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Sullo scrivere di musica ai tempi dell’internet.

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Max Stefani ha diretto il Mucchio fino a qualche anno fa, poi c’è stata una separazione dolorosa che ha dato origine a un periodo burrascoso (eufemismo) in seguito al quale stanno ancora volando stracci in pubblico. Da allora ha co-diretto una rivista chiamata Suono, ha fatto uscire una specie di autobiografia intitolata Wild Thing e fondato una rivista di nome Outsider, nata come una specie di Internazionale del rock (articoli tradotti dall’inglese eccetera), recentemente tornata agli onori delle cronache (gli onori delle cronache sono venti stronzi su facebook, me compreso, che parlano di queste cose) per aver copiato e incollato pezzi altrui in una storia di copertina su Fiumani. Quello che leggete sopra è un estratto dall’editoriale che accompagna il numero di novembre. Anche le parti in rosso, qui sotto, vengono dall’editoriale. È un po’ stupido mettersi lì a sollevar questioni, ma chi me lo impedisce?

E poi c’è da aggiungere che la carta stampata per chi è sopra i 40 anni resterà sempre qualcosa di bello e insostituibile, perché sfogliare un giornale è un’emozione impagabile. Forse le giovani generazioni ne fanno tranquillamente a meno, ma anche i ragazzi che scrivono su web, o hanno blog, più o meno visti, sotto sotto, si sentono sempre delle contro figure.

Prima cosa: cosa significa contro figura? È come dire controfigura? È controfigura scritto con l’iPhone? Significa figura contro? Nel caso, mi sento una figura contro mentre scrivo queste righe? Risposta: no, non sono contro niente. Probabilmente non sono nemmeno contro questo editoriale in particolare. Come si fa a essere contro una cosa del genere? Non presuppone intelligenza? Poco importa. Mi sento la controfigura di qualcuno? No. Mi piacevano certe cose che scriveva Zingales. Non tutte, alcune. Luca Frazzi mi ha sempre fatto impazzire, ma non mi sento il Luca Frazzi dell’epoca di internet. Mi fa schifo un sacco della musica che ascolta. Conta? Non lo so, sto vaneggiando a cazzo.

Seconda cosa: compro riviste di musica e saltuariamente ci scrivo, sono sotto i quaranta, non molto sotto i quaranta ma un po’ sì. Probabilmente sono io ad incaponirmi, ma sfogliare un giornale è un’emozione pagabilissima. Costa sei euro.

Terza cosa: le riviste italiane hanno mollato armi e bagagli e si sono buttate su un pubblico di nostalgici. Qualcuno resiste ma i segnali sono perlopiù sconfortanti. Mi piacerebbe dire che è un fuggi fuggi generale, ma non è così: i nuovi progetti editoriali del Mucchio e di Rumore tirano in un’altra direzione, e forse a torto, ma stamattina dovendo scegliere una rivista da comprare ho preso il Mucchio e lasciato Blow Up sullo scaffale. Errore mio senza dubbio. Qualcuno si rifugia ancora nella sacca dei contributi statali, qualcuno no. Cerco di non giudicare questa cosa: non mi infastidisce che i miei soldi finanzino qualche rivista di musica, dato che finanziano quotidiani che non leggo e riviste di caccia. Mi piacerebbe che alcuni di quelli che parlano e si lamentano della situazione pendente, e con l’altra mano intascano contributi statali, s’infilassero un ombrello su per il culo e lo aprissero, ma capisco che sia limitante star qua a dire che odio quelli che si lamentano.

Basta notare come soffrono molti vecchi critici costretti a limitarsi ai loro blog. Si sentono come animali in gabbia. E il fatto di lavorare gratis, dopo l’iniziale emozione di leggersi sullo schermo, alla fine non basta più.

Quarta cosa: non so quali siano i sentimenti che animano i vecchi critici che aprono un blog, ma finché fanno come Cilìa e Guglielmi (pubblicando cioè i loro vecchi pezzi online, gratis e consultabili), diocristo BEN VENGANO. Lo facciano anche gli altri vecchi critici, altro che animali in gabbia. Rimettano online tutto quello che han pubblicato su carta negli anni ottanta e novanta.

