IL POMPOSO MANIFESTO

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Ciao caro gruppo di auto-aiuto, sono una giornalista – anche – musicale. Mi chiamo Chiara (i cognomi si dicono ai gruppi di auto-aiuto?). A inizio anno, dopo una serie di penosi incidenti come quello di Violetta-di-X-Factor usata in effigie al posto di Violetta-quella-delle-regazzine (su Repubblica del 3 gennaio scorso), mi sono venute in mente un po’ di criticità legate al giornalismo italiano, e a quello musicale nello specifico. Ho cominciato non tanto a metterle giù quanto a segnarmi cosa potevo fare io per non essere “complice” di uno stato di cose molto pesante e molto avvilente per chi fa questo mestiere. 

Ho pensato che conoscevo persone che avrebbero potuto pensarla come me, ma anche molti che l’avrebbero pensata diversamente, e con le quali avevo voglia di condividere queste riflessioni. Qualche mese di riscritture dopo, la cosa che inizialmente ho scritto per me è diventata una specie di “nostra culpa” che Francesco si è reso disponibile a pubblicare su Bastonate forse perché aveva dormito poco quel giorno, chi lo sa (con Francesco non ci conosciamo che superficialmente, quindi approfitterei per dirgli ciao Francesco grazie Francesco). Il testo che state per leggere è scritto al plurale non perché io mi sia montata la testa nel frattempo, ma perché ho trovato persone che hanno letto e fatto di sì con la testa più volte di quante abbiano detto “Mh”. La casella di posta che trovate indicata alla fine non è la mia ma è collettiva: usatela se pensate che valga la pena contribuire alla conversazione e passare magari anche all’organizzazione di una Cosa. Che speriamo non faccia la fine di quell’altra (Cosa).

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Negli ultimi mesi sono successe delle cose interessanti: per esempio, Beyoncé ha deciso di pubblicare un album senza darne preventiva comunicazione alla stampa, anzi destinando ai giornalisti specializzati informazioni false quando in realtà il disco in questione era già pronto e con una macchina promozionale già in fase di riscaldamento. Solo che la macchina in questione non prevedeva di appoggiarsi alla stampa musicale in maniera tradizionale. Per lo più non l’ha utilizzata affatto. Beyoncé e il suo staff hanno invece sfruttato la platea fornita dai propri social network per raggiungere un numero di ascoltatori potenziali di gran lunga più alto di quello offerto da qualunque testata online o cartaceo. Salto in avanti fino a marzo, quando Skrillex pubblica Recess, attraverso un videogioco per smartphone, oltretutto gratuito. La stampa viene a saperlo ad app già distribuita, quando girano già versioni piratate per ascoltatori “pigri”, che non sanno o non vogliono superare i livelli del gioco. Possono sembrare casi limite, ma non è così -sono solo i più visibili. Ci dicono quanto sia diventata irrilevante una stampa musicale mondiale che fa fatica ad allinearsi con le nuove maniere di esistere artisticamente, su internet così come a computer spento. Chi fra i colleghi ritiene che la cosa non riguardi la sua area di competenza perché non si occupa di pop o di EDM, o perché magari certi artisti non finiranno mai sulla testata con la quale collabora sbaglia: perché per quanto esagerati i numeri della platea alla quale si rivolge, artisti come quelli citati sono stati preceduti da colleghi che hanno ritenuto di pubblicare i propri album solo in Rete e senza promozione ottenendo comunque successo e visibilità. A questi seguiranno altri musicisti che sapranno lavorare a partire da questi esempi. La cosa non deve spaventare, e semmai stimola verso una radicale trasformazione del nostro lavoro, perché l’opportunità di fare parte di questo nuovo modo di comunicare la musica è ghiotta.

