Neutral Milk Hotel, Anna Frank, la peste e gli zombie.

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Qualche tempo fa i ragazzi di Flying Kids hanno iniziato a mettere insieme un libro collettivo sull’indie rock ’80 e ’90. Ognuno ha preso un gruppo e ha scritto il pezzo che preferiva. Il libro verrà pubblicato il 21 maggio, si intitola Non ti divertire troppo. In copertina c’è un disegno di Guy Picciotto sul canestro fatto da Zerocalcare. Quello che state per leggere è il primo estratto del libro, parla dei Neutral Milk Hotel ed è scritto da Capra.

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Se ti ascolti di volata il disco In the aeroplane over the sea capisci subito che con ottime probabilità si tratta di un disco di fricchettoni. Se ti leggi i testi, la probabilità si fa quasi certezza. Scoperta della sessualità, acqua, cime di montagne e cime degli alberi, fiori carnosi, sole e sempreverdi e primavera, musica che risuona nelle strade, la Terra vista da una stella, ceneri che da un aeroplano cadono verso il mare e accenni a una religiosità messianica non troppo classificata.
Tutto tenderebbe verso, ma non tutto.
Perché c’è anche una forchetta piantata in una spalla, un cervello che sprizza fuori dalla testa, una ragazza “nata in una bottiglia-razzo nel 1929”, “l’unica ragazza mai amata”, “nata con le rose negli occhi” e “sepolta viva una notte del 1945”, e “il fantasma di Anna tutto intorno”: “Anna’s ghost all around / hear her voice as it’s rolling and ringing through me / soft and sweet / how the notes all bend and reach above the trees”.

La sua voce attraverso la mia. “Sua” è riferito ad Anna Frank.
Non si tratta di una dietrologia forzata. I riferimenti sono chiari, e pure palesati da Jeff Mangum (che è quello che nella band faceva i pezzi) in interviste e ai concerti del tour.
È interessante questa roba? Sì.
Le due figure, dell’io narrante e di Anna Frank, si mescolano, e i reciproci ricordi a volte si confondono e a volte si staccano. L’adolescenza di Jeff diventa l’adolescenza di Anna, assieme a storie di scoperte del corpo, di liti in famiglia, di fantasmi.
Importante: l’album viene scritto ad Athens, una città della Georgia, dove tutta la band e rispettive compagne e sicuramente un fracasso di fattoni si sono ritirati (freak alert!) a vivere in una casa fuori città.
Ci interessa sapere che il pezzo “Ghost” è stato scritto perché pensavano che ci fosse un fantasma nel bagno? Andiamo su.
Quello che interessa davvero è che fare un disco, una ventina d’anni fa, poteva significare entrare in quarantena. Cercare un isolamento, o esserci costretti. In una sorta di bilanciamento interno-esterno, un contagio che non deve trapelare nel mondo, e un mondo che non deve interferire col contagio.
Questa cosa c’entra con Anna Frank, e il suo soffitto sul canale Prinsengracht di Amsterdam.
Ed entrambi c’entrano con la peste, e il raccontare la peste.

Prima descriverò come un lager sia affine ad una città colpita dalla peste, poi parlerò degli appestati come zombie, infine come si può parlare della peste e tutto il resto e che senso possa avere.
Andiamo a vincere questa partita.

Il campo aveva l’aria di aver subito un’epidemia: vuoto e morto.
E. Wiesel, La notte

