Speciale Mancaroni: BOB MOULD – MODULATE

 

IL DISCO
Dal 1998 al 2001 si compie la metamorfosi totale di Bob Mould. Archiviato il rockeggiante e michaelstipesco The Last Dog & Pony Show e relativo tour americano (puntigliosamente documentato sull’allora sito ufficiale tramite un minuzioso tour diary da egli stesso redatto data per data, corredato da una serie di foto che consegnavano l’uomo in una forma fisica pietosa, grasso e pelato, palesemente sofferente, esteticamente più ributtante che mai), Mould letteralmente sparisce dalla circolazione. Non posso sapere come abbia impiegato quegli anni ma un’idea ce l’ho: ascoltando un sacco di dischi di musica elettronica (di qualsiasi tipo: da Morton Subotnick ai Boards of Canada ai 2 Unlimited agli Stereolab a Giorgio Moroder ai Front 242) e soprattutto facendo palestra. Tanta palestra. Ormai da tempo sceso a patti con la propria sessualità, prepara con pazienza il suo ingresso in grande stile nella comunità gay bear. Quando si ripresenta al mondo è uno shock: slanciato, sicuro di sé, consapevole, tonico; dimostra almeno una decina meno degli anni che ha e diresti addirittura che è diventato bello, proprio lui che è sempre stato lo stereotipo vivente del ciccione complessato, una comparsa nella sua stessa vita che guarda da lontano gli altri vivere mentre la circonferenza del suo stomaco si allarga inesorabilmente a furia di scorpacciate di junk food e ‘spuntini’ infiniti. Modulate è il corrispettivo musicale della trasformazione, il primo atto del compimento della sua rivalsa, il più radicale. Un cortocircuito tra il nuovo e il vecchio Bob Mould che è slancio vitale assoluto e vertigine pura, un incontenibile tuffarsi a pugni chiusi nella realtà, quella stessa realtà che fino ad allora aveva solamente osservato a distanza con inibizione e vergogna. Appena partono le prime note di 180 Rain c’è di che rimanere sconvolti: scintillii, echi, riverberi, un vocoder da fare invidia agli Eiffel 65; un’introduzione traumatica per un lavoro che già si avverte monumentale. Sunset Safety Glass è un perverso shuffle costruito su un loop a metà strada tra Baba O’Riley e una dark room al termine dell’afterhour, Semper Fi un delirio shoegaze all’MDMA con la voce di Bob rarefatta fino all’inudibile, Lost Zoloft uno spaccato ossessivo e desolante, meccanico, da colonna sonora di film porno gay anni ottanta. In Slay/Sway e la sua coda The Receipt tornano le chitarre a plasmare due dei numeri migliori dell’intero canzoniere dell’uomo: la prima, una collisione tra autobiografismo e figure da modernariato, con Bob che trasognato canta di lines between a CD-ROM and reality; la seconda, l’ennesima variazione sul canone della perfetta power-pop song, canone da egli stesso creato. Quasar è un tunnel sinuoso e sfuggente, di nuovo proiettati nel cuore della dark room; Soundonsound è la cronaca di un amore che nasce, finalmente senza intoppi; Comeonstrong un incedere anthemico tra chitarra effettata e tastiera loopata; a chiudere i balzi tropicali della lunare Trade e lo spleen pianistico di Author’s Lament. Nel mezzo tre molesti strumentali tra white noise ignorante e rumorismo puro, a punteggiare una delle pagine più intense della storia (personale, artistica) dell’uomo.
L’esorcismo continuerà in Long Playing Grooves (assemblato contemporaneamente a Modulate e interamente elettronico, pubblicato come LoudBomb pochi mesi più tardi), e tramite la denominazione Blowoff, duo djistico autore di un album omonimo nel 2006. Ma questo rimane il capitolo più inafferrabile, radicale e anarchico.

PERCHÈ NON STA NELLE CLASSIFICHE DI FINE ANNO
Perché già non frega un cazzo a nessuno del Bob Mould classicamente cantautorale, figurarsi del suo lato “sperimentale”; per i froci ci sono già i dj-set come Blowoff, per i reduci le comparsate – ormai copiosissime – ai festival dove suona quasi solo pezzi vecchi con la band, quindi perché preoccuparsene?

PERCHÈ STA QUA DENTRO
Perché rimane il suo disco più strano, ignorato e imprevedibile, e il suo fascino alieno permane nel tempo. Dal 2002 non ho smesso di ascoltarlo e di trovarci dentro sempre qualcos’altro. Sta al 2000 come Formula sta agli anni novanta.

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