Questa trasformazione è tanto più urgente perché con le molteplici e frequenti sofferenze (anche economiche) del settore giornalistico in Italia, le crisi (sì, plurale) hanno toccato per primi proprio quei settori informativi ritenuti meno indispensabili nel quadro di un tentativo di fare economie, e fra i servizi a essere colpiti più duramente ci sono stati proprio quelli dedicati alla cultura e agli spettacoli, con critici e giornalisti musicali chiusi fuori dalle redazioni. La necessità di informare non è mai venuta meno, ma come accaduto altrove si è ritenuto che fosse possibile “riciclare” giornalisti di e in altre aree, diminuire gli spazi per l’informazione culturale più in generale e destinare a quel genere di informazione un messaggio meno specialistico, con quest’ultimo elemento che ha creato un circolo morboso all’interno del quale a un pubblico meno stimolato corrisponde un pubblico meno interessato a leggere approfondimenti (le generalizzazioni sono sempre rischiose ma a chiunque  scriva non sfuggirà che per lo più è proprio così). Questo fenomeno di taglio indiscriminato ha creato mostri veri e propri, che si sono ingigantiti e diventati difficilmente affrontabili se non con un ripensamento radicale del tipo di informazione culturale e musicale da porgere a lettori, telespettatori e ascoltatori. Siamo noi stessi giornalisti a essere stanchi di errori marchiani ai quali non si ritiene necessario riparare con errata corrige; trasmissioni basate su informazioni sommarie o errate; “approfondimenti” e focus corredati di fotografie sbagliate, nomi scambiati, recensioni superficiali, notizie scopiazzate.

Diversi anni dopo il mettersi in moto di questo processo siamo di fronte a compromessi editoriali organici in cui il pubblicista si pone come figura di mediatore senza in realtà niente di specifico da mediare, come una sorta di cottimante dello scagliar latte di vernice contro quadri finiti. Una notizia di qualsiasi portata viene rimbalzata da più testate a cui si reagisce in maniera grossomodo incrementale secondo una dialettica di allineamento/disallineamento a cui non pesa soggiacere. Abbiamo scritto più sopra che la critica e l’informazione musicale sono diventate irrilevanti. È così? Facciamo autocritica: è difficile rispondere qualcosa da diverso da “sì”. Lo sanno bene anche gli operatori del settore, dagli artisti ai discografici, che si appoggiano all’attuale stato di cose per promuovere prodotti a ritmi frenetici, aspettandosi un copia incolla di comunicati precotti senza contraddittorio, senza l’input di alcun tipo di creatività, fidandosi al limite del giornalista per la correzione degli errori di ortografia ed un inconsapevole aiuto nello spargere eventuali viral.

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Secondo ogni aspetto, chi scrive di queste cose dovrebbe ripensare se stesso allo scopo di uscire da questo cerchio. Ecco alcune delle idee che abbiamo raccolto: l’obiettivo si colloca da qualche parte tra *riformare il nostro ambito professionale* e *stare bene la sera*.

# Produzione

Consapevoli dei ritmi delle redazioni, di qualunque tipo esse siano, ci impegnamo a produrre meno articoli, ma più meditati, più documentati e meno frettolosi qualora questo non cozzi con le necessità dei nostri datori di lavoro e committenti.

Respingiamo l’utilizzo compulsivo di Wikipedia come unica fonte per la pur necessaria attività del controllo delle fonti, quando non addirittura unica base per scrivere articoli. Ci impegnamo invece a fornire la nostra professionalità a Wikipedia e ad altri siti analoghi per integrare schede lacunose, errate o scarsamente documentate e obiettive.

Invitiamo alla cautela e alla moderazione nell’utilizzo compulsivo dell’inglese per la descrizione di generi, mestieri, situazioni che possono essere raccontati anche in italiano.

Valutiamo la possibilità di pubblicare il nostro lavoro con licenze Creative Commons per permetterne una maggiore circolazione, nei modi che ognuno di noi sarà libero di stabilire a seconda della propria personale posizione sull’argomento.

