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Cinque recensioni metal e una no

**Benzina**

AURORA

AURORA BOREALIS – WORLDSHAPERS

Ron Vento è nel giro dal ‘96, gli Aurora Borealis sono lui più una serie di altre persone, tendenzialmente batteristi ultratecnici e brutali (Derek Roddy, Tony Laureano, Tim Yeung): suona una specie di death/black tutto suo, roba che non si sente spessissimo in giro. Il progetto, tanto meritorio quanto malcagato, è uno di quelli in cui la musica migliora piuttosto che peggiorare di album in album. E dunque, seguendo questo tipo di ragionamento, dovrei dire che Worldshapers è il suo miglior lavoro – dal momento che è l’ultimo; ma non capisco onestamente perché abbia messo il verbo al condizionale: lo è, di fatto. Nel caso voleste approfondire, c’è la discografia completa del gruppo in free download sul sito ufficiale.

CRUCIFIX – VISIONS OF NIHILISM

NYDM dal Texas che esce per una label spagnola (tale Dark Blasphemies). Mi rendo perfettamente conto che NYDM sia un’etichetta obsoleta e/o del cazzo, ma quel che è accaduto è esattamente questo: della gente figa a NY suonava quello che poi tutti si sarebbero affrettati a ribattezzare BRUTAL (Suffocation su tutti – ma anche Baphomet, Morpheus Descends) mentre altra gente ugualmente figa suonava le stesse robe altrove. Il calderone BRUTAL (caps lock obbligatorio sempre) si è andato poi riempiendo di musicisti con una visione piuttosto dissimile da quella originaria, il che non è stato necessariamente un male – sta di fatto che i Crucifix appartengono alla primissima ondata e incarnano perfettamente lo spirito dei gruppi che ho citato fra parentesi, con la differenza che sono texani e non newyorkesi e che non hanno mai pubblicato nulla se non demo. La Dark Blasphemies li è andati a ripescare, e da appassionato del genere NYDM posso dire che ne è valsa abbastanza la pena.

ELECTROCUTION – METAPHYSINCARNATION

C’è stato un momento negli anni novanta in cui Alex Guadagnoli degli Electrocution (da Bologna) venne provinato dalla Roadrunner per sostituire Max Cavalera dei Sepultura – la cosa non andò in porto, evidentemente. Oggi Guadagnoli avrebbe suonato la chitarra su un album che si chiama The Mediator Between The Head And The Hands Must Be The Heart (il titolo vale come recensione) e il disco-reunion/comeback degli Electrocution sarebbe stato probabilmente una trovata come un’altra. Oppure no. Sta di fatto che Alex Guadagnoli era ed è soltanto il chitarrista degli Electrocution, che Inside The Unreal è uno dei dischi death metal più belli mai fatti in Italia, e che Metaphysincarnation ne è il degno successore. Big up and fuck off.

COUNTESS – ANCIENT LIES AND BATTLE CRIES

I Countess sono un gruppo black metal olandese che è nel giro dai primi novanta, se ne faceva un gran parlare qualche anno fa (oppure ero semplicemente io che me ne interessavo più del dovuto) perché avevano la fama di essere più TRVE e KVLT di altri in un periodo in cui tutto era poco TRVE e KVLT. Sempre a quei tempi ero disposto anche a comprare dischi a scatola chiusa solo basandomi su una buona recensione (scritta da un buon recensore) (su un buon sito) e infatti così feci. Ora come ora non ricordo più nulla di recensione, recensore e sito, ma mi ritrovo a casa una copia di Heilig Vuur (che, a conti fatti, è piuttosto sciapo) (Ancient Lies è la stessa roba, ma non penso proprio che lo comprerò).

VALLENFYRE – SPLINTERS

L’idea originaria era quella di suonare death metal alla vecchia e le credenziali c’erano tutte, dal momento che Greg Mackintosh e compagni non sono esattamente  quel che si direbbe dei novellini. Le cose si sono inevitabilmente sporcate di DOOM e il risultato non è malvagio, ma si potrebbe fare meglio.

BIOSPHERE – PATASHNIK 2

Geir Jenssen tira fuori dal cassetto 12 tracce inedite del periodo 1992-1994 e ci fa un disco intitolato Patashnik 2. Qualche tempo fa era uscito un disco intitolato Substrata 2, però l’operazione era di taglio diverso: si trattava essenzialmente di un remaster di Substrata più altra roba – ad ogni modo pare che mr. Biosphere abbia cominciato a riflettere sul passato alla domenica pomeriggio e che la nostalgia abbia preso il sopravvento. La conseguenza è stata quella di cominciare a far uscire dischi con nomi identici a suoi dischi precedenti ma con un due davanti. L’idea non è affatto male, dal momento che nei novanta sono uscite le sue cose migliori (Substrata spacca il culo agli orsi polari). E dunque si può dire che Patashnik 2 sia un disco roots (dove le radici di Biosphere sono Detroit, l’acid techno e IL GHIACCIO) – senza però rinunciare alla componente più ambientale del progetto (aka L’IPNOSI). Da recuperare/rivalutare sarebbero anche le collaborazioni con HIA e Namlook, ma non è questa la sede.

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