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Gazebo Penguins (l’intervista, per così dire)

AlBo
AlBo

Quando avete fatto il primo disco, che in realtà non era il primo disco ma il disco prima, senza contare tutti i dischi venuti dopo, comunque dicevo LEGNA, uno di voi tre aveva fatto un conto della serva secondo il quale vendendo tutte le 500 copie del CD avreste fatto conto pari e sareste stati contenti come delle pasque. Legna in realtà ha venduto  (sparo aiutato da fonti vicine al gruppo e all’etichetta) 800 copie del CD, 300 copie del vinile, circa 10mila download aggratis più magliette felpe e cazzismi e -se non sbaglio- 67 concerti di cui avete intascato un cascè. quindi, per così dire, il conto di Legna è all’attivo. Avete qualche aspettativa da sforare per Raudo?

Capra: Sbagli su un po’ tutti i numeri ma se fai gli occhi dolci ti perdono.
I concerti son stati 69. I download il doppio. Sulle copie più o meno ci sei, le tue fonti sono affidabili.
Però in realtà il discorso è più bello di come l’hai sdilinquito te.
Il discorso su “Quanto è costato fare LEGNA?” finiva dicendo quanto avevamo speso e che a vendere tutto avremmo tirato su più o meno la stessa cifra, per concludere:
Niente, (…) per noi sono tra i soldi spesi meglio della nostra vita. E lo abbiamo fatto proprio sapendo che non ci avremmo preso una lira. Perché le cose più belle restan sempre quelle che regali. E questo disco ve lo volevamo regalare a tutti i costi.”
Ecco, ci sono tre motivi per cui regali qualcosa: 1. perché ci tieni al ricevente 2. per fare promozione (un forno che apre bottega e regala roba per farsi conoscere e far sentire quel che sa fare) 3. per creare una relazione.
Investi in qualcosa, ci dedichi le ossa, lo regali e metti in gioco una responsabilità. La musica regalata, quando la ricevi, ti carica di un dovere. Entri a far parte dello scambio. Il conto di LEGNA è all’attivo, i conti dei pinguini al momento sono in passivo, i conti di RAUDO li facciamo dopo l’estate, ora si fanno i conti rigorosamente in attivo della musica regalata.

Mi piace molto il punto 3 ma mi sento comunque di aggiungere il punto 4. il punto 4 è la malafede del punto 2 e del punto 3: regali una cosa bella perchè ti vengano a chiedere di fare una cosa brutta e pagata. è la dinamica di base su cui vengono fatte le cose ora che internet va per la maggiore. Funziona anche per chi fa gli stage o i lavori sottopagati nelle aziende fighe, quelle che hanno il nome che puoi mettere nel CV, eccetera. è diverso dal punto 2 perchè il fornaio regala lo stesso pane che poi venderà, è diverso dal punto 3 perchè il punto 3 presuppone appunto la buona fede. Voi ci siete finiti mai dentro al punto 4? Cioè tipo: qualcuno ha ascoltato Legna e vi ha chiesto di fare qualcosa che non volevate che vi chiedesse?

C: Mi sa che l’unica cosa curiosa che non avremmo pensato ci chiedessero sia stato l’andare in tv, a fare tipo l’ospitata in un programma su radio deejay in tv. Che poi non mi pare sia cambiato granché a livello di granché, solo che una volta per dire ero a parlare a tipo un incontro di domenica pomeriggio e presentandomi hanno detto che ero stato anche in tv, e 3 dei 25 presenti hanno avuto un’espressione di soddisfazione.

Come funziona quando vai in TV? ti presenti e dici “mi hanno invitato” e loro ti fan trovare la bottiglia di gazzosa pronta?

C: L’unica cosa che mi hanno offerto è stato il caffè.

Era una trasmissione fatta da dei ragazzi di Roma che sono i The Pills, e chiamavano ospiti di vario genere mentre si faceva una partita a Monopoli. Il set era un appartamento, dove loro ci vivevano pure dentro durante tutto il periodo della riprese, e tutti quelli che ci lavoravano sembravano dei regaz amici da una vita, perciò diciamo che l’atmosfera non era proprio da grandeur e camerini e ciotole di cioccolatini ripieni al baileys. Il Monopoli mi gasa tantissimo. Per la prima mezz’ora. Se vinco. Hai detto gazzosa a caso o sapevi che è la mia bibita preferita?

