il listone del martedì: SETTE STRONZATE CHE SCRIVETE NELLE RECENSIONI DEI DISCHI

chi scrive pensa che le parole siano importanti

Forse ha poco senso parlarne ora che anche molti piagnoni della old skool stanno “teorizzando” la relativa inutilità della recensione, ma la lista di oggi vorrebbe mettere in fila alcune delle più comuni minchiate che quasi chiunque (inclusi noi, quando ci prendiamo il disturbo) infila dentro ai pezzi di musica e non dovrebbe per puro spirito di abnegazione. La lista è compilata come sempre a caso e senza un preciso ordine di gravità. Abbiamo comunque lasciato fuori le questioni ideologiche e le categorie critiche in sè, che per come la penso io sono altrettanto importanti ma andrebbero comunque a comporre un listone separato (tipo “non aggiunge niente a quanto già detto dalla band”. è vero, e QUINDI?). Ammettiamo di essere arrivato a sette per relativa mancanza di tempo, ma avremmo voluto includere cose tipo IL DIFFICILE TERZO ALBUM (perchè, diosanto) o I DRONI o IL LEADER CARISMATICO, che comunque sarebbero state dei riempitivi e basta.

QUALSIASI PAROLA CHE NON HAI MAI UTILIZZATO A PARTE NELLE RECENSIONI

Ce ne sono, non pensare di no. Può anche essere che quelli più fissati con Tolkien usino la parola APOCALITTICO di tanto in tanto, ma che mi dite di POSTICCIO o ARTIFICIOSO (una delle cose più infamanti che si possano dire descrivendo la musica di un artista, per qualcuno) o SBAVATURE o TENEBROSO e via di queste? E poi c’è il caso-limite dell’infamante CHI SCRIVE. CHI SCRIVE è veramente il figlio della merda, sottintende che stai per firmare la recensione ma pensi che il lettore avrà una pessima opinione di te se racconti i cazzi tuoi usando la prima persona singolare (chi scrive era presente in prima fila con orgoglio al concerto di Elliott Smith a Castiglione Olona). Ogni tanto ti capita persino di avere a che fare con qualcuno che parlandoti dice POSTICCIO o A CUORE APERTO, ma nessuno ti dà una sua opinione introducendosi in terza persona singolare a parte Scilipoti e il grande capo Estiqaatsi. Neanche tra gli accademici o in Star Trek, tipo. Chi scrive può dichiarare orgogliosamente di avere usato CHI SCRIVE con relativa parsimonia nel suo passato -è successo, ma non succederà più. (kekko)

DEUS EX MACHINA

Il teatro greco funzionava così: un personaggio, rappresentazione delle più inconfessabili pulsioni dell’animo umano, si imbarcava in una storia talmente lunga, complessa e intricata, che spesso e volentieri le cose andavano in merda, e l’autore non sapeva più come uscirne. A questo punto, anche per mandare a casa il pubblico ormai sfiancato (le tragedie greche duravano giorni e giorni, durante la rappresentazione era vietato andare in bagno e, perseguendo lo scopo di una accresciuta intollerabilità, erano cantate con l’accompagnamento di lira solista), l’autore introduceva nel copione l’estemporanea figura di una divinità che, trainata da una macchina, appariva sul palcoscenico e svoltava la situazione (cfr. illustrazione):


Nel mondo della critica rock, “Deus Ex Machina” ha assunto un significato del tutto peculiare, diverso ed errato, che – credo – indichi quella particolare situazione in cui il componente di una band o di un progetto musicale ne sia in effetti il principale, se non unico, responsabile artistico, tipo che ne so, “Billy Corgan, deus ex machina degli Smashing Pumpkins…”. Ora, non so se la musica di Mellon Collie sia mai stata dipanata dall’intervento salvifico di una divinità planante dall’alto, ma spero che, se non altro, Zeus cali dai cieli sotto Natale a prestarmi le centoquaranta sterline necessarie a comprare il box di Mellon Collie o, se non altro, a fulminare le case discografiche figlie di puttana. (AsharedApilEkur)

