true believers: MARK HOLLIS

mh
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A leggere riviste e libri di musica si tende a pensare che il rock’n’roll sia stato messo in piedi e reso grande da un branco di selvaggi illetterati e riottosi che sputavano contro il sistema e lavoravano alacremente contro chi voleva appiattire la cultura. Cinquant’anni e passa di chitarre ci hanno assicurato che non è così, naturalmente: la storia del rock è stata scritta da dei leccaculo che glorificavano le gesta di un branco di schiene curve al servizio di qualche manager lungimirante che riusciva a vendere la follia di gente non-folle a gente non-interessata a comprare la follia –l’unico modo che hanno avuto gli artisti di sfuggire a questo genere di incasellamento è stato di morire giovani, occupare un ruolo di scarso rilievo o riteorizzare la loro appartenenza su un nuovo asse concettuale che parte da Adolf Hitler (“aderire al sistema per riuscire a rovesciarlo”) e si risolve in uno dei più gloriosi motti dell’Azione Cattolica (“obbedire is the new ribellarsi”). Le leggende continuano a piacerci, ma c’è un motivo per cui i film sul rock fanno tutti vomitare –ed è che il materiale narrativo di partenza è quasi sempre una merda. Le storie più interessanti sono quelle su cui non potrebbe mai venire girato un film, tipo tutta la vicenda dei Talk Talk e di Mark Hollis.

Il quale diventa interessante naturalmente nella sua negazione, nel suo richiedere d’improvviso un profilo basso e a un certo punto mettersi a pensare ad altri cazzi. La storia la conoscete molto meglio di me: viene dato come una promessa della new romantic quando ancora il suo gruppo non ha messo fuori un singolo; mantiene la promessa sfornando tre dischi di successo crescente; ottiene libertà creativa e un budget stellare per il disco successivo; lo usa fino all’ultimo centesimo e consegna alla EMI dei nastri di musica sostanzialmente invendibile. Selling points: nessuno. Mark Hollis non è un tossico ribelle e riottoso con il trip del grande artista e una storia con una modella/attrice, voglio dire –Mark Hollis è brutto come la fame, se facessero un film su di lui ad andar grassa lo interpreterebbe Tim Roth o qualsiasi altra persona con delle orecchie gigantesche. Il sostanziale flop di pubblico di Spirit of Eden non fa cadere in qualche depressione maniacale o cose così, semplicemente Hollis (assieme all’eterno compagno d’avventure Tim Friese-Greene) scioglie il contratto con EMI, si accasa con Polydor, realizza un disco ancora più minimale e spoglio e bello, scioglie il gruppo e si ripresenta sette anni dopo con un altro disco solista, sempre minimale/spoglio/bellissimo e sempre in anticipo di un lustro grasso sui tempi. Poi si ritira dalla musica e come se niente fosse inizia a condurre una vita normale.

Dal punto di vista della storiografia, la vicenda Mark Hollis nega quasi l’unica cosa che sappiamo della musica contemporanea. Il motivo economico è solo uno dei motivi: non è il primo né l’ultimo musicista che si è avventurato su territori di musica che qualcuno poteva dire invendibile. Non è neanche giustissimo dire che Spirit of Eden SÌ e The Colour of Spring NO (opinione diffusa e sbagliatissima, tra l’altro). La vicenda Hollis è interessante perché ci mette di fronte al primo frontman di successo -dal novecento in poi- che a un certo punto ha deciso di non voler continuare ad esistere vitanaturaldurante. Sono stati davvero pochissimi ad uscire vivi dagli anni ottanta: Depeche Mode a parte, le rockstar di quell’era si sono bruciate in una serie infinita di compromessi, risurrezioni posticce, reality show ed apparizioni speciali alla sagra della salsiccia, continuando a chiedere la fetta di una torta sempre più piccola. Mark Hollis si è rotto il cazzo di suonare quindici (per ora) anni prima che la gente si fosse rotta il cazzo di ascoltarlo. La vicenda Hollis contraddice l’unico punto topos narrativo di cui sopra secondo cui LA MUSICA è una verità, un’idea pura, una rivelazione a cui a un certo punto della propria vita si aderisce dedicando la propria vita ad essa o morendo nel tentativo di. La storia dei Talk Talk è l’ipertesto di tutte le storie non raccontate del rock. La svolta finale è data dal solo fatto che gli ultimi tre dischi di Mark Hollis si sono dimostrati anticipatori di un modo di intendere il pop che negli anni successivi sarebbe andato alla grandissima –e suonano ancora oggi molto meglio di qualsiasi altro disco sulla loro scia e non prodotto da Bob Weston- ma non è una svolta che di per sé giustifica il tutto. Non è in programma un reunion tour della band performing Laughing Stock in its entirety all’ATP curato dai Sigur Ros (ve piacerebbe), e il recupero artistico dei dischi in questione è lungi dall’aver garantito a Hollis EMI e Polydor il riscatto economico di due operazioni fallimentari. Per certi versi la storia dei Talk Talk è la versione nobile di tutti i racconti che stanno dietro al basso sfasciato impolverato e senza corde seppellito nella cantina di qualche bancario con due figli e una collezione di dischi inesistente. La vicenda Mark Hollis è una delle pochissime storie del rock contenenti la parola FINE.