Detto che questi ragazzi scrivono bene e si sono prodigati nello studio, purtroppo hanno una conoscenza del rock basata solo sui libri e ovviamente sull’ascolto dei dischi. È una conoscenza in un certo senso fredda, distaccata, un po’ come un chirurgo che si laurea con il massimo dei voti e non ha ancora visto un vero corpo umano. Io ad esempio ho visto i Led Zeppelin sul palco nel 1972, ho vissuto a Londra, a Parigi, ho girato gli States in lungo e in largo incontrando cani e porci, andandoci a cena, condividendoci esperienze, donne. Lo stesso vale per Giancarlo Trombetti o Alberto Castelli. Insomma, pur vivendo ai confini dell’impero, abbiamo una conoscenza del rock in tutti i suoi numerosi aspetti, anche quello reale.

Quinta cosa: Max Stefani, che è vissuto a Londra e ha girato gli States (credo siano gli Stati Uniti) in lungo e in largo quasi più di Beppe Severgnini, NON HA IDEA DI COSA SIGNIFICHI IL TITOLO DEL LIBRO CHE HA SCRITTO. Scusate lo stampatello ma quando l’ho scoperto ho passato sei giorni per far pace con questa cosa. Se invece di vivere a Londra si fosse prodigato nello studio, probabilmente ora saprebbe che Wild Thing non significa “pensare selvaggio”.

Sesta cosa: per limiti anagrafici non ho mai capito IL ROCK, e  spessome ne vanto in pubblico. Quel poco che ho capito me lo fa identificare come una specie di oppio dei dementi e/o un generatore di ciccioni alcolizzati e stempiati che passano il tempo a customizzare le loro Harley di merda e ascoltare le cover band alla birreria del paesello.

Si è svolto a fine settembre il MEI di Faenza. È sempre di più un baraccone, ma è comunque l’unica cosa che si costruisce intorno alla nostra musica, indie o meno che sia. Come al solito una valanga di premi dei quali ci si scorda il giorno dopo.

Settima cosa: puoi tranquillamente dirigere ed essere editore di una rivista di musica in Italia e pensare che il MEI sia “l’unica cosa che si costruisce intorno alla nostra musica”. Bisogna comunque essere onesti e citare tra le uniche cose costruite intorno alla nostra musica, assieme al MEI, anche il palco Puglia Sounds allo Sziget e il festival di Manuel Agnelli.

“Onda Rock” ha debuttato intorno al 2001. Mi sembra anche di ricordare che intorno al 2004-2005 mi contattarono per trovare una sorta di collaborazione. Già allora era chiaro che bisognava puntare sulla parte web che alla lunga avrebbe ucciso la carta stampata. Se il Mucchio dieci anni fa avesse avuto la lungimiranza di fare una “fusione” con “Onda Rock” (o addirittura in proprio perché le condizioni c’erano) oggi non starebbe morendo tra l’indifferenza generale… Basta pensare a tutto il materiale scritto dal Mucchio in 35 anni, potenzialmente disponibile con un solo clik!

Ottava cosa: non è obbligatorio “puntare sulla parte web”, dio di un dio. Se vuoi fare una rivista di carta, fai una rivista di carta. Se vuoi fare Onda Rock, fai Onda Rock (una rivista di carta pubblicata online), sentiti una controfigura, prenditi il premio del MEI e tanti saluti. Sii parte di quel mondo. Se il Mucchio si fosse fuso con Onda Rock nel 2005 starebbe ugualmente di merda ma in modo molto più web. La verità è un’altra: internet, a voialtri, non vi ci vuole.

Chiaro che “Onda Rock” (come anche “Sentire Ascoltare” o “Il Sussidiario”) sono un ennesimo problema per le riviste musicali cartacee. Come combattere qualcosa di ben fatto e gratuito che arriva un mese prima? Non è un caso che “Outsider” sia stato concepito proprio come non vincolato alla stretta attualità.

Nona cosa: Se non siete in grado di “combatterlo” non avete credibilità come critici, e Onda Rock è l’ultimo dei vostri problemi.

Quasi tutti questi baldi giovani invece non hanno mai attraversato la frontiera. Tutti hanno come mito Lester Bangs ma non hanno un briciolo della sua irriverenza e provocazione o umorismo. Quelle caratteristiche che gli hanno sempre risparmiato le critiche che avrebbe meritato quando, pure lui, prendeva le sue indimenticabili e inevitabili toppe… le nuove leve sono accademiche e credo che questo farà sempre la differenza.

