Crea sito

QUANDO DICO DISARMO CULTURALE (NON INTENDO DIRE NULLA)

__________________________________________

Benzina
__________________________________________

 FOTOEN

 

Liberamente tratto da uno spunto di Ashared Apil-Ekur

Ricordate il vecchio adagio per cui non esistono fatti, ma solo interpretazioni? Ecco: probabilmente neanche le interpretazioni esistono, e stiamo solo affogando in un mare di parole così, a cazzo di cane.

Post gustus non est disputandum.

Trent’anni di rock italiano e soltanto brividi e ciotole vuote, tanta crusca ma poca accademia, trent’anni ad insegnarci che lo stagediving non funzionerà mai in questo paese; Piero Pelù, Morgan e gli altri che mai capiranno: la gente viene ai concerti per sfondarsi, per l’immaginario e la musica (tendenzialmente brutta) – i cantanti vengono soltanto dopo, all’ultimo posto appena sotto il nulla, i cantanti che fanno schifo non nel senso che non sanno cantare, ma in quanto esseri umani, beceri istrioni dai capelli bisunti, la carne floscia, le facce orribili e la morte. Musica: ok – cantanti: schifo, questa è la prima cosa.

Trent’anni di rock italiano ci insegnano che il rock italiano non funzionerà mai in questo paese, per il semplice fatto che non radersi per qualche giorno e non lavarsi da una vita è troppo facile – siamo tutti bravi a fare i bastardi, è una cosa che viene piuttosto naturale a chiunque, e dunque zero appeal per le chitarre, zero di zero se non per i maniaci del rock italiano, coprofili e pervertiti, necrofagi e bugiardi. Il rock italiano (cioè i cantanti: schifo) è di fatto il vero motivo per cui la gente non viene ai concerti di rock italiano, o se viene, rifiuta categoricamente lo stagediving. Tutti bravi a prendere mezza rincorsa e a fare un salto che non è quello della quaglia, ma dello stagediver italiano – il fallimento cronico non della musica ma degli esseri umani che ci stanno dietro. No, non così. ll difficile non è saltare: è sfoderare i SORRISONI e perseguire strenuamente la causa dei buoni sentimenti (aka IL POP), rara avis in un pollaio pieno zeppo di porci con le ali.  Il fatto che la musica sia carente in fatto di CHITARRE, l’aggettivo plasticosa, l’aggettivo patinata (tipici anargomenti da necrofagi dell’it-rock) (cristo ho scritto it-rock) è IRRILEVANTE. Solo le CANZONAE contano, ma anche senza di quelle va bene – sempre meglio che imbracciare fender marocchine scordate, pedaliere digitali e tinte unite ci hanno onestamente rotto le palle, i veri ribelli stanno dietro le barricate e non su un palco.

Trent’anni di rock italiano che è scopiazzamento senza cuore di rock britannico, americano, scozzese, kirghiso, lo swag, il sitar, il paracetamolo, la colla – e badate che non dico di non scopiazzare, non sono un purista del sopracciglio alzato del cazzo, un ORIGINALSTER della grandissima minchia – non dico di non scopiazzare, ma di scopiazzare COL CUORE, diocristo. Ancora una volta – cantanti: schifo, musica: ok.

(Una volta un tizio alle elementari copiò il mio compito d’inglese per intero – quando dico per intero, intendo proprio per intero: anche il nome e il cognome – il mio nome e il mio cognome. Sul suo compito. Grandi risate in classe, certo – senza che ci fosse un cazzo da ridere, però: italiani scopiazzoni senza cuore di merda. Italiani che RIDONO e non SORRIDONO di merda. Scopiazzare col cuore: ok – scopiazzare senza cuore: schifo, questa è la seconda cosa.)

Trent’anni di rock italiano e il dissing di Salmo contro Pino Scotto, Big Schizo che ruba nei sexy shop per finanziare il suo nuovo disco (alla facciaccia vostra e del crowdfunding), l’ex tastierista dei Modà accusato di stuprare quattordicenni, Povia che dà la colpa dei terremoti ai sette miliardi di persone che si muovono sul pianeta, Gianni Morandi che torna alla terra, la coprofilia dell’it-rock, Vera Di Lecce che apre i concerti di chiunque a Roma nei prossimi quattordici anni (cit.). Trent’anni di rock italiano che ha sconfinato nel POP italiano, nel RAP italiano e nell’Italia tutta, che ha contagiato ogni cosa sulla quale è passato di sciatteria e di livore inautentico quasi fosse un Mida traviato e queer, trent’anni di rock italiano e noi non possiamo farci assolutamente nulla: nessuno tornerà indietro nel tempo per correggere le storture di questa musica insulsa e cialtrona, così come dimostrato da un recente studio che comprova l’assenza di persone capaci di viaggiare nel tempo. Così almeno per ora.

