Valerio Mattioli

Valerio Mattioli scrive di musica e cose simili, Blow Up, Vice, XL di Repubblica. Assieme a Francesco de Figueiredo suona negli Heroin in Tahiti

Leggendo alcune delle tue cose sembra che ci sia dietro un lavoro titanico, sia a livello di documentazione che di scrittura. Quanto ti costa scrivere un buon pezzo a livello di tempo-fatica-emotività? 

Be’, dipende… In questo momento in effetti sono alle prese con un articolo per Blow Up che mi porto appresso da prima dell’estate, ma altre volte la faccenda è (per fortuna) meno impervia. Dipende insomma da tanti fattori: se l’articolo richiede un lavoro di documentazione “bibliofila” o se posso ricorrere semplicemente ai miei ricordi o alle mie esperienze, se l’argomento è più o meno semplice oppure controverso, se la chiave di lettura necessita a sua volta di pre-analisi e così via… Ma insomma, la stragrande maggioranza dei miei articoli li ho scritti in un pomeriggio, mica in tre mesi! Quando invece parli di “lavoro titanico a livello di scrittura” cosa vuoi intendere, che scrivo in maniera tronfia e illeggibile?

No, anzi. però tipo mi vengono in mente cose come un pezzo sul weird black metal che sta su un blow up vecchio nel bagno di casa di mia mamma che leggo sempre e a cui sembri esserti approcciato tipo “non conosco niente, adesso mi documento e poi faccio il pezzo”. Questa cosa in generale non succede molto spesso nella stampa musicale di qua, voglio dire, di solito le firme si focalizzano di più sul parlare di quello che conoscono a menadito cercando di non nominare il resto per non farsi sgamare o non so, per un senso del rispetto. l’idea di prendere e documentarsi, per lungo tempo, suona un po’ una rivoluzione. non la riconosco molto spesso quando leggo le cose in giro. altra domanda: da dove vieni? 

In che senso “da dove vieni”? Sai benissimo che sono di Roma! Ok dai, immagino che tu intenda una cosa del tipo “da dove vieni dal punto di vista musical-culturale ecc ecc ecc”. Diciamo che come è facilmente deducibile dal pezzo che citi, non sono mai stato un metallaro. Che quel pezzo sia rivoluzionario poi… insomma, non esageriamo. L’ho scritto secondo un metodo che boh, forse è vero, è poco battuto in Italia (magari anche per i motivi che dici tu), ma è se vogliamo un metodo che più classico non si può, la sana vecchia “indagine-inchiesta”: scopri un mondo e cerchi di decifrarlo coi mezzi di cui disponi, che a loro volta possono essere discutibili, ci mancherebbe.
Provo a dilungarmi un attimo partendo da un punto di vista estremamente e risolutamente PERSONALE, così da evitare sospetti di assolutismo e generalizzazioni sommarie: a me – di nuovo, PERSONALMENTE – il “giornalismo ruock” in quanto tale ha sempre interessato poco. Intendo il classico temino del genere “nel 1970 Tizio ha pubblicato X che è un capolavoro, nel 1971 ha pubblicato Y che è una ciofeca”. Cioè, non fraintendermi, ogni tanto mi fa piacere leggere cose del genere, specie se scritte bene. E anch’io, figuriamoci, di temini ne avrò scritti a dozzine, alcuni scritti bene, altri meno. Però ecco, le primissime cose mie a essere state pubblicate, stanno su una rivista-fanzine che ci inventammo direttamente io e i miei amici. Si chiamava Catastrophe e fu praticamente subito cooptata da un’altra rivista piuttosto nota nei giri underground, Torazine, quindi i più se
la ricordano come Torazine-Catastrophe. Era una rivista di… come vogliamo chiamarla, antropologia pop? Pseudosociologia gonzo? C’erano pezzi molto divertenti e altri assolutamente pretenziosi, articoli interessanti e altri illeggibili, ma quello che conta è che NON era una rivista di musica. Tipo non so, su Catastrophe ho scritto pezzi di urbanistica (in una vita precedente sono stato studente di architettura), di bislacche teorie fisico-teoriche, di buchi neri come la rivista Fotografare, roba così. E qualche volta ho scritto anche di musica, certo. Ma visto il contesto, erano articoli molto… “laterali” rispetto a quello che chiameremmo giornalismo musicale. Ecco, PERSONALMENTE mi piacerebbe tornare a quello spirito lì; un po’ quello spirito è sempre rimasto (almeno mi piace pensarla così). Diciamo che un articolo come quello sul Weird Black Metal, su Catastrophe sarebbe stato benissimo.