Decima cosa: non ho mai trovato Lester Bangs, né la volontà di essere Lester Bangs, in nessuna delle persone che ho letto negli ultimi dieci anni su internet o carta. Mai successo. E io (contrariamente a Stefani, sembra) leggo moltissimo di musica. Forse qualcuno vuol provarci e non ce la fa, ma i più sono persone che hanno altre paturnie, probabilmente anche peggiori, e altri stili, probabilmente anche peggiori. Nessun Lester Bangs. Però ammetto di potermi sbagliare, e nel caso venite nei commenti e linkatemi qualcuno che scrive come se volesse essere Lester Bangs.

E basta. Più in generale è abbastanza dura avere a che fare con gente con l’età di tuo padre che continua a volerti insegnare quello che stai facendo. Quando ho iniziato a leggere di musica si diceva che i giornalisti musicali erano musicisti mancati col rosico: credo fosse frustrante. Ora noi dobbiamo convivere con l’idea che il blogger musicale sia un giornalista musicale mancato e col rosico. E quindi boh, fottetevi. Voi e le vostre riviste e i vostri progetti di sviluppare la parte web, il vostro bilancio certificato e tutto il resto delle cose a cui mettete mano. La roba che trovate su PopTopoi o Noisey o Stereogram o Spadrillas o Mestolate o Infinitext o quel che è (cito a caso e solo in Italia) è roba che non troverete mai sulle riviste perché un po’ non la volete un po’ non ci azzecca e un po’ non la meritate. E perché (nonostante continuiate a raccontarvela mensilmente nei vostri editoriali), da quando avete visto gli Zeppelin sul palco nel ’72 è cambiato –oltre alla musica- anche lo scrivere di musica, è cambiato in meglio, e continua a cambiare e a diventare migliore. Nonostante tutti i chiodi che continuate a seminare sull’asfalto voi che vi siete visti gli Zeppelin nel ’72, la vostra scrivania che inizia a cadere a pezzi e le vostre ultra-necessarie monografie del Bowie berlinese.

37 Risposte a “Sullo scrivere di musica ai tempi dell’internet.”

  1. ma la domanda e: ma un relitto di questo genere merita di essere preso in considerazione? Sarò cattivo, ma io lo condannerei all’oblio eterno. Che palle dicono tutti le stesse cose, tutti che si ammantano di questa mitizzazione della critica Rock su carta. A me pare un farsi le seghe continuo, ma a che prò? A cosa serve parlare di un morto vivente che continua a sopravvivere grazie al nome? ( e nel bene e nel male, sopravvive). Andiamo oltre, please. (commento polemico a causa di una giornata di merda lol)

  2. “Quando ho iniziato a leggere di musica si diceva che i giornalisti musicali erano musicisti mancati col rosico: credo fosse frustrante. Ora noi dobbiamo convivere con l’idea che il blogger musicale sia un giornalista musicale mancato e col rosico.”
    Ecco, queste due frasi sono da applausi, però valgono per tutti, guglielmi e cilia compresi 🙂

  3. Secondo me diamo troppo spazio nei nostri discorsi a un poveraccio che ha scritto un libro e gli ha dato un titolo diverso da quello che crede e che è gasatissimo di una rivista che non si trova praticamente da nessuna parte.
    Il mito di Bangs non l’ho mai avuto, preferisco Nick Kent, Lenny Kaye e alcuni italiani che non cito per non dimenticare qualcuno.

  4. l’editoriale dello Stefani è un grido di dolore di un “giornalista musicale” che ha la certezza di non contare più un cazzo, bona lè. perchè il passare del tempo quella “cricca lì” (anche quelli della Sdm edizioni, tutti), si sono visti sorpassare a destra e sinistra. qualcuno si è adeguato, altri no. ma sopratutto gli hanno tolto da sotto, velocemente e con brutalità, la possibilità di tenere la spocchia da ristretto circolo dei primi e unici detentori del sapere.

  5. La cosa dei Led Zeppelin nel ’72 è fantastica, come dire che chi non ha vissuto dal vivo lo sbarco in Normandia non può parlare con cognizione di causa della Seconda Guerra Mondiale.