A caso. però c’è anche un motivo per cui parlando con i gazebo penguins mi viene da citare la gazzosa invece che -non so- la grappa di amarone o la redbull e per me ha a che fare coi testi che scrivono i gazebo penguins. che uno si ascolta LEGNA e RAUDO e l’idea è che le canzoni dei gazebo penguins sono fatte per essere cantate dai bambini di dieci anni e non necessariamente dai bambini di dieci anni di oggi, ma anche di quelli che oggi in realtà di anni ne hanno trenta o trentacinque e di quelli che ora ancora non ci sono. e quindi insomma nell’immaginario dei Gazebo Penguins è contemplata la gazzosa ma non la sprite e nemmeno la 7-Up, nonostante qualcuno continui a definirvi un gruppo emo e la 7-Up nell’immaginario emo è super-compresa. quindi per dire mi stranisce il fatto che la canzone Correggio contenga sia la parola MERDA che la parola MERCEDES, che secondo me sono lontane da questa cosa che ho detto sopra e quindi -secondo il mio immaginario- sostanzialmente incomprensibili. c’è una volontà dietro questa cosa o è semplicemente il modo in cui scrivi naturalmente più il modo in cui io naturalmente leggo/ascolto?

C: Il modo in cui vengono fuori i testi parte da alcune parole.
Che però, per lo più, sono parole casuali. Parole che flirtano bene con un certo passaggio o un certo pezzo del pezzo (uno stacco, un’armonia, un tempo dispari, quel che te vo’).
A partire da quelle parole, si genera il resto. Spesso è una parola o una frase spuntata per caso che fa partire il resto del narrato.
Quindi, per quanto riguarda RAUDO, abbiamo fatto tutte le nostre belle prove in cui strutturavamo i pezzi e gli davamo una forma. Solo quando il pezzo veniva consegnato al notaio come FINITO, allora si pensava al cantato. Prendi un pezzo come Difetto, ad esempio. Battezzata la struttura e le parti, Sollo se ne salta su cantando sul finale:Questo è l’unico tuo difetto, che non ci sei più. Ci sei amico. Non si potrebbe dire nient’altro di meglio in quel frangente. E da lì si è creato un testo che soggiacesse a quella frase.
A parte in due pezzi, è andata così. Se ti interessano le storie degli altri te le dico.
Tu poi hai citato il testo di Correggio, che però è uno degli unici due testi ad essere stati scritti prima delle succitate prove. Correggio era un giro di chitarra vecchio, che continuava a piacerci, e ci piaceva l’idea di mettere un pezzo non tirato a mille nel disco. E su quel giro di chitarra c’era già finito il testo completo, e così è rimasto.
Invece per l’altro testo ante proves, ovvero quello di Finito il caffè, è stato il caso più unico che raro che un testo già scritto a caso si attagliasse così candidamente su un pezzo composto senza minimamente tenere in considerazione alcun testo. Ogni tanto va così. Ora baciami il cuore.

Però in difetto c’è anche un passaggio che è quello in cui dici, tu gazebo penguins, SE MI PASSI IL / SE MI PASSI IL / SE MI PASSI / SE MI PASSI IL TERMINE SIAMO eccetera eccetera che non voglio spoilerare ma è molto bello, che è costruito come un giro di chitarra di voce, quindi in qualche modo la cosa ha una specie di valenza tipo sovraincisioni e lì in quel momento quando cantate quella cosa lì siete un gruppo con due chitarristi in qualche modo, e questa cosa ha anche una valenza musicale che secondo me ha una valenza ulteriore rispetto a quella di costruirsi attorno alla frase di cui prima e vi completa come gruppo. ci sono anche altri momenti in giro per il disco che fanno questo discorso musicale circolare tipo Casa dei Miei ma anche Piuttosto Bene dove addirittura fate UOUOUO, è come se ci fossero i testi e poi il cantato e poi i testi + il cantato e alla fine comunque suona in un modo diverso che è dato dal disco, CHE NE SO. cioè partite da parole casuali, ma secondo me non è che esistono canzoni dei gazebo penguins di cui i gazebo penguins possono dire “boh sì, ci sta ma riguarda qualcun altro”. cioè davvero alla fine di Difetto la morale è anche che non c’è più. no?

