tanto se ribeccamo: STRIFE

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Chitarroni affogatissimi alla Metallica, un batterista old school che inizia a tirare delle rullate e via con gli urli del cantante: vent’anni di attività e quasi nessuna variazione sul tema suggeriscono che uno sia Lemmy, o un idiota, o uno con una missione. Difficile a dire se i californiani Strife facciano parte dei secondi o dei terzi: il loro disco più bello data 1997, si chiama In This Defiance, ed esce nel momento giusto per farli considerare uno dei gruppi accacì più importanti al mondo in quegli anni: è il momento di Victory e dei gruppi straight edge ispirati agli Slayer. Dopo Earth Crisis e Snapcase venivano loro. Ai tempi di One Truth i chitarroni heavy metal senza assoli già c’erano, ma i pezzi andavano comunque abbastanza a rotta di collo. Anche In This Defiance li contrassegna più o meno a cazzo come il gruppo più old school del roster dell’etichetta in quegli anni, ma al contempo arrivano te o quattro ospitate di gente da gruppi di base del nu-metal (Deftones, Fear Factory, Sepultura) a creare parentele un po’ naif, specie viste dalla prospettiva odierna. Sta di fatto che nel ’97 gli Strife mi sembravano davvero una delle cose più decisive che andavano ascoltate. Non lo dico per vantarmi, anzi se fosse possibile cancellare quel particolare periodo della mia esistenza e sostituirlo con un’ossessione più trendy per Joy Division o altri gruppi ugualmente suicidi. Gli Strife avevano un messaggio più generico e universale, stile “gli oppressori sono ovunque ma noi siamo molto bravi a dare i cazzotti”. La parola fondamentale paradossalmente è noi, tranciante invito ad una malcelata solidarietà tra punk rocker che nella testa dell’80 per cento delle persone che ascoltavano gli Strife semplicemente non esisteva (ok la sospensione dell’incredulità, ma se sei una persona la cui più grande preoccupazione è che i tuoi genitori non approvano il fatto che i tuoi voti al liceo stia calando, insomma).

Gli Strife si sciolgono alla fine degli anni ’90 per gravi divergenze creative e umane -o qualsiasi altro motivo per cui si sciolgono i gruppi- e si riformano l’anno successivo, immagino dopo averle appianate. Il disco della reunion si chiama Angermeans e contiene la stessa identica roba di In This Defiance con qualche sample alla cazzo di cane perchè (immagino) nel 2001 un disco metal senza tracce di rap o elettronica non suonava giusto. Perdo cognizione degli Strife dopo averli visti dal vivo nel tour di Angermeans: ci vado con lo swag di un tizio che ha digerito e risputato via la cosa anni e anni prima; non è vero, ma i miei ascolti arcòr sono concentrati da un bel po’ di tempo -come quelli di tutti quelli che seguono questa roba a parte i fan dei XReprisalX- su un altro genere di HC sempre maschio e ignorante ma più influenzato dal grindcore o dal doom metal, Converge Botch Dillinger et similia. Mi trovo a godere un po’ a sorpresa del concerto, un live tiratissimo assieme ad Agnostic Front e Skarhead, pezzi nuovi non distinguibili dai vecchi, un dj sul palco con i dreadlock untissimi che dopo tre minuti va in fotta, si butta sulla gente e inizia a menarsi con chiunque.

Nel frattempo si scopre che l’interesse per i gruppi metal wannabe-storti alla Dillinger è una cosa generale. La new school si “evolve” un altro pochetto diventando roba per doomster in botta, o in alternativa un coacervo di stronzate machiste neomelodiche con vocal pitchate, capelli piastrati e suoni in altissima fedeltà. Probabilmente almeno nel primo caso l’evoluzione è un bene, ma gli Strife continuano a suonare per tutto il decenno successivo, bellamente ignorati da chicchessia e senza prendersi il disturbo di incidere un nuovo disco prima della fine del 2012. Il disco si chiama Witness a Rebirth (se non suoni arrogante non sei un cazzo de nessuno) con tutte le batterie suonate da Igor Cavalera e ospitate di gente tipo Billy Graziadei, anche se ovviamente il suono e le canzoni sono gli stessi di tutti gli altri tre dischi: chitarroni affogatissimi alla Metallica, un batterista old school che inizia a tirare delle rullate e via con gli urli del cantante, testi stile “gli oppressori sono ovunque ma noi siamo molto bravi a dare i cazzotti”, il portafogli con le catene, qualche testa rasata e via. Il primo impulso sarebbe di dargli dei vecchi buffoni in ritardo di quindici anni sulla giusta età di pensionamento, scaricare l’album giù per la tazza del water senza manco aver finito di scaricarlo nell’hard disk e chiudere il tutto con un bonario sfottò a noi che ci ascoltavamo questa roba ai tempi; ma la verità è che in tutto il suo fascino patetico da karaoke per fans (immagino inesistenti tra l’altro), Witness A Rebirth è una gran legnata nei denti e te lo puoi riascoltare sette volte a fila col viso tirato e gli occhi a fessura senza sentire la fatica.

5 Risposte a “tanto se ribeccamo: STRIFE”

  1. tipo, sì. chissà tra l’altro quanta gavetta per il fatto che erano californiani. “oh, ma vai a suonare il tuo cazzo di ska punk”

  2. Io reputo “To an end” nella versione live contenuta in “The California Takeover” (quella col pippone sull’autocoscienza della scena) uno dei pezzi HC più fighi di sempre. Poi gli Strife mi fanno un po’ pena perché sono l’epitome del gruppo stramilitante che ha mollato, ma va ancora in giro a raschiare il barile. Lasciando perdere gli Earth Crisis, la cui musica recente mi fa pure cagare, gli Snapcase non hanno mai fatto un pezzo sulle tre X e mi risulta che non abbiano ancora mollato le loro convinzioni. Gli Strife risuonano i pezzi togliendo le parole straight edge, come si vede da vari live sul tubo. Ripeto, un po’ patetico, non era il dottore a ordinarti proclami ardimentosi di militanza ogni due per tre. Ma questi sono discorsi extramusicali. Parlando di musica, i pezzi che ho sentito non mi sono manco piaciuti.

  3. io invece su questa cosa non sono particolarmente ispirato. cioè il discorso tipo “se mangi carne ti meno” a 19 anni, drogarsi a 24 e fare gli abbracci a 35 è semplicemente una cosa della vita. non è che puoi fare un pezzo crust col testo che dice “le banche ci opprimono ma tra 10 anni potrei aver cambiato idea su questo”. credo sia fisiologico.

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