tanto se ribeccamo (speciale crossover): INCUBUS

So che è difficile da accettare così, dura e pura, ma una volta gli Incubus avevano un senso. Erano i tempi di S.C.I.E.N.C.E., anno 1997, un pauroso disco di funk metal mutante e sbroccato, pieno di scratch casuali (il dj dell’epoca si chiamava Lyfe, se non sbaglio: la sua biografia ai tempi era quella di un tizio venuto dall’hip hop che voleva provarci con un gruppo rock ma senza alcune cognizione di causa) di e con dentro una marea di pezzi buoni. A quei tempi erano visti come una specie di versione allegra dei Korn, forse più old school ma sempre improntati su quella sorta di nuovo crossover a trecentosessanta gradi (e pure sulla stessa etichetta, che li aveva contrattati senza manco pensarci e aveva infilato nel cassetto un buonissimo disco d’esordio). S.C.I.E.N.C.E. era talmente buono da oscurare la capacità percettiva dei fan per almeno altri due dischi. Il gruppo nel frattempo era diventato qualcosa di diversissimo: Make Yourself aveva sancito il passaggio della band da un impianto alla RHCP in acido ad una declinazione perlopiù moscia di certi Faith No More: due o tre standard crossover, qualche pezzo di rock normale (grazie Nikki) e due o tre ballad a fare da possibile cassa di ridonanza. Il cantante Brandon Boyd aveva smesso i dreadlock, l’anoressia e il cattivo gusto in favore di un’immagine da superfigo californiano con mesi e mesi di palestra in groppa, aveva più o meno preso in mano le redini del gruppo (a posteriori, il disco prima dà l’idea di essere farina del sacco del chitarrista Mike Einziger, probabilmente l’unico genio della band). La ballata acustica Drive diventa il loro primo vero successo planetario, sancendo in via definitiva la possibilità che Make Yourself fosse un disco veniale. Un paio d’anni dopo esce Morning View: è una raccolta di cosine pop che sulle prime fanno cascare le palle anche solo se rapportate alla media dei dischi nu-metal dei primi 2000. A livello di scrittura, in realtà, è forse il loro miglior album dopo S.C.I.E.N.C.E., quello più sciolto e tranquillo e sicuramente il più onesto, la testimonianza dell’avvenuta mutazione di un gruppo che avrebbe potuto far torello per altri dieci anni raccattando consensi da tutte e due le parti della barricata (voglio dire, sempre meglio che poltrire nel limbo dei mutanti irrisolti e poi svegliarsi una mattina ed essersi accorti di esser diventati i Limp Bizkit). Da qui in poi gli Incubus non sono più un gruppo rock, a qualsiasi titolo. Un peccato. Per puro affetto continuo ad ascoltare ogni disco che la band fa uscire, ma è dura. Soprattutto quando il gruppo smette di farsi produrre da Scott Litt e si affida a quello che non fosse per il salvataggio dei Pearl Jam potremmo senza alcun problema definire il più grande criminale del rock dagli anni novanta in poi, Brendan o’Brien. Il che ci porta grossomodo ai giorni nostri, dopo uno split di tre anni e tutta la trafila da gruppo che ha venduto milioni di copie: greatest hits, disco solista del cantante etc (una cosa curiosa e che scopro ora è che il solista di Brandon Boyd, che non ho mai voluto ascoltare manco per il cazzo, è prodotto da Dave Fridmann). Il disco nuovo si chiama If Not Now, When?; la cosa più figa è che in copertina c’è una foto di Philippe Petit, e approfitto di questo auto-gancio per segnalarvi che se non avete mai visto Man On Wire dovreste farlo ma non in pausa pranzo perché si piange come dei vitellini e vi toccherebbe tornare in ufficio con gli occhi gonfi (tipo Un mercoledì da leoni con la fune e senza il fisico). A mettere su il disco c’è un pezzo che non ci si crede: si chiama come l’album e si candida a ponte ideologico tra Arcade Fire e Boyz II Men, una cosa di una pomposità farlocca che anche il peggior Stevie Wonder e/o un turnista AOR degli anni ottanta col cognome italiano si sarebbero vergognati a morte solo a pensarla. Il resto dell’album purtroppo non si mantiene su quei livelli di brutale grandeur decadentista –è proprio un disastro, parlando fuori dai denti- ma per tre minuti sembra di essere di fronte ai nuovi NKOTB. Trivia: sapete che Backstreet Boys e NKOTB hanno appena concluso un tour assieme chiamato NKOTBSB?

Una risposta a “tanto se ribeccamo (speciale crossover): INCUBUS”

  1. Difficile approcciare la questione Incubus. A me han fatto cagare il cazzo più o meno sempre. Però sto disco credo sia il meglio che si possa ottenere da una band rock che decide di registrare undici tracce senza usare le chitarre.
    Secondo me, nell’ottica del disco pop che vuole essere, non fa così schifo.
    Ecco, l’ho detto.

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