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il listone del martedì: DIECI ESEMPI PRATICI PER CUI LE COVER SONO UNO SPORT DEL CAZZO

1991: ho quattordici anni e un mio amico inizia a rompere il cazzo coi Guns’n’Roses. Il loro pezzo più famoso al momento, quello che sta spaccando in sei le classifiche, è un pezzo che si chiama Knockin’ On Heaven’s Door. Un mio amico mi dice che il cantante dei Guns si chiama Axl Rose (pronunciato Rùs, esse romagnola) e che il chitarrista si chiama Bob Dylan. Axl Rùs è quello famoso, Bob Dylan risulta come l’autore del testo che esce su Tutto o giornali simili –post hoc ergo propter hoc, però al contrario. Scoprirò solo qualche giorno dopo, cazziato da mio fratello, che Knockin’ On Heaven’s Door è una cover di Bob Dylan. Altri due giorni per scoprire cos’è una cover e qualche mese per sentire l’originale, decisamente superiore ma non abbastanza per la mia mente di plagiato dai Guns’n’Roses desideroso di capirne qualcosa di musica e non farmi prendere a botte in quanto pivello dai compagni del liceo (quesito interessante: è nato prima il rock o i pestaggi agli adolescenti?). Il mio rapporto con le cover è sempre stato problematico: quando leggi la tracklist di un disco nuovo e conosci già un titolo, vai su quel titolo per vedere se è una cover e come è venuta e se è migliore o peggiore. Ci sono casi in cui le cover ti piacciono più degli originali, soprattutto se gli originali non li conosci o comunque non sono poi tutto ‘sto granché, ma in generale la cover è quasi sempre deludente. Ecco quindi un breviario in dieci punti nel quale cerchiamo di raccogliere singole canzoni e/o macrocategorie succose che vadano a tracciare una specie di fallimentare quadro generale. Non è la prima volta che ci occupiamo di cover e non sarà l’ultima.

Importante questione di nomenclatura: per COVER si intende quando un artista prende la canzone di un altro artista e la reincide, in qualsiasi forma. Non siamo schizzinosi, e nel caso i distinguo stanno nel testo.

QUALSIASI COVER DI PEZZI IN INGLESE FATTA DA ARTISTI ITALIANI COL TESTO CAMBIATO
Per me è sempre molto triste sapere che Sono bugiarda (o come si chiama) di Caterina Caselli in realtà è una canzone preesistente dei Monkees che in realtà si chiama Sono credente, anzi no, è molto divertente ma è comunque scrauso e malato dentro. La cosa terribile è che metà dei pezzi di cui so essere una cover sono assolutamente convinto che la cover in realtà sia quella in inglese. La cosa ancor più terribile è che probabilmente in qualche caso questa cosa è vera. Una cosa un po’ meno terribile è che probabilmente alcune canzoni italiane di strasuccesso con testi assurdi in realtà sono strasuccessi inglesi e americani e io NON LO SO. Negli anni sessanta e settanta immagino fosse una cosa comune, ai nostri tempi è più raro vederlo succedere ma non si è ancora debellato il morbo, anzi di tanto in tanto arriva una cover punitiva tipo Creep di Vasco Rossi, punitiva nel senso che ti costringe a ripensare l’originale e renderti conto che sì, quando Thom Yorke cantava I’m a creep, I’m a weirdo in realtà intendeva I’m a Blasco; o il collega Ashared Apil-Ekur mi suggerisce appunto la cover di Ask degli Smiths ribattezzata Dimmi dai Tre Allegri Ragazzi Morti. Mi tengo comunque lo spazio per un paio di menzioni speciali, nella fattispecie