LA ROBA MASCHIA

La ROBA MASCHIA sarebbe tutta quella sfilza di lemmi che usate, dico noi, per mettere in chiaro che l’esperienza di ascoltare questo disco è più radicale e provante di un’impepata de cozze alle otto del mattino il martedì. Le parole che ricadono ne LA ROBA MASCHIA sono quelle tipo REBOANTE o DISUMANO o ancora APOCALITTICO ma soprattutto MONOLITE o anche le espressioni tipo PUNK ROCK AL VETRIOLO o AL TRITOLO, anche se in genere uno impara molto prima cosa sia il punk rock piuttosto che il vetriolo per dire. Che poi alcuni (alcuni) di noi hanno davvero provato un certo grado di spaesamento nell’ascoltare un disco metal o hardcore o noise e/o travolti dalla potenza di certe chitarre o sviscerati dal LANCINANTE e DISUMANO urlo TELLURICO dei Mayhem e paccottiglia simile e una mezza dozzina di volte nella vita ci sta, ma c’è gente che testimonia senza nessun problema esperienze di decesso clinico tre o quattro volte al mese e voglio dire, dopo un po’ se non ti abitui a un grezzo che urla cose a caso è meglio che ti rimetti ad ascoltare i Modà o il trip hop (la più classica esperienza SPAESANTE ed ETEREA degli anni novanta, e noi mica lo sapevamo che SPAESANTE ed ETEREA volevano dire che al confronto la figa e il motomondiale son roba per palati fini). (kekko)

L’EPONIMO

Al giorno d’oggi, quando capita che uno non si ricorda più in che anno ci si trovi, o quando tocca ricordarsi che anno era l’anno che Igor Protti segnò contro la Roma al novantesimo minuto l’unico suo goal rilevante con la maglia della Lazio, è tutto sommato una cazzata, perché da che è nato Cristo gli esseri umani, che non ci capivano più un cazzo, hanno deciso di chiamare gli anni da uno in poi, a partire dal primo gennaio (questo perché tutto il 25 e il 26 erano troppo sfondati di cibo per riflettere, dal 27 al 29 avevano troppo moscione post-festa, il 30 realizzarono che ancora non avevano deciso che cazzo fare il 31, il 31 era il 31 e l’uno, con l’anno nuovo, già che c’erano iniziarono a contare gli anni da uno, anche in onore del fatto che era l’uno, altrimenti avrebbero cominciato da zero). Prima di ciò, era un casino, perché o si contavano gli anni: 1) a seconda del re, ma poi come cazzo facevi se il re non veniva eletto re il primo gennaio o sotto le feste, ma, metti, il 4 aprile, e allora dal 4 aprile al 31 dicembre che cazzo di anno era?, toccava fare in modo che per decreto regio non succedesse niente – oppure non registrarlo nei libri di storia. Per questa ragione, peraltro – pensateci – siamo probabilmente nel 5780. E allora dove cazzo sono i miei robot?;  2) dando un nome agli anni, per esempio “L’anno che Igor Protti segnò alla Roma”, ma allora si ponevano due problemi, il primo era come si chiamasse l’anno fino al goal di Protti, probabilmente non si chiamava, e perciò un sacco di eventi non si registravano, e il secondo, ancor peggiore, è che a domande come “Che anno era che Protti segnò alla Roma?” si rispondeva “L’anno che Protti segnò alla Roma!”, il che equivaleva a rispondere “L’anno della sgrullata” o “L’anno del cazzo” (nomi di anno che vennero coniati, rispettivamente, nell’anno della sgrullata e nell’anno del cazzo), il che causava guerre ferocissime che venivano combattute ma che non venivano registrate nei registri storici delle guerre, perché il funzionario non sapeva che scrivere nella casella “data”; 3) Si usava un funzionario eponimo, cioè si prendeva un tizio che esercitava una qualche funzione, di quelle funzioni-tajo che avevano gli antichi tipo Coppiere del Re, Gran Ciambellano, Maramaldo di Corte, Eunuco o Favola, e si diceva che quell’anno aveva il suo nome. Non che questo risolvesse granché, perché tu ti dovevi comunque ricordare quale funzionario venisse prima di quale altro, ma una cosa era certa: che l’eponimo era il tizio che dava il nome all’anno. Perciò, quando nelle recensioni c’è scritto che L’ALBUM EPONIMO DEGLI è bello, si dà mostra di non aver capito un cazzo di niente, perché un ALBUM EPONIMO significa UN ALBUM CHE DÀ IL NOME A, perciò L’ALBUM EPONIMO DEI LIARS significa che l’album si chiama Liars, i Liars si chiamano Liars in questa occasione altrimenti si chiamerebbero Drums Not Dead, i Flipper come cazzo si chiamano, Album o Generic o Generic Flipper, e in ogni caso: che cazzo di band erano, i Flipper? La risposta su questo blog, nell’anno della sgrullata. (AsharedApilEkur)

