l’estate cerco una visuale aperta, mi siedo, apro una Moretti (proletariat beer rules) e infilo un cappello a visiera dei Mets comprato a New York durante un incontro di baseball paragonabile a un Toro-Ascoli di Coppa Italia (tentai di uccidermi al terzo inning con i Dire Straits di sottofondo). Faccio Wagner. Nel senso di Kurt, ovviamente. Impersono il leader dei Lambchop che a sua volta impersona il finto fesso di campagna, con le pubblicità del mangime per i maiali stampate sui vestiti e il sorriso che sboccia. Guardo e lascio intendere che sono un coglione che la sa lunga. Uno che, a dispetto del peggio che avanza, si concede il lusso di essere allegro. Up With People è una delle canzoni più ottimiste che conosca, in un modo dichiarato (il testo) e in uno sottinteso (l’aura maestosa della musica). Sta in un disco che è un capolavoro deciso e ha per titolo il nome di un pessimo presidente, Nixon. Non si parla direttamente di lui, ma se ne evoca l’epoca tra country sostenibile, soul bollente e fantasmi di Nashville. Al trentesimo secondo Up With People piazza un refrain (parola i cui diritti sono posseduti da Ciao 2001, credo) di chitarra mezzo funky e mezzo –posso andare avanti sei mesi e tu sei contento lo stesso- che è già una goduria istantanea. Kurt avverte, è un suono che si gonfia, di solito arriva dall’underground, ma ora sbuca da una sorta di Stato Assistenziale dell’anima. Lo Stato Assistenziale dell’anima, ma ci pensate? Perché nessuno le dice mai cose così, soprattutto con gli ottoni che saltan fuori, un battito di mani costante e il lusso di un dooooo messo lì per far omaggio di negritudine? Quando faccio il Wagner sorrido e lascio intuire che so tutte queste cose, soprattutto verso un pubblico al quale non potrebbe fregargliene di meno. Adoro sembrare più cretino di quello che sono e quando lo dico, mia moglie mi ricorda sempre di non sopravvalutarmi troppo. In ogni caso mi applico e imbastisco conversazioni con sconosciuti che mi sembrano ragionevolmente imbecilli. Quest’estate, camminando sulla spiaggia con le mani dietro la schiena (le uniche due razze che lo fanno al mondo sono i piemontesi e i giapponesi) ho attaccato a parlare con uno che leggeva Il Giornale. All’orizzonte c’era uno yacht grande quasi come la mia scuola delle medie. Sul Giornale, a proposito dell’operazione Mare Nostrum, si diceva che “ci trattano da bagnini”. Ha attaccato lui, con accento lombardo veneto: “Lei lo sa di chi l’è quello lì?”. Ha indicato lo yacht, che stava lentamente scomparendo. “Quello là? Sì, mi hanno detto che è di Lello Arena”. Cerco sempre personaggi defilati, rimasti vagamente nel nostro immaginario collettivo. Il Signor Salvarani, quello delle cucine, il cognato di Galderisi, il giocatore di calcio, e il comico Lello Arena. Alla mia rivelazione noto un accartocciamento de Il Giornale, un leggero moto di stizza. “Il Lello Arena? Quel là che non si capiva quan che parlava? Il Lello Arena?”. “Lui”, ribadisco. Mi dispiace per Lello Arena, che mi è simpatico, ma vedo il lombardo veneto impazzire sulla battigia. La semplice idea che un comico napoletano ormai non più in auge abbia potuto guadagnare così tanti soldi da potersi permettere uno yacht grande come due case Gescal gli fa ingrandire l’aorta come un cobra disteso. Non dice niente, scalcia le prime onde che lambiscono le sue ciabatte di gomma. “il Lello Arena…” ripete tra i denti. Quindi svolgo a pieno il mio ruolo di Wagner e inizio a fischiettare Up With People. Lo abbandono poco dopo, sperando in cuor mio che vada a casa e maltratti suoi parenti, che spinga i piatti sul tavolo facendoli battere contro i bicchieri. Che sua moglie gli dica “Uè, ma cos’è che c’hai oggi?”. E che lui non risponda, che muova nervosamente la mano e basta. Il Lello Arena… Questo dovremmo fare noi tesserati dello Stato Assistenziale dell’anima, muoverci allegramente come situazionisti addestrati dalla Motown, dei sabotatori al passo del groove. Up With People è un pezzo black con la sensibilità di uno psichiatra bianco, è la chiesa con il chierichetto che tocca il culo alla perpetua. Te ne accorgi perché i Lambchop sono in diciassette e vanno a ritmo, Kurt dice cose come Avanti progenie e a due minuti e quarantasette si alza il sostegno elettrico, ma soprattutto entra il coro femminile. Diviso dalla melodia della tromba, scalda come un gospel e intreccia armonie a metà tra Morricone e Great Gig In The Sky dei Pink Floyd. Avanti progenie, andiamo avanti. Sembra il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo con Stephen Malkmus, Lou Barlow e Cat Power che tiene in braccio Bright Eyes in prima fila e tutto il mondo (indie?) dietro. Kurt e il suo vocione baritonale a dettare i tempi della marcia. Avanti progenie. Esiste un remix curato dagli Zero 7 che deve il suo fulgore ovviamente al fatto che l’originale è un brano stellare. Pare però che Kurt non lo abbia apprezzato un granché, visto che nella raccolta di rarità e inediti Tools In The Dryer (Merge) ci ha infilato la versione Reprise, rintracciabile unicamente sul lato b della versione 12”. Una scelta di classe, confermata da un beat discreto, delle tastiere a metà tra il Battisti fine settanta e Street Life dei Crusaders. Ovviamente è rimasto il coro femminile. Chi mai potrebbe amputare una faccenda talmente angelica? In ogni caso significa che Up With People si può ballare. Ma come? Nel modo vagamente inquietante dei bravi ragazzi dell’omonima organizzazione (in Italia, Viva La gente) o in quello libero e carnale degli adepti di Curtis Mayfield? E’ indifferente, chiaro. Nel dubbio, io sto. Governo il “portico della mente” e lascio salire la febbre del Sud con la grazia wagneriana. Sorrido, ho fiducia, nel mondo e nel potere del Lello Arena. Avanti, progenie.

