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Benvenuto nel mondo dell’AIDS (Wolf)

C’era questo tizio ipocondriaco con un contratto co.co.pro nell’ambito dei ditali da cucito che esce di casa una sera per andare ad un concerto degli Arab On Radar. Vestizione da rimorchio con anfibio lucido antiscivolo su vomito, pantalone in velluto impermeabile al vomito, camicia a quadri modello autotrasportatore di Twin Peaks (vomitorepellente), flacone di rohypnol nel taschino. Prende la sua auto perchè ha paura dei mezzi pubblici: c’è quasi sempre del vomito sui sedili, troppa gente che tossisce e poi insisteva su sta cosa che gli autobus sono talmente sporchi da avere al loro interno più fluidi corporei di un vero essere umano, anche se sono fatti di lamiera piegata male. Arriva al club e c’è la fila. Dopo venti minuti riesce ad entrare, ordina l’imitazione di un whisky al bancone e se lo fa versare in un bicchiere portato da casa, che Dio solo sa quanto non lavino i bicchieri in quel posto. Era lì da un’ora e tredici minuti e nessuno gli aveva ancora rivolto la parola: più faceva caso a questa cosa e più gli montava la paranoia che magari la gente non gli si avvicinasse a causa del rumore di pillole di rohypnol che girano a vuoto in un flacone proveniente dal suo taschino. Pensava, a ragione, che nessuno chiederebbe nemmeno l’ora ad una specie di salvadanaio rivestito di velluto e pieno di droga da stupro seduto al bancone di un club. La magia accade quando inizia a suonare il gruppo spalla degli Arab On Radar ed una morettina con più occhi che denti sani gli parla tutta la sera della scena shitwave di Providence degli ultimi quindici anni, in un discorso talmente passatista e fine a sè stesso che il nostro tizio riesce a concludere la serata con un threesome sui sedili posteriori della sua macchina: c’erano lui, la morettina con più denti marci che capelli e il virus dell’HIV. La mattina lui si sveglia, e di lei rimangono solo il retrovirus e la scritta sul lunotto “Benvenuto nel mondo dell’AIDS”.


Questa storia è un riadattamento della più sgamabile leggenda metropolitana* del mondo e basta essere un minimo accorti per capirlo: ovviamente mi riferisco al fatto che è impossibile sia mai esistita una fila per andare a vedere gli Arab On A Radar con a supporto gli AIDS Wolf e soprattutto che ci fossero donne presenti. Il resto della storia è plausibilissimo e non vedo perchè non crederci.
Gli AIDS Wolf sono la versione più canadese (!!!) e più figacentrica degli Arab On A Radar, anzi sono quella staccionata che separa la gente che fa noise a botte di buon gusto (se state pensando ai Sightings e ai Black Dice possiamo cominciare ad abbracciarci) da quelli che fanno noise per raccontare in giro che fanno noise ma invece fanno della caciara coi brillantini. Qualche settimana fa è uscito il loro nuovo Ma vie banale avant-garde che è addirittura un doppio ed è una discreta mattonata di fastidiosità buona per rendere più aggressivi i polli da combattimento che tengo in cantina. Ci sono ancora tutti quegli elementi che hanno permesso a questi tre figuri di Montreal di ergersi al di sopra della tradizione post/folk/Constellation del proprio paese e per questo vincere il Polaris Prize (il premio Tenco canadese, tipo, non lo so): c’è una tipa che canta, ci sono dissonanze a caso tra le chitarre, ci sono dei video al limite dell’epilessia e c’è soprattutto un pezzo che spacca di brutto che si chiama Please hold the line ed assomiglia ad una conversazione telefonica tra un fax e un modem 14,4k. Se si mette da parte il fastidio per un approccio arty-ad-ogni-costo non è un brutto disco: inascoltabile quanto basta per spararsi un paio di pose una volta all’anno.

* se avete pensato ad una citazione di Elio smettete di leggere qui.

[vimeo http://www.vimeo.com/30338893 w=400&h=300]

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