CITAZIONI DELLA BIBBIA

L’ho visto davvero succedere, questa era una cosa che riguardava soprattutto le riviste metal di un certo periodo, quando anche nella critica specializzata si era iniziata ad intravedere l’ombra lunga del post-metal e del doom e di tutte quelle stronzate che un po’ piano e un po’ forte. Eloì, Eloì, lema sabactàni? (Michele Placido). La citazione biblica, che ovviamente è una categoria che comprende qualsiasi tipo di citazione a sfondo religioso e/o letterario –Dante in particolare va alla grandissima. A proposito, la mia recensione preferita di ogni tempo fu scritta da un redattore inattivo di Bastonate che in una webzine affrontò Dante XXI dei Sepultura scrivendo, cito la recensione per intero, “Rispondere si vorrebbe non con le parole ma col coltello a tanta bestialitade (Dante, Cv IV XIV 11)”- e qualsiasi altra cosa che l’intelletto suggerisce di paragonare alla Bibbia, ad esempio Marshall McLuhan che è un remix in chiave pop anni sessanta del libro del profeta Isaia (allo stesso modo in cui il FABER più spirituale, che ogni tanto salta fuori, è Giona del dopoguerra e Dori Ghezzi o la città vecchia sono la Balena. L’arte della citazione è un’arte nobile, sto scherzando, e se non stessi scherzando invece di citare vi farebbe abbastanza bene (disse il Pecorari a suo tempo) di leggere quello che state citando prima di citarlo, dico anche la Bibbia (che almeno nella Season 1 ti sbatte sul tavolo un protagonista feroce e vendicativo che se la girassero oggi sarebbe interpretato da Idris Elba). Poi voglio dire, la gente che mise mano alla Sacra Bibbia avrà avuto una gran testa ma nel frattempo appunto è uscita altra roba a vostro beneficio tipo Winston Churchill –il Re Salomone della pace di Yalta, uno che nei siti di citazioni va più forte di Marracash e Groucho Marx. (kekko)

I PARAGONI PER ASSURDO

I paragoni per assurdo sono quella cosa di cui parlavo nel pezzo sui Metz e mi sforzo di riscrivere. Si parla di PARAGONE PER ASSURDO quando leggi che un gruppo suona come degli Slayer indie rock di sinistra con un jazzista nero anni settanta alla batteria. Nel caso dei Metz si faceva riferimento a una loro canzone e si diceva che suonava come se Nevermind fosse uscito per Touch&Go invece che per Geffen, sottintendendo in malafede qualcosa di grossissimo e NON come vorrebbe un’interpretazione letterale -se Nevermind fosse uscito su Touch&Go avrebbe avuto un altro suono decisamente più sgrattoso o Corey Rusk i master li avrebbe dati da mangiare al cane e/o usati per sfottere quelli di Sub Pop, e se avesse avuto un suono sgrattoso sarebbe stato grossomodo un normalissimo buon disco Touch&Go da centomila copie negli anni in cui centomila copie non volevano dire quasi un cazzo -oppure sarebbe stato sempre Nevermind, boh. Una ventina d’anni a leggere riviste mi hanno temprato a qualsiasi cazzata in questo senso, comunque. Tipo quando i Radiohead fecero uscire Kid A e la gente parlò allegramente -grossomodo- di Aphex Twin alle prese con un cover album di Charles Mingus o Miles Davis, ma PERCHÉ NO dico io e già che ci siamo perchè non dei Dillinger Escape Plan non-metal con i Plaid in formazione usciti su Smalltown Supersound. Voglio dire, se sei un giornalista il fatto di fare un paragone assurdo ma verosimile significa che non hai un livello di astrazione più alto di quello di un Gino Castaldo bergamasco che scrive su Metal Hammer nei tardi anni ottanta e ti conviene continuare a sbattermi in faccia Dylan e i Beatles, ain’t it? (kekko)

