Scusa se ti chiamo amore.

L’originale è uno dei miei pezzi preferiti di sempre, una specie di svuotapiste perenne che mi riempie la mente e mi disegna istantanee di fricchettoni che scopano come dei ricci in mezzo a una strada coi celerini che caricano e Martin Rev che si beve il quattordcesimo cocktail mentre la Casio fa tutto il lavoro al suo posto. La cover (ad opera di Neneh Cherry & The Thing, i secondi uno spettacoloso gruppo avant-jazz con Mats Gustafsson e Paal Nilssen-Love) è semplicemente la cosa più lontana si possa concepire dall’originale, e comunque un pezzone della stramadonna. Il disco lo aspetto col cazzo in mano. Steso in mezzo a una strada. Coi celerini che caricano, e hanno pure le loro buone ragioni insomma.

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