Il disco più bello di sempre.

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Angel’s wings è la canzone che chiunque vorrebbe rispecchiasse alla lettera la propria vita. Parole che racchiudono il senso stesso di un’esistenza, messe giù con una convinzione e un’intensità che stenderebbero il più coriaceo degli esseri umani, a patto che sia dotato di un cuore funzionante e una predisposizione a buttarsi a capofitto nella vita senza paura di abbracciarne fino all’ultima delle conseguenze, senza riserve, senza remore né paure.
Tutto Sex, Love & Rock’n’Roll è così: la vita senza i momenti morti. Alti che sono picchi al cui confronto l’Everest è una strada appena asfaltata, bassi che sono voragini, buchi neri dai quali esistono buone possibilità di uscire annientato (se ne esci); oppure in qualche modo torni su, e un giorno arrivi a fissare di nuovo la tua immagine riflessa nello specchio sostenendo lo sguardo. Un’altalena che fingere di ignorare è tutto di guadagnato per preservare l’istinto di autoconservazione; in molti lo fanno, a volte diventa necessario, l’unica via per continuare a respirare.

Forse sono solo trip miei, innescati da un disco che mi ha preso particolarmente bene fin dal primo istante per ragioni che non riuscirei a spiegare altrimenti (semplicemente, mi ci sento rispecchiato: ogni volta in cui l’intensità di quello che provo diventa impossibile da gestire, come se improvvisamente sentissi benzina al posto del sangue scorrere nelle vene, ogni volta in cui mi trovo di nuovo stretto all’angolo, ogni volta che sono grato di calpestare questa terra, ogni volta che vorrei morire male all’istante). Ma sono trip che vanno avanti, inalterati, da dieci anni. Il giorno in cui alle prime note di Angel’s wings non mi monterà inesorabile il groppo in gola, oltrepassando la soglia delle lacrime fino a lambire nuovi e sempre mirabolanti orizzonti, sarà un giorno sbagliato.
Sex, Love & Rock’n’Roll è uscito a fine settembre 2004, non ricordo il giorno preciso. viene dopo White Light, White Heat, White Trash, oltre cui ero convinto fosse impossibile spingersi. Mi sbagliavo.
Ne esistono pochi di dischi così. Over The Edge, Warehouse. Ce ne sono pure altri, ognuno ha i suoi (forse, mah), solo che al momento non mi vengono in mente.

LIRBI #4 – I libri dee donne

Dieci anni fa, in una libreria di Napoli, io e un mio amico vedemmo una tizia comprare un libro di Robin Norwood, e lui commentò: “Che palle ‘e donne che leggono i libri deee donne”. In effetti: che palle le donne che leggono i libri delle donne, che poi, quasi tutti i libri sono delle donne, perché alla base di ogni libro (tranne il Tractatus di Wittgenstein – e le battutacce si sprecano) c’è una donna in uno di questi sensi, (1) è l’autrice, (2) è l’AMMORBO che ha causato la scrittura di questo libro in un modo o nell’altro, (3) è presente sotto la forma di DOLORE (che NOIA il dolore, soprattutto il dolore degli uomini, maschi dallo sguardo languido), (4) è il COLEI o COLORO  cui è dedicato, nel senso che c’è sempre un laido Camilleri da qualche parte che dichiara alla Repubblica, “Il libro è dedicato alle DONNE della mia vita, senza di LORO non ce l’avrei fatta” (Camilleri sta tentando di vendere un libro intitolato proprio DONNE, ndr). C’è questa storia del rispetto/amore delle DONNE , che sarà pure autentico in qualche caso, ma è in generale una bassa e vile manovra di rimorchio generico, che è uno dei più grandi incubi che viviamo al giorno d’oggi – e c’è poi questo residuo di ombra di pallida imitazione del femminismo, quella distorta interpretazione dei fatti che porta molte DONNE, da parte loro, a “non rinunciare alla femminilità” (nome che loro danno al vestirsi come bagasce) e a “pretendere la parità”  (=andare a combattere in Iraq e far causa all’esercito americano perché non c’era la sala parto a Falluja) in modo del tutto errato, che le porta a assomigliare piuttosto a MASCHI e a svolgere un pessimo servizio per il loro genere. Quest’ultima frase si legga come messa palesemente lì per pararmi il culo. E la prossima frase, ossia “Questa puntata di LIRBI è dedicata ai libri scritti da donne che rispetto per non essere tutto ciò che detesto”, come inserita per mostrare che in fondo sono amico – in fondo SCHERZAVO.
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Shirley Jackson, L’incubo di Hill House, Adelphi, pp. 233, € 16,00