LIGABUE – A CHE ORA È LA FINE DEL MONDO
Altro girone, altro regalo, niente caramelle per i leccaculo. Questo pezzo è il limite ultimo, il buco nero. Quando ti rendi conto che esiste un momento della storia della musica nel quale Ligabue (uno i cui pezzi, lungo TUTTA la carriera, si discostano tra di loro a livello di scrittura meno dei pezzi degli ACDC) era politicamente schierato, roso nel culo e assolutamente deciso a coverizzare il massimo successo dei REM epoca IRS cambiando il testo originale nella peggior sfilza di puttanate in rima forever and ever (fine del mondo in mondovisione diretta da San Pietro per l’occasione), senza che nessuno alla casa discografica o nel management si sia messo di traverso e abbia detto no, dai, aspetta. Voglio dire, non è davvero possibile pensare che nel mondo della musica italiana qualcuno potrebbe provare qualcosa di più trash, sia guardando alle intenzioni che ai risultati. Molti altri ci hanno provato, a fare qualcosa di più improbabile e privo di senso, ma in qualche modo hanno portato a casa le penne molto meglio del Liga. Mi riferisco ovviamente al già citato Vasco Rossi punitivo di Creep, ma in questa sede mi preme ricordare soprattutto Marco Masini in un momento oscuro della carriera che coverizza Nothing Else Matters ribattezzandola E chi se ne frega, trovando tuttavia una via di fuga dalla sfiga tuffandosi nella sfiga di testa ed uscendone probabilmente rafforzato persino dal confronto con l’originale, che ok che a quella stessa età ascoltavamo i metallica e ci facevamo le pippe allo stesso tempo ma è comunque una rock ballad del cazzo.

JEFF BUCKLEY – HALLELUJAH
Se devo essere onesto la cover di Hallelujah è molto bella, così come è molto bello in generale il disco che la contiene. Nota a margine: ci siamo scordati che Grace è un buon disco perché ce lo siam sentiti dire da cani porci lestofanti ascoltatori generici e Luciano Ligabue, uno che ai tempi si dice abbia smosso le acque per portarlo a suonare a Correggio AKA se la realità s’infrange in un prisma è scisma congiura impostura tale e quale a Giuda chiodi nella carne cruda sale sulla piaga nuda evidentemente l’ingiuria mo’ trasuda, cito a memoria. Da questo punto è assolutamente normale che il fatto che Hallelujah sia stata ripresa almeno cinque volte e rimossa almeno quattro (rimane triste e terribile la versione di Elisa, identica e triste a suggellare ancora una volta la triste assenza di gradi di separazione tra Leonard Cohen e Luciano Ligabue) nella versione di Jeff Buckley, come se non fosse mai stata incisa prima di allora, dia fastidio persino a quelli che (come me, ma siamo in pochi) hanno un’idea di chi sia Leonard Cohen ma non credono che Leonard Cohen sia Gesù Cristo.

PLANET FUNK – THESE BOOTS ARE MADE FOR WALKIN’
Compagni il gioco si fa teso e tetro, o nella casa la situazione è tesa che poi è dire più o meno la stessa cosa (da cui appunto l’idea mia e fondata che quella di Frankie Hi-NRG sia una cover del Guccio, stesso gioco che nel disco successivo sarà tra Fili e Questione di Feeling AKA Questione di Fili). Qui non è il risultato finale ad indispettirmi, nel senso che sì la cover è una cover di merda ma –questa cosa potrebbe esserci sfuggito di dirla fino a qui- pubblicare una cover è uno sport durissimo e per pochi. Qui la cosa che rompe il cazzo è che come tutti gli altri esseri umani ho lasciato i Planet Funk alla fine di Non-Zero Sumness tra i massimi esponenti della dance italiana di ogni tempo, e me li ritrovo a buffo con un cantante che non è l’altro tizio scemo che poi ha cantato nei The Servant (gruppo famoso per avere ospitato alla voce l’ex cantante dei Planet Funk) con una cover che persino ai tempi del Big Beat ci sarebbe stata risparmiata da un qualsiasi artista intelligente.

