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William Fitzsimmons @ Locomotiv, Bologna (22/11/2009)

(foto di Paolo Casarini)

Lui è un dissociato molto fortunato: figlio di genitori ciechi, infermiere nei manicomi, avrebbe continuato in eterno a suonare il suo folkettino malinconico e agreste nel disinteresse generale se qualche cool hunter più rintronato e imbottito di bamba del necessario non avesse deciso di usare alcuni suoi pezzi come sottofondo per le scene madri di un telefilm americano con dottori problematici. Apriti cielo: da allora diventa il più scaricato su iTunes nella categoria folk e, di conseguenza, il nuovo nome da citare per svoltare nelle conversazioni e il nuovo eroe di chiunque abbia fatto di “scopami, sono un tipo sensibile” la propria filosofia di vita. Ma rispetto ad altri cialtroni intimisti tipo Bon Iver e agguerriti stracciapalle coccolati da Pitchfork del cas(zz)o tipo i Fleet Foxes, gentaglia a cui Fitzsimmons viene spesso accomunato, l’uomo ha dalla sua una buona dose di autoironia che aiuta a sdrammatizzare e – soprattutto – almeno tre/quattro canzoni sinceramente belle. Oltre naturalmente a un temibile barbone foltissimo e ispido da fare invidia agli ZZ Top, cifra stilistica più evidente del suo crederci sul serio. Il nuovo The Sparrow and the Crow (notare il titolo uccellesco e menagramo e campagnolo come da prassi) è ancora caldo di pressa, lui viene da Pittsburgh, come George Romero, e ha appena divorziato dalla moglie: perfetto.
Apre Laura Jansen, giovane cantautrice americanolandese forte di un repertorio ancora esiguo (due EP autoprodotti e un album recentissimo) ma di gran classe: voce e tastiera e nient’altro, per una ventina di minuti ci catapulta tutti quanti in un jazz club buio e umido e fumoso a New Orleans in piena notte. Ed è anche simpatica: “questo pezzo non l’ho scritto io, altrimenti vivrei in una villa gigantesca e dormirei in un divano grosso sei volte il mio, che peraltro è pure sfondato”, e parte una cover totalmente trasfigurata di un pezzo dei Kings of Leon, pura merda da pestare che dopo il suo trattamento diventa oro fuso. Gran finale con pubblico incitato a schioccare le dita a tempo. Che bello se Laura Jansen si chiamasse Cat Power.
Poi è il turno di Fitzsimmons. Sul palco è solo con la sua chitarra acustica, scruta le assi che ha sotto i piedi come contenessero in sé chissà quale verità, ha l’espressione di un cane randagio, occhiali rotondi orrendi e sproporzionati, un camicione di flanella che anche nel 1992 sarebbe stato demodè e una voce flebile e strascicata che pare il grido d’aiuto di un invertebrato che sta morendo di noia: sembra buttare male. Ma dura poco. William comincia a dire cazzate tra un pezzo e l’altro. Cazzate divertentissime. Si prende in giro da solo, racconta aneddoti tristissimi sulla sua vita (svelando tra l’altro un recente passato da clochard) come fossero barzellette da spanciarsi dalle risate, conosce i tempi comici meglio di un provetto entertainer; ridono tutti, anche quelli che probabilmente non capiscono una parola di inglese, l’intero locale rimbomba di risate. Dopo il terzo pezzo compare la band, un bassista con un paio di baffi a manubrio da motociclista gay veramente ipnotici, un batterista che si darà da fare con solo cassa e rullante e occasionalmente al banjo, e di nuovo Laura Jansen alla tastiera e ai cori; la musica, da folk triste che era, diventa un rockettino rurale senza spigoli alla Mojave 3, con Fitzsimmons che continua a prendersi e prenderci in giro come fossimo a una serata di stand-up comedy per aspiranti suicidi (il prossimo pezzo sembra allegro, ma parla del divorzio. Sono sempre io, eh?; E ora ecco a voi una delle quattro persone più belle presenti sul palco: Laura Jansen!!!) e riesce a coinvolgere il pubblico in un singalong per un pezzo che si intitola You still hurt me. Ridendo e scherzando, un’ora e un quarto passa via come fossero cinque minuti, l’atmosfera è quella di una serata in osteria con gli amici migliori, gli applausi sono sinceri, il divertimento genuino. Segue assalto al banchetto del merchandise, dove le magliette di Fitzsimmons andranno via come il pane. C’è anche Laura Jansen, che invita tutti a iscriversi alla sua mailing list e stringe la mano a tutti e firma autografi con dedica chiedendo a tutti come si chiamano. Siccome è olandese mi sento in dovere di dirle che Paul Verhoeven è uno dei miei registi preferiti. Lei è d’accordo.

(foto di Paolo Casarini)

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