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bella sbra’

Cosa resta dell’hip hop in Italia dopo Merda & Melma (ancora oggi e per sempre l’ultimo disco di hip hop italiano)? Il disco dei Cammelli (che comunque è NIENTE rispetto alle jam dove umiliavano chiunque con una scioltezza di cui mai più rivedrò l’eguale), Karma di Kaos, gli scratch dell’Alien Army, DJ Gruff. In tutti i casi gente che c’era fin dall’inizio, il resto solo macerie o quasi; certo il Colle è ancora in giro, certo Assalti continua a cantare e non mandare in letargo le menti ma con tutto il rispetto (infinito) e la stima (immutata) Mi sa che stanotte… non è Terra di nessuno e Un’intesa perfetta non è Conflitto, e comunque sempre stiamo a parlare dei soliti sospetti, di istituzioni che nascono negli anni novanta e il meglio l’hanno dato negli anni novanta. Della merda che passa ora il convento è meglio ignorare l’esistenza per non farsi venire il sangue amaro. Il rischio di ridurre l’intera faccenda a poco meno di una riserva naturale della mente dove dimorano tutti i bei ricordi di tempi aurei che non torneranno mai più diventa ad ogni nuovo giorno una certezza. Meno male che poi Rockit mette in streaming l’ultimo album di DJ Gruff: uscito ufficialmente nel novembre scorso, di fatto praticamente irrintracciabile (a parte poche copie su Vibra, subito bruciate, la sola prova dell’esistenza “fisica” del disco), Phonogruff è un capolavoro assoluto ad ogni livello. Nella qualità delle basi e degli scratch (di cui da sempre Gruff è maestro indiscusso), nella superiorità genetica delle rime (“ho gli stili che v’erano e verranno, ho più versi di quelli che saranno, con più amaro di Saronno, in storie che capirete forse quando sarò nonno“), soprattutto, nella scelta dei sample che in maniera agghiacciante e ineccepibile raccontano della crisi profondissima che stiamo attraversando (in Condividere i valori viene campionato anche quel maiale di Prosperini, per chi non avesse avuto il piacere, un pezzo di merda che predica male e razzola peggio, che manco è riuscito a farla finita quando stava al gabbio). Un disco raggelante, cupissimo (a parte rare aperture come Tinnila a tutti o la rendition di UUU – di cui comunque, per quel che vale, continuo a preferire l’originale), carpenteriano; un disco che dice dell’Italia molto più e molto meglio di chiunque altro, che proietta l’hip hop italiano al livello successivo. Se ce ne sarà uno: dice che questo sarà il suo addio al rap, speriamo che ci ripensi.

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