Emiliano Colasanti

Emiliano Colasanti lo conosco da qualche anno. È uno che scriveva di musica e a un certo punto ha aperto un indieblog, diventando uno dei quattro-cinque indieblogger per eccellenza assieme a Enzo Baruffaldi, Marina Pierri, Inkiostro e gente simile (in ottemperanza a questa cosa il suo blog continua ad essere candidato ai Macchianera assieme a quelli di cui sopra, anche se credo che nessuno di loro li abbia mai vinti). In tempi più recenti Emiliano ha aperto un’etichetta che si chiama 42 (assieme a Giacomo Fiorenza) e fatto un gran successo di pubblico con gente tipo I Cani e Colapesce. Il botta e risposta di cui sopra dura tipo quarantamila battute e nonostante questo s’interrompe più o meno a metà. Mi rifarò su qualcun altro.

 

Da quanto tempo scrivi di musica, dove scrivi di musica, che altro fai per sbarcare il lunario.
Ho capito che mi sarebbe piaciuto provare a scrivere di musica appena dopo avere smesso di sognare di fare l’astronauta o il veterinario. Io faccio parte di quella generazione che la musica l’ha vissuta prima in maniera teorica e poi “pratica”, leggendo i libri, le riviste, immagazzinando un sacco di dati per poi aspettare dei mesi prima di potere effettivamente ascoltare quello che mi aveva incuriosito. Parlo del pre-internet e di quando per comprare un disco dovevo prendere un treno, arrivare a Roma, oppure fare ordini che puntualmente arrivavano quando la curiosità era già bella che scemata. Le cassette mi hanno salvato la vita, e la radio. Erano i tempi di Planet Rock, quando la RAI trasmetteva interi live dei Pixies. La sera non guardavo mai la televisione, mi chiudevo in camera e registravo tutto. Ho cominciato nel 1999, quasi per caso. Il primo giornale per cui ho scritto era un bimestrale – Musikbox – che si trovava da Feltrinelli e che forse esiste ancora. Si occupava prevalentemente di collezionismo, dischi rari, non proprio il mio. Da subito sono finito a scrivere di musica indipendente italiana, il gradino più basso della scala del giornalista musicale, e di “rock alternativo”. Prima recensione: l’esordio di Giorgio Canali. Ricordo che avevo scritto una roba del tipo: “Chitarre tonanti”. Porca puttana, “Chitarre tonanti”. Prima intervista: Marlene Kuntz. La prima stroncatura: un disco dei Guano Apes, quello famoso col pezzo dello snowboard.
Conoscevo Gianluca Testani e grazie a lui sono entrato in contatto con Federico Guglielmi e gli altri del Mucchio. Ma più che altro capitava di incontrarli ai concerti e farci due chiacchiere, cose così. Non ho mai chiesto aiutini o calci in culo. Dopo qualche mese Guglielmi mi ha preso da parte e mi ha detto: “Oh, sono bersagliato da gente che mi rompe il cazzo per scrivere e tu non mi chiedi un cazzo?”. Da lì è partito tutto: Il Mucchio mi ha tenuto in prova per mesi. Scrivevo un sacco di recensioni a tema libero, le mettevo su floppy disc, le portavo a Federico e poi lui mi diceva in cosa dovevo migliorare. Ovviamente senza mai pubblicare niente. Poi è arrivato Fuori dal Mucchio e sono partito dal basso. Ovvero dalla sezione chiamata “Dal basso”. Quella dei demo. Il primo Mucchio su cui sono uscito aveva Michael Stipe in copertina. L’ho preso come un segno.
Non ci sono rimasto molto al Mucchio, dopo un paio di anni si è fatta avanti una ragazza che lavorava in redazione a Rockstar e mi ha chiesto se volevo curare la parte del giornale dedicata agli emergenti italiani. Oltre che scrivere le recensioni degli “stranieri”.  Ho accettato, la rubrica aveva il titolo orribile di Forza Italia, ma mi dava la possibilità di guadagnare 250/300 mila lire al mese, che era il 300% in più di quello che mi dava il Mucchio e per me era comunque chiaro che questa cosa un minimo mi avrebbe dovuto permettere di campare, altrimenti sarei passato oltre. Federico si è incazzato e mi ha sbattuto fuori, anche se poi al Mucchio sono rientrato dalla finestra, scrivendo di calcio, grazie ad Andrea Scanzi.
Più o meno in quel periodo si è fatta avanti Rockit: avevo conosciuto Fiz e Acty durante l’edizione del 2001 di Arezzo Wave e ci eravamo presi benissimo. Per me, che avevo cominciato sulla carta, scrivere su una webzine sembrava un po’ come rifarmi la verginità. Ho cominciato a divertirmi davvero quando ho aperto il mio primo blog, su Splinder, che di colpo ha attirato un po’ di attenzione su di me. Credo che i miei ancora conservino il trafiletto di Repubblica dove mi nominavano.
Una riga e mezzo che per loro forse vale più di tutto quello che ho fatto nella mia vita.
Parallelamente avevo cominciato a fare radio e lì ho conosciuto dei ragazzi italiani che curavano una fanza scritta in inglese, dedicata a shoegaze e cose del genere. Si chiamava Losing Today e c’era il progetto di farlo diventare un giornale. È successo, io avevo il ruolo di coordinatore di redazione, ma in pratica ero un vicecaporedattore senza avere i titoli per svolgere quel mestiere. Ho scelto parte dei collaboratori, assegnavo le recensioni, programmavo (non da solo, chiaro) le copertine. È stata un’esperienza molto divertente, soprattutto perché l’ho fatta che ancora non avevo 24 anni.  Siamo stati la prima rivista al mondo a dare una copertina alla reunion dei Pixies e la foto che era stata scattata per noi al Coachella è stata poi comprata e pubblicata in copertina da NME, i primi a mettere in copertina gli Arcade Fire, o i Baustelle. Col servizio fotografico che abbiamo realizzato con i Broken Social Scene sono stati fatti i manifesti del tour mondiale per il loro secondo album. Insomma: una bella esperienza finita male e senza vedere un soldo, nel 2006. Da lì ho avuto una profonda crisi. Ho smesso di scrivere di musica e per un po’ ho bazzicato femminili e maschili solo per pagare l’affitto. Ho ricominciato grazie a Fabio De Luca, nel frattempo avevo aperto l’etichetta.

