HATERS GONNA HATE HATERS THAT GONNA HATE (in difesa di Aaron Sorkin)

Hamilton Santià è un tizio che conosco. Scrive sul Mucchio, ma più che altro mi manda messaggini su watsapp commentando in tempo reale l’unica serie che seguiamo entrambi, che si chiama The Newsroom e di cui sta per finire la seconda stagione. “Dovresti scrivere qualcosa su The Newsroom”, mi dice. “Scrivilo tu”, gli rispondo. questo è il pezzo.

 

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Questa settimana senza una nuova puntata di The Newsroom (finalmente torna stasera/domani o qualcosa del genere) sono più frustranti di quando il campionato è interrotto dalle nazionali (tipo adesso). Per sfogare la mia crisi di astinenza ho cominciato a riflettere per davvero ai motivi per cui adesso negli Stati Uniti andare contro Aaron Sorkin è la nuova attività preferita di quelli che se la sentono caldissima e cercano sempre di essere più intelligenti degli altri.

Da quando è cominciata la serie tv, l’anno scorso, erano tutti coi fucili puntati per vedere come e quando il migliore sceneggiatore del mondo attualmente (e per attualmente intendo almeno da dopo la seconda stagione di The West Wing: si tratta proprio di una considerazione oggettiva) in circolazione avrebbe sbagliato qualcosa. Tutti lì, pronti a non perdonare niente a chi ha scritto The West Wing, The Social Network, Codice d’onore e si è occupato, tra le altre cose, di rivedere gli script per alcuni blockbuster hollywoodiani del periodo di cui adesso quelli che se la sentono caldissima (sempre loro) ridacchiano ma paragonati a quelli attuali, caspita signora mia (tipo The Rock, che da queste parti lo si guarda sempre che è un piacere: trovatemi un sacrificio dell’eroe più commovente di quello di Ed Harris e vi aggiudicherete il premio Ma Che Dici 2013).

E comunque stiamo parlando di roba che aveva sceneggiature fortissime. Proprio perché c’era qualcuno che le sceneggiature le rivedeva e le correggeva. Ecco, per dire che anni di spacchettamento della trama per complicare le cose per partito preso spesso è sembrato un meccanismo per mascherare una tragica mancanza di idee (il Metodo Nolan, su cui potremmo comunque tornare: ci han dedicato dei libri ma se metto note a piè di pagina qui mi sparano) hanno distrutto la percezione di una buona storia. Un po’ come se di colpo l’intera massa di opinion leader del mondo della critica alle serie TV – una macchia abbastanza inquietante di perdigiorno che passa il tempo su twitter a contare i follower cercando di inanellare commenti ficcanti e inaciditi per incrementare la propria credibilità (tra l’altro dovremmo tornare sulla tragica povertà culturale delle tweetstar italiane, ma è il classico argomento in cui qualunque cosa scrivi verrà tacciata di rosico) – si fosse svegliata un giorno accorgendosi che Aaron Sorkin era attaccabile E che attaccarlo fosse non solo consentito, ma anche suggerito. Anzi, assolutamente necessario. E quindi via di attacchi. Attacchi stupidi, ovviamente. Che dimostrano la drammatica verità.

Di Sorkin, quasi nessuno ci ha capito niente.

