La pesantata del venerdì, n. 3 // Vietcong Apparel

Il comandante Giap e Karl Kraus con la maglia della Lazio (courtesy of fotomontaggifattimale.wordpress.com)
Il comandante Giap e Karl Kraus con la maglia della Lazio (courtesy of fotomontaggifattimale.wordpress.com)

Fallimento USA. Evviva, evviva! Non siamo più gli unici falliti. Oltre ogni più rosea aspettativa, quattrocentomila americani – quanti sono gli americani? – si uniscono da oggi, massimo domani, alla massa felice dei senza speranza. Felice perché il mercato della non-speranza, con tutte le sue sottocategorie, dalle principali (precari nella vita, precari nell’amore, non ci sono i soldi per il cinema, non ci sono i soldi per il teatro) alle minori (chiudono gli istituti di cultura, e ora i baroni non possono più regalare briciole di borse di studio a dottorandi senza senso), ha dato di fatto un orizzonte, una mission, una vision (l’uso di termini aziendalistici fuori contesto è fatto puramente per irritare il lettore, ndr), diciamo un senso, per essere demodé, a tante vite perdute. Gesù Cristo, ma tutto ciò è di un cinismo impressionante. Forse lo è, ma sono sottoposto, incolpevole, innocente, al fuoco di fila dei commenti sulla vicenda da parte dei rivoluzionari da internet – quelle persone, sapete, wiki-educated, facebook-wise, che straparlano di questi fatti con tono guerrigliero e antagonista, rimanendo peraltro indulgenti sulla propria ghiottoneria di consumismo. Postano, twittano, si accalorano, si piacciono (non trovate perverso il meccanismo del “mi piace”?), producendo una gran massa di contenuti che assomma ad esattamente niente. Il tutto per mezzo di canali e strumenti messi a disposizione al costo di diverse centinaia di euro, oppure del fornimento gratuito dei propri dati, da multinazionali malate e ammalanti che costituirebbero, poi, il cuore di tutto ciò a cui si oppongono, e che oggi sta divorando se stesso, in una accelerata forse definitiva verso la morte.

Ovviamente scherzo, io amo gli americani. Tutto ciò che hanno prodotto. Quasi tutto ciò che hanno prodotto. Ok, mi piacciono gli Stooges. No, ma diciamo la verità: quanto cazzo so’ stretti i vestiti di American Apparel? Ma soprattutto: quanto è ingannevole il fatto che, per venire incontro alla gente comune di norma frustrata dal vedere modelli magri e belli pubblicizzare marche che proprio per questo non verranno comprate, ha utilizzato fotomodelle pienotte? No, dico, è uno scandalo, un attentato paradossalmente quasi sovietico alle individualità e alla coscienza personale. Tu non puoi fare la cazzo di 36 stretta puttana merda, perché indossare una 36 ti fa sentire automaticamente un ciccione estromesso dalla vita contemporanea, ma come sarebbe che la 34 non mi sta, io ho lottato tutta la vita per la 34 e adesso sono costretto a tornare di là, prendere la taglia più grande, tornare in questo sgabuzzino dove un altro feroce corpo a corpo con della stoffa corduroy non servirà ad altro che a mostrarmi che anche la 36 è piccola. La 36 piccola è un crimine contro l’umanità, la 36 piccola non deve esistere, ed io piccolo Nguyen Giap del cazzo muoverò abilmente le mie pedine e i miei uomini topo finché non avrò messo in piedi un brand che umilierà il vostro. Che poi, ora che ci penso, i vietnamiti (nord e sud) probabilmente si sarebbero trovati benissimo coi piccoli capi American Apparel. Una nazione con la 29, Dio li benedica. La 38 da American Apparel non esiste proprio. Chi ha vinto, davvero, in Vietnam?