Com’è cambiato lo scrivere di musica (e il tuo scrivere di musica) in dieci anni di musica? La cosa più evidente, o forse sono io che ho le mestruazioni, è che i pezzi “contro” sono diventati una specie protetta. Questa cosa ti ha toccato? Ti riguarda?
Gli ultimi dieci anni sono stati per la critica musicale una specie di giro sulle montagne russe che sembra non vedere mai la fine. Internet ha cambiato tutto, sia nel bene che nel male. E a me piace di più concentrarmi sul male, ché tanto il bene lo sapete già: ha ucciso il professionismo e fatto passare l’idea che chiunque possegga tanti dischi, o tanti hard disk,  abbia anche le carte in regola per scriverne. Non è così: io non credo che i blog e le webzine siano alternative alla carta, sono un’altra cosa, con un’altro linguaggio e un approccio diametralmente opposto. E dalla rete sono nate cosa davvero fighe, divertenti da leggere e interessanti. Insomma: non sputo nel piatto dove mangio, io amo il piatto dove mangio, ma ne riconosco i limiti e ne apprezzo la diversità. In più internet ha cambiato un po’ la percezione generale nei confronti della musica, da parte di chi scrive. Spesso e volentieri chi si occupa di un gruppo si sente di avere accumulato un credito che prima o poi dovrà riscuotere, di avere fatto un lavoro di promozione e avere un ruolo nella possibile affermazione, o nel contrario, di questa o quest’altra band. Questo meccanismo ha generato una rincorsa alla scoperta di fenomeni che durano mezza giornata e si estinguono dopo dieci minuti. La scuola che mi ha formato è quella del Mucchio, dove si tende a spersonalizzare tantissimo il recensore, viene usato il noi al posto dell’io perché sembra più autorevole, e altre cose di questo tipo. Ho sempre sofferto questo tipo di gabbia che invece nel giornalismo anglosassone non è mai esistita. L’avere aperto un blog mi ha aiutato ad andare oltre, a capire che potevo trovare uno stile mio e portarlo avanti, in maniera diversa, anche su carta.
I primi esperimenti in questo senso sono stati fatti su Losing Today, e di alcuni mi vergogno profondamente. Ricordo mezza intervista ai Blonde Redhead passata a descrivere il gatto di Teo della Spin-go che mi saltava addosso durante il sonno, la notte prima. Cazzate. Col tempo ho aggiustato il tiro: a me piace raccontare, dare una chiave un po’ diversa alle cose che scrivo, ma non rubare troppo spazio al tema dell’articolo. L’esempio è sempre quello delle puntate dei Simpson che iniziano in un modo e poi la trama vera viene fuori dopo quasi cinque minuti.
Io con gli articoli “contro” ho seri problemi: non credo se ne scrivano pochi, anzi. Il problema è che spesso e volentieri si scrive “contro” solo per risultare più brillante degli altri. A me piacciono, da lettore, i pezzi distruttivi, ma devono essere ben argomentati e devono offrire degli spunti che vanno al di là del punto di partenza. Scrivere che Bugo è diventato una merda perché la Ventura ha trasformato il suo pezzo in un jingle è una stronzata, è il ragionamento di uno stupido, e a me non interessa conoscere il punto di vista di un cretino. In più con Internet è diventato facile costruirsi il personaggio di quello contro, roba da Still Ill nel 2004, il cattivone alla Bucknasty (uno che mi piaceva un casino ma che faccio sempre più fatica a leggere) ma non solo. Basta vedere Vice. A me piace Vice, fanno un sacco di cose davvero belle, ma poi i pezzi più condivisi sono sempre quelli più volutamente provocatori. E credo che volere risultare sempre contro, ad ogni costo, riduca chi scrive a fare la fine di un pisello sempre in erezione, ma incapace di eiaculare. Il cazzo di Berlusconi, insomma. Io non voglio essere il cazzo di Berlusconi.