Però la quasi totalità delle riviste attuali di musica sono ancora impostate su un modello tipo, boh, old skool. alcuni giornali hanno ancora mezza pagina di news, a volte mi è capitato di leggere robe tipo “il gruppo X ha annunciato l’uscita del disco Y” quando magari mi ero già scaricato e dimenticato il leak. per dire. poi ci sono due rubriche, cinquanta pagine di interviste, venti di recensioni e un menu vario. personalmente mi sto abbastanza convincendo che un modello tra i più considerabili per proseguire da qui in poi sia il modello tipo identificativo, alla vice. faccio una rivista che parla a una persona, Vice lavora su una concezione delle cose del mondo e cerca di trovare il suo pubblico e i suoi sponsor. non lo so, tu lavori sia con vice che con blow up. hai un’opinione su questa cosa? Il futuro sarà diverso dal presente o uguale al presente e magari un po’ più piccolo?

Non saprei, non ho un’opinione definita (e definitiva)… Considera innanzitutto che il mondo delle riviste specializzate tipo Blow Up, Rumore e Il Mucchio è un mondo minuscolo, da poche migliaia di copie al mese. Anzi è incredibile come in questo mondo ci si scanni, vista la marginalità del settore. Vice è tutt’altra storia, è un altro tipo di progetto, con un suo linguaggio e le sue priorità. XL è un’altra cosa ancora, e così via. Le uniche cose che accomunano realtà tanto diverse sono:

– La crisi
– Il crollo delle inserzioni pubblicitarie
– La concorrenza di internet

Ammesso che le prime due voci prima o poi si risolvano in concomitanza con un del tutto ipotetico nuovo miracolo economico nel 2020, resta ovviamente la terza. Che è chiaramente l’asse attorno a cui tutto ruota, almeno nel 2012. Quindi a seconda del contesto, diciamo che si possono fare le ipotesi più disparate. non so se ho risposto alla domanda, ecco. Diciamo che be’, il futuro sarà SICURAMENTE diverso dal presente, se non altro perché è… il futuro, no?

Hai mai valutato di aprire una cosa tua? che forma avrebbe?

Sarebbe una roba invendibile ma esteticamente bellissima. Almeno secondo me.

A un certo punto discutevo su un forum di tutto il discorso witch house -sembrano dieci anni fa tipo- comunque un tizio ha buttato lì la frase “il monitor è il nuovo packaging”, che mi è piaciuta più per una questione di dialettica che per quello che era la frase in sè. mi è venuto in mente adesso perchè l’idea dell’is the new applicata alle tecnologie (ma anche alla musica, c’è un fottio di gente che sta ancora in giro col lanternino a cercare i nuovi nirvana o a pensare al disco lungo di studio o boh) è un tallone d’achille dei discorsi che si fanno in questo momento sull’evoluzione. A un livello di superficie mi viene da pensare che per quanto riguarda il discorso dei nuovi formati ci sia ancora un notevole grado di derivazione dal vecchio mondo, forse è un discorso economico e qui mi aggancio a quello che hai detto. magari la tecnologia ha già creato una mente più plastica e libera dai formati e noi stiamo ancora qui a pensare che un formato dovrà sostituire l’altro. sono andato fuori tema forse, ammesso che ci sia un tema. ascolti ancora musica per stare bene?

