dischi stupidi: THE PIXIES – INDIE CINDY

indie cindy

Tre cose che mi hanno esaltato dei Pixies da quando li conosco:

1 La prima volta che ho ascoltato Surfer Rosa, che inizia con Bone Machine e quelle batterie patapum patapum che si buttano sulle chitarre e la canzone stenta un po’ ed è davvero un gran inizio di disco, tra i più belli che saprei dire in questo momento.

2 Riconoscere Where Is My Mind, suggestivissima, sui titoli di coda di Fight Club.

3 Beccarmeli dal vivo nel 200qualcosa, freschi di reunion, ad un Heineken Jammin’ Festival con loro, Ben Harper, i Cure e PJ Harvey, (i primi due fecero una figura barbina, la terza appena sufficiente: i Pixies svettarono).

Tutto il resto è una storia problematica di corsi e ricorsi con un gruppo per il quale guardandomi indietro non so dire di avere mai avuto un vero e proprio affetto. In quegli anni c’era stato il successo planetario di Nevermind, il quale aveva portato da una parte alla patetica e forsennata ricerca dei “nuovi Nirvana”, e dall’altra ad una ugualmente patetica, portata avanti da critici specializzati e snob musicali assortiti e volta a scovare i “vecchi Nirvana”, uno o due gruppi antecedenti a quello di Cobain che spaccasse di più e meglio. Molti dei quali tra l’altro sarebbero stati brutalmente ignorati dai più se non fosse per Kurt Cobain -Flipper, Wipers, Vaselines eccetera, comunque gente che con tutto il budget della terra avrebbe venduto centomila copie a dir molto; e tutti gli altri quelli che erano migliori o dei Nirvana (Husker Du, Dinosaur Jr etcetera) hanno avuto tutte le possibilità di farcela e hanno deciso di non farcela lo stesso quanto i Nirvana. A metà tra le due cose i Pixies, un gruppo tutto sommato di successo ma non quanto etcetera. Li scoprii che erano morti e sepolti, con una recensione non ricordo dove della raccolta Death to the Pixies, nella quale chi firmava ebbe cura di scrivere in ogni modo e maniera che Kurt Cobain aveva rubato tutto ai Pixies e in un mondo alternativo sarebbe stato Frank Black a cambiare il mondo del rock. Della prima volta che ascoltai Surfer Rosa, comunque di gran lunga il loro miglior disco e quasi tutto per merito di Steve Albini, rimasi soddisfatto per metà. Non sono brutti dischi, è che non hanno quella visione pazzesca che aveva Nevermind; se ascolti i Jesus Lizard la mancanza di quella visione è un pregio enorme, nel caso dei Pixies no. Tutta la roba del gruppo che ho sentito dopo ha contribuito ad ammosciarmi, ma sono sempre rimasto rispettoso nei confronti del gruppo; la musica che odiavo era decisamente un’altra, e alla fine nell’ottica di gruppettino pop in forza al giro indie i dischi fino a Doolittle hanno sempre avuto una loro dignità. I Pixies, in ogni caso, si sciolgono nel 1993 e si riformano nel 2004, morendo come gruppo e rinascendo come standard istituzionale del rock. A volte succede.

