Abbassare il livello #3 – DARGEN D’AMICO – la teoria dei giochi applicata alla pizza

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Avevo iniziato a scrivere una tomella lunghissima su Dargen d’Amico e sul fatto che il suo nuovo disco contiene canzoni che parlano di volersi fare le ragazze con le tette grosse e di vendersi al mercato delle marchette, questo nel suo disco più marchetta di sempre. A metà del pezzo ho deciso che il pezzo stava venendo una merda e il fatto di essermici giocato tremila battute non significava che prima o poi sarebbe diventato interessante. Anche il nuovo disco di Dargen d’Amico condivide questo stato di verbosità ininteressante. Il compare m.c. ha l’opinione definitiva sulla faccenda, stilata ancora ai tempi di D’ parte prima: “lui è un fiacco, è sempre stato e assai probabilmente sarà sempre un fiacco; non c’è nemmeno bisogno di scomodare qualche grande nome a random dei bei tempi andati per imbastire paragoni comunque impietosi, è un fiacco anche qui e ora rapportato alla nuova merda di adesso. vince perchè sotto il profilo musicale, lirico e attitudinale ritira fuori certe pieghe di un sentire che è proprio della parte più deleteria, degradante e BRUTTA degli anni novanta, e in questo senziente sguazzare nella merda rispecchia in maniera totale la decadenza in cui giorno dopo maledetto giorno continuiamo consapevolmente a sprofondare. è un discorso simile a quello che i Suicide facevano negli anni settanta, la gente che va ai concerti per dimenticare per qualche ora la vita di tutti i giorni, per allontanarsi dalla strada e loro invece ce li facevano ritornare. il problema è che Alan Vega è Alan Vega, Martin Rev è Martin Rev e Dargen d’Amico è Dargen d’Amico.” Difficile poter inquadrare meglio di così un artista come DDA, tranne che ora c’è pure la consapevolezza del fatto che –non ce l’ha fatta in una mezza dozzina di dischi, immagino che non lo farà mai più- questa sorta di agnello di dio del rap italiano contemporaneo più in voga, il Gran Sottovalutato per antonomasia,  quello che toglie i peccati di tutti, quello che Fedez Entics Emis Fibra un po’ così  ma poi DARGEN D’AMICO, insomma, questo mega artista non ha la più pallida idea di chi voglia come pubblico e continui ad alternare come se niente fosse dischi di stream of consciousness con pezzi di venti minuti l’uno composti durante il dormiveglia (questo) a dischi di wannabe-colonne sonore per cinepanettoni così caciarone e di bassa lega che probabilmente pure i Power Francers si vergognerebbero di farli uscire a loro nome, non credendoci peraltro manco un minuto in nessuna delle due incarnazioni e svolgendosi le tensioni evolutive tra l’uno e l’altro come una specie di peccato di gioventù stemperato dal fatto che sì, comunque il singolo parla delle dinamiche del vendersi, poco prima di quella sulle tette grosse. Dicevo, non riesco ad argomentare il motivo per cui certe cose mi stanno sulle palle, e nemmeno perché non sono disposto a parlare delle sfumature in casi come questo, che di sfumature non ne anno, senz’acca. Questo post pertanto conterrà un quesito morale, e vado ad esporlo in uno degli italiani più incerti con cui mai avrete a che fare (l’ho scritto in uno stato di alterazione psichica nelle ore immediatamente a ridosso del sonno).

vanm

Nella città dove vivo alcune pizzerie con consegna a domicilio tendono a non far pagare, per via della concorrenza, il recapito della pizza. Ieri sera, siccome la pizzeria più vicina a casa mia cuoce troppo poco le pizze e questo mi dà spesso malesseri notturni e un po’ di diarrea la mattina dopo, consideravamo l’idea di farcele portare da un posto più lontano. Ora, poniamo che la nostra pizzeria da asporto preferita (in senso assoluto) stia dall’altra parte della città. Secondo voi è lecito ordinare pizze a domicilio e farcele portare a 15 minuti di scooter solo per il fatto che nessuno fa pizze migliori? Cioè, in qualche modo, punire lo skill di un pizzaiolo costringendolo a recapitare pizze gratis per tutta la città? O forse conviene che continuiamo a gestircela nell’omertà, scaldando  il forno e cuocendo ulteriormente le pizze? O magari chiediamo al pizzaiolo a noi vicino due pizze ma più cotte di quanto faccia abitualmente? Personalmente ieri sera abbiamo scelto la terza opzione, ma uno scenario del genere mi spaventa moltissimo. Dire al pizzaiolo come deve cuocere la sua pizza non ha davvero alcun senso, è come chiedere al fornaio di ripassare il pane in forno. Voglio dire, un pizzaiolo, diversamente da Dargen d’Amico, ha deciso quanto deve essere cotta la propria pizza e sarebbe mio dovere come suo acquirente di rispettare la sua decisione. È andato a finire che ho detto alla ragazza “se puoi cuocermi un po’ di più le pizze per favore che ho la bambina”. La bambina naturalmente ha cinque mesi, tira solo il latte della mamma e una pizza non cotta non sarà un suo problema per almeno un altro paio d’anni. La mia fidanzata dice che ho mentito, nel dire questa cosa, ma io preferisco pensare alla mia soluzione come ad una sorta di pensiero laterale, una soluzione un po’ tipo Michel Crozier (il quale, scopro ora, è morto una settimana fa, e questa cosa mi intristisce molto). Dicevo, pensiero laterale. Voglio la pizza più cotta di quanto la cuoci di solito, e quando ti presenterai alla mia porta è probabile che vedrai una bambina. La maggior parte della gente ti risponde di sì solo per evitare di farsi schiacciare da un eccesso di informazioni, e la pizza era effettivamente cotta a dovere, ma stamattina ho faticato molto a guardarmi allo specchio, ecco. Poi è partita Bocciofili.

