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i Cani

igani1 Due anni fa è uscito il primo disco in italiano della mia banda e il primo disco dei Cani, che sono una banda di Roma dove i pezzi però li fa una sola persona. L’anno dopo abbiamo fatto uscire assieme 500 copie di un vinile dove i Gazebo Penguins e I Cani si dividevano i 45 giri al minuto di un 10 pollici. Da quel periodo, circa, e dopo un paio di concerti assieme, è capitato di sentirsi e vedersi ai concerti a Roma e via dicendo. Poi ogni tanto ci si sente. E quando c’erano i rispettivi dischi nuovi in ballo ci si passavano provini e cose così da mercoledì notte. Ora è uscito Glamour, che è il nuovo disco, e ci siamo fatti una chiacchierata.

> Partiamo dalla violenza. Esce un pezzo nuovo dei Cani, e cominciano le molestie. Perché secondo te un gruppo come i Cani ispira violenza? O ancora: perché certa musica ispira violenza? Parlo di violenza prettamente verbale, prettamente schermata, da dietro uno schermo, mai de visu; come se sparare su chi fa musica, o scrive, o quel che te vo’,  sia un bersaglio più nobile, più sensato, più giusto in un certo senso; come se nell’esperienza di fare qualcosa di creativo (intendo tutto quello che crea qualcosa che prima non c’era e non è mera riparazione) fosse obbligatoriamente instillata le possibilità della berlina, molto più che per un meccanico o per un idraulico. Sarà anche che è una “violenza” che fa parte di una porzione di mondo che ci riguarda di più, e quindi su cui siamo più attenti, più perspicaci, perché è quello che facciamo, ergo quello che vediamo meglio, distinguiamo di più. O forse perché c’è un’iper-valutazione del ruolo di chi fa musica, una specie di sproporzione tra quello che viene fatto (canzoni, concerti e qualche altro paio di stronzate) e quello che viene percepito (canzoni, interviste e più di un paio di stronzate). Come vivi questa faccenda che le tue canzoni fanno incazzare? Quanta frustrazione crea e come va vissuta (considerando che per il 90% dei casi viene da persone con cui probabilmente non andresti fuori a cena)?

Il chiedermi perché di tutta questa violenza è stata una questione che mi ha preso tantissimo, fin da quando è uscito il primo disco. Io capisco perfettamente che a uno non possa piacere un disco, che questo disco possa anche suscitargli sentimenti di fastidio (capita anche a me), quello che proprio non mi viene facile da capire è quel passaggio successivo in cui se non ti piace una cosa devi aggredire chi l’ha fatta o chi la ascolta. Poi boh, forse per me è diverso: le persone che ho conosciuto che stanno su un palco e cantano in genere sono molto sicure di sé, gli viene spontaneo e naturale interagire con le altre persone, etc. etc., tutte cose che io non ho moltissimo, e forse per questo quando è arrivata tutta la vagonata di merda che è arrivata (dal complottismo alla più feroce minimizzazione del lavoro che avevamo fatto fino ai puri e semplici auguri di morte) invece che scrollare le spalle e dire “haters gonna hate” ho fatto quello che mi riesce meglio: rimanerci male e pensarci su per moltissimo tempo. Da queste riflessioni sono nate domande tipo “perché c’è automatica ammirazione/interesse/stima/invidia nei confronti di chi fa roba creativa rispetto a chi fa roba più concreta?” (come dici tu, nessuno si mette a fare polemiche su internet sul lavoro di un idraulico), oppure “su internet bastano 40 persone in tutta italia per fare una folla che si azzuffa, non è che stiamo perdendo le proporzioni di quanto sono grossi i fenomeni, di quanto quello che su rockit/facebook/tumblr chiamiamo IPERGRANDISSIMOENORMESUCCESSO sia poi qualcosa che effettivamente ha una rilevanza nel mondo?” (da qui i “quattro poveri stronzi” di Twee, che non avevano nessuna accezione offensiva: qui a Roma quando si dice “quattro poveri stronzi” è sempre con una certa tenerezza, ma capisco che si tratti di un regionalismo che probabilmente avevo calcolato male), fino a “ma perché siamo così ossessionati dalla fama, dal successo, da tutte ‘ste cose qua?” e poi credo che da queste domande, o meglio dallo stato mentale di riflessione su queste cose, siano nati i pezzi del disco. Poi ci sarebbero anche mille altri discorsi da fare sulla questione della violenza: uno, molto semplice, è quello che sintetizzo con “Sò ragazzi”, nel senso che durante l’adolescenza la musica per molte persone (è stato così anche per me) è una sorta di stampella su cui sorreggi la tua personalità non ancora del tutto formata o sicura, quindi i dischi non sono una roba che valuti serenamente, bevendoti un bicchiere di cognac e fumandoti un buon cubano, ma una cosa che ti chiama in causa a livello molto viscerale e profondo. Poi c’è la questione di come la comunicazione su internet (specie quella anonima o semi-anonima) porti automaticamente ad aumentare i toni, a trasformare tutto in insulto o polemica, a evitare le mezze misure, o (cosa che succede in modo particolare con I Cani e che forse è la roba che mi fa girare i coglioni più di tutti) a far vedere che chi scrive è uno che la sa più lunga di tutti: quindi il linguaggio è dominato dall’aggressività e dal dover dimostrare non si capisce cosa a non si capisce chi. Poi c’è la questione del “tanto meglio!”, ovvero: se una roba piace a tutti vuol dire che è sostanzialmente innocua, che non ha niente che arriva direttamente all’ascoltatore e gli fa avere quella reazione di violenza. Se non ci fosse stato nemmeno un po’ di hate rispetto a questo secondo album, mi sarei seriamente preoccupato.  

