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materiali d’archivio

pontiak
Siamo appena fuori dal locale, il gruppo ha finito di suonare cinque minuti fa. Marco sta spiegando per la quarta volta in due ore cosa sia esattamente lo sgrattoa-rusty, un genere musicale che ha battezzato apposta per definire la musica dei Pontiak (e di cui i Pontiak a ragion veduta sono tra i principali rappresentanti). A metà della discussione ci ritroviamo davanti il chitarrista, sudato e sorridente a bere un bicchiere di birra alla spina. Gli stringiamo la mano e gli facciamo i complimenti per il concerto. Marco si complimenta per la sua t-shirt, una maglietta azzurra con un dinosauro bianco stampato sopra, quelle cose tenere e dolci da bimbetti pop che trovi in posti tipo Threadless e buttano un sacco tra le ultime generazioni indie. Lui sorride e inizia a raccontare la storia della sua t-shirt. Se uno ti dice che hai una bella maglietta non rispondi mai “grazie” e basta, anche se a pensarci fuori da un qualsiasi contesto sembra la cosa più giusta. Se ti fanno i complimenti per la t-shirt e rispondi solo grazie sei un potenziale sociopatico. È molto più naturale raccontare dove l’hai comprata, magari concentrandoti sul fatto che hai speso metà dei soldi che costava nel negozio della via accanto per via della marca o dei saldi in corso o di che altro. O se hai la maglietta di un gruppo puoi dire della volta che li hai visti e di quanto hanno spaccato, o che hai comprato la t-shirt perché ti piaceva un sacco ma hai dovuto chiedere i soldi in prestito a uno sconosciuto o rinunciare a un paio di birre, o magari l’hai rubata mentre il tizio del banchetto stava attaccando la pezza a una barista.

Questo atteggiamento rigoroso nell’informare le persone in merito alla tua t-shirt è dovuto sostanzialmente a due cose. La prima è che i complimenti per il buon gusto estetico sono desueti e ti mettono in una situazione un po’ imbarazzante nella quale senti il bisogno di dire qualcosa. La seconda è che si basa su un assunto sociale secondo cui chi ti fa i complimenti per una maglietta ha il desiderio inconscio di comprarne una identica alla tua –assunto sociale sbagliatissimo, lo impari a sedici anni e non cambi più idea. Due estati fa un amico mi ha chiamato alle sei del pomeriggio per assicurarsi che non uscissi quella sera stessa con la t-shirt dei Matmos, che l’avrebbe messa lui e sarebbe stato imbarazzante.

(è figa questa cosa: la musica funziona quanto più è uguale a qualcos’altro; le t-shirt invece facciamo tutti a gara a produrne/averne di diverse. Non è una cosa di fashion generale, nel senso, sopravvivo piuttosto bene all’idea di possedere un paio di jeans uguali a quelli dei miei amici ma se ho una t-shirt uguale a qualcun altro nel posto in cui sono, do di matto)

Chi si sente dire “hai una maglietta carina” e risponde solo grazie è un potenziale sociopatico. La t-shirt, e i vestiti in generale, definiscono la tua unicità all’interno di un sistema sociale definito ex-ante. Alle volte gli abiti che indossi raccontano chi sei stato e da dove vieni, altre volte dove vuoi andare. Più raramente raccontano dove sei in quel momento, tipo il camice da infermiere.

Certe persone trovano un capo d’abbigliamento neutro e rilassato, decidono di trovarcisi abbastanza a loro agio e passano sei anni a comprare camicie azzurre per non dover passare dei minuti preziosi davanti all’armadio a scegliere il colore. Altri prendono talmente sul serio la caccia alla t-shirt da costruire una consistente porzione della loro vita intorno ad essa, spulciare negozi e banchette del mercato, comprare online, scambiare, raccogliere soldi assieme agli amici per stamparne cinquanta pezzi uguali. Dietro ogni maglietta c’è la storia di un’inclinazione o di una vita intera, ed è terribile pensare che chi ti fa un complimento non voglia sentirsela raccontare. La maglietta di Van fu vinta dalla sua fidanzata, come premio di consolazione ad una di quelle gare all’aperto che fanno fare ai bambini dell’asilo: tiro alla fune dieci contro dieci, vincitori e perdenti si beccano lo stesso premio. La taglia non era proprio giusta per una bambina di dieci anni, la maglietta della fidanzata di Van è rimasta piegata in un cassetto per vent’anni. Un giorno lui è entrato nella cameretta, l’ha vista, ha pensato “carina” e l’ha ricevuta in regalo. Alla fidanzata continuava a star larga. Lui di tanto in tanto la usa.

 

A volte la musica dei gruppi non è molto diversa dalle storie che puoi raccontare su di loro.

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(questo pezzo l’avevo scritto per Vitaminic ai tempi dell’uscita di Living. ora Vitaminic non è più online, e insomma magari qualcosa ogni tanto lo recupero, magari con un briciolo di edit. Il pezzo potrebbe essere scritto uguale anche per il nuovo disco dei Pontiak, di cui comunque a breve metterò su la recensione.)

3 Risposte a “materiali d’archivio”

  1. mica ero io quello della maglietta dei Matmos? ops.

    comunque pensa se ti facessero i complimenti per le scarpe… dovresti raccontare tutta la storia di Bob Weston.

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