l’ultimo disco dei QOTSA non fa schifo, ma insomma.

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Like Clockwork è un disco dignitoso, nel senso che non spacca e non svacca. Fa parte di un percorso artistico abbastanza definito e tutto sommato onesto, quello di Josh Homme, uno di cui è abbastanza facile decodificare i gusti e l’evoluzione degli stessi. Che l’uomo sia rimasto fedele alla propria visione musicale è quasi impossibile da negare. D’altra parte è impossibile negare pure il fatto che la visione musicale di Josh Homme, una volta spogliata delle persone che ad essa si accompagnavano, fosse robetta che andava bene per un paio di dischi. Quello che non andava nei dischi tipo Era Vulgaris e Lullabies non era tanto la musica, ma il fatto che la musica non bastava da sola a sostenere una serie di sovrastrutture su cui era costruito il fanatismo per i QOTSA. Ai tempi di Songs for the Deaf su Homme e Olivieri s’è letto di tutto: la forma roots rock più eccitante in circolazione, il suono più avanti che si potesse immaginare, bla bla bla. Dave Grohl dichiarò che era il miglior disco in cui avesse mai suonato. Era un disco uguale a R, meno bello, più cagato. R era meno bello del primo disco. L’esistenza di QOTSA come comunità creativa con al centro il solo Joshua Homme conservava una dimensione informale di necessità che venne spazzata (giustamente) via dopo lo split con Olivieri e la trasformazione della sigla Queens of the Stone Age nel progetto solista di Homme affiancato da un branco di turnisti.

La più ingrata delle dinamiche in seno al fanatismo rock’n’roll è quella secondo cui a un certo punto tale artista/gruppo ha rotto il cazzo e la sua perseveranza all’interno degli stessi canoni diventa un’aggravante. Il caso più eclatante è quello degli Oasis ai tempi di Be Here Now, ma ce n’è un sacco di altri. Ai tempi di Lullabies to Paralyze gran parte del pubblico aveva già preso il volo: non è che mancassero i pezzi alla No One Knows, è che la maggior parte degli ascoltatori dei QOTSA di Songs For The Deaf aveva scarsa o nulla cognizione di tutta quella storia. Aveva un senso, del resto: erano stati gli stessi QOTSA a negarla (o quantomeno nasconderla) da R in poi. L’altra gente è arrivata sull’onda dei singolini ed è rimasta finché rimanevano i singolini, lasciando alle sue spalle una brutta storia di licenziamenti e reboot che fa passare a tutta questa gente più tempo in tribunale che in sala prove.

D’altra parte non credo si possa discutere sul fatto che roba tipo Lullabies ed Era Vulgaris sia -tutto sommato- noiosissima. Lo era anche Songs for the Deaf, appena mascherato da quella patina da superband e/o matrimonio in paradiso del rock; lo erano anche di più i discacci di gruppi tipo Eagles of Death Metal e Them Crooked Vultures. Ma è roba che sceglie di essere così un po’ a mezzo tra stoner e vita vera, che viene da una scelta di suono cosciente e perentoria e che rispetto molto. Mi infastidisce chi considera Songs un capolavoro e Lullabies una merda inappellabile, questo sì. Se lo chiedete a me vi dico che sono merde inappellabili tutte e due, ma so di esagerare un po’ su questa cosa. Il nuovo disco non cambierà le carte in tavola: divertente nel primo estratto, deprimente sulla lunga distanza. La lunga lista di ospiti (tra cui gente tipo Elton John al piano e Lanegan buttato via a fare i coretti, viene il sospetto sia roba promozionale) non toglie che si tratti dell’ennesimo disco alla QOTSA dei QOTSA, tutto più o meno uguale e tutto più o meno dignitoso e senza pecche. Conferma gli unici veri problemi di Josh Homme e del progetto Queens of the Stone Age: non compri tanto la musica quanto un immaginario in cui tutti si fanno spompinare mentre sorseggiano il loro mojito nel giardino della loro villa a ridosso di non so che deserto californiano, mentre squillano l’avvocato per conoscere i più recenti sviluppi della causa contro gli ex-Kyuss.

8 thoughts on “l’ultimo disco dei QOTSA non fa schifo, ma insomma.

  1. tutto bello, tutto giusto.
    in compagnia evito sempre di parlare dei QOTSA perché tutte le volte si finisce su quanto sia figo songs e faccio sempre la figura del radical chic a dire che è un disco ok ma a) troppo lungo b) niente di che
    poi ovviamente se capita di parlarne viene fuori la storia “si, ma poi stoner di stocazzo, cioè i kyuss erano n’altra roba eh?” e le reazioni sono a) sei il solito cacacazzo alternativo radical chic hipster b) kyuss chi? e mi viene voglia di suicidarmi e quindi cambiamo discorso.. oh, ma in autunno esce il nuovo dei crash of rhinos vero?

  2. ad Era Vulgaris mancavano proprio le idee, a Lullabies semplicemente mancava Oliveri…
    Songs resta a mio parere un gran bell’album, o meglio la naturale conclusione del discorso intrapreso con i primi due…poi sul fatto che all’epoca i qotsa fossero trattati come dio in terra son d’accordo, anzi è proprio quello che li ha rovinati secondo me.
    Per il resto vale la regola dei 3 dischi.

  3. Tutto sbagliato, tutto da rifare.
    E stronzi pure quelli che ti danno/daranno ragione.
    Ora vado a farmi la doccia.
    m/

  4. ho un amico che è amico sia di elton gion che di gioshua, quindi è presto svelato il collegamento, e lui mi ha detto che a gioshua piace fare la musica

  5. per me il più bello è R . al primo mancano le aperture più radiofoniche. il terzo è troppo lungo e dopato e pompato e sinceramente dave grohl ha un drumming veloce e nevrotico che non ci sta a dire un cazzo coi qotsa . ma il top rimangono le desert sessions che qui non vedo nemmeno citate. se c’era la B+++++a S+++i le citava sicuramente ma voi non siete un blog decente come il suo

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