Non so se sono d’accordo. a parte che per me davvero TUTTI possono scrivere di musica, tanto l’unica discriminante è quanto hai scritto di musica in vita tua alla fin fine (le eccezioni, la gente che ha sempre scritto solo bene, per me sono pochissime, mi viene in mente solo il mio amico Matteo), a me l’espressione il cazzo di berlusconi in questo senso fa venire abbastanza in mente un’altra situazione, ed è quella che l’obiettivo di uno che scrive di musica sia in qualche modo di far parte del giro giusto (così torniamo a citare bugo). Che è un po’ diciamo legato alla figura del giornalista come promotore e/o partecipatore di una sorta di SCENA della quale in realtà poi finisce sempre per essere il cicisbeo, una specie di persona che ti porti in giro per convenzione e poco altro. e quindi giornalista come facente parte della scena. per me alla fine molto del ruolo perso da chi scrive di musica è il ruolo del tizio che rema contro ed è, boh, onesto spietato e pure un po’ antipatico, alla Quasi Famosi, e quindi insomma è vero che -sempre collegandomi- Vice tende a voler dare sempre un’opinione contraria, ma alle volte mi piace di più un pezzo antipatico di un Birsa Alessandri che mi obbliga a tenere il cervello acceso (e da cui posso prendere le distanze) che un pezzo di un giornalista competente che non si sbilancia e dà un’opinione competentissima di cui nessuno ha bisogno. poi certo, è chiaro che ci sono dei pezzi negativi stupidi come quello di cui parli su Bugo e la Ventura, ma questa cosa la passiamo in rassegna dopo, questa è più una domanda tipo fammi cinque nomi di gente che scrive di musica e ti dà qualcosa, perchè loro, perchè non gli altri
Nessuno dice che non ci si debba sbilanciare. Sbilanciarsi è importante, altrimenti è tutto inutile. È inutile darsi da fare per un lavoro che davvero ti porta in cassa due spicci e spesso non è neanche così appagante per altri aspetti (al di là del solito narcisismo da: “Ehi che figo, lì sotto c’è il mio nome). Io credo sia importante imbarazzarsi per quello che si fa nella vita, per quello che si scrive. Io credo nell’imbarazzo, ricerco l’imbarazzo e ti ripeto non è niente contro chi scrive in maniera provocatoria, m’incazzo di più quando in un articolo “contro” trovo solo luoghi comuni. Per me è più coraggioso scrivere del perché Call Me Maybe è la canzone dell’anno, che magari partire con la solita filippica contro il post moderno. So che dovrei vergognarmi e per questo provo piacere a espormi, mi metto in gioco. Di base a me sta sul cazzo il manicheismo, il pensare che ci siano cose giuste e cose sbagliate. Non sopporto i portatori di verità assolute. Quando leggo un articolo voglio essere stupito, voglio imparare qualcosa e voglio incazzarmi, spesso invece mi ritrovo a leggere cose prevedibili che hanno il solo scopo di far passare chi scrive per figo ma che al lettore non regalano niente di niente. Io penso sempre alla mia maestra delle elementari che mi diceva: “Attento Emiliano, il tema non lo scrivi per te, lo scrivi per chi dovrà leggerlo.” Ed è così, altrimenti compriamoci mille moleskine e riempiamole con le nostre pippe mentali. Per cui magari hai ragione tu: tutti possono scrivere di musica, tutti possono scrivere di tutto, ma non tutti meritano di essere letti.
Se ci pensi bene il ragazzino di Almost Famous voleva essere proprio la figura che tu stai criticando: quello che va a braccetto con la band, gira con il numero del loro cellulare in tasca e magari raccatta pure qualche figa. E capisco che quella cosa quando hai vent’anni sembra bellissima, ma se ci rimani sotto è finita. E d’altra parte credo pure che Lester Bangs abbia fatto più vittime che veri e propri seguaci. Gente che crede che parlare dei fatti propri, dire le parolacce, e partire per la tangente sia sinonimo di fico, e invece spesso è solo patetico. Però in Almost Famous a Lester Bangs fanno dire una cosa verissima: tu, tu che scrivi di musica, tu che ora sei seduto al tavolo con la rockstar del giorno, sarai comunque sempre uno sfigato. Tocca capire questa cosa subito, secondo me, e poi comunque andare avanti per la propria strada. Io temo però che la gran parte della gente voglia scrivere per essere quello che riceve il promo digitale di Brunori Sas in anteprima e non pagare ai concerti. Essere quello che sa le cose prima. Quindi sì, in pratica ti sto dando ragione.
La prima volta che ho incontrato Fabio De Luca ero nel backstage di un MTV Day, lui non se la ricorda di certo (no, non era quella volta che mi ero scolato il bar dei 2 Many Dj’s e ti ho cagato il cazzo tutta la sera, Fabio) ma io mi sono sentito in dovere di fermarlo e dirgli che in qualche modo mi aveva cambiato la vita. Ed è così: mi è sempre piaciuto il suo approccio e il modo che ha di raccontare le cose, ascoltarlo alla radio e leggere le sue recensioni su Rumore mi ha aiutato a cambiare i miei gusti, scoprire l’elettronica, avere voglia di andare a ballare e cose così. Poi ok, è il mio capo e pare una leccata di culo, capisco. Mi piace Maurizio Blatto, moltissimo. Enzo Baruffaldi, Carlo Bordone, Damir, Andrea Pomini, dei “nuovi” Chiara Colli. Ecco, diciamo che mi piacciono quelli molto competenti, ma con stile. Poi vabbè mi piacciono un sacco anche quelli che mi fanno incazzare tipo Zingales.
Va bene? Oppure intendevi i soliti Azerrad, Morley, Reynolds, De Rogatis, Alex Ross, Nick Kent? E certo, pure Lester Bangs. Anche se il migliore di tutti è Federico Buffa, ma scrive di sport. Sai uno che mi piace davvero un sacco? Justin Moyer. Che poi sarebbe un musicista ma scrive meglio di tanti giornalisti. E pure Momus.

Come concili il fatto di mettere i voti ai dischi con il fatto di mandare dischi a qualcun altro perchè gli diano i voti?
Questa cosa dei voti la trovo un abitudine terribile, per me i voti alla fine delle recensioni andrebbero eliminati, ma non da quelle di Pitchfork, perché ti permettono di saltare tutto il mattone che c’è scritto sotto.
Diciamo che cerco di conciliarlo il meno possibile: non sono un ufficio stampa invadente, odio quando mi telefonano a raffica per sapere se farò o meno una recensione. Diciamo che stando dall’altra parte della barricata ho capito più il modo in cui è meglio non porsi che quello di porsi. E poi cerco di interferire il meno possibile: non chiedo di leggere la recensione e prima e tutte quelle menate lì. Il problema semmai nasce dopo, quando di fronte alle stroncature i gruppi si aspettano che io alzi il telefono per fare il cazziatone al recensore. Cosa che non farò mai. Anzi: la prima roba che dico alle band con cui lavoro è “Non si risponde piccati alle recensioni”.