> Ogni canzone racconta qualcosa, e quindi è un racconto. Quanto conta che un racconto generi altre storie possibili e quanto invece che il racconto sia una bella storia in sé e amen? Voglio dire: penso alle persone reali o ai riferimenti da storia che compaiono (Nabokov, Manzoni, De Andrè, Bianciardi, Pasolini, Jay Z, Piero Ciampi, Thurston Moore, …), che diventano snodi di senso, allargamenti di storie in una Storia più vasta, penso a quanto certi racconti nel disco siano poi il veicolo (per me) per fare altri percorsi, collegamenti. Che magari faccio io perché di certe cose forse c’è il caso che ne abbiamo parlato, o li faccio io perché mi piace farli. Non so se la domanda è chiarissima.

Io ho quest’idea che le canzoni debbano essere una roba un po’ viva, cioè, per me non devono essere un monolite da contemplare nella sua inspiegabile bellezza, ma più tipo una costruzione di Lego che puoi divertirti a prendere in mano, girare, smontare etc. Mi piace l’idea che uno possa ascoltare distrattamente e dire “ah, carino”, ma poi accorgersi che dentro ci sta quella cosa che rimanda a quella cosa che rimanda a quell’altra cosa, etc. etc. Tra l’altro per me, più riferimenti concreti ci sono, e più riesco a entrare dentro quella canzone, farmi coinvolgere. C’è un verso degli Of Montreal che dice “I fell in love with the first cute girl that I met / who could appreciate Georges Bataille / standing at the Swedish festival / discussing Story of the eye”: io quando l’ho ascoltato non ero mai stato a nessun festival svedese, non avevo idea di chi fosse Bataille, di cosa fosse Storia dell’occhio, ma poi mi sono andato a cercare queste cose, e queste poche parole sono diventate un micro-racconto in cui riesco a vedere tantissime cose, uno stato emotivo ben preciso, e quindi sentirmi coinvolto personalmente, molto più che in un verso generico da canzone d’amore tipo “mi perdo nei tuoi occhi”, che, boh, sì, mi sarà pure capitato di guardare a lungo una persona che mi piaceva, però sticazzi, è molto più interessante quell’altra cosa su Georges Bataille! Secondo me è molto più semplice lasciare qualcosa all’ascoltatore raccontando qualcosa di specifico che qualcosa di generico.

