PAESE REALE: la mafia dell’ufficio stampa

salaparto
salaparto

Non ero ancora un giornalista musicale quando si usava spedire i demo, ma credo che in qualche modo ci fosse dietro una certa religiosità che oggi tende a saltare. La mia casella email inizia ad abbondare di dischi inviati su mediafire, dropbox, bandcamp, soundcloud e direttamente (grazie) nella casella di posta. È incredibile quanti musicisti si affidino ad un promoter per fare un lavoro che nel settanta per cento dei casi farebbero meglio per conto loro, risparmiando soldi e figure di merda. D’altra parte pure io potrei leggere la recensione su un altro sito e risparmiare tempo e figure di merda, quindi in qualche modo mi sento di dover accettare che qui ci siano forze in atto più grandi di voi e di me. Andiamo con i dischi:

BOBSLEIGH BABY – IMPROVED

A questo giro parto sparando alto, nel senso che questi vengono da Roma e fanno garage slabbrato con la tastierina, prendendo probabilmente le mosse da Cramps (che già di per sé cosa vuoi dirgli) e Birthday Party, ma con molti riferimenti ai primi anni duemila di quella roba stile Get Hustle o Love Life o Afrirampo (ok, quando canta una donna ho poca fantasia) o The Vanishing. Esce il 18 marzo e potrebbe tranquillamente stare su In The Red, per capirci.

SPUTERÒ SULLE VOSTRE TOMBE – AL PIÙ GRANDE FIGLIO DI PUTTANA CHE HO MAI CONOSCIUTO, FIRMATO MAMMA 

Per una dozzina di minuti, qualche settimana fa, sembrava il gruppo col nome definitivo e il disco definitivo. Ora che ci sto riguardando non è nemmeno più su Bandcamp, comunque era tipo poppino elettronico che svaccava al secondo pezzo.

EVACALLS – SEASONS

Una produzione che trae ispirazione dalla musica alternativa degli ultimi dieci anni (anche se le radici dei suoni sono decisamente anni ’80) ma che non vuole sentirsi rinchiuso all’interno di un genere preciso

Parentesi importante: quando è successo che venire rinchiusi in un genere preciso è diventato un incubo distopico? Quand’è stato che fare rap o death metal è diventato noioso? Risposta: mai, anche se qualcuno pensa il contrario. Tra un gruppo che mi sa dire il genere che sta suonando e un gruppo che non me lo sa dire, si sceglie il primo tutti i giorni della settimana e dieci volte la domenica. Se non c’è un nome per il genere che state suonando, al novantanove per cento vuol dire che fate schifo.

MOOSTROO – S/T

Le parole sono pesanti per scelta, fotografano in immagini taglienti una provincia disanimata che è il Paese tutto, ma puntano anche l’obiettivo su chi canta e chi ascolta. Perché mostruosi lo siamo tutti, ed è l’amore l’unico atto di resistenza che ci può salvare. Agnellismo e ferrettismo a buttare, questo nei momenti interessanti. Negli altri momenti noia generica.

FEED ME MORE – S/T

è tipo una specie di techno-metal fatto bene (cioè death fino al buco del culo con qualche tastierina ininfluente), voglio dire, questi almeno LO SUONANO un genere e lo fanno pure onestamente.

CALL ME PLATYPUS – SHAME ON

Suppongo possa essere considerato la preview di un possibile buon disco di area post-wave-qualcosa. Devono indrittirsi un attimo e trovare un’altra soluzione per il cantato (che non preveda l’inglese).

VOLDO – STEPS

Metal moderno o postcore (nel ’97 era possibile individuare una differenza che andasse oltre la copertina del disco, poi si capiva solo dalla copertina, poi anche le copertine sono diventate più o meno uguali) un po’ sporcato di math. Non chiedetemi perché ma mi ricordano un gruppo forse pugliese che si chiamava Homer e che probabilmente ricordo solo io. Il disco è OK, non so se lo pagherei otto euro.

MOPE – S/T  

Un supergruppo di Genova, con dentro gente di Vanessa Van Basten e simili. È un disco di sludge metal col sassofono, la differenza con i gruppi tipo Zu è che hanno un impianto più roots, i tempi più dritti e il disco ha una registrazione pulitissima che lo fa sembrare un po’ irritante e gli fa perdere un sacco di fascino. Però è comunque un gran disco, suppongo che live siano roba esaltante.

POZDAM – LIVE FAST DIE OFTEN

Questi si presentano nel modo giusto, nel senso che uno ti scrive dicendo “ciao sono Marco e questo è il mio gruppo postpunk da Pordenone”, e tu sei invogliato ad ascoltare la musica invece che a lanciare il portatile dall’altra parte della stanza. Non che io voglia insegnarvi come si promuove un gruppo. Il disco è una roba molto scolastica, cassa dritta a metà tra quei gruppi brit con cui facevano le playlist al Plastic nel 2005 e qualcosa di un po’ più ruspante, tipo (boh) shitgaze o Blood Brothers. Ci sono modi molto peggiori di portarla a casa.

THE GLUTS – WARSAW

Credo che esista un momento preciso in cui quello che fai smette di avere un senso di cui si possa rendere conto dal punto di vista critico, e inizia ad essere piuttosto la manifestazione di un’assenza del gusto contro cui una persona che si approccia a te non ha semplicemente gli strumenti concettuali per combattere.  Forse detta così è complicata, ma questi The Gluts hanno un disco i cui primi tre pezzi (dopo non saprei) sono roba totalmente Joy Division-wannabe, e questa nel 2014 sarebbe una pratica ignobile già di suo, senza dover per forza chiamare il disco WARSAW. Magari dopo il terzo pezzo il disco migliora, la press-sheet minaccia elementi prog.

 

 

Una risposta a “PAESE REALE: la mafia dell’ufficio stampa”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.