Partiamo dal contagio.
«L’Ebreo non soltanto è impuro e contamina con il suo stesso contatto, ma impuro è tutto quanto gli appartiene o partecipa alla sua vita. […] I tribunali distribuiscono senza economia pene di prigione e reclusione per contaminazione razziale (fin dal 1936 Streicher giudicava queste sanzioni insufficienti e chiedeva l’introduzione della pena capitale: il suo desiderio venne esaudito nel 1939) e la giurisprudenza specifica che baci e semplici contatti corporali costituiscono reati di contaminazione razziale: “La contaminazione razziale è un crimine peggiore dell’assassinio!” proclama un presidente di tribunale a commento del proprio verdetto.» (Poliakov 1955: 26)
L’ebreo contagia. Questa era la minaccia, il suo peccato peggiore. L’ebreo era il flagello da cui difendersi, il morbo che andava estirpato. L’ebreo era il capro espiatorio.
Ne L’uovo del serpente (1977) di Bergman, la lettera del fratello ebreo suicida dice: «Un flagello sta per abbattersi su di noi.» Non l’avete visto? Guardatelo.
Speer riceve in confidenza dal suo amico Hanke – che, ve lo dico se volete fare i belli durante una cena, era pure il Gauleiter della Slesia – un chiaro avvertimento riguardo ai lager: «Mi chiese di non accettare mai l’invito a visitare un campo di concentramento nel Gau dell’Alta Slesia. Mai, per nessuna ragione. Aveva visto uno spettacolo che gli era vietato descrivere e che non era neanche capace di descrivere.» (Todorov 1992: 135).
Tucidide per la peste di Atene usa le medesime parole. (Primi stupori)
Nel verbale stenografato di una riunione del Consiglio dei ministri del 12 novembre 1938 leggiamo:
«Goebbels:  Poi bisogna impedire che gli Ebrei vadano in giro pavoneggiandosi per i giardini pubblici tedeschi. Segnalo a questo proposito la propaganda mormorata dagli Ebrei nei giardini del Fehrbelliner Platz. Ci sono degli Ebrei che non hanno l’aria di esserlo; si siedono vicino alle madri tedesche e ai bambini tedeschi e cominciano a borbottare lamentele contro di noi e ad appestare l’aria» (Poliakov 1955: 44)
Ha davvero detto “appestare”? Pazzesco.
Attenzione. Per par condicio ci tengo a sottolineare che:
«I movimenti totalitari moderni, di destra come di sinistra, hanno mostrato una tendenza particolare – rivelatrice – a servirsi di immagini di malattia. I nazisti proclamavano che la persona di origini “razziali” miste era come un sifilitico.» (Sontag 1992: 77)
Insomma, la razza inferiore contamina, perciò dapprima si procede con l’evitare ogni contatto, camminare in zone separate delle strade, vietare l’ingresso in negozi e servizi per ariani, ecc; poi, con il rinchiudere i veicoli del contagio in zone delimitate e dominabili: prevenzione cautelativa.

«Nelle grandi città i ghetti furono cinti da mura; in altre località si trattava di quartieri delimitati, all’ingresso dei quali stavano cartelli in lingua tedesca che avvertivano: “Pericolo d’epidemia; potete entrare a vostro rischio e pericolo!”» (Poliakov 1955: 67)

L’isolamento del ghetto insomma è una quarantena (proprio come avevo detto all’inizio!) dove manca il cibo, le forze vengono meno e dove si vive un’ininterrotta sfida con quello che ci si ritrova ad essere ma che, prima della peste, non si sospettava minimamente di poter essere.
«Una fame rabbiosa e nuovi pericoli a ogni istante incombevano sugli abitanti del ghetto: la lotta per la vita era diventata lo scopo essenziale della loro esistenza. Condizioni di questo genere sono propizie per mettere a nudo la natura più intima degli uomini, per far cadere le maschere convenzionali, esacerbando i conflitti di ogni specie, accentuando i contrasti.» (Poliakov 1955: 134)
Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona “a chi ha sarà dato; a chi non ha, sarà tolto”. Nel lager, dove l’uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, le legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti. (Levi 1999: 80)
Il ghetto ha poi alcune caratteristiche di un enorme lazzaretto a cielo aperto: «Decine di disgraziati morivano nelle strade; i passanti ricoprivano frettolosamente i cadaveri con giornali, in attesa che il carro delle pompe funebri venisse a raccoglierli.» (Poliakov 1955: 127)
Tra gli appunti di Mary Berg riguardo la vita nel ghetto si legge, nei giorni 1-2 ottobre 1942:
«Di giorno le strade sono quasi deserte, si ha un po’ di circolazione solo alle sei del mattino, quando la gente va a lavorare. […] Gli ebrei sentono di continuo su di loro l’ombra della morte, ma ciascuno pensa, malgrado tutto, di avere qualche possibilità di sfuggire. […] I mariti sono stati separati dalle mogli e dai bambini, i bambini dai genitori, e ciascuno alloggia dove riesce a trovar posto.»
Nel ghetto, come nel lager, non si potevano ricevere pacchi, l’esilio era ineludibile (o quasi), la sensazione di chi vi abitava era di trovarsi completamente sperduto e perduto. L’abbandono. Se si volesse riassumere in 10 parole quello che succede quando una città viene presa dalla peste, direi queste: paura, inquietudine, fobia, follia, smarrimento, mestizia, crudeltà, morte, innocenza. E abbandono. (Sembrano paroloni vuoti, non credo sia così, ora non c’è spazio, ma se non ci credi ho un centinaio di titoli nella bibliografia completa e te li passo)
E i lager sono città: con prigioni, cliniche, bordelli, strade,… in uno dei campi c’era persino uno zoo. E dei monumenti: oggi i turisti si fanno fotografare davanti ai forni crematori.