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> Sticazzi a me che non traduco mai una fava da chi non canta in italiano. Quel verso degli Of Montreal spiazza. Mai avrei pensato di trovare La Storia dell’occhio in una canzone. Degli Of Montreal poi. A questo punto stiamo un altro po’ sui testi. I primo pezzo uscito è Non c’è niente di twee, che è il pezzo che nel testo si raccorda di più col disco precedente. Che però mi pare si stacchi da quest’ultimo per un affollamento di personaggi  rispetto a una prima persona singolare che invece è portante in Glamour (il lavoro vero, in ufficio mi vesto da adulto, le mie interviste, sotto alla mia giacca sudo, vorrei stare sempre così i soldi per mangiare, i dischi, i videogiochi e basta: dichiarazione di poetica?), che però rientra dalla finestra (il primo disco, intendo) in tantissimi passaggi che c’entrano col successo, col suonare, con le faccende legate alla musica (radio, contatti, interviste), con tutto quanto è partito nella tua vita un paio d’anni fa con l’aver fatto uscire delle canzoni. Volendo potresti farci saltare fuori una domanda.

Dopo aver scritto così tante canzoni sul quartiere, sulla città, sul presente, le uniche strade percorribili erano o guardarsi fuori, ma veramente fuori (e in realtà provo a farlo in “Storia di un artista” e “San Lorenzo”), oppure dentro, ma veramente dentro (praticamente tutte le altre). “Twee” effettivamente è il primo testo che ho scritto (quando ho iniziato a buttarlo giù non era ancora stato pubblicato il primo disco), e infatti come giustamente rilevi è quello in cui ci sono più echi di quella dimensione lì. Poi boh, credo che lo sguardo un po’ distaccato del primo album continui a esserci anche in questo, solo che si rivolge a cose diverse, e che ci sono dei rari momenti in cui molla un po’ la presa e diventa meno distaccato. Nel primo album non avrei mai ripetuto una frase per due minuti come in “Corso Trieste”.

> Quando dici “guardarsi veramente fuori” citi San Lorenzo che, secondo me, assieme ad Introduzione, sembrano staccarsi dalle altre del disco a livello di contenuto e di stile del racconto. Più impersonali, più assiomatiche, meno narrative. Nella prima dici: “l’esistente è anch’esso pane per i nostri denti, non si può correre soltanto dietro ai sentimenti” (Introduzione) e sembra che si crei una dicotomia tra ciò che esiste e i sentimenti (che non esistono?). Cosa intendevi?

Qui invece hai beccato esattamente le due che ho scritto per ultime! Il fatto è che tutte le altre canzoni sono state scritte in una (lunga) fase di grande vulnerabilità e autoanalisi. Se fossi rimasto in quella fase, col cazzo che avrei trovato la forza (e/o il coraggio) di finire il disco, registrarlo, pubblicarlo, etc. Quando ho scritto Introduzione, che è una canzone che suona molto solenne, sicura, assiomatica come dici tu, ho capito che forse in qualche modo ne ero uscito. Comunque: senza addentrarci in discussioni di metafisica, quando dico “esistente” intendo ciò che empiricamente percepibile: in questo disco, anche quando parlo di me, cerco di dare degli appigli concreti all’immaginazione dell’ascoltatore. C’è tanta gente convinta che dire una parola come “Whatsapp” in una canzone d’amore sia una bestemmia, e invece dire una parola come “solitudine” va bene. A me sembra molto meglio dire “Whatsapp”, è una parola meno ambigua. Guardo con sospetto l’ambiguità, mi sembra troppo facile nascondere dietro all’ambiguità il fatto di non avere un cazzo da dire.

Nell’altra tutto il testo è incentrato su una riflessione cosmogonica – che a me ha fatto venire in mente il pensiero di Thillard de Chardin, anche se al contrario (senza cioè senza finalismo religioso) – abbastanza classica per il pensiero occidentale (vd. la piccolezza dell’essere umano rispetto alla natura; vd. Copernico, tutto il Romanticismo tedesco, Pascal, Leopardi, fino alle Cosmicomiche di Calvino) e in certi casi abbastanza cristiana come visione, ma decisamente fuori budget per una canzone pop. Che ci sta a fare?

