STREAMO: Prurient – Bermuda Drain (HydraHead)

"...il notevole artwork minimalista..."

C’è stato un periodo, nemmeno tanto tempo fa, in cui la branca harsh e/o fricchettona del noise americano andava di moda tra la stampa specializzata. Successe più o meno a buffo, nel senso che qualcuno iniziò a parlare di questi gruppi di campagnoli americani che si facevano dischi e concerti in cantina, suonavano durissimo e tutto il resto. In quell’epoca passare dal forum di OndaNoise a due parole di Thurston Moore alla copertina di Wire era un attimo e ci siamo ritrovati la casa tappezzata di edizioni limitate di Wolf Eyes, Hair Police, Dead Machines et similia. Edizioni limitate significa dischi normalissimi tirati in 40 pezzi (perché QUELLE eran le copie che vendevano) in vinile color vomito e messi dentro a cose tipo cartoni della pizza, scatole per i neon, bustine della spesa e cose così –quando andava bene, altrimenti gatefold in carta velina dipinto a mano col feltro di un pennarello scarico. Album che nella maggior parte dei casi sono stati ascoltati una volta (stima ottimistica) per puro principio, anche se fino a due o tre anni fa li si poteva agevolmente trovare citati come CAPITALI da gente che non aveva mai visto un negozio di dischi in vita sua. Era un periodo matto: l’ascolto forsennato di robe del genere e una contemporanea infarinatura di zen e John Cage ad opera di dubbi amici mi faceva trovare interessante TUTTO, specie se i CD non erano masterizzati bene e generavano loop casuali in un paio di punti o venivano ascoltati in auto durante una grandinata. In quel periodo i Wolf Eyes di Nate Young (senza dubbio quello del giro con la miglior visione) si beccarono perfino un contratto Sub Pop e fecero uscire un disco con Anthony Braxton: probabilmente la cosa che avevo atteso di più in quell’anno, anche se di Anthony Braxton da solo avevo sì e no la coscienza che esistesse e il disco finito si fosse rivelato poi una mezza ciofeca non all’altezza degli uni nè dell’altro. Nel frattempo quasi tutti quelli che potevano mettersi a fare cose le hanno fatte, improvvisandosi noiser da cantina e buttandola in caciara per quanto possibile -tra l’altro a livello puramente attitudinale è molto meglio essere inascoltabili in quanto estremi e senza compromessi che essere inascoltabili in quanto inascoltabili- e generando una sottocultura ex-novo nella quale questo approccio harsh/freak si è mischiato all’elettonica avant e ha generato legioni di capolavori del pop, giustamente stampati in sedici o diciassette copie l’uno, o microscene stile Palustre o Borgata Boredom o che so io, di cui non abbiamo mai parlato ma fate pure conto di sì. Alcuni dei più dotati e lungimiranti, d’altra parte, hanno saputo vendere la loro militanza pre-esplosione a tutti gli enti che trattano musica d’avanguardia al mondo. Ad essere sinceri dubitiamo ci fosse il dolo, ma alcuni sono passati senza sforzo dal No Fun Fest ai posti alti nelle kermesse di musica contemporanea più sciccose del vecchio continente, a cui potenzialmente possono presentarsi ubriachi e sanguinanti e fare venti minuti di caciara casuale beccandosi uno scroscio infinito di applausi dagli stessi intellettuali ad ogni costo che manco due anni prima se ne andavano via incazzati come delle pantere se durante il set di Niblock usciva un feedback impercettibile.

Il prinicipe incontrastato di questa fase è Dominick Fernow. Inizia a lavorare a nome Prurient alla fine degli anni novanta, tipo in Wisconsin, per poi spostarsi a New York con la sua distro ed aprire un negozio di dischi specializzato in roba noise che diventa la mecca del genere. Da metà anni 2000 in avanti Prurient diventa una specie di necessary evil della musica contemporanea: ancora oggi non ho la percezione di lui come di un artista che seguo o conosco, ma mi sarò ascoltato una decina di suoi dischi (un paio li ho pure in casa originali, non so nemmeno bene a che titolo). Nell’ultima parte della sua carriera c’è stata una svolta melodica, oggi esce un disco su (già già) HydraHead che potete ascoltare in streaming e dimenticare di comprare senza problemi grazie al soundcloud di AVClub. Leggo su che qualcuno l’ha definito il disco più romantico del 2011, e potrebbe essere perfino vero a patto che per voi il top del romanticismo sia una cosa tipo Jean Michel Jarrè meets certi dischi Kranky che non ricordate di aver ascoltato meets gamelan casuale but worse (il che lascia ovviamente grossa libertà di manovra ai fanatici ad ogni costo che sentiranno imprevedibili echi carpenteriani e cose simili, peraltro ben più che ipotetici in una Myth of Sex). Io da parte mia sono convinto, ASSOLUTAMENTE CONVINTO, che la colpa di un disco come Bermuda Drain sia almeno in parte colpa mia, e se non vi dispiace vado a comprarmi un cilicio.

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7 thoughts on “STREAMO: Prurient – Bermuda Drain (HydraHead)

  1. Quanta verità. Pensa a quando introdurrai un altro pezzo fra cinque anni e sostituirai “harsh noise” con “dubstep”. Ah, no: ma il dubstep è altra cosa, e soprattutto vende più di 42 copie. Tra l’altro rischia pure di essere un bel disco, questo.

  2. a me il dubstep non m’ha fatto quasi nulla. ho una raccolta hyperdub che ho trovato a due lire al negozio di dischi, altrimenti sarei del tutto estraneo. questa roba mi ha fatto dei danni seri.

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