Invece ci impegnamo a collaborare con artisti e case discografiche con modalità che esulino dal semplice calendario delle pubblicazioni, con azioni come la curatela (con l’accento sulla E) di numeri delle testate da parte di musicisti; numeri antologici; dossier slegati all’obbligo di creare una copertina “forte” per attirare un lettore casuale. Anche il lettore fedele diventa casuale se non ha soldi da dedicare all’acquisto della rivista “del cuore” – quindi va motivato con contenuti che possono sopravvivere alla concorrenza che galoppa soprattutto in Rete. Le strategie di promozione, dopotutto, sono uniche per ogni artista – le nostre idee e le modalità con le quali decidiamo di coprire un argomento… no.

# Etica

Rifiutiamo gli omaggi di case discografiche e uffici stampa, particolarmente se non hanno nulla a che fare con il lavoro che svolgiamo: in epoca di streaming e sistemi di condivisione cloud non ha più senso richiedere copie fisiche di album la cui spedizione rappresenta un onere per realtà piccole e più indifese come etichette indipendenti e un ingombro per i luoghi nei quali lavoriamo, siano essi uffici o le nostre case. Vale lo stesso discorso per i biglietti dei concerti o altre gratuità che accetteremo solo quando strettamente collegate a un incarico che stiamo svolgendo. La rimessa in moto del settore musicale in Italia passa anche per gesti come questi.

Rifiutiamo di svolgere il nostro lavoro gratuitamente o senza essere pagati in maniera commisurata all’impegno e all’attività di ricerca svolta per la redazione dei nostri articoli, anche se valuteremo di volta in volta a quali nuovi progetti stimolanti ci sentiamo di aderire per passione e non per guadagno.

Ci impegnamo a non seguire il lavoro di artisti o band che promuovano odio razziale, omofobia, transfobia, misoginia e che abbiano atteggiamenti irresponsabili nei confronti della loro platea di ascoltatori: questi saranno gli unici musicisti davvero fuori target con la testata per la quale scriviamo.

Considerando le condizioni di vita di molti milioni di italiani e la mutata realtà della scena musicale che si appoggia sempre più a strumenti come servizi di streaming o piattaforme come Bandcamp o SoundCloud, invitiamo tutti i direttori e i colleghi del settore musicale a fare un passo indietro sulla quantità di recensioni proposte e pubblicate e sui voti a esse assegnati: consideriamo di diminuire la quantità delle stesse a favore di un’analisi più approfondita, che si traduce in una lunghezza maggiore e in un maggiore dettaglio nel racconto e nella spiegazione di quanto ascoltato. Non escludiamo a priori dalla possibilità di una pubblicazione di recensioni di dischi autoprodotti e/o disponibili per l’ascolto online, sia come download gratuiti che come streaming: dopotutto questi sono, come accennato in apertura, canali distributivi validi quanto gli altri. Facciamo un esame di coscienza sui voti delle recensioni che scriviamo: non tutto quello che ci viene assegnato può essere un capolavoro, e lasciar sedimentare un ascolto spesso e volentieri coincide con una valutazione più serena che è gradita a chi ci legge e anche ai nostri direttori. Valutiamo di dedicare gli spazi dei dischi più importanti anche alle stroncature, e nell’ottica di un rinnovamento delle testate per le quali scriviamo, sfruttiamo strumenti alternativi come la recensione “comparata” fra più autori (cfr. Metacritic).

Torniamo a scrivere di concerti, ma uscendo dall’ottica che le uniche due notiziabilità di un tour siano date dal loro annuncio o, a valle, dalla recensione dell’evento: immaginiamo altre possibilità, e non solo in quest’ambito.

In generale, facciamo lavorare i nostri cervelli un po’ di più: staccandoci dalle logiche della semplice promozione saremo più soddisfatti noi, e ci saranno grati lettori e operatori del settore.