Vera Di Lecce, il cui pseudonimo ufficiale è VERA con la R rovesciata (come i fan dei KOЯN, per capirci) (come Toys R Us, per capirci), Vera Di Lecce che spazia dal blues all’art-rock, Vera Di Lecce la one girl band (più musicisti nel gruppo uguale meno soldi per me), Vera Di Lecce voce chitarra e loopstation, Vera Di Lecce Lili Refrain dei poveracci – QUELLA Vera Di Lecce – è facile bersaglio dell’astio di chiunque provi astio per quei trent’anni. Vera Di Lecce che probabilmente ha intorno ai trent’anni – sì, dico proprio Vera Di Lecce l’ex cantante dei Nidi d’Arac, su Wikipedia leggerete che si tratta di una band di pizzica elettronica e starete male come quando la varicella, l’art-rock sì ma la pizzica elettronica no, l’assunto per cui musica: ok va beatamente a farsi fottere e noi con lui, voglio solo tornare indietro nel tempo ma non posso, datemi SORRISONI, pietà, salvatemi, cristo dove sono le CANZONAE.

Quando avevo sedici anni una tizia mi chiese di farle una compilation con in mezzo i Nidi d’Arac, io avevo un masterizzatore e lei non ancora. Probabilmente non le feci quel disco. Al tempo, d’altronde, distribuivo ai miei amici dei cd-r con sopra una selezione piuttosto abbordabile degli Einstuerzende Neubauten, nella speranza di diffondere il verbo dell’industrial passo passo nella società italiana. Ieri mi è arrivata la mail di un’amica che, a dieci anni di distanza, mi ringrazia per uno di quei cd-r. Ed io che mi ero persino dimenticato di averglielo fatto. Trent’anni di rock italiano ci fanno dimenticare dieci anni di fede cieca nell’industrial, ci portano ad accanirci contro Vera Di Lecce alla stregua di eroinomani senza dose in uno squat. Non abbiamo mai veramente odiato nessuno. Vogliamo allora parlare del jazz italiano? Della caciara nei giardinetti? Dei punti di vista? Ricordate il vecchio adagio per cui non esistono fatti, ma solo interpretazioni? Ecco: probabilmente neanche le interpretazioni esistono, e stiamo solo affogando in un mare di parole così, a cazzo di cane.

Post gustus non est disputandum.

6 Risposte a “QUANDO DICO DISARMO CULTURALE (NON INTENDO DIRE NULLA)”

  1. tre cose:
    1) filippo facci + noisey
    2) roberto fega
    3) sui bersagli facili: continuiamo a scagliarci contro il brunori-mariantonietta-hunterhuntix-fabiovolo di turno pensando di essere la webelite dei pericolosi pensatori dell’evento musicale impossibile, malinconici paladini che sacrificano un po’ della loro felicità ed energia per schiacciare i falsi idoli e liberare EVERYFUCKINBODY in un unico abbraccio sinusoidal-rizomatico.
    evidentemente non avete mai fatto i pendolari con gente che sta andando al conservatorio. lì si parla di TAGLIARE LE MANI al nemico, di un’umanità fatta a scalini in cui forse chi ascolta i supersilent arriva al secondo partendo dal basso e i termini HANDICAPPATO e PUTTANELLA non comportano l’intervento di giornalisti del mucchio a moderare i termini. mentre noi ci facciamo di trip di distinzione alla “THOM YORKE HA ROTTO IL CAZZO”, loro hanno i radiohead nell’ipod dentro la cartella “turismo culturale”.
    e non potete riuscire a immaginare cosa dicono di allevi.

  2. premesso che non so usare i tag e gli attributi XHTML

    “pensando di essere la webelite dei pericolosi pensatori dell’evento musicale impossibile”

    no

    “malinconici paladini che sacrificano un po’ della loro felicità ed energia per schiacciare i falsi idoli”

    post gustus non est disputandum (repetita iuvant)

    “evidentemente non avete mai fatto i pendolari con gente che sta andando al conservatorio”

    è proprio qui che ti sbagli, e di grosso: con la differenza che io questa gente non l’ascolto distrattamente in un treno facendo finta di interessarmi ad altro – io con questa gente ci parlo, ci discuto, e a volte ci troviamo d’accordo su tutta la linea, e a volte arriviamo addirittura alle mani.

    Noi andavam con li diece demoni.
    Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
    coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

    (cit.)

  3. cioè tu senti parlare della gente che va al conservatorio tipo in tram e INTERVIENI? (capace che ti assumo fisso)

  4. sì, è accaduto.

    però faccio a botte soltanto con gente che conosco bene e per la quale nutro un minimo di stima. no risse occasionali.

  5. ma come cazzo ti esprimi? perfino peggio leggere te che l’autore del post originale lì in alto.
    da menarvi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.