True believers: Joey Ramone

DON'T WORRY ABOUT ME JOEY RAMONE

Quando Joey Ramone scrive e registra parte del materiale che andrà a formare il suo unico album solo Don’t Worry About Me (2002) è già condannato, solo che ancora non ne ha (o non ne vuole avere) piena coscienza. Sei anni prima gli è stato diagnosticato un tumore al sistema linfatico (al tempo gli erano pure stati dati dai tre ai sei mesi di vita…); fino al 2001 riesce a tenerlo a bada, ma una caduta sulla neve quell’inverno gli sarà fatale. Nell’urto si rompe l’anca, deve quindi venire ricoverato per due ragioni: farsi curare la frattura e continuare a combattere il cancro. Ma il corpo non reagisce più come dovrebbe ai numerosi trattamenti a cui Joey deve costantemente sottoporsi; per la prima volta il male, invece che regredire o restarsene lì dov’è, si espande irreversibilmente. Le speranze di amici e famigliari (oltre ovviamente ai milioni di fans in giro per il mondo) si fanno sempre più flebili. L’unico a non darsi per vinto è Joey Ramone stesso; assieme all’amico Daniel Rey e a un ristretto manipolo di musicisti (tra cui Marky Ramone, con cui aveva da poco riallacciato i rapporti dopo anni di incomprensioni e rancori) continua a lavorare a un progetto iniziato nel 2000, il tanto sospirato disco solista. Una serie di canzoni scritte di suo pugno e un paio di cover (tra cui 1969 degli Stooges) incise nel corso di poche e sporadiche session, ogni volta che la salute glielo consente; canzoni che verranno poi lealmente amministrate dallo stesso Rey, che con incrollabile coerenza e straordinaria determinazione impedirà fermamente qualsiasi tipo di ripugnante speculazione post mortem, limitandosi ad autorizzare la pubblicazione dell’album e di un Christmas EP, entrambe uscite espressamente concordate da Joey quando era ancora in vita. Nessun greatest hits, nessun live postumo, nessun cofanetto extralusso con le complete sessions, nessuna limited edition con previously unreleased bonus material; niente di niente, sebbene orde di parenti, consanguinei e in generale ogni sorta di figure legate a vario titolo al defunto sarebbero state ben felici di aumentare al massimo gli introiti a cadavere ancora caldo. Di Don’t Worry About Me due sono i momenti particolarmente strazianti: Maria Bartiromo, dedicata all’omonima anchorwoman della CNBC, regina delle notizie finanziarie, in cui Joey forse inconsapevolmente esterna la sua ferrea volontà di vita, tutta l’ansia di restare saldamente ancorato al presente (“Cosa sta succedendo a Wall Street? Come stanno andando le mie azioni? E come andiamo con Yahoo? E con AOL? E Intel? E Amazon? Voglio saperlo.“). Ma soprattutto I Got Knocked Down (But I’ll Get Up), vero manifesto dell’intero album (molto più che la toccante, ancorchè scontata, cover di What A Wonderful World); tre minuti e mezzo che danno voce a quel che passa per la testa di ogni malato terminale, con una semplicità, una lucidità e una schiettezza assolutamente brutali, proprie di chi ha veramente qualcosa da dire sulla vita. Mai come in questo caso il ricorso alla forma-canzone inventata (e il termine va preso alla lettera) con i Ramones si rivela necessario: cosa meglio di tre accordi può illustrare l’assoluta banalità del dolore, della morte? Come la musica, così il testo, capace in pochissime secche spietate frasi di arrivare direttamente al punto là dove miliardi di dischi, libri e film si sono affannati nel tentare di descrivere l’indescrivibile. E veritiero, soprattutto: esiste qualcuno al mondo che non sia convinto che stare sdraiato in un letto d’ospedale “fa davvero schifo“? Che non si senta “frustrato“? Che non “rivoglia indietro la sua vita“? Forse esagero ma sono convinto che nessuno come Joey Ramone in questo pezzo è mai riuscito a raccontare con altrettanta efficacia la condizione del malato, il calvario ospedaliero, le ore da riempire nell’attesa di un referto, il tempo che acquista tutta un’altra dimensione, ma anche l’incrollabile fiducia e la cieca speranza nell’aggrapparsi fino all’ultimo a ogni alito di vita.
Questa è l’opera di un morente. Eppure lo stato d’animo che apporta è di liberazione, direi persino di gioia. La gioia che nasce nel sentirlo ripetere ossessivamente, come un mantra, che sì, è stato fatto cadere, ma che comunque si rialzerà. E se lo dice uno che non ha mai smesso di crederci, che quattro giorni prima di morire ancora rifiutava di venire intubato per non danneggiare le sue corde vocali, possiamo ben fidarci.
 

I Got Knocked Down (But I’ll Get Up)

Sitting in a hospital bed
Sitting in a hospital bed
Sitting in a hospital bed
Sitting in a hospital bed.

I, I want life.
I want my life
I want my life
I want my life.

It really sucks.
It really sucks.
 

Sitting in a hospital bed
Frustration going through my head
Turn off the TV set
Take some drugs so I can forget

I, I want life.
I want my life
I want my life
I want my life.

It really sucks.
It really sucks.
 

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
 

I got knocked down, but I’ll get up.

3 thoughts on “True believers: Joey Ramone

  1. tra i pochi che hanno avuto il coraggio (e la capacità)
    di scrivere canzoni sul tema morte-malattia mi è venuto subito
    in mente anche lou reed con “magician” (su magic and loss) che
    è un pezzo veramente terrificante.

    che poi anche sull’ultimo chesnutt c’è la canzone “flirted with you
    all my life” che è da brividi.

    comunque tema interessantissimo e gran bel post.

  2. un gran bel post, dedicato al disco testamento di uno dei miei musicisti preferiti di sempre.

    pur essendo profondamente diversi, le circostanze hanno voluto che ogni volta che senta parlare di don’t worry about me poi pensi inevitabilmente a streetcore di joe strummer.

    triste biennio il 2001-2002.

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