  6. Caro Francesco, volevo solo farti presente che su almeno uno dei due blog che gentilmente citi (incidentalmente: il mio) non si riprendono solo materiali d’archivio. Per il resto: d’accordo su tutto (o quasi) quello che hai scritto.

  7. sui festival che fanno bene all’Italia, sostengo sempre che vi dimentichiate sempre, per questioni geografiche, dell’YPSIGROCK. e un pochetto anche dell’INDIEROCKET di Pescara. per la precisione. sul resto concordo su tutto e continuo a pagare l’affascinante cifra di 6 euro a mensile.

  8. Si non ho capito nemmeno io nel commento qui sopra perché chi ha fondato il Mucchio dovrebbe essere un coglione. Il Mucchio in un periodo della sua storia è stato un giornale bellissimo (non grazie a Stefani) ma grazie alle persone ultra competenti che ci scrivevano sopra che, essendo altri tempi, per formarsi, reperire dischi e leggere, avevano fatto una fatica immane vista l’economia della scarsità del passato. Detto questo, bel post Kekko

  9. nella categoria dei musicisti mancati e col rosico mi hai ingiustamente escluso i fonici.
    in realtà è giusto perchè non ci entrava una cippa con l’articolo ma ho sentito il dovere di scriverlo.

  10. la verità è che in tutti i settori, in questo paese, chi ha conquistato una posizione, con le sue forze, a culo oppure con raccomandazione, si sente in diritto di mantenerla vita natural durante. In questo paese, parafrasando quel minchione di Beppe Severgnini (uno che piglierei a calci in culo sempre ma che in questo caso mi viene da condividere) “uscire di scena è sempre complicato. Pur di sentirsi ancora attore, troppo spesso chi è stato protagonista briga per una comparsata: e non è un bello spettacolo. non lasciare in tempo significa rallentare il ricambio, alimentare dipendenze e mescolare strani cocktail di interesse e riconoscenza.”. Stefani, tralasciando le vicende schifose che sono uscite sul conto della gestione del Mucchio, da prima donna qual è non ha voluto fare il passo indietro….per cui fa questa comparsata…per il quale merita una grossa pernacchia….mandando a farsi fottere ciò che di buono ha fatto nella sua carriera (se l’ha fatta qualcosa di buono)

  11. Oh, ma nessuno commenta che uno scrive la sua autobiografia fraintendendone il titolo?! Io sono allibito

  12. Quindi, a sentire il tizio, la leggendaria stirpe di chi scrive(va) di musica sui giornali di carta era composta da geniacci che per scrivere sull’ultimo dei Sonic Youth passavano settimane con loro a bere pinte a Williamsburg. Strano, quelli che ho conosciuto io scrivevano da un pc in camera da letto, in pigiama. Cosa peraltro desiderabilissima.

    Sembra di leggere un’intervista ad una delle dive del cinema muto, all’avvento del sonoro. Fantastico.

  13. VOGLIO SPERARE che le citazioni al “palco Puglia Sounds allo Sziget e il festival di Manuel Agnelli.” siano delle citazioni puramente ironiche… Io le ho lette così… se così non fosse questo post è ridicolo.

  14. Un giornale di politica camuffato da giornale di musica non è esattamente il massimo della vita, soprattutto perché poi ha pure fatto scuola e ha creato quel tipo di critica ideologizzata/militante (o, in una parola, stupida) che ancora non accenna a tirare le cuoia, purtroppo.

  15. ma questa non è coglionaggine, può essere “cattiva impostazione” o “accattonaggio” o qualsiasi altra cosa ma non coglionaggine. e comunque è una definizione impropria, era un giornale di musica con dentro della politica, o viceversa, però le due parti sono sempre state separate.

  16. Sullo scrivere di qualsiasi cosa in qualsiasi epoca:

    “Non prestate alcuna attenzione alla critica degli uomini che non hanno, loro stessi, scritto un’opera notevole.”

    Bum.