Non era tanto una domanda sul modo, era più sul principio. tipo: io non suono, non ho mai suonato, e ho sempre scritto di musica a livelli medio-bassi di importanza, e mi son sempre sentito avvantaggiato rispetto alla media della gente perchè quando si parla di musica non sono una parte in causa e quindi se mi va di stroncare un disco lo stronco senza fare una piega. Tu hai un sacco di conflitti d’interessi in corso, voglio dire che se tiri una stroncatura a un gruppo su tipo Snowdonia ci sarà sempre qualcuno che pensa “tira acqua al suo mulino, vaffanculo”. Questa cosa tra l’altro quando uno stronca un gruppo italiano non-insignificante salta fuori spessissimo.
L’Italia è il paese del conflitto d’interessi. È qualcosa che fa parte in maniera molto profonda della nostra cultura, e non solo per via di Berlusconi. Il problema me lo pongo, me lo sono sempre posto. Nel 2003 ho fatto un mezzo salto dall’altra parte producendo un demo, quello dei MiceCars, che poi hanno firmato per Homesleep e fatto un disco nel 2006: da quel momento ho smesso di recensire musica italiana proprio per evitare dinamiche di questo tipo. Ho ricominciato un po’ con Stereogram e Rolling Stone, quando c’era già l’etichetta perché tutte le persone che ho intorno continuavano a dirmi che mi stavo facendo troppi problemi per nulla. Non sono il primo che scrive di musica e nel frattempo manda avanti pure un’etichetta. Non sono il primo nel mondo e neanche il primo in Italia: l’ha fatto Guglielmi, Vignola, Ernesto De Pascale e chissà chi altro. Io credo però che “il modo” in questo caso sia davvero importante: in questi anni mi è capitato di recensire in maniera positiva dischi di band, solisti e etichette con cui sono in conflitto anche dal punto di vista personale, così come di esprimere giudizi negativi su roba fatta da gente che conosco, stimo o frequento. Cerco di essere onesto, e di sicuro non sono un tipo vendicativo: credo sia molto stupido pensare che uno possa stroncare un disco Snowdonia per tirare l’acqua al mulino di 42. Che senso ha? Mica è una gara! Mica è il torneo delle etichette indipendenti. Quello che è certo è che io non scrivo mai dei gruppi con cui lavoro, non faccio pressioni per fare pubblicare cose o non farle pubblicare, e lo so che detta così può sembrare come quando Berlusconi diceva di uscire dalla stanza quando si votavano provvedimenti che avevano a che fare anche con le sue aziende. Ma io non esco dalla stanza, ci resto nella stanza e mi comporto in maniera corretta spesso anche perdendo delle opportunità. D’altronde vedo che colleghi nella mia stessa posizione se ne fottono e si fanno allegramente i loro comodi, vuol dire che forse è giusto così, boh. Parlo di quelli che pure quando scrivono i pezzi “contro”, come piacciono a te, poi alla fine come esempi positivi tirano sempre in ballo quelli con cui escono la sera quando vanno fuori a cena o con cui suonano insieme, anche se magari questi esempi positivi poi sono pure irrilevanti per il resto del mondo e al di fuori dalla loro cumpa. Tanto poi come ti comporti conta poco, la gente ha sempre bisogno di pensare che sotto sotto c’è qualcosa, la mafietta, quelle robe lì. È più difficile accettare che le cose spesso succedono senza neanche avere una spiegazione. Quando sono usciti I Cani hanno detto di tutto: che ho scritto articoli su di loro firmandomi con lo pseudonimo Francesco Pacifico, che Francesco Pacifico scrive i loro testi, che ho comprato le visualizzazioni su youtube e i download su iTunes, che Radio Deejay, Repubblica, Il Corriere della Sera, La Rai, hanno dato spazio al gruppo perché dietro c’ero io, e mille altre stronzate di questo genere. Quando la verità è semplicemente una e difficile da accettare: ‘sto disco è piaciuto, così come quello di Colapesce e altri che abbiamo prodotto, e quella merda di Colasanti- parlo in terza persona come Maradona- non ha tutto ‘sto potere. Mando dischi ai quotidiani e alle radio da sempre, e il 95% delle volte vengo rimbalzato come tutti, ma almeno ci provo. Non mi nascondo dietro un dito e cerco di essere ambizioso.
Che dovrei fare? Smettere con una delle due cose? Forse prima o poi lo farò.

Siamo arrivati ai Cani. Per capire la dimensione dei fenomeni di successo: quanti soldi si fanno con un disco come il loro? Mi puoi fare un conto della serva?
Questa cosa dei soldi è divertente, perché c’è un divario incredibile tra l’immagine percepita di un caso discografico e quella che è la realtà dei fatti. Diciamo che un disco come quello de I Cani, con lo stesso tipo d’attenzione, i concerti sold out e tutto, quindici anni fa sarebbe arrivato a vendere quarantamila copie, ora sarà un super mega successone se arriverà a dieci. Nelle casse di 42 sono entrati soldi che hanno permesso di fare cinque magliette diverse, un vinile, quattro videoclip (tutti molto low budget) e stare comunque tranquilli. Il gruppo è partito da subito senza avere l’incubo di ritornare dai concerti avendo speso tutto per viaggiare, e cose di questo genere.
Per quanto riguarda noi: non siamo ancora arrivati alla fase in cui riusciamo a percepire uno stipendio per quello che facciamo con l’etichetta, anche quando potremmo preferiamo comunque lasciare tutto in cassa e avere margine per fare nuovi dischi, curare la promozione e tutte quelle robe lì. Anche perché in quest’ultimo anno ho imparato che più un disco va bene più devi continuare a investirci sopra. Sappiamo che dopo un disco o due che vanno bene potrebbero arrivarne degli altri che invece non riscuotono fortuna, per cui è meglio stare attenti.

Qualcuno in giro sta iniziando a stilare le classifiche dei dischi di fine anno e io per ora mi guardo intorno e non ne trovo manco uno che sarebbe finito ai piani bassi di una classifica di dieci anni fa. tu hai iniziato a stilare la tua? COSA CAZZO STA SUCCEDENDO?
Sto cercando di pensarci il meno possibile. Mi pare però che questo autunno stia un po’ tirando su le quotazioni del resto dell’anno. Sta uscendo tanta roba, anche di qualità. Un nome su tutti: Tame Impala. E poi magari cose lontane dall’ambito rock. Però, ecco, io non sono disfattista e mi sembra che belle robe continuino a essere fatte, diciamo che noi però siamo cresciuti e quindi meno disponibili a essere sconvolti da un disco o da un gruppo.
Ma credo sia naturale e forse anche giusto così.

Ti linko un articolo, vorrei un commento articolato. qui a parte il solito sbrocco di Albini siamo di fronte a un artista bravo e rispettato etc che ha tirato su un milione di dollari e passa col crowdfunding e ora chiede a dei musicisti aggiunti di suonare pro bono nel suo tour. Qua da noi un gruppo offre dieci euro per ascoltare il suo disco. i download legali su itunes stanno alla stessa cifra ma quasi tutti i dischi ormai vanno in streaming libero (se non in free download) per qualche giorno dall’uscita. La domanda sembra stupida ma forse non lo è: secondo te qual è il valore monetario di un CD? e della musica in generale?
Questo è il primo anno in cui, anche in Italia, il download digitale legale ha superato le vendite del “fisico”. Era già successo più o meno ovunque, anche se i numeri sono abbastanza bassi. Cinque anni fa, quando I Radiohead sono usciti con “In Rainbows” in quel modo che tutti sappiamo, ho pensato che più che volere abbattere la discografica tradizionale stessero chiedendo al loro pubblico di dare un valore al costo degli MP3. Per cui il problema c’è, esiste e se la gente ha la possibilità di offrire zero è lì che si fermerà, e forse è pure giusto. Sono contento però di quanto sia cresciuto lo streaming rispetto anche solo a pochi anni fa: io alla fine sono stra-convinto che l’ascolto debole, quelli che comprano un solo disco l’anno e di solito è quello della mega star in promozione, continuerà ad avere con la musica lo stesso rapporto che ha sempre avuto, per questo forse il supporto CD non sparirà mai anche se diventerà sempre di più il figlio povero del download digitale. Lo streaming è buono per noi, per i fissati che anche quando scaricavano da emule o soulseek poi i dischi correvano comunque a comprarli. È come un test di qualità, uno può sentirsi quello che vuole e poi scegliere se acquistarlo o meno. Tieni conto che per uno stream su deezer, spotify, ma anche su youtube, c’è una quota minima di royalties che arriva all’artista e all’etichetta.
Credo che dodici euro sia una cifra giusta per un CD nuovo, mentre per un vinile posso arrivare a spendere anche tra i quindici e i venti. Sarà che sono vecchio, ma su iTunes mi sarà capitato di acquistare sì e no due album interi. Se devo spendere quella cifra preferisco ancora il supporto, mentre lo uso regolarmente per le singole canzoni.