L’INGLESE

La lingua italiana ha parole specifiche per indicare dieci milioni di modi di cuocere un pezzo di carne ma nessuna parola che descriva un gruppo che suona per ultimo a un festival. La ristorazione è meglio della musica pop perchè non leggerete mai HEADLINER nel menu di un ristorante tipico, nemmeno per le specialità della casa o i piatti unici e il menu del giorno. Dopo un po’ la smetti di provarci e inizi a utilizzare correntemente le parole inglesi come parte di un malatissimo linguaggio comune, anche per via del fatto che i generi musicali tendono a non venire ribattezzati in italiano per ovvi (scherzo) motivi. Ma a volte la cosa assume toni patetici che superano a sinistra la condizione umana. Il caso di Carlo Bordone che giura di aver letto SOPHOMORE RECORD nella recensione di un disco in italiano è probabilmente il massimo a cui possiamo aspirare, ma perchè nessuno si prende la briga di sparare ad un’anatra tutte le volte che vede qualcuno utlilizzare TITLE TRACK al posto di “la canzone che dà il nome al disco”? Tra le altre cose nei pezzi di critica musicale vengono usate correntemente parole in inglese delle quali io personalmente non ho mai saputo il significato, tipo MONIKER o PLATTER o GROOVE o che ne so. Cioè, lo so cosa intendi quando usi la parola MONIKER, ma cosa vuol dire in sè? E perchè ci dà così fastidio usare NOME quando ci riferiamo al nome del gruppo? Ma non è mica finita qui, nel senso che si legge spessissimo RELEASE e ROSTER (che spessissimo diventa ROOSTER peraltro, come la canzone degli Alice in Chains e come gli Interpol nei primi mesi di hype vennero chiamati INTERPOOL da certa gente di Cesena con cui parlavo di queste cose a voce e come Axl Rose divenne il celeberrimo AXL RUUS di cui parlavo nel listone della scorsa settimana) o BREAK o CUT o FLOW, che ok forse ci stanno perchè il rap è già messo male di suo senza voler andare a tirar fuori le cose del purismo in italiano, ma scendendo giù per la china ti ritrovi preso a schiaffi da Nanni Moretti.  c’è anche RADICAL CHIC (morite) e HIPSTER usato senza cognizione di causa e a volte qualcuno dice che i concerti sono frequentati dai KIDS o che un gruppo rock (questa è quella che chi scrive odia di più) ha scritto uno o più ANTHEM, mentre con l’altra mano lo stesso giornalista magari protesta contro l’UNDERSTATEMENT della musica italiana rispetto a quella inglese (da qualche parte l’ho visto scrivere, manco fosse la traduzione corretta). Quanto cazzo è soft usare una parola in inglese invece che prendersi dieci minuti per coniarne una decente in italiano? (kekko)

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40 commenti su “il listone del martedì: SETTE STRONZATE CHE SCRIVETE NELLE RECENSIONI DEI DISCHI

  1. Tra i paragoni per assurdo, ricordo sempre (a te l’ho già detto in privato) quando Rumore paragonò non so quale gruppo sconosciuto “alle regine di pietra in botta di bonza”. Cioè, si riferiva probabilmente ai Queens of the Stone Age (togliendo il the e il Age), ma tutto il resto come si giustifica? Che vordì?

    Rumore o Blow Up, non ricordo, all’epoca del primo album dei Liars scrisse che “ballavano sul pericoloso limite tra Sex Pistols e Aphex Twin”.

    E comunque, noi di Bastonate sembriamo un Tolstoj e un Dostoevskij nati in Italia un secolo più tardi, che non hanno imparato mai a scrivere e si occupano di rock’n’roll anziché di vita umana.