  17. Ciao “kekko” personalmente tendo a non leggere questo blog per motivi futili, ma mi sembra giusto provare ad affrontare l’argomento. Premesso che io sono un ignorante coi fiocchi, musicalmente, ma di quelli proprio pesi eh (mica come te che leggi di musica a vagonate su internet ^_^), mi permetto di dirti come la vedo su quella manna dal cielo che è l’avvento dei blogger, siano essi di musica o di cinema. Il Web ha reso accessibili molte posizioni, ha velocizzato quel processo che porta all’esposizione, e ha generato diversi culti più o meno giustificati nei confronti di questa o di quella “testata” virtuale (scusa se la terminologia è quella che è). Ora, sicuramente voi siete bravissimi (a scrivere lo siete, a trattare la materia di cui vi occupate non saprei, vi ho visto toppare completamente la recensione di Dargen ma magari non è il vostro campo, sul resto non mi esprimo), ma il numero di pagliacci diffusi sul web è parecchio ampio, e l’idea che qualcuno possa basarsi su queste testate e non sul giudizio di uno che per lo meno dalla sua ha l’esperienza di qualche anno mi sembra aberrante esattamente quanto il basare tutto su un mero dato anagrafico o sul non aver vissuto direttamente i bei tempi. Il tuo sostenere che “la rete non ce li vuole” andrebbe chiarito, perchè così sembra la risposta di una (non)nicchia a un’ormai altra piccola nicchia. Che poi Stefani risulti un cretino è assolutamente logico, ma non facciamo finire nel calderone degli Stefani tutti coloro che preferiscono scrivere su/leggere un mensile cartaceo (i motivi possono essere tanti, ad esempio io ho avuto un brevissimo periodo recente con il Mucchio, negli ultimi due numeri, ma non ero in grado di adattarmi a quel modo di scrivere e a rispettare quelle tempistiche e mi sono defilato di mia sponte). Il motivo, io credo, sta nel pregiudizio (più o meno giusto) che il web non abbia ancora dei veri e propri filtri per separare i furbi dagli effettivamente bravi, o meglio ne ha ancora di meno rispetto a molti cartacei (parlando dell’ultimo Mucchio, il livello di competenza mi sembra si sia abbassato in favore di una più facile fruizione e di una maggiore ampiezza di argomenti, è un tentativo di cambiare la propria politica editoriale). Quindi sì, tendenzialmente si preferisce leggere qualcosa che sia passato per un lavoro di editing accurato, che magari venga retribuito (si lavora meglio percependo uno stipendio, sto dicendo qualcosa di assurdo?) e che abbia dalla sua un po’ di esperienza. Il che non vuol dire, ovviamente, essersi fatti le pere con Mick Jagger e via dicendo (Stefani è un pessimo argomentatore, va detto), la cretinata del post del Direttorone è proprio lì. Andava fatto un discorso preciso sulla competenza, e non sulla militanza effettiva in quel periodo storico. Detto questo io continuo a credere un po’ di più nei cartacei, sono contento di integrare le mie poche letture con chi scrive sul web, ma ancora non nutro quella fiducia. Un po’ lungo e un po’ sconclusionato, ma spero si sia capito il succo 🙂
    Ciao!

  18. Commentuccio. Oggi non è ancora giunto il momento di chiudersi in una gabbia. Oggi dovrebbe essere il momento di rendere ancor più rivoluzionario lo spirito del Rock parlandone e scrivendone e comunicandolo insieme ad altre realtà negate dal sistema vigente, ma ormai da ex giornalista musicale e cospirazionista indipendente che per campare traduce e adatta dall’Inglese, anche io posso esprimermi solo attraverso un blog. Maurizio Baiata

  19. Ok. Purché un giorno non si legga: “Io ad esempio ho visto i Lightning Bolt nel 2002”. Non sul palco, certo.

  20. “è abbastanza dura avere a che fare con gente con l’età di tuo padre che continua a volerti insegnare quello che stai facendo”
    stima e 92 minuti di applausi dal Belgio.
    Alessio

  21. @sebastian -in generale non so cosa penso del tuo intervento, è logico che c’è roba brutta su internet, ma c’è anche roba bella, roba che vale le migliori testate cartacee di settore, come minimo. la cosa de “internet non vi ci vuole” vuol dire che un sacco della gente che prova a “sviluppare la parte web” ha un’idea di internet come di una sorta di mezzo promozionale, che non è. internet è un network in cui scegli di esistere con una certa onestà di fondo, oppure prendi mazzate nei denti. “sviluppare la parte web” per me è una cazzata, o stai sul web o stai rallentando il web.

    poi sia chiaro che anche noi qua siamo gente non-voluta da internet, e quindi insomma, non vuole essere un confrontarsi.

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