tema: HO SOGNATO UN GRUPPO. Svolgimento:

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Detrocboi
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Quella cosa del sognare ciò che durante la giornata è rimasto impresso non l’ho mai capita troppo, soprattutto quando si tratta dei miei sogni che riguardano la musica. Ascolto dischi praticamente tutto il giorno e non mi è mai successo di sognare i Wire o Phil Elvrum; se nei miei sogni entra la musica, lo fa introducendo corpi estranei ai miei gusti o agli ascolti più frequenti del periodo e calandoli in contesti di lisergia borderline che nel novantanove per cento dei casi sono dovuti a cene troppo pesanti e non all’uso di sostanze psicotrope, che dunque evito di usare dato che mi basta una teglia di pizza per avere certe esperienze.
Ci sarebbe il sogno in cui Keith Flint mi guidava attraverso degli scivoli gonfiabili fino ad un concerto dei Prodigy che si teneva in un negozio di fumetti, ma la mia memoria del sogno si ferma lì e comunque il binomio pizza e birra dette il suo meglio dopo i festeggiamenti per la mia laurea, un capolavoro in due tempi che includeva storia della musica con la esse maiuscola e prodotti della musica leggera italiana.
La prima parte si apriva nel contesto familiare di casa, l’urgenza di andare in bagno e la grande liberazione di una lunga pisciata, ma il mio senso di ragno pizzicava, qualcuno stava spiandomi dalla finestra del bagno. Chi poteva essere? Qualche vicino curioso o un urologo zelante e voyeurista? No. Era Mick Jagger. Mick Jagger che spiava la gente di campagna mentre era al gabinetto: le nuove frontiere della vita selvaggia del labbrone.
Dopo tutti gli eccessi, tutte le modelle e tutte le droghe ficcare il naso nei bagni altrui non è esattamente la cosa più estrema del mondo, ma vai a vedere, mi immagino Keith Richards fare di peggio.
Beccato in pieno con un fragoroso “Cazzo guardi?” Jagger si dava alla fuga tra i prati, in una versione accelerata del suo celebre passo del gallo, poteva almeno farmi un autografo.
Fine, ma la mozzarella e la birra non avevano esaurito la loro carica allucinogena e quindi, com’era logico, è partito un sogno universitario, l’ultimo scampolo di gioia di una vita con cui avevo chiuso proprio quel mattino per farmi aprire le porte dallo splendente mondo della disoccupazione esasperante prima e del precariato selvaggio poi.
Fine delle lezioni nel tardo pomeriggio, esco dal palazzo dell’Accademia con i soliti due amici ma qualcosa non va, la città è desolata, lugubre, più morta del solito.
L’aria è ferma, puzza, e il cielo ha un colore poco rassicurante persino per essere un sogno.
D’improvviso capiamo il perché, la città è piena di zombi, che per il momento si limitano ad infestare le strade, negli edifici, nelle case e nei negozi non entrano. Non sono invadenti, ma ricompensare la loro buona educazione lasciandoci mangiare il cervello non pareva una gran pensata, quindi che si fa? Una birra al bar? Una birra al bar.
Entriamo, prendiamo le bionde e proprio in quel momento l’epidemia ha un’impennata e agli zombi viene in testa che dai, dopotutto non è una cosa troppo da rompicoglioni sfondare porte e vetri per cercare di mangiare più cervelli possibile. Volevo solo una birra.
Il gruppo di zombi che entrava nel bar non era uno di quei gruppi generici di zombi con la mascella staccata e le magliette a pezzi e chiazzate di sangue, erano i Ricchi e Poveri, ancora nella formazione a quattro perché si sa, quattro zombi son peggio di tre.
Lì cominciava la parte carpenteriana del sogno, con il bar che si trasformava magicamente in una santabarbara piena di armi e caricatori da svuotare su quelle quattro carogne mugolanti e potevamo quasi vedere le nostre facce trasformarsi in quelle di Kurt Russell e Roddy Piper.
Questa parte del sogno era tutta così, grilletti pigiati e via, come in quelle pagine dei fumetti Image degli anni novanta in cui l’onomatopea degli spari, il “Budda Budda Budda”, riempiva le pagine e i disegni quasi sparivano.
Fatti fuori tre su quattro, non so bene la proporzione tra ricchi e poveri, ma in una vampata di odio di classe direi che almeno un ricco, da buon nemico, era ancora in piedi e i poveri, poveri cristi erano quelli morti per primi.
Rimaneva solo Franco Gatti, il baffo, asceso al ruolo di boss di fine livello.
Gli amici, fatta la loro parte, mi salutano ché sennò perdono il treno e io rimango lì, con le armi infinite e uno zombi coi baffi che non ne vuole proprio sapere di levarsi di culo e lasciarmi andare a prendere il treno per tornare a casa.
La sfiga è che io mi sveglio sempre sul più bello quando sogno, è più forte di me, e non saprò mai se alla fine il baffo, ormai trasformato in un grumo di piombo la piantava di rialzarsi e soprattutto se riuscivo a prendere il treno o no.

 

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