Ascolto SEMPRE musica per stare bene. Tu adesso cosa stai ascoltando?

In questo esatto momento niente. In questi giorni sto ascoltando del rap italiano di adesso perchè c’è stata la polemica vecchia scuola/nuova scuola e vedo qualche video; ho deciso che questo è il primo momento della mia esistenza in cui non capisco perchè una persona di 20 anni voglia suonare/incidere roba del genere e girare video del genere. non mi sento in possesso proprio degli strumenti concettuali, mi sento come quando mio babbo mi diceva che non capiva come facevo a spendere soldi in tutti quei dischi tutti uguali. per certi versi mi sento quasi sollevato. poi boh, niente di che, non sono mai stato ‘sto mega-ascoltatore e comunque è quasi tutta roba che andava di moda 10 anni fa: the secret, tussle nuovo, joan of arc, rainbow island. nell’ultimo periodo skippo molto. non mi ricordo manco più quand’è stata l’ultima volta che ho preso un disco e l’ho ascoltato da cima a fondo, a parte gli LP che non ho voglia di toglierli dalla busta. la musica che fai e la musica che ascolti hanno qualche relazione?

Mah, non necessariamente. Nel senso che in questi giorni per esempio sto ascoltando SOLO Van Der Graaf Generator ma non mi verrebbe mai in mente di mettermi a fare quella roba lì. Voglio dire, mancano proprio le competenze. Però posso anticiparti che nelle prossime cose degli Heroin In Tahiti c’è qualche mellotron qua e là e abbiamo PERSINO fatto un pezzo in 7/4, quindi volendo ecco: che sia l’influenza prog? Ecco, il prog è un buon antidoto se vuoi ritornare a – come dici tu – “ascoltare i dischi da inizio a fondo”. Ti metti lì, sul divano, possibilmente con una birra buona sul tavolino, e un disco che parla di gnomi, elfi e fate. Che poi tutti questi dischi prog che parlano di gnomi non li conosco. C’è semmai quel pezzo di Syd Barrett… ma questo è più un argomento che dovresti discutere col Pira: gli gnomi nel rock.

Tra l’altro tornando alla cosa di prima vecchio VS nuovo la cosa di Borgata Boredom è stato uno degli ultimi esempi di SCENA in italia, cioè tipo di gente che si è messa insieme creando parentele e voglio dire, che ha agito con una certa comunanza d’intenti fin dall’inizio, no? È un modo di vedere la musica alla vecchia, però con musica nuova sul piatto. Una cosa abbastanza anni ottanta. 

