362 giorni e gli Husker Du.

Sembra strano come le cose che aspetti da una vita possano capitare tutto d’un tratto, nel giro di nemmeno un anno. Attendi quieto il momento opportuno lasciando scorrere grevemente gli anni, invecchi, diventi grande, perdi i capelli e le speranze di quando eri giovane e la vita ti sorrideva ogni giorno. Crescere significa in fin dei conti morire piano piano, prima del tuo corpo cominciano a marcire le utopie e i desideri che ti eri creato, il mondo come lo conosci dentro la tua testa si sfalda piano piano lasciando il posto alla vita vera, quella da adulto che non è mai, in nessun caso, quella che avevi progettato.
Se non ti arrendi all’evidenza delle cose però qualcosa rimane sempre. Le passioni, per esempio, sono le poche cose che ti tengono legato per sempre agli anni migliori della tua vita (si beh, non pensavate certo che avrei rinunciato ad infarcire di citazioni st’accozzaglia di pensieri in semilibertà, vero?), come i rampicanti sui muri di casa ciclicamente si ripropongono e fioriscono ammantando tutto te stesso come, appunto, quando avevi 15 anni ed ascoltavi musica tutto il santo giorno infischiandotene dello studio, quando speravi che un giorno saresti riuscito a vivere davvero nonostante la tua propensione all’autodistruzione. Gli Husker Du sono una di queste passioni, nata prestissimo, probabilmente quando neppure mi erano spuntati i peli sul pube. Conoscere un gruppo, che diventerà il gruppo della tua vita o giù di lì, appena due anni dopo il suo scioglimento è piuttosto mortificante per un bambino di 12 anni. Quando comincerai a capire, due o tre anni dopo, come funziona la vita dell’indie-kid, prenderai coscienza che il gruppo in questione dal vivo non lo vedrai mai. Quanto dolore nell’adolescenza di ognuno di noi. Nel caso di specie a corroborare l’ipotesi del live negato ci sta pure l’odio malcelato tra le due entità fondanti del gruppo e la nuova attività del terzo membro (ahahaha ridete), ormai deciso a far felice la gente cucinando deliziosi piatti di minestra e non più suonando il basso.
Come si scriveva più sopra però, quando meno te lo aspetti, uno spiraglio di luce nell’oscurità si apre, e si apre quando non solo le speranze sembrano del tutto morte, ma quando hai un’età per cui la musica dovrebbe essere un hobby di terza o quarta categoria e il tuo principale obbiettivo è quello di portare sano e salvo tuo figlio all’asilo. La sera del 12 dicembre del 2009, in una fredda e umida Ravenna (Madonna dell’Albero, per la precisione) la luce ha squarciato la fessura, abbattuto il muro che da anni oscurava la vista della felicità e reso tutto più chiaro ed evidente: non crescerò mai.