L’enorme successo della reunion dei Pixies (che abbandonano a furia di litigi e si riformano davanti a platee sterminate; su wiki leggo che il primo reunion tour è un affare da 14 milioni di dollari) è il modello su cui viene ad imporsi il genere musicale più influente dal 2000 in poi: il ritorno in attività di gente morta e sepolta. E questo, tutto sommato, è il principale motivo per cui Black Francis e gli altri dovrebbero venire ricordati: aver mostrato a chiunque sia stato graziato di un culto postumo -anche minuscolo- che c’è la possibilità di smettere di bestemmiare il fato, rimettersi in giro e stirare qualche euro. Da questo punto di vista è solo giusto che i Pixies (senza Kim Deal) abbiano infine deciso, anni dopo essersi riuniti, di smetterla col revival duro e puro e far uscire musica nuova. La dividono in tre EP, poi raccolti in un unico disco intitolato Indie Cindy. La prima volta che l’ho ascoltato ho pensato d’istinto a cose tipo quando in Jackass fanno a gara a chi beve più frullato in meno tempo e iniziano a vomitare e poi continuano a bere e a vomitare e tu spegni perché ok essere post ma certa roba ancora fai fatica a tenerla di stomaco: per certi versi un atteggiamento estremamente onesto da parte del gruppo, i cui membri pare vadano da anni in tour stando ben attenti a non incrociarsi fuori dal palco, e potenzialmente il disco più giusto ed importante del 2014, quello che segna in modo ineluttabile il bisogno di uscire da questa impasse retromaniaca e iniziare a lavorare a qualcosa di diverso. E non sarà così, naturalmente: i gruppi vecchi continueranno a riformarsi, i gruppi nuovi continueranno a copiarli a man bassa, noi continueremo ad andarci a vedere le reunion, cacar fuori i trentacinque euro del biglietto, sopportare alla meno peggio i pezzi nuovi e far scendere lacrime sempre più posticce quando parte la batteria di Bone Machine. Se ci avessero avvisato a diciassette anni magari ora avremo creato una scena indipendente di street-golf e i più bravi di noi ora sarebbero sponsorizzati da Nike.

 

One thought on “dischi stupidi: THE PIXIES – INDIE CINDY

  1. mai piaciuti i Pixies. troppo inerti, frigidi, emotivamente stitici per i miei gusti. una versione stitica dei Pere Ubu con la distorsione e il cantato giusto un pelo meno rivoltante. i loro dischi barzellette troppo cerebrali e sgradevoli per essere davvero divertenti. dovevi ragionarci su, non ti prendevano mai allo stomaco.
    non ho un retaggio accademico, mi sono laureato per terminare qualcosa che avevo cominciato nemmeno ricordo perché, senza crederci un solo istante. anche per questo i Pixies mi hanno sempre detto poco della mia vita. l’arguzia è una qualità che non mi appartiene. il bianco per me è soltanto bianco, il nero è nero, quando sto male sto male eccetera. di chi parla per artifici dialettici ci faccio poco. non capisco e non mi adeguo. mai messo in dubbio il genio, non è quello che mi interessa. farmi alzare il qi non è mai stata una prerogativa, non è quello che cerco in una canzone, in un disco. erano altri i campionati che mi interessavano. sono altri. forse non ho mai avuto le sovrastrutture necessarie per apprezzarli o anche solo comprenderli. ci ho provato a farmeli piacere, mentendo a me stesso e nascondendo dietro chissà cos’altro l’indifferenza, la noia, in certi casi pure la repulsione che i loro dischi (che regolarmente mi autoinfliggevo) mi provocavano; per un po’ ci sono pure riuscito. a un certo punto della mia vita sono arrivato a credere davvero che Doolittle potesse essere la mia cosa (ad agevolare forse il fatto che suonasse quel minimo più aggressivo del capolavoro conclamato Surfer Rosa). non è durata. per la pletora di dischi solisti di Frank Black invece non ho mai avuto dubbi: era roba brutta e gretta, sempre.
    quando è cominciato il circo perpetuo delle tournée dove ripetevano (e ripetono, e ripeteranno) lo stesso repertorio all’infinito si è rivelata la reale statura umana del gruppo: dopo decenni di silenzio riconvertono qualcosa che un tempo per qualcuno aveva avuto un senso in bancomat (per loro) e jukebox (per gli altri), il tutto senza manco prendersi la briga di dissimulare. se non altro è apprezzabile la trasparenza: DATECE LI SORDI e bella lì.
    nemmeno il disco nuovo rivenduto più e più volte è una novità. i Wire hanno fatto scuola.

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