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Disciplina del verbo “SUONARE” e robe legate (o non) al verbo stesso

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Ho anche un’altra storia ed è legata al fare cose schifose in cambio di una certa cifra. Dipende da quanto hai bisogno di soldi, ma più che altro da quanto sei ubriaco. Un tizio che conosco mi ha detto che per dodici euro, a tarda notte, ha bevuto l’acqua di una pozzanghera, ispirato dalla (o ispirando la) canzone di Brondi, uno che dopo avere avuto successo diceva di non saper suonare la chitarra. Io non so giudicare uno che suona bene o suona male, ma ho deciso comunque di fare il giornalista musicale. Non è che lo faccio per vivere, lo faccio gratis, e più che giornalista o critico preferisco dire che scrivo di musica. Comunque il succo è quello, voglio dire, lo faccio, in certi momenti lo faccio. Scrivo di musica. Ascolto un disco e ti dico se è bello o brutto, preferibilmente dal materasso.

Che poi è tutta una cosa di contestualizzare e adesso ti provo a spiegare perché io faccio un lavoro vero, nel senso di otto ore al giorno in una scrivania a fare cose che se non avessi questo lavoro non farei. Hai capito, no? Se di lavoro facessi il dj probabilmente mi metterei comunque su dei dischi a casa e magari li mixerei pure e mi chiederei di una traccia se la metterei in un posto dove si balla. Mettere i dischi nei posti dove si balla mi piace perché è una cosa mia, mi piace mettere i dischi anche nei posti dove non si balla (qualche volta l’ho fatto ed è finito che qualcuno ballava comunque perchè mi piace anche decontestualizzare, merdina che non sono altro). Mi piacerebbe un sacco fare i dj set nei ristoranti e ai tempi feci delle cassette su questa cosa. Te la metto da un altro punto di vista e poi torno a dirti questa cosa: Pompeo di Andrea Pazienza l’hanno letto tutti, giusto? A me Pazienza sta molto sul cazzo, ma non è perché non fosse capace a suonare o a disegnare. È perché non puoi avere una discussione decente su Pazienza, c’è qualcuno che è stato segnato troppo a fondo e credo senza ragione e poi c’è la storia di Vincenzo Mollica. Te la spiego e dopo chiudo tutti i discorsi a mezzo, giuro.

Allora, Pazienza era figo, ma sapeva scrivere? Sì. Però non era quello che scriveva meglio di tutti. Forse neanche quello che disegnava meglio di tutti, oddio, è pure difficile toglierlo dai primi cinque, però fa parte di un retaggio culturale che mi infastidisce e squalifica automaticamente la cultura della mia generazione. Se vuoi sapere le cose del fumetto anni ottanta ti leggi Pazienza, se vuoi sapere le cose del punk anni ottanta ti leggi Philopat. Questa cosa ha senso? Chi mi ridarà indietro gli anni o i minuti persi a sapere le cose che avevano fatto loro, così che possa dedicarli a quelli che facevano le cose quando ero ragazzo io o quelli che le fanno adesso? Perché conosco il nome di Marco Philopat? CHI CAZZO È MARCO PHILOPAT? E l’altra cosa è che Pazienza mi infastidisce perché è uno standard comunemente accettato, come De Andrè per la musica italiana, ti metti attorno a un tavolo e discuti su qualunque artista ma su Pazienza e De Andrè sono tutti d’accordo. Vale a dire che non avevano niente di speciale, forse. Se uno piace a tutti per definizione è un populista, o forse è per definizione popolare ma io sono un punk anche se non so chi è Marco Philopat. E in questi momenti insomma De Andrè diventa IL FABER, così come Pazienza diventa IL PAZ, come se fosse uno che a un certo punto vi scambiavate i nastri dei Gaznevada, che essendo compagni di appartamento di Pazienza (come fa a non starti sul cazzo uno che era in appartamento coi Gaznevada) lui a farti le cassette non ci avrebbe manco pensato.

Un altro è Pasolini, chiamato da tutti IL PAS, scherzo, Pasolini è figo perché è come IL PAZ sia per quanto riguarda la letteratura sia per quanto riguarda i film e volendo anche il giornalismo (****e secondo me in realtà lui i nomi non li sapeva****). Dicevo, Pazienza mi sta sul cazzo, però nell’ultima pagina di Pompeo c’è una cosa che mi ha spiazzato, uso la parola spiazzato perchè non riesco a pensarne di migliori nel momento in cui sto pensando alla parola spiazzato, e nella quale dice, cito a memoria e bevo troppo, che non ha mai disegnato pensando al soldo. Che al massimo pensava al soldo subito prima o subito dopo.

Ecco, dicevo, mi sta sul cazzo Il Paz o meglio mi state sul cazzo voi vincenzi mollica che mi obbligate a sentire la vostra opinione sul Paz ma questa cosa è tra le dieci o seicento cose scritte da artisti fighi che mi hanno dato disciplina nel fare le cose.