C: Partiamo dalla fine.
Prendi il pezzo di cantato che dicevamo: “Questo è l’unico tuo difetto: che non ci sei più”
A livello di spazio poteva pure starci: “Questo è l’unico tuo problema: che non ci sei più”
A parte che suona diverso – e peggio -, se alla fine, nel disco fatto e finito, c’è la parola difetto vuol dire che ha passato un vaglio, perché quella parola crea un gioco concentrico di significati, perché difetto viene da deficere, che letteralmente significa ‘smettere di fare’, e per traslato mancare (la terza singolare di questo verbo viene usata abitualmente: deficit). E quindi l’effetto del verso è potenziato, perché sarebbe come dire che l’unica tua mancanza è la tua mancanza, che è un pleonasmo al negativo, e quindi è fortissimo.
Ora, la parafrasi dei testi mi sembra un gioco per gente che ha poco tempo o poca voglia, e quindi è uno sport che faccio anche a meno di praticare. Ma oramai ci siamo cascati, perciò finiamo. Da questa mancanza, che anche tu hai notato, è partito il lavoro sul resto della canzone. Potevamo parlare di una mancanza ironica e falsamente struggente come in un nostro vecchio pezzo, ovvero Senza di te, che può essere declinato comodamente per una persona persa o per un animale domestico. Potevamo farlo, sarebbe stato divertente, però l’avevamo già fatto, ergo non sarebbe statocosì divertente. Abbiamo ragionato su un altro tipo di mancanza (in generale la mancanza è una delle cose che viene più naturale cantare, per ovvie ragioni), ed è venuta fuori quella del tempo, e quella dei soldi. Poi ci è finita in mezzo una parola bieca e fallimentare come “generazione/i”, per cui abbiamo chiesto scusa (“se mi passi il termine”), continuando anche la dinamica sul valore di una singola parola, e sulla forza di coesione che danno alcune parole ad un intero testo, o al contrario sulla tensione centrifuga che invece possono portare. “Generazione” è una parola centrifuga, sposta l’asse e l’attenzione altrove, sfuoca, è brutta e faticosa, e probabilmente è per tutti questi motivi che ci è finita (è a partire da questa parola che poi è nato il testo all’inizio della canzone, quello dove si dice “mi hai risposto Sono impegnata, poi hai detto etc”) Il tempo si perde, ma la constatazione è che il tempo sia divenuto una mercanzia in esubero, e i soldi abbiano preso il posto del ‘non c’ho tempo’. Deficit. Potremmo vederla come una rettifica a pezzi di vecchie canzoni come “il calendario non aspetta mai”, o “non ho più tempo di ieri” (anche se lì il movente era un altro, ovvero il considerare che nemmeno una sovrabbondanza di tempo può rimediare ad un ricordo che non vorremmo avere). Ma anche no eh. In ogni caso, anche qui, come in un altro pezzo di RAUDO, cioè Ogni scelta è in perdita, sei davanti alla constatazione dell’ineluttabilità della mancanza, ovvero – marciando di nuovo sull’etimo – dell’impossibilità di essere-priva-di-lutto, “il tempo e i ricordi si perdono una volta sola”, una volta persi, non li ri-perdi più, come la morte, come un lutto. L’etimologia può stare sul cazzo, forse perché o la sai o non la sai. Il testo di Ogni scelta è in perdita nasce da lì: è uno sviluppo sull’etimologia della parola decidere, de+caedo, dovecaedo si usava per indicare abbattere (legna o persone), tagliare, e anche sacrificare. La parola ceduo ci fa da pro memoria al proposito. Tutti questi riferimenti alla legna non son casuali. Scegli, quindi tagli via le possibilità che non scegli. Quindi perdi, e qualcosa ti viene a mancare. La parafrasi è una merda.
Detto ciò, la risposta alla tua domanda è sì.
A cui si potrebbe aggiungere che per questo disco siamo partiti molto prima di entrare in studio a scrivere i testi, e quindi ci abbiamo impiegato più tempo (visto che ce n’era) e più impegno. Abbiamo comunque cercato di non scordarci che tutto quel che finisce in un testo è una roba fatta per essere cantata, e non letta, e secondo noi ci è venuta fuori bene.