Non sono invece molto convinto del crowdfunding, l’idea della colletta non mi sembra vincente, per quanto è un sistema abbastanza vecchio e che nasce dal DIY, i concerti benefit e quelle robe lì. Diciamo che non mi piace il business del crowdfunding, perché di base è di questo che si tratta e trovo che “vendere” un ringraziamento su un cd, una cena, una strimpellata sotto la finestra di casa, sia un modo molto povero e brutto di dare importanza ai fan. Così come assoldare un musicista in cambio di una birra e una stretta di mano, si usa la popolarità per trarre un vantaggio. A me piace il lato rustico della musica, l’idea che uno come McCartney dopo avere ricevuto un’onorificenza in Francia possa salire sul treno e andare, gratis, a jammare con Albarn, Rokia Traore e Stefano Pilia. Ecco, sono queste le cose che mi fanno perdere la testa.
L’iniziativa dei Perris non mi piace, l’ho già detto: ormai è diventata una gara a chi trova l’idea più strana per promuoversi e forse la misura è colma. Non capisco più quale sia l’obiettivo di certi musicisti: un trafiletto su Repubblica? Basta davvero questo a sentirsi realizzati?

Questo è un punto che fa malissimo anche a me, e tra l’altro ne introduce un altro, che è quello generico del fatto che i gruppi non scelgono più il loro posto. Mi faccio scudo di una cosa che ha detto poptopoi sulla vicenda: “un’idea di marketing che non è immorale, non è illegale, non è sbagliata, non danneggia nessuno e ha la capacità di smuovere le acque”. Ora sulla non-immoralità ho senz’altro qualcosa da ridire, ma al di là di quello è una cosa che danneggia il gruppo, pure molto. Nel senso che a un certo punto tu dovrai prendere e andare a suonare da qualche parte, almeno si suppone che un gruppo voglia fare questo, e ti troverai davanti della gente che -invece di non conoscerti e/o non essere interessata alla tua musica- sa che hai pagato gli ascoltatori per farti scaricare il disco, e allora invece che da zero parti da meno cinque, dagli sfottò. Magari il disco è pure buono, io per dire non l’ho ascoltato per principio. Ma comunque ci sono altri duemila esempi che (pareri personali) mi infastidiscono: mi viene in mente Vasco Brondi, ha fatto un disco di cui chiunque andrebbe orgoglioso e di lì a poco lo si è visto cantare in contesti palesemente non suoi (tipo che so, Viva l’Italia con De Gregori) e pubblicando libri di pensierini e cose tratte da un blog. Oppure i Cani che prima facevano Con un deca e poi hanno fatto Con un deca assieme a Pezzali giocherellando con l’idea che ho dei Cani e di Pezzali e creandone un’altra per cui è tutto LA STESSA COSA, un’idea che invece mi infastidisce e mi sembra sbagliata. O Capovilla che due dischi fa parlava di voler riportare un sentimento violento nella musica italiana e ora licenzia i musicisti mentre fa video con Marina Rei in nome dell’Arte, mentre con l’altra mano s’incazza come una pantera perchè i giornalisti non capiscono le stratificazioni dentro al suo ultimo disco. O i Marlene Kuntz (e duecento altri) che vanno a sanremo per “fare una cosa inaspettata”. Ma anche centinaia di persone come noi due che il mercoledì scrivono di etica indie e musica vera, e il giovedì twittano la diretta di X Factor pensando in qualche modo di avere un atteggiamento di gente che si pone a distanza ed essere l’unico ad aver capito davvero di cosa si sta parlando. Voglio dire, il grande valore aggiunto dei gruppi e delle etichette e di chi scrive, ai nostri tempi mi sembra sempre più quello di stare al propro posto, di fare le cose che farebbe un gruppo qualunque, come se NON mettersi in gioco sia diventato l’unico modo serio di mettersi in gioco. Che dici?
Il discorso su questo tipo d’iniziativa secondo me è ancora più complicato, cambia in negativo il ruolo del fruitore, quello di chi ascolta, sotto sotto ci vedo una roba in stile “movimento cinque stelle” che mi agita molto. La democrazia partecipativa, i parlamentari sono i nostri impiegati, mandiamoli a casa, quelle robe lì. Il qualunquismo. A me una cosa del genere arriva in quel modo, il messaggio che recepisco è: “La musica non ha più valore, ti paghiamo per ascoltarci”, e lo trovo orribile. Perché se la musica non ha valore per te che la fai, che ci perdi tempo, soldi e notti insonne, figuriamoci cosa deve pensare il pubblico. E poi che succederà? C’è già gente che per suonare un po’ in giro accetta di farlo a cachet ridicoli che poi drogano in negativo il mercato, ora ci mettiamo direttamente a pagare i locali così ci fanno suonare? Mi pare tutto sbagliato.
Io credo nello sporcarsi le mani, mi piace chi si mette in gioco e rischia, ma c’è un limite. Il problema non è che i Marlene Kuntz vanno a Sanremo, il problema è che i Marlene Kuntz prima di andare su quel palco scrivono una lettera dove si giustificano, mettono le mani avanti e in parte dimostrano pure di avere una scarsa considerazione del pubblico che li sostiene. Poi dopo che a Sanremo nessuno quasi si accorge di loro se ne lamentano sui giornali dicendo: “Eh ma grazie a noi su quel palco c’è salita Patti Smith”. E ‘sti cazzi di Patti Smith, ha rotto i coglioni Patti Smith, soprattutto se la usi per rifarti una verginità. La verginità è noiosa. Vai Sanremo e fai il tuo, invece di appiattirti sul modello che il festival t’impone.
Io sogno i Verdena a Sanremo che scapocciano per cinque minuti su un pezzo alla Melvins e Wayne Coyne come ospite internazionale nella serata dei duetti. Mi piacerebbe vederlo entrare nella “palla” e camminare sopra il direttore di Rai Uno.
Il problema non è invadere gli spazi altrui, ma il come lo si fa. Sembra sempre che nel mondo indipendente ci sia un complesso d’inferiorità nei confronti del grande giro. Ci sentiamo sempre come i fratellini piccoli e cerchiamo sempre di attenerci a regole rigide e stantie. Come dicevo prima, esiste un conformismo dell’anticonformismo ed è tremendo. Siamo tutti uguali, omologati. Un anno fa bisognava parlare di Maria Minerva, ora di James Ferraro, poi di chissà chi. Leggiamo le stesse cose, andiamo a guardare gli stessi film. Viva chi si rilassa davanti X Factor, quindi, e chi va a vedere Expendables al cinema. E chi si ascolta Raf pure se ha il vinile di No New York. I Cani hanno cominciato a suonare Con un deca sin dalla prima data del loro tour, ma l’avevano deciso anche prima di quelle apparizioni al Mi Ami e a Roma. Il pubblico indie è come la chiesa cattolica, fa molta fatica a confrontarsi con il peccato: dopo i primi concerti c’era gente che sbroccava perché era immorale che il gruppo suonasse quel pezzo. Ricordo messaggi del tipo: “Ho speso 8 euro per sentire Pezzali, merde”. O questo che mi è arrivato poco fa: “Ma che cazzo! Ora grazie a voi che avete idolatrato gli 883, dobbiamo sorbirceli ad ogni cazzo di Djset post-radical-chic-indie-elettro-minimal-hipster-alternativo del cazzo…”. Vogliono che un gruppo faccia solo quello che ci si aspetta: Le Luci deve fare De André e i CCCP, Elio deve rifare gli Area e via così.
Con Pezzali è successo che Rolling Stone ha invitato il gruppo a fare questo mini live a Milano e la cosa sembrava divertente, poi ci siamo andati a cena, l’abbiamo conosciuto, abbiamo scoperto dove compra la Ram per i suoi Mac e come si fa atterrare un aereo con pilota automatico. Ci ha raccontato dei Not Moving e di Plastikman, di Skrillex e di Repetto che andava a troie in taxi. Da lì è venuta fuori spontaneamente l’idea di invitarlo al concerto di Roma. Lui non ha chiesto mezzo euro, è venuto prestissimo al soundcheck con noi, e ha fatto il suo. Si è messo in gioco senza che gli convenisse, solo per il gusto di farlo. E io questo lo apprezzo.
Spesso per collaborare con uno del giro indie bisogna superare tutte le sette fatiche di Ercole, e pure quelle di Asterix, invece con lui è stato facilissimo. E bello. Pensa che I Cani si erano sfilati dalla cosa di Rockit, dal tributo, è stato Pezzali a insistere con noi perché la cosa andasse in porto e a quel punto saremmo stati dei bastardi a dirgli di no.