Shirley Jackson era una donna, ma nonostante ciò faceva paura. Attenzione, non che le donne non facciano paura (“ecco, il MASCHIO ci teme”) ma, nel suo caso, la povera Shirley faceva pura in senso positivo – non era, o almeno non credo, come sono loro, assertive e malefiche e incapaci di perdono, Zeus bromie montate su altissimi tacchi. Shirley Jackson è l’unica persona, a mio avviso, ad  aver scritto un romanzo horror autenticamente spaventoso al di fuori di Stephen King – si tratta di questo L’incubo di Hill House che ha stabilito, una volta per tutte, che le cose che fanno davvero cacare sotto non sono quelle che SE VEDONO, ma le robe tipo ombre, passi, tenere una mano nel buio e accorgersi quando torna la luce che la tua compagna di stanza sta dormendo su un letto lontanissimo dal tuo. (8 in generale, 10 nel genere, 4 alla media dei due film tratti da questo libro – 7 quello anni ’50, 1 quello anni ’90 -, ma forse 11 al fatto che una saggia frase tratta dal film anni ’50 è stata campionata a introdurre un pezzone dei White Zombie. Respect.)

Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, pp. 320, € 10,00

Ho sempre pensato che Dio avesse l’aspetto di mia madre  - questa vecchia insoddisfatta tra le nubi – e questa è in sostanza la grossa differenza tra me e Kafka. Lui, come Paul Auster (che vitupero e disprezzo, e peraltro mi sto riferendo all’unico suo libro non scritto da lui), pensava che Dio fosse suo padre, e da questo pensiero sviluppò tutta una teoria secondo la quale la burocrazia era il male assoluto. Pe’ falla breve, eh: pe’ falla lunga dovreste leggervi le opere di Kafka (e non vedervi il film, che rovina tutto, con quel coglione di Anthony Perkins che sbaglia il finale recitando sopra le righe), e poi riflettere sul nazismo. Proprio come fece la Arendt, che non so se vide mai il film, ma che come corrispondente di non so cosa assistette al processo Eichmann, dandone una chiave di lettura totalmente kafkiana. Che poi, visto il titolo efficace (che riprende, curiosità, una parte del sottotitolo della versione originale, intitolata asciuttamente Eichmann in Jerusalem), è stata ripresa e banalizzata in tutte le salse, diventando una frase fatta di quelle come GRANDE FRATELLO e MACCHINA DEL FANGO, di quelle ormai talmente entrate nell’uso da essere usate in contesti come “femminicidio a Sora: la banalità del male”, che figuratevi quanto fanno contenti me, la Arendt e Kafka, noi grandi amanti delle categorie mentali disturbate. (8 al libro che è al tempo stesso una rottura de coioni d’altri tempi e molto bello, 2 al fatto che la tesi della Arendt sia ormai molto poco accreditata  – un saggio recente, Eichmann Before Jerusalem, scritto da un’altra donna, Bettina Stangneth, LULZ, è il vero nome, in particolare pare dimostrare che fosse tutto un trip della Arendt, e cioè che Eichmann non fosse un grigio burocrate ma un figlio di puttana satanico e assassino tipo dal primo giorno di vita. Il che è ben più plausibile, e come tutte le cose plausibili, spezza la bolgia delle nostre teorie filosofiche. Grazie tante Bettina, eh, e ora fottiti)

Patricia Lockwood, Motherland Fatherland Homelandsexuals, pp. 66, Penguin, $ 20,00