Tra l’altro nel vostro caso quel che finisce nel testo è una roba che non viene cantata solo da voi ma anche da diversa gente sotto al palco, la quale comunque in generale dà una sua interpretazione che in qualche modo è diversa e completa il pezzo. sentivo una cosa che diceva Eddie Vedder sul fatto che dopo qualche tempo che la gente faceva i cori su Alive il significato della canzone si era invertito. e in qualche modo in questa cosa la musica diventa il mezzo principale -tipo la musica è migliore quanto più porta la gente a cantare i pezzi, e quindi necessariamente a spostarne il significato. che credo sia una dialettica successo/fallimento abbastanza notevole se vuoi. no? altra domanda, che è una domanda tecnica: come si lavora su dei pezzi fino a farli suonare come suonano in Raudo? spiegamelo come se io non fossi mai entrato in uno studio, cosa peraltro sostanzialmente verissima. 

C: Definire l’effettiva riuscita di un pezzo dall’indice di ‘cantabilità’ mi sembra un metro un po’ discriminatorio, anche solo per il motivo che esistono pezzi non cantati che comunque ti spostano.
Detto ciò, quando è cominciato a succedere che tante persone ai concerti si metteva a cantare forte i pezzi, e li sentivi cantare più forte di quanto non sentissi te stesso nella spia che avevi ai piedi, allora effettivamente succedeva un certo ribaltamento.
Il fatto che chiunque canti (ma anche chiunque ascolti, che lo faccia approssimativamente perché non ha voglia o approfonditamente perché gli interessa) possa interpretare e modificare il pezzo è una delle cose più spaesanti, importanti e pure divertenti di far uscire robe, ed è anche uno dei motivi per cui la parafrasi fa schifo al cervello.
Una canzone che sposta il proprio asse nel tempo a seconda della “generazione” che la canta a un concerto: bello. Il successo: participio passato di succedere: è quello che viene dopo. Cioè: tutto quello che viene dopo è il successo. Quindi sì: la risposta è ancora una volta sì. La parte sul come la passo a Sollo.

Sollo: Innanzi tutto parti come in ogni cosa da un idea.
L’idea in certi casi, come in questo, ti si presenta quasi lampante.
Avevamo già buttato giù i pezzi, dalla loro struttura, da come suonavano nelle prove se ne evinceva che erano pezzi più cupi, se vuoi, come sonorità, ma anche come toni.I pezzi che possono sembrare più “allegri” se ci badi hanno comunque testi o argomentazioni abbastanza tosti/e.
Di conseguenza avevo la sensazione a pelle, di volere un suono scuro, cupo, grosso. In LEGNA mi sono potuto permettere quasi di suonare e basta, ai suoni pensava Burro che in quel caso aveva optato per un suono più grezzo e tagliente. Ma ai tempi quelli erano i nostri suoni, la chitarra di Capra dal vivo ti segava le orecchie. Non che adesso non lo faccia, ma allo stesso tempo si é “inciccionita”, ha dei suoni più spessi, ok?
E allora mi son detto che, occupandomi a questo giro di registrare e produrre, avrei per prima cosa registrato tutto in analogico. Vuoi davvero che ti spieghi la differenza di registrare su una scheda digitale Motu o su uno StuderA80 analogico? Beh riassumendo con una bestemmia tecnica: registrare su bobina garantisce un suono più “caldo”, “spesso” per l’appunto.
Come seconda cosa avrei utilizzato microfoni fighi e adatti ad ogni singolo strumento, quindi nel caso di un suono chiaro avrei usato un microfono con un “taglio” scuro e viceversa.
I preamplificatori, quasi tutti valvolari. Due bei NEVE che ci ha prestato il Suri e via.
In sostanza: nastro, microfoni di solito abbastanza scuri (molti ribbon), valvole.
Non volevo un suono come LEGNA, che rimane un capolavoro di Burro, volevo un suono mio, magari più classico ma a mio avviso più adatto a RAUDO.
Molto appagante anche far doppiare a Capra qualche giro di Raudo con una chitarra accordata in Drop C (cioè con l’accordatura abbassata per farla suonare più bassa e greve) e lo stesso ho fatto su certi bassi. La figata é che così facendo ho recuperato su disco l’impressione di quelle risonanze interessanti che abbiamo dal vivo sui distorti quando sono molto saturi.
Poi avere i propri 3 dischi della vita, da ascoltare come riferimento sulle casse dello studio aiuta sempre. Si parte con una traccia di suono da seguire.

