Tema: IL MIO ULTIMO CONCERTO. Svolgimento:

Sono andato a sentire i Junip. Non è che fossi esattamente convinto di volerli vedere però insomma erano a due passi da casa, non costavano molto e c’era Bill Ryder-Jones in apertura. Soprattutto quest’ultima cosa, e infatti lui ha spaccato, è salito sul palco da solo con una Gibson 335 e ha detto qualcosa che non ho assolutamente capito ma che finiva con “I’ll play some songs and then I’ll fuck off”: massimo rispetto. Poi hanno iniziato i Junip e sarà che non è il mio genere, sarà che è gente fredda ma io mi sono fatto due palle colossali. Non mi ricordo assolutamente nulla dello svolgimento del concerto, quindi o i pezzi erano tutti identici e mortalmente noiosi, oppure devo essermi addormentato in piedi o magari appoggiandomi al tizio spagnolo esaltatissimo davanti a me che comunque era troppo impegnato a fare video con l’iPhone per farmelo notare. Sta di fatto che hanno finito il set dopo neanche un’ora (non che sperassi suonassero più a lungo) con “Line of Fire” che ho concluso essere praticamente l’unico pezzo decente del loro repertorio. Alle loro spalle avevano appeso questa foto di un cerbiatto

 

e notavo che rispetto ai classici teli col nome del gruppo questa era una stampa in quadricromia coi controcazzi, talmente nitida che riuscivo a contare i peli delle orecchie. Fino a che, durante la pausa prima dei bis, mi sono accorto che sembrava così nitida perché non era una foto: era un cerbiatto vero! Lo sguardo denotava chiaramente un fastidio pari al mio per l’inutilità di questo concerto. A un certo punto quando ha visto che anch’io lo fissavo mi ha detto chiaramente col labiale “Ma che cazzo applaudono questi, che poi escono ancora per i bis e devo restare appeso qui altri 20 minuti.” Sicuramente quando aveva accettato il contratto milionario che prevedeva soltanto di restare immobile dietro al gruppo per tutto il loro tour, non si aspettava potesse essere così noioso, non so quante date abbia già fatto ma fossi in lui mi sarei già licenziato.

 

Il gruppo è tornato sul palco molto in fretta, ho dato uno sguardo dietro di me ma uscire dalla seconda fila in cui mi ero improvvidamente infilato sembrava troppo faticoso. Non poteva mancare molto, dovevo solo trovare un modo per far passare il tempo, ma riuscivo soltanto a partorire metafore altrettanto noiose paragonando i Junip a dei caffè di Starbucks (probabilmente uno skinny decaf latte). Fino a che ho cominciato a inventarmi una storia per tutti i membri della band. All’estrema sinistra il batterista era quello che mi stava più simpatico. Sembrava crederci tantissimo, probabilmente sulla sua spia gli avevano messo roba fighissima, tipo un intero disco dei National, e non sapeva nulla di cosa suonavano gli altri sul palco. Ad esempio il bassista al suo fianco, uscito dritto da un gruppo metal e che non ha mai contemplato un altro stile che non fosse quello che chiameremo “Harley Davidson a basso regime”: tamburellare con lo stesso ritmo sulla nota dell’accordo ottenendo un effetto tipo motore di motocicletta ferma al semaforo, dumdumdumdumdumdumdumdumdum. In centro in fondo al palco, dietro a Jose Gonzales, un ex barman di Stoccolma. Dei tempi in cui miscelava drinks ha conservato una collezione di camicie bianche e la capacità di scuotere uno shaker a ritmo per ore senza stancare il polso. Dubito lo stipendio che prende ora sia più elevato, ma probabilmente lavora meno ore, i drink gratis ce li ha comunque e shakera più felice: ha fatto bene. Spostandoci a destra c’è un tizio strambo che sembra poco svedese: capelli scuri e ricci, probabilmente finito a Stoccolma per caso, da sempre dice di volersene andare in un posto più caldo. Suona dei synth, muove le mani velocissimo e scuote la testa come Giovanni Allevi ma a fianco ha anche due bonghi comprati a Cuba e ogni volta che li sfiora sostiene di sentire il profumo dell’Avana. Infine all’estrema destra il mio secondo musicista preferito del gruppo, uno sviluppatore iOS che ha appena fondato la sua terza start-up. Le precedenti due sono andate di merda e si è ricordato che aveva in cantina una Nord Electro, così ha chiamato il suo amico Jose ed è rientrato nella band. Suona anche bene ma palesemente non glie ne potrebbe fregare di meno, però la musica lo aiuta a concentrarsi su come ottimizzare l’interfaccia utente della sua nuova app. Infine c’è lui, Gonzales, e non riesco a volergli male. Ha avuto successo come solista ma non si è scordato dei vecchi amici. In fondo sembra un bravo ragazzo e tra quei capelli e qualche espressione facciale ogni tanto mi ricordo Max Gazzè. Ma, voglio dire, Gazzè è molto più bravo.

(Francesco Negri)

 

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