Borgata Boredom è la mia maledizione. Già che ci sono lasciami spiegare come sono andate le cose.
Per qualche tempo, diciamo un due-tre anni fa, tra Fanfulla e Verme (chiamiamoli “i due locali off di riferimento a Roma Est”) era tutto un florilegio di gruppi che si formavano, suonavano e morivano, gente che faceva fanzine, riviste, fumetti, si inventava eventi strani, performance, happening spastici, persino spettacoli di varietà… Erano sempre le stesse persone, diciamo non più di una trentina, tutte che abitavano nel raggio di un chilometro, e poi c’era questo pubblico affezionato perché sai, era “cosa nostra”, una faccenda se vuoi molto intima. Insomma, era una scena nel senso classico del termine, ma anche molto curiosa, molto particolare. Tu lo sai perché c’eri anche tu (non è verissimo, ndi).
A un certo punto la cosa cominciò a venir fuori, e ogni tanto arrivava gente – da Milano, da Torino, o da realtà  comunque esterne – che arrivava e diceva: “Ma questa roba è fantastica! Bisogna farci un documentario! Bisogna farci un articolo! Bisogna farci uno speciale radiofonico!” o cose del genere, e tutti eravamo contenti. Nel senso che sì, va bene, se vuoi farci un documentario fai pure, basta che almeno sai di cosa stai parlando. Ovviamente invece, i primi a buttarsi sul fenomeno furono i giornali mainstream: D di Repubblica, Sette del Corriere della Sera, roba così. Ed erano per forza di cose letture molto superficiali di una realtà che comunque aveva i suoi riferimenti: non era solo un branco di persone che si divertivano la sera e facevano musica strana e disegnini storti. Quindi a un certo punto, visto che la “scena” la conoscevo bene e che scrivevo su Blow Up, ho cominciato a pensare: e se la raccontassi io? In fondo c’è tutta una tradizione di persone che sono ricorse al loro sguardo da “soggetti coinvolti” per documentare eventi, fenomeni o semplici storie da un punto di vista eccentrico rispetto al solito reportage “arriva il giornalista X e intervista i gruppi Y, Z e K”. Naturalmente non mi sfuggiva il – ahem… – “conflitto di interessi”, anche se veramente, parlare di conflitto di interessi per una realtà così sotterranea… ma d’accordo, passiamo oltre. Il fatto è che a un certo punto ho pensato: va bene, io però ci metto la firma. Ci metto la faccia, se vuoi. Mi “assumo le mie responsabilità”, ok? Nel senso: se scrivo un articolo ed esprimo dei pareri o semplicemente racconto una storia, è chiaro che – firmandolo – metto sul piatto della bilancia il famigerato concetto di “credibilità”. Per qualcuno, scrivendo un articolo come Borgata Boredom sono diventato poco credibile perché “Mattioli ha parlato degli amici suoi”. E’ vero, sono tutti amici miei. Al tempo stesso, pensavo (e penso tuttora) che quello che stavano facendo questi amici meritasse VERAMENTE di  essere raccontato, che era un peccato che tutto si risolvesse in una manciata di articoli nei giornali fashion-lifestyle, e che nessuna rivista “seria” si prendesse la briga di spenderci due righe per il semplice motivo che i 4/5 delle persone che scrivono su questi giornali sono persone che semplicemente non escono MAI, non gli viene nemmeno la curiosità di dare un’occhiata a quello che sta accadendo sotto i loro occhi, stanno comodi e beati davanti al monitor a leggersi i comunicati stampa e poi si accontentano del temino di cui sopra. Ma lasciamo perdere.
Ora, l’articolo “Borgata Boredom” uscito su Blow Up è arrivato anche con un certo ritardo rispetto al momento d’oro della famigerata “scena”. Per me quando quelli di Epoc si inventarono Propaganda 666, era roba che doveva finire direttamente sul Domenicale del Sole 24 Ore. Il lavoro di Massimiliano Bomba con Raw Raw era unico in Italia e infatti – anni dopo – come tale è stato riconosciuto: peccato che Massimiliano sia dovuto emigrare a Milano per ricavare quel minimo di soddisfazione. Gli Hiroshima Rocks Around, coi loro contatti, hanno portato più gruppi “seri” in Italia che dieci agenzie di booking messe assieme. I Trans Upper Egypt sono un gruppo della madonna, Polysick adesso sta su Planet Mu, Grip Casino è uno dei miei musicisti preferiti IN ASSOLUTO. Posti come il vecchio Fanfulla 101 e Il Verme sono nel loro genere tra i più… “eccitanti” che esistano in Italia e anche fuori, e considera che di posti del genere ne ho visti parecchi. Mi sono fatto i famigerati e chiacchieratissimi locali-clou di Brooklyn, quelli di Londra, blah blah blah, tutta roba che quando uno ne parla sul Mucchio o su Blow Up pare che è la Nuova Gerusalemme… poi vai sotto casa, al Pigneto, e vedi che è la stessa roba. Identica. Pure meglio. Per la miseria, ci sono gruppi che in Italia pompiamo manco fossero i Pink Floyd, poi vai a vederli a casa loro in America e scopri che suonano davanti a venti persone con un impianto di serie Z e in un locale che pare la brutta copia di un centro sociale bolognese degli anni 90.
Tornando a quello che dici tu: sì, è (era?) una scena “all’antica”: non parlerei di comunione di intenti ma di naturali affinità e influenze reciproche, come succede in tutte le “scene”. Che esistono ancora, eh. Certo, per l’Italia Borgata Boredom era un po’ un caso sui generis. Ma in fondo è anche per questo che valeva la pena  parlarne: al di là del dato squisitamente musicale, c’era anche l’aspetto diciamo così “socioantropologico” che era interessante.