Credo che guardarsi dentro sia una cosa interessante ma a lungo andare potenzialmente pericolosa. L’autoanalisi portata all’eccesso può trasformarti in un mostro: un mostro di egoismo, di autoreferenzialità, etc. Scrivere quella canzone è stato un po’ come dire “va bene, ci siamo divertiti, però ora basta”. A me personalmente quella che tu chiami “riflessione cosmogonica” sembra molto orientale: la ciclicità, il tempo che non ha inizio e non ha fine, l’individuo che si perde nell’universo, etc. Sicuramente faccio meno fatica a riconoscermi in una visione del mondo del genere che in quella cristiana. Per quanto riguarda il fuori budget: per me “pop” significa “leggero”, e gli artisti che ammiro di più sono quelli che trovano un linguaggio leggero per dire cose complesse, non facili, non ovvie. Io ci provo.

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Dici che tutto ciò che gravita attorno alla tua musica riguarda sì e no un manipolo formato da quattro stronzi (Non c’è niente di twee). In un ritornello dei Gazebo Penguins abbiamo scritto: “Mio nonno per quasi 70 anni è stato in minoranza e sta benissimo”, che di primo acchito, sapendo anche da dove veniamo, ha un chiaro risvolto politico, ma voleva anche essere una veloce riflessione sulla sensazione che si prova ad essere in meno, in una cerchia ristretta, che non coinvolge la maggior parte delle persone NEL MONDO, e che questa limitatezza in realtà non svilisce, non annichila, in certi casi anzi regala un senso più forte. Quanto t’importa che la tua musica arrivi alla maggioranza? Che superi le beghe da quartiere, che arrivi comunque?

Mah, guarda, in questi giorni ho letto sia “I Cani parlano a moltissimi ma non dicono un cazzo, allora è troppo facile, sono come Gué Pequeno”, sia “I Cani parlano solo a pochissime persone, non parlano a gente come mia madre”. All’interno della stessa discussione. Detto della stessa persona. Io vorrei avere un atteggiamento rispetto all’essere minoranza che non sia né di vergogna (perché non c’è niente di cui vergognarsi) né di eccessivo orgoglio (perché le cricche non mi piacciono e non mi piaceranno mai, e credo che il tentativo di comunicare con tutti sia positivo, soprattutto al giorno d’oggi). Quindi provare a parlare a tutti ma senza diluire quello che voglio dire. Non è facile, perché da una parte è molto confortevole l’idea di parlare solo a gente che parla già la tua stessa lingua, e dall’altra quando si provano a superare certi steccati c’è il rischio di fare ragionamenti tipo “hmmm questa cosa forse mi suona un po’ stupidina ma va bene così perché DEVE PARLARE A TUTTI”. Pochissimi riescono a tenersi in equilibrio. Io non so se ci riesco, ma il fatto che mi si muovano entrambe le critiche (parlare a pochi, parlare a troppi) mi sembra buon segno.

> Una domanda che invece arriva dalla redazione di Bastonate è: coi soldi saltati fuori dal primo disco che hai fatto?

Li ho spesi.

> Quando si prepara un disco una parte fondamentale dell’operato è sui suoni. Si passano ore su un basso, su una tastiera, magari su una svisa nell’ultima nota del giro di sinth del ritornello di Vera Nabokov, su cose che importeranno forse solo a noi, assolutamente fregandosene di chi ascolterà, di cosa penserà o se lo sentirà, semplicemente perché vogliamo quella cosa lì, una specie di perfezione molesta la cui assenza ci farebbe dire: così non va. Quanto hai lavorato sui suoni? quanto contano?  In questo c’è una batteria vera e un batterista che la suona e hai lavorato con Enrico Fontanelli degli Offlaga per gli arrangiamenti e il lavoro sui suoni. Perché?

