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Tanto se ribeccamo: Sade

Sono già le cinque, è tanto che l’aspetto
Ocean Drive, Miami beach, che pacco c’ho vuoto il letto
Sade Sade Sade, odio ormai
Your love is king
Meglio Varazze, e l’Italia, e gli Eight-Eight-Three
(Mauro Repetto, Nervoso)

 

 

La citazione ben racchiude due elementi fondamentali per inquadrare il personaggio, il suo raggio d’azione e lo scopo della sua proposta musicale. Il periodo: quando Mauro Repetto scrive quel pezzo è il 1995, da qualche mese è uscito un punitivo The Best of Sade con conseguente implacabile riproposizione a spron battuto, da parte di milioni di stazioni radio, di gran parte del repertorio passato dell’artista, pezzi come – appunto – Your love is king che risale a undici anni prima. La situazione: il CD in repeat nel lettore, Repetto sta aspettando una squillo (probabilmente negra) seduto nel suo appartamento in affitto in una zona lussuosa di Miami. Ecco che inconsapevolmente Repetto ha riassunto in due parole la funzione dell’universo musicale di Sade: un sottofondo adeguato in attesa di una scopata di lusso. Da sempre, fieramente immutabile e stoicamente identica a sé stessa, Sade ha raccontato lo sforzo erotico nei quartieri alti, la sensualità prezzolata, il lato torbido del lusso e della lussuria nascosto dietro una patina illusoria di esorbitante opulenza. Sfarzo, esotismo da cartolina, atmosfere da film porno chic ambientato ai Caraibi, un senso di mollezza e lascivia che emerge in modo anche contagioso, sopra ogni cosa il caldo feroce e impietoso, spossante e defatigante, da vento del deserto alle due del pomeriggio, da rendere in pochi istanti canicolare anche il soggiorno di una casa senza riscaldamento in Lapponia, una condizione di costante ottundimento dei sensi e della ragione, in ogni caso roba al cui confronto Le mille e una notte diventa una cazzatella per cuori aridi, il Kamasutra roba da educande e il dubbio se dietro le serrande abbassate ci sia qualcuno che ha coraggio da vendere e fa l’amore assolutamente pleonastico. Dopo venti secondi di un suo brano qualsiasi anche l’essere più orribile della terra si sentirebbe il più arrogante fottuto pornodivo miliardario in circolazione; nessuna meraviglia che i suoi dischi si vendessero come il pane, e si siano continuati a vendere senza la minima difficoltà anche quando il martellamento radiofonico era terminato da un pezzo. Perfino in tempi di peer-to-peer e downloading più o meno illegale un nuovo album di Sade (Lovers Rock, 2000) ha raggiunto in poco tempo e senza sforzo il triplo disco di platino, segno che il suo inimitabile trademark da jazz club sotto sedativi, del tutto impermeabile a condizionamenti esterni, continua a raccogliere consensi evidentemente non solo tra facoltosi ultraquarantenni dal portafoglio pingue e un enorme sigaro dall’effluvio pestilenziale perennemente acceso. Nel 2002 tuttavia, poco dopo la sua ultima apparizione pubblica (in occasione dell’assegnazione del titolo di Ufficiale da parte dell’Ordine dell’Impero Britannico), si chiude in un impenetrabile isolamento salingeriano (ma senza insidiare epistolarmente nessun suo giovane ammiratore). Il ritorno discografico è recentissimo, e inaspettato come uno sparo nel buio: Soldier of Love esce in tutto il mondo l’8 febbraio scorso, anticipato dall’omonimo singolo diffuso due mesi prima tramite il sito ufficiale. Nulla è cambiato, allure desertica, sinuosità pornesche e pompa costantemente ai limiti del kitsch comprese; stesse movenze, stessi collaboratori, stessa voce da pantera narcotizzata. E stesso successo: pare che l’album abbia venduto più di mezzo milione di copie negli Stati Uniti soltanto nella prima settimana. Di questi tempi, è un risultato fantascientifico. Chiunque sia in attesa di donne squillo ora sa cosa metter su.

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