Una per il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno

Il 1992 fu un anno memorabile. Il ritorno di Sergej Krikalyov sulla Terra dopo 311 giorni in orbita, Tangentopoli, le vittorie olimpiche di Aleksandr Popov, il Super Nintendo, Sinead O’Connor che strappa la foto del Papa. Inoltre, esce Hanno ucciso l’uomo ragno. Gli 883 allora erano gli ultimi protégé di Claudio Cecchetto, che se ascoltavi Radio Deejay era qualcosa di molto vicino all’idea di Dio: un uomo con una visione abbacinante, onnicomprensiva, Riccione la terra promessa, l’Aquafan (e la sua discoteca interna Walky Cup) il Paradiso. Aveva plasmato a suo piacimento gli anni ottanta (il Gioca jouer, Sandy Marton, Jovanotti, Deejay Television) e si preparava a fare lo stesso coi novanta come un creatore di universi però benevolo, un Palmer Eldritch allegrone dallo sguardo perforante e la parlantina ipnotica, one nation under un ombrellone vista mare Adriatico, il mio nome è Legione, ma preso bene. Una dittatura morbida del divertimento portata avanti con sicurezza incrollabile giorno dopo giorno, non solo in modulazione di frequenza: Deejay Show la sua Pravda, FRI Records l’arsenale, Linus e Amadeus e Albertino e Marco Biondi solo alcuni dei suoi cenobiti e Castrocaro uno dei tanti vivai da cui attingere carne fresca, all’occorrenza programmi tv da colonizzare a piacimento, ieri Sanremo, oggi Cantagiro e Festivalbar, domani Karaoke e Talk Radio, dopodomani il Mondo. Cecchetto come William Randolph Hearst, come Howard Hughes, come Rupert Murdoch, tutti in uno. Un tycoon orwelliano al grado massimo di persuasione, perpetuo trendsetter di sé stesso, tentacolare più di un polpo con braccia infinite, ubiquo come l’aria. Con gli 883 è un incontro ai vertici: potrebbero essere i suoi Sex Pistols, senonché la loro personalità è quantomeno pari a quella del loro demiurgo (che comunque non è un venditore di vestiti). Chiunque abbia vissuto in Italia nel 1992 è entrato in contatto con Hanno ucciso l’uomo ragno, e non solo e non certo perché qualche settimana dopo l’uscita Radio Deejay lo mandò in onda TUTTO, cosa mai successa per un album fino ad allora, un pezzo al giorno per otto giorni. Erano trasversali gli 883, verrebbe da dire universali se il mondo finisse poco dopo Bolzano: chissà come, hanno saputo portare i novanta al livello successivo. Viene veramente da pensare che prima di loro ci fosse il deserto. Una questione di semantica, probabilmente: conoscere le parole necessarie per spiegare l’inspiegabile, per dire il non detto. Hanno ucciso l’uomo ragno ha saputo parlare al cuore di ognuno di noi, bambino o vecchio, ricco o povero, analfabeta o laureato, ognuno improvvisamente scopertosi figlio del proprio tempo, i piedi ben piantati in questi anni importanti. E la sua forza non è diminuita: ancora oggi ascoltare quel disco significa rivedere scorrere le stesse belle immagini, ogni volta scoperchiare il proprio personale vaso di Pandora, ognuno il suo. Madeleine proustiana all’ennesima potenza, generatore di nostalgia di un’era aurea in cui eravamo tutti più giovani e felici che ormai esiste solo nella nostra mente (del resto, Poi chissà cos’è cambiato, forse il tempo che è passato). Con il successivo Nord Sud Ovest Est si delineano i caratteri: dei due, Repetto era il Grant Hart della situazione, l’euforico, l’estroverso; Pezzali come Bob Mould, riflessivo, meditabondo, sempre pronto a sondare il lato crepuscolare della vita. La golden age degli 883 finisce, inevitabilmente, con lo split di Repetto, ossessivamente perso nei suoi folli progetti cinematografici (chi ricorda quando arrivò a Cannes 1993 – o era 1994? – in elicottero, assolutamente non annunciato, PLANANDO sulla folla sotto una pioggia di volantini del suo imminente film, che non aveva nemmeno cominciato a scrivere? Delirio hughesiano in piena regola…!). Coerentemente, i dischi del dopo sono un po’ come quelli dei Sugar: belli e sinceri e onesti, ma lo senti che manca la controparte, lo senti che manca qualcosa. La sovrumana disfatta di Repetto nella sua rovinosa trasferta newyorkese, kolossal demilliano di cui troppi hanno detto e su cui infinite sono le urban legend – la più gettonata lo vede mimo dell’orso Baloo a Eurodisney – è  l’inizio della fine, suggellata dal monitorio Pierpa trattamento nel funereo Remix 1994, in un certo senso la loro pietra tombale. Ancora qualche sprazzo degli antichi splendori nell’avatiano La donna, il sogno e il grande incubo (Gli anni e Ti sento vivere la cifra stilistica e umana di Pezzali, uno che non ha mai avuto paura di lanciare il cuore oltre ogni ostacolo e di confrontarsi con la vita a viso aperto), poi onesto mestiere e campare di rendita con ubbie da trentenne assortite. Ma nel biennio 1992-94 in Italia esistevano solo loro, e questo è un fatto.

ps C’è una specie di raccolta via tumblr di pezzi che celebrano il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. La trovate qui.

4 thoughts on “Una per il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno

  1. Totale.
    Dischi sopra citati acquistati di recente (finalmente) come tributo.
    L’unica colpa da imputargli è l’avermi fatto sentire nostalgico a vent’anni.

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