VENGONO FUORI DALLE FOTTUTE PARETI

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di Folagra
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(da #SELFIE, di Francesco Farabegoli. clicca sull’immagine per il link)

 

Critici letterari, critici musicali, conduttori radiofonici, conduttori televisivi, opinionisti, scrittori, blogger: SIETE POCHEZZA. Ciao. Anzi SIAMO, perché ci si mette dentro anche chi scrive (chiunque sia). Siete (anzi siamo) pochezza e lo siamo in una maniera disarmante. È difficile infatti guardare alla classe intellettuale italiana under-40 senza provare (ovviamente con qualche -rara- eccezione) una sensazione di disarmante mestizia. Non sappiamo niente. Disperatamente cerchiamo di nascondere sotto panneggi voluttuosi di “dissacrante ironia” e di “citazionismo postmoderno” (con pratiche sempre più simili a un readymade delle idee) un’ignoranza lancinante. Siamo (siete) persone che dovrebbero scrivere cose che la gente paga per leggere. Cose che hanno un valore economico superiore a quello della media delle opinioni espresse al bar. Un valore economico derivante dallo studio e dall’opportunità che VOI (NOI) avete (abbiamo) avuto di approfondire un argomento mentre gli altri stavano facendo altro. La differenza tra un idraulico e un freelance, alla fine, è questa: l’idraulico ha deciso di andare a lavorare, il freelance (che è non è un mestiere ma un modello contrattuale; è come dire “il part-time”) di approfondire, studiare, specializzarsi in un tema immateriale come la musica, il teatro, la letteratura, il cinema, l’economia, la politica e altre cazzate prive di senso. Tutto questo ha un nome e si chiama formazione. La formazione è ciò che rende un creativo simile, per potere contrattuale, a un idraulico. Guardandomi intorno però spesso noto che l’unica cosa che differenzia l’opinione di un critico da quella dell’idraulico è semplicemente l’essere inserito nella mailing list di un ufficio stampa.

 

Di lavoro faccio l’impiegato in una ditta che vende roba. La mia mansione è di registrare gli ordini che arrivano, fare offerte ai clienti, gestire gli stock di magazzino e un briciolo di logistica, tutta roba che in linea di principio non ho voglia di fare (e che comunque non ho mai proposto di fare gratis), e quindi per me il mio stipendio non è tanto commisurato al numero di ore, anche se sono inchiodato a un cartellino e a una scrivania che NON sta nella mia camera da letto; è una cosa legata ai costi-opportunità, grossomodo, un pagamento per non fare tutto quello che farei potendo disporre di quel tempo –è carino dirlo così perché con questo sistema gli scatti di anzianità diventano in sostanza dei premi al progressivo rompersi dei coglioni a fare sempre la stessa roba. Sono assolutamente convinto che si debba rispettare il proprio lavoro, ma sono cresciuto in un periodo di quasi-piena-occupazione e il fatto che ora il lavoro non ci sia più non mi ha portato ancora a credere che il lavoro vada amato sempre e comunque, con passione viscerale. Quella è mia mamma. Mia mamma è fermamente convinta che il DATORE DI LAVORO sia appunto l’imprenditore che ti dona il lavoro dando di fatto un senso alla tua vita, il che ti impone di sopportare ogni angheria da loro perpetrata e di aspirare alla perfezione della servitù, al saperlo servire con la massima efficienza. È un parere che rispetto perché è di mia mamma e io a mia mamma voglio bene nonostante abbia fatto di tutto per crescermi vicino a Dio, lontano dal Partito Comunista e vittima di un certo fantozzismo anni 80 per cui non era carino scendere in piazza. Se andavi in piazza voleva dire che guadagnavi poco e volevi qualcosa di più. Mentre quelli che guadagnavano tanto, a rigor di logica, non avrebbero dovuto rompere i coglioni. Se volete sapere la mia opinione: masquerade borghese, ricerca dell’approvazione sociale e dell’ostentazione del benessere. Le cose che ce l’han messa in culo (la nostra generazione), intendo. Pensateci. Sto divagando… dicevamo?

 

In un bel pezzo personale che trovate qui il giornalista Simone Spetia (factotum di Radio24, in grado di passare da una trasmissione di approfondimento economico come Focus Economia al commento dei fatti del giorno fino al divertissement a sfondo storico de “Il Gazzettino del Risorgimento”) parla proprio dell’importanza dello studio nel mestiere di giornalista. La sua chiosa “Cercherò di scrivere meno, di leggere di più, di non prendere posizioni prima di aver capito più a fondo” risuona come un violentissimo j’accuse (in chiave passivo-aggressiva) a tutta la categoria di giornalisti/pubblicisti/senza contratto che pensano che i social network siano strumenti formativi. Non lo sono, fatevene una ragione.

 

Pasolini (per un intellettuale che tale si definisce, problema suo peraltro) è tipo quando al primo giorno di scuola ti insegnavano a fare le aste. Tipo la base. Citare Pasolini significa sostanzialmente dire ovvietà. E invece siamo ancora fermi lì, a parlare di/attraverso Pasolini come fosse il più grande maître à penser italiano o, ancor peggio, internazionale. Gli sguardi interrogativi, anno dopo anno, a seguito dell’assegnazione del Nobel per la letteratura la dicono lunga sulla consapevolezza e sulla conoscenza della realtà culturale da parte dell’italo-intellighenzia.