LE CANZONI RAP
Nel senso di rap e canzoni, non nel senso classico e ideologicamente compromesso del rap originale qualsiasi cosa sia quando parliamo di rap originale. Cioè un conto è la cultura del campionamento, che come qualsiasi altro discorso sulla cultura legato alla musica è un discorso stupido (la cultura punk, la sottocultura punk, la club culture eccetera: trovatemi un qualsiasi pezzo intelligente che contenga queste parole e vi regalo un ascolto a pagamento del disco dei The Perris); un conto è un Puff Daddy che rimette sul mercato Every Breath You Take cantata da una minorenne con musica triste e vuota e ci rappa sotto a caso. La cosa naturalmente ha estensioni italiane, la maggiore delle quali parlando di cover è sicuramente la cover dei Pooh con cui si sono presentati sulla scena nazionale i Gemelli Diversi, primo vero e grande spartiacque tra una stagione esaltante del rap e una serie di persone di cui ho visto video su youtube e a cui un qualsiasi senso morale non avrebbe dovuto –semplicemente- mai presentarsi in uno studio di registrazione, un gruppo (i secondi) a cui appunto i Gemelli diversi hanno dimostrato di appartenere per tutta la carriera che grazie a dio non ho idea se sia ancora attiva o meno.

THE CLASH – I FOUGHT THE LAW
Il mio amico AsharedApilEkur me l’ha suggerita per motivi affini a quelli di Jeff Buckley, cioè che l’originale è tredicimila volte meglio e per colpa dei Clash non l’ha ascoltato quasi nessuno. Non avendo io ascoltato l’originale, mi limito a registrare il limite del fatto che forse I Fought The Law è il pezzo più conosciuto dei Clash e questo mi permette di introdurre tutta una schiera di gruppi fighi che se non fosse stato per le cover nessuno li avrebbe mai cagati: nel caso dei Clash non è vero, ma che mi dite –non so- dei Dinosaur Jr. di Just Like Heaven o dei Cake di I Will Survive e soprattutto dei Lemonheads che vengono ricordati quasi solo per la cover di Mrs. Robinson, fatta originariamente da due tizi che a Evan Dando non avrebbero manco il permesso di leccargli il culo? Non è forse una iattura che quando metti la cover di Mrs. Robinson in un posto la gente si agita e quando piazzi Confetti ti vengono a chiedere chi cazzo è e chi cazzo viene dopo?

ZERO ASSOLUTO – PER DIMENTICARE
Magari. Comunque sì, qui si entra in una dimensione più filosofica della cover evidente (nel caso specifico di Close To Me, il peggior singolo dei Cure dagli esordi a Wish compreso, dopo vabbè) ma non dichiarata e con una linea vocale piuttosto figa, nel senso di non, decantata con inflessione romanesca alla Tiromancino. Un esperimento di decontestualizzazione assolutamente notevole per un gruppo che come suggerito dal moniker non esiste, ma tutte le volte che passa per radio viene voglia di battere il piedino sulla testa rotta di qualcuno.

RAGE AGAINST THE MACHINE – THE GHOST OF TOM JOAD
A proposito di per dimenticare, un buon esempio è il disco di cover dei RATM, ai tempi definito da qualcuno il massimo esempio dell’arte del gruppo di Los Angeles (tipo due pezzi buoni su dodici). Ma il morbo era presente prima e con più forza nella cover di Springsteen, effettivamente per certi versi il miglior pezzo mai suonato dai RATM e comunque un pessimo servizio all’originale, e andatelo a chiedere ai miei amici se io sono un fan di Springsteen, il Vasco Rossi americano.