Bob Mould, un tipo grassoccio con una folta barba e degli occhialetti rotondi, ricorda un operaio della Chrysler appena uscito dalla fabbrica e pronto ad andare a sbronzarsi al bar sotto casa. Gentile ed educato, si fa abbracciare e rompere le palle prima del concerto, comportandosi come ogni bravo papà dovrebbe fare con i propri figli: dispensare tanto affetto mantenendo un contegno serio e severo. Salito sul palco con il suo bel plaid grigio attacca la sua acustica e comincia a infilzare lame taglienti imbevute di nostalgia nella carne del centinaio (scarso) di persone che da troppo tempo, una vita per qualcuno, aveva atteso. Se io fossi un giornalista musicale e dovessi descrivere il concerto in modo sobrio ed obiettivo dovrei dire che con molta maestria il buon Mould ha intrattenuto la platea dispensando in maniera equilibrata pezzi del suo intero repertorio sia solista, che con gli Sugar che con gli Husker Du. Grazie a dio non sono un giornalista e quindi posso tranquillamente permettermi di dire che quello a cui ho assistito è stato il più grande spettacolo della mia vita, un uomo solo al comando alternatosi tra brani presenti, e passati tra acustica ed elettrica attaccata direttamente al mixer, niente batteria, niente basso, manco un ampli, una Stratocaster attaccata al mixer, capito? L’orsetto paffuto ha spazzato via tutto, tutti, i concerti visti e che vedrò, da solo con la sua voce possente e bellissima e la sua chitarra attaccata al mixer. C’è poco da fare se un artista ha i pezzi, se li ha davvero li può cantare acappella e pure con un ukulele, tanto è uguale, tu sotto il palco abbracci i tuoi amici e piangi perché quei pezzi lì fanno parte del tuo DNA, ti hanno dato l’imprinting e non c’è via d’uscita. Senza citare i pezzi degli Sugar, che mi sa piacciono solo a me, Mould ha proposto una buona ora e mezza di classici da 30 anni di carriera caricando il concetto di melodia di significati differenti. Bob Mould e Grant Hart sono probabilmente i migliori autori di power pop che siano mai apparsi sulla faccia della terra, peccato che se ne siano accorti in pochi. La prima parte acustica ripercorre la sua carriera solista dimenticandosi, fortunatamente, del pessimo District Line e puntando sul nuovo Life and Times, dove la title track spogliata di elettricità diventa una ballata dolce amara dai toni sommessi e a dir poco esaltanti, certo che quando Bob inizia a suonare Hardly Getting Over It si ha la sensazione, dovuta al ricordo e al deperimento esistenziale ad esso collegato, che Mould, nonostante la discreta produzione solista (a volte ottima, come nel caso di Woorkbook del 1989 e dell’omonimo del 1996) debba essere ricordato per quello che ha fatto con gli Husker Du una di quelle band che ti salvano la vita. Persa la potenza e il “rumore” che può aggiungere ad essi una band, pezzi come I Apologize, Chartered Trips, Celebrated Summer, Makes No Sense At All risplendono di tutta la melodia di cui sono ricche, zucchero filtrato da fiele e riportato al miele. Seppur da solo Mould impartisce lezioni di come si dovrebbe stare su un palco e come si porta rispetto ai propri fans (in questo caso sarebbe meglio chiamarli fedeli) a molti ragazzini che giocano con il rock and roll come se fosse una cosa messa lì a cazzo, per nulla importante. Per qualcuno il rock and roll è la vita. Mi imbarazza pensare che un uomo di mezza età e visibilmente sovrappeso abbia così semplicemente annullato 15 anni e centinaia di concerti visti, ma tant’è, me lo sono meritato, ben mi sta. Intanto si abbracciano i compagni di viaggio, gente che come te ha aspettato questo momento da una vita o chi gli Husker Du li ha scoperti l’altro ieri e ancora non sa quale fortuna li ha raggiunti.