# Educazione

Ci impegnamo a fare nostri gli strumenti che sono ormai considerati standard per lo svolgimento della professione in qualunque altro ramo della lavorazione dell’informazione: che siano le infografiche o i video, le ottimizzazioni SEO o il corretto utilizzo dei social network. Tutti strumenti necessari per rendere quanto scriviamo di maggiore impatto, più comprensibile, più completo per chi ci legge. Quando per la nostra funzione all’interno della produzione di una notizia questo non sia possibile a noi personalmente, ci impegnamo a spingere nella direzione di una modernizzazione delle notizie che produciamo, e a collaborare con chi in redazione si occupa di questi aspetti con proposte e suggerimenti.

A maggior ragione perché dal 1° gennaio di quest’anno, recependo un Decreto del Presidente della Repubblica, i colleghi tra noi iscritti all’Ordine dei Giornalisti sono obbligati alla formazione professionale continua, ci impegnamo a organizzare, seguire e pubblicizzare corsi di aggiornamento e approfondimento, seminari, workshop, conferenze. In più, stimoliamo la nascita e la produzione di saggi, monografie, pubblicazioni anche slegate dal rapporto con case editrici tradizionali (.epub autoprodotti, per esempio).

Nel caso in cui i nostri profili sui vari social network siano aperti e non personali, ci impegniamo a stabilire un rapporto costante con i lettori – senza i quali il nostro lavoro non esisterebbe – che sia improntato al rispetto, all’ascolto, che offra anche informazioni sul meccanismo di produzione di una notizia, perché non si creino più fastidiose e antistoriche contrapposizioni. Il tutto nell’ottica di voler creare un rapporto costante che può essere, perché no, utile per il reperimento di nuove idee, e nuovi giornalisti (del resto se noi lo siamo è perché qualche “vecchio” è stato disponibile con noi).

Ci piacerebbe se di tutto questo ci diceste cosa ne pensate voi. Siamo più che disponibili ad ascoltare le vostre proposte, discutere ma soprattutto organizzare: anzi, non vediamo l’ora. Per mettervi in contatto, irrilevanti[at]gmail.com.

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8 commenti su “IL POMPOSO MANIFESTO

  1. Ma è uno scherzo? “Siamo noi stessi giornalisti a essere stanchi di errori marchiani alle quali…” Da voi stessi proprio non me l’aspettavo! Go to work, please.

  2. Sabrina il said:

    Senza arrivare a Beyoncé e Skrillex, nel 1993 (MILLENOVECENTONOVANTATRE) i Pearl Jam pubblicarono VS in tutti i formati, entrando direttamente al primo posto delle classifiche di vendita americane, senza nessun lancio pubblicitario, nessun video promozionale, rifiutandosi di concedere interviste. MTV, disperata, dovette mandare in onda un video live di Animal per stare sul pezzo. E manterranno questa politica fino al 1999. Buongiorno a tutti, è bello che vi siate svegliati solo nel 2014, con un articolo pieno di banalità e di cose che si sanno da oltre 20 anni.

  3. Valerio il said:

    Ah, ho “googlato” l’ autrice e ho scoperto che lavora(va?) per Rolling Stone Italia. Ora mi è chiaro il perchè di un articolo che sinceramente mi è sembrato banale e paradossalmente anche anacronistico (nel senso che ALTRI giornali quelle idee forse per lei innovative le stan già implementando da un bel pezzo, e da un bel pezzo han assunto consapevolezza di determinate situazioni). In pratica sembra il manifesto del futurismo ma fuori tempo massimo. Mah.

  4. Valerio il said:

    … e in alcuni casi le implementavano, pure meglio (per esempio pochi articoli ben approfonditi, di pathos e che si assumevano “responsabilità” nelle loro analisi) fin dai primi anni ’90 (Rumore) o addirittura ’80 (Rockerilla). Insomma, siamo già in fase retromaniaca anche del giornalismo musicale? 😉

    Comunque, con rispetto.

