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L’etica dei fiori

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di Massimo Balducci
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La prima sera non l’ho visto perché sono andato a sentire un violoncellista manouche al jazz club italobrasiliano di via Cartoleria.
La seconda invece ho fatto lo snob, e sono andato a ballare il liscio.
La terza sera non l’ho visto per le coinquilinarie a casa, quando tra una zuppa tailandese e un riso basmati abbiamo fatto le consultazioni finali. Ha vinto un’insegnante di yoga appena tornata dal Canada.
Per la quinta sono previste tigelle e crescentine al lago.
Ma per venerdì ci siamo organizzati. Bandierine dell’Italia, palloncini, birre pizze e twitto libero, in mezzo a trattamenti shiatsu e quadri dipinti dalla padrona di casa.
Ma soprattutto i palloncini. I palloncini colorati.
Cristo, dove sono i palloncini colorati?

Ok. Torniamo a prenderli. Questa serata non avrebbe senso senza i palloncini colorati.
Già che ci siamo andiamo anche a ordinare le pizze, visto che si sono fatte le nove e mezza, io non ho ancora mangiato niente né sentito una sola nota di Sanremo 2014. Ah, e piove da fare schifo. E non c’è neanche l’autoradio nella tua macchina (ma non le fanno più le autoradio?). E non funziona lo streaming dal cellulare (quando avrò un cellulare su cui funzioni lo streaming?).
Almeno da youtube riesci a farmi sentire uno dei pezzi, quello di Gianantonio Stella su Locri. Che così com’è mi pare un po’ una cacchiata, anche perché condensare il rapporto etica-estetica in un minuto e cinque secondi è forse impresa superiore alle sue possibilità.
Cioè, non vorrà mica dirci davvero che dove c’è il brutto (estetico) prevale automaticamente o anche solo statisticamente il disonesto (etico)? Avrei almeno 149 esempi pronti al volo per fargli rimangiare questa teoria, a partire proprio dal palco su cui parlava.

Non hai capito, dici tu. E mi fai vedere un altro spezzone, stavolta non da Sanremo ma dai Cento Passi, quello di “sei obiettivo? allora fotografami sta minchia”, quando Impastato e l’altro suo amico si fanno poi improvvisamente seri guardando la città dall’alto. Quella città imbruttita dall’abusivismo cioè dal disonesto, e in cui la mafiosità nel fare le cose è talmente consolidata da sembrare l’unico modo di fare le cose.
E la bruttezza, quella bruttezza che è tutt’uno con la disonestà da cui proviene, diventa come naturale. Così una casa abusiva, a forza di stare lì, finisce con il trovare la sua giustificazione per il fatto stesso di stare lì.
In effetti non ha mica tutti i torti. La mafia zen, non ci avevo mai pensato.

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Stella secondo me spiegava o provava a spiegare un’altra cosa, comunque intanto tu sei salita a prendere i palloncini e finalmente possiamo ripassare dalla pizzeria.
Oh, non parcheggeremo mica in divieto di sosta vero?
Hai sentito cosa dicono a Sanremo. Bisogna essere onesti. Ecco, ora possiamo anche slacciare le cinture.
Le pizze saranno quasi pronte pensiamo, quando entriamo e ci accoglie il fantasma dei sanremi passati.
Gino Paoli. Parla e scherza e canta con i vivi, ma sono tutti muti. Muto Fazio, muta la Littizzetto, muta l’orchestra e il coro, muto ovviamente il fantasma. Si sentono solo le nostre voci, che continuano a parlare dell’onestà, e del come e perché si diventa onesti. A Locri magari lo si fa per reazione, o per vocazione, proprio perché tutto intorno è mafia e tu non sei come il tutto intorno, e per contro sviluppi quasi una paranoia etica. Se invece sei mio padre magari diventi onesto perché hai un modello semplice da seguire, come mia nonna che senza nemmeno i soldi per comprare il prosciutto, lo prende a credito e segna tutto, poi appena può restituisce lira per lira, e il macellaio nemmeno controlla perché lo sa.
E quando hai la paranoia etica ti senti in dovere di pagare anche prima del tempo, proprio come noi con le pizze ora. Ma questi qui, a differenza del macellaio di mia nonna, se ne approfittano e ci fanno aspettare, noi lì seduti e il cameriere che si inventa anche qualcosa del tipo “scusate, si era decompresso il forno”. Per farci perdonare ci offre due minispriz e arachidi. Davanti a questo Sanremo senza suoni.