Dopo una tale epifania aspettarsi altro, aspettarsi sorprese diverse e meraviglie o anche solo della stessa fattura sarebbe improponibile o quantomeno irrispettoso. Ed invece eccolo lì, verso agosto ti vengono a dire che nella tua città a dicembre arriverà Grant Hart. Sembra pazzesco, in nemmeno un anno ecco ricomposta la coppia perfetta, i Lennon/McCartney dell’hardcore pop, quanta gioiosa felicità, quanta inaspettata bellezza! Nell’attesa ti vedi anche i Pavement, tanto per ricordarti quanto sei vecchio e quanta musica abbia segnato la tua esistenza. Poi arriva il giorno, il nove dicembre del 2010, e tu sei lì in prima fila dentro ad un locale che sembra una cantina (Brescia come Detroit dei primi ’80). Hart si aggira magro e spettrale con occhio spiritato in mezzo alla folla, vestito quasi di stracci e con una berretta piuttosto ridicola, non sembra proprio quel dio che hai idealizzato, sembra più che altro un barbone americano appena uscito dal suo guscio fatto di cartoni. Finita l’esibizione del gruppo spalla Grant sale sul palco, imbraccia la sua chitarra, alquanto malconcia, e comincia buttandoti lì una Girl who Lives on Heaven Hill con tutta l’energia che ha in corpo grattando la sua chitarra quasi volesse farla sanguinare. La chitarra però, a differenza dei cuori degli astanti, rimane intatta, si scorda solo un poco. Il concerto prosegue tra classici degli Husker Du, qualche pezzo dei Nova Mob e della sua carriera solista, carriera che, bisogna ammetterlo, è stata di livello superiore rispetto a quella dell’altro Husker, non un disco sbagliato, nessun lavoro brutto e molte perle, come la commovente Letter from Annie Marie (da Good News For Modern Man del 1999), che suonata chitarra e voce aggiunge struggimento ad uno dei pezzi POP più belli degli ultimi anni. Vero è che la produzione di Hart è stata molto più ristretta di quella di Mould e questo gioca insindacabilmente a suo favore. La sua musica è musica semplice, poche volta la partitura supera i 3 accordi; ma è come vengono accostati questi 3 accordi e con quale intensità proclama i suoi versi da sofista adolescente che li rende unici, enormi e meravigliosi. Seppur visibilmente disturbato dal continuo brusio di un pubblico irrispettoso che non si rende conto, o non sa, di assistere all’esibizione di uno dei più grandi miti dell’indie rock americano -si sa, purtroppo non sempre il tempo è galantuomo- Hart prosegue indisturbato la sua liturgia e ad ogni nuovo pezzo anche un pezzo di te si perde nell’aria rarefatta del locale..
Dopo due ore di concerto, tre bis, una cover di Dylan fatta assieme al gruppo spalla (andavano tutti alla cazzo di cane, a caso, ma si è distintamente inteso cosa può essere un concerto di Grant Hart con una backing band. Sarà per la prossima) i miei occhi non hanno più lacrime. Una serie di pezzi come Don’t wanna know if you are lonely, Sorry somehow, Back From Somwhere, Pink Turns To Blue, Standing by the sea, Green Eyes, Flexible Flyer, She Floated Away, Charity Chastity Prudence & Hope e Never Talking To You Again, e permettetemi la meravigliosa My Regrets che viene dal bellissimo ultimo album Hot Wax (parere confermato dal trattamento riservato al disco da ondarock) abbatterebbe pure un toro, e io sono, nonostante l’età e il peso, ancora un vitellino da latte di fronte agli Husker Du. Solito giro di autografi, solito abbraccio molesto e via, anche il secondo dei miei indie heroes si accomiata, e io me ne torno a casa felice e privo di forze, lo stereo della macchina a palla per risentirmi i suoi pezzi ancora e ancora, così come ancora, e ancora, li ascolterò per tutta la mia vita. Ora, dopo solo 362 giorni (avevo atteso 20 anni), sui miei dischi degli Husker Du manca solo l’autografo di Greg Norton. Ma per lui basteranno un viaggetto in America e una cena. Nemmeno un anno, 362 giorni, e gli Husker Du.

R.A.T.

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9 commenti su “362 giorni e gli Husker Du.

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  2. RIPIGLIATI DALLA TUA MISEREVOLE DEPRESSIONE PICCOLO-BORGHESE, BABBEO.

    per quanto riguarda gli huskers, che dire? li ho visti la prima volta nel 1985, al top della loro forma. poi li ho rivisti nel 1987, ed erano già finiti. nel 1990 ho organizzato il concerto di Nova Mob, perchè Intolerance è un capolavoro. Pioi basta. Vederli adesso è come andare a vedere i Bad Brains: inutile, o solo per nostalgici babbei. tipo te.

  3. Pepe perepepe il said:

    Fatti due conti hai 50 anni, bè io un po’ meno e nell’85 facevo la quarta elementare, mi era un po’ difficile andare a vederli.

    Sul piccolo borghese babbeo hai ragione, ovviamente.

  4. tra i fighetti de Milano va di gran moda osannare gli Husker Du. in realtà fanno cacare parecchio, e chi ha davvero rivoluzionato il suono sono i Discharge e Amebix, ovviamente Black Flag per quello che riguarda i testi.
    poi vederli adesso.. ma chiselinkula dai

  5. alberto74 il said:

    x me gli husker du sono stati uno dei gruppi migliori dalla creativita immensa….ampiamente sottovalutati,poi ognuno a i suoi gusti

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