Se parti dal ruolo dell’ascoltatore tocchi un altro nervo che per me è scopertissimo, nel senso che per me è abbastanza chiaro che la moralità di chi ascolta è compromessa quanto quella di chi suona -anche se non ne parlo abbastanza. Ti faccio degli esempi pratici, tipo il già citato guardare X-Factor o andare alla reunion di un gruppo tipo Refused a trenta euro, ammettendo implicitamente che *la forma del punk a venire* sarebbe stata un cachet di (la sparo) ventimila euro a data. E uno reagisce normalmente dicendo, sì, figo, mi sono ascoltato più il loro disco di tutti gli altri dischi usciti quell’anno, col cazzo che me li perdo. Così come bazzicando il forum del mucchio mi è capitato di leggere che qualcuno trovi scandaloso il fatto che Beach Boys o Stone Roses (per dire di due gruppi la cui reunion non ha nessun senso) abbiano suonato di fronte a poca gente, cioè buttando una croce implicita addosso a chi ascolta e accusandolo di inadempienza. Ci sono comunque altri duecento esempi che sono l’andare ai concerti-sensazione piuttosto che a vedersi un gruppo di cui non si sa nulla, comprare i CD in sconto su Amazon e lamentarsi del fatto che i negozi di dischi chiudono. La mia idea è che qualsiasi gesto che compiamo in maniera non-etica, magari per guardare al portafoglio o perchè è più comodo, per certi versi allontana la musica dal suo scopo principale, che credo tutto sommato sia ancora stare bene tutti quanti ascoltandola e magari sentirci vicini l’uno all’altro in maniera (questa sì) molto cattolica. Un’altra cosa su cui bisogna riflettere è l’identità dell’ascoltatore, cioè di una persona che non partecipa al processo produttivo a nessun titolo. Uno fa le foto, uno fa uscire i dischi, uno fa le recensioni, quell’altro ha dato una mano a organizzare una data, quell’altro scrive la cartella stampa, quello lì è nelle note di copertina di un disco, la tizia mette i dischi durante il cambio e via di queste. Voglio dire, da quant’è che non parli con uno che si mette a metà della sala e non fa un cazzo di niente se non ascoltarsi il gruppo? Non so se c’è una domanda, boh, dammi un’opinione su queste cose, dimmi che mi sbaglio, qualcosa così.
Capisco il tuo discorso ed è un mio vecchi pallino, soprattutto in riferimento alla musica indipendente italiana: un mondo dove tutti sono addetti ai lavori, perché io reputo tale anche il tizio che ha un blog su wordpress e va al concerto di Dente solo con l’idea di realizzare un video da postare la mattina dopo. È lo stato mentale che è da addetti ai lavori, tutti sono convinti di avere un ruolo e di contribuire. Tant’è che quando poi vengono fuori i Vasco Brondi, quelli che rompono i muri e arrivano anche al pubblico più generalista, finisce che vengono additati come il nemico pubblico semplicemente perché rompono la filiera. Non sono più solo parte di quel mondo, non sono più “cosa nostra” e quindi non va bene, devono scontare “il peccato” (ancora).
Ogni nostro gesto, ogni cosa che scegliamo o non scegliamo di fare, evidenzia delle contraddizioni. Io compro i dischi in sconto su Amazon, come continuo a comprarli, in sconto e non, nei negozi. Le cose non sono per forza antitetiche, anzi. A essere preoccupante è l’idea che molti si fanno, quelli che pensano che i negozianti siano stronzi che lucrano sulla musica mentre il negozione via internet è dalla parte del consumatore. Sono entrambe cazzate: il mega magazzino di Amazon fa gli sconti perché smercia una quantità di materiale elevatissima e il suo fatturato non cambia, è solo business ed è anche giusto che sia così. Uscite di casa però, cazzo, andateci nei negozi e vi accorgerete che vengono fatte le stesse offerte, spesso anche sugli stessi dischi. E a me piace da morire sapere che Marco di Radiation, o il mio amico Nordovest, ogni settimana guarda i dischi in magazzino e decide: “Ora sconto tutti i vinili dei Godspeed per venti giorni”, e altre iniziative di questo tipo. Continuo a pensare che il suo lavoro abbia una rilevanza sociale e culturale, perché le sue scelte sono motivate dal gusto e dietro comunque c’è della passione, non si tratta solo di fare quadrare i conti.
Tutto ciò per dire che anche qui le sfumature di grigio sono molto più che cinquanta e forse ingrifano anche meno di quelle presenti in quel libro per signorone: i Refused costano tanto perché in questo momento storico il passato ha un valore di mercato più forte del presente. E purtroppo anche i gruppi punk devono pagare le bollette.
Mi piace? No, ma è così. E purtroppo tocca vivere all’interno di certi meccanismi, perché anche il rifiuto totale nasconde qualche traccia di stupidità. Grazie a Dio si può scegliere, e siamo tutti abbastanza scaltri per capire cosa paghiamo quando paghiamo i Refused trenta euro e possiamo decidere se mettere mano o meno alle saccocce. Penso sempre a quella frase di Johnny Rotten alla fine dell’ultimo concerto dei Sex Pistols (quello vero, non la reunion): “Hai mai avuto la sensazione di essere stato truffato?”.
Sì, continuamente.