A un certo punto della mia vita, sovrastato dai LIRBI che avrei dovuto leggere e non riuscivo a leggere, dove “non riuscivo” significa grossomodo “fai presto a comprà un libro di filosofia analitica in inglese, ma proprio stasera fanno in tv la Lazio, e domani e sempre c’è Internet”, che mi convinsi a iniziare a leggere poesia. Succedeva tempo fa – saranno ormai ventidue ore -, e la ragione è che la poesia è CORTA. Almeno è CORTA nella mia mente, perché quando Omero attacca la pippa ci vorrebbe un attacco dell’armata troiana per fermarlo, e comunque LUI CANTEREBBE IL FATTO, allugando la broda di altri duecento versi. Leggermente diverso dal leggere Omero in greco antico è sfogliare le sessantasei pagine del secondo libro di Patricia Lockwood. Dico “secondo libro” per dare a intendere che la conosco da tempo, dagli esordi, leggevo le cazzo di riviste di poesia americane quelle ciclostilate quelle fiche, e non che abbia sentito parlare di lei assieme al resto del mondo per via di una sua poesia diventata VIRAL (“Rape Joke”, è anche in questo libro). Ok, è vera la seconda. E ok, poeta donna che parla di stupro in epoca di FEMMINICIDIO e diventa famosa grazie ai SOCIAL, aggiungeteci una copertina hipster-chic e avete pressoché tutti gli elementi per la perfetta incarnazione del Tutto Ciò Che Odio (manca solo, forse, Emma Watson demmerda che parla alle stronze NU). Il problema è che il libro è grandioso – e, per la precisione, non ci sono arrivato per mezzo di Rape Joke (che a proposito, fa male fisico: trentacinque anni di maschilismo annientati in quattro o cinque pagine), ma per una poesia pubblicata tempo fa dal Corriere della Sera, che parla di quando hai dieci anni, sei fatto di tempo, ti innamori dell’antico Egitto e la tua luce di bimbo fa risplendere le antiche tombe, fino al più piccolissimo gattino impagliato, al più piccolissimo scarabeo. (30 centesimi a pagina – ma anche meno, nessuno paga più i libri a prezzo di copertina – è un costo davvero irrisorio per un libro che leggo sull’autobus, e poi guardo fuori dal finestrino, intenso)

Una di quelle immagini del cazzo cheap e generiche, da grafico da poco, che normalmente vengono scelte dai blog per illustrare tematiche noiose come DONNE E LETTERATURA E GOLIARDA SAPIENZA. Non siamo da meno. Fanculo.

Una di quelle immagini del cazzo cheap e generiche, da grafico da poco, che normalmente vengono scelte dai blog per illustrare tematiche noiose come DONNE E LETTERATURA E GOLIARDA SAPIENZA. Non siamo da meno. Fanculo.

domani sera.

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Domani sera Bastonate dj-set all’Hana-Bi, Marina di Ravenna.

Non legato a tutto ciò, concertone di Do Nascimiento e Asino.

Non legato a tutto ciò, festeggiamo informalmente una cosa successa una dozzina di giorni fa.

La tizia nella locandina è Kim Gordon, la quote sopra Kim Gordon è di un pezzo dei Do Nascimiento.

CE LO CHIEDE L’EUROPA: il nuovo disco di Franco Battiato, che si intitola Joe Patti’s Experimental Group ed a questo giro è accreditato a nome Battiato/Pinaxa

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La cosa che mi fa più ridere del nuovo disco di Franco Battiato - intitolato Joe Patti’s Experimental Group ed uscito a nome Battiato/Pinaxa (Pino “Pinaxa” Pischetola è il suo storico ingegnere del suono, che qui si occupa pure di programmazione etcetera etcetera) – è che Pinaxa ha nel suo curriculum pure un remix di Faccia da pirla di Charlie. Ok, il disco é (copiaincollo a caso informazioni trovate in giro per la rete e non dichiaro la fonte, tanto la stessa frase l’ho trovata su più siti quindi non si capirà mai chi copia cosa) “un lavoro dove a farla da padrone sarà la musica elettronica e sperimentale, uno dei suoi più grandi amori, con brani del passato rivisitati e nuove composizioni, un viaggio nel suo repertorio di musica sperimentale dagli anni ‘70 ad oggi”, però Faccia da pirla di Charlie è sempre Faccia da pirla di Charlie anche se in versione remix.

[Piccola digressione: fine anni 80, hip hop in salsa italica su basi pseudo-house, roba che suona come altre cose famose all'estero ma con meno classe, testo demenziale, Charlie è uno che ci prova e per un attimo ce la fa, tipo C'è da spostare una macchina di Francesco Salvi ma con meno classe, Charlie ha guadagnato un pacco di soldi poi ha sperperato tutto facendo la bella vita e lo ha raccontato a Libero, l'ultima volta che ho visto Charlie è stato anni fa al programma Meteore su Italia 1 e questo è quanto]

Viste le premesse, Joe Patti’s Experimental Group (mi viene sempre in mente Joe Le Taxi di Vanessa Paradis, gli anni sono gli stessi di Faccia da pirla di Charlie e tutto torna anche se non c’entra un cazzo) sulla carta parrebbe un’operazione patetica di un artista ai limiti della pensione oppure roba per studenti fuorisede con dei baffi che neanche Zio Bergomi al Mundial 1982, ma in realtà suona molto bene ed è un gran bel disco. Pare quasi di sentire – la butto lí – gli Orbital di Snivilisation che remixano il repertorio elettronico di Franco Battiato (ed a questo punto bravo pure Pinaxa che ci mette del suo riuscendo a tirar fuori ritmiche-non-ritmiche di una certa portata, e comunque quando ero piccolo Faccia da pirla di Charlie mi piaceva assai) oppure – Giorgio ora lo senti il BOOM? – i Global Communication di quel capolavoro che risponde al nome di 76:14 con in sovrappiú Franco Battiato che declama versi, sbuffa, borbotta, si esprime, sta zitto.

