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Parlando di Record Store Day.

Mia madre mi ha invitato a pranzo a casa sua, le ho detto che sarei arrivato lungo con il lavoro. Non è vero. Esco dall’ufficio alle undici e mezzo e mi metto in auto verso la città. Parcheggio in viale Carducci a Cesena, un paio di vecchie mi stanno guardando da una panchina, sembra abbiano visto Bin Laden. Mi accorgo di avere il disco dei Crash of Rhinos a volume ottanta su cento e i finestrini abbassati. Non capita più così spesso. Scendo dall’auto, le vecchie mi dicono qualcosa sul rumore, metto le cuffie e faccio partire un disco di Malika Ayane sul lettore mp3.

Entro al negozio di dischi sei minuti dopo. Di fronte al negozio c’è un calzolaio, decido di farmi fare un buco aggiuntivo alla cintura. Non mi chiede soldi, io nel frattempo cerco d’immaginarmi come faccia un calzolaio a sopravvivere in centro a Cesena nel 2011. Sarà che le scarpe non te le puoi scaricare. Al negozio ci sono tre persone: uno sta questionando il negoziante, il cui nome non è affatto Fabio, in merito a certi singoli/rarità di Vasco Rossi. Un altro è un amico che fa contovendita in una libreria a una trentina di km da qui. Un altro sta spulciando gli scaffali alla voce sixties/garage/etc. Il negozio di fabio è uno stanzone piuttosto grande, la disposizione dei CD e dei vinili cambia più o meno mensilmente e c’è sempre sa il cazzo quale offerta, tipo il 3×2 sugli usati quasi fisso -spesso anche sui nuovi, etc.

Il negozio di Fabio osserva la rigida regola della socialità temperata autoimposta che i negozianti ed i clienti di questo ambiente non vedono l’ora di mettere in piedi. Per certi versi le regole sono simili a quelle del barbiere di Gran Torino. Entri, insulti il negoziante, il negoziante insulta te. Cesena non è una città cosmopolita, per cui gli insulti a sfondo razziale non hanno senso di esistere, ma tutto il resto è permesso. Sono quasi convinto che prima o poi Fabio estrarrà un fucile a pompa e me lo punterà in faccia per il LOAL.

Quando uno come me entra in un negozio di dischi ha quasi sempre un piano, qualcosa a cui dare la precedenza rispetto a qualcos’altro. Il piano di solito prevede di cercare qualcosa di simpatico, popposo, giovane, divertente e fresco che mi tolga dal fango e mi prepari all’estate. Il piano di solito viene disatteso non appena mi capita sottomano un disco Touch&Go o AmRep o Sub Pop. Il negozio fa il 3×2 sull’usato. C’è la discografia della Blues Explosion, qualche disco dubstep, l’ultimo Third Eye Foundation, un live di Bonnie Prince Billy di cui non so nulla, dischi di indie italiano, certe cose che comprai appena uscite e che vedo a quel banco da quando sono andato. Per un momento considero l’idea di comprare OK Computer e Dig Your Own Hole, poi ci ripenso. Il tizio è passato da Vasco Rossi a certe cose prog anni settanta. Ci si inchiacchiera un po’ tra gli uni e gli altri, piove qualche offesa gratuita e bonaria. Come nei negozi di dischi veri. Non entro qui molto spesso: un paio di volte al mese quando va bene, mediamente una volta al mese e basta. Compro sempre qualcosa. Sto cazzeggiando per giustificare il viaggio di 15 minuti che ho fatto per arrivare a Cesena, giro per gli scaffali e mi ritrovo con dodici dischi in mano. Ho pochi soldi, decido di scremare e scelgo una lista di dischi non-usati che possano fare da prima scelta e tenermi buono per almeno un altro paio di settimane. Il live di Bonnie Prince Billy. La reissue di Goat dei Jesus Lizard e quella del secondo Meat Puppets. Wrung dei Mule perchè non ho resistito e uno degli Arab On Radar (Yahweh Or the Highway). Vado alla cassa e mi faccio fare il conto: Fabio decide che in totale gli devo quaranta euro. Saluto, esco dal negozio e metto le cuffie. C’è ancora Malika Ayane. Nascondo la segreta speranza di incontrare qualche amichetta di tendenza che ha appena comprato un paio di jeans da centotrenta euro e mi sfotte per quello che ascolto. Non incontro nessuno. Salgo in macchina, metto i Meat Puppets, torno a casa.

Se avessi comprato dischi da casa in un mailorder avrei dovuto cercarli su qualche portale, spulciare tra le offerte, mettere le cose nel carrello, fare tutto secondo un ragionamento logico e ferreo e postare qualche insulto a caso su un forum non collegato, e se fosse andata GRASSISSIMA avrei risparmiato qualcosa come cinque euro sugli stessi titoli, che mi sarebbero stati recapitati la settimana successiva. Non che il problema si ponga: su amazon.it tre dischi su cinque non sono disponibili. Gli altri due costano trenta euro in totale.

Sabato pomeriggio è il Record Store Day, giornata deputata all’acquistare dischi nei posti dove si comprano i dischi.

(nota: questo che avete letto fa parte di una serie di “cosi” che noialtri ed alcuni amici stiamo facendo uscire in questa settimana. Li trovate tutti qui.)

8 Risposte a “Parlando di Record Store Day.”

  1. Bellissimo e rivelatorissimo quel “sabato POMERIGGIO è il RSD”. A meno che tu non ti riferisca solo alla differenza di fuso orario…

  2. […] Il negozio di Fabio osserva la rigida regola della socialità temperata autoimposta che i negozianti ed i clienti di questo ambiente non vedono l’ora di mettere in piedi. Per certi versi le regole sono simili a quelle del barbiere di Gran Torino. Entri, insulti il negoziante, il negoziante insulta te. Cesena non è una città cosmopolita, per cui gli insulti a sfondo razziale non hanno senso di esistere, ma tutto il resto è permesso. Sono quasi convinto che prima o poi Fabio estrarrà un fucile a pompa e me lo punterà in faccia per il LOAL. Anonimo, su Bastonate. […]

  3. Sì, anche; io notavo soprattutto che la natura del RSD fa sì che l'”azione” si concentri essenzialmente nel pomeriggio. Alla sera poi ci si vanta degli acquisti (se si trova qualcuno con cui farlo).

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