Un’altra per il ventennale di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno.

La mia prima copia di Hanno ucciso l’Uomo Ragno l’ho comprata a marzo dello scorso anno. Stava al banco delle promozioni stile tutto a nove euro di un ipermercato, assieme a una serie di altri CD degli 883 che sul momento non avevo né i soldi né il cuore per comprare. La prima volta che ho ascoltato Hanno ucciso l’Uomo Ragno, canzone, è stata a cappella, nel senso del ritornello canticchiato da qualche amico. Quando è uscito il disco avevo quattordici anni e mi ero messo in testa, a grandi linee, che sarei diventato un fan del rock’n’roll. Non ascoltavo mai la radio, non ricordo perché. Hanno ucciso l’Uomo Ragno mi sembrava una canzone stupida, poi l’ho sentita davvero, non ricordo dove, e ho pensato “ah”. E poi “sì, cioè, sì, canzone stupida”. Il ritornello è quello lì ed è un ritornello stupido, avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffè, Lavazza is the new Hobgoblin, VAFFANCULO. Mi sono trovato in casa la cassetta degli 883 per gentile omaggio di un caro amico convinto di avermi fatto la carità, qualcosa tipo “ecco, senti cos’è che spinge oggigiorno, che cazzo ti ascolti, divertiti, dai”. Eccetera.

L’ultima canzone del lato B di Hanno ucciso l’Uomo Ragno si chiama Lasciati toccare ed è una fantasia sessuale pesantissima. Nessuno ne parla mai, ma è probabilmente uno dei pezzi pop più radicali ed insidiosi della storia italiana. Sei in un locale con la musica a manetta e inizi a fissare una ragazza con un vestito nero attillato che balla come se non ci fosse un domani. Non è chiaro se il ritornello è metaforico o meno; se non lo fosse, dovremmo dare per scontato che il protagonista della canzone a un certo punto si alza e prova a stuprarla. Il testo parte con una texture di archi sintetici, butta dentro un ritmo che sta a metà tra afro ed hip hop e campiona i gemiti di una ragazza che sta venendo. Lasciati toccare, come tutte le canzoni del lato B del disco, rivela nuove sfumature a ogni ascolto. Basta usare un po’ di prospettiva e non è nemmeno difficile legarla all’attualità, c’è dentro un desiderio di identificazione, c’è senz’altro un rosico alla Creep ma trasbordato in mezzo alla pianura padana, c’è un racconto per affastellarsi d’immagini che anche ascoltato oggi, ed unito alla musica, è impressionante. Lasciati toccare, in un certo senso, è già la fine degli 883. Gli sfoghetti adolescenziali contro morosine paranoiche e fighe di legno che stanno in Non me la menare e Te la tiri sembrano essere state registrate vent’anni prima, vengono fagocitate nella memoria del tepo. Pierpa Peroni e Max Pezzali non hanno mai osato così tanto. Hanno ucciso l’Uomo Ragno arriva alla sua conclusione e suona come l’infrangersi di tutti i sogni a portata di mano per un ragazzetto di provincia e il takeover di una realtà intransigente da ultimi della classe che sembra ancora i paesaggi di un libro di Scerbanenco.

La canzone che dà il titolo al disco, dicevo, non l’avevo capita molto bene. L’ultima ingenuità di Hanno ucciso l’Uomo Ragno, seguendo il minutaggio, è il ritornello della title-track. Le immagini che saltano fuori nelle strofe inchiodano le situazioni in maniera quasi barbara: il blues degli Stones, la gente ubriaca, il Guercio entra e sputa fuori la novità. Dritta sicura. Sono passato da non-appassionato di musica a maniaco compulsivo del rock’n’roll nel giro di un annetto, gli 883 erano capitati un po’ in mezzo e conoscevo a memoria i primi due dischi perché, sai, gli amichetti. Quei pezzi ripassavano di tanto in tanto alla radio, più o meno a caso, ed io in qualche modo capivo sia perché quella musica fosse odiosa sia perché in realtà non lo era. La mia prima copia di Hanno ucciso l’Uomo Ragno l’ho comprata lo scorso anno. È piena di remix e altri brani inutili, ma le tracce dalla cinque alla otto sono tra i miei ascolti più frequenti.

