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Il miglior disco dei Blur

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Non ho ancora ascoltato il nuovo disco di Damon Albarn perchè mi sembra un musicista poco interessante. Non è una teoria, è una mancanza di interesse per il soggetto. Mi sono sentito certe sue stronzatine da solo, quella roba del Mali e The Good the Bad and the Queen, ma non ci ho tirato fuori niente che mi facesse rimanere in tiro dopo i primi tre pezzi. Poi mi è successo che mentre la reputazione dell’uomo si ingigantiva, con en passant tutte le reunion sold-out messe insieme con quell’inclinazione tipo stavolta e poi basta, mi trovavo sempre più angosciato e depresso a riascoltare gli ultimi dischi dei Blur; di Think Tank ho sempre avuto una brutta opinione, ma una volta credevo che Blur e 13 fossero la roba che li aveva resi il miglior gruppo britpop di sempre.

Stocazzo. L’ho scoperto qualche anno fa, così per caso, ripescando nelle colonne dei disastri e dei dischi che possedevo ma non avrei rimesso su neanche morto: ho dato una ripassata a Parklife ed è stato come se mi si aprisse una voragine nel cervello. Da allora lo tengo non dico sempre a portata di mano, ma non lo perdo mai di vista e tutte le volte ci tiro fuori almeno del buon tempo assieme. Nel guardare in giro per internet scopro che domani Parklife compie 20 anni tondi (non li dimostra). Mentre abbozzo pensando a quanta cazzo di roba figa compie 20 anni nel ’94, lo riprendo in mano e lo ascolto per un’altra mezz’oretta almeno. Auguri.

3 Risposte a “Il miglior disco dei Blur”

  1. Io trovo Damon Albarn un musicista interessante e un cantante sensazionale, mi piace la sua voce e l’interpretazione dei brani, soprattutto quelli più malinconico/fatalisti. Mi piacciono parecchio Mali Music, The Good, The Bad and The Queen, mi diverte perfino Democrazy, quindi non sono proprio attendibile. Detto ciò, Parklife è senza dubbio la cosa migliore che ha fatto.

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