Detto ciò, aggiungiamo un tassello a questo simpatico paragone lager-peste.
Al pari della peste, la politica nazista mirava a spersonalizzare i propri reclusi.
Una legge del 26 agosto 1938 sanciva che ogni ebreo doveva prendere il nome di Israele e ogni ebrea il nome di Sara.
E come sappiamo bene fin dalla terza elementare, al posto del nome ai detenuti viene invece dato un numero. «E il nome è il primo segno distintivo dell’individuo. […] Uccidere due persone è in un certo senso più difficile che ucciderne duemila: un numero elevato finisce quindi col fare lo stesso effetto. “Li ho raramente visti come individui. Era sempre un’enorme massa”, dichiara Stangl. (Continuiamo tutti a reagire così all’annuncio di migliaia di morti; la quantità depersonalizza le vittime e automaticamente ci depersonalizza: una morte è un dolore, un milione di morti un’informazione)» (Todorov 1992: 176-7)
Ci piazzo pure una citazione da uno dei testi dei Neutral Milk Hotel che non guasta in un pezzo sui Neutral Milk Hotel:

And I know they buried her body with others / her sister and mother and 500 families / and will she remember me 50 years later / I wished I could sav her in some sort of time machine – Oh Comely

Salto indietro di 50 anni circa: a Buchenwald un altoparlante scandiva: «Ogni Ebreo che desideri impiccarsi è pregato di avere la cortesia di introdurre nella bocca un pezzo di carta recante il proprio nome al fine di poter procedere all’identificazione» (in Poliakov 1955: 40)
A tal pro, un progetto che Himmler tentò di mettere in opera più volte, ma non riuscì mai a portare a compimento, era quello di «giungere alla “soluzione finale” collettiva, non attraverso una soppressione fisica sanguinosa e immediata, ma per mezzo della sterilizzazione o castrazione in massa: così da ottenere l’estinzione efficace della razza ebraica in forma più lenta, ma parimenti sicura.» (Poliakov 1955: 337).
Non più uomini ma automi. (Sto per introdurre un nuovo tassello, non lasciamoci proprio adesso.)
Il film Il grande uno rosso (1980) di Samuel Fuller riesce a mostrare in maniera eloquente questo automatismo spersonalizzante di un manipolo di soldati – macchine da guerra – che, sul finale, si ritrovano, in Cecoslovacchia, alle porte dei campi, dove sopravvivevano altri automi come loro, solo più magri e disperati. Non l’avete visto? Guardatelo.
L’imperativo principe era: obbedire. Condizione mentale cui non soggiacevano soltanto i condannati a morte, ma sotto la cui egida rientravano tutti: deportati e guardiani.
«L’atteggiamento di docile sottomissione spersonalizza chi vi si assoggetta trasformandolo in un puro ingranaggio di una immensa macchina» (Todorov 1992: 183)
«I popoli adorano l’autorità» (Baudelaire 1970: 46), taaac.
E l’autorità dei regimi è il compimento della hybris dell’uomo.
Tra le massime del Mein Kampf  si annoverano: “le masse sentono cose forti e nettamente definite”; “alla gente piace essere comandata”; “vuole un insegnamento intollerante”; “detesta i dubbi”; “soffre pochissimo le beffe più impudenti”.

Le fosse comuni sono l’ultimo passaggio.
Morte senza lapide, senza memoria, senza il proprio spazio vitale (sic!). Morte senza dignità. Morte oscena (letteralmente). Morte che accomuna: unico tratto distintivo dell’essere umano. E unico tratto distintivo dall’automa.

Omnia denique sancta deum delubra replerat / corporibus mors exanimis oneratque passim / cuncta cadaveribus caelestum templa manebant, / hospitibus loca quae complerat aedituentes  (Lucrezio, De rerum natura,VI 1272-75)

Obbedire. La giustificazione di tutti i passaggi intermedi: “Stavo obbedendo agli ordini”. Leggi: automatismo. Nel senso di: conservazione della specie. In particolare della propria specie singolare. Come i batteri e i virus.
Il fatto che i vampiri trasmettano la peste getta un’ombra curiosa sulla faccenda.
Il Nosferatu di Murnau porta con sé un’epidemia di peste verso l’Olanda, e sarà solo il sacrificio di una vergine a stroncare il suo diffondersi.
Il Nosferatu di Herzog è accompagnato da un’orda di undicimila topi che stillano contagio nel loro vorace accumularsi in ogni angolo di una piazza mollemente agghindata da ultimo giorno sulla terra.
«Il vampirismo è contagioso» afferma l’eremita del convento nel racconto I Vurdalak di Alekséj Tolstòj.
Nosferatu significa non-morto. I cadaveri dissepolti di uomini ritenuti vampiri presentavano corpi ben imporporati dal rossore di una salute traboccante.
Il vampiro è un non-morto votato all’immortalità.
Chi viene morso da un vampiro diventa come lui: uno zombie.
È un personaggio sofferente, castigato nella sua non vita ibrida e notturna.
Il Nosferatu di Herzog – Klaus Kinski – incarna perfettamente questa solitudine esistenziale: ha i tratti di inespiabile inquietudine dell’appestato: di chi ha contratto il morbo e ne vive smarrito l’isolamento.  Non l’avete visto? Sciocchi.
Caratteristica degli zombie è di camminare tutti nella medesima direzione, pur senza comunicare l’uno con l’altro. E senza potersi mai voltare indietro. Imboccata una strada, quella rimane fino alla fine. L’unica strada – l’unica finalità – è quella del contagio.
Come per i batteri: conta solo la conservazione della specie.
Se la peste scatena negli uomini un egotismo irrefrenabile, ci rivela che in ogni natura suppura, da sempre, l’istinto più ovvio: quello della sopravvivenza. E la città appestata perciò si trasforma in un’orda di zombie incomunicanti, eppure precisi e omologhi, dove è salda e presente, nella testa di tutti, la rotta da prendere.
Nel film di Romero La terra dei morti viventi (2005), gli zombie vengono chiamati “appestati”. Va visto eh.
Zombie sono i reclusi, zombie sono i guardiani. Zombie sono i salvati.
«Chi è stato contemporaneo ai campi è per sempre un sopravvissuto: la morte non lo farà morire.» (Blanchot 1990: 163)