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22 commenti su “Emiliano Colasanti

  1. “È più difficile accettare che le cose spesso succedono senza neanche avere una spiegazione.” Daje Emilià.

  2. “diciamo che noi però siamo cresciuti e quindi meno disponibili a essere sconvolti da un disco o da un gruppo”. come sopra 🙂

  3. “È lo stato mentale che è da addetti ai lavori, tutti sono convinti di avere un ruolo e di contribuire. Tant’è che quando poi vengono fuori i Vasco Brondi, quelli che rompono i muri e arrivano anche al pubblico più generalista, finisce che vengono additati come il nemico pubblico semplicemente perché rompono la filiera.”

    poteva bastare questo eh?

    il problema vero è che stiamo sempre a parlare degli anni ’90, di quanto fosse figo e blablabla e ci dimentichiamo che negli anni 90 noi ascoltatori eravamo semplicemente ascoltatori e basta e quello ci bastava e avanzava. ora stiamo tutti a cercare di sembrare qualcosa che non siamo, giornalisti musicali, haters, videomaker, fotografi. ma ziocane, io un lavoro ce l’ho già, la musica è una passione, voglio godermela, ascoltare quello che mi va in maniera totalmente casuale e an-encicopledica, pensare dei pixies che sono una merda ed esaltarmi per little black submarines dei black keys senza che arrivi uno stronzo qualunque a dirmi che sono mainstream (lo so da me, come so che il pezzo assomiglia a stairway to heaven.. e allora? c’ha un tiro della madonna e se non lo capisci sono cazzi tuoi).. voglio non dover avere una cazzo di opinione sul ruolo nella cultura pop degli 883. per me gli 883 sono semplicemente una parte del puzzle dei ricordi di quando avevo 16 anni.

    ci facciamo tutti quanti troppe pippe, o meglio, ci facciamo le pippe sbagliate. stiamo a parlare di distribuzione, di marketing e di crowfunding invece di parlare di come i dischi SUONANO ed è chiaro che poi alla fine ad una band di ragazzini non frega un cazzo di suonare originali e/o pesanti, ma passano il loro tempo a scegliere con che strategia porsi su un social network. a me una band che fa un teaser del demo fa venir voglia di piangere, ma non è colpa loro se invece di passare ore in saletta a scassarsi di birra e scrivere pezzi senza senso stanno su final cut e facebook. è colpa nostra, che stiamo sempre a fare le portinaie di sto cazzo invece di parlare di musica.

    preferisco mille volte un disco registrato col fischer-price ma gonfio di idee, anche sbagliate, che una roba leccatissima lanciata un mese prima con chissà quale strategia di guerrila marketing che poi l’ascolti e suona identica ai tame impala o a chissà quale altra roba totalmente prescindibile che non lascerà mai un segno che duri più di 3 anni. finché continueremo a parlare di cazzate invece che di musica, finché continueremo a scrivere articoli che sembrano presi da una tesina di semiotica su quanto sia figa e post-moderna lady gaga non possiamo aspettarci che chi inizia a fare musica lo faccia con l’attitudine giusta.

    per questo mi piace bastonate, perché parlate della musica giusta nel modo giusto, con la giusta ironia ma senza fare i saccentoni sociologi ironici hipster di sta minchia.

  4. questa manfrina di *stai facendo la stessa musica dei throbbing gristle* eddy cilìa l’aveva messa insieme anche per i Sightings se non erro.

