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tema: “La mia collezione di dischi”. Svolgimento:

La prima cosa che non mi va a genio di questo discorso sulle collezioni di dischi è il nome. Io vorrei tanto chiamarladiscoteca, mi pare più giusto, più greco. La cosiddetta “discoteca”, in questo mio mondo semanticamente orwelliano, tornerebbe a chiamarsi balera.
La seconda cosa è che la costruzione di una discoteca segue i percorsi di una biografia concreta, non permette dissimulazioni. Non posso giocare a nascondino dietro colonne di dischi incongruenti. Parafrasando Woody Allen, i miei dischi sono brutti e vergognosi, e comunque sono troppo pochi.
Se volessimo fare un discorso serio, più che di oggetti dovremmo parlare di ascolti. Il mio problema con gli ascolti è che non so dove vadano a finire, come le papere del laghetto di Central Park: quando arriva l’estate, li trovo sempre lì a starnazzare, li nutro a pezzi di pane secco, ma per tutto l’inverno dove diavolo si saranno cacciati?
Ogni volta che ascolto un disco, quindi, mi ritrovo a guadare negli stagni a sud della mia memoria per fare i collegamenti, suonare il richiamo e sparare in aria ai fantasmi alati dei miei ascolti passati.
Un disco si porta dietro tutti questi problemi, figuriamoci una collezione intera. Stiamo parlando di un intero giardino zoologico di paranoie con le livree colorate a festa: quando passo accanto a certi cd masterizzati, mi chiedo quando mai sarà spuntata quell’insana passione, che poi si è trasformata in fobia. Certi animali faccio finta che non esistano: il mio primo disco, Millennium dei Backstreet Boys, so bene come è entrato nel mio rettilario, ma perché non se ne esce? Pure se ho buttato il disco, ancora gli ascolti mi perseguitano. Perché riesco a ricordarmi le parole di Larger than life e non quelle di un qualsiasi pezzo degli Shellac?
Allora diciamo così: la mia collezione di ascolti, anzi, la mia ascoltoteca è un posto dove non volete passare, e, anche se voleste, non vi ci porterei, e, anche se vi ci portassi, mentirei. Chi vuole sentire storie vere, del resto? Esistono i libri di storia, per questo, una categoria letteraria nella quale non aspiro di entrare, nonostante l’abuso di questa locuzione su alcuni siti di cosiddetta critica musicale. Il tal disco ha fatto storia, il tal gruppo è entrato nella storia. E intanto noialtri, gli ascoltatori, mentre la storia bussa alla porta, usciamo dalla finestra, terrorizzati dalla prospettiva di prenderci un proiettile in petto. Dove andiamo, papere, quando arriva l’inverno? Ci addormentiamo negli stagni, ci vergogniamo di dire una bella menzogna, lasciamo che i nostri dischi dicano chi siamo solo dopo attenta censura. Ce la meniamo, che va anche bene, per poi cambiare versione dei fatti a seconda delle mode. O, se non cambiamo versione dei fatti, ci vantiamo di non aver percorso un millimetro dal primo disco degli Iron Maiden. La verità è che facciamo schifo, noi che parliamo di discoteche, e per questo dovremmo frequentarci tutti più spesso, prima che i nostri cromosomi si annacquino fra quelli degli ascoltatori casuali. Ché poi arriva l’inverno, l’acqua si ghiaccia, e dove cazzo vanno le papere di Central Park?

(Federico Pucci)

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