La Peste. Ho scelto il dominio e ora sapete che è cosa più seria dell’inferno. […] Ed era fatto piuttosto bene, e non mancava l’idea; ma non c’era tutta l’idea… Se volete la mia opinione: un morto rinfresca, ma non rende. In una parola: non vale uno schiavo. L’ideale è di ottenere una maggioranza di schiavi vivi con l’aiuto di una minoranza di morti ben scelti. Oggi la tecnica è perfetta. (A. Camus, Lo stato d’assedio)

Zombie dentro e zombie a controllare quindi. E chi stava fuori? Inerzia.
Anna Politkovskaja scrive queste parole sull’acquiescenza dell’opinione pubblica russa nei confronti della condizione dei ceceni.
«E la società? E il popolo? In linea generale non ci sono slanci di compassione né proteste sociali che le autorità si sentano in dovere di prendere in considerazione. Al contrario, la società perversa reclama ancora una volta benessere e tranquillità al prezzo della vita altrui. Ed elude la tragedia del Nord-Ost preferendo credere al lavaggio del cervello di Stato anziché alla parola di un vicino che è stato tenuto in ostaggio.» (Politkovskaja 2003: 146)
Di nuovo la storia. Putin usa il medesimo motto di Stalin (che è un motto evangelico!): “Chi non è con me è contro di me”.
La collettività è assuefatta, come drogata, e…. vampirizzata! Punto esclamativo!
Ora parte una citazione da un libro bellissimo che cerco di comprare da circa 10 anni e mai lo trovo: «L’autorità esercitata dal vampiro è una forma di carisma, quel potere che consente al capo di inibire la volontà dei suoi seguaci e di indurli a sacrificarsi a vantaggio delle sue mire personali. Hitler, come abbiamo già rilevato, vedeva le masse come femminili: la capacità di insinuarsi nella mente di un popolo e di convogliarlo verso un certo fine è una forma di seduzione sessuale. Politica e teatro erano interconnessi già da molto prima dell’età dei mass media. L’attore dotato di presenza scenica e di intrinseca autorità domina le platee. L’oratore “affascinante” è quello che opera, alla lettera, un incantesimo. Egli “cattura” l’attenzione. Il pubblico è “avvinto” o “soggiogato”, vale a dire asservito (dai vincoli o dal giogo della schiavitù), quando nessuno muove un muscolo né chiacchiera col proprio vicino, e c’è un tale silenzio “che si sentirebbe volare una mosca”. Le metafore di sesso e di potere si sprecano a riguardo delle esibizioni di attori e di politici. L’oratore ha il dominio della dimensione della comunicazione visiva. Tutti gli occhi sono fissi su di lui, come ipnotizzati. Il pubblico è rigettato nell’immobilità e nel mutismo, che sono da sempre le armi in possesso del demone.» (Paglia 1993: 444)

Hitler era il capocomico che seduce e soggioga. Chi segue True Blood ha qualche immagine in più.
Per Agostino il teatro era un fetido bubbone. In tempo di peste i teatri londinesi furono chiusi.
«Indubbiamente le voci dei nemici dei teatri si facevano più stridenti, urlando che Dio aveva mandato la peste perché Londra fosse punita dei suoi peccati, e soprattutto della prostituzione, della sodomia e della recitazione» (Greenblatt 2005: 255). Abbiamo fatto un salto indietro di circa 4 secoli, tra True Blood e Shakespeare, giusto per.
Il potere totalitario, in questo senso, è una messa in scena: poggia solo su se stesso.
Tautologia irrefrenabile che non lascia scampo. Sipario.
Anche in questo caso la peste nel lager proviene dalla peste di fuori, quella dello stato: al vampirismo dei detenuti fa da specchio il vampirismo delle masse.