Non lo so, cioè io in linea di principio sono abbastanza contrario al giornalista “amico” come concetto, ma bisognerebbe mettere in fila le cose e capire se ci sono giornalisti “non amici” per intanto. Però è un buon gancio per mettersi a parlare di un’altra cosa che stai facendo a spizzichi e bocconi, cioè la fenomenologia dell’indie italico su Vice. Mi piace molto quello sugli 883 anche se ovviamente non sono d’accordo, ma quantomeno c’è un serio momento di riflessione sul linguaggio, e appunto sulla dimensione fenomenologica, che sono cose che non stanno cambiando quanto dovrebbero in questo momento. Una cosa che mi sta sulle palle ultimamente è che tutti quanti da dieci anni siamo pronti a rivalutare o declassare tutto quanto, ma nessuno ha mai sentito il bisogno di sedersi a un tavolo e trovare dei canoni su cui fissarsi per dare un giudizio alle cose… no?

Guarda, sulla “Fenomenologia”: per me era strano che un fenomeno come l’indie italiano, che è OGGETTIVAMENTE una delle realtà più importanti e connotanti degli ultimi anni, non sia mai stato seriamente analizzato nei suoi aspetti più peculiari: il tipo di immaginario che evoca, il linguaggio utilizzato, lo spirito identitario… Lo dicevo nella prima puntata, servirebbe che qualcuno ci facesse una tesi di laurea, e non sto scherzando.
Come si sarà ben capito, è un fenomeno in cui in linea di massima non mi riconosco (anche se non lo odio, come qualcuno potrebbe credere, e anzi qualche gruppo mi piaciucchia pure)… E però mi interessa. Mi interessa perché siamo in Italia, perché è una realtà della quale volenti o nolenti ci ricorderemo negli anni a venire, perché in quanto linguaggio generazionale non ha paragoni, e perché gode di un seguito che è a sua volta un fenomeno a sé. Ho provato a “smontarlo” per capire quali fossero i suoi elementi-base, ma naturalmente l’ho fatto dalla mia prospettiva, che è per forza di cose critica. Ho provato anche a, non so, ragionare su come il concetto di ironia sia scaduto (dal mio punto di vista) in un’accettazione acritica del “tutto fa brodo”, “ridiamoci su”, “scherziamoci sopra”, “evviva gli 883″… Era anche interessante farlo su Vice, che è se vogliamo tra i responsabili del suddetto atteggiamento. Ma come tentativo, devo dire, è stato un fallimento. Se non altro perché (anche piuttosto prevedibilmente) è stato interpretato come la solita cosa “Mattioli se la prende con gli indie”, quindi vuol dire o che non mi sono spiegato bene, o che anche da parte di chi legge non c’è grande interesse a ragionare su temi del genere. Il che, ci mancherebbe, è legittimo. Dopotutto anche a me ogni tanto viene da pensare “ma sì, chi se ne frega, è solamente musica”. Però non so, derubricare la musica a mero gesto estetico, tipo “a me mi piace questo, a te ti piace quello”… mi sembra come perdersi il bello della faccenda. C’era questa cosa, scritta da non mi ricordo chi, che diceva: “certi dischi descrivono il loro tempo meglio di un trattato sociologico”. Boh, io non so che farci, insomma, “il mio tempo” mi tocca viverlo per forza, mi piace quando qualcuno mi aiuta a… “capirlo”. Anche se si tratta di cose piccole e marginali come, per dire, le musiche indipendenti. Ogni tanto provo a cimentarmi anch’io in queste che fondamentalmente rischiano di sfociare nell’analisi pseudoaccademica, e figuriamoci, non è detto che mi venga bene. Insomma, c’è sempre il rischio dell’autoreferenzialità, del wannabe serious, cose così, quindi alla fine uno si tiene e magari si rifugia nel più rassicurante recinto del temino. Però ecco… voglio dire, è una cosa che mi piacerebbe anche da lettore. Non è detto che uno debba per forza di cose atteggiarsi a Manuel Castells del ruock. Mi bastano un paio di gradini sopra a Ernesto Assante. Però cristosanto… cioè, diciamocelo, anche i lettori di riviste rock, certe volte… insomma, puoi citargli dieci dischi e non hanno niente da ridire, poi magari ti lasci sfuggire il titolo di un libro o il nome di un artista visivo, e quelli fanno “embè? ma che è sta roba? Ma che stai a fa l’intellettuale? Parlace de mmmmusica aho. RUOCK“.

