Tanto se ribeccamo: KAOS


Per Dargen D’Amico il rap è fare finta che domani muori; per Kaos invece è morire ADESSO, in ogni istante, e per davvero. Capisci? È sempre stata questa la differenza. Non avere alternative, giocarsela fino in fondo, fino alla fine, senza un altro posto dove andare, senza un piano B. Poi certo è anche una questione di stile, ma quando sono le tue stesse budella che metti sul piatto senza ripensamenti è raro che sbagli, e se non altro puoi riuscire a sostenere lo sguardo quando vedi la tua immagine riflessa allo specchio – per quanto sia un modo di vivere che spesso possa portare e abbia portato a contraccolpi psichici devastanti. Ritrovarsi nei testi di Kaos significa rivivere ogni mazzata presa, ogni momento brutto, ogni rospo ingoiato, ogni volta che i secondi diventano millenni e fino all’ultimo degli attimi in cui si è stati nudi e inermi di fronte all’immane crudeltà dell’universo, il tutto amplificato per svariati miliardi di megatoni. Difficile pensare a qualcosa di altrettanto vero, non solo in ambito hip hop; forse giusto il sangue quando esce ad altezza polsi, a volte nemmeno quello. Doveva essere il suo ultimo disco Karma, l’album dell’addio alle scene, un estremo contributo alla scienza doppia h e poi levarsi dal cazzo con dignità immutata, lasciare infine che il microfono se lo litighino i vari intercambiabili turisti del flow e dell’umano, lavarsene pilatescamente le mani dopo oltre vent’anni di lotte contro i mulini a vento, perle ai porci e lacrime amare. Ma non si può negare la propria stessa natura e pretendere di sfangarla, sarebbe come dire da domani smetto di respirare: impossibile. E infatti Kaos non se n’è mai realmente andato, continuando negli anni a portare in giro il suo show, un irriferibile stream of consciousness di introspezione brutale dove si intersecano senza soluzione di continuità pezzi che sono chiodi nella carne per chiunque abbia saputo confrontarsi con la vita senza riserve, ogni tanto alternando ai live anche qualche djset confidenziale, lui comunque un faro per chi con la musica intrattenga rapporti che vadano un minimo oltre la semplice conoscenza. Nella seconda metà del 2010 le ristampe in CD di Fastidio e L’Attesa, entrambi introvabili da anni, sono qualcosa di più di un atto dovuto; oltre a dare a Cesare parte di quel che è sempre stato di Cesare, innescano un processo di storicizzazione del personaggio indispensabile soprattutto per chi quegli anni non aveva potuto o voluto viverli, per limiti anagrafici o chissà che altro – certo altri pilastri importanti mancano ancora all’appello (Merda & Melma, Neo Ex, per non dire dei featuring che sono parte del discorso almeno quanto la discografia ufficiale) – di fatto alimentando le speranze di una futura rentrée dell’uomo anche alla luce dei vari inediti proposti di volta in volta nei live più recenti, sorta di work-in-progress di pezzi che già si intuivano almeno di pari livello quando non superiori alle vecchie cose. Dottor K e Le 2 Metà le pugnalate più ferali, il primo una sorta di seguito apocrifo di Cose Preziose (“A 16 anni stavo messo male/ Vent’anni dopo: messo uguale/ Stesso antisociale“), la seconda qualcosa di molto vicino al concetto di canzone d’amore definitiva, in entrambi i casi materiale pericolosissimo, roba che ridurrebbe a brandelli una mandria di bisonti se solo i bisonti sapessero l’italiano. Lo scorso 11 novembre ecco dunque Post Scripta, titolo e copertina che nuovamente giocano con il messaggio di addio alle scene in maniera sempre più insistita e funereamente esplicita, in pratica un ‘al lupo’ a cui si spera nemmeno Kaos stesso creda più; otto pezzi per poco meno di venticinque minuti di pugni al cuore che per la prima volta in una carriera che ha da poco oltrepassato il quarto di secolo potrebbero effettivamente raggiungere più orecchie del necessario, grazie anche a un’esposizione mediatica esorbitante per gli standard a cui l’uomo ci aveva abituato (cioè niente di niente o quasi). Fa strano vederlo gesticolare nel primo videoclip della sua storia (non si contano i Radical Stuff e le partecipazioni ai video di Neffa e OTR), o ascoltarlo aprirsi ai microfoni di Carlo Pastore su Radio2, e non certo per improponibili baggianate “noi vs loro” in questo caso mai altrettanto inappropriate, di fatto il Don non deve dimostrare nulla a nessuno, quanto perché, citando alla lettera un commento apparso su youtube: Non è fatto per luci e telecamere, lui non se fotte veramente un cazzo di convincerti, lui non vuole piacerti, a differenza di tutto il resto dei burattini stereotipati con cui è costretto ad essere messo a confronto lui sta da n’altra parte, è n’altra pasta, n’altra stoffa, n’altra musica, non cambia identità in balia di mode e canoni, lui sta lì e ti racconta le sue storie, con i suoi tempi e il suo modo freddo e perforante di farlo.

Non è maestro di nulla, ma può insegnare molto a tutti.


Ascolta Post Scripta

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7 commenti su “Tanto se ribeccamo: KAOS

  1. P.S. (intrautro) è da brividi.

    “E se distante sarà un altro traguardo ora ho finito…
    ma va sono bugiardo un esaurito ormai si sa già da tempo
    vi avevo già avvertito chi sa parole al vento
    e poi vi contraddico per cui cambio argomento
    se vuoi non te lo dico quanto sono marcio dentro
    ma che talento io c’ho un unico obbiettivo
    e non è stare al centro ma solo uscirne vivo
    è un tentativo alquanto maldestro
    ma scrivo minchiate e mi chiamate maestro
    poi non ci riesco e poi sappiate che è uguale
    se è un onesto che cercate quà cascate male
    io resto neutrale guardate non insisto
    visto che è normale sappiate che poi esaurisco
    percepisco che il finale è compiuto
    e se resisto è solo perché mi avete sostenuto
    finisco saluto parole silenziose
    l’avete sempre saputo siete voi cose preziose”

    Da brividi.

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