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Nevermind

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Venerdì ho comprato sia l’edizione deluxe di Nevermind che la biografia di Kurt Cobain di Tuono Pettinato (stesso titolo), uscita qualche giorno fa. Mi è capitato di curare un libro collettivo su Nevermind, ma dopo così tanti anni non mi sembra niente di che: non voglio proprio uccidermi mentre lo ascolto, ma è comunque il peggior disco dei Nirvana. Massacrato dalla produzione di Butch Vig e dal mixaggio non voluto di Andy Wallace, etc etc etc: tutto a posto.

Il libro di Tuono Pettinato è bello in maniera quasi sconvolgente. Non usa nessun trucco particolare, a meno che non vogliate chiamare “trucchi” il punto di vista e il modo di raccontare/disegnare di Tuono Pettinato, uno che lavora da almeno quindici anni allo stesso modo migliorando di continuo. In un libro di Tuono Pettinato a un certo punto capita sempre che c’è una vignetta, una riga di testo, uno sfondo o un colpo di pennello che ti scoperchia la mente e ti inchioda ai tuoi ricordi, all’infanzia o all’adolescenza o quel che era. Succede sempre.

E così è uscita a galla quella volta. Avevo Nevermind in casa da diverso tempo e lo ascoltavo progressivamente rimettendo le mie tracce preferite, l’unica cosa che sapevo era che quelle calme mi piacevano di meno. Mio fratello mi aveva dato la sua cassetta originale perchè a parte Come As You Are pensava non ci fosse niente di buono, figurarsi. Insomma, sono in casa da solo un pomeriggio di quelli che fa buio presto e decido di spararlo forte dal mangianastri, tutto dall’inizio alla fine, mentre sto lì a cercare disperatamente di disegnare qualcosa che somigli a Wolverine. Mi alzo solo per cambiare lato, appena finisce. L’effetto globale è bellissimo, ma è il modo in cui cala sul finale a farmi fuori. La penultima canzone si chiama On a Plain e finisce un po’ sfumata. Poi c’è una chitarra classica nuda e a volume basso che fa tre o quattro giri e poi la voce del tipo sussurrata che io una desolazione e un silenzio così non li ho sentiti neanche quando stavo dentro la chiesa vuota prima del catechismo.

La canzone si chiama Something in the Way, che è l’unica cosa che riesco a capire del testo con le conoscenze di inglese di cui dispongo all’epoca. Oggi probabilmente riesco a comprenderne alcune righe di testo che allora non mi sarebbero mai state chiare, o forse nemmeno ora mi è dato. Il fatto di registrare quella canzone in quel modo a quel volume e metterla alla fine del disco, capisci che è un effetto drammatico ricercato dall’inizio alla fine. Nel ritornello partono gli archi e molto di quell’effetto si perde, ma credo che si sia in tanti a pensare che il miglior minuto di Nevermind sia il primo minuto di Something in the Way ascoltando il disco senza barare. Forse ho pensato già ai tempi che quel cantante non stava bene.

Ecco, insomma, il libro è in libreria e consigliarvelo è quasi arrogante.

Una risposta a “Nevermind”

  1. i primi trenta secondi di territorial pissing (e anche gli ultimi 30 e praticamente tutto quello che c’è nel mezzo), mi sembravano il momemento signature del disco.

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