Tassello numero tre (ho messo un numero a caso).
Animalità. L’aspetto che forse maggiormente atterrisce nei campi è la ricerca indefessa dell’animalità del proprio capro espiatorio. Più è capro e più è espiatorio. [Ma con una premessa basilare: e cioè che «né la tortura né lo sterminio hanno un benché minimo equivalente tra le bestie.» (Todorov 1992: 123)]

Ormai non mi interessavo ad altro che alla mia scodella quotidiana di zuppa, al mio pezzo di pane raffermo, il pane, la zuppa: tutta la mia vita. Ero un corpo. Forse ancora meno: uno stomaco affamato. Soltanto lo stomaco sentiva il tempo passare. (E. Wiesel, La notte)

È la stessa nostra umanità che ha prodotto Auschwitz o Kolyma, giusto qualche generazione fa, e dell’umanità sono parte inestricabile: la bestialità degli stermini non è ferina. Eppure, il rigetto spirituale che istilla, ci costringe a dire, in un qualche modo, che non è neppure una bestialità umana. Un aggettivo sensato potrebbe essere: innaturale.
Nel Decameron Boccaccio scrive che gli uomini si ritrovano ad essere come animali perché muoiono «indifferentemente». Rendere i deportati degli animali è la causa, e il sintomo, del tentativo del lager di generare indifferenza.
«Goering: Benissimo; metteremo a disposizione degli Ebrei una parte della foresta. Alpers avrà cura di farvi arrivare le varie specie di animali che assomigliano maledettamente agli Ebrei: il cervo, per esempio, ha il naso adunco come loro» (Poliakov 1955: 44), e risate attorno al tavolo.
Le baracche dei campi sono edifici che potrebbero essere «scuderie», dice Resnais in Notte e nebbia (1960). Guardare!
Ricerca disumanizzante che trova la sua tragica perfezione esiziale nell’uso del gas – originariamente utilizzato per i parassiti.
«Molti parassiti, cimici, ecc., infestavano le antiche caserme di Auschwitz e, per distruggerli, si era ricorso a comuni mezzi di disinfestazione. Un fornitore della Wehrmacht, la ditta “Testa”, consegnava un gas a base di acido prussico, brevettato come “Cyclone B”; sul posto se ne trovava un ingente quantitativo. Date le circostanze, l’idea di applicare quei gas ad esseri umani per sopprimerli, non esigeva probabilmente un eccessivo sforzo intellettivo.» (Poliakov 1955: 270)
La propaganda nazista mirava a sottolineare questa sottospecie biologica degli ebrei.
Erano cani, scimmie, maiali. Quando erano di buonumore l’ebreo diventava una “forma di transizione tra l’animale e l’uomo nordico”.
La faccenda non cambia molto se ci si sposta alle purghe comuniste degli anni ’30: nel linguaggio sovietico di allora si usavano espressioni del tenore di “ai cani, una morte da cani”, “schiacciamo il canagliume”, etc.
Attualmente in Russia un epiteto con cui si può tranquillamente appellare un ceceno è “lurido topo di fogna”.
Non solo gli ebrei, anche gli Slavi andavano trattati come bestiame. E persino gli Alsaziani, tuonava Himmler, «sono un popolo di maiali».
E come coi maiali, non si buttava via nulla. Dai cadaveri dei campi: capelli per fare tessuti, ossa per fare concimi, corpi per fare saponi, epidermide per fare fogli da disegno. I filmati degli eserciti alleati al loro arrivo nei campi ci mostrano capannoni enormi in cui erano stivate montagne di capelli, montagne di orologi, montagne di denti.
Sempre in Notte e nebbia vediamo dei cadaveri che si confondono in mezzo a cataste di legna: i crani bianchi delle salme sembrano sezioni di tronchi di abete.

Ma l’animalità non è generalizzata e senza distizinzioni. Todorov ama ripetere che “Se non c’è scelta, non c’è morale”. Eppure, anche nei campi, a pochi passi dall’estremo, là dove si perde la possibilità di scelta, ci sono stati uomini in grado di scegliere tra l’automa e l’essere umano.
«Jorge Semprun, superstite di Buchenwald, scrive: “Nei lager l’uomo diventa un animale capace di rubare il pane di un compagno, di spingerlo verso la morte. Ma nei lager l’uomo diventa anche un essere invincibile capace di condividere fino all’ultima cicca, fino all’ultimo pezzo di pane, fino all’ultimo respiro, per sostenere i compagni”» (Todorov 1992: 43)
Sono due, essenzialmente, i modi in cui la logica disumana dei campi viene scalfita: o con il sacrificio eroico, o con l’altruismo quotidiano.
“L’insurrezione non è stata che un modo di scegliere la nostra morte”, dicono gli insorti del ghetto di Varsavia, «ma la differenza tra lo scegliere la propria morte e subirla è immensa: è la stessa che distingue l’essere umano dagli animali. Scegliendo la propria morte si compie un atto di volontà e si afferma così la propria appartenenza al genere umano – nel senso pregnante del termine.» (Todorov 1992: 21)
Sette sono state le persone che hanno aiutato la famiglia Frank e gli altri 4 esiliati nell’alloggio segreto durante di due anni di reclusione volontaria.