Tra l’altro c’è da dire che l’indie italiano, o quello che ne è rimasto, non mi sembra nemmeno un fenomeno così marginale. Nel senso che alla fine della fiera molta gente che è partita da lì o magari ci sta ancora lavorando sta facendo cose culturalmente rilevanti e che aiutano a definire in qualche modo la nostra epoca (in bene o in male, non sto qua a fare esempi). Per quanto riguarda l’interpretazione poi questo è il momento di uno snodo culturale importante: mi viene da pensare sempre al discorso del cool, del fatto che oggigiorno non è ben chiaro dove sia rimasto e come si leghi all’appartenenza. L’indie, nel senso di poppettino un po’ storto magari con suoni elettronici, non riempie più le playlist dei dj come un tempo, ma non c’è un equivalente che riempia. Una volta c’era l’indie, definizione impropria e generica quanto vuoi ma ci entravano garage, funk, postpunk eccetera che una volta andava più una, l’altra volta più l’altra, ma insomma quella era la gente che la faceva e quell’altra era la gente che l’ascoltava. Ora ci sono nomi che riempiono i posti che magari io manco ho sentito nominare, tipo mi è capitato con Alt-J recentemente, e magari sarà pure colpa mia. Ma ho sentito che a Milano tipo Die Antwoord han fatto sold-out, che insomma è una cosa che non ci si sarebbe aspettati e che d’altra parte non ci porta in nessun posto (che genere fanno i Die Antwoord? Rap per chi non vuole avere a che fare col rap?). 

Un modo di vedere cosa funziona a livello di musica pop era vedere cosa funzionava nei locali. Dance-rock di merda a fine anni novanta, garage rock nei primi duemila, poi new wave e indiepop e poi ripescaggio italo-electro-fidget-eccetera e shoegaze. Ora nei posti non funziona più nulla, cioè funziona roba un po’ freak e un po’ disgiunta dal resto della roba che si ascoltava dieci giorni prima e che funziona per altri dieci giorni, e quindi è pure difficile andare in un posto e pensare “questo dj qua sta spaccando il culo”. È come quando il tipo delLo Stato Sociale dice che arriva nei posti già vomitato, anche se lui intendeva un’altra cosa. Dall’altra parte la gente non ha seriamente intenzione di imbarcarsi in qualcosa tipo scoprire roba, e alla fine ci si trova in delle situazioni tipo che boh, la copertina dell’ultimo Blow Up è Bob Mould con un disco facilissimo e stupidissimo dopo anni di insulti (forse in parte persino meritati) alla sua carriera solista. Mi sembra che come ci si muove, ci si muove male. Alla fine quei pezzi che hai scritto su Vice per me hanno avuto un’utilità a fissare dei punti sulla mappa. E quindi forse è arrivato il momento che conviene fare una scelta di campo, anche se di lavoro facciamo altro (almeno io) e questa cosa non cambierà il mondo: si torna a un momento in cui chi scrive di musica sceglie con chi stare e con chi non stare e magari invece di essere sempre e solo post si prende la responsabilità delle cose che scrive firmandosi come atto “politico” (…) invece che per consuetudine. Ultimo concerto bello visto?