C: Aggiungerei che stavolta abbiamo deciso di far prendere le decisioni di produzione a Sollo, e non ad un membro esterno. E la cosa per noi è importante. Perché ci siamo trovati per mesi a fare le prove e strutturare i pezzi, e non c’era mai nessun altro oltre a noi tre. Li abbiamo digeriti e fatti nostri, e l’interpretazione di suono che gli davamo difficilmente poteva venire passata ad un esterno.
Così è stato Sollo, che era al contempo dentro e fuori dai pezzi (come bassista e come fonico di studio), a prendere tutte le decisioni del caso. Quel che fa un produttore in studio fondamentalmente è questo: decide come deve suonare quello che viene suonato. E decide anche se quello che viene suonato è stato suonato bene. Cioè: se a livello di composizione erano scelte abbastanza partecipate, a livello di produzione a noi piace decisamente di più delegare, e farsi guidare. Ma stavolta, a prendere le decisioni, era comunque un pinguino. Che incredibile circolarità!
In ogni caso quando sei lì che senti le prese di un pezzo (cioè le registrazioni nude e crude dei vari strumenti assieme) e ti guardi in tralice soddisfatto perché già suona, senza doversi giustificare dicendo: Ma poi col mix migliora… beh, ecco, vuol dire che il produttore ha già fatto un gran lavoro. Bravo Sollo, paccona sulla spalla.

OK. Ma ora voglio comunque sapere “la differenza di registrare su una scheda digitale Motu o su uno StuderA80 analogico”, soprattutto quando poi vai a produrre degli mp3 e poi un CD e solo alla fine un LP, e soprattutto quali sono i tre dischi della vita per fare RAUDO.

S: Diciamo che non sono i dischi della vita per forza, ma dischi che suonino a mio avviso da dio. Quindi, a sto giro ho usato come riferimento per lavorare coi pinguini Refused “The shape of punk to come”, Hot Snakes “Audit in progress”, Queens of the stone age “Songs For the deaf”.
La differenza tra digitale e analogico é comunque semplice. Come potrai dedurre con la registrazione in digitale avviene una conversione 0/1 di un segnale audio, bisogna tenere conto della frequenza di campionamento che più alta é meglio é e la qualita risulta maggiore, ma ovviamente più la si alza più il sistema viene sovraccaricato; si ha un headroom piu basso che viene limitato da dei click digitali (in parole povere, se ho un segnale potente e voglio registrarlo a volume alto in modo da ottenere tante armoniche di quel suono, se non sto attento rischio di registrare il segnale a un volume troppo alto e in certi momenti, con sbalzi di volume non previsti, potrei ritrovarmi quei click di distorsione sulla traccia) mentre su bobina posso registrare al volume più alto che voglio, il segnale lentamente si comprimerà fino a perdere ogni dinamica ma non andrà mai in clip come in digitale, ho più soglia, posso “tirare” di più i volumi in registrazione.
In analogico non ho una conversione, avrò se vuoi quell’ “hiss” su ogni traccia, fruscio tipico del nastro, ma ho la possibilità di registrare con un suono più caldo, amalgamato, forse meno definito e più sporco, ma sicuramente di grande impatto. Se mi chiedi perché mi sbatto dato che finisce tutto su mp3 e ascoltato da un iPhone ti rispondo che se si vuol fare un bel disco lo si fa bello tutto, a partire dai suoni. Io un disco a cui lavoro lo vedo comunque come un pezzo d’arte o di creatività importante, se lo registro male é come mettere una bella tela in una cornice di merda, imbottigliare un super vino in una bottiglia di plastica, ecc. I brutti suoni rendono brutto il disco, o se non altro, molto meno interessante.

Prima di RAUDO è uscito il video di Finito il Caffé e sta sia su Vevo che su Youtube che su Spotify che su Deezer (su Deezer c’è finita pure una loro playlist, ndr) e su iTunes. la domanda riguarda LO SMERCIO: immagino che vi siate posti il problema di dove essere e dove non essere trovabili e -parlando di internet- vi siate risposti dappertutto, quindi insomma -perchè avete scelto di essere dappertutto?