LE COVER MODERNISTE DEI BLACK SABBATH
A un certo punto, ancor prima dell’Ozzfest e del reality e di tutta quella roba lì, si decise di dare la possibilità agli ascoltatori di sentire i pezzi dei Black Sabbath rifatti da gruppi moderni che avrebbero dato un appeal più contemporaneo alla musica di Tony Iommi e soci. Nel migliore dei casi, cioè i Cathedral, i pezzi rivaleggiano con gli originali in quanto trasposizioni fedeli a cura di gente che la mediocrità non sapeva manco dove stesse di casa, ma più in generale i risultati furono fetidi; il disco vendette comunque così bene da creare le premesse per un secondo episodio, stavolta davvero rovinoso, nel quale il repertorio dei Black Sabbath venne rivoltato come un calzino dalla generazione del nu-metal, roba per capirci che si apriva con Sweet Leaf rifatta dai Godsmack e conteneva versioni di Busta Rhymes e System of a Down. Peccato per l’inclusione di Electric Funeral dei Pantera in fase sbando-ReinventingTheSteel che è quasi meglio dell’originale che sta su Paranoid, scusa mamma. Questa voce sta a simboleggiare l’eterno fallimento del tribute album come concetto, una delle più grandi insidie della musica rock contemporanea: per ogni Bohemian Rhapsody rifatta genialmente da Weasel Walter ci sono dieci o quindici Straight to Hell fatte da Heather Nova. Al contempo la cosa dei Sabbath ci dà un gancio per blastare l’idea di cover così come concepita dai gruppi nu-metal, pezzi anni ottanta con i chitarroni bassissimi al posto delle tastiere finte (gli Alien Ant Farm, ditemi che ve li ricordate o vi sbatto in faccia i Police rifatti dai Machine Head).

QUALSIASI COVER DEI JOY DIVISION A PARTE GLI SWANS E WOVEN HAND
Gli Swans hanno fatto, effettivamente, una cover dei JD più figa dell’originale perchè se devo sceglierne uno tra JD e Swans scelgo gli Swans e se devo scegliere dieci pezzi dei Joy Division non scelgo Love Will Tear Us Apart, così come il trattamento spiritico riservato a Heart&Soul dai 16 Horsepower è davvero piuttosto figo, ma già Day Of The Lords dello stesso gruppo è un po’ na merda e non fatemi manco cominciare con qualunque altro gruppo ci abbia mai provato con i Joy Division, che se guardate le liste su internet sono tipo dieci pagine scritte in piccolo a partire dagli stessi New Order (e fortunatamente la morte di Ian Curtis ci ha dispensato dall’esempio inverso, t’immagini i Joy Division che si mettono a fare la cover di Blue Monday?).

14 Risposte a “il listone del martedì: DIECI ESEMPI PRATICI PER CUI LE COVER SONO UNO SPORT DEL CAZZO”

  1. Cazzo io non sapevo che I fought the law dei Clash fosse una cover.
    Vedi l’ignoranza.
    Però secondo me i Dinosaur Jr. hanno fatto di molto meglio della cover dei Cure.
    (io almeno non li ho conosciuti per quella).
    Dei Cake è vero.

  2. Madò, Love Will Tear Us Apart fatta dagli Swans è patetica, fatta dai JD è la più grande pop song della storia e tu sei un fottuto hipster snob. Invece Day of the Lords fatta dai Sixteen Horsepower mi piace molto.

  3. duemila punti, dopo questa non c’è più niente

    io comunque scinderei il discorso cover in italiano del periodo beat, che avevano una loro ingenuità buffa, e cover italiane dagli anni Ottanta in poi, quasi sempre viziate dal chiacchieronismo dei testi

  4. oddio ma quello è veramente il testo che ne ha fatto Ligabue?! madonna ma come ho fatto a non averlo mai notato? è veramente sbagliato. quasi ai livelli di “hello my name is twilight and i am a dracula”

  5. beh, pian coi scavi, “if only tonight we could sleep” dei deftones è l’unica che devi salvarmi dal pastone anni 80 coverizzati dai gruppi nu-metal, che condivido in pieno tra l’altro. il nu-metal è stato lo stesso danno per il metal che sono stati gli anni 80 in generale per la musica. dev’essere na cosa ciclica. quando tutto va bene, ti capitano dei riverberi digitali e dei suoni di rullante imbarazzanti a tradimento. per questo una sera fuori dall’atlantide dicevo a m.c. che dovreste fare un listone sulle 10 cose più demmmerda dei dischi anni 80. e ce ne sono ben più di 10…

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