Decadenza e morte. Questo rimane oggi dell’impero che produsse una sovranità mondiale così pervasiva che quando vai in Texas ti ci ritrovi meglio che alla Garbatella. E quello che è irritante, almeno per noialtri pochi reietti che ancora ci aspettiamo una qualche fioca luce dagli intellettuali, è che anche da quel punto di vista, adesso, siamo veramente a ground zero. Prendiamo per esempio l’ultimo libro di Franzen. Tutto questo post è un pretesto, volevo parlare precisamente dell’ultimo libro di Franzen, che si intitola The Kraus Project ed è un’insopportabile riscoperta-appropriamento-riproposizione degli scritti di Karl Kraus tradotti e commentati da Franzen stesso, che in questo modo li dona finalmente agli americani, e per mezzo degli americani a tutti gli americani di provincia, compresi noi stronzi buoi con la nostra editoria stronza e buoa che probabilmente in questi giorni si sta accaparrando i diritti d’autore per proporre più in là una costosa edizione italiana del libro, già me la vedo, Stile Libero Einaudi Big, costina gialla antiestetica e carta da culo usata per l’interno. Una collana capace di rendere brutto qualsiasi libro pubblicato all’interno. Venticinque euro. Qualche mese dopo l’edizione nei supertascabili. Dio maledica l’Einaudi colorata. Affanculo l’Einaudi colorata e l’influenza del book design anglosassone. Ma dicevamo del Kraus Project. Non ho nulla contro Karl Kraus e in generale contro l’entusiasmante Vienna in cui viveva – tra l’altro, avete mai riflettuto sul come la città più straordinaria della modernità si sia trasformata nel giro di pochi decenni nella più bolsa, irrilevante e noiosa meta turistica d’Europa? -, ma io odio gli intellettuali quando si innamorano di autori minori, se ne appropriano e tutti contenti come ragazzini veicolano un messaggio che ne sopravvaluta di molto la portata, e che viene a sua volta fatto proprio da un pubblico talmente ignorante da essere catturato da qualsiasi fregnaccia ben presentata e da essere privo, peraltro, di propri strumenti di valutazione. Dio che odio la copertina del libro, che sagacemente riprende questa grafica primi-900 e Die Fackel. Prepariamoci a questa riscoperta generalizzata di Karl Kraus, il povero, incolpevole, minore Karl Kraus – minore Karl Kraus?!, sì, minore puttana merda, perché anche se il nostro massimo sforzo intellettuale è Crozza, la satira è inferiore all’arte drammatica e un buon battutista, persino il principe dei battutisti, non sarà mai re nel mio cuore. Prima di dire qualsiasi cosa, prendete qualsiasi farsa o satira o commedia di tutti i tempi e paragonatela al momento in cui Ettore chiede pietà, e Achille gli risponde: muori.

Muori: ecco, in appendice, la muori-list della settimana, editata da una commissione di saggi e in uscita tra centovent’anni per Farrar, Straus and Giroux, curata e tradotta dal pronipote del pronipote stronzo di Jonathan Franzen.

–          O tu che domani sovvertirai l’ordine costituito indossando la maschera di Guido Fawkes (#respect) a Roma, riducendo perciò la tua protesta a nient’altro che esibizione (nient’altro che intrattenimento), e impedirai a me di circolare, e intanto continuerai a non leggere, o tu rivoluzionario dei miei coglioni: muori!

–          O gioventù sulla quale ha influenza ideologica non già un filosofo fedifrago o un muezzin berciante, ma un film per ragazzi peraltro brutto come V per Vendetta: muori!

–          O tu che ti spogli in piazza per mostrar che, a differenza della nostra odiosa classe politica, tu non hai niente da nascondere, non il tuo corpo imperfetto, eppure così bello, proprio perché imperfetto: muori!

E in tutto ciò l’ATAC continua a scioperare. Quattrocentomila dipendenti raccomandati e se lamentano. Sarà che gioca la Roma stasera. V per Vaffanculo. Mi incammino. Buona domenica.

NB; il pezzo contiene alcuni elementi di fiction. Del resto, si fa della letteratura, qui. Le finzioni sono le seguenti: i pantaloni di American Apparel taglia 36 mi stanno, anche un po’ larghi (beccati questa Satana). Non è vero che qualunque libro uscito per Stile Libero Einaudi, Big o non Big, sia brutto: Open di Agassi è bello. Lo stesso vale per l’Einaudi colorata, i supertascabili, come si chiamano. All’interno di quella collana, hanno avuto l’ardire di mettere Una questione privata di Fenoglio che è un capolavoro, e se ne muore più triste e solitario di Fenoglio stesso nel vedersi accanto Miyazaki (no, come si chiama quello scrittore giapponese che piace alle donne? Murakami Haruki, tipo?). Invece se non sbaglio proprio i libri di Murakami Haruki li hanno rifatti in una collana con design di Noma Bar, che è un grosso. L’ho conosciuto a Ferrara e mi ha detto di andarlo a trovare se vado a Londra. Non so se diceva sul serio, penso di sì, però nel dubbio ho deciso che non andrò mai più a Londra. Infine, non so quanti siano i dipendenti dell’ATAC, so solo che sono tanti e che l’anno scorso è uscita la notizia che era traboccante di raccomandati. Poi è finita così, scandalo scandalo, è arrivata la domenica, ha giocato la Roma, ha giocato la Lazio, e pace così. Gli autobus continuano a non passare. Quello vaga in bicicletta per i fori imperiali. Io non lo so. Forse mando il curriculum all’ATAC.

PS: la buona notizia della settimana è che ho iniziato Doctor Sleep di Stephen King e le prime trenta pagine mi hanno fatto cacare sotto. 

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