C: Nel momento in cui decidi di regalare un disco (vd. risposta 1) cerchi anche di fare in modo che le sue propaggini si incuneino nella maniera più tentacolare possibile [propaggini | incunearsi | tentacolare: frase da capogiro]
Se puoi regalare in frì daunlò un disco è perché esiste internet. E a quel punto tutto ciò che nell’internet veicola musica diventa un tuo interlocutore. Che poi io personalmente non abbia mai comprato nulla su iTunes e mai ascoltato nulla con Spotify o Deezer poco importa. Se ce chi lo fa, e se può essere comodo ascoltare i nostri pezzi lì, amen.

Tra un po’ iniziate a portare in giro il disco nuovo. Avete già deciso cosa risuonerete e cosa non delle cose uscite prima di RAUDO? c’è una ragione per cui lo farete? 
C: Stiamo provando le scalette in questi giorni. È stato molto divertente far partire un pezzo di LEGNA e ritrovarsi a suonarlo con la scioltezza con cui, boh, usi l’aspirapolvere che era a casa dei tuoi dopo mesi che non lo facevi. Paragone pessimo. In generale c’è da dire che tutti i pezzi di LEGNA e anche altri che sono poi usciti in split vari dal vivo funzionavano quasi alla stessa maniera, cioè benone. Quindi un discrimine a livello di ‘questo pezzo non va’ non ce lo poniamo neanche. Ecco, sarà bello poter scegliere, di volta in volta, cosa fare e cosa non fare. E sarà bello perché è una possibilità che non abbiamo mai avuto negli ultimi due anni: avevamo più o meno 10 pezzi da suonare live e li facevamo sempre tutti, con anche quella situazione molto triste di dover ripetere un pezzo se la serata ti portava a fare un bis. Il bis con il bis tautologicamente tale è triste. Non lo faremo mai più.

Dal punto di vista sia della musica che delle parole ci sono dei punti in comune tra LEGNA e RAUDO, però mi sembra che RAUDO abbia comunque un approccio molto di-verso. a parte il discorso lirico e il discorso musicale, di cui discuteste già diversi giorni fa, ma c’è comunque un pattern diciamo comune. esempi: come già detto la traccia 3, che anche dal punto di vista della musica è quella che tira di più in direzione Weezer (non so dirlo meglio); in più c’è la traccia 2 che in entrambi i casi mi sembra quella più legata al linguaggio (anche se in LEGNA è una cosa più politica e in RAUDO è più un discorso alla hitchcock forse), mentre per dire nella traccia 4 c’è il calendario sia in LEGNA che in RAUDO e qui la smetto. è una scelta voluta o è il caso a essersi frapposto tra voi e il disco? elementi aggiuntivi: da un certo punto di vista la CRESCITA ha a che fare con l’ingrandirsi, ingigantirsi delle stesse cose. da un altro punto di vista, diciamo culturale, la consuetudine lega la parola CRESCITA, dal punto di vista culturale o ideologico, all’assunzione di conoscenze extra rispetto a due/tre anni prima e questo ci porta spesso a rivedere ciò che s’era detto e pensato e in certi casi anche di rinnegare o rimuovere. quindi magari potreste dirmi se c’è qualcosa che avete fatto in LEGNA o da LEGNA o per LEGNA che in questo momento pensate avrebbe dovuto esser fatto lentamente. oppure qual è la vostra opinione in merito. 

