To Be Kind

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Un buon modo per iniziare questa storia è di mettere in chiaro quanto e come gli Swans abbiano importato per chi scrive, vale a dire per me (in questo genere di cose è meglio usare chi scrive, credo). Nel senso, potrei snocciolare un curriculum vitae che in mancanza di competenze specifiche può sempre fare affidamento sul fatto che tutto sommato scrivevo pezzi in cui citavo gli Swans come pietra di paragone di certi gruppi arcòr nel 1998, e suppongo che sia l’ultima cosa che una persona vorrebbe leggere sulla propria lapide. E poi, voglio dire, non ho nessun sospeso reale con la discografia degli Swans. Continuo a riascoltare con regolarità tre dischi, quasi tutti gli altri occasionalmente, e mi fa piacere che Michael Gira abbia mantenuto/incrementato la sua reputazione. Non mi disturba che gli Swans si siano riformati, anche se l’hanno fatto in un periodo in cui tutto sommato la reunion era già uno sport per dementi, perché con o senza Norman Westberg in formazione è difficile pensare il progetto Swans al di là del primo nome a cui viene associato. E voglio dire, Michael Gira con la roba sua ci può fare quello che preferisce. Un po’ però infastidisce la dinamica alla base del tutto, ad ogni modo, e sto iniziando a detestare gli ultimi dischi. Per spiegarlo provo a buttar giù una specie di cronologia dell’uomo.

Per prima cosa gli Swans si sciolgono nella seconda metà degli anni novanta. Gli ultimi dischi del gruppo sono i primi che (pur con un riscontro in generale ultra-positivo) non sono baciati da un consenso unanime ai limiti del fanatismo. L’ultimo Soundtracks for the Blind in effetti testimonia una deriva pericolosissima, post-qualcosa apocalittico ambientale e scazzato al punto che per un terzo degli episodi il gruppo manco sembra esserci. Di lì in poi Michael Gira si muove con un bagaglio più leggero: inizia a far uscire roba a suo nome ed avvia il progetto Angels of Light, cercando di agganciare una deriva vagamente più acustica, in prospettiva (suppongo) dovuta al bisogno di diventare appannaggio dei fan di musica senza limitarsi ai soli fan di musica disperata e apocalittica. In quegli stessi anni, paradossalmente, la musica estrema inizia a scoprire la lentezza e a prendere a modello gli Swans come pietra miliare. Il primo disco degli Angels of Light è una cosa abbastanza di transizione ma comunque molto fascinosa; How I Loved You (la madre di Gira in copertina) forse è il loro miglior disco. Dopodichè l’attività di Gira diventa soprattutto quella di discografico e talent-scout: alla fine degli anni novanta Young God inizia a pubblicare materiale di gruppi non legati al giro Swans, e lungo gli anni duemila Michael Gira mette insieme qualche centro mica male. Il più importante è Devendra Banhart, un mezzo barbone che registra canzoncine free-folk alla bell’e meglio. Michael Gira lo scopre e pubblica il suo primo disco raccogliendo queste registrazioni: roba che in una qualunque realtà alternativa avrebbe ispirato sedici stronzi in giro per il mondo, e dietro la quale Devendra Banhart mette insieme una carriera fortunatissima e crea (o ripesca, insomma, poco importante) un genere musicale che terrà banco nel giro alternativo per circa due anni.

Dello stesso periodo dell’esordio, o un pelo precedente, quello che credo sia il miglior disco mai registrato da Michael Gira fuori dalla sigla Swans. Si chiama What We Did ed è stato registrato assieme all’ex-Windsor for the Derby Dan Matz (che nel disco pesa più di Gira, peraltro), frutto di una serie di session di registrazione che si stendono lungo qualche tempo. Un altro bel colpo è quello di Akron/Family, oggi un’istituzione del pop psichedelico (piuttosto impressionante se vi piace il genere, un po’ meno se siete gente che s’aspetta solo di venir dilaniata) di cui Young God pubblica l’esordio, uno split con gli Angels of Light e un secondo disco. Gli Angels of Light, in questo periodo, sono sostanzialmente Michael Gira con gli Akron/Family ad accompagnarlo. Con questa formazione il gruppo fa uscire altro materiale: perlopiù dischi di folk non propriamente a fuoco, roba a cui manca sempre qualcosina, una visione o cose così. La loro miglior cosa è probabilmente l’ultimo album del gruppo, intiotolato We Are Him (siamo nel 2007) e squassato nel perenne conflitto tra proclami da fine del mondo e possibili standard dell’indiefolk: soprattutto i secondi iniziano a pesare sull’economia del progetto, lasciando intravedere la possibilità di un futuro quasi-pacificato e fatto di canzoni che probabilmente sarebbe stato carino ascoltare.

Non lo sapremo mai. Nel momento in cui la macchina comincia a carburare, Michael Gira decide di compiere un altro passo: un paio d’anni dopo ripesca la sigla Swans e rimette in pista la formazione. Per essere esatti mette in pista una formazione composta dagli Angels of Light pre-Akron Family più Norman Westberg (il quale, mi piace ricordarlo, nei quindici anni di break ha continuato a suonare, finendo persino negli Heroine Sheiks), il che fa pensare ad una sorta di rivoluzione a costo zero. Gira in ogni caso si sbraccia per smentire chi parla di svendersi: prima con dichiarazioni avvelenate, poi con la musica. Di tutto quello che si può dir loro, in effetti, i dischi degli Swans post-reunion non somigliano affatto ai dischi pre-scioglimento. Più paragoni possono essere trovati con la roba più interlocutoria della prima fase degli Angels of Light, ma dopata di risentimento e rumori fino a sembrare irriconoscibile. My Father Will Guide me up a Rope to the Sky, lungo meno di un’ora, suona ancora piuttosto ok. Mi serve di fare un inciso.