  2. Dalla lista manca clamorosamente l’aggettivo STRANIANTE, usato a totale sproposito. Non so se si usa ancora, non leggo recensioni da tempo, ma nel periodo 2002-2007 circa era abusatissimo…

  3. Ma santa madonna, ascoltavo giusto stamane le song nuove del Cody e ragionavo che dall’hype al sophomore son passati dieci anni che sembrano cento

  4. Sono d’accordo a metà con la questione delle parole inglesi. Io lavoro proprio con la traduzione e so bene cosa vuol dire trovarsi a gestire termini di un campo specifico (nel mio i videogiochi) che non hanno sempre una precisa controparte italiana, essendo il campo nato altrove e solo successivamente approdato in Italia. Nella musica è uguale, termini come il sopracitato “title track” andrebbero tenuti, perché le perifrasi sono IL MALE, rendono la lettura pesante e inutilmente verbosa. “La canzone che dà il nome al disco” non si può sentire, se non forse in una recensione di Mollica.

    Quando a dettar legge sulla musica eravamo noi, all’estero non si sono fatti tanti problemi, e hanno adottato crescendo, allegretto, andante con brio ed è rimasto così anche ora. Qui si parla invece di rock, nelle sue mille varianti, ma sempre di derivazione rock. Ora, il fatto stesso che il genere si chiami con una parola inglese, tradisce la sua provenienza, ed è inutile negare che a dettar legge siano ancora americani e inglesi (o vogliamo chiamarla musica popolare dura?)

    Va da sé che robe tipo “moniker”, “anthem”, “platter” e “release” siano pessime e denotano una pigrizia mentale da parte dell’autore della recensione, visto che nome, inno, disco e pubblicazione vanno benissimo lo stesso. Ma “groove” dovrebbe restare groove, perché o si usa l’orrendo tiro (“ha un bel tiro quel pezzo”), o non vedo come si potrebbe descrivere quella sensazione data dalla ritmica. “Sensazione che ti fa fare tap tap sul volante quando sei al semaforo”? E i generi? Perché i generi vanno bene? “Metallo pesante” viene già usato come parodia, ma “Metallo mortifero tecnico”? 🙂

    A dirla tutta metallo mortifero tecnico mi piace non poco. Ha quel groove…

  5. Valido il said:

    Che se facessi questa lista per le recensioni inglesi ci metterei proprio quelli che dicono “sophomore” invece di “second”. Che è pure più corto.

  6. il passo successivo all’uso delle parole inglesi è la coniugazione delle stesse in italiano.. a lavoro ho sentito roba tipo “deliverare” e “recruitare”, non mi stupirei se a breve leggessi qualcosa tipo “hanno headlinato”.

  7. dieguz il said:

    Cerati nelle sue recensioni su Rumore scriveva sempre Furia iconoclasta e Marcio..adesso nun zo….l’ultima volta che presi rumore in copertina c’erano i baustelle…lì ho capito che non ero più disposto a dare i sei eurini a Sorge e compagnia danzante….

  8. mi suggeriscono una mancanza gravissima che è SEMINALE. ma pure ATTITUDINE che è un falso inglese anche questo e forse anco più clamoroso che EPONIMO.

  9. Io a lavoro ho sentito BEGGIARE, che poi ho capito stare per “timbrare il cartellino (ossia il badge)”.

    Io odio anche quando si usa il doppio articolo, tipo “i the men”, ma stiamo andando fuori tema…

  10. Frankie il said:

    Su questo blog si continua a criticare qualsiasi cosa, ma nessuno dei redattori che si curi della madrelingua. M questo kekko ha mai pensato di andare da un logopedista?

  11. @Frankie – capisco il senso di ciò che dici, ma è una questione di attitudine. e chi scrive, essendo il deus ex-machina di questo blog, continuerà su questa strada di continuo understatement come un Fatto Quotidiano scritto da quelli di SoloMacello e distribuito in edicola e lasciamelo dire, lasciate ogni speranza voi ch’intrate.

