true believers: CECILIA GIMENEZ

Una crisi creativa a cui non badiamo mai perchè siamo troppo focalizzati sulla stagnazione artistica del noise metal contemporaneo è quella dell’iconografia cristiana, sottile arte dell’incuneare simboli massonici a cazzo in un contesto di grazia e codifiche e/o unica vera testimonianza della devozione di penna e pennello alle forme sacre. Voio dì, quanto data l’ultima immagine di Gesù Cristo davanti alla quale vi siete cagati sotto sentendovi piccoli e timorati di Dio? La crocifissione del Mantegna? La foto del gesù con sopra la piscia di Serrano, per nulla a caso citata da una canzone in quella cafonata power metal di merda che fu Demanufacture (senza considerare tra l’altro la storia della copertina di Load: Andres Serrano come unico vero nemico del metal anni novanta)? Il Cristo Compagnone di Dogma e/o il Cristo Compagnone di Rio de Janeiro inquadrato in qualsiasi film ambientato a Rio de Janeiro per fare capire che il film è appunto ambientato a Rio de Janeiro? La copertina di un certo disco di un certo gruppo a cui NON stiamo pensando in questo momento? Di tutta la crisi del cristianesimo attuale, la crisi artistica probabilmente è la più sensibile. Paradossale quindi che in un agosto che ci ha tolto a calci l’autore di Man On Fire e il più grande illustratore della Bibbia ever, salti fuori dal niente il più clamoroso caso di arte cattolica dal dopoguerra ad oggi.

La storia s’è letta più o meno ovunque, quindi vi faccio la corta: c’è un affresco da restaurare in un santuario dalle parti di Saragozza, i Beni Culturali mettono in calendario un intervento ma il parroco decide di bypassare l’autorità ed affidare il restauro a una vecchia di 80 anni di nome Cecilia Gimenez, che lavorando alla luce del sole (e in buona fede, pare) esce fuori con una geniale e spaventosissima revisione acid-house del Cristo di Giotto, una cosa che haunta più ogni altra cosa della nostra epoca, il Guy Fawkes e Carmine ed Epic Sax Guy 10 hours della cristianità, tutti compressi nella stessa immagine in modo confuso ed asfissiante.

Il Cristobear acidone che esce fuori dal restauro diventa il miglior modo di raccontare il nostro tempo per immagini: dopo dieci minuti di indignazione globale per aver rovinato un ritratto riccardone di Cristo che –a conti fatti- era più scrauso della copertina del disco di Timo Kotipelto (un moto di protesta che immagino sia montato per via del fatto che c’è gente che ha studiato restauro all’accademia per una quindicina d’anni invece di prendersi un pennarone e imbrattare un muro nel disperato tentativo di diventare il nuovo Shepard Fairey) la faccia acidona diventa IL MEME e inizia ad invadere militarmente qualsiasi immagine del Cristo sia sopravvissuta all’inquisizione spagnola, per poi finire in brevissimo addosso a gioconde e urli munchiani e prima o poi (immaginiamo) copertine di dischi dei Pantera e dei Black Flag, poster dei film di Batman e occupazioni di Wall Street, e già sei lì a immaginarti i vittoriosgarbis intervenire a gamba tesa assicurando a reti unificate che questa è ARTE, cioè l’ennesima crisi del berlusconismo e l’ennesima nave da cui tutti saltano fuori (non a caso il cristo du Cecilia Gimenez ci somiglia pure un po’, al tipo). Il tutto lavandoci l’immaginario in lavatrice, rendendo accettabile un altro giorno di caroselli pro-Pussy Riot (una cosa che ha colpito così duramente da lasciarci con in mano un altro articolo di Paolo Madeddu sul punk oltre a questo) e  svelandosi appieno come senso ultimo di una cristianità in bancarotta, mentre i corvi della vecchia fede e della vecchia internet ci accusano a mezza bocca di essere saliti sul carro del perdente per il LOL e perchè siamo dei troll senza figa nè ritegno. Semper fi.

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