  5. non ho scritto il pezzo ma mi sento comunque di dire qualcosa a difesa.
    la prima: parla di giornalisti, non di testate.
    poi: Chiara (a quanto ne so, non molto) ha gestito la parte online di Rolling Stone, al cui confronto la maggior parte delle altre riviste musicali italiane (dai, diciamolo, tutte) possono tranquillamente abbassare la crestina. quindi, insomma, il pedigree è quello di un giornalista che non sta lì a fare.
    e comunque (sabrina) la strategia no-promozione dei PJ era un gesto politico e una mosca bianca, oggi beyoncè fa la sua cagatina in un quadro molto più articolato. parlando dei suggerimenti in sé, se pensate che siano robe scontate e banali portatemi esempi concreti di gente che NON usa Wiki come strumento quasi unico, che usa sistematicamente i box per stroncare i dischi, che lavora ai concerti al di là della promozione e del report, che insiste per stare lontano dalle etichette e simili. tipo, valerio, la mia idea è che tu abbia leggicchiato qui e là e pensato di capire di cosa parla il pezzo e ti sia -gentilmente, per carità- messo a giudicarlo sulla base di spunti inesistenti. o in alternativa che tu non abbia idea di come lavorino i giornalisti musicali in questo paese e dia per scontate cose inesistenti, anche le più banali -tipo, che si impegnino ad andare a cercare con il lanternino musica eccitante di cui rendere conto, invece che guardare cosa esce in giro e aspettare che le agenzie di promozione gli mandino l’email. una cosa che alla prova dei fatti succede sì e no in tre casi. grazie comunque.

  6. Valerio il said:

    Ciao. Per stare alle tue considerazioni, una rivista che abbia praticamente tutte le prerogative che dici tu, oggi, è Blow Up. Non ti risulta? E, in qualche modo, (quasi) tutte le idee suggerite nell’ artcolo sono già state implementate in qualche modo, quando di recente, quando addirittura decenni fa, da, appunto, Blow Up, Rumore, Rockerilla, il Mucchio Selvaggio e il Mucchio Extra. Poi, per carità, sono solamente un grande appassionato di musica e uno che acquista minimo 3-4 riviste musicali al mese, MA non sono un addetto ai lavori, quindi può darsi che la mia visione dall’ esterno di questi giornali sia ingenua, ci sta.

  7. Valerio il said:

    Ah: ti ho risposto con nomi di riviste e non di giornalisti perchè la tua distinzione fra riviste e giornalisti mi sembra un po’ oziosa… Insomma: chi le fa le riviste? E i meriti delle une non sono forse attribuibili ai meriti degli altri?
    Ecco, per andare più nello specifico, posso dire, per fare uno dei tuoi esempi, di non aver MAI visto un articolo scritto da un giornalista di Blow Up che sia un quasi copincolla di wiki. Ma posso anche sbagliarmi e in tal caso chiedo venia. Così come, sempre per restare a uno dei tuoi esempi, forse i giornalisti di tale rivista non solo “si impegnano ad andare a cercare con il lanternino musica eccitante di cui rendere conto”, ma forse addirittura esagerano per farlo. Se lo conosci un minimo, sai benissimo che Stefano Isidoro Bianchi quasi ucciderebbe per parlare del disco stampato in 3 copie di cui è impossibile trovare qualsiasi traccia in internet. Insomma, io non mi permetto di giudicare il lavoro e la bravura dell’ autrice dell’ articolo, ma mi domando semplicemente se abbia mai letto una rivista italiana che non fosse Rolling Stones o XL, per dire.

  8. marco il said:

    Secondo me il problema è sul web e credo che lei si rivolga principalmente a questo campo, anche perchè non me ne vogliano i lettori di Blow Up, ma il cartaceo può ancora rimanere un’ottima risorsa, ma credo che i giochi si facciano sul web. Ed è li che si gioca la partita del giornalismo musicale. Purtroppo la fretta nel fare gli articoli e le recensioni è dovuta a dinamiche sistemiche che non sempre il giornalistà può controllare, deve cercare di mediare, quello si, ma Google domina tutti, anche i giornalisti più bravi ed eticamente ineccepibili. Lo dico per esperienza.

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