DISCONE: Martin Rev – Stigmata

 

A chi non conosce il personaggio, ma anche a chi lo conosce ma ignora le motivazioni alla base di questo disco, “Stigmata” sembrerà uno scherzo malriuscito, un pessimo giochino situazionista o un’ulteriore, agghiacciante dimostrazione di irrimediabile inettitudine (non bastassero in tal senso tutti gli sgangherati, rustici, abborracciatissimi album precedenti); diventa invece assolutamente straziante se ne si conoscono le cause. È il 2008 quando esce, completamente in sordina (gli stessi proprietari dell’etichetta che aveva sotto contratto Martin al tempo, File-13, ricevettero il master all’improvviso e in maniera totalmente inaspettata, una mattina davanti alla porta dell’ufficio sotto forma di un’anonima busta sigillata), “Les Nymphes“, concept album astruso e manicomiale su qualche imprecisata usanza degli antichi greci; evidentemente Martin era entrato in fissa con l’idea di concept album visto che, parallelamente alla gestazione di “Les Nymphes“, aveva iniziato a lavorare al materiale che avrebbe poi fatto parte di un nuovo e ulteriore concept allora in stato embrionale, in pratica una messa da requiem riveduta e corretta da par suo. Alla stesura partecipava, come sempre, la moglie Mari, da oltre trentacinque anni musa, collaboratrice, ispiratrice e compagna di vita dell’uomo; fin dagli inizi nei Suicide, era lei a scattare le foto, a elaborare la grafica dei flyer dei concerti, a progettare le immagini di copertina. A lei Martin dedicava ogni album (andate a controllare sul dorso del primo Suicide; andate a vedere come si intitola il primo pezzo del suo primo disco solista). Perfino la sigla con cui era registrato all’equivalente americano della SIAE, MaRev, non corrisponde, come molti pensano, all’abbreviazione del proprio nome e cognome, bensì alle generalità della moglie da sposata: Mari Reverby. Insomma i due stanno lavorando al disco nuovo quando Mari improvvisamente si ammala e muore, stroncata da un male fulminante. Martin è sconvolto, annientato. Per un po’ non trova la forza di reagire, pensa che sia tutto finito. Si chiude in un insanabile dolore, tronca i contatti col mondo. Poi la folgorazione: grazie anche a lunghi risolutori colloqui con l’amico Alan Vega, si impone di portare a termine la lavorazione dell’album, che nel frattempo aveva assunto un significato ben più tragico e profondo, un requiem personale, il suo morto da piangere. A uscirne è un disco impressionante, un viaggio nei meandri dell’anima di un uomo devastato, una vela nel vento, una sonda che scruta nell’oscurità più impenetrabile con commovente fermezza e donchisciottesca audacia, tra elementari ventate di synth sepolte da echi catacombali e fantasmatici uuh-uuh che squarciano il buio come vaganti ectoplasmi. È uno dei dischi più spaventosamente sinceri e inermi che siano mai stati messi al mondo, di un’intensità e una carica di dolore tali da prostrare: si esce defatigati, profondamente provati dall’ascolto di Stigmata, eppure lo stato d’animo che l’album apporta è di liberazione, direi perfino di gioia. La gioia che infonde la fragorosa manifestazione di fede assoluta di Martin, nella consapevolezza che Mari ha spalancato le sue ali e in letizia è volata tra le amorevoli braccia del Divino (come si legge nella struggente dedica finale). Da accostare idealmente ai film di Bresson, di Paul Schrader, al Cattivo Tenente di Ferrara e al Diamante Bianco di Herzog, e in generale a tutti quelli che silenziosamente, nell’ombra, continuano incrollabilmente a credere.

(foto di deSna.B)

PS: dopo lungo cogitare ci è sembrato di poter stabilire che il brano eseguito in apertura del concerto di spalla ai Pan Sonic fosse una schizoide versione “cantata” di Sophie Eagle, il brano che apre Les Nymphes.

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