C: La scaletta di un disco investe un’economia (pessima parola) prettamente interna allo stesso.
Il fatto che tu abbia notato delle affinità tra la 2, la 3 e la 4 di LEGNA e RAUDO è una cosa cui non avevamo pensato.
Ora che ci penso ti potrei anche dire che Difetto (la 3 di RAUDO) ha esattamente lo stesso tempo (sia di velocità che di 6/8) di Senza di te (la 3 di LEGNA). Sulla compresenza del calendario nei pezzi n.° 4 c’è da dire che il tempo protagonista di Frate Indovino era più una riflessione sul fatto che un ricordo che scompare (qualcosa che non ricordi più) diventa una porzione di nulla, una porzione di nulla di cui però sei legittimo proprietario, benché incosciente; mentre in Domani è gennaio il calendario (il tempo) diventa un oggetto molto più reale (posso dire ctonio? ahi, l’ho già detto) e tangibile, è cioè prettamente l’oggetto composto da 12 fogli mese+copertina su cui scrivere, ed è proprio lo scriverci il centro del pezzo, e quanto il segnare di anno in anno sia un ripristino del tempo, un tempo chiuso, ma esistente, e ripetitivo.
Se mi dici che Casa dei miei è un pezzo sul linguaggio dall’andamento hitchcockiano io lo apprezzo ma non so se lo capisco, anche perché non ci vedo alcuna riflessione sul linguaggio quanto invece la vedo in Ogni scelta è in perdita. Stiamo facendo dei discorsi scaccia-accessi?
Paragrafo CRESCITA.
Se crescere è ingigantirsi, allora sì: il suono si è ingrossato. C’è più apertura e meno claustrofobia.
Dire che c’è crescita perché ci sono più conoscenze rispetto a 2 anni fa mi sembra scontato, e nemmeno tanto ficcante.
A meno che io non sia rimasto a dormire senza sogni per due anni, è pressoché impossibile non aver fatto nuove conoscenze. C’è invece da stabilire se il tempo in più diventi effettivamente qualità in più. Voglio dire: per noi è così. Cioè: non avendo alcun obbligo a dover far uscire un disco, nel momento in cui lo fai si presuppone la sicurezza di star facendo qualcosa di motivato e qualcosa di nuovo (non rispetto al resto del mondo o al resto della musica, ma rispetto al resto del tuo mondo e della tua musica). Tuttavia credo che le dinamiche di un gruppo che si trova e fa le prove e fa delle canzoni nuove siano legate più a coincidenze e robe pragmatiche che ad una vera ricerca di rinnovarsi. Basso e chitarra che ad un certo punto fanno qualcosa che assieme suona bene, e viene separato dal resto e per partenogenesi viene avviluppato da una canzone; qualcosa che ti ritrovi tra i denti mentre guidi e registri sul telefono e poi provi a tirare giù con la chitarra e sbagliando lo migliori. Quando abbiamo buttato già un’introduzione a RAUDO (un comunicato, sic) ci abbiamo voluto mettere proprio questo pensiero: “Non siamo convinti che un disco di canzoni rispecchi lo stato del mondo nel momento in cui vengono fatte. Tante volte rispecchiano di più il modo che hai di mettere le dita sulla tastiera del basso o della chitarra, o quel giro di batteria che ti passa per la testa mentre parcheggi. Però forse ci sbagliamo.”
Non c’è niente, sia musicalmente che testualmente in LEGNA che avrei fatto diversamente. Spero di poterlo dire anche per questo disco tra due anni. Tante cose però non sono più così. Soprattutto un certo modo di pensare la sicurezza. Ma non significa essere cresciuti, significa che si cambia.

Ti faccio una domanda che -col fatto che non intervisto mai i gruppi- non riesco a fare mai a nessun gruppo: il mio tipo di gruppo ideale è formato da tre persone che suonano basso chitarra e batteria e qualcuno dei tre canta. voi siete un gruppo fatto così. a me piacciono perchè in qualche modo la musica (scusa la parola) rock mi suona meglio se è fatta con il minimo indispensabile dei contributi e quindi c’è in qualche modo un’economia della musica. per esempio si fa una cosa musicalmente se si è in grado di ripeterla poi dal vivo, oppure una persona si prende carico di un compito sapendo che questa cosa la obbligherà a scaricarsi di un altro compito o a non-fare la cosa. tra l’altro tu in privato una volta mi hai detto che i gazebo penguins sono tre supercapi ognuno in un determinato aspetto della faccenda. questo mi impone di chiederti quali sono le cose in cui sono capi specificamente Capra Sollo e Piter, e questa è una domanda. l’altra domanda è se questa cosa delle tre persone e dell’economia la condividi o se è una mia idea romantica sulla faccenda. l’altra ancora è se questa cosa è stata fortemente voluta a priori o se è capitata e poi è rimasta. l’ultima è se pensate che questa cosa vi abbia portato qualche svantaggio e/o se sentite in qualche modo il bisogno di aggiungere un altro elemento (oltre a quelli che vi gravitano intorno di solito). Ok, quando dicevo “una domanda” all’inizio mentivo. sii esaustivo che forse dopo questa unica cinque domande non te ne faccio più.