L’ultimo tassello della vicenda Talk Talk è di qualche settimana fa e chiude un capitolo vecchio di vent’anni: ai tempi del passaggio dei TT su Polydor, la EMI fece uscire un best of intitolato Natural History, prontamente disconosciuto dall’Uomo sia come concetto in sé che nel caso specifico della scaletta dei pezzi. Ora è uscita (quasi invisibile) la prima retrospettiva dei Talk Talk curata da Mark Hollis in persona: si chiama Natural Order, contiene grossomodo i dieci pezzi che ricordate MENO nei dischi dei Talk Talk (anche negli ultimi) e suona come una raccolta Soul Jazz di roba rara e fichissima oscurata ai tempi da un sacco di altra merda di immeritato successo. Né più né meno. L’ennesima scintillante conferma di un orgoglioso ex-musicista che poteva continuare a fare il genio per tutta la vita e invece.

Precedente la rubrica pop di Bastonate, che a questo giro si chiama REVANSCISMO e parla dell'ultimo disco degli Strokes Successivo I recuperi fondamentali: "Silent Hill Revelation 3D" di un tizio.

21 commenti su “true believers: MARK HOLLIS

  1. ricky il said:

    Concordo. Senza i loro ultimi dischi, e includo the colour if spring, non potrei vivere. Un genio intelligente. Non potrei sopportare un ritorno deludente come non posso sopportare il disco omaggio spirit of talk talk.

  2. Sei riuscito a parlare dei talk talk senza mai usare il termine post-rock!! Hai tutta la mia solita usuale rinnovata stima. Finalmente qualcuno che parla di loro senza farne riferimento (vedi lo stuolo di ondarocchettini). Finalmente qualcuno che ne capisce di musica. E aggiungo che tutti quei successi commerciali dei talk talk degli anni new romantic/technopoo/dance80 a me piacciono senza vergogna alcuna.

  3. maurizio ziomauri il said:

    Mark Hollis mi piace da morire…
    kekko, quello che hai scritto mi piace da morire…
    🙂 grazie

  4. Tiziano De Angelis il said:

    Bellissime parole che rendono giustizia ad una Band bistrattata ma che ha accompagnato e fatto da sottofondo a tanti momenti della vita di noi 40enni.. Bravo!!

  5. WC & CP il said:

    Abbiamo letto la tua recensione sulla persona e sul complesso, e ci siamo veramente rispecchiati in tali considerazioni.
    Siamo 2 amici che vogliano dare il loro piccolo contributo attestando con queste poche frasi l’ammirazione per un complesso e per una persona come Mark Hollis, che ha saputo rinunciare ad una gabbia d’oro del successo a fronte della sua libertà e coerenza di pensiero. Complimenti per l’articolo.

  6. Tutto vero e condivisibile. Hollis è l’emblema del musicista/uomo che ha suonato e prodotto musica per sè e non per il mercato, ed al contrario di tanti (troppi) esempi del passato e del presente ha avuto il coraggio e la volontà di smettere e voltare pagina. Vallo a spiegare a Keith Richards.

  7. Daria il said:

    Adoro i Talk Talk e Mark Hollis in toto…musica che arriva dall’anima di chi l’ha scritta e arriva dritta all’anima di chi la ascolta…

  8. Francesca il said:

    Condivido in pieno sotto ogni aspetto le riflessioni e le affermazioni competenti dimostrate in questo ambito di critica musicale.

  9. Francesca Selvatica il said:

    Complimenti, bellissimo articolo, sia dal punto di vista storico (per me che li avevo persi di vista allora) che dal punta di visto umano.
    Viene fuori la “persona” Mark Hollis, ben calata nel contesto sociale di questi ultimi anni e avviene senza la pesantezza e la spocchia, che solitamente accompagnano i tribute!!
    Bello, bello davvero, in un linguaggio scorrevole e colloquiale, che meriterebbe un libro alle spalle. Se lo hai scritto scusami, non ti conoscevo fino a 10 minuti fa, mi ha segnalato il link un amico su twitter.
    Buon lavoro a te.

  10. Marco il said:

    Concordo al pieno l’opinione. I Talk Talk hanno fatto parte dell’irrinunciabile colonna sonora della mia giovinezza , con idee musicali strepitose e all’avanguardia.
    Grandi anche nel rinunciare a diventare le bruttecopie di se stessi.
    Non condivido affatto il paragone con chi come Keith Richards riesce a riempire gli stadi in quel modo , con chi come Keith Richards é diventato leggenda.
    Pochi ci riescono , complimenti a chi si ferma in tempo , ma complimenti anche a chi va avanti quando puó permettrselo.
    Marco

  11. daniela il said:

    Niente da aggiungere. Solo una grande nostalgia della loro musica dei loro testi.
    Che peccato.

  12. maurizio ziomauri il said:

    Te ne sei andato senza aspettare i colori della primavera…
    Grazie Mark delle emozioni che ci hai dato
    R.I.P.

  13. Giorgio M. il said:

    Life is what you make it … quant’è vero, e tu Mark con coerenza lo hai dimostrato. Fino alla fine. A 50 anni posso dire che con te quella stagione irripetibile di adolescente squattrinato e confuso sul futuro diventa un ricordo. Una fotografia. Racchiusa in un vecchio album, dimenticato in qualche cassetto. Maledetta nostalgia

  14. marco il said:

    io mi pungevo con spirit of eden.
    son rinato con i colori della primavera.
    già mi mancavi.
    ma speravo.
    ora mi mancherai fino all’ultimo.
    hi, mate

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