tema: IL MIO PRIMO CONCERTO. Svolgimento:

A parte tutto il mio primo concerto sospetto sia stato Enrico Ruggeri alla Casa del Popolo nei primi anni Novanta, ero un bambino, si stava seduti e mia madre mi ci portò credo solo per vestirmi da principino, in quella maniera tipica, palesamente edipica, col cappottino (probabilmente addirittura in shearling!) e i pantaloni color anziano a coste ma che sui bambini fanno immediatamente effetto principino. Era uno di quei clash caratteristici della piccola borghesia tra post-partito comunista e post-brat pack all’italiana che si abbatteva sistematicamente sui figli, credo che in molti possano capire il periodo storico da questi dettagli moda Pitti Bambino, non ricordo esattamente l’anno. Tra l’altro venivo pure da una prima infanzia dove la sofferenza estetica era all’ordine del giorno, tra sandalini con gli occhielli e giubbini ecopelle che mi segavano il collo durante la messa domenicale, mentre già ti sentivi scomodo, piangendo alluminio, solo a stare vicino a tutto quel marmo bianco. E comunque si stava seduti, Ruggeri faceva il piacione tra le file, era il suo periodo chansonnier penso, quindi non ho potuto avere nemmeno la botta di culo di partire con un concerto post-punk, tuttavia ad essere sinceri nemmeno volevo parlare di Ruggeri è più per dire che dovevo ammoscarmela subito di questa vicenda dei concerti scomodi. Ho finto per tutta l’adolescenza e tutta la giovinezza che mi piacesse andare ai concerti, l’ho finto anche a me stesso, in quella maniera non-vera come credo lo sia per chiunque.

All’inizio mi sembrava quasi un obbligo interno ai rituali della controcultura, almeno in quella (breve) fetta di tempo pre-internet e pre-Napster che m’è toccato vivere, un tempo grigio in cui ci si sciroppava qualsiasi cosa avesse “chitarre di sinistra” per la sola colpa di essere nati in questa precisa declinazione geo-culturale. Ma sono sempre stato riservato e andare in prima fila mi sembrava un’usanza un po’ cafona e un po’ bestiale, anche quel coinvolgimento emotivo delle prime file nel muoversi a onda sgolandosi sui testi e abbracciandosi mi pareva una cosa animalesca e primordiale non adatta alla mia crescita, sudaticcia in quella maniera schifosa che è tipica degli urbanizzati, non che ci sia nulla di male nel primordio, per carità, ma mi è sempre sembrato tutto palesemente recitato e finto, una retrofinzione, mi pareva, per fingere una scioltezza sociale che non ti potevi permettere di avere in famiglia o con gli amici o con le donne. D’altronde anche portarcele ai concerti, le donne, non è mai stata una grande idea, uno finisce per ansiarsi e guardarle di sottecchi e starci in piedi accanto senza poter parlare rivolti entrambi nella stessa direzione, ridicoli come due carabinieri, ti chiedi se si annoia (sì, si annoia, ti annoi pure tu figurati lei), tra quanto finisce, forse era meglio stare seduti, andare agli autoscontri, a fine concerto devi pure fare quelle domande del tipo “ti è piaciuto?”, “non male eh?”, è una tortura terribile. Io ad esempio fingo di essere snob e alla fine dei concerti non commento mai nè in positivo nè in negativo, ma lo faccio sostanzialmente solo per pudore verso me stesso.

Quando mi sono accorto ad un certo punto della mia vita, all’incirca sui venticinque, che stare a guardare un concerto è solo una rottura di palle o una perdita di tempo mi sono sentito sollevato, mi sono autoconvinto essere una di quelle cose che tutti pensano in fondo al cuore e nessuno ha mai il coraggio di dirla, ne ho fatto una scelta politica e mi sono abbracciato, diventando lo zio di me stesso: “Ma ti pagano per andarci?”, “Pienone di drogati, eh”. La musica-vista in sé poi è sempre una delusione – appena velata dal rammarico d’aver speso soldi per il biglietto o aver buttato una serata – non è mai come su disco o più solitamente è troppo uguale al disco diventando ridondante (e sprecando quindi tempo sociale sostituendolo con una doppio del “tempo cameretta”); viviamo d’altra parte nell’era post-spaziale dei supporti audio e delle recensioni e delle liste, e non è per forza un male, ma in questa prospettiva di immobilismo percettivo, lontani dal valore “pre-war” e tradizionale delle rappresentazioni musicali gli unici momenti di cui puoi godere ai concerti sono velleità puerili derivate dal culto della personalità, dal boybandismo applicato e cose del genere, cose che esistono solo nelle menti innumerevoli di innumerevoli persone ordinarie.