C:In privato ti ho detto che ognuno dei pinguini è il capo di un settore ma ti ho mentito.
Questa roba di registrare quello che poi sarai in grado di fare dal vivo è abbastanza vera. Senza starci a morire a dietro però.  Sia in LEGNA che in RAUDO abbiamo fatto in modo di registrare solo quello che poi saremmo stati in grado di portare nei concerti.
A parte un paio di eccezioni. Perché alla fine quando vuoi fare le cose fatte per bene, come poi ti dovranno piacere per tanto tempo, allora magari decidi di farti prestare la testata da un amico, o di provare una chitarra diversa, o qualche pedale, o certe stanze.
Voglio dire: se inviti a cena persone che non vedi da anni, e metti che c’è pure una tipa che alle scuole era la tua tipa preferita ma non c’eri mai riuscito, che succede? che magari vai a cercare una bottiglia che non apriresti un martedì qualsiasi, o ci metti anche mezz’ora in più a fare la spesa e quelle robe lì. Ci sta. Cioè: ci sta che in certe occasioni investi qualcosa in più. Che magari strafai, non dico ti rovini, ma ti sbatti e cerchi di fare qualcosa di tangente. Lasciamo questa constatazione in sospeso per qualche riga.
Voglio dire: ogni palco o ogni posto dove suoni è diverso dagli altri, e suona pure in modo diverso. Perché cercare in un disco un’uniformità di suono che comunque non potrai riprodurre? Cerchi, piuttosto, una coerenza più o meno etica su quanto mettere o sovraincidere in un pezzo rispetto a quanto potrai permetterti dal vivo. D’altronde se dal vivo è un live totalmente in sottrazione rispetto al disco, la tristezza è evidente, e immediata.
Detto ciò, credo sia lecito e onesto cercare di sbatterti un po’ di più in un disco, e magari strafare in qualche occasione.
In RAUDO sono successe un paio di cose interessanti, per esempio in un paio di pezzi ci abbiamo infilato delle robe di chitarre che non facevamo in prova. Poi, dopo il disco, quelle parti secondarie o accessorie sono diventate le parti principali, e quelle che erano le parti principali son scomparse. Comunque, per quanto riguarda le chitarre, a parte questo paio di casi della durata di circa 25 secondi l’uno, non ci sono sovraincisioni che poi non finiscono nel live. Ci siamo più che altro divertiti, come diceva mastro Sollo, a provare strumenti con accordature ribassate, o cose così. Quel che per noi è importante è creare un live che non rinunci a nulla, che sia sufficiente e detonante in ogni caso.
A volte ci è capitato di pensare di portare qualcun altro a suonare. Certe volte ci abbiamo pensato davvero seriamente, poi l’idea cade.
Non escludo che possa arrivare, magari per qualche concerto, portare qualche amico dalle nostre parti con cui in furgone si sta bene, farsi una suonata con facce nuove, vedere che succede. Il bisogno non c’è, è più un vezzo, una curiosità.
Sono stato abbastanza breve per 5 domande mi sa.

4 Risposte a “Gazebo Penguins (l’intervista, per così dire)”

  1. “D’altronde se dal vivo è un live totalmente in sottrazione rispetto al disco, la tristezza è evidente”

    Non condivido tantissimo. Nel senso, colgo l’etica che sta dietro al pensiero e su quello non ho nulla da eccepire, ma son meno d’accordo sul fatto che non seguendola vengano fuori dei problemi per forza.
    Io ti (vi) faccio l’esempio dei Biffy Clyro che penso abbiate un’idea di chi siano e quindi che se ne possa parlare per capirci. Ecco, loro sono in tre e su disco, da sempre, mettono una marea di roba che poi live vien tagliata, a livello di suoni. E visti su un palco, l’unica volta che mi è capitato, di tristezza non ne ho percepita perchè i pezzi avevano una botta fotonica e il messaggio che ne ho tratto è che su disco a loro magari piace infilare suoni, basi ed effetti per dare al tutto più “profondità”, ma che se il pezzo è buono di base, quando te lo sparo in faccia grezzo e violento la bontà passa comunque. E pur essendo un modo diverso di vedere la questione, io non lo trovo triste.
    Non so perchè, ma mi piaceva dirlo e avere un’opinione in merito.

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