8 Risposte a “Abbassare il livello #3 – DARGEN D’AMICO – la teoria dei giochi applicata alla pizza”

  1. se la pizza te la fai portare da una pizzeria più lontana, è probabile che comunque ti arriverà uno schifo e quindi non so se ne vale la pena. non c’è niente di male a dire a telefono “ben cotte”, comunque, mia madre lo fa sempre, e senza bisogno di addurre scuse (perché poi?). il fatto è che i pizzaioli vanno di fretta, soprattutto con le consegne a domicilio, perciò spesso te le portano non cotte a dovere. che poi ci sarebbe da dire che la vera pizza la fanno solo a napoli, ma non voglio infierire. semmai ti trovassi a passare per napoli, vai da sorbillo, di matteo, o pellone, e poi mi dici. 🙂

  2. Secondo me se te la portano in bici e in maniera quindi ecologica puoi ordinarla più lontano.
    Ma a quel punto non ti arriverà fredda la pizza? dovresti metterla in forno comunque per riscaldarla. uhm. bel dilemma.
    Forse è per questo che noi la pizza ce la facciamo a casa.

  3. ma qui stiamo perdendo il succo principale del discorso.
    perché mai un artista dovrebbe fare un genere solo?se poi questo è bravo (geniali come JD sono pochi in italia, questo bisogna dirlo) in qualsiasi genere faccia va bene.ben venga penso io.non vedo proprio il problema.

  4. Il post tradisce (ahimè) una scarsa conoscenza di Dargen D’Amico e delle sue opere. Questa cosa che tanto ti sconvolge, ovvero il passare dallo stream of consciousness a “wannabe-colonne sonore per cinepanettoni così caciarone e di bassa lega é […] non credendoci peraltro manco un minuto” è quanto più falso si possa dire di Dargen D’Amico. Ha fatto una mezza dozzina di dischi e sì, sicuramente questo è quello più marchettaro finora (major anyone?), ma tutte le varie “bocciofili” e “il cubo” ci sono state anche in passato, vedi “la banana frullata”, “mi piacciono le donne” e tutta una serie di canzoni che magari non sono finite sui suoi dischi come “festa festa”, “la cassa spinge”, “nchlinez” ma che comunque fa da sempre. E da sempre fa anche gli stream of consciousness, non lunghi 18 minuti, ma sempre presenti in tutti i suoi dischi, dal primo all’ultimo, compreso questo “markettaro” (è la prima traccia, si chiama V V).
    Quindi quello che tu vedi come limite e abbassamento di livello a me pare una normale continuazione di ciò che ha sempre fatto e soprattutto un manifesto della genialità ed ecletticità di Dargen. Cassare un disco di 20 tracce perché ce ne sono due discotecare che servono a fomentare i dj set mi pare una gran stronzata.
    Mi dispiace veramente perché leggo spessissimo il tuo blog e non mi sarei aspettato una analisi così superficiale di quello che non ho problemi a definire il mio rapper preferito. (Comunque continua così che grazie a bastonate ho scoperto tanta musica figa)

  5. beh ok insomma, accetto che non accetti, dicevo, il pezzo era più esteso e conteneva dei track by track e cose simili, meglio V V del resto ecc, ma era poco interessante -ancora meno dell’abstract. l’amico Fede deve scrivere il pezzo lungo su DDA, non lo farà ma dovrebbe farlo. io, di mio, quando sento dischi come Vivere aiuta a non morire reagisco rivalutando in negativo il resto. che come dici tu contiene roba che va rivalutata in negativo. (cioè tu lo dici al positivo, ma dal mio punto di vista, etc)

  6. […] Sì, è possibile. Sta di fatto che sulla base di questo pezzo e di svariate centinaia di battute spese da BASTONATE per smantellare “Vivere aiuta a non morire” mi sono interessato al fenomeno e, pur nell’era di youtube/spotify/torrent/whatever, ho […]

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