Poi vabbè, magari io Battiato non l’ho mai capito e mai lo capirò perché sono ignorante e non ho la cultura musicale di un Morgan qualunque, ma è questo ciò che sento in Joe Patti’s Experimental Group. Problema mio, ed eventualmente problema dei concorrenti di X Factor sbertucciati da Morgan perché non hanno nessuna cultura musicale (è successo davvero, poi durante la pubblicità hanno dovuto chiamare un paramedico per rianimare Morgan ed è finita a tarallucci e vino).

ops.

 

crystal clear

crystal clear

Il pezzo che trovavate fino a poco fa in questa pagina parlava di alcune dichiarazioni che erano state fatte da Giordano Sangiorgi. Erano legate alla notizia che il MEI che parte questo fine settimana sarebbe stato l’ultimo MEI. Le dichiarazioni continuano ad essere agghiaccianti, ma il MEI non finisce. Un articolo di MusicLetter (quelli che assegnano la targa MEI ai siti) riporta il fatto che sarà “l’ultimo con una grande festa dal 26 al 28 settembre 2014 (a Faenza, ndr), ma non l’ultimo.” Sulla chiusura del MEI, riportata da uno sbrego di testate con annesso dibattito sulla crisi della musica indipendente, sembra esserci un fraintendimento. Nei commenti al pezzo che dava l’addio al MEI, su Ondarock, Sangiorgi interviene copiosamente usando hashtag tipo #mei15 o #nuovomei15. Non chiuderà un cazzo di niente, se ci va di culo cambia nome. (che schifo gli hashtag)

Sembra dunque che anche per l’anno prossimo la musica indipendente italiana sia salva. Il pezzo che avevo scritto invece perde molto di significato, se avete curiosità di leggerlo chiedete pure. La mail è disappunto@gmail.com.

ROVIGO SONGS – Spadrillas in da Mist performing La Rubrica Pop di Bastonate Will Eat Itself in its entirety

AWESOME TAPE FROM ROVIGO(Accento Svedese varca il confine Ferrara/Rovigo pronunciando frasi storiche in autotune stile Pedro VS Amadeus e calcia da centrocampo)
“ohh… cè ancora chi si perde con le canzoni sui rovigotti?
mah , saranno i fumi della montedison che producono certi
effetti in via del cremlino o in viale Ceausescu a ferrara…
non fatevi tante paranoie per noi , di la si sta bene e sicuramente
non abbiamo bisogno di voi”

Dunque, questa cosa della audiocassetta su Rovigo che girava quando facevo le scuole medie è vera o è una leggenda metropolitana? Dico, è vero che i tizi che l’hanno ideata/incisa e che cantavano – ad esempio - Rovigo Song sono poi diventati tossici pesi e/o morti? Oppure sono gli stessi che hanno svoltato doppiando film famosi in dialetto ferrarese (mai visto uno di quei film, tra l’altro)(non è vero, ne ho visti diversi ma non lo ammetterò mai in pubblico)? O magari oggi sono impiegati di banca o comunque hanno un lavoro che garantisce loro un tenore di vita medio-alto? Non lo sapremo mai.

 

Importa forse qualcosa sapere cosa sta dietro a quella cassetta e cosa è venuto dopo? No. L’unica cosa che importa è che la musica in essa contenuta è una delle cose più geniali che io abbia mai sentito, davvero. Iniziamo a sparare definizioni a caso, tanto per etichettare e fare bella figura nell’alta società: drugapulco, Ariel Pink in botta di cappellacci di zucca & laccio emostatico, la registrazione su Vhs di una puntata di Colpo Grosso condotto da Umberto Smaila, il senso di Umberto Smaila per la neve (cit. o forse autocit.), il prossimo disco dei Justice suonerà così solo che sarà cantato in inglese e venderà un sacco, se i Klaxons o i dARI osassero fare un disco con questi suoni sarei l’uomo più felice sulla terra, le super-repliche di Carletto il principe dei mostri che andavano in onda ad orari random su Telestense e suonavano così. Ed oltretutto io non sento quella cassetta da almeno ventun anni e sto andando a memoria (anzi, sto andando a naso come Gel al 2TheBeat nel 2006) perché effettivamente non ce l’ho più. Facevo la seconda media, la Spal era in serie B ed io ho fatto l’errore di non fare una copia quando ho avuto per le mani quel prodigio, e questa è forse l’unico vero rimpianto che ho riguardo alla mia vita (scherzo, l’altro grande rimpianto è non aver mai acquistato la cassetta con i cori della Curva Ovest remixati su basi da autoscontro tipo quella di Gam Gam che a Ferrara vendevano un po’ ovunque quando la Spal era in serie B). Sono costretto dagli eventi a scavare nel passato, nel mio vissuto.
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(Ill Bill Laimbeer prende l’average rovigotto Ciao PX con la Proma oro e si schianta sulla riva destra del Po)