Secondo cerchio in chiusura: parlavo di questa cosa perché mettere i dischi e scrivere e disegnare, immagino anche suonare (ho messo dischi in posti ma non ho mai detto “suonare” di quello che facevo, a volte ho detto “suonare dischi”, e scherzo, a volte dico anche “suonare” parlando di mettere i dischi ma quando lo dico non lo intendo davvero), possono prevedere un pagamento ma nel momento in cui li fai secondo me non stai lavorando, stai facendo una cosa che ti piace. Mi piace anche fare i piani di produzione nella mia ditta e credo che nel farli in qualche misura esprima me stesso, ma mi piace e mi esprimo in un modo diverso da quello che faccio quando faccio un disegnino. Per esempio quando scrivo sento la differenza: mi sento tipo “ehi CRISTO mi mollano trenta euro per questo pezzo e non posso fare finta di essere antisemita perché sai, è un pezzo pagato e si dà per assunto che contenga solo cose vere”. E alla fine il pezzo viene uno schifo, anche se la maggior parte delle volte non ho bisogno di fingere di essere antisemita per consegnare un pezzo decente. Per dire c’è il caso recente di quella rivista che ha copiato un’intervista a Fiumani nella storia in copertina su Fiumani, che voglio dire, già di per sè è una pratica stupida e ignobile, se siete di quelli che si tirano la bega pensando alla nobiltà d’animo, ma poi è chiaro che se metti in copertina Fiumani la tipa che ha intervistato Fiumani, essendo una fan di Fiumani, la rivista la compra e ti sgama in tempo zero. Davvero, è successo.

Per me alla fine comunque è sempre stato così, ed è quello che definisce la differenza tra il mio lavoro e il mio passare il tempo. Quando facevo i temi a scuola prendevo sempre dei votacci. Alle medie prendevo voti bassini per via della calligrafia, tipo se un tema era buono mi dava discreto. Una volta gli scrissi un tema particolarmente buono ma lo scrissi IN STAMPATELLO, LUI LA PRESE COME UNA SFIDA E MI DIEDE INSUFFICIENTE. LA CONSIDERAI UN’INGIUSTIZIA, A QUEI TEMPI, E CERCAI DI FARLO RAGIONARE MA TUTTO SOMMATO ADESSO POSSO CAPIRE CHE SUONI UN PO’ ARROGANTE SCRIVERE UN TEMA INTERO IN STAMPATELLO. Alle superiori avevo l’incubo dello stare in tema e nelle cose che scrivevo c’era poca ciccia, perché le cose in tema sono una noia mortale. Provarono a darmi disciplina. Fatti uno schema eccetera. Non funzionò.

Una volta in quinta superiore scrissi un tema senza rimanere in tema, la prof mi diede un voto bassissimo (forse un cinque e mezzo) dicendomi che se avessi scritto lo stesso tema rimanendo in tema sarebbe stato un tema da otto. Quelli che scrivevano temi da otto, a quanto ne so, non scrivono più. Forse prendere otto in un tema era gratificante di per sé. No, uno scrisse un romanzo e lo fece pubblicare da un editore di quelli che paghi per essere pubblicato e ti fanno una cura redazionale di merda. Nel romanzo credo parlasse di se stesso. Però l’immagine di copertina era interessante.

L’altro cerchio che devo chiudere è sulla cosa di suonare dischi o strumenti nei ristoranti e ti dice perché a volte preferisco lasciare i soldi su un tavolo. Per me suonare dischi nei ristoranti sarebbe la cosa più bella del mondo ma è immorale andare a metter dischi in un ristorante e a fine serata prendere gli stessi soldi che il padrone del posto ha dato a un cameriere o un cuoco. Me la sgavagno così, sull’immoralità. Non c’è niente di immorale a regalare una cosa su internet invece che prendere i soldi sulla carta, non c’è niente di immorale neanche a prendere i soldi per fare un libro, ma tutto quel tagliar battute e chiudere trame e adattarsi ai loro cazzi mi annoia a morte.

C’è il problema che avere un libro gratis su internet ti identifica socialmente come sfigato e avere un libro stampato da Strade Blu ti identifica come scrittore, questo a prescindere dal valore delle opere in sè (che comunque non è un valore che giustifica lo sbattimento); ma sono convinto che arriverà un momento in cui potremo rivenderci la sfiga ed essere cool in quanto pubblicanti gratis su internet senza passare dagli stereotipi del nerd. Invece suonare ai matrimoni, suonare il flauto intendo, è bello e morale perché la gente vuole stare bene e non necessariamente mangiare – le cene sono troppo lunghe e i polmoni dopo un po’ finiscono. È stupefacente quanti catering da matrimonio scrausi continuino a rimanere sul mercato e quanti buoni suonatori di clarinetto facciano fatica a sbarcare il lunario.

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È uscito Il verbo rubare, che è il nuovo libro di simone rossi. Lo trovate a questo indirizzo, gratis o a offerta libera, e la password per leggerlo dovete richiederla all’email ilverborubare@gmail.com.

È un libro bellissimo. Lo so perché l’ho letto. In parte, non volendo, l’ho anche scritto. Ho rubato una parte e l’ho messa qui sopra. L’illustrazione qui sopra è mia, copiata da un mio vecchio fumetto a cui ho aggiunto un’immagine del libro precedente di simone rossi (croccantissima) che avevo illustrato, una cosa ispirata dalla miniserie Wolverine di Claremont e Miller e ovviamente il tutto è messo dentro una foto famosissima di Cartier-Bresson.

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