Il mondo, in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire.
A. Camus, Il mito di Sisifo

Pare incredibile, ma mi avvio già alla conclusione.
La vicenda de La peste di Camus è semplice e abbastanza nota.
E, credo, altrettanto noto è l’intento di «esprimere il soffocamento di cui tutti avevano sofferto, l’atmosfera di minaccia e di esilio in cui erano vissuti durante la guerra, dare un’immagine di coloro che avevano avuto in essa la parte del tormento silenzioso e morale. Propositi confermati in una lettera a Roland Barthes dell’11 giugno 1955, in cui si legge che il contenuto evidente del romanzo è la lotta della resistenza europea contro il nazismo.» (Vetturini 2003: 21) Se non era noto, ora lo è.
Camus definisce la peste, e lo fa in maniera definitiva.
L’aggettivo definitivo conserva, credo, un certo spettro di significati che vanno messi tutti assieme sul desktop.
È definitivo ciò che non merita più ulteriori modifiche o miglioramenti. Definitivo appartiene a definire, e perciò a definizione, e cioè: recintato, incasellato, spiegabile?, conoscibile. Ma definitivo non manca neppure di lasciar odorare un vago sentore escatologico, una prospettiva di sbieco sulle cose ultime, una risoluzione che sposta l’accento sul sempre. 
L’esilio della città di Orano (la città della peste di Camus) è un esilio specifico, e definito. Ma quest’esilio coartato dalla peste, se sfaccettato negli uomini che la vivono, nei personaggi che Camus avvicina, diventa un esilio metafisico.
La peste di Camus è grande perché parla della peste di sterminio, e perché parla della peste.
«Il romanzo di Camus non è, come a volte si sostiene, un’allegoria politica in cui lo scoppio della peste bubbonica in una città portuale del Mediterraneo rappresenta l’occupazione nazista. La peste di cui scrive non è punitiva. Camus infatti non eleva protesta contro nulla, né contro la corruzione o la tirannia e neppure contro la mortalità. La peste non è altro che un avvenimento che serve da modello, l’irruzione della morte che conferisce alla vita un senso di gravità. Il suo uso della peste, più epitome che metafora, è insieme distaccato, stoico, consapevole – non comporta un giudizio e non lo sollecita.» (Sontag 1992:  146-7)
Nessun giudizio, vero. Ma Camus sceglie di essere morale.
«Quando scoppia una guerra, le gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida.” E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni.» (Camus 2004: 30, da cui tutte le citazioni che seguono)
La peste è la storia di un medico, Bernard Rieux, e delle persone che incontra durante il disastro. Rieux riesce a darsi tutte le risposte possibili, di fronte al male. Quelle impossibili, non se le pone. Sarebbe insensato. È un romanzo dove le persone si parlano sul serio. Dove i personaggi arrivano a conoscersi, e il lettore li può conoscere. Io li conosco.
C’è comunicazione. Ed è una comunicazione che nasce assieme al male.
«Ho avuto un bel dirgli che la sola maniera di non esser separato dagli altri era, dopo tutto, avere una buona coscienza; mi ha guardato malamente e mi ha detto: ‘Allora, a questo patto, nessuno è mai con nessuno’. E poi: ‘Lei può ancora andare, glielo dico io; la sola maniera di mettere insieme le persone è ancora mandargli la peste. Ma si guardi intorno!’» (Camus 2004: 150)
Chi ha vissuto l’ultimo terremoto nella bassa modenese legge questa frase sorridendo.
Se è impossibile avere una «buona coscienza», non è tuttavia impossibile «non esser separato dagli altri».
Leopardi, nel La ginestra, usa parole che Camus sicuramente ha ripetuto a memoria un sacco di volte: «E quell’orror che primo / Contra l’empia natura / Strinse i mortali in social catena»
Davanti all’orrore, davanti all’immotivata peste, che è peste che non punisce e non giudica, non flagella e non castiga, Rieux non cerca faziose eziologie, o definizioni calzanti.
Rieux si mette il camice.

«“Lei crede in Dio, dottore?”
Anche questa domanda era posta con naturalezza, ma stavolta Rieux esitò.
“No, ma che vuol dire questo? Sono nella notte, e cerco di vederci chiaro. Da molto tempo ho finito di trovare originale la cosa”.
“Non è questo che la divide da Paneloux?”
“Non credo. Paneloux è un uomo di studio, non ha veduto morire abbastanza: per questo parla in nome d’una verità. Ma ogni piccolo prete di campagna, che amministra i suoi parrocchiani e ha sentito il respiro dei moribondi, la pensa come me. Curerebbe la miseria prima di volerne dimostrare la perfezione”.» (97)

