Solomon Burke 1940 – 2010

 

Se ne va uno dei pilastri più imponenti (non solo in senso fisico) di negritudine alla vecchia in quasi tutte le sue incarnazioni, dal gospel al funk, dal blues al soul fino al rock’n’roll e perfino al country (numerose le sue cover di classici del genere, che invariabilmente dopo il Burke-trattamento diventavano roba da schiavo nelle piantagioni di cotone). Nella sua voce pastosa e potentissima convivevano slancio verso il Divino e pulsioni che più brutalmente terrene non si potrebbe, come due facce dell’identica medaglia. Grande amante di Cristo, del buon cibo e della figa, lascia una ventina di figli e altrettanti album nei quali ha esplorato buona parte dello scibile musicale negro e non; ma era dal vivo – dove a stento si muoveva dal trono di volta in volta posizionato in mezzo al palco – che “The King” sprigionava fino in fondo il suo devastante, ipnotico carisma, nel corso di esibizioni fluviali a base di completini sgargianti ed ettolitri di sudore mandate in orbita dalla sua ugola baciata da Dio. Ed è adempiendo la sua missione che è morto, nella hall di un aeroporto olandese; avrebbe dovuto suonare il 12 ottobre ad Amsterdam assieme ai De Dijk con cui aveva recentemente collaborato.

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