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DISCONE: Obake – s/t (RareNoise)

Obake è puro sludge metal basilare risuonata con l’orecchio e la mano del musicista avant, di colui che ha imparato a frequentare i circoli dove l’estetica viene decisa o quantomeno rimescolata ma non ha dimenticato ciò da cui viene. Obake gioca all’interno di una forma mentis che prevede una sorta di secondo grado dell’insincerità (vuoi etica, vuoi procedurale) nella formula di base per poter elaborare democraticamente un suono la cui complessità è (massimo paradosso) definita dal costruirsi su una matrice melvinsiana (diciamo Bullhead) e quanto più volgare possibile: bassi slabbrati, batterie che riecheggiano e tutto il resto. Non possiamo definire la cosa estranea a certi momenti pattoniani, vengono in mente gli episodi meno vezzosi di Fantomas (Director’s Cut) e la stessa relazione di amore-odio con le ipotesi zorniane più orientate ad interagire con l’estremo e la velocità: il corpo metal sezionato con strumenti chirurgici in condizioni operatorie asettiche ed il chaos al limite del rumore bianco che da esso scaturisce, ricostruito con attitudine frankensteiniana a mo’ di rimozione del lutto. Obake si pone in merito con un atteggiamento meno critico e più genuinamente fanatico: la musica diventa il viatico per riflessioni extragenere che poco o nulla hanno a vedere con le concezioni di vero e falso che ancora dominano l’attitudine della fascia d’ascolto dei suoni contemplati all’interno di Obake disco. In altre parole la potenza espressiva di Bernocchi e soci è quella di saper gestire l’emotività legata ad Obake (intesa come ideologia) in maniera estremamente orizzontale, vivendo il flusso da facentene parte, il che è già di suo una ventata di aria fresca sia rispetto al carosello di riflessi extragenere a cui si dedicano i Boris del dopo Flood (per nulla a caso poco fa chi scrive citava Bullhead, del resto), sia dell’algido formalismo parablackmetal delle più recenti incarnazioni art-rock alla corte di Greg Anderson, sia dell’infinita ripetizione di abusati clichè post-apocalittici che continua inspiegabilmente a far vendere il marchio Neurosis e le più sterili derivazioni dello stesso. La più grande vittoria di Obake è questa: quella di essere riusciti a vedere una musica che viene dal cuore e di essere riusciti a replicarne lo spirito senza versare una goccia di sangue. Alzi la mano chi ha creduto anche a una sola delle minchiate che stanno nelle 2400 battute che ho scritto fin qui (dai, era facile, ho messo anche l’acca in CHAOS). Obake è un progetto di Massimo Pupillo assieme a Eraldo Bernocchi ed altra gente ugualmente curricolata che potrei fingere di conoscere da quando avevo 15 anni, è uscito qualche mese fa su RareNoise ed è sostanzialmente un disco sludge metal, concepito in maniera un bel po’ fighetta ma comunque votato al devasto più totale. Come tutti i progetti con Massimo Pupillo sembra un progetto di Massimo Pupillo. Arrivi alla fine che ti senti come se t’avessero pestato con una vanga.

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