Quando a Marek Edelman, ebreo di Varsavia sopravvissuto alla Shoah, viene chiesto perché ha scelto la professione di medico, lui risponde: «“Come medico posso essere responsabile della vita umana”. “Ma perché vuoi esserne responsabile?”. “Probabilmente perché tutto il resto mi pare meno importante”» (Todorov 1992: 25)
Se c’è un senso di fronte al male senza senso, che sia la peste o la guerra o la morte di una figlia, «di fronte all’assurdità quotidiana dei campi di concentramento», se c’è qualcosa che spolvera via un po’ di quella assurdità, se si cerca un gesto con cui recuperare un po’ di perfezione, «aiutare una persona, o semplicemente far caso ad essa, è un atto ricco di senso.» (Todorov 1992: 88)
Se chiedessimo a Riuex dove trova le sue risposte, ci direbbe che «Semplicemente, quando si è medici, ci si è fatta un’idea del dolore e si ha un po’ più di fantasia.» (31)
Farsi un’idea del dolore: non trascurarlo, non essere distratti.
Farsi un’idea. Non ignorarlo.
«La nostra cronaca volge alla fine. È tempo che il dottor Bernard Rieux confessi di esserne l’autore; […] Chiamato a testimoniare» (230)
Rieux è scrittore. Cioè è qualcuno che ha un «po’ più di fantasia» per poter parlare del dolore.
Per dare qualche risposta, fin dove si può. Oltre, è questione di perfezione. Di cui non si è capaci. Perché non ne si è padroni. E per cui bisogna rassegnarci. Ma senza risentimento. Con umiltà vigile. Attiva.
«Chi desidera ma non agisce, alleva pestilenza», è uno dei Proverbi dell’inferno di Blake. (Blake 2006: 107)
Camus ci dice che gli uomini devono essere medici.
E gli scrittori, per essere medici, devono essere inviati speciali.

Non dimentichiamo, dopo tutto, che se Edipo può fare quel che ciascuno (dicono) si limita a desiderare, ciò avviene perché un oracolo ha narrato in anticipo che un giorno avrebbe ucciso il padre e sposato la madre: senza oracolo, niente esilio, dunque niente incognito, dunque niente parricidio, dunque niente incesto.
G. Genette, Figure III

C’entra qualcosa con Jeff Mangum e il suo disco fricchettone?
Un po’ penso di sì. Quando in “Oh Comely” scrive: “And I know they buried her body with others / her sister and mother and 500 families / and will she remember me 50 years later / I wished I could save her in some sort of time machine” penso abbia lo stesso medesimo scopo.
E ancora: “Hear her voice as it’s rolling and ringing through me / soft and sweet / how the notes all bend and reach above the trees
La sua voce attraverso la mia, cinquant’anni dopo, il racconto, macchina del tempo, un tentativo di salvare qualcosa dal disastro, la scrittura del disastro.

Sto mettendo a fianco i Neutral Milk Hotel e Camus? No.
Però è affascinante questo voler incorporare il diario di una sopravvivenza al proprio disco.
Che però è il diario di un fallimento. Anna Frank muore nel marzo del 1945 nel campo di Bergen-Balsen, tre settimane prima che il campo fosse liberato. Il loro nascondiglio posto sopra la ditta del padre viene scoperto nell’agosto 1944, dopo due anni di segretezza. Degli otto che questo posto aveva ospitato, solo il padre di Anna, Otto Frank, sopravvisse ai campi e si prese poi cura di dare alle stampe il diario.
Un diario che leggi con la morte nel cuore, scritto da una ragazza in un’età che tutti noi davanti a queste righe abbiamo vissuto, e superato. Un diario che – come ogni libro -, è destinato a finire, ma a finire diversamente.
In the aeroplane over the sea è il canto del cigno dei Neutral Milk Hotel. L’ultimo disco che si poteva comporre, in perfetta sintonia con questa ricerca ineluttabile (letteralmente: che non può essere priva di lutto) di voler cantare una storia senza lieto fine.
Ma la mancanza di un lieto fine non ha mai scoraggiato nessuno.
Tra l’altro non è affatto strano che questa credenza del cigno selvatico che intona una canzone prima di morire sia una bufala totale. Facciamocene una ragione.
«Perché qualcuno si fa avanti? Perché uno scampò al naufragio», dice Melville sul finale di Moby  Dick.
Ho fatto un finale un po’ tagliato con l’accetta, così ve lo rileggete prima di piangere.