Ultimo concerto bello l’altroieri, Tumble e In Zaire al Circolo degli Artisti. Specie gli In Zaire sono un gruppo veramente della madonna, li invidio tantissimo. Stefano (Pilia) mi ha detto che recentemente ha pure suonato con Paul McCartney: lo volevo uccidere per quanto l’invidiavo. Comunque sai che la cosa che dici sull’atto “politico” è una roba di cui ultimamente mi è capitato di discutere molto, specie con amici anche loro coinvolti in ambiti diciamo così artistico-culturali. Negli ultimi anni c’è stato questo tarlo, sai, chiamiamolo del “non prendersi sul serio”, anche in ambienti a me molto vicini. Il fatto è che arriva un momento in cui, dopo anni che mi dici le cose “per scherzo”, alla fine non mi stai dicendo niente. Alla fine è tutto un “ma sì cazzeggiamoci sopra”, e a me il cazzeggio piace tantissimo, e infatti in questo atteggiamento ci ho sguazzato per anni. Però… insomma, mi è salito un certo disagio, e a quanto pare è un disagio abbastanza diffuso. “Farsi le domande” è una formula che  non va più molto di moda, però è anche vero che uno le domande inevitabilmente se le fa, a meno che non sei imbottito di Barbital. Quindi portiamole a galla queste domande, no? Perché la dimensione critica è stata relegata a eventualità sconveniente? Perché se uno (ahem…) “prende posizione”, passa nel migliore dei casi per rompicoglioni, e nel peggiore a maestrino che sale in cattedra a pontificare su cose che alla fine non sono cazzi suoi?
Non lo so, io lo chiamo “complesso del processo”. E’ una cosa che, tornando agli articoli sull’indie, mi ha detto anche Niccolò dei Cani: “con che diritto ti atteggi a giudice?”. Ora: io non voglio fare il giudice di nessun tribunale, per la miseria. Ho scritto quest’altra cosa sempre per Vice, “Vecchi noiser crescono”, in cui provavo a sollevare dei… ma sì, dei dubbi, su alcune derive intraprese da quello che una volta era l’underground italiano, il sedicente corrispettivo “puro” dell’indie di cui sopra. Ho parlato di persone che mi sono amiche (e mi ci sono messo in mezzo pure io, ok), e ho come il sospetto che Simone, Lorenzo, Nico e gli altri citati nel pezzo l’abbiano interpretata esattamente in questo modo: “ecco, arriva Valerio e pontifica, ma si facesse i cazzi suoi”. Magari mi sbaglio, eh. Magari manco l’hanno letto. O magari l’hanno letto e non gliene è fregato niente.
In ogni caso: la cosa se vuoi perversa è che quasi mai le reazioni a scritti del genere sono “uhm, parliamone. Non sono d’accordo con quello che scrivi ma comunque è uno stimolo, approfondiamo la faccenda”. Anche in maniera aspra eh, anche a muso duro: mica che sto auspicando il “volemmose bene”. No, la reazione-tipo è “arriva X (in questo caso Mattioli) e spara la sua sentenza”. Poi chi è d’accordo con la supposta “sentenza” ti scrive e ti dice “grande, c’hai ragione, era ora che qualcuno lo dicesse”, e chi non è d’accordo fa “sto coglione, ma chi si crede di essere, ma andasse a fare in culo”. E in entrambi casi è, be’, la solita cosa ultrà, io di qua tu di là ma senza mai realmente approfondire il PERCHE’ (se un perché c’è) della scelta di campo. E’ veramente solo roba umorale, di pancia? Oh, il bassoventre va benissimo, intendiamoci: alle volte sa essere più ricettivo che lo stesso cervello, per capirci. Però per dirti: io ho apprezzato tantissimo Niccolò dei Cani che quando mi ha visto ha voluto “discutere” del pezzo sugli 883. Magari non è stata una conversazione particolarmente fruttuosa,  magari l’atteggiamento da entrambe le parti non è stato granché dialettico – anche da parte mia, eh. Però almeno è qualcosa. Solo che finché rimane tra di noi… Ecco, magari sarebbe stato bello se Niccolò avesse scritto un altro pezzo di risposta. Sai, il famoso “dibattito”. Ma già mi vedo gli sguardi di chi ci sta leggendo adesso: “noooo, il dibbbbbbattito noooooooo!”. Alla fine uno c’ha cose più importanti a cui pensare nella vita, no?