  12. Lucariello Cascione il said:

    Moniker però è “soprannome”, non “nome”. Così, per la precisione.

  13. Ho sempre pensato che MONIKER fosse il nome d’arte. Che ne so, tipo Cat Power per Chan Marshall o Ron per Rosalino Cellamare.

  14. Ci sono un sacco di cose in cui – mea culpa – mi ci ritrovo o mi ci son ritrovato quali: artificioso, sbavature, chi scrive (che già dà un pò però non uso più perchè troppo artificioso), deus ex-machina (che ancora traduco a sto punto erroneamente come ‘colui che fa tutto’,’l’artefice’ ecc.),apocalittico, monolite ed etereo. Anche i paragoni per assurdo mi piacciono, massima potenza immaginativa del recensore nonchè divertenti quando non esilaranti. Ah, anche release e rooster (eggià pure la versione sbagliata, che coraggioso coming-out eh?) e break. E ok, lo ammetto, anche anthem!!

    Ma non ho mai usato e mai userei ‘il difficile terzo album’ ed ‘il leader carismatico’, posticcio e ‘a cuore aperto’, reboante o disumano, spaesante ed eponimo. Per le citazioni della Bibbia, magari ne conoscessi una, sai che figata.

    Ma rivendico con orgoglio di non aver mai usato – proprio come principio che mi son posto fin dall’inizio che il termine ha cominciato a circolare sulle rece – ‘ipnagogico’ neanche nella versione inglese ‘hypnagogic’. E’ stata una promessa fatta a me stesso ed un impegno che mantengo con onore e se avessi tra le mani i pennaroli dell’ipnagogico..ahhh…potrei trasformarmi in Burzum intento in quel lavoretto medioevale di Marcellus Wallace in pulp fiction.

  15. ahn, ora però c’ho un dubbio.. io dico spesso “straniante”, pure nella vita reale, anche se non parlo di musica.. devo
    a) preoccuparmi in generale
    b) schifarmi quando lo dico parlando di un disco
    c) sentirmi libero di dirlo di un disco visto che lo uso normalmente

    fatemi sapere, grazie.

  16. Io mi sono arreso molto prima, fermo restando che non sono mai stato un affezionato di Rumore. Però in effetti i Baustelle vuol dire andare troppo oltre il limite.

  17. …è tutto vero, cazzodibudda. ho sempre odiato i critici musicali che – ed è vero al 99.9 peccento – son solo degli ex-musicisti sfanculati da cui tutte le case discografiche della terra.

  18. questo è il cliché numero 11, oltre a essere tendenzialmente non-vero (la maggior parte dei critici musicali che conosco non ci ha neanche provato, a parlare con le case discografiche) perde di vista il punto e cioè che rosicare, invidiare e odiare i musicisti sono cose molto più nobili ed artisticamente redditizie di quanto lo siano amare, essere contenti e fare di tutto per stare dentro al giro.

  19. Il fatto è che straniante non significa straniante. Cioè chi lo usa intende di solito riferirsi a qualcosa che lo stranisce, gli dà turbamento, lo fa sentire inquieto, non a qualcosa di straniante.

    Così, l’altro giorno un mio amico ha definito un romanzo SCHIZZOIDE. Doppia z a parte, io ci scommetto che non intendeva schizoide, ma schizzato, imprevedibile, folle.

  20. Lucariello Cascione il said:

    Ma infatti moniker di solito non si attribuisce ai gruppi ma agli artisti che usano un soprannome tipo Bright Eyes, Beirut, Bonnie “Prince” Billy.

  21. Pingback: Filmati che non sono virali ma probabilmente un giorno lo diventeranno: Gabriele Cirilli che imita PSY e canta Gangnam Style ad un programma Rai in prima serata al venerdì sera (condotto da Carlo Conti, tra l’altro). | BASTONATE

  22. Questo è il blog giusto per tutti coloro che vogliono capire qualcosa su questo argomento. Trovo quasi difficile discutere con te (cosa che io in realtà vorrei… haha). Avete sicuramente dato nuova vita a un tema di cui si è parlato per anni. Grandi cose, semplicemente fantastico!

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