DISCONE – Skullflower – Strange Keys to Untune God’s Firmament

 

Raramente un disco di rumore è stato altrettanto emozionante. Raramente un’ora e cinquanta minuti di rumore mi sono scivolati via come sabbia fra le dita. Difficilissimo stabilire una graduatoria nella sterminata produzione di Matthew Bower (e variabili soci) a nome Skullflower, ma se questo non è il suo disco migliore gli si avvicina comunque moltissimo. C’è qualcosa di profondamente estatico nel muro di (fra)s(t)uono innalzato in Strange Keys to Untune God’s Firmament: un senso di rapimento totale, di elevazione, di ebbrezza, che ricollega idealmente il disco ai momenti migliori dei Popol Vuh, magari accompagnati a un bel film di Herzog. Ma senza strumenti strani e senza l’allure da fricchettoni col baffo e le camicie sgargianti prese alla Caritas, piuttosto con una chitarra e un mucchio di pedali collegati a un treno di amplificatori settati a volumi allucinanti. Un disco che è Kosmische Musik più e meglio del krautrock stesso. Ma anche, al contempo, un disco al cui confronto Metal Machine Music si svela per la cazzatella naïf da turista mongoloide dei bassifondi quale probabilmente è sempre stata. La Neurot azzecca il suo secondo monumentale doppio, dopo che con il primo (il fondamentale Final 3, passato scandalosamente sotto silenzio nel 2006) aveva dato alle stampe una delle pagine più esaltanti di minimalismo elettronico di tutti i tempi. Ah, qualche mentecatto (non è da escludersi sia stato Bower stesso) parlando del disco ha tirato in ballo Wagner, non ricordo nemmeno perché né a che titolo (probabilmente per via della presenza di pezzi che si intitolano Nibelungen o Rheingold); inutile dire che Strange Keys to Untune God’s Firmament c’entra con l’amichetto preferito di Nietzsche quanto Rocco Siffredi con la catechesi pastorale.

4 Risposte a “DISCONE – Skullflower – Strange Keys to Untune God’s Firmament”

  1. Dopo aver letto questa recensione mi comprerò senz’altro questa magnifica opera wagneriana. Del resto sì, non c’entrerà niente, ma l’associazione psichica l’hanno attivata loro… Insomma, come i Kraftwerk, se chiami un pezzo Franz Schubert qualcosa – seppur di inconscio – vorrà dire… Questo disco non l’ho ancora sentito, ma se ci pensi la semplice parola RHEINGOLD evoca caciara, cagnara, VOLUME, bordello = attacco dei marines = Wagner. Ci sta.

    Un autore inglese, Bryan Magee, ha parlato di ‘Wagnerolatry’ che lo associa peraltro a tutto questo mondo ossessivo-compulsivo di cui noi indie-kids impilatori di dischi sugli scaffali facciamo assolutamente parte. Comunque la musica classica* è una vera rottura di coglioni anche se leggere gli “Scritti sulla musica popolare” di Bartòk ti regala un’aria interessante e intensa come poche altre cose al mondo. C’è anche un libretto carino (= du cojoni COSIIIIII’) di Adorno su Wagner. Le tesi espresse in quest’opera si potrebbero facilmente sintetizzare con: “Adorno / Lo scureggiante / Ne fa una / Ne fa tante”.

    (*) il termine “musica classica” è utilizzato come espediente rozzo per designare tutta la musica che non sia leggera ossia RAWK

  2. Che bella copertina poi… Incredibile che al giorno d’oggi i dischi vengano non solo non-comprati, ma addirittura non-toccati e non-guardati… Viva il download, ma fa un po’ strano, così come quando dopo 3500 anni si decise di abbandonare l’argilla per usare quell’orrenda pergamenaccia (VITELLI MORTI, cristo, c’è da vergognarsi).
    Io sarei/sono stato/sono assolutamente capace di comprare dischi solo per la bellezza della copertina. Mi tenta ad esempio l’ultimo disco dei Behemoth, solo per questo motivo…

  3. disco lungo, pesante, asfissiante, tenebroso, scortica orecchie, ripeto lungo…se avesse tenuto qualche ideuccia superflua fuori da qui, il nostro caro bower avrebbe centrato il capolavoro…non l’ha fatto, 2 ore e passa di musica, pesante, ma che in alcuni frangenti eleva lo spirito a miglior vita!!

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