Lasciando alla casta radical chic (ricordiamolo: casta radical chic is the new comunisti!) le Awesome tapes from Africa noi ci occupiamo di quelle della bassissima Padana, delle Awesome tapes perse e ritrovate dopo anni di ricerche. Roba che il southern discomfort dei gruppi sludge alla Eyehategod di diverso ha solo i risultati musicali, che a noi interessano fino a un certo punto: è la portata culturale di un fenomeno come quello della cassetta Rovigo Songs (nome preso dalla canzone più nota, che è l’unica di cui si trova traccia in rete, assieme alla canzone Al Ristutant ad miè ziè Vittoria).

Cerchiamo di contestualizzare la storia di questo ritrovamento: attorno al 1985 un gruppo tutt’ora ignoto di tipi decide di registrare su cassetta (le prime copie girano nelle copie delle cassette pirata dei commodore 64!), con attitudine che per tirare fuori dei nomi noti a tutti sono un mix fra i Residents e gli Squallor miscelati al pop folk della bassa padana (provincia di Rovigo e Ferrara) degli anni ’80. Non quelle cagate mistiche millenaristiche messianiche bla bla bla alla Giovanni Lindo Ferretti, niente ketamina e cavalli ma eroina e maiali (il discorso del maiale meriterebbe un discorso a parte: ricordiamo che Renato Pozzetto nella locandina del Ragazzo di Campagna è in sella ad un maiale, e chi dice che è un leghista poi continua a tollerare Giovanni Lindo Ferretti merita la s’haria). Niente storie di falso industrialismo in salsa parmiggiano reggiano ma storie di un paese reale e rurale, che il 1985 sembra il 2014, alla faccia dell’eterno presente che capire non sai. Il Crystal meth di Breaking Bad? Gli Scenari della corn belt che incontra la bible belt di True Detective? Come se PIZZOLATO non fosse un cognome di Comacchio prima che di New York. Come se noi non avessimo avuto le micropunte alla Baia degli Angeli o al Cosmic. Il clima pre-aids della new york dei biopic di Basquiat o quel film là su bus del 2006, Shortbus. O lo studio 54, quelle cose lì. Negli anni del riflusso la centrifuga urbanorurale e la fine dei grandi sogni di emancipazione di un paese che è rimasto, sotto tutti i punti di vista dello sviluppo (industriale, culturale, post industriale, etc) a fine anni ’70 sta tutto nei 60 minuti di ROVIGO SONGS. Continua a leggere

Shellac – Dude Incredible

Shellac

Scoiattoli che si menano in copertina – e già me dà ar cazzo. Poi penso a quel pezzo di 1000 Hurts sugli scoiattoli (…real squirrels/and they were thousands…) e sono indeciso se archiviare la cosa nella sezione “genio” o in quella “disagio mentale”. O, terza possibilità, in quella “spiritosaggini da ragazzi sicuri di sé”, ironie di merda che significano robe tipo, Facciamo musica serissima e intellettuale, roba PENSATA, e siamo convinti di essere i migliori ma fino a un certo punto, oltre il quale ci cachiamo sotto e perciò ci poniamo con un atteggiamento sia sbruffone (“fa tutto schifo, tranne noi e gli SQUIRREL Bait”) che ostentatamente understatement (“abbiamo SCOIATTOLI in copertina e i pezzi parlano di temi buffi”). Non so se si è capito, ma è la terza opzione quella vera. E significa che gli Shellac sono dei mediocroni, delle mezze tacche, dei topi (scoiattoli) che oggi ballano perché i grandi veri sono morti o in prigione, quel processo che nella musica succede anche in altri ambiti, tipo che i tizi del Pop Group oggi fanno la figura dei gigantoni del post-punk perché tanto i Joy Division cor cazzo che li vedi, o tipo James Taylor o Donovan che sfruttano la morte di Dylan a proprio vantaggio, o ancora Paoli che dopo la morte di Tenco si prende tutto il piatto, e Vecchioni che vince Sanremo a FABER morto, eccetera.