Per un gruppo come I Cani il suono è fondamentale: credo che i pezzi farebbero tutto un altro effetto se suonassero diversamente, così come non potrei mai pensare di affidare l’intera produzione a qualcun altro. D’altra parte non volevo rimanere intrappolato nelle scelte del primo disco, e quindi l’idea di chiedere a Enrico di collaborare alla produzione: oltre ad adorare gli Offlaga in generale, ero rimasto estremamente colpito dalla produzione Gioco di società, lontanissima da quella del primo dei Cani, e proprio per questo ho pensato che collaborare con Enrico poteva aiutarmi a dare più “profondità” al suono del disco, obiettivo che, per quanto mi riguarda, è stato raggiunto in pieno. La scelta della batteria vera (scelta su cui tra l’altro è stato lo stesso Enrico, insieme a Giacomo che ha mixato il disco, a incoraggiarmi molto) è stata dettata da ragioni simili: provare a vedere cosa sarebbe successo uscendo dalla bidimensionalità ipercompressa del Sorprendente (che comunque non rinnego affatto, eh). Poi credo che non esistano punti di arrivo, e che nessuna scelta sia definitiva: per me il gioco è proprio vedere fino a dove riesci a spingere il suono dei tuoi pezzi facendo sì che continuino a suonare come tuoi pezzi.  

> Paura. Stai per cominciare un nuovo tour, “paura del buio soprattutto su un palco”, l’altro com’è finito, com’è stato, come ti sentivi, quanto era routine e quanta fotta, e quanta fotta hai per il nuovo, come sarà dal vivo questo disco, oppure altro.

Sicuramente non mi sento uno che è nato per stare su un palco, ma ci provo. In questo tour, come in quello precedente, ci siamo sforzati parecchio di trovare una formula che fosse onesta nei confronti del pubblico: quando fai musica elettronica non sempre è facile, e mi sembra che troppi gruppi finiscano per dire “vabbè, buttiamo tutto in base e suoniamoci sopra due cazzate”, ma da spettatore i concerti del genere mi lasciano sempre molto deluso. Preferisco sentire una stecca, un’armonia vocale in meno, o qualche suono diverso/mancante che vedere uno spettacolo perfettamente preconfezionato. La differenza rispetto al tour precedente è che la formazione è leggermente cambiata, abbiamo curato di più il suono (come nel disco), abbiamo dato spazio a strumenti analogici in aggiunta al digitale (come nel disco), e usiamo solo strumenti “veri” (niente più computer con Mainstage!). Spero che la differenza si sentirà.

Ho dato una spulciata a qualche conversazione su skype che abbiamo avuto nell’ultimo anno, e a parte il fatto che ogni 3 mesi mi facevo vivo per chiederti consulenze informatiche, c’era scritto che un tuo amico doveva andare in Thailandia a registrare i rumori per un pezzo del disco. L’ha poi fatto?

Cris X ha registrato il vociare di ristorante che si sente in Theme from Koh Samui, appunto sull’isola di Koh Samui in Thailandia (o forse a Bangkok, non ricorda più bene, ma suonava più fico Koh Samui). Lì il punto era proprio mettere qualcosa che fosse il più lontano possibile da Roma, da tutte le cose comunemente associate al primo album, etc. Tra l’altro quel pezzo è uno dei miei preferiti del disco a livello di suono, e gran parte del merito va al mix di Giacomo.

> Il disco finisce con la parola FELICITÀ. E poi parte una ghost track in totale anomalia.

Mi piaceva l’idea di finire l’album con un pezzo (Lexotan) in cui fosse veramente difficile rintracciare qualsiasi traccia di cinismo. Poi parte una ghost track anomala, come dici te (tra l’altro presente solo nelle copie fisiche! CD e vinile): una sorta di frullato di tutto quello che era stato detto riguardo ai Cani all’epoca del primo disco (la romanità, i sintetizzatori, gli hipster, i giovani, etc.), però ribaltato. Boh, mi faceva ridere.

> Oh ciccio, divertiti eh. Cinque alto.

Una risposta a “i Cani”

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