  5. Mi pare giusto fornire il parere non richiesto di una persona che, essenzialmente, rappresenta bene ciò che non va.
    Io sono uno che da fruitore di musica un giorno ha deciso di autoeleggersi scrittore di musica. Il motivo che stava dietro alla faccenda era solamente parlare delle cose che mi piacciono nella speranza, immancabilmente frustrata, che altri volessero fare altrettanto.
    Nell’immaginario di Colasanti sono uno di quelli che non dovrebbe scrivere o che non dovrebbe essere letto e, tutto sommato, non posso dire si sbagli. Collaboro con un sito (che non saprei definire, certamente non una webzine) che aggrega news e, a corollario, da spazio a tanti improvvisati come il sottoscritto di dire la loro. Un servizio che, di per se, non farebbe neanche male a nessuno, a mio avviso, ma di cui è assolutamente legittimo opinare una reale utilità.
    Non essendo obbligatorio leggere i pezzi o i siti che non piacciono, direi che tutto sommato potrebbe anche funzionare, come sistema.
    Il problema nasce quando crei rapporto tra chi scrive e chi fa promozione, specie se metti i secondi nella condizione di esercitare pressione su primi con accrediti, dischi gratis e compagnia. Queste cose magari non influenzano tutti, ma in un panorama dove tutti scrivono, è più facile trovare persone disposte allo scambio e da lì la situazione precipita fino ai dischi recensiti dal presidente del fan club.
    Ad ogni modo, sempre secondo me, il punto vero è che in un mondo dove l’accesso alla musica è istantaneo la recensione perde completamente il ruolo che aveva per me e per altri dieci o quindici anni fa. E’ una roba generazionale, la recensione di un disco, quindi anche il fatto che ce ne siano miliardi e di qualità infima si risolve easy nel momento in cui nessuno le legge, perchè i pochi lettori superstiti comunque si leggono quelle delle firme con cui son cresciuti.
    Online si fa prima a trovare un disco, rispetto alla sua recensione e questo non può non cambiare le prospettive.

  6. vabbè ma la recensione in realtà non esiste più, trolleggia il buon gusto della gente in posti alla ondarock (in posti, voglio dire, che si limitano ad un’idea “alla vecchia” di scrivere di musica fatta di rece interviste monografie e un editoriale ogni tanto). io le recensioni non le leggo più, pensavo cose tipo “oi mi sono davvero cagato il cazzo di leggere le rece di blow up, BASTA” e poi mi son reso conto che alla fin fine le rece di blow up sono le uniche che di tanto in tanto leggo ancora, giusto perchè così è la vita e ciao.

    su quello che scrivi in generale, sti gran cazzacci negri, per me come dico sopra la cosa di autoeleggersi critici musicali non è un problema (specie coi soldi che girano), anzi ben venga gente nuova che dica a Colasanti che è un vecchio rancoroso di merda e non capisce un cazzo di musica portando argomenti a supporto. il problema è che tutti lo possono fare e tutti scelgono coscientemente di scrivere pezzi brutti o senza senso o perdere la verginità al MiAmi. ora c’è un’occasione in più, coi dischi che girano perlopiù in digitale, e la gente sceglie comunque di leccare il culo e non accanirsi e pubblicare minchiate che non mi servono pur NON ricevendo il promo e scrivendo gratis, ecco, questa qui è una cosa che mi fa girare i coglioni.

  7. Grande Apessio. sappi che sto per fare un ottima RECENSIONE positiva sul tuo COMMENTO al POST di un BLOG che fa un INTERVISTA a un GIORNALISTA MUSICALE su come sono cambiate le sue OPINIONI circa CHI SCRIVE e/o SCRIVEVA di musica! ….. prova ne è l’apparizione di ENVER! attendiamo l’altra metà dell’intervista! (no davvero Apessio, ti condivido :))

  8. oh, poi mandami il link della recensione, così lo spammo sul mio facebook e sul twitter che in realtà sto per mettere su un blog di meta-critica meta-musicale e come lancio sarebbe una figata!

  9. I pezzi contro sono diventati una specie protetta anche perché, con un’industria musicale che è messa come è messa, stroncare è sempre più un gratuito sparare sulla croce rossa. In epoca pre-download di massa accanirsi contro un brutto disco non era tanto accanirsi contro la band che lo aveva pubblicato ma contro la casa discografica che voleva sfilare trentamila lire al ragazzino che ti leggeva, e tu ti mettevi dalla sua parte per il semplice fatto che quel ragazzino fino a un paio di anni prima eri tu. Oggi le cose si sono un po’ invertite, almeno nel mio caso: provo molta più indulgenza nei confronti del gruppetto sfigato che con quel disco non si ripagherà nemmeno le sigarette fumate durante le pause di registrazione, disco che il ragazzino si scaricherà a prescindere e poi magari stroncherà sul suo sito dopo averlo ascoltato due volte.

  10. Beh, è che ‘sto post mi ha fatto riflettere sul fatto che oggi riesco a prendermela solo con i nomi grossi, prima per me aveva senso dire peste e corna dei Cadaveric Sbudellator from Inculacapre Creek perché c’era qualcuno che avrebbe potuto ricavarci dei soldi spacciandoli per i nuovi Suffocation al quindicenne sprovveduto. Oggi nessuno può più lucrare sui Cadaveric Sbudellator, quindi stroncare il gruppo piccolo, brutto e sfigato (poi magari ti viene la stroncatura divertente e lo fai, ma lì è un altro discorso) è quasi un atto di bullismo ai danni di un disabile. Poi è chiaro che parlo da “metallaro-che-scribacchiava-su-una-rivista” quindi magari ho una prospettiva diversa…

  11. Questa intervista, come quella a Carlo Bordone, sono interessanti perché riguardano la musica lato critica. Essendo legato al giro, mi permette di osservarlo da un punto di vista che per gusti/formazione non è il mio, trovandoci affinità, divergenze e pescigatto. C’è però un punto che davvero continua a restarmi estraneo, e si presenta puntualmente quando spuntano fuori parole esoteriche come “etica” e “moralità”.
    Per dire, alcuni post fa parli del concerto dello Stato Sociale. Dice che Lo Stato Sociale è un gruppo di merda con lo schifo tatuato nel dna, e che piacciono probabilmente perché non vengono capiti. Dici anche che potrbbero essere “ideologicamente sospetti”, cosa abbastanza incomprensibile: cosa vuole dire che un gruppo musicale è “idelogicamente sospetto”, a parte che è un male? In questo istante sto sentendo i Lamb Of God, sono ideologicamente sospetti? Poi, la recensione fa una capriola a mezz’aria: anziché calare la mannaia, dici che sono la band più importante che ci sia oggi in Italia perché, sostanzialmente, ci credono veramente. Cioè, come direbbero i Manowar, whimps and posers leave the all? Io posso credere quanto voglio alla bontà della mia torta di merda, ma fa schifo. E di nuovo, quale sarebbe la “moralità di chi ascolta?” Se uno ascolta gli Wilco non può guardare X Factor? Non so, queste uscite così lontane dalla musica le trovo poco comprensibili. E comunque scusate la logorrea.

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