La cosa migliore della musica metal è la musica. La cosa peggiore della musica metal è il mercato, e l’atteggiamento dei consumatori. Se il metal avesse un mercato simile quello del rock indipendente negli anni novanta, probabilmente sarebbe ancora l’unica musica che abbia senso ascoltare. Sta di fatto che la maggior parte dei consumatori di metal estremo da vent’anni a questa parte si è imbarcata nel percorso per assumere un atteggiamento distaccato ed omnicomprensivo che lasciasse respirare la musica estrema e far sì che si rinnovasse. Essendo molto simili a me e a voi, quello che ci hanno tirato fuori è quasi niente. In quindici anni si riescono a trovare abbastanza agevolmente cinque o sei nomi che hanno influenzato quasi tutto quello che è stato poi cagato dalle riviste. L’ala più spericolata di questo moto di stasi, in certo metal estremo, è estrema debitrice degli Swans. Spesso lo è indirettamente (si limitavano a copiare i Neurosis, o peggio ancora gli Isis, ma insomma); a volte per filiazione diretta. Volendo semplificare il tutto in una forma narrativa pura, esistenzialismo/pessimismo con sbrocchi sonori a volumi irragionevoli, e la musica che sta su cose tipo Children of God  è diventata una specie di classico al negativo, troppe volte citato e quasi mai ripetuto. Non è colpa di Michael Gira, ovviamente, ma a un certo punto nelle mie orecchie la musica degli Swans ha iniziato a diventare sinonimo di roba precotta. Per certi versi la soluzione “tradizionalista” dei suoni di My Father etc etc è una scelta fin troppo coraggiosa, che impone comunque di considerare il disco al di là del distratto ascoltino nostalgico che viene riservato alle reunion nell’ultimo lustro.

Fine inciso, che serve solo a spiegare quanto si riesca comunque a comprendere l’evoluzione di Gira, una persona che tutto sommato continua ancora a registrare e suonare musica interessante, in questa forma di folk elettrico salmodiante ipercompresso. I concerti ne diventano la controparte teatrale, due ore e passa di musica in locali stipati con il condizionatore staccato, per far sembrare tutto un’esperienza ai limiti dell’umano. Il primo giro per il mondo è un successo assoluto. Da qui in poi Michael Gira si sente probabilmente obbligato a diventare un cliché umano, una cosa che in precedenza ha sempre mostrato di odiare: l’esperienza dell’inaffrontabile come una sorta di mestiere della musica in sé. The Seer viene concepito e realizzato in pieno pilota automatico: due ore di musica, pezzi di trenta e passa minuti, pattern ripetuti allo sfinimento, sfoghi assassini e un pugno di melodie amare sullo sfondo. Tutto estremamente professionale e tutto al suo posto, una specie di esperienza-limite per turisti dell’estremo. Ed è fin troppo scontato che un disco come The Seer vada a finire in cima alle playlist di fine anno delle riviste specializzate: si ascolta volentieri, nessuno può dirne male.

To Be Kind è la stessa identica cosa: gli Swans come ennesima carovana del post-tutto a contendersi di anno in anno con i loro corrispettivi la palma di esperienza-limite del rock indipendente, costantemente in bilico tra pezzi-fiume che avrebbero potuto comporre il classico Disco Dell’Anno (nel 1997) (ma anche no) e momenti riempitivi un po’ per stemperare un po’ per far salire la tensione. Ci sarà probabilmente una visione d’insieme dietro a tutto, ma andando avanti con gli anni ho più che altro il sospetto che Gira abbia semplicemente perso il dono della sintesi e Swans si stia limitando a ripetere allo sfinimento qualsiasi cosa esca dalle session di registrazione. Devo anche accettare che, con ogni probabilità, gli anni si iniziano a fare tanti anche per me e che ascoltare musica così logorante e in modo così voluto impone una scelta politica che mi sembra stupida o non ho più l’età per considerare intelligente. Rimane il fatto che la musica degli Swans nel 2014 è la cosa più verbosa e meno eccitante in commercio, e se To Be Kind fosse durato la metà avremmo in mano un dato statistico senz’altro meno impressionante ma un disco con molte meno menate e più vicino al punto, qualunque esso sia.

Una risposta a “To Be Kind”

  1. Madonna quanto è tutto vero e quanto hai ragione su tutto inclusi angels of light e il post-rimescolamento in chiave elettrica di dronate mezzorarie rompicoglioni degli ultimo dischi Swansi, inclusi pure i live a confermare che l’unico drive Giriano resta l’alcool o la droga – memorabile il set al Roadburn anni fa con lui totalmente perso e incastrato in dei giri di chitarra ripetuti alla nausea come l’ultimo dei fattoni mentre il resto del gruppo si guardava incerto/scazzato come a dire “porcodio, l’ha rifatto di nuovo, non attaccherà mai col pezzo”, e giu a tentare climax, variazioni, stacchi, ma niente, mentre il pubblico, altrettanto stonato, inneggiava alla magia della psichedelica obscura e torturata. Vaffanculo a tutto Gira del pre e post Réunion, tranne il disco di Blackshaw che ha tirato fuori quando era in grazia di dio

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