Nella mia vita, i miei momenti più inutili e vuoti sono stati quelli passati viaggiando in città di merda (di norma Bologna, che odio visceralmente, soprattutto a causa di quel passaggio maròne che porta dalla piazza della stazione alla strada lunga e dritta, quel passaggio attraverso la corte di un palazzo dove c’è una lirberia di remainders che è la più perfetta immagine della depressione che possa esistere), dietro a gruppi del cazzo che mi sentivo in dovere di vedere in concerto. Gli Shellac li vidi in una di queste occasioni, che sarebbe stata poi la prima di tipo cinquanta ma non lo sapevo ancora, mi sembrava un’occasione unica all’epoca, e quando si misero a fare i minchioni giocando con i pezzi della batteria – “Ehi non siamo bravi davvero, non criticateci” – concepii in me un pensiero d’odio per loro che ancora mi porto dietro. Perché ragazzi, vaffanculo, basta con questa storia che siamo lì fuori per DIVERTIRCI, il rock è una cosa seria, e come tutte le cose serie obbedisce alla legge GENIO O MORTE, o in altre parole, non ce ne facciamo niente dei TALENTINI quando possiamo avere Kurt Cobain. (Con i “talentini”, pensai molte ore dopo, occupiamo metri e metri di scaffalature piene di dischi inutili. Mio figlio ha l’abitudine di tirare giù i cd e di lanciarli fortissimo a terra. Tendo a incazzarmi, ma quando vedo che in fin dei conti sta solo dando un senso – il gioco – a roba tipo Oneida, o Don Caballero, non posso far altro che passargli anche i Tortoise).

Il math-rock sono le scienze politiche della musica, nel senso che in nessun altro genere si verifica così tanto spesso la sequenza “ragazzi con un po’ di talento che obbedendo a regole rigide e assurde finiscono per fare robaccia autoreferenziale e inutile, ma senza un grande dispiego di energie”: non è free-jazz (filosofia analitica), non c’è bisogno di studiare poi così tanto per produrre noia. A dire la verità, non sono certo che gli Shellac facciano math-rock, anzi credo di no, ma uso consapevolmente questa definizione pensando con gusto al tipo di persone che ne potrebbe essere irritato (se ti irrita qualcuno che sbaglia una definizione come math-rock a proposito di un gruppo come gli Shellac, sei di sicuro un nerd fottuto che ha letto Jeremy Bentham o Kant del cazzo, e urla EGUALITARISMO mentre l’Isis gli taglia la testa). Ma sia quale sia il genere, gli Shellac fanno musica quadrata e geometrica come la testa di Steve Albini, che in questo disco, per onestà, SPIGNE come forse mai prima. Insomma, il disco è una bomba, e quelli in copertina non credo siano scoiattoli. (8, che poi se non mi sentissi in dovere di ritenere comunque un disco anni ’90 – Terraform – il loro migliore, direi che il loro migliore è questo, nel senso che grossomodo è quello che ti aspetti da loro, solo in modo attuale e in super-tiro)

CE LO CHIEDE L’EUROPA: il disco nuovo dei Basement Jaxx, che si chiama Junto ed ha una copertina che neanche Grignani in botta.

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In palestra con me c’è uno uguale a Genny Savastano di Gomorra – La serie. Non c’entra nulla con i Basement Jaxx, però mi pagano un tot a battuta ed allora tanto vale occupare spazio inutilmente. Dicevo, i Basement Jaxx a fine agosto se ne sono usciti con un disco nuovo dal roboante titolo di Junto, un disco che – siamo onesti e diciamo pane al pane e vino no perché preferisco la birra – avrebbe potuto uscire assolutamente identico dodici/tredici anni fa e nessuno avrebbe avuto nulla da ridire in merito. Tipo, i Basement Jaxx ad agosto 2001 se ne escono con Junto che suona come una versione scaricata da Napster e masterizzata del suo omonimo/omologo del 2014 ed ecco che la colonna sonora per il crollo delleTorri Gemelle prossimo venturo è bella che pronta (ed invece ahinoi ci è toccata Bella Vera degli 883, ma questa è una storia che non sto qui ad approfondire, anche se dovrei – la vita a volte è strana).

Mi gira la testa solo a pensare ad un’eventualitá del genere, però Junto è un disco che lo infili nel lettore e gira che è un piacere: la bomba da autoscontri Unicorn pare uscita dai sogni più bagnati dei De’Lacy ma soprattutto dei Living Joy (e qui però siamo 94/95, segno che forse Junto avrebbe potuto anche uscire uguale in quegli anni, in netto anticipo sui tempi e forse in netto anticipo sui Basement Jaxx stessi – bisognerebbe chiedere ad Albertino)(“Ciao Albertino, li passavi già i Basement Jaxx al Deejay Time in quegli anni?”)(“No, però piaaach!”)(Ok, proseguiamo e smettiamola di aprire parentesi a caso), Never Say Never episodio pop-marchettaro 1999 che ti aspetti di veder comparire all’improvviso Kris & Kris oDaniele Bossari che ne annunciano il video ad Mtv (mi ero quasi scordato di Bossari ad Mtv e sto ridendo parecchio,  soprattutto in considerazione del fatto che ha lavorato in una trasmissione del calibro di Mistero), We Are Not Alone pare una girl band inglese uscita fuori tempo massimo – o magari Kelis che prova a rifare una girl band uscita fuori tempo massimo e ci riesce benissimo, Buffalo è il coraggio o l’incoscienza di fare un pezzo jungle nel 2014 chiamandolo per giunta Buffalo (forse in onore delle scarpe, e qui siamo in territorio 96/97/98 – anni in cui la jungle era già suo malgrado diventata altro) e non curandosi del fatto che i Bomfunk MC’s con Freestyler riuscirono a far diventare pop da heavy rotation un suono che era già morto e sepolto (e non era diventato altro come ho erroneamente detto sopra).