Holland, 1945
The only girl I’ve ever loved
Was born with roses in her eyes
But then they buried her alive
One evening 1945
With just her sister at her side
And only weeks before the guns
All came and rained on everyone
Now she’s a little boy in Spain
Playing pianos filled with flames
On empty rings around the sun
All sing to say my dream has come

But now we must pick up every piece
Of the life we used to love
Just to keep ourselves at least enough to carry on

[…]
And here’s where your mother sleeps
And here is the room where your brothers were born
Indentions in the sheets
Where their bodies once moved but don’t move any more
And it’s so sad to see the world agree
That they’d rather see their faces filled with flies
All when I’d want to keep white roses in their eyes

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Bibliografia essenziale

AAVV (2001), Memoria dei campi : fotografie dei campi di concentramento e di sterminio nazisti : (1933-1999), sotto la direzione di Clément Chéroux, Roma, Contrasto
Arendt H. (1964), La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli;
Artaud, A. (2000), Il teatro e il suo doppio, Torino, Einaudi;
Bataille, G. (1990), La Letteratura e il Male, Milano, SE;
Bergdolt, K. (1997), La peste nera e la fine del Medioevo, Casale Monferrato, Piemme;
Blake, W. (1991), Poesie, Roma, Newton Compton;
Blake, W. (2006), Visioni, Milano, Mondadori;
Blanchot, M. (1990), La scrittura del disastro, Milano, SE;
Boccaccio, G. (2004), Decameron, Milano, Garzanti;
Borromeo, F. (1987), La peste di Milano, Milano, Rusconi;
Camus, A. (2003), Tutto il teatro, Milano, Bompiani;
Camus, A. (2004), La peste, Milano, Bompiani;
Camus, A. (2005), Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani;
Capitani, O. (1995), a cura di, Morire di peste: testimonianze antiche e interpretazioni moderne della peste nera del 1348, Bologna, Pàtron;
Cordero, F. (1984), La fabbrica della peste, Roma, Laterza;
Defoe, D. (1995), Diario dell’anno della peste in Opere, Milano, Mondadori;
Delumeau, J. (1987), Il peccato e la paura, Bologna, il Mulino;
Diamond, J. (2005), Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Torino, Einaudi;
Greenblatt, S. (2005), Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico. Come Shakespeare divenne Shakespeare, Torino, Einaudi;
Levi, P. (1996), I racconti, Torino, Einaudi;
Levi, P. (1999), Se questo è un uomo; La tregua, Torino, Einaudi;
Lucrezio (1983), trad. di O. Cescatti, De rerum natura, Milano, Garzanti;
McNeill, W. (1982), La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall’antichità all’età contemporanea,Torino, Einaudi;
Melville, Herman (1998), Moby Dick, Milano, Garzanti;
Paglia, C. (1993), Sexual Personae. Arte e decadenza da Nefertiti e Emily Dickinson, Torino, Einaudi;
Poliakov, L. (1955), Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino, Einaudi;
Politkovskaja, A. (2003), Cecenia. Il disonore russo, Roma, Fandango;
Politkovskaja, A. (2006), La Russia di Putin, Milano, Adelphi;
Sontag, S. (1992), Malattia come metafora. Aids e cancro, Torino, Einadi;
Todorov, T. (1992), Di fronte all’estremo, Milano, Garzanti;
Vetturini, A. (2003), La peste, la pelle, Imola, La mandragora;
Wiesel, E. (2003), La notte, Firenze, La Giuntina.

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4 commenti su “Neutral Milk Hotel, Anna Frank, la peste e gli zombie.

  1. VAFFANCULO il said:

    Porcoddio ma che è sta baracconata post-Baricco, sì ok hai una laurea in citare nomi parlando di ebrei (già che c’eri potevi infilarci pure Zizek spiegando come l’ebreo è il sintomo dell’ebreitudine dell’inconscio de stocazzo) ma era veramente necessario accostare cinquanta autori di cui venti mi piacciono pure ma ora ODIO con un disco e un gruppo che per carità carino seminale ma ora ODIO anche esso perché se ascolto King of Carrot Flowers e mi viene in mente Bataille l’unico risultato è che ti voglio picchiare (Andiamo. Facciamocela. Vinciamo questa partita.) e soprattutto io ricordo che il PUNK l’HARDCORE quando andavo ai centri sociali erano W GAZA PRO PALESTINA FUCK ISRAELE (senza nazismo ma con sano umanitario disprezzo), ora scrivo 5.635 parole sulle influenze jihadiste dei Ghost di Lama Rabi Rabi (Blanchot, 1918, pp.5920-429839) e vattene affanculo.

  2. Giovanni Ranal il said:

    Al di là della valanga di stronzate pseudointellettuali, “Chi viene morso da un vampiro diventa come lui: uno zombie” è sbagliato, semmai diventa un vampiro.

  3. stteffeno il said:

    Un appunto: “born in a bottle-rocket” non si traduce con “nata in una bottiglia-razzo”. Bottle-rocket è un termine che indica una persona o cosa che un giorno è la tendenza del momento ed il giorno dopo non è più niente o nessuno.
    Come un razzo d’acqua (bottle-rocket appunto) che dopo l’accensione fa poca strada.
    Può darsi che l’autore lo sapesse, ma vista la difficoltà della traduzione avrebbe dovuto rendere meglio il significato.

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