Non credo sia possibile smontare Hanno ucciso l’Uomo Ragno e ripercorrerne la storia dall’inizio, un po’ perché quasi tutti i personaggi coinvolti sono imprendibili, un po’ perché sapere le cose è molto più brutto che immaginarle, un po’ perché a prescindere da quali fossero gli obiettivi iniziali il disco ha venduto una valanga di copie. A sentire il lato A sembra che Pierpa e Cecchetto avessero intuito il bisogno generazionale di un Jovanotti più radicato nella canzone italiana ma con la stessa ineleganza ottusa nei testi, roba con cui un pubblico di teenager coglioni ipnotizzati da Mediaset, che a quei tempi penso si chiamasse Fininvest, potessero identificarsi. Il Lato B è più simile al viaggio di ritorno da un party dove tutto è finito male. Si specchia nella mortifera Weekend del disco successivo, un loop inesorabile dentro una scena cristallizzata in cui il mito è creato a bella posta dal teleschermo (Hanno ucciso l’Uomo Ragno), gli amichetti della sala giochi provano a tagliarsi la loro fetta di edonismo sacrificandoti sull’altare di un macchinone (Jolly Blue), e i tuoi sogni agresti da guardare-non-toccare collassano a forza di seghe e fantasie di stupro (Lasciati toccare). Con un deca, il massimo capolavoro di scrittura di Pezzali dal punto di vista del cantautorato, non lascia vie di uscita. Sono tutte canzoni che cambiano di senso ogni volta che le riascolto.

Nel corso degli anni ho trovato, incidentalmente, alcuni musicisti che scrivono testi come quelli di Max Pezzali. I loro nomi sono J Mascis, Bob Mould, Piero Ciampi, Aidan Moffat, Kaos, Chris Spencer, Jacopo Lietti, Scott Angelacos, Matt Pryor, Mike Ness, Layne Staley… Beh, c’è un sacco di gente che lo fa. Tendono ad essere i miei preferiti. Hanno qualcosa a che fare con la grammatica e col rimpianto: c’era qualcosa e non c’è più, senti ancora il sapore e non ne esci. Oppure vai avanti con una vita in scala.

Gli 883 non potevano durare, naturalmente. Un’opera così lucida ti inchioda a vita dentro ad un clichè scomodo ed irragionevole. Il brutto viaggio di un’eterna adolescenza non richiesta rimane un tema sotterraneo del successivo Nord Sud Ovest Est, una versione in scala e liricamente più compromessa dell’esordio. Tappetini nuovi e Arbre Magique, proclami pseudopolitici di dubbio gusto, celebrazioni estatiche che puntano ad Ibiza ed affogano nel pavese, cumuli di roba e di spade. NSOE infila ancora due capolavori: Rotta X casa di Dio, un mercoledì da leoni sulla tangenziale di Milano, e la già citata Weekend a cui Pezzali affida quasi tutto il carico emotivo del disco. Mauro Repetto, a posteriori, sembrava guardare già la luna. Di lì a poco fuggirà a gambe levate e tenterà quella che in Con un deca era stata chiamata “la soluzione divi del rock”: un disco di incredibly strange music, lo stalking, il suo film, Eurodisney. Quella della sua inesorabile caduta è una delle più belle storie pop di sempre. Max Pezzali ha tirato a campare con l’onestà di un grande artigiano della canzone a cui l’erichetta continua a commissionare Grandi Successi. Ha scelto di non scegliere, continuato a raccontare la stessa storia e lasciato sparuti (e nondimeno grandiosi) colpi di classe in giro per i dischi successivi. Il mio preferito è L’ultimo bicchiere con Nikki. Tutta roba con cui puoi stare bene (o male) un momento ma non puoi crescerci assieme. Uscì anche un musicarello intitolato come una delle loro più grandi canzoni di sempre, ma mi sono rifiutato di vederlo.

Non ho mai saputo cosa vuol dire “fare mono”, una cosa che sta nel testo di Jolly Blue. Immagino che se lo cercassi su google lo scoprirei, ma preferisco continuare a non saperlo. Davvero.

ps C’è una specie di raccolta via tumblr di pezzi che celebrano il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. La trovate qui.

6 thoughts on “Un’altra per il ventennale di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno.

  1. Pingback: Sempre a proposito del fatto che nel 2012 qualcuno ha stabilito che è il momento di guardarsi indietro, e di commentare “sto meglio adesso” « Braccia rubate alla logistica

  2. “Piero Ciampi e Aidan Moffat scrivono testi come quelli di Max Pezzali”.

    Quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; e dicevano ai monti e alle rupi: cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?

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