Potrei andare avanti dicendo che Sneakin’ Toronto è una bomba in cui fa capolino quel cazzone di DJ Sneak, che c’è un pezzo con chiare e lampanti influenze samba che inizia – innovazione totale – con una intro di chitarra alla Gipsy Kings, che ha al suo interno freschissimi inserti gitani ed è per giunta dotato di un roboante titolo come Mermaid of Salinas (mi viene in mente Joy Salinas ed il cervello non può non tornare al Deejay Time di Albertino)(“Albertino, ai tempi d’oro l’hai mai suonata Samba Magic dei Basement Jaxx?”) (“Boh, però piaaach!”) (la smetto di aprire parentesi, anche perché la grassa & grossa chitarra da matrimonio gipsy ricorda anche l’immensa Right In The Night di Jam & Spoon), ma mi fermo perché parlare di un disco traccia per traccia non mi è mai piaciuto – e se per questo non mi è mai piaciuto parlare solo di un disco, non mi è mai piaciuto parlare agli sconosciuti.

In definitiva, Junto è la solita sbobba dei Basement Jaxx suonata come sanno fare solo i Basement Jaxx. Qualcuno forse voleva qualcosa di diverso da loro? Io no, anche perché un certo tipo di suono (house ma non solo, pop ma non solo – influenze hip hop, latin, ragga, black e sticazzi, meticciato culturale, Brixton, la ganja, le droghe chimiche, la fame chimica, un kebab alle tre di notte, la morte apparente) l’hanno codificato loro, e poi siamo nel 2014 e musicalmente parlando non si inventa più nulla; chi ha inventato qualcosa l’ha già fatto in passato ed oltretutto non si ascolta più nulla, si scarica musica per cestinarne l’80% dopo due ascolti parecchio distratti però tutti hanno già un’opinione su di un disco ancora prima che questi esca / prima che questi venga anche solo lontanamente pensato da chi di dovere (il musicista / i musicisti / i produttori / la casa discografica / Red Ronnie). I dischi escono sul mercato che sono già vecchi perché illegalmente girano già da un tot, quasi come nel 2001 ma almeno nel 2001 all’apparenza usciva meno musica e gli mp3 su Napster erano tutti 128k (192k quando andava bene). Noi masterizzavamo lo stesso anche se la qualità era bassa ed io modestamente (“modestamente Agus” – a proposito, che fine ha fatto Gianfranco Agus Young?){apro una parentesi graffa per variare un po’}{erano dieci anni almeno che non usavo una parentesi graffa, quasi quasi per festeggiare apro e chiudo una parentesi quadra}[] – dicevo, io modestamente stampavo anche la copertina spendendo un sacco di soldi in toner per la stampante. Non ricordo nemmeno più se all’epoca c’era già l’euro oppure c’era ancora la lira, ma ormai sto scrivendo col pilota automatico e non mi fermo più. Connessione 56k perché l’adsl era un lusso per pochi fortunati nobili, si andava a controllare la scaletta su Allmusic-punto-com e si scaricava l’album traccia dopo traccia, reperendo poi fronte e retro di copertina su appositi siti che raccoglievano scansioni messe a disposizione da generosi utenti dotati di scanner e copia del disco originale. Cd-Rom Verbatim e via, perché la Verbatim mi paga per citarla in questo pezzo ed allora la cito così col compenso della Verbatim mi ci pago le bollette, perché gli 80 euro di Renzi sono ancora troppo pochi e li ho già spesi per i generi di prima necessità. Vado a fare spesa al supermercato e i miei 80 euro finiscono tutti lì, esiste ancora qualcuno che va a fare spesa al mercato ortofrutticolo e sceglie frutta / verdura / altri generi di prima necessità lì, puntando più sulla qualità che sulla convenienza? A parte la salma di Mamma Rosa Berlusconi, dico? Non lo so, però piaaach!

Comunque potrei anche fare il culattone raccomandato (cit.) dire che con gli 80 euro di bonus mi ci pago la palestra e l’abbonamento a Sky così ho pure una scusa plausibile per chiudere come ho iniziato e scrivere che in palestra con me c’è uno uguale a Genny Savastano di Gomorra – La serie, ma non lo faccio perché ho troppo rispetto dei Basement Jaxx per compiere un gesto del genere, quasi dadaista.