 

(qualcuno in platea si alzerà e dirà che ehi, io avevo letto Mario Vargas Llosa molto prima che vincesse il nobel per la letteratura quest’anno. Qualcun altro probabilmente sta ridacchiando e facendosi il gomito col vicino sapendo che quest’anno il Nobel per la letteratura l’ha vinto Alice Munro –strappato di mano per un pugno di voti al grande Roberto Vecchioni- e Mario Vargas Llosa l’ha vinto nel 2010; alcuni continuano a firmare annualmente la campagna per insignire Stephen King del Nobel per la letteratura, soldi e legittimazione culturale di cui King ha estremo bisogno. Non sto giudicando, sia chiaro: una volta stavo per farmi arrestare per una serie di eventi messi in moto allo scopo di far dimettere Rosa Russo Iervolino da ministro della Pubblica Istruzione)

 

Sintomo e frutto (c’è un termine per indicare quando le due cose combaciano ed è bubbone pestilenziale) di questo progressivo, indecente e autoindulgente impoverimento di competenze è la critica ragionata ai dischi italiani. La musica italiana degli ultimi, diciamo, vent’anni è “canzonetta”. Indie o non indie, anzi non. Le parole le si è già spese per Battisti e Baglioni tipo trent’anni fa, indossando occhialoni da vista che poi sono fortunatamente caduti in disuso e oggi sono tornati disgraziatamente in auge per colpa di certe scelte di marketing e/o della stessa musica di merda che sta continuando a copiare quegli anni. Oggi, per il reazionario e statico pop italiano, basterebbe ricopiare pari pari la critica dell’epoca, limitandosi a una riga di commento mi piace/non mi piace. Eppure ci sforziamo tutti (chi scrive per primo, questo pezzo peraltro è copiato quasi tutto da un articolo uscito su Musica di Repubblica quindici anni fa) di trovare paragoni arditi, scovare paralleli pretestuosi, citare nomi altisonanti (e per altisonanti intendo tipo I PIXIES, voglio dire) che inducano il lettore a pensare che noi, scriventi, si attraversò lo stretto di Gibilterra per inseguir virtute e canoscenza. Sapete perché in una recensione a un disco italiano si evocano gli Slint? Per farsi succhiare il cazzo in fase di commento.

 

Tra l’altro gli Slint e Pasolini a conti fatti sono più o meno la stessa cosa, e curiosamente anche Battisti e Baglioni sono la stessa cosa (sia tra loro che rispetto a Pasolini, cosa che a pensarci dà credito alle ipotesi di suicidio del PIER). È curioso parlarne ora perché da quando leggo le riviste musicali (3/4 riviste al mese per una ventina d’anni, ai prezzi di oggi mi sono costate tra i cinque e i seimila euro, comunque bazzecole rispetto alla collezione di dischi) non c’è mai stato un momento più classic rock di questo, e come sempre in questa cosa la pubblicazione che detta il passo è Blow Up -nell’ultimo numero un articolo sul LISCIO ROMAGNOLO (peraltro meraviglioso, essendo io di Cesena), oltre a un pezzo di BERTONCELLI su BOB DYLAN alla ROYAL ALBERT HALL e un pezzo di Guglielmi sui BLACK FLAG, non ho ancora letto la sezione Collateral ma il menu dice che c’è una cosa su tale Pasolini CAZZO CAZZO. Rumore ha inaugurato il nuovo corso con una copertina ai Clash. Il Mucchio è il Mucchio (i fuoriusciti direbbero di no, ovviamente). L’ex direttore del Mucchio tra l’altro (già parlato) ha dato i natali a una rivista nuova (la roba più contemporanea nel numero in uscita sono i Primal Scream, sembra). Rimane fuori Rolling Stone, che questo mese in copertina ha Paul McCartney e dentro roba tipo TENCO e CHARLES MANSON, manco Marilyn dico proprio CHARLES e una cosa sul trentennale di Radio GaGa dei QUEEN. Benissimo, sia chiaro, e comunque Charlie >>> Marilyn, sia Manson che Monroe. Ma pare (non l’ho ancora comprato) che il numero di Rolling Stone sia da collezione: c’è un’intervista ai Cani che per un errore è andata in stampa col titolo PERCHÉ NON BIDET ALLORA? e occhiello pure più divertente. Domanda: perché non mettere roba che ha senso che esca oggi? Risposta: perché i pezzi sulla roba che ha senso esca oggi non vengono letti. Birsa Alessandri è un editor in forza a Noisey (Vice) e passa il tempo a spingere avanguardie oscure e poco cagate tipo Father Murphy, Von Tesla, Kevin Martin, Wolf Eyes o Silent Servant. Occasionalmente coglie l’occasione per trollare qualcuno che secondo lui non dovrebbe fare musica, o non dovrebbe farlo in questo modo; recentemente è successo con Brunori SAS, di cui ha demolito un video parlando anche di quella influenza culturale nefasta del cantautorato anni settanta di cui sopra. Risultato: 171 commenti, quasi tutti dentro lo spettro di valori che va da “state sempre dietro a sparlare perché va di moda” a “non capisci un cazzo di musica” a microvariazioni del lemma “sentenziare”. Nell’articolo sui Father Murphy c’è un solo commento; ci si aspetterebbe che almeno dieci persone di quelle che amano Brunori SAS possano odiare i Father Murphy, giusto? E CHE CAZZO SE NE STANNO ZITTI A FARE? Manco un dieci per cento di coraggiosi che si prendano il disturbo di puntualizzare che anche nel caso in cui non sta lì a sentenziare o sparlare il redattore Birsa Alessandri non capisce un cazzo di musica? E soprattutto: di cosa stavo parlando? Non ricordo.

Che poi voglio dire, ecco, dispiace pure a me. Non c’è niente di più costoso, in termini di tempo, concentrazione, fatica e scoglionamento, di farsi una cultura. Lo era ieri. Lo è oggi. Avanti di questo passo, quando lo capiremo sarà troppo tardi. O forse lo è già, e nel caso stasera offro io.

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2 commenti su “VENGONO FUORI DALLE FOTTUTE PARETI

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