L’impressione che ho avuto è che di colpo la gente abbia cominciato a considerare Sorkin come un vecchio coglione per colpa di qualcosa che, per comodità, chiameremo “effetto Lena Dunham”: il giovane batte il vecchio per il fatto di essere giovane. Il realismo batte l’ideale per il semplice fatto che è realismo. La sincerità batte la costruzione retorica perché la sincerità piace a tutti (anche a me piace molto la sincerità e per i motivi che illustrerò più tardi considero Sorkin un autore assolutamente sincero nel senso più naturale del termine). O qualcosa del genere. Potremmo mettere in mezzo tanti altri effetti che negli ultimi anni hanno polarizzato la discussione sulla serialità televisiva (che ne so, i primi casi che mi vengono in mente sono Game of Thrones e Breaking Bad, ma non avendo visto né l’una né l’altra me ne sto zitto e rimando a chi se ne vuole occupare: tra l’altro il mio non è snobismo, giuro. È che sono pigro), ma concentrarsi su Lena Dunham vs Sorkin potrebbe essere utile. Perché? Non lo so con certezza, solo che in questo preciso momento storico, il mondo è pronto a esaltare ogni cazzata partorita dall’autrice di Girls (lo so bene, mi sono letto praticamente ogni articolo pubblicato dalle riviste americane e le uniche voci contrarie sono quelle che la accusano di essere troppo bianca e di dimenticarsi che gli Stati Uniti sono un paese cosmopolita) (tra l’altro fra poco uscirà un suo libro per cui ha preso un anticipo di QUATTRO MILIONI DI DOLLARI: fermate il mondo voglio scendere!) e spendere decine di migliaia di battute per il fatto di aver fatto fare a MacKenzie (Emily Mortimer) una plateale figura di merda per una confusione coi codici delle mailing list (anti-femminismo! Sorkin misogino! e via dicendo: mi viene da pensare che forse gran parte delle critiche viene da gente che non ha mai lavorato un giorno in vita sua e quindi non sa che le figure di merda sono all’ordine del giorno anche su cose stupide come mettere a posto una mailing list… ma la smetto perché nemmeno io ho mai lavorato un giorno in vita mia). Insomma, un po’ di senso delle proporzioni aiuterebbe. E lo dice uno che manda a memoria la seconda stagione di The West Wing e sta scrivendo cose ‘serie’ [vergognoso auto-spam] su Girls perché lo trova realmente interessante.

Il punto centrale è stato identificato alla perfezione dal pezzo su The Newsroom pubblicato su IL, il mensile de Il Sole 24 Ore che ha dedicato il suo ultimo numero al fenomeno serialità televisiva (chiamandolo provocatoriamente – talmente provocatoriamente che potremmo contare gli anni di ritardo di questa affermazione sulle dita di una mano – ‘la serialità è la nuova letteratura’)(tra l’altro ci sono interventi di Christian Raimo dentro: chissà se ne hanno discusso lui e Nicola Lagioia in seno a minima et moralia dal momento che quest’ultimo si è sempre dichiarato abbastanza a sfavore delle serie TV e della loro santificazione e del paragone con la letteratura e cose del genere [vergognoso auto-spam #2: ci ho dedicato un tirone]) a firma Arnaldo Greco che potete leggere anche qui: Sorkin descrive un mondo ideale, come deve essere, in cui le persone si mettono al servizio di una missione comune e fanno il proprio meglio per migliorare le cose (il discorso sull’essere media elite e quindi non bisogna arroccarsi nei privilegi ma cercare di fare il possibile per alzare il livello della discussione: tra l’altro è molto divertente che alcuni giornalisti di casa nostra si siano auto-proclamati la media elite in virtù di chissà cosa e poi danno retta al primo Jovanotti che passa, ma va beh).

[…] Le accuse sono immediatamente quelle di essere fanfaroni e consolatori. Non a caso, The Newsroom è un bersaglio perfetto per l’hatewatch (anche Louis C.K. ha rivendicato di essere tra i ferventi hatewatchers di Sorkin) perché ha questa pretesa ormai considerata assurda di essere “educativo” – l’orrore, l’orrore –, di voler far riflettere gli spettatori – ah, ti prego, basta, fermati prima di dire servizio pubblico –, di essere edificante. […] (Arnaldo Greco su IL)

 

La cosa curiosa è che io stia scrivendo un pezzo da hater nei confronti degli hater di The Newsroom. Non solo perché io sia un fan di Sorkin (ma non cieco: ad esempio non mi è piaciuto Moneyball, nonostante un inizio fantastico proprio per merito della sceneggiatura), ma perché mi piace pensare che questa forma di cinismo di chi guarda la vita attraverso lo schermo di un computer – ribadisco: sono uno di questi – sia destinato via via a passare di moda in favore di un atteggiamento più consapevole: non siamo soli su questo mondo, quindi ogni tanto sarebbe anche il caso di smettere di essere stronzi 24 ore su 24. Sarebbe il caso di smetterla di pensare che chi ogni tanto crede ancora a qualcosa sia un ingenuo che non ha mica capito come vanno le cose oppure di essere una persona scollegata dalla realtà e, insomma, dove stanno i drammi della gente? Dove sta la verità? Perché la stai camuffando per fare invece della fiction su quello che credi possa essere la cosa giusta? Ma poi giusta per cosa?

Il fatto è che, appunto, Sorkin viene dal cinema. Viene dal cinema e da un tipo di cinema che ha sempre preferito una buona storia al resto. È erede di una linea di pensiero che parte da gente come Howard Hawks (uno dei primi che ha sempre creduto nella virtù del professionismo e del fare bene le cose come centro dell’etica americana: storie in cui un gruppo di uomini fuori dal comune si metteva assieme per migliorarlo, questo comune di cui tanto si parla probabilmente per deriderlo dall’esterno) per passare a Ben Hecht (sceneggiatore che ha praticamente inventato l’overlapping dialogue e l’idea che i personaggi potessero sostituire le pistole con frasi sparate ai 350 kmh) e arrivare fino a registi come Rob Reiner e Lawrence Kasdan, che hanno sempre fatto in modo di avere storie fortissime su cui fondare un vestito autoriale non intrusivo (e quindi da noi abbastanza preso in giro perché siamo sempre stati convinti che il cinema fosse una faccenda di autori: non capire le lezioni è sempre stato un punto centrale dei nostri schemi cognitivi). E venendo dal cinema, crede che – per dirla con John Ford – When the legend becomes fact, print the legend (e se qualcuno vuole mettere in discussione John Ford, si accomodi). Venendo dal cinema, quindi, pensa sia importante riportare i media del nostro tempo a una missione pedagogica e politica per cui un altro mondo è possibile anche se forse mostrandolo così smaccatamente ci prestiamo all’attacco dei cinici che credono che tutto sia perduto. Ha senso mostrare l’ecumenismo illuminato del presidente Josiah Bartlet (Martin Sheen) che prende nello staff anche dei repubblicani ma intelligenti e capaci di lavorare per l’interesse del paese perché, appunto, l’interesse collettivo viene prima dell’interesse personale. Ha senso vedere come nella seconda stagione di The Newsroom [*SPOILER*] quando qualcuno si mette davanti al lavoro di squadra per farsi un nome e diventare famoso tutto il lavoro va a rotoli e quindi si perde tutti credibilità [*fine SPOILER*]. Ha senso perché se dai per scontato che tutto sia una faccenda di verosimiglianza, cinismo, rassegnazione e ‘gara al rialzo dell’asticella’ di quello che in termini tecnici chiamano il visibile (= fino a che punto può spingersi un regista/sceneggiatore/produttore per non far gridare allo scandalo il pubblico? Ad esempio la scena di sesso con eiaculazione di Adam nella seconda stagione di Girls), riduci la questione a una faccenda di sensazionalismo. E dimentichi il punto. Che è meglio dire poche cose ma dirle bene. È meglio inseguire un’idea e cercare di svilupparla al meglio delle proprie possibilità. È meglio costruire una storia inattaccabile, fortissima, in grado di distruggerti in poche frasi, in poche inquadrature, un poche scelte azzeccate (come ad esempio la sequenza della 01×04 con i Coldplay: fra 35 anni li ricorderemo solo per questo finale, probabilmente) perché se no ci rassegniamo al fatto che esista solo il giornalismo prezzolato o la politica piaciona e alla fine si abbassa il livello, si urla, si diventa populisti e lamentosi, hater da tastiera e birllantoni da 140 battute.

Insomma, anche se ancora non lo sapete, avete bisogno di Aaron Sorkin. Anche se tutti noi odiamo l’idea di una persona che arriva dal nulla e fondamentalmente continua a farti una lezione su come le cose dovrebbero essere e dovrebbero andare. Da un lato perché non lo capite e lo accusate di cose assolutamente senza senso. Dall’altro perché se non ci fosse vi sentireste un po’ soli e vi mancherebbe la visione alternativa e ideale di qualcosa che forse non abbiamo mai avuto ma che comunque sentiamo di aver perso.

Hamilton Santià

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