Alla questione dell’assenza di dibattito non ci ho mai pensato, non in questi termini, ma alla fine me la sto rigirando nella testa da quando l’hai scritto, o non scritto. Pensavo a un altro discorso: io posso tranquillamente scegliere di ascoltare tutto quello che voglio e di leggere tutto quello che voglio, senza prendere le parti di una o dell’altra cosa. Uno può scegliere tranquillamente di odiare Vice o XL, per dire di una cosa che mi piace molto e di una che non mi piace molto, ma senza boicottarli -anzi, leggendoli bene e spesso per fomentare un po’ l’odio e farsi una risatina alle spalle di uno o dell’altro o magari di tutti e due, oppure dire “mi piace Vice ma non Mattioli” o “XL mi fa vomitare a parte Mattioli”, tanto in un caso è gratis e nell’altro costa pochissimo. Non lo so, come persone veniamo da posti diversi e andiamo in posti diversi ma alla fine questo discorso dell’identità ci riguarda quasi tutti. Penso anche alla cesura netta di dire che Max Pezzali non ti rappresenta, ma anche la tua musica nel pezzo sui noiser invecchiati o che so, stroncare male un disco che l’hai ascoltato e ti sei sentito insultato o stare davanti agli In Zaire (mi è successo anche a me) e pensare che quella roba che fanno loro è la roba che se fossi un musicista e fossi bravo la farei anche io uguale identica. Chiudi in qualche modo, magari dimmi a che punto siete con gli Heroin in Tahiti. 

Pper Heroin In Tahiti sta per uscire uno split per No=Fi/Sound of Cobra. Poi giusto una postilla finale: rileggendo le risposte che ti ho dato, mi è venuto come un dubbio. Diciamo che non vorrei aver dato l’impressione di stare a recriminare su qualcosa. Del genere, il solito atteggiamento “è tutto una merda e adesso vi spiego perché”. Anche perché non penso per niente che sia tutto una merda. Hai visto quando prima ti dicevo “la cosa che dici sull’atto politico è una roba di cui ultimamente mi è capitato di discutere molto, specie con amici anche loro coinvolti in ambiti diciamo così artistico-culturali”… Ecco, già solo che mi è capitato di discuterne, in qualche modo è un segnale. Ieri pomeriggio è passato a trovarmi Lorenzo Gigotti di Nero, e ci siamo fatti una chiacchierata che è andata avanti fino alle undici di sera proprio su questi argomenti qui. Tu dici: non potevate passare la domenica a fare altro, chessò, guardarvi la partita? Boh, sì, però che dire, è stato…
vogliamo dire istruttivo? Naturalmente la birra ha aiutato. Poi siamo finiti a discutere di affitti, bollette e robe così. E di gatti, naturalmente.

4 thoughts on “Valerio Mattioli

  1. ma, chiedo un articolo di “giornale” non è di per sè una sentenza? o vuoi essere fermato per strada da, tipo, mille persone che hanno letto l’articolo e tu deci rispodnere a tutti? boh

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