Anche questi luoghi in cui dovrebbero avvenire queste repliche notarili dello “spirito del rock” partecipano ad un crollo psicogeografico di tutto rispetto, siamo passati da ascoltare negri attorno al fuoco agli stadi, recinzioni, palchi nel nulla, retrobottega e altri nonluoghi di pura razza augeiana, massificandoci e spaurandoci sospinti da deliri architetturali e scenici, luoghi dove nessuno entra realmente in relazione con nulla (se non attraverso l’esaltazione di simbologie intime, comunque concluse – qualcuno su questo blog scrisse una report dal concerto romano dei Death In June per caso?) e dove la contemplazione è pura masturbazione, e viceversa. Il desiderio di “esserci” ho come l’impressione che crei nel reparto cognitivo del pubblico un’assenza quasi totale di attività, chissà cosa si chiede la gente che guarda un concerto in mezzo ad altra gente a parte battere il piede a ritmo? Aspetta l’ultima canzone? Guarda gli altri cercando di indovinare i loro pensieri? Pensa ad altri concerti? E poi la prova del nove: quelli (tutti) che si lamentano della mancata “presenza scenica” del gruppo, come se lo spettacolo dovesse essere un varietà in salsa virile, e non il tentativo di una riproduzione del disco – a volumi più alti e con più scomodità: questo svela il marchingegno che sta dietro, questo bisogno circense che ha il pubblico e che dimostra come la musica rock sia un affare ancora troppo giovane per giovani e incapace di uscire dai perimetri imposti dei discorsi su se stesso (i concerti restano sempre un buon argomento di conversazione e un buon modo di vantarsi con gente che non si conosce); per questo, dico, facciamoci il favore di far evolvere questa cosa dei concerti nel solo modo possibile, cioè annullandoli. Essendo il concerto una baracconata di natura plastico-scultorea, è giusto che abbia la stessa evoluzione della scultura plastica che ad un certo punto della sua storia novecentesca si è fatta così concettuale da sparire, sostituendo i menhir con righe tracciate per terra. Sogno per il concerto rock (specialmente per quello di natura heinekeniana) lo stesso orizzonte millenarista: una depurazione, scolorire nel negativo di se stesso, smetterla con questa ansia rappresentativa di sé, intraprendendo la decostruzione delle proprie genealogie, semplicemente perchè non più necessarie, stantìe e ormai pure cafone, tornando alla pura materia del suono tattile o della sofferenza sintetica.

Un’ultima postilla per farvi sapere quanto pure sul cazzo mi stanno quelli che tentano di rompere questo patto con l’assurdo cercando di identificarsi, mettersi in mostra come singolarità del pubblico; esistono davvero i frequentatori specializzati dei concerti, quelli che tentano di trasformarlo in un rituale futuribile, che tentano di goderselo dall’esterno con qualche appiglio sociale (fare botte in prima fila, provarci con le biondine in Superga e altro), svincolando dalla sottomissione fascistoide della rappresentazione, è un affronto inammissibile a certe regole – che infatti pagano con la non-presenza all’interno del flusso. In questo per esempio preferisco molto più i raver o gli avventori delle discoteche-capannonificio, almeno lì l’annullamento è sistematico e nessuno (giustamente) si azzarda ad uscire dai confini del totalitarismo, in quella maniera fluida e serena che niente ha a che vedere col culto della personalità, sostituendo il totem del rock col Gatorade, la fica con l’hardcore continuum.

Che bello se per il prossimo anno i concerti si autosospendessero tutti, finendo tutti solo ed esclusivamente su YouReporter.it, ripresi da telecamere fisse in mezzo busto o meglio in primissimi piani come quei primissimi piani nella Giovanna D’Arco di Dreyer, tutti belli abbronzati ai nostri monitor oppure fatti suonare in gran segreto a porte chiuse e poi filodiffusi lungo le nostre città, come succede per la messa in alcuni paeselli siciliani la domenica mattina (la Chiesa sta sempre avanti, specie artisticamente), immaginandoci, col brividino, chissà quali avventure esotiche.

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