“Secondo te cosa starà cantando?”
“Dalla faccia non si può dire, fa sempre la stessa espressione”
“Ma di sicuro non è Quattro amici al bar”
“E neanche Matto come un gatto”
“Brutte com’erano”
“Dunque, dovremmo dire che non erano canzoni oneste?”
“E cosa c’entra”
“C’entra, perché se mi dici che la bruttezza coincide con la disonestà, e la bellezza con l’onestà, allora una canzone brutta è anche una canzone disonesta. E viceversa”
“Chiaramente non è un legame così automatico. E poi è soggettivo”
“Soggettiva la bruttezza/bellezza o la disonestà/onestà?”
“Entrambe”

Guardi il cellulare, sono le dieci e un quarto, e mi viene in mente che ho lasciato il mio sul cruscotto della macchina. Mi sa che è meglio se lo vado a prendere, hai visto mai, e ovviamente quando ritorno le pizze sono arrivate.

“Comunque, se qualcuno avesse sfondato il vetro, possiamo dire che sarebbe oggettivamente stato disonesto?”.
“Senza dubbio”
“Ecco, vedi? Allacciati le cinture”
“Ma quella delle canzoni è tutt’altro tipo di disonestà”
“Già. Forse perché nella vita tendiamo a far coincidere l’onestà con ciò che lo Stato ti dice di fare. Quindi ok, ci allacciamo le cinture. Non attraversiamo col rosso. E se non paghiamo, metti, il canone Rai…”
“Io lo pago sempre infatti”
“Pure mio padre era fissato. In teoria dovrei pagarlo perfino io, visto che basta avere un qualsiasi dispositivo eccetera. Per la legge pure io sono un evasore fiscale”

Quando arriviamo finalmente con i nostri palloncini nazionalpopolari, ci accoglie il fantasma di questo sanremo. Stavolta purtroppo l’audio c’è, ed è rap neomelodico. Ecco, ora ho sentito come suona questo sanremo. Ovviamente sono pronto a giocarmi la casa che vincerà pure, ma sarebbe troppo facile.
Sul “Non ho vinto io, ha vinto la gente” mi finisco la prima moretti a canna.
Tg1. Popcorn.

“Sai che ieri ho visto l’incontro con Grillo?”
“Beh, non è che ci fosse molto da vedere, è durato 12 secondi. E cosa hai pensato?”
“Ho pensato che beh, in quel momento mi sentivo abbastanza dalla parte di Grillo”
“Pure io, però non facciamoci sentire sennò ci danno dei fascisti”
“Non c’è Emma Bonino”
“C’è Alfano”
“La sai una cosa? Questo è riuscito a fare un governo perfino più brutto di Letta”
“Però ha vinto la gente, eh”
“Hanno televotato tutti gli iscritti pd”
“Ma sai che in confronto a questo governo, anche gli ecomostri di Locri mi sembrano più carini?”
“Chissà cosa ne direbbe Gianantonio Stella”
“Pensa un bambino che cresce avendo Alfano come ministro degli interni”
“Altro che Corleone”
“Carino però Paolo Nutini, anche se farebbe meglio a non cantare in Italiano”
“Sembrano i Vampire Weekend quando hanno cantato Con te partirò”
“Che non era Caruso”
“E’ un giudizio soggettivo?”
“Sì, ma se un giudizio è soggettivo sia mio, che tuo, che di ****** e di ******* allora si rafforza. Diventa un giudizio condiviso”
“Mi sa che ****** non è d’accordo”
“Gli ormoni sono un fattore improprio della valutazione estetica, come di quella etica”
“Ma allora non caschiamo anche noi nell’Ha vinto la gente, e confondiamo la condivisione con la verità?”
“Giusto. Mai mettere da parte la snobberia. E domattina dopo San Luca, direi che un salto alla Certosa bisogna farlo”
“E perché?”
“Meglio controllare che non ci siano danni alla tomba di Dalla, nel caso dobbiamo avvertire subito”

E per un attimo, quando vedo il nastro bianco e rosso che la circonda, penso che qualcosa gli sia successo davvero. Ma stanno solo cambiando il manto erboso. Il profilo monodimensionale che spunta dalla lapide, che è poi proprio la copertina di Dallamericaruso, è sempre lì, anche illuminato dal sole.
Chissà, chissà come saranno i sanremi futuri.
E lui mentre scriveva Cara, o Futura, era etico? O ha fatto solo qualcosa che io e te troviamo bello?
Peraltro il testo di Cara non è neanche suo, l’ha rubato.
Qui ogni sabato mattina cambiano i fiori del vaso